IL MESSIA. IL PRIMO BAMBINO DI DIO

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Di Alessandro Conti Puorger

In analogia al detto “tutte le strade portano a Roma“, ogni angolatura, faccia o aspetto della Bibbia, sia degli scritti ebraici, sia degli scritti cristiani, conduce ad incontrare il Messia.
Quell’insieme di libri sacri, infatti, con le profezie del suo avvento da parte della Torah, dei Profeti e dei Salmi, grazie al ricordare le manifestazioni nella storia dell’amore che di Dio ha per l’umanità dalle origini e del suo entrare da ultimo, appunto, come Messia nella storia, ha in definitiva l’unica finalità di suscitare il desiderio nello spirito d’incontrarlo.
Tante sono le vie per analizzare, studiare e fare l’esegesi – in greco – vale a dire interpretare criticamente quei testi antichi per giungere alla comprensione piena del loro significato.
A questo proposito, già da tempo, in aggiunta ai modi e metodi usuali, ho proposto anche una modalità, a mio parere assai utile per ottenere ulteriori idee che aiutano l’interpretazione conseguibili grazie alla proprietà dei testi ebraici, se scritti con il proprio alfabeto, in forza del fatto che quelle 22 lettere sono delle icone in grado d’apportare ciascuna anche una rosa di messaggi grafici capaci di fornire per decriptazione almeno un’altra faccia al testo.
Tale, infatti, è il filone della mia ricerca iniziata tanti anni or sono, intensificata alla fine degli anni 90 e iniziata a presentare in Internet nel 2003/4 con “Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche“.

Ciò premesso, l’angolatura che con il presente articolo ho scelto per arrivare al cuore del messaggio sono i bambini che come vedremo portano al tema del Messia; ma andiamo per gradi seguendo i vari passi proposti da questo articolo.
Andando al concreto del tema “I bambini del Messia“, in primo luogo è da ricordare che il personaggio del Messia è figura controversa tra l’ebraismo residuale ed il cristianesimo.
Rimanendo nell’ambito di queste due fedi, le due posizioni sono, il Messia, in cui entrambi credono, è uomo ed anche Dio, com’è nel credo cristiano, o è semplicemente un uomo scelto da Dio, simile a Mosè, come ritiene l’ebraismo attuale?
È il Messia personaggio che viene in potenza e gloria o è figura umile e misericordiosa?
Nelle Sacre Scritture antiche rivisitate dal cristianesimo con i propri scritti si trovano conferme delle due nature del Messia, umana e divina, e a tale riguardo Gesù stesso nei Vangeli commenta vari brani delle Sacre Scritture ed offre sintetici spunti.

Per la seconda questione vi sono agganci per l’una e l’altra tesi ed al riguardo basta citare:

  • il “giorno rovente come il forno” del profeta Malachia 3,19-24: “Ecco infatti sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno venendo li incendierà – dice il Signore degli eserciti – in modo da non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla. Calpesterete gli empi ridotti in cenere sotto le piante dei vostri piedi nel giorno che io preparo, dice il Signore degli eserciti. Tenete a mente la legge del mio servo Mosè, al quale ordinai sull’Oreb, statuti e norme per tutto Israele. Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio.”
  • la figura del servo di IHWH di Isaia 53,1-5: “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.”

Sta comunque il fatto che ai suoi tempi molti ebrei non riconobbero in Gesù di Nazareth il Messia, in quanto pur se si manifestò con segni e prodigi, fu pur sempre a mostrarsi nella “debolezza” comprovata dalla sua morte in croce, vista come una maledizione, non illuminata dall’evento della risurrezione alle cui testimonianze non hanno creduto.
Per contro Gesù assunto in cielo, come riferito dai Vangeli, secondo la fede cristiana al suo ritorno si presenterà in potenza e gloria.
Certo è che il cristianesimo, con la prima venuta del Cristo nell’umiltà e con l’attesa del suo ritorno nella gloria, risponde in modo completo alle attese delle profezie del così detto Antico Testamento, in quanto, per la tradizione ebraica in Dio esistono giustizia, severità e rigore assieme ad amore e misericordia.
La santità di Dio, che si manifesterà in modo palese e completo nel regno messianico, risiede proprio nella sua giustizia che non è mai disgiunta dalla sua misericordia capace di manifestarsi a pieno nel giudizio in cui ricompensa il bene e punisce il male.
Argomentando sul fatto che con Genesi 1,1 la prima parola con cui inizia la Bibbia è la lettera “B” = di ‘In principio” “Ber’eshit” , (lettura da destra a sinistra) i rabbini però sono portati a pensare che una primitiva creazione fu basata sulla preminenza della giustizia, ma quel mondo non potette reggere, indi, il Creatore passò al piano “B”, quello della misericordia unita alla giustizia.
Ecco che le due venute del Messia nel cristianesimo possono collegarsi anche a tale pensiero; nella prima venuta fu manifestata prevalentemente la misericordia e nella seconda vi sarà il giudizio finale.
Il Messia, in ebraico “Meshiach” , l’unto, in greco il Cristos , vale a dire il “consacrato”, è per l’ebraismo il “re unto” dal Signore, della famiglia di Giuda, della casa di Davide di Betlemme, il re “malek” che alla fine dei tempi Dio invierà per dare inizio alla redenzione finale con la restaurazione del suo regno, il “Malkut shamaim”, , il Regno dei Cieli.
Ne consegue che per parteciparvi occorre essere accolti e riconosciuti come cittadini di lassù o ancor meglio come figli del cielo!
Il primo uomo riconosciuto figlio del cielo fu proprio Gesù il Cristo perché era venuto dal cielo essendo il Figlio Unigenito di Dio, come ebbe a precisare Gesù stesso a Nicodemo in Giovanni 3,13: “Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo”.

Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo, che ebbe per primo in sogno la visione di una scala per il cielo (Genesi 28,12), in Egitto ebbe a pronunziare la seguente benedizione – testamento sui 12 figli maschi.
A Giuda in particolare profetizzò: “Giuda, ti loderanno i tuoi fratelli; la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici; davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre. Un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi lo farà alzare? Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a una vite scelta il figlio della sua asina, lava nel vino la sua veste e nel sangue dell’uva il suo manto; scuri ha gli occhi più del vino e bianchi i denti più del latte.” (Genesi 49,8-12)
(Vedi: “Le benedizioni di Giacobbe e di Mosè” e il paragrafo “L’oggi di Dio” in “Battesimo al Giordano riconoscimento di paternità“)

Evidentemente questo scettro di cui parla Giacobbe è eterno, perché è di colui a cui “è dovuta l’obbedienza dei popoli“, onde Giuda per la profezia di Giacobbe avrà uno scettro eterno, vale a dire dalla sua discendenza nascerà un re che regnerà per sempre, appunto il Messia.
La figura del Messia è poi lì associata ad un asinello, ed è scritto in Midrash Pessiktà Rabbati 34, “un povero che cavalca un asino“.
La vite invece è segno di prosperità e di pace, infatti, in Melakhim I 5.5 riguardo al tempo di pace sotto Salomone è scritto “ciascuno starà sotto la propria vite e sotto il proprio fico“.
Questa notazione in Melakhim I 5.5 fa ricordare l’incontro di Gesù con Natanaele riportato in Giovanni 1,43-51 ove con tale segno è evocato chiaramente l’avvento del tempo messianico.
Asino e vite poi sono simboli nettamente associati col Messia e come tali proposti nei Vangeli.

Il Salmo 110 d’altronde conferma ed attesta esplicitamente che questo scettro è lo scettro del Signore, infatti: “Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: Domina in mezzo ai tuoi nemici.” (Salmo 110,2)
(Il Salmo 110 l’ho tra l’altro presentato decriptato secondo il mio metodo di “Parlano le lettere” in “Melchisedek, personaggio enigmatico, e il Messia“)

Questo inviato non è un semplice uomo, ma è divino, perché lo stesso Salmo 110 lo presenta generato da Dio prima di tutti i tempi terreni della creazione, infatti: “A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato”. (Salmo 110,3)

Quel personaggio divino inaugurerà il regno a partire da Gerusalemme, la città di Salem, ove ai tempi di Abramo viveva e regnava il personaggio misterioso di Melkisedeq, re di giustizia e di pace, sacerdote eterno, figura di colui che dovrà venire nella pienezza dei tempi e come tale puntualmente richiamato dallo stesso Salmo 110 quando proclama: “Il Signore ha giurato e non si pente: Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek”. (Salmo 110,3)

Il Messia avrà anche la missione di uomo profeta e nella sua vita terrena parlerà per conto di Dio come ebbe a preannunciare lo stesso Mosè in Deuteronomio 18,15: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto.”

Per il Cristianesimo quel Messia, vero Dio e vero uomo, re, sacerdote e profeta, è Gesù Cristo, della famiglia di Davide, figlio di Dio; quindi, è già venuto, nato nell’umiltà e nella semplicità nella stalla di Betlemme e vissuto in Palestina nel primo trentennio del I secolo d.C..
Questi è nato, infatti, ad opera dello Spirito Santo nella Santa Famiglia di Nazaret da Maria Vergine, sposa di Giuseppe della famiglia di Giuda, un davidico che lo riconobbe come figlio.
Come evidenziano i Vangeli Gesù fu grande in segni, parole opere, fu crocifisso a Gerusalemme, morì, fu sepolto e risuscitò ed ha aperto l’era messianica dando inizio alla fine dei tempi in cui viviamo ed in cui opera la sua Chiesa che attende il suo ritorno.
Come anticipo di quello scettro eterno XXII secoli or sono fu istituito lo scettro del regno d’Israele che per volere divino passò a un giovanissimo discendente di Giuda, in sostituzione del re Saul della tribù di Beniamino che era stato trovato non idoneo dal Signore per il proprio empio comportamento.
Dio stesso in tale occasione mandò il profeta e sacerdote Samuele a ungere il pastorello Davide, il minore, il più piccolo, “qaten” , dei figli di Iesse:

“Samuele chiese a Iesse: Sono qui tutti i giovani? Rispose Iesse: Rimane ancora il più piccolo (“qaten” ) che ora sta a pascolare il gregge. Samuele ordinò a Iesse: Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui. Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: Alzati e ungilo: è lui! Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. Samuele poi si alzò e tornò a Rama.” (1Samuele 16,11-13)

Samuele su suggerimento divino scelse il più piccolo, il “qaten” e con l’unzione Dio gli “versò nel cuore l’energia “, pensiero questo ultimo che si ottiene dalla parola “qaten” spezzata con i criteri, regole e significati delle lettere ebraiche in “Parlano le lettere“.
Dio, infatti, aveva avvertito Samuele di: “non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io… non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”. (1Samuele 16,7)

Il più piccolo dei figli di Iesse sarà il progenitore del più grande, del Re dei Re!
Il profeta Isaia, attento scrutatore della parola di Dio, scriverà su quel discendente di Davide: “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe di pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.” (Isaia 9,5s)

In definitiva, nel contempo è figlio d’uomo ed è Dio potente come propone lo stesso Isaia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici… Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guideràIl lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.” (Isaia 11,1.6.8)

Per ben tre volte Isaia qui parla di una “fanciullezza”, un fanciullo li guiderà, il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide, il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

“…e un fanciullo li guiderà.” Isaia 11,6


È così annunciato l’avvento finale della pacificazione, in cui anche il serpente, personificazione del nemico della caduta, sarà domato.
Il Salmo 8, poi, si può anche interpretare che Dio vincerà i suoi avversari, il male e tutti sui sette spiriti, con la debolezza dei bambini:

“O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli.” (Salmo 8,2s)

Gesù in Matteo 21,16 nel rispondere ai capi dei sacerdoti e agli scribi, proprio in tal senso l’interpreta e riferisce le parole di quel Salmo ai discepoli che lo acclamano a Gerusalemme nella domenica detta delle palme, facendo intendere che proprio loro sono i seguaci del “piccolo”, del Messia che viene umile su un asinello.

I discepoli lo acclamavano appunto riconoscendolo come il Cristo:
“Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: Chi è costui? E la folla rispondeva: Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea. Gesù entrò poi nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: La Scrittura dice: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri. Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed egli li guarì. Ma i sommi sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che faceva e i fanciulli che acclamavano nel tempio: Osanna al figlio di Davide, si sdegnarono e gli dissero: Non senti quello che dicono? Gesù rispose loro: Sì, non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode? E, lasciatili, uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte.” (Matteo 21,10-17)

È da ricordare che Gesù ebbe a dire nei riguardi dei suoi discepoli: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.” (Matteo 11,25)

Gesù, uomo e Dio, ha piena conoscenza del Padre e lo fa conoscere ai suoi fratelli che diventano anche loro i “piccoli”, figli di Dio per adozione, infatti, subito dopo nel Vangelo di Matteo disse: “Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.” (Matteo 11,26s)

Quei piccoli sono i collaboratori del Messia!
Su ciò torneremo.

I “MIDRASH” SULLA VOCE DEI PICCOLI
Racconta il libro dell’Esodo che il Faraone d’Egitto nell’ambito della persecuzione verso gli ebrei aveva tra l’altro anche ordinato: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina.” (Esodo 1,22)
Mosè, ciò nonostante, miracolosamente fu salvato e fu adottato dalla figlia del Faraone, ma crebbe anche con gli insegnamenti della tradizione trasmessagli dalla famiglia ebrea d’origine.
Divenuto adulto, quanto di ebreo ebbe il sopravvento sulla parte egiziana e Mosè, come si legge in quel libro, dovette fuggire dall’Egitto, perché aveva ucciso un inserviente egiziano che angariava un lavoratore ebreo.
Dopo che Mosè fuggi in Madian, nel libro dell’Esodo, alla fine del secondo capitolo, si legge: “Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero.” (Esodo 2,23-25)

Inizia, quindi, il capitolo 3 che ci presenta Mosè ai piedi del monte Oreb e da un roveto, che ardeva senza consumarsi, gli parlava il Signore.
Tra le prime cose che gli disse il Signore mise in evidenza: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze.” (Esodo 3,7)
Chi aveva gridato e stava gridando verso Dio?
Certamente il popolo sofferente, tra cui non sono da dimenticare i neonati ebrei uccisi per ordine del Faraone, neonati che se avessero potuto parlare avrebbero mandato grida fisiche al Signore che comunque le sente egualmente, perché la voce del loro sangue sale a lui dal suolo.
Viene, infatti, alla mente quanto dice il libro del Genesi su Abele ucciso da Caino e sul grido che pur da morto sale perenne al Signore.
In quella occasione, infatti, il Signore, nel redarguire Caino, gli disse: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto…” (Genesi 4,10s)
Caino è così da esempio a come il male, operando nell’uomo, porta alla morte.
Aveva Dio maledetto il serpente in Genesi 3,14, e in Genesi 4,10s aveva maledetto Caino; ne consegue che maledetto è pure il Faraone essendo una rappresentazione dell’incarnazione del male.
Caino agricoltore sta agli egiziani, coltivatori dei campi, come Abele pastore sta agli ebrei, allora allevatori di bestiame in esilio in Egitto.
C’è un passo del libro della Sapienza che collega la voce di bambini all’evento del momento della nascita del popolo d’Israele, vale a dire quando uscì dalle acque del Mar Rosso: “Fece loro attraversare il Mar Rosso e li guidò attraverso acque abbondanti; sommerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso. Per questo i giusti depredarono gli empi e celebrarono, o Signore, il tuo nome che è santo, e lodarono concordi la tua mano che combatteva per loro, perché la sapienza aveva aperto la bocca dei muti e aveva reso chiara la lingua dei bambini.” (Sapienza 10,18-21)

Rashi ben Eliezer, Rabbino francese dell’XI secolo d.C., uno dei più famosi commentatori medievali della Tanak, o Bibbia ebraica, “padre” di tutti i commentari talmudici, parla dello zaffiro che fa da sgabello a Dio sul suo trono nei cieli, quello che è così descritto: “Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffìro, limpido come il cielo” (Esodo 24,10) versetto che i testi ebraici, (es. Esodo Shemot edizione Avishay Namdar da Mamash 2010) traducono in questo modo “Videro il Dio d’Israele, sotto i suoi piedi vi era qualcosa di simile a un mattone di zaffiro e dall’aspetto limpido come quello del cielo.”
Il Rashi riferisce il “midrash” che racconta di una donna ebrea incinta che, percossa mentre lavora dall’aguzzino abortisce e il feto di questa donna cade nel fango ove viene impastato per fare mattoni, ma accade che l’Angelo porta il mattone dinanzi a Dio e il Signore lo tiene sempre presente, a sgabello dei suoi piedi, onde nelle ore più dure dell’esilio e della sofferenza del popolo che ha eletto lo porta a decidere d’intervenire.


Il profeta Osea collega con le seguenti parole l’evento dell’elezione di Israele a figlio da parte di Dio: “Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.” (Osea 11,1)

Dio, poi, quando abbandona Israele per punizione è solo per un tempo, come s’evince ad es. da Lamentazioni 2,1 “…il Signore ha oscurato nella sua ira la figlia di Sion! Egli ha scagliato dal cielo in terra la gloria di Israele. Non si è ricordato dello sgabello dei suoi piedi nel giorno del suo furore.”
Quello sgabello per IHWH perciò è il ricordo per Israele, lo reca con sé anche quando trasferisce la sua Shekinah nell’Arca della Testimonianza e nel Tempio di Gerusalemme:

  • 1Cronache 28,2 – “Davide si alzò in piedi e disse: Ascoltatemi, miei fratelli e mio popolo! Io avevo deciso di costruire una dimora tranquilla per l’arca dell’alleanza del Signore, per lo sgabello dei piedi del nostro Dio.”
  • Salmo 99,5 – “Esaltate il Signore nostro Dio, prostratevi allo sgabello dei suoi piedi, perché è santo.”
  • Salmo 132,6s – “Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata, l’abbiamo trovata nei campi di Iàar. Entriamo nella sua dimora, prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.”

Il feto di quel “midrash” impastato nel fango, il milite ignoto d’Israele, reso glorioso con i colori dello zaffiro, era certamente muto, ma la sua voce era comunque eloquente per Dio che decise d’intervenire per la liberazione suscitando come guida il profeta Mosè.
L’evento della liberazione col miracolo dell’apertura del Mar Rosso all’ordine di Mosè era però anche l’avviso di una liberazione più radicale, quella dell’umanità tutta intera dalla schiavitù nei riguardi del male, liberazione che avverrà definitivamente e una volta per tutte, per la quale lo stesso Dio aveva deciso di mandare suo Figlio, l’Unigenito.
Il Messia bambino, Figlio di Dio, che si salvò come Mosè dalla strage dei primogeniti che il re Erode, altra personificazione del male, secondo il Vangelo di Matteo 2,13-18, aveva fatto attuare a Betlemme nei confronti dei bambini maschi di due anni in giù, fu poi per incitazione del maligno ucciso sulla croce.
Ecco che quello sgabello aveva ora una valenza maggiore agli occhi di Dio.
La lettera agli Ebrei coglie questa tensione quando dice: “Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele.” (Ebrei 12,22-24)

Al proposito di questa citazione sui primogeniti della lettera agli Ebrei, nel mio articolo “La risurrezione dei primogeniti“, col metodo dei segni di cui in “Parlano le lettere” che rispecchia i criteri annunciati in “Decriptare le lettere parlanti delle Sacre Scritture ebraiche“, ed alla cui lettura rimando, dai versetti del Capitolo 22 della Genesi relativi al “Sacrificio d’Isacco” opportunamente decriptati ho portato alla luce un evento relativo ai primogeniti sacrificatisi per salvare il popolo in occasione dell’inseguimento da parte del Faraone con i suoi carri all’uscita dall’Egitto.
Torno a quella parte del versetto Esodo 24,10 che gli ebrei traducono …un mattone di zaffiro e dall’aspetto limpido come quello del cielo e riporto le lettere esatte usate in ebraico e la loro traslitterazione col nostro alfabeto:



libenat hassaffir vukeoe’soem hasshamaim latohar.

Ora, quel libenat sposta subito il pensiero a:

“del Potente il Figlio crocifisso .”

Ecco che evidentemente gli antichi cultori cristiani della parola potevano aver colto, come sembrano provare quei versetti Ebrei 12,22-24, quella tensione profetica sui primogeniti che gli ebrei avevano sintetizzato in quel midrash che ricorda anche la voce che proviene dal sangue di Abele.
Dio, alla sofferenza dei primogeniti ebrei morti a causa della vessazione del Faraone rispose, prima con la decima piaga, quella dei primogeniti e con la liberazione del popolo, poi ha inviato il Figlio e ora tiene sempre presente, in anologia al “midrash” di quel mattone di zaffiro, le sofferenze del sacrificio del proprio Figlio per la salvezza finale dell’uomo.
Quel versetto Esodo 24,10 l’ho riportato decriptato assieme a tutto il capitolo Esodo 24 nel mio articolo il “Ritorno al Sinai“, e riguarda proprio la redenzione e rigenerazione dell’umanità.

Esodo 24,10 – E saranno alla vista portati dell’Unico, il Crocefisso che Dio del mondo era, sarà stato a risorgerne i corpi. La maledizione ha portato con la croce a strappar via dai corpi. Con la fuga del serpente sarà stato a riportare la rettitudine in seno. Per la risurrezione uscirono del Potente figli. Nel Crocefisso entrarono nel foro. Nel Verbo furono nel corpo e così vedranno salirsi vivi dal mondo al cielo. Il Potente per amore li ha rigenerati.

Il Salmo 110, ricordato da Gesù nel Vangelo di Matteo 22,31-46, relativo all’investitura con lo scettro sacerdotale del Messia, prevede di sostituire quello sgabello con l’emblema dei nemici del Messia stesso e recita: “Oracolo del Signore al mio signore: Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi. Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: domina in mezzo ai tuoi nemici!

San Paolo in 1Corinzi 15 sintetizza poi il nemico in una parola sola, con il risultato dell’opera del demonio, ossia la morte, che sarà messa sotto i piedi del Messia: “Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa.” (1Corinzi 15,20-27)

C’è poi un altro episodio sulla vita di Mosè, questa volta su Mosè bambino, narrato in un “midrash”.
Questi, dopo che fu abbandonato in una cesta sul Nilo, come racconta il libro dell’Esodo al capitolo 2, fu raccolto ed adottato dalla figlia del Faraone e fu educato come un principe egiziano, ma la vera madre lo poté allattare e svezzatolo: “…lo condusse alla figlia del Faraone. Egli divenne un figlio per lei…” (Esodo 2,10b)
Più libri del Talmud riportano tradizioni su Mosè (Shemoth Rabbà, Sefer ha jasha, Divrè ha jamim le Moshè Rabbènu) ove si trova anche quel racconto ripreso pure da Giuseppe Flavio in Antichità giudaiche, racconto che riporto in modo sintetico:

“Il Faraone sta pranzando con la moglie e la figlia ha in braccio Mosè che ha l’età di tre anni e questi stende la mano, prende la corona dalla testa del re e se la mette o la fa cadere. Per un sapiente presente Mosè merita la morte perché l’atto profetizza un attentato al trono, ma altri sostengono che il bimbo non sapeva quel che faceva. Per dirimere la questione si decide di verificare se Mosè ha la capacità di intendere e gli vengono posati davanti due bracieri, uno con carboni ardenti ed uno con pietre preziose. Un angelo devia la mano di Mosè che prende un tizzone, lo porta alla bocca, si brucia la lingua e diviene balbuziente. Ecco perché parlava il fratello Aronne.”

Vittoria Ligari XVIII secolo – Mosè fanciullo calpesta la corona del Faraone


Quel “midrash” in effetti tenta di chiarire perché Mosè ebbe a dire a Dio: “…sono impacciato di bocca e di lingua.” (Esodo 4,10)
Questo Mosè, che già da bambino si oppose al male, pur se colpito nella carne, sarà poi in grado di parlare chiaramente al Faraone come, di fatto, fa in Esodo 4,10 e in Esodo 6,12-30.
Il redentore, il Messia, quindi, come Mosè, strumento di Dio per liberare dal Faraone, sarà a contrastare il male sin da bambino.
Nella sua prima venuta, infatti, sarà un fanciullo di Dio che libererà alla fine l’umanità dal male: “Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.” (1Corinzi 1,25)

L’amore ha spinto Dio, grande e misericordioso, a farsi piccolo.
Il Natale ci dice che Dio si è abbassato, si è umiliato (Filippesi 2,8).
È nato per noi, un bambino deposto nella mangiatoia della stalla di Betlemme; l’Emmanuele, Dio con noi, della profezia di Isaia “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”. (Isaia 7,14)

Benedetto XVI nell’udienza del 23.12.2009 ricorda con queste parole che a Natale Dio si fa bambino inerme, per essere liberamente accolto nel cuore dell’uomo: “l’intensa atmosfera del Natale si è sviluppata nel Medio Evo grazie a san Francesco. Il suo biografo, Tommaso da Celano, racconta che celebrava con ineffabile premura il natale del Bambino Gesù e che la chiamava festa della feste. Da questa visione del mistero dell’Incarnazione ebbe origine la rappresentazione del Natale a Greccio. Ciò che animava Francesco era il desiderio di sperimentare in maniera attuale l’evento della nascita e comunicare la gioia a tutti. Il presepe è la tradizione natalizia più bella. Greccio ha donato alla cristianità l’intensità e la bellezza della festa del Natale, e ha educato il popolo di Dio a coglierne il messaggio più autentico, il particolare calore, e ad amare ed adorare l’umanità di Cristo. Tale particolare approccio al Natale ha offerto alla fede cristiana una nuova dimensione. La Pasqua aveva concentrato l’attenzione sulla potenza di Dio che vince la morte, inaugura la vita nuova e insegna a sperare nel mondo che verrà. Con san Francesco e il suo presepe venivano messi in evidenza l’amore inerme di Dio, la sua umiltà e la sua benignità, che nell’Incarnazione del Verbo si manifesta agli uomini per insegnare un nuovo modo di vivere e di amare. Grazie a san Francesco, il popolo cristiano ha potuto percepire che a Natale Dio è davvero diventato l”Emmanuele’, il Dio-con-noi, dal quale non ci separa alcuna barriera e alcuna lontananza. In quel Bambino, Dio è diventato così prossimo a ciascuno di noi, così vicino, che possiamo dargli del tu e intrattenere con lui un rapporto confidenziale di profondo affetto, così come facciamo con un neonato. Nel Natale, Dio viene senza armi, senza la forza, perché non intende conquistare, per così dire, dall’esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall’uomo nella libertà; Dio si fa bambino inerme per vincere la superbia, la violenza, la brama di possesso dell’uomo. In Gesù, Dio ha assunto questa condizione povera e disarmante per vincerci con l’amore e condurci alla nostra vera identità. La sua condizione di bambino, inoltre, ci indica come possiamo incontrare Dio e godere della Sua presenza. È alla luce del Natale che possiamo comprendere le parole di Gesù: Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Chi non ha capito il mistero del Natale, non ha capito l’elemento decisivo dell’esistenza cristiana. Chi non accoglie Gesù con cuore di bambino, non può entrare nel regno dei cieli: questo è quanto Francesco ha voluto ricordare alla cristianità del suo tempo e di tutti tempi, fino ad oggi. Preghiamo il Padre – ha concluso il Papa – perché conceda al nostro cuore quella semplicità che riconosce nel Bambino il Signore, proprio come fece Francesco”.

L’ultimo libro degli scritti del Nuovo Testamento, il libro dell’Apocalisse, ci presenta, infine, la lotta degli ultimi tempi, contro Gog e Magog (Apocalisse 20,7), con il segno di una donna che partorisce il figlio per il combattimento finale contro il male: “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono.” (Apocalisse 12,1-5)

GESÙ E I BAMBINI
Gesù ha una predilezione per i bambini e li accoglie con grande tenerezza.
Al riguardo è memorabile il detto di Gesù che, indipendentemente dalle varianti di traduzione, è “lasciate che i bambini vengano a me!”
Tale apoftegma di Gesù si trova nei tre i Vangeli sinottici – Matteo 19,14, Marco 10,14 e in Luca 18,16 – con alcune aggiunte chiarificatrici:

  • Matteo 19,13-15 – “Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. Gesù però disse: Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli. E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.”
  • Marco 10,13-16 – “Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.”
  • Luca 18,15-17 – “Gli presentavano anche i bambini piccoli perché li toccasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. Allora Gesù li chiamò a sé e disse: Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite; a chi è come loro, infatti, infatti, appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come l’accoglie un bambino, non entrerà in esso.”

Tre su tre sostengono che a chi è come un bambino appartiene il regno di Dio ed a ragione perché Dio desidera che torniamo all’innocenza della fanciullezza delle origini del periodo felice tra la creazione e la caduta.
Sui bambini di questo mondo vi sono tanti luoghi comuni generalmente esaltati, quali la semplicità, la spontaneità, la credulità, oltre l’innocenza.
I bambini da sempre sono, infatti, associati al concetto d’innocenza per l’assenza in genere di peccati o mancanze volontarie.
Sono quindi persone su cui il cambiamento di vita e l’opera di conversione non comporta la necessità d’espletare una grande demolizione, ma solo un corretto cammino di crescita, ma soprattutto un cambiamento di stato.
Pur se tutte quelle qualità non fossero luoghi comuni, ma come le attendiamo, occorre comunque pur sempre che su di essi s’esplichi l’opera salvifica del Redentore nei riguardi del maligno per cancellare gli effetti negativi nelle loro anime visto che il tentatore è sempre pronto ad avventarsi su ogni essere umano, quindi anche sui bambini e nonostante la loro “innocenza”, infatti, hanno comunque effetto su di loro morte e malattie che sono attribuite alla corruzione causata dalla condizione di peccato.
Si pensi ad esempio ai racconti della risurrezione di bambini da parte di Gesù:

  • della figlia di un capo della sinagoga, “Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E se ne sparse la fama in tutta quella regione.” (Matteo 9,23-26)
  • del figlio giovinetto della vedova di Nain, “In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: Non piangere! Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: Ragazzo, dico a te, alzati! Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: Un grande profeta è sorto tra noi, e Dio ha visitato il suo popolo.” (Luca 7,11-16)

In definitiva il peccato originale opera comunque in loro!
Ed ecco che nei Vangeli ai bambini Gesù impone le mani a gesto di protezione dal nemico nell’attesa della vittoria finale che dovrà ottenere sul male.
L’articolo 1502 del Catechismo della Chiesa Cattolica sottolinea, infatti, che la malattia è connessa al male ed al peccato.
“L’uomo dell’Antico Testamento vive la malattia di fronte a Dio. È davanti a Dio che egli versa le sue lacrime sulla propria malattia (Salmo 38); è da lui, il Signore della vita e della morte, che egli implora la guarigione (Salmo 6,3; Isaia 38). La malattia diventa cammino di conversione (Salmo 38,5; 39,9.12) e il perdono di Dio dà inizio alla guarigione (Salmi 32,5; 107,20; Maccabei 2,5-12). Israele sperimenta che la malattia è legata, in un modo misterioso, al peccato e al male, e che la fedeltà a Dio, secondo la sua Legge, ridona la vita: ‘Perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!’; (Esodo 15,26) Il profeta intuisce che la sofferenza può anche avere un valore redentivo per i peccati altrui (Isaia 53,11). Infine Isaia annuncia che Dio farà sorgere per Sion un tempo in cui perdonerà ogni colpa e guarirà ogni malattia (Isaia 33,24).”

Sulla croce, Cristo ha preso su di sé tutto il peso del male ed ha tolto il “peccato del mondo” (Giovanni 1,29) di cui la malattia è una conseguenza.
A rafforzare il pensiero che anche sui bambini opera,il demonio si trovano nei Vangeli episodi di bambini indemoniati:

  • “Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ed egli le disse: Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. Ma essa replicò: Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli. Allora le disse: Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia. Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.” (Marco 7,24-30 e Matteo 15,21-28)
  • Disse a Gesù “…uno della folla: “Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti. Egli allora in risposta, disse loro: O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me. E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. Gesù interrogò il padre: Da quanto tempo gli accade questo? Ed egli rispose: Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci. Gesù gli disse: Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede. Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: Credo, aiutami nella mia incredulità. Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: Spirito muto e sordo, io te l’ordino, esci da lui e non vi rientrare più. E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: È morto. Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.” (Marco 9,17-27; Matteo 17,14-21; Luca 9,37-42)

Marco e Luca, a modo di spiegazione, in quei versetti ove Gesù dice “Lasciate che i bambini vengano a me” aggiungono: “chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”.

Che vantaggio ha un bambino rispetto all’adulto?
Quelli appena nati certamente non hanno trasgressioni personali e quindi non hanno malizia, ipocrisie e gelosie come ben considera la lettera 1Pietro 2,1-3: “Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore”.

Semplicità, fiducia per i genitori, disponibilità alla gioia, mancanza di ideologie preconcette, il prendere tutto con radicalità, sono tutte qualità in genere riconosciute nei bambini che sono a favore se tali qualità vengono a suscitarsi in chi è chiamato a seguire Gesù nel suo cammino per condurli al Padre.
I bambini non sanno giudicare e ciò è un bene e un male, dipende da chi incontrano; infatti, dice San Paolo: “Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi. Quanto a malizia, siate bambini, ma quanto a giudizi, comportatevi da uomini maturi.” (1Corinzi 14,20)

Per contro, da bambino si conosce in maniera imperfetta: “Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. (1Corinzi 13,10-12)

Sta il fatto che, il bambino non incontra Cristo, diventerà facilmente preda dello spirito del mondo: “Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore.” (Efesini 4,14)

I bambini non sono in grado di conoscere il buono e il cattivo, onde sono in vantaggio se conoscono il bene senza aver conosciuto il male, sono terra buona in cui non vi è ancora seme cattivo.
L’uomo adulto ha bisogno di cibo solido, ma al bambino basta il latte spirituale non ha necessità di compiere opere, ma solo di crescere nel bene se fosse già in quella via:

“…siete diventati lenti a capire. Infatti, voi che dovreste essere ormai maestri per ragioni di tempo, avete di nuovo bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi degli oracoli di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Ora, chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido invece è per gli uomini ‘fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo’.” (Ebrei 5,11-14)

DISCEPOLI COME BAMBINI
Dalla lettura dei Vangeli emerge con evidenza che per Gesù i “piccoli” non sono solo i bambini, ma ogni discepolo, che chiamato a seguirlo, si fa piccolo e povero in spirito per accogliere nel proprio cuore il regno di Dio e convertirsi alla buona notizia del suo amore.
In definitiva per accogliere il Vangelo occorre essere come i bambini che accettano di venire educati e di dover ancora imparare, il che non sta a significare di dover essere infantili, ma implica la considerazione di fondo di non essere orgogliosi, sicuri di conoscere tutto della vita e d’essere già in possesso della verità, ma farsi umile e seguire il cammino che prepara il Cristo giorno per giorno.
Essere bambini per il Vangelo significa, infatti, aver bisogno degli altri, in primis di Dio e della sua Parola.
Il diventare come bambini di Cristo vuol dire dipendere in tutto e per tutto da Cristo per entrare nel Regno dei cieli e di non confidare sulle proprie buone opere essendo colmi di una sola certezza: non possiamo salvarci da soli.
Hanno i bambini, discepoli di Cristo, ancora tutto da ricevere.
Si stupiscono e corrono dietro alla felicità.
Conducono con sé altri che divengono bambini come loro.
Si rallegrano per la gioia che c’è nel mondo.
Non si associano al male e s’impegnano nell’annuncio gioioso del Kerigma.
Non si può andare alla sequela di Gesù con animo doppio e subdolo, per fare carriera o per poi primeggiare, ma è da seguirlo con spirito mite, abbandonando lo spirito di questo mondo.
Chiunque poi venisse a ostacolare una tale sequela risulta essere una pietra di scandalo per quel piccolo discepolo.

Ecco che Gesù si rivolge con parole dure a chi ha animo doppio e a chi si frappone al cammino di conversione dei suoi seguaci, infatti:
“…i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno de cieli? Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli e chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.” (Matteo 18,1-6)

Nel prosieguo di quella stessa pagina di Vangelo si comprende bene che quei piccoli in effetti sono i semplici che si sono convertiti a lui e lo considerano suo pastore, infatti, ecco che subito dopo vien fuori la parabola della pecora perduta: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. È venuto infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto. Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.” (Matteo 18,10-14)

Nei paralleli di Marco e Luca, invece, non si parla di chi provoca scandalo ai piccoli, ma è contrastata l’idea distorta che può insorgere nei seguaci di Gesù di tentare di comandare sugli altri.
È là invece esaltato il servizio.
Il comandare sugli altri e il primeggiare richiamano alla mente l’agire per innalzarsi, atto caratterizzante “il serpente” che “era il più astuto” “a’rum” , ossia che “agisce per l’alto “, descritto in Genesi 3,1, personificazione del demonio il quale, spezzando le lettere di quel “a’rum” in altro modo, si comprende che, in effetti, “da nemico si porta dei viventi “.
Gesù è ben attento che uno spirito del genere non inquini i rapporti tra i suoi discepoli, infatti, basta ricordare:

  • Luca 9,46-48 – “Frattanto sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande“.
  • Marco 9,33-37 – “Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: Di che cosa stavate discutendo per la strada? Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato.”

Il concetto del servizio è ribadito da Gesù anche quando disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve.” (Luca 22,25s)

Qui piccoli sono i suoi discepoli e chi li accoglie è come accogliesse lui stesso:

  • Matteo 25,40 e 45 – “Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”
  • Matteo 10,40-42 – “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Zaccaria nel cantico del Benedictus disse di suo figlio Giovanni: “E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade…” (Luca 1,76)

Dall’inizio di quella predicazione, ossia dal battesimo di Gesù nel Giordano, il Regno dei Cieli subisce violenza, nel senso che lo Spirito, la “colomba” , “Jonah” che in ebraico ha le stesse lettere di “violenza”, si abbatte con violenza su coloro che seguono Gesù che apre l’accesso a quel Regno e questi discepoli i nuovi bambini di Dio, sono così diventati “violenti”, vale a dire pieni di uno spirito nuovo.

“In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono.” (Matteo 11,11s)

L’idea è ripetuta con parole diverse in Luca richiamando ancora la predicazione dei bambini, quella del Battista, a base di pianti e contrizioni, e quella di Gesù e dei suoi discepoli con l’annuncio gioioso della Buona Notizia.

“Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. Tutto il popolo che lo ha ascoltato, e anche i pubblicani, hanno riconosciuto la giustizia di Dio ricevendo il battesimo di Giovanni. Ma i farisei e i dottori della legge non facendosi battezzare da lui hanno reso vano per loro il disegno di Dio. A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!” (Luca 7,28-32)

EBRAICO – BAMBINI, FANCIULLI, PICCOLI
Nel libro delle “Confessioni” di Sant Agostino ho trovato questi pensieri sulla fanciullezza che sono importanti per il tema che sto trattando:
“Ascolta, Dio… nessuno innanzi a te è mondo di peccato, neppure il bimbo, che ha un giorno solo di vita sulla terra? …Qual era dunque il mio peccato di allora? Forse l’avidità con cui cercavo piangendo le poppe? Se oggi facessi altrettanto, cercando avidamente non più le poppe, s’intende, ma il nutrimento conveniente alla mia età, mi farei deridere e riprendere a buon diritto. Ossia, a quell’età commettevo atti riprovevoli, ma, poiché non avrei potuto comprendere i rimproveri, si evitava, come fanno tutti ragionevolmente, di rimproverarmi. Tanto è vero, che noi estirpiamo ed eliminiamo quei difetti durante la crescita, e non ho mai visto nessuno gettar via deliberatamente il buono mentre vuole estirpare il cattivo. O forse erano anche quelle azioni buone, in rapporto all’età: le implorazioni, cioè, con cui chiedevo piangendo persino doni nocivi, le aspre bizze contro persone di libera condizione e di età più grave della mia, che non si assoggettavano alla mia volontà; gli sforzi per colpire con tutte le mie forze chi mi aveva dato la vita e molte altre persone più prudenti di me, che non ubbidivano ai miei cenni, percuotendole perché non eseguivano certi ordini che si sarebbero eseguiti con mio danno? Dunque l’innocenza dei bambini risiede nella fragilità delle membra, non dell’anima. Io ho visto e considerato a lungo un piccino in preda alla gelosia: non parlava ancora e già guardava livido, torvo, il suo compagno di latte. È cosa nota, e le madri e le nutrici pretendono di saper eliminare queste pecche con non so quali rimedi; ma non si può ritenere innocente chi innanzi al fluire ubertoso e abbondante del latte dal fonte materno non tollera di condividerlo con altri, che pure ha tanto bisogno di soccorso e che solo con quell’alimento si mantiene in vita. Ciò nonostante si tollerano con indulgenza questi atti, non perché siano inconsistenti o da poco, ma perché destinati a sparire col crescere degli anni. Lo prova il fatto che gli stessi atti, sorpresi in una persona più attempata, non si possono più tollerare con indifferenza… Se… sono stato concepito nel peccato e nel peccato mia madre mi ha allevato nel suo utero, dove mai, mio Dio, dove mai, e quando, Signore, io, tuo servo, sono stato innocente?” (Confessioni I.7)
Sì, nei bambini è attivo, senza freni inibitori, l’istinto animale di conservazione e tutti lo danno per scontato, ma ciò è segno di irrazionalità, quindi di stoltezza, e tutto ciò che è imperfetto viene dal negativo e deve essere corretto.
Il libro dei Proverbi, come del resto abbiamo visto Sant Agostino, pare avere un’idea non convenzionale e per nulla buonista verso i fanciulli.
Conclamata esperienza è che i fanciulli, senza un tutore con una attenta correzione, sono propensi alla stoltezza; lo dice anche il libro dei Proverbi: “La stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l’allontana da lui.” (Proverbi 22,15)

Ho analizzato le lettere ebraiche di questo versetto che sono molto eloquenti.



Il versetto, decriptato col mio metodo, reca una profezia sul Messia.

“Inizia a portarsi del serpente la fine . Abbattuto bruciato si porta Raab dai cuori . Di fanciulli si riaccendono dentro i cuori . A vivere sono portati in pienezza nel corpo (del Messia). È dal corpo (di questi) la vita (nuova) riversata . L’energia esce dalle acque (del battesimo); la vita angelica reca .

Fanciullo, ragazzo, giovane, lì è “naa’r” ossia “ha energia che agisce nel corpo “, o anche “l’angelo (ribelle) agisce nel corpo “.

Era stato evidentemente considerato che ci fosse stato un intervento alle origini che aveva segnato l’uomo, onde impediva ai fanciulli la comunione.
Questi, in effetti, hanno in loro spinto al massimo l’egocentrismo che diviene patologico negli autistici.
La prima parola di quel versetto, “‘ivoeloet” “stoltezza” , scritta con le lettere ebraiche, è, infatti, rivelatrice.
Spezzata, leggendola lettera per lettera, tra l’altro, ‘ivoeloet “stoltezza” informa: “dalle origini si porta del serpente il segno “.
Se tale segno o impronta venisse tolta, ogni uomo si troverebbe nella condizione di fanciullo, vale a dire d’essere terra vergine su cui Cristo può radicare e far frutto.
Sono, infatti, da ricordare le considerazioni di Dio secondo il libro della Genesi al momento e subito dopo il diluvio:

  • Genesi 6,5 – “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre.”
  • Genesi 8,21s – “Il Signore ne odorò il profumo gradito e disse in cuor suo: Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto. Finché durerà la terra…”

Consideriamo ora altre parole in ebraico che indicano bambini, fanciulli e lattanti per vedere se la lettura con le lettere può ulteriormente contribuire a fornire delle idee.
Ho già spezzato col mio metodo le parole ebraiche di “na’ar” “fanciullo, ragazzo” e di “qaten” “piccolo”.
Queste due parole, peraltro, si trovano associate nella profezia di Isaia “e un piccolo fanciullo (qaten na’ar ) li guideràIl lattante (ioneq ) si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino (gamol ) metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.” (Isaia 11, 6.8)

Ora, “qaten” se è da solo può avere una lettura ambigua, “versa nel cuore l’energia “, perché l’attore che versa può essere sia l’angelo ribelle, sia il Messia che finalmente con la sua venuta può rispondere al maligno con la legge che solo per il demonio è stata preparata: “…occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido”. (Esodo 21,24s)

Le parole “qaten” e “na’ar” associate proprio in quella profezia di Isaia 11,8 riguardano la vittoria del Messia e danno luogo a questo pensiero:

“dell’angelo nemico rovescerà dai cuori l’energia “.

In quello stesso versetto per bambino poi si trova “gamol” “slattato, divezzato”, dal radicale e la lettura con i segni tra l’altro dice che: “anche bastonerà il serpente ” il quale “fuggirà reciso ()“.

È da tener poi conto del termine “ioeloed” che nella Tenak si trova tante volte per “figlio, fanciullo”, come in Genesi 21,8: “Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato.”

Viene dal radicale di “partorire, generare”.
Il femminile è “ileddah” , il plurale “ieladei” (esempio:. Genesi 30,26) e “ieladiim” (esempio: Isaia 57,5) da cui discende anche il termine “gioventù” “ialedot” .

Ricordo in particolare i due versetti di Isaia 57,4 e 5 ove si trovano quei termini: “Di chi vi prendete gioco? Contro chi allargate la bocca e tirate fuori la lingua? Non siete voi forse figli (“ieladei” ) del peccato (“poesha’” ), prole bastarda? Voi, che spasimate fra i terebinti, sotto ogni albero verde, che sacrificate (“shechatei” ) bambini () nelle valli, tra i crepacci delle rocce.”

Figli del peccato “è il serpente a sbarrare l’esistenza col peccato ” e per contrappasso “sarà al serpente impedita l’esistenza “; da chi?
“Dal Verbo che bruciarlo si vedrà “.

Sacrificate bambini “per i risorti dalla tomba l’amore sarà la forza della rinascita () per riessere viventi “.

Ecco, allora, che gioventù “ialedot” si presta a suggerire “fu il serpente essere impuro () a segnarli “; per contro “sarà il Potente l’essere impuro () a finire “.

Torniamo poi al Salmo 8 in cui al versetto 3 si trovano “bimbi o bambini” “o’lelim” e dei lattanti “ioneqim” :

Salmo 8,3 – “Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli.”

In ebraico il testo è il seguente:




Dal vocabolario ebraico si ricava che al singolare “bambino” è “u’l” , (usato ad esempio anche in Lamentazioni 2,20 e Salmo 17,1) ma quelle stesse lettere con altre vocali se lette “a’vaul” o “a’voel” danno luogo rispettivamente al significato di “malvagio, perverso” ed “iniquità, ingiustizia”, che si può spiegare come causata dal “peccare () del serpente “.

Ecco che il detto di Gesù in Matteo 18,3: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” assume un’altra valenza, proprio pensando a quelle lettere .

In definitiva, per salvare la sostanza, cioè l’uomo, occorre una conversione, che consiste nel passare dall’essere malvagio “a’vaul” a bambino “u’l” , vale a dire se da malvagi non diventerete semplicemente bambini non potrete entrare nel Regno, insomma occorre togliere la malvagità, insomma occorre che il Messia vinca il serpente nemico.
Dobbiamo, infatti, tornare alla parola del Salmo 8 che spezzata con le solite regole fornisce il pensiero che “in azione a recare la potenza il Potente sarà nei viventi .”
Le lettere inoltre di “lattanti” “ioneqim” portano a pensare al lattante per eccellenza, al bambino Gesù, in cui s’è incarnato Dio stesso che:

  • “sarà , recandosi , l’angelo (ribelle) a rovesciare dall’esistenza dei viventi “,
  • “la colomba () o Spirito Santo a rovesciarsi sarà sui viventi .

Nell’articolo “La Donna che annuncia gli ultimi tempi” ho, tra l’altro, presentato decriptato l’intero Salmo 8, il versetto 3 ci parla proprio di Gesù allattato dalla madre.
Presento qui la dimostrazione del decriptato di quel versetto 3.

Salmo 8,3 – Nella madre il Verbo sarà in azione a recare la potenza . Dal Potente sarà tra i viventi a recarsi . Sarà a recare l’energia a riversare nei giorni riempiendo il corpo di una prescelta . Si vedrà da questa guizzare dal seno (). L’energia giù porterà in un corpo . Dal corpo sarà di una sposa alla luce in una famiglia che sarà stato a scegliere . Nel primogenito si porterà . Sarà dentro a portarsi in un uomo ; l’allatterà () la madre .

Vi è, infine, un ulteriore modo in ebraico per definire “figliolanza piccola, fanciulli, bambini di ambo i generi” ed è “tap” , come in Genesi 34,29 ove dice “Portarono via come bottino tutte le loro ricchezze, tutti i loro bambini e le loro donne e saccheggiarono quanto era nelle case” e così pure ad esempio in Genesi 43,8 e 45,19 e 46,5 ecc. come in Esodo 10,10.

È così evidente che le lettere ebraiche di “tap” suggeriscono che sono gli “amati dal Verbo “, come del resto è fatto evidenziare dai Vangeli. Il Verbo ama gli uomini di un amore viscerale, molto più di quanto una mamma possa amare il proprio bambino, infatti, al riguardo, dopo il II Canto del Servo del Signore, dice il profeta Isaia “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me.” (Isaia 49,15s)

ISAIA 49,12-26 DECRIPTAZIONE
In “Visione su Abele, il pastore gradito al Signore” ho presentato, tra l’altro, decriptato quel II Canto del Servo di Isaia 49,1-11 ed, ora, completo quella decriptazione con il resto del capitolo 49 dal versetto 12 al 26.

Testo C.E.I.
Isaia 49,12 – Ecco, questi vengono da lontano, ed ecco, quelli vengono da settentrione e da occidente e altri dalla regione di Sinìm.

Isaia 49,13 – Giubilate, o cieli, rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri.

Isaia 49,14 – Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”.

Isaia 49,15 – Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.

Isaia 49,16 – Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me.

Isaia 49,17 – I tuoi figli accorrono, i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te.

Isaia 49,18 – Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si radunano, vengono a te Com’è vero che io vivo – oracolo del Signore – ti vestirai di tutti loro come di ornamento, te ne ornerai come una sposa.

Isaia 49,19 – Poiché le tue rovine e le tue devastazioni e la tua terra desolata saranno ora troppo stretti per i tuoi abitanti, benché siano lontani i tuoi divoratori.

Isaia 49,20 – Di nuovo ti diranno agli orecchi i figli di cui fosti privata: Troppo stretto è per me questo posto; scostati, perché possa stabilirmi.

Isaia 49,21 – Tu penserai: Costoro, chi me li ha generati? Io ero priva di figli e sterile, esiliata e prigioniera, e questi, chi li ha allevati? Ecco, ero rimasta sola, e costoro dov’erano?

Isaia 49,22 – Così dice il Signore Dio: Ecco, io farò cenno con la mano alle nazioni, per i popoli isserò il mio vessillo. Riporteranno i tuoi figli in braccio, le tue figlie saranno portate sulle spalle.

Isaia 49,23 – I re saranno i tuoi tutori, le loro principesse le tue nutrici. Con la faccia a terra essi si prostreranno davanti a te, baceranno la polvere dei tuoi piedi; allora tu saprai che io sono il Signore e che non saranno delusi quanti sperano in me.

Isaia 49,24 – Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?

Isaia 49,25 – Eppure, dice il Signore: Anche il prigioniero sarà strappato al forte, la preda sfuggirà al tiranno. Io avverserò i tuoi avversari, io salverò i tuoi figli.

Isaia 49,26 – Farò mangiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori, si ubriacheranno del proprio sangue come di mosto. Allora ogni uomo saprà che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore, il Potente di Giacobbe.

Decriptazione
Isaia 49,12 – Nel mondo per l’angelo (Lucifero) uscì la maledizione dell’amarezza. Dall’assemblea portò a vomitarlo da dentro l’Unico, ma recati dal mondo lamenti l’Unico il boccone delicato giù della Parola portò ad abitare dai viventi. (A Lucifero) fu da una Madre portata la maledizione con la vita del primogenito. Ricevettero benevolenza piena, inviata fu ai viventi.

Isaia 49,13 – Canti si portano in cielo. Portatosi in cammino è il Potente. È l’Unigenito in un corpo sceso. (Angeli) sono la Parola giù ad annunciare che partorita è stata dalla Madre. In un corpo l’energia al mondo retta esiste. La consolazione è uscita, portata in campo, si vede dai viventi portarsi e ha pietà dei suoi miseri.

Isaia 49,14 – Ha portato in una prescelta l’Unico a vivere nel corpo giù il suo Spirito (la Colomba). Si vede di Questi il Figlio. È il Signore. Ha portato dalla nube l’energia dell’Essere, la luce, la rettitudine, la grazia all’esistenza.

Isaia 49,15 – Al mondo finalmente sorse la virtù dell’Unico. Alla luce uscì in un bambino. Nel mondo vive la misericordia del Figlio. Dentro il Cuore ha inviato al mondo. In cammino vive per il maledetto alla fine bruciare con la rettitudine. La grazia al mondo reca. A scontrarsi un retto sarà col serpente delle origini. Con l’Unigenito risorge il vigore della rettitudine.

Isaia 49,16 – Al mondo l’energia per agire (contro) il serpente così con la Parola si è in vivente racchiusa. Riversata tutta è stata la virtù, portata in un uomo in cui è la retta energia da sorte per finirlo. I viventi sarà ad aiutare.

Isaia 49,17 – Ai viventi del mondo nel corpo reca il Figlio ad esistere la rettitudine. Nei viventi il distruttore sarà ad ardere nelle midolla. La lite è ad anelare. Piaghe è giù ad iniziare a recargli.

Isaia 49,18 – A sorgere l’Unigenito s’è convertito. Lo fu per le preghiere. Inviò l’esistenza retta. La portò in un corpo. L’energia fu in una sposa. Alla madre l’energia versò dentro. Giù si recò ad abitare nel corpo di una retta madre. Dell’Unico il Figlio inizia dai viventi a stare nel mondo. Reca al mondo la rettitudine ad esistere per tutti i viventi. La rettitudine dell’Eterno è stata tutta in un cuore in dono recata. Al termine (dei 9 mesi) in fasce è vivo dalla retta sposa.

Isaia 49,19 – Così a dimorare in una casa prescelta, che era di retti, si portò la luce a vivere dagli uomini. Sarà ad ardere in terra. Partorita in pienezza d’oppressione la rettitudine fu nel tempo del mondo. Completamente alle angustie fu dei viventi. Si è portato a stare in esilio, ad abitare si portò in un corpo. Di nascosto sorge a casa del serpente che vedrà che esiste la rettitudine.

Isaia 49,20 – Al peccare il “basta” l’Unico a vivere in un corpo ha recato. Dentro un primogenito da Questi inviato ò stato con la rettitudine il Figlio che sarà a bruciare il maligno; così del nemico serpente sarà ad uscire la putredine. Gli recherà un vivente in cammino un fuoco. Esce al serpente una forza, reca quel primogenito la risurrezione dentro al mondo.

Isaia 49,21 – Reca l’Unigenito all’essere ribelle la completa distruzione in casa. Per il pianto dei viventi è in un fanciullo il Potente. È venuto la maledizione a recargli con un primogenito. L’angelo (ribelle) sarà a privare di figli. Alla perversità dell’angelo (ribelle) il Potente in un vivente reca lo sbarramento. Esce a rivelarsi, si porterà dai degeneri. Per Lui il serpente uscirà dai viventi. È il destino al serpente inviato nella carne. A finire è il serpente il, il solo che fu maledetto. Gli escono guai dal Verbo nel mondo, gli escono da un vivente.
(Agli uomini, figli degeneri, perché ormai figli del serpente “razza di vipere” accadrà che “…ha dato potere di diventare figli di Dio” Giovanni 1,12)

Isaia 49,22 – Così esce l’Unigenito dei viventi alla vista (in quanto) giudicata è stata l’esistenza della perversità. Nel mondo da inviato esce da Donna, originato da Dio, in cammino portato agli esseri viventi, un forte sbarramento si è portato ad iniziare al serpente in azione in vita. È per i viventi la luce dell’esistenza in vita inviata in pienezza, si è portata al mondo. Da casa è stato dall’Unico portato il Figlio. È stato della rettitudine in una famiglia racchiuso giù il frutto. Inviata tutta è così dall’alto la rettitudine. Finalmente col volto la grazia sorge dell’Unico inviata al mondo.

Isaia 49,23 – E fuori si sono portati i re a stare dalla Madre dell’Unigenito. I Magi si sono così portati per la stella/luce che alle menti ha recato il segno (indi) sono usciti. Dalla Madre. era vivo a nutrirsi l’indicazione era così! Dell’Unico il Verbo era vivente in terra. Fu la stella/luce l’annuncio a recare a chi cammina li ha condotti a vedere il Verbo nel corpo. Col corpo a rivelare è la rettitudine che è il vigore così a riportare. Recata è alla conoscenza completa della retta esistenza. Ad incontrare è IHWH, uscito da Donna col corpo, al serpente nemico il fuoco porta. A rovesciarlo lo porterà dall’esistenza.

Isaia 49,24 – Nel mondo sono rovesciati nelle tombe i viventi in cui a scorrere ha recato il verme il serpente. Una fune nella prigione reca quel primogenito. Con la risurrezione dentro sarà a rialzarli; d’aiuto sarà a riversarla. C’è dal Potente per i viventi amore.

Isaia 49,25 – La rettitudine per spegnere il ribelle al mondo si porta. Esce nel cammino ai viventi alla luce. A casa di chi è in cammino dentro si porta col corpo. È per rovesciare le prigioni. Riportando la vita il serpente rovescerà e dalle strette del nemico è scesa la forza per liberare. A recare inizia la finale forte contesa per affliggerlo, Ad uccidere sarà l’avversario e verrà dal Figlio ad essere afflitto l’angelo (ribelle) dalla rettitudine che è dall’Unico recata da fuoco per spazzarlo.

Isaia 49,26 – E nel mondo ricomincia la rettitudine del Potente finalmente a riesistere. Viene ai viventi riportata l’energia. Sarà la rettitudine rivenendo nella carne la vita a riportare. Di rettitudine in pienezza si vede riempito un essere di sangue. Dai viventi è sorto l’Agnello e degli angeli reca ad esistere la conoscenza. E la sposa nella carne così è ad incontrare. È il Signore! Il salvatore, che la rettitudine reca. Il Redentore dal Padre è stato col corpo in azione versato da casa.

PROVERBI 22 – DECRIPTAZIONE
Del capitolo 22 dei Proverbi nel corso dell’articolo abbiamo considerato il versetto 22,15 di cui ho presentato la decriptazione.
Ritenendo di trovare altri spunti sul Messia ho affrontato anche la decriptazione dell’intero capitolo, 29 versetti e la presento qui di seguito.

Testo C.E.I.
Proverbi 22,1 – Un buon nome è preferibile a grandi ricchezze e la benevolenza altrui vale più dell’argento e dell’oro.

Proverbi 22,2 – Il ricco e il povero s’incontrano in questo: il Signore ha creato l’uno e l’altro.

Proverbi 22,3 – L’accorto vede il pericolo e si nasconde, gli inesperti vanno avanti e la pagano.

Proverbi 22,4 – Frutti dell’umiltà sono il timore di Dio, la ricchezza, l’onore e la vita.

Proverbi 22,5 – Spine e tranelli sono sulla via del perverso; chi ha cura di se stesso se ne tiene lontano.

Proverbi 22,6 – Indirizza il giovane sulla via da seguire; neppure da vecchio se ne allontanerà.

Proverbi 22,7 – Il ricco domina sul povero e chi riceve prestiti è schiavo del suo creditore.

Proverbi 22,8 – Chi semina ingiustizia raccoglie miseria e il bastone che usa nella sua collera svanirà.

Proverbi 22,9 – Chi è generoso sarà benedetto, perché egli dona del suo pane al povero.

Proverbi 22,10 – Scaccia lo spavaldo e la discordia se ne andrà: cesseranno i litigi e gli insulti.

Proverbi 22,11 – Chi ama la schiettezza del cuore e la benevolenza sulle labbra, sarà amico del re.

Proverbi 22,12 – Gli occhi del Signore custodiscono la scienza: in tal modo egli confonde le parole del perfido.

Proverbi 22,13 – Il pigro dice: C’è un leone là fuori: potrei essere ucciso in mezzo alla strada.

Proverbi 22,14 – La bocca delle straniere è una fossa profonda: vi cade colui che è in ira al Signore.

Proverbi 22,15La stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l’allontana da lui.

Proverbi 22,16 – Chi opprime il povero non fa che arricchirlo, chi dà a un ricco non fa che impoverirsi.

Proverbi 22,17 – Porgi l’orecchio e ascolta le parole dei sapienti, applica la tua mente alla mia istruzione:

Proverbi 22,18 – ti saranno piacevoli se le custodirai nel tuo intimo, se le terrai pronte sulle tue labbra.

Proverbi 22,19 – Perché sia riposta nel Signore la tua fiducia, oggi le faccio conoscere a te.

Proverbi 22,20 – Ecco, ho scritto per te trenta massime, in materia di consigli e di saggezza,

Proverbi 22,21 – perché tu sappia riferire in modo conveniente parole di verità e possa riportarle a quelli che ti mandano.

Proverbi 22,22 – Non depredare il povero perché egli è povero, e non affliggere il misero in tribunale,

Proverbi 22,23 – perché il Signore difenderà la loro causa e spoglierà della vita coloro che li hanno spogliati.

Proverbi 22,24 – Non ti associare a un collerico e non praticare un uomo iracondo,

Proverbi 22,25 – per non abituarti alle sue maniere e procurarti una trappola per la tua vita.

Proverbi 22,26 – Non essere di quelli che danno la mano e si fanno garanti dei debiti altrui,

Proverbi 22,27 – perché, se poi non avrai da pagare, si dovrebbe togliere il letto di sotto a te.

Proverbi 22,28 – Non spostare il confine antico, che è stato posto dai tuoi padri.

Proverbi 22,29 – Hai visto un uomo sollecito nel lavoro? Egli starà al servizio del re e non al servizio di gente oscura!

Decriptazione
Proverbi 22,1 – Ha inviato da dentro il Carpentiere la Madre dal seno per il sorgere di corpo/popolo/Chiesa, una moltitudini di viventi retti. Dal foro il Verbo l’ha portata con l’acqua. In questa entrò dentro la grazia; con l’amore la porta dentro.

Proverbi 22,2 – Si vede sorgere all’esistenza un corpo che porta la testa risorta. Gli apostoli parlano in cammino della risurrezione. Portano con l’operare la sposa vivente del Signore.

Proverbi 22,3 – Nel tempo ha recato la Madre che il corpo/popolo/Chiesa dell’Unigenito partorire si vede nel mondo ed è in pienezza del Crocifisso un corpo reca di semplici ad esistere. Dal seno figli porta, li conducono gli apostoli che agiscono agli angeli simili.

Proverbi 22,4 – Si vedono versarsi dentro in azione gli apostoli. Portano al mondo ad esistere il corpo dell’Unigenito crocefisso. Il Signore nell’agire illumina le menti e la rettitudune dentro reca con l’aiuto. Riportati alla vita sono i viventi.

Proverbi 22,5 – Giù gli apostoli sono la Madre del Verbo. La vita ai viventi dentro al cammino si vedono riversare con la risurrezione. A bruciare portano l’amarezza, il profumo riportano. È nel corpo/popolo/Chiesa la legge a vivere nelle assemblee della Madre.

Proverbi 22,6 – Per grazia della sposa per gli apostoli si vede il corpo innalzarsi. Del Verbo in giro così recano in cammino la vita retta ad esistere. Sono colpi a versare all’opprimere del serpente. Guai in giro portano al verme. I viventi angeli escono.

Proverbi 22,7 – Si vede sorto all’esistenza un corpo di figli illuminati. È dalla Madre il liberare portato dal serpente e gli agisce in casa lo sbarramento potente che gli portano. Esce il serpente dagli uomini. La parola recano al mondo.

Proverbi 22,8 – Questi recano il male col peccare del serpente fuori a rovesciare. Giù portano dal corpo la malvagità, recono la luce. Dentro la carità agisce del Figlio crocefisso che portano ad esistere la sposa.

Proverbi 22,9 – Nel cuore recano la preghiera. Sono angeli nel mondo. Portano dell’Unico ad esistere la benedizione, così opprimono il dragone. Ai viventi il vigore della vita recano i nati dal Potente.

Proverbi 22,10 – Agli stranieri illuminano del Potente i precetti. È a scendere la sozzura nei viventi dell’essere impuro, angeli portano a dimorare. Tutti ad aiutare sono, ad allattarli si portano gli apostoli.

Proverbi 22,11 – Dell’Unico esce dentro l’amore nel mondo, porta il corpo/popolo/ Chiesa nel cuore la grazia. Della resurrezione del Verbo dalla croce sono portatori. Da pastori portano i viventi in cammino.

Proverbi 22,12 – Le rovine che per l’angelo (ribelle) ci sono per la scelleratezza gli apostoli a scendere dal corpo portano. Il male a finire recano dall’esistenza con la perversità. Con la parola sono dentro al cammino d’aiuto.

Proverbi 22,13 – Dell’Unigenito vive un corpo che si vede sceso dal serpente per iniziare la lite. (Questo corpo) annuncia che giù dentro in croce si portò l’Agnello, che dalla tomba a casa si riportò in forma bella candida.

Proverbi 22,14 – Del Risorto riportatosi dalla tomba esce, ai popoli la riversano. Escono a parlarne dell’esserci stata agli stranieri e finisce per questa il peccare dai viventi. Del Signore è la parola portata con potenza per illuminare i viventi.

Proverbi 22,15 – Inizia a portarsi del serpente la fine. Abbattuto bruciato si porta Raab dai cuori. Di fanciulli si riaccendono dentro i cuori. A vivere sono portati in pienezza nel corpo (del Messia). È dal corpo (di questi) la vita (nuova) riversata. L’energia esce dalle acque (del battesimo); la vita angelica reca.

Proverbi 22,16 – L’oppressione ai poveri da (parte) del serpente al mondo nelle moltitudini si porta alla fine, accompagna gli apostoli per finire l’angelo (ribelle) una potente azione del Risorto. Con timore tutti i viventi a rifugiarsi si portano nel (suo) corpo/popolo/Chiesa.

Proverbi 22,17 – Ad uscire dal Cuore l’Unigenito colpito l’energia retta portò. Sorse dal seno per aiutare. Dentro il corpo era racchiusa la rettitudine. Ai viventi fu per recidere (il serpente) da dentro, così la salvezza completa dal serpente alla conoscenza alla fine esistesse.

Proverbi 22,18 – Così furono gli apostoli in azione. Un mare di rettitudine ci fu dal Crocifisso, (furono da) la Madre per custodire i viventi. Dall’intimo del Cuore ferito fu la retta energia portata ad esistere dall’Uno, recata dall’innalzato sul Calvario in croce. Fu così!

Proverbi 22,19 – Per il serpente, fuori è stata portata dall’arca dal Signore con l’acqua. Da dentro il cuore chiusa, la rettitudine, uscì. La recò per aiutare nel tempo. Fu allo spegnersi ad essere portata. La vita delle origini al soffio dell’Unigenito crocefisso uscì.

Proverbi 22,20 – Uscì il rifiuto così dall’arca. Fu in cammino per il delitto bruciare. Portò la Madre/vita da dentro ai viventi. Dall’albero la portò della croce (la croce diviene albero della vita); recò l’aiuto nel tempo.

Proverbi 22,21 – Del Potente al mondo per portare il “basta!” in azione la rettitudine versò alla luce dal cuore l’Unigenito al ribelle. Il morto con potenza al mondo risorse. Rifù a casa l’Unigenito. Da Maria originò uomini che del serpente il delitto chiudessero l’esistenza con la rettitudine.

Proverbi 22,22 – Da Dio segnata in cammino questa partorisce. Dal serpente così è a liberare e dall’Unigenito gli reca la maledizione. Finisce l’oppressione dei miseri a casa del cattivo.

Proverbi 22,23 – Così c’è del Signore un forte un corpo/popolo/Chiesa. Sono figli dentro alle acque (del battesimo) portati, dentro versati, in azione venuti, versati per le preghiere uscite dalla Madre, inviati (contro) al superbo.

Proverbi 22,24 – Dio alla fine, per finire il male, riverrà a casa in azione dal serpente. L’ira porterà. L’Unigenito crocefisso che dall’Unico fu risorto dalla tomba dalla morte, in potenza tornerà; dentro si riporterà l’Unigenito.

Proverbi 22,25 – Per la rimozione completa del primo serpente il Verbo Unigenito nel corpo a chiudersi alla fine si riporterà e il serpente rovescerà, lo strapperà via dai viventi. Si porterà per abbattere con la risurrezione il serpente. Gl’invierà il soffio bruciante della rettitudine.

Proverbi 22,26 – Dio, alla fine, nel mondo risarà dentro. La tromba sarà così soffiata. Dentro del nemico a casa sarà. I viventi salverà. L’Unigenito gli porterà la fine.
(1Corinzi 15,52 – “…in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba,; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.”)

Proverbi 22,27 – L’Unigenito nei viventi annullerà il serpente. Tutti risorgerà. Con potenza rivivranno per il serpente dai viventi uscito. Saranno rovesciate le tombe. I viventi che vi giacciono così dai morti strapperà via, essendo (ormai) retti.

Proverbi 22,28 – Dio alla fine in pienezza dal cammino li eleverà. Porterà dal Potente i fanciulli (fanciulli, perché sono rinati) a vivere. A beati si vedranno simili. Dal Padre li condurrà alla fine essendo retti.

Proverbi 22,29 – A chiudersi questi saranno nel Crocefisso. Gli uomini alla vita riusciti saranno nel corpo dentro a vivere nel potente Unigenito, così tutti condurrà dal Potente di persona. Saranno dal re ad stare i viventi gli saranno alla fine presentati. Alla perdizione completa sarà giù dentro il serpente dal Verbo inviato. Sarà nelle strette bruciato dalla rettitudine nel mare.

IL GIORNO DELLA NASCITA PER IL REGNO
Il versetto Proverbi 22,28, decriptato nel capitolo precedente, propone l’idea che gli uomini risorti “Dio alla fine in pienezza dal cammino li eleverà. Porterà dal Potente i fanciulli a vivere. A beati si vedranno simili. Dal Padre li condurrà alla fine essendo retti”.
Ivi, tra parentesi, ho aggiunto “fanciulli, perché sono rinati“.
Questo pensiero fu colto dalla Chiesa, come dimostra il fatto che per i Santi è festeggiato il giorno della loro morte, considerato il loro genetliaco.

Vediamo di allargare il ragionamento considerando per un attimo il libro del Siracide quando, con parole di verità, presenta la situazione comune degli umani e così commenta:

“Grandi pene sono destinate a ogni uomo e un giogo pesante sta sui figli di Adamo, dal giorno della loro uscita dal grembo materno fino al giorno del ritorno alla madre di tutti. Il pensiero dell’attesa e il giorno della fine provocano le loro riflessioni e il timore del cuore. Da chi siede su un trono glorioso fino a chi è umiliato su terra e su cenere, da chi indossa porpora e corona fino a chi è ricoperto di panno grossolano, non c’è che sdegno, invidia, spavento, agitazione, paura della morte, contese e liti.” (Siracide 40,1-4)

Il “giorno del ritorno alla madre di tutti” è quello della sepoltura in cui il corpo dell’uomo ormai morto rientra nel grembo della terra da cui fummo tratti come infatti considera il libro della Genesi dopo il peccato della prima coppia: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Genesi 3,19)

Il giorno della nascita dalla propria madre, che è diversa per ognuno che non sia fratello di sangue, è un fatto che per ciascun uomo segna l’entrata nella vita umana, ma il giorno della propria morte segna per ognuno l’entrata dell’uomo in un’altra realtà comune a tutti gli uomini, in una “madre” comune il grembo della terra.
Le Sacre Scritture ebraico-cristiane sono dense di fede nella risurrezione che è appunto la sorte comune a tutti alla fine dei tempi “…verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.” (Giovanni 5,28s)
Lo stesso Gesù nel Vangelo di Luca precisa: “…quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti… nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli ed, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.” (Luca 20,35s)

La risurrezione è quindi una nascita, è l’affacciarsi al mondo della divinità, è lo sfondare il tetto della sola umanità, evento che il peccato di Adamo ha posticipato rispetto all’originario piano di Dio.

Al riguardo San Paolo in 2Timoteo 19s propone che Il Creatore “…ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.”

La risurrezione è appunto un’esplosione di vita.
Gesù, sul monte, che la tradizione propone fosse il Tabor, ai tre apostoli che aveva scelto, le colonne della futura Chiesa – Pietro, Giacomo e Giovanni – appare trasfigurato.
Pietro sei giorni prima aveva augurato a Gesù con un “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai” (Matteo 16,22) di non venire crocifisso, anche se Gesù stesso profetizzava ciò assieme alla risurrezione (Matteo 16,21).
Pietro, in tale occasione era stato rimproverato dal Signore, che “…voltandosi, disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Matteo16,23)

A Gesù nel momento della trasfigurazione il “…volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Matteo17,2s) ed apparvero Mosè ed Elia. Nel parallelo Vangelo di Marco al 9,9s si trova la seguente notazione, che propongo in grassetto, ma che gli altri sinottici non riportano: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.

Nel mio articolo “Elia rapito in cielo. Un Giubileo” presentai tra l’altro l’intera decriptazione di 2Re 2 e quei due versetti 11 e 12 sono molto importanti in quanto ci portano proprio al momento della trasfigurazione di Gesù di cui dicono i Vangeli sinottici e preparano a far comprendere come i testi biblici possono parlare con la voce dei Vangeli grazie allo strumento della decriptazione se si rivolge a Cristo Gesù tutto il contenuto.
Questo é il testo decriptato di quei due versetti in cui si intravede l’episodio della trasfigurazione e come questa alluda alla risurrezione:

2Re 2,11 – Portata era stata nell’esistenza dei viventi del mondo, uscita per il serpente la rettitudine che sarà a reciderlo. La portò un retto, la portò con la parola. Si portò fuori con gli apostoli su di un monte, così da dentro (quel) primogenito una luce portò attorno e pienamente che era l’Unico un’illuminazione portò. S’era appartato portandosi da casa a stare con gli apostoli che illuminava. Con gli apostoli con cui era uscito i viventi si portò ad aiutare. Dio s’era al mondo portato dentro al buco del nemico del mondo, (era) entrato un fuoco in un vivente che stava tra i viventi.

2Re 2,12 – Dio in Gesù alla vista si portò del mondo. Portava (quel) primogenito nella contesa in azione. L’aveva versato il Padre onde fosse il primo nel pozzo con la rettitudine dentro da forza per bruciare il maledetto, ma ai corpi la resurrezione sarà a recare. Recherà il rifiuto nei corpi alla originata perversità, al peccare. L’essere impuro che è nascosto colpirà. Si verserà dall’intimo, scapperà per l’aiuto che sarà portato. Sarà rovesciato il cattivo dei viventi dalla potenza della risurrezione con l’angelo (ribelle) che fu con la putredine dei corpi rovina dei viventi.

Quei tre apostoli su quel monte della trasfigurazione avevano visto però che c’era stata una vera e propria esplosione d’energia, come quella che alcuni ipotizzano al momento della risurrezione capace di “arroventatre” il telo della sindone, ma gli apostoli non potevano ancora associare la trasfigurazione alla risurrezione.
La risurrezione, infatti, è evento assai diverso e molto più denso di significati rispetto a quello della rianimazione di un cadavere, di cui nel seguire Gesù erano stati più volte testimoni.
Tutti i riportati in vita, come Lazzaro, prima o poi, infatti, sarebbero morti.
La risurrezione, invece è il nascere ad una vita nuova ed è l’avviso di un cambiamento radicale.
Gesù al riguardo precisò a Nicodemo: “In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio“. (Giovanni 3,3)
Occorre, quindi, che si verifichi una rinascita.
Questa rinascita è dall’alto termine che porta in gioco il cielo.
Gesù poi, infatti, ribadisce a Nicodemo: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni 3,5)
Per ben comprendere occorre riferirci a Genesi 1,1-2 in cui si trovano assieme acqua e spirito di Dio, proprio all’inizio con “In principio Dio creò il cielo… e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”.
Il cielo, in ebraico “shemaim” è parola composta dalla lettera “Sh” di fuoco e dalle lettere di acqua “maim” , ma anche dal Nome “Shem” e da mare “iam” .
Ora, il Nome per antonomasia è quello di Dio da cui viene lo Spirito che l’autore del Genesi propone appunto che “aleggiava sulle acque”.
Ecco che il battesimo con i segni propone quella nascita per il cielo con l’uscita del catecumeno immerso nelle acque su cui scende lo spirito del Signore e diventano neofiti dal greco (composto da “néos”, “nuovo”, e “phytòs”, “nato”) sono i fanciulli di Cristo.

Gesù stesso poi in quel Vangelo a Nicodemo ricorda e propone l’episodio di Numeri 21,4-9 del serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto.
Tale brano, l’ho decriptato in “Innalzare il Messia” e lo ripropongo perché riguarda la rinascita attraverso la risurrezione.

Numeri 21,4 – E risaranno in giro alla vista a riportarsi fuori rigenerati, le generazioni rette saranno dalla prova portati nel pesarli, dentro ad abitare verranno nell’Unigenito nel corpo che su alla nube li porterà. Della morte che abbatteva giù i corpi per l’angelo ribelle uscirà l’azione dai viventi da dentro per l’aiuto nei corpi della rettitudine.

Numeri 21,5 – E sarà con l’aiuto la purità a rientrare in azione nei viventi dentro, dalla maledizione, che era stata nei viventi portata, dentro salvati perché entrando l’azione del Potente ci sarà stata la fine dell’angelo che portava ai viventi l’angustia che c’era nel vivere. Il serpente, che la morte dentro i viventi insinuava nei corpi, dalla rettitudine sarà annullato, il vigore nei viventi riporterà, l’Unigenito, sarà a inviare ai viventi la forza della vita. E l’energia soffiata della risurrezione l’angelo porterà abbattuto giù fuori disfatto. Dalle tombe i viventi usciranno leggeri per l’abbattuto serpente.

Numeri 21,6 – E sarà con la risurrezione il vigore del Signore dentro in azione nei viventi, verrà l’energia a chiudersi, per dono la vita riuscirà, risorti con i corpi per il soffio saranno i viventi portati e sarà l’angelo dal fuoco arso, riverranno alla vista i viventi. Riportate saranno dai morti le genti, le moltitudini vive risaranno, liberate da Dio.

Numeri 21,7 – E saranno a casa dell’Unico ad entrare le genti da Dio salvate, riportati saranno all’originaria vita, lo spirito nei cuori dell’Unigenito inviato riporterà la rettitudine nell’esistenza. Per l’aiuto la purità, frutto del Signore, si riporterà dentro, spengerà completamente col soffio il serpente, il rifiuto di Dio ad esistere con la calamità gli porterà, il castigo per il male operare sarà inviato e verrà il serpente portato ad essere alla fine giudicato, dalla vita bruciato uscirà.

Numeri 21,8 – A portarsi saranno nell’Unigenito i viventi nel corpo, saranno fuori portati dal mondo, la maledizione dai viventi con la risurrezione uscirà, in azione risorti usciranno per la potenza della rettitudine, serafini porterà la risurrezione ad essere i viventi. Verranno portati nell’innalzato dagli angeli, nel foro i viventi porterà ad entrare, sarà ad uscire la sposa agli angeli simile, retta la porterà col corpo dall’Unico dal mondo; l’Unigenito tutti porterà, li condurrà alla vita.

Numeri 21,9 – Portato sarà in azione un fuoco che li salverà dall’angelo, nelle tombe la risurrezione alla fine porterà, sarà bruciata nei viventi la perversità, per l’azione potente uscirà l’angelo, in un foro lo porterà ad entrare, sarà ad uscire per l’Unigenito dalla vita, con l’energico fuoco della rettitudine entrato l’angelo stringerà alla distruzione completa.

IL MESSIA. IL PRIMO BAMBINO DI DIOultima modifica: 2018-06-21T17:55:59+02:00da mikeplato
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