L’UOMO NUOVO. GESU’ E IL COMPIMENTO DELLA TORAH

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di Alessandro Conti Puorger

Gesù di Nazaret sta portando a compimento le attese dei giudei come ha sostenuto col dire: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.” (Matteo 5,17)
Nelle attese dei giudei, infatti, era la venuta di un grande profeta (Deuteronomio 18,15-19), il Figlio da Dio generato (Salmo 2,7), l’auspicato Emmanuele il “Dio con noi” (Isaia 7,14) e sarebbe iniziata la fine dei tempi in cui ci sarebbe stata la lotta finale contro il male – Gog e Magog in profezie criptiche nel Libro di Ezechiele (38 e 39) che trovano eco nell’Apocalisse di Giovanni (20) e anche nel Corano (Sura XVIII Al-Kaft, La Caverna 93-97) – avrebbe instaurato il suo Regno e avrebbe portato la risurrezione dei morti e il giudizio finale.
C’è, tra l’altro, una profezia in Genesi 49,10 “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli”, per cui l’autorità dei giudei nell’amministrare la giustizia sarebbe terminata con l’arrivo del Messia che avrebbe istaurato il suo Regno.
Per i segni che faceva, infatti, segnala il Vangelo di Giovanni “…Gesù sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte lui da solo” (Giovanni 6,15) e memorizziamo quel “sul monte” di cui poi parleremo.
I Vangeli pongono in evidenza che Gesù ha portato a compimento proprio quanto prevedeva quella profezia.
Gesù, che parlava in aramaico e conosceva l’ebraico, ciò che traduciamo con Legge la chiamò certamente Torah , infatti, questo è il termine ebraico per “Legge” che letteralmente significa “Insegnamento”, “Istruzione” o “Scrittura”.
La Torah è il documento più importante dell’ebraismo, considerato in ogni parte parola ispirata da Dio e rivelata a Mosè ed è detta anche i “Cinque Libri di Mosè”, “La Legge di Mosè” o “Pentateuco” “cinque rotoli”, oppure “Chumash” dal numero 5.
Gesù poi, parla di Torah senza eccezioni, quindi, intende dire la Torah tutta intera di Mosè, e sapeva bene che oltre alla Torah scritta c’era la Torah orale, che la tradizione ebraica ritiene data simultaneamente da Dio sul Sinai a Mosè stesso e che era riportata a voce nelle varie generazioni grazie ai loro maestri, sacerdoti e profeti.
Al riguardo, in primo luogo le scuole rabbiniche fanno considerare sia che nel Pentateuco compare più volte il plurale di Torah, Torot, onde la stessa Torah scritta consente l’esistenza di altra Torah, quella orale, sia che nel testo biblico esiste una distinzione tra “Chuqqim” – parole incise e “Mishpatim”, termine quest’ultimo che compare per la prima volta in Esodo 21,1 subito dopo le 10 Parole scritte sulle Tavole e contiene la radice di “safah”, che significa lingua, labbro, favella, insomma con la bocca, onde pare suggerire anche di leggi trasmesse oralmente.
Accadde poi che “Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole ( diberei) del Signore e tutte le norme (mishpatim). Mosè scrisse tutte le parole – ( diberei) del Signore” (Esodo 24,3.4) ove è fatto un distinguo tra parole e norme e si può concludere che per iscritto Mosè mise solo le parole “diberei”, ma non anche tutte le norme, per cui i “Mishpatim” tramandati a voce sarebbero la Torah orale.
Sono i “Rabbuni”, i Maestri, allora, conclude la tradizione, che hanno il compito di gestire la Torah orale, stabilendo all’occorrenza anche nuovi precetti per tutelare l’osservanza della Legge.
L’istituzione di un sistema legislativo ed esecutivo a suo tempo costituito dal Gran Sinedrio nacque dal combinato disposto di questi due passi:

  • Levitico 18,30 sostiene: “Osserverete dunque i miei ordini e non imiterete nessuno di quei costumi abominevoli che sono stati praticati prima di voi, né vi contaminerete con essi. Io sono il Signore, il Dio vostro”.
  • Deuteronomio 17,8-12: “Quando in una causa ti sarà troppo difficile decidere… andrai dai sacerdoti leviti e dal giudice in carica in quei giorni, li consulterai ed essi ti indicheranno la sentenza da pronunciare… Agirai in base alla legge che essi ti avranno insegnato e alla sentenza che ti avranno indicato, senza deviare…”

Quella grande tradizione che era la Torah orale poi dal II secolo d.C. fu messa per iscritto e formò il “Talmud” o Studio (“Mishna” e “Ghemarà”), succo delle discussioni avvenute tra i sapienti-“Chakhamim” e maestri-rabbanim su significati e applicazioni di passi della Torah, fissate per iscritto solo dopo la distruzione del Tempio nel timore che le basi religiose di Israele potessero sparire.

Tornando a Gesù e al suo insegnamento della Torah, nello stesso Vangelo di Matteo si trova, il detto di Gesù: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei…” (Matteo 23,2)
Erano, infatti, i loro capi che gestivano, autorizzati, la Torah orale.
“Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano, infatti, pesanti fardelli… ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini… Ma voi non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli… non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.” (Matteo 23,3-10)
Gesù stesso da suoi seguaci, infatti, era chiamato “rabbunì”, vale a dire grande, nostro maestro:

  • il cieco di Gerico supplica a lui: “Rabbunì, che io riabbia la vista!”. (Marco 10,51)
  • Maria di Magdala a Gesù: “…voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: Rabbunì! che significa: Maestro!” (Giovanni 20,16)

Dai seguaci, nell’ambito del movimento che Gesù di fatto stava creando, era evidentemente considerato l’unico abilitato a dare norme di vita.
Quando Gesù, infatti, dopo una discussione con i giudei, domandò ai “Dodici: Forse anche voi volete andarvene?” San Pietro ebbe a dirgli: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna…” (Giovanni 6,68)

                                                        Sinagoga di Corazim – cattedra di Mosè


Con la precisazione, poi, che in Matteo 5,17 aggiunge alla Legge i Profeti, Gesù fa comprendere che con quei suoi insegnamenti porta a compimento anche tutto quanto scritto negli “Ha-Sefarim” (I Libri), i 24 libri della TaNaK o Bibbia ebraica, il cui canone era stato fissato alcuni secoli prima, libri detti “Miqra’”, “lettura”, appunto perché da essa s’estraevano brani da leggere ad uso dell’ufficio liturgico – sinagogale, oltre a tutto ciò insegnato dai “rabbunì” con la Torah orale.
Gesù li porta a compimento con i propri insegnamenti suffragati poi con la propria vicenda che comporta la nuova alleanza, il proprio corpo e il proprio sangue offerto per amore, e comprovati dall’evento della risurrezione.
Il tutto di quella materia, quindi, va riveduto, in base al suo insegnamento, al suo esempio e alle sue vicende.
Occorre però munire gli occhi della mente e del cuore della lente offerta dal contenuto del discorso che sta portando avanti in quel capitolo Matteo 5 e successivi, detto come vedremo il “Discorso della montagna”, lente illuminata dal suo infinito amore; infatti, questo amore senza riserve incide nello specifico delle singole norme della Torah, come appare chiaro dal complesso articolato del testo.
Questo compimento, non coinvolge solo l’antico Israele, ma anche i Gentili, per formare il nuovo popolo di Dio in cui è auspicato incorporare l’intera umanità.
Vi è però la necessità del tempo residuale, fino alla fine del mondo, infatti, in Matteo 5,18 Gesù prosegue: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.”
È inoltre implicito che il compimento ha bisogno di un’opera, quella della Chiesa – la madre e i sui fratelli – e di un tempo, quello che occorrerà perché la Torah compiuta dal Cristo possa divenire universale cioè cattolica, vale a dire la sua conoscenza divenga proprietà dell’umanità tutta intera; infatti, “Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre'”. (Marco 3,34s)

Tra tutti gli insegnamenti di Gesù nei Vangeli spiccano come gemma preziosissima quelli di quel Discorso con cui il Signore, con autorità, tratteggia le caratteristiche essenziali del patto sponsale con la sua Chiesa, costituita per essere madre dell’uomo nuovo, naturale conseguenza dell’aderire appieno alla sua sequela e del divenire suoi discepoli col ricevere la sua linfa.
In quel discorso è tra l’altro compreso il brano detto delle “Beatitudini” e l’insegnamento del “Padre Nostro” e di come pregare.
Il brano delle Beatitudini, peraltro, da molti è detto la “Magna Charta” del Cristianesimo, cioè il suo manifesto, la Carta costituzionale del Regno.
L’intero “Discorso della montagna”, molto articolato, com’è noto, si trova nei capitoli 5, 6 e 7 del Vangelo di Matteo, in complessivi 111 versetti (48+34+29) che vanno ascoltati proclamati tutti di seguito per prenderne il senso complessivo e poi è da meditare ogni passo in segreto e a lungo, chiedendo l’aiuto dello Spirito Santo per poterlo poi testimoniare nella propria vita.
Sono insegnamenti tutti positivi per la vita del Regno.
L’insieme tratteggia la fotografia di Lui, Gesù Cristo, e del suo amore per il Padre, nulla con questi è più un ostacolo insormontabile come lo erano i comandamenti della Torah prima della sua venuta.
Quelli, prima della riconciliazione procurata dal sacrificio del Cristo, erano avviso di pericolo di morte, che se intervenuta non v’era rimedio, quindi erano scogli insuperabili per l’uomo, peccatore sin dalle origini.
Ora, però, con la vicenda del Cristo tutti gli impedimenti per arrivare al Regno sono stati tolti per cui il trasgressore di “…uno solo di questi precetti, anche minimi” che “insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli“, ma pur se minimo sarà, comunque, almeno non scacciato dal Regno; per contro se li “osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel Regno dei cieli.” (Matteo 5,19)
Tenuto conto che Gesù stesso dice in altro Vangelo: “non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Giovanni 12,47) gli insegnamenti nel discorso sono ora segnali di avviso affinché il fedele possa, confrontandosi con loro, se è fuori strada, quindi infelice, capire in che modo ravvedersi, e chiedere l’aiuto della sua grazia per addrizzare il tiro.
Il Discorso della montagna, infatti, è per chi vuole seguire Gesù!
Sulla scia di tale intenzione, allora, chi trasgredisce è da considerare un ferito nella guerra contro il male, ma non un perduto.
Del resto se il seguace intende seguire Gesù e si vuole inoltrare nel suo cammino, da buon discepolo reinterpreterà tutta la vita tenendo conto che “L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore.” (Romani 13,10)

È detto “Discorso della montagna”, perché il racconto dell’episodio in cui è dato il complesso dell’insegnamento inizia parlando di un monte.
“Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo…” (Matteo 5,1)
Dice “sul monte”, come per dire, quel monte noto, quello che poi la tradizione indicherà come il monte delle “Beatitudini”.

Sembra potersi poi cogliere che con quel “salì sul monte e si pose a sedere” il Vangelo vuol far ricordare anche un altro monte, pure ben noto agli ascoltatori, e un “assidersi” speciale.

Erano quelle allusioni ovviamente chiare per degli ebrei, che avrebbero pensato sia al Monte Sinai, da cui Dio diede le due tavole con le 10 Parole e la Torah, sia alla cattedra di Mosè, appunto, come dicono gli ebrei, “nostro maestro”, “rabbunì”, cattedra che era ricordata fisicamente in ogni sinagoga.
Poi, in quel Discorso che inizia con Matteo 5 vi sono chiari riferimenti alle 10 Parole delle Tavole date sul Sinai e ad alcuni precetti della Torah a cui Gesù da una lettura che pare più rigida, ma di fatto propone che di quel patto matrimoniale tra Dio e l’umanità sia rispettato lo spirito e non solo la forma:

  • Matteo 5,21 – “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico…”
  • Matteo 5,27 – “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico…”
  • Matteo 5,31 – “Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; ma io vi dico…”
  • Matteo 5,38 – “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico…”
  • Matteo 5,43 – “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico…”

La situazione di Gesù sul monte che con autorità siede e proclama ciò che è riportato nel Vangelo come “Discorso della montagna”, pare proprio voler richiamare l’atto della consegna delle Tavole della Testimonianza a Mosè.
Quindi Gesù ha un’autorità superiore allo stesso Mosè, perché è colui che proclama e consegna scrivendole nelle tavole dei cuori degli ascoltatori (2Corinzi 3,3) e non colui che riceve.
Il Discorso della Montagna termina, infatti, con la seguente sottolineatura che tende a insinuare proprio il concetto che ho espresso: “Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli, infatti, insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.” (Matteo 7,28s), vale a dire non era una semplice voce come gli scribi che s’erano seduti sulla cattedra di Mosè.

Quel “Discorso della montagna”, poi, da chi lo sente la prima volta, se non tiene conto che “nulla è impossibile a Dio” (Luca 1,37), è considerato un Mosè al quadrato, in quanto è vino nuovo che va posto in otri nuovi (Matteo 9,17), ma se non si è ancora toccati dalla grazia e non si è ancora un otre nuovo, pare molto più complicato poterlo rispettare delle norme del Pentateuco.

In parallelo a quanto esposto nella Torah di Mosè, che in Esodo inizia con le 10 Parole e poi con l’esposizione di tutte le norme, leggi e precetti, nel Vangelo di Matteo abbiamo le Beatitudini all’inizio del Discorso alla stregua delle10 Parole e poi la Torah compiuta nel prosieguo del Discorso della montagna.
È comunque da tentare d’avvicinare ogni singola beatitudine a uno dei 10 comandamenti, non è detto però nello stesso ordine di come elencati e suddivisi nella tradizione ebraica.
È, infatti, quella del Discorso, la Torah compiuta dallo sposo, posta come dote per la sposa, che le sarà d’aiuto nel seguirla.
La sposa potrà, infatti, gioire con lo sposo nel riconoscere che un figlio ne ha attuato qualche aspetto che gli sarebbe stato impossibile se non avesse potuto attingere alla comunione con il Risorto di cui certamente ha goduto.
Il Discorso della Montagna contiene gli essenziali valori della fede cristiana e le Beatitudine ne sono come il seme.
Al riguardo, sua Santità Paolo VI ebbe a dire: “Giorno benedetto è quello in cui la Chiesa fa riecheggiare ai nostri animi la sequenza squillante delle beatitudini evangeliche. Ancora prima di considerarne il senso, la voce che le ha proclamate ci sorprende, piena di forza e di poesia: è la voce del Maestro, che per noi le ha formulate e che ci appare nella sicurezza e nella maestà, semplice e sovrana, di chi sa parlare al mondo e guidare i destini dell’umanità. Gesù tiene cattedra sulla montagna: lo circondano i discepoli, futuri apostoli e docenti della terra; poi a circoli sempre più larghi nello spazio e nel tempo, uditori o no, gli uomini tutti: ultimi, oggi, noi stessi. È Cristo che annuncia il suo programma e condensa in sentenze limpide e scultoree tutto il Vangelo… Chi non ha ascoltato le beatitudini non conosce il Vangelo. Chi non le ha meditate non conosce Cristo.”

L’intero Discorso della montagna si può dividere nelle seguenti 10 parti:

  • 5,1-12 – Beatitudini;
  • 5,13-16 – Sale della terra e luce del mondo;
  • 5,17-19 – Compimento della legge;
  • 5,20-48 – Nuova giustizia e amare i nemici;
  • 6,1-18 – Elemosina, pregare, digiunare in segreto e Padre Nostro;
  • 6,19-34 – Il tesoro e la provvidenza;
  • 7,1-6 – Non giudicare;
  • 7,7-14 – Efficacia della preghiera;
  • 7,15-20 – I falsi profeti;
  • 7,21-28 – I veri discepoli.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica tra l’altro dice delle “Beatitudini”:

1718 – “Le beatitudini rispondono all’innato desiderio di felicità. Questo desiderio è di origine divina; Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare. “tutti certamente bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione, anche prima che venga esposta in tutta la sua portata”. (Sant’Agostino, “De moribus Ecclesiae catholicae”) Come ti cerco, dunque, Signore? “Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te. (Sant’Agostino, “Confessiones”) Dio solo sazia. (San Tommaso d’Aquino, In “Symbolum Apostolorum”)”

Il Discorso della Montagna è nel complesso una rivisitazione con spirito nuovo dei Dieci Comandamenti che vengono resi “compiuti” da Gesù Cristo.
Le Beatitudini sono però in numero di 8, se si unificano le ultime due che sembrano simili, altrimenti sono 9 come le volte che nel testo Gesù dice “Beati“, ma comunque non 10 come invece sono i comandamenti sulle tavole.
Le Beatitudine poi non enunciano ordini, ma sono da considerare condizioni per incontrare la felicità e mancano i comandamenti negativi, ma il tutto è solo positivo; perché?
È al riguardo da considerare quanto scrive San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu sì e no, ma in lui c’è stato il sì. E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute sì.” (2Corinzi 1,19s)
Se si vuol permanere nell’idea delle Beatitudini come semi trasformati delle 10 Parole del Decalogo, per il fatto che quei “Beati” nelle Beatitudini sono 9 e non 10, è da concludere che la prima Beatitudine non è lì esplicitata.
La prima Beatitudine, assoluta, tacita, ma da cui prendono valore tutte le altre, implicitamente è “Beati voi che credete in me!”, perché “Io sono il Signore, tuo Dio” (Esodo 20,2), che corrisponde alla prima delle 10 parole del Decalogo.
Tutto ciò deriva da quel fatto, che colui che parla è lo stesso che parlò sul Sinai.
Gesù a San Tommaso che, vedendolo risorto, avendogli toccate le piaghe, ebbe a dire “Mio Signore e mio Dio!”, Gesù rispose “Perché mi hai veduto, hai creduto: BEATI quelli che pur non avendo visto crederanno!“.
Se poi si considera il testo delle dieci parole in Esodo 20, quello che è considerato il primo comandamento, in effetti, è una costatazione di cui è da prendere atto: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù.” (Esodo 20,2)
Il primo Comandamento è, quindi, espresso come un dato di fatto, non come un vero e proprio precetto da compiere, ma è la premessa.
In definitiva prendere atto che il Signore è nostro Dio è il requisito essenziale che come conseguenza comporta l’osservanza dei successivi precetti.
Una legge, infatti, si rispetta solo se si riconosce l’autorità che la emana.
Una parabola rabbinica nella “Mekhilta” paragona Dio a un re che conquista un nuovo paese e prima di emanare le sue leggi chiede agli abitanti di accettare la sua sovranità.
Il messaggio dei Vangeli è indirizzato, infatti, a sigillare l’ascoltatore nella sequela di Gesù non come semplice maestro di sapienza, ma come il Messia, il Cristo, il Figlio di Dio incarnato che ha il potere di dare una natura nuova, infatti:

  • “Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio.” (1Giovanni 4,15)
  • “…ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio” (1Giovanni 4,2)

Il Vangelo fa entrare nella nuova realtà della creazione finale e nel Regno, già a far tempo dal presente.
Il fedele può, ora, confessare che fa parte di coloro che hanno “…riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.” (1Giovanni 4,16)

Qualcosa di simile, ma molto più contenuto come ampiezza rispetto al “Discorso della montagna” si trova nel Vangelo di Luca, ma diviso in tre parti in 6,17-49: 11,1-12 e 12,22-31, in tutto 53 versetti, e in altre pericopi, ma senza una continuità discorsiva come in Matteo.

Il primo, il più lungo di quei brani di Luca è detto “Discorso della pianura”, perché inizia con Gesù che “Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante…” (Luca 6,17) e vi si trovano “beatitudini e guai”, nel secondo brano è trattato il Padre Nostro e il pregare e nel terzo l’abbandonarsi alla provvidenza, poi vi sono altri insegnamenti riferibili al Discorso in Matteo, precisamente, 4,32; 8,16 e 11,33 su essere luce; 12,33-34 sull’elemosina; 12,58-59 sul mettersi d’accordo con l’avversario;13,24 la porta stretta; 14,34-35 sull’essere sale: 16,13-17 questioni varie; 18,1-8 ancora sulla preghiera.

Il Vangelo di Matteo ha anche lui un lungo brano 23,13-32 in cui ripete per 7 volte le parole “Guai a voi”, ma nei riguardi di “scribi e farisei ipocriti” che sono “guide cieche” in quanto guardano alla forma più che alla sostanza e che fanno tutto solo per apparire.
Tra i due racconti del “discorso” di Luca e Matteo non v’è contraddizione in quanto, almeno, in effetti, parlano della medesima località, solo che in Luca Gesù prima fa considerare che “…salì sul monte a pregare e passò la notte in orazione… quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli.. disceso con loro… si fermò su un luogo pianeggiante.” (Luca 6,12-17)
Quel “sul monte”, come ho già accennato, sta a dire che era un luogo preciso e ben conosciuto dai lettori del tempo; fin le più antiche testimonianze della Chiesa primitiva identificavano quel luogo nell’altura che si eleva dietro a Cafarnao e a Tabgah e che degrada verso il lago di Tiberiade, le pendici interne di un antico vulcano, come testimonia la presenza di rocce basaltiche ed ignee.

Nel Vangelo di Marco, invece, non c’è un discorso completo ma solo alcuni versetti che lo fanno ricordare come 1,22; 4,24; 9,50; 10,11-12 sul ripudio della moglie e in 11,24-25.

Sorprende il fatto che i tre sinottici – Matteo, Marco e Luca – che in genere riportano per gli episodi e per i detti di Gesù gli stessi sviluppi, nel caso specifico trattano la questione in modo diverso.
È da considerare che i sinottici annunciano sì lo stesso messaggio, ma il modo con cui è presentato il singolo Vangelo è secondo l’intento e la statura teologico-letteraria dell’evangelista che peraltro sapeva a chi era indirizzato il messaggio che sta elaborando.
Nel caso specifico del Discorso il motivo della diversità nei vari Vangeli è in relazione al livello di conoscenza della Legge giudaica da parte dei fedeli cui quei testi erano destinati!
È al riguardo da premettere che i Vangeli hanno più funzioni, quali, essere un racconto degli episodi più importanti della vita di Gesù, dare un primo essenziale rudimento dei più importanti insegnamenti che lui propone, ma soprattutto mettere in evidenza, sia la sua passione e morte per amore e per la salvezza di tutti, sia la sua risurrezione che ne prova essere uomo-Dio, il Messia, il Cristo, l’unto atteso, il tutto per mettere in movimento il lettore ed aiutarlo ad aderire al cammino di iniziazione del battesimo nella Chiesa da Lui formata con l’invio del Suo Spirito sugli apostoli.
A questo punto è da distinguere i possibili tipi di ascoltatori e lettori dei Vangeli:

  • giudei residenti in Palestina, quindi conoscitori in genere della Torah;
  • giudei ellenizzati e proseliti in genere, meno profondi nelle questioni religiose;
  • pagani, che non conoscevano pressoché nulla del giudaismo.

Per i primi, nella prima predicazione si potevano fare più riferimenti all’Antico Testamento, mentre agli ultimi non era quello nei Vangeli, voluto momento d’annuncio meditato, il tempo opportuno o il caso di procedere a insegnamenti specifici più o meno profondi delle Sacre Scritture ebraiche, pur se necessari, perché ambito troppo vasto per essere lì affrontato in modo esauriente, ma i cui aspetti sarebbero potuto essere presentati a più livelli a tempo opportuno nel catecumenato.
Ecco che il Vangelo di Matteo si rivolge più ai giudei residenti, Luca ai primi e agli ellenizzati e Marco soprattutto ai pagani, perché riporta le catechesi di Pietro a Roma.
In questo modo è spiegabile la differente trattazione di precetti nei Vangeli sinottici.
Del pari di quello di Marco, il Vangelo di Giovanni non riporta il Discorso della montagna, ma per questo la motivazione è diversa.
Questo Vangelo, scritto almeno 30 anni dopo i sinottici, dà spesso per scontati gli episodi e i precedenti insegnamenti e apporta notizie mancanti o sottolinea eventi non noti o apporta interpretazioni teologiche che completano il quadro dei sinottici quali il Testamento di Gesù nei capitoli 14-17 che è un’altra perla per completare l’insegnamento alla Chiesa.

A questo punto viene spontaneo domandarsi, vi sono, e quali sono i fondamenti scritturistici delle “Beatitudini” nel Vangelo di Matteo?
Cercherò di sviluppare tale aspetto nel prosieguo di questo articolo.

Nel meditare le Beatitudini è comunque da tenere presente questo comando “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore…” (Deuteronomio 6,4-6) che latente e in modo invasivo permea tutto il Discorso della Montagna in quanto ogni antico comandamento implica una pienezza di accoglimento.

Come notizia, informo che nel Vangelo apocrifo di Tommaso vi sono tre versetti che riportano alle “Beatitudini”, precisamente:

  • 54 – “Gesù disse, Beato il povero, perché suo è il regno dei cieli.”
  • 68 – “Gesù disse, Beati voi, quando sarete odiati e perseguitati; e non resterà alcun luogo, dove sarete stati perseguitati.”
  • 69 – “Gesù disse, Beati quelli che sono stati perseguitati nei cuori: sono loro quelli che sono arrivati a conoscere veramente il Padre. Beati coloro che sopportano la fame, così che lo stomaco del bisognoso possa essere riempito.”

ATTORNO ALLE BEATITUDINI
Beati” è la parola che è ripetuta 9 volte nel brano delle “Beatitudini” nel Vangelo di Matteo che recita:
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.” (Matteo 5,3-11)

Quel “beati” è la traduzione in italiano del termine “maxarioi” “” che ci propone il testo in greco di quel Vangelo, così come c’è pervenuto.
“Maxarioi” vuol dire “felice”, quindi, “beato”.
Per tale motivo le Beatitudini sono dette anche “macarismi”.
Il corrispondente termine che è tradotto con “beati” si trova varie volte anche nei libri dell’Antico Testamento (73 volte nella traduzione dei LXX di cui 31 nei libri deuterocanonici) e nella Tenak o Bibbia ebraica si trova 45 volte.
Nell’Antico Testamento il termine si trova soprattutto nei Salmi e nei libri sapienziali e, a volte, anche nei libri profetici e apocalittici.
Il libro dei Salmi inizia proprio con la parola “Beato”, infatti: “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi…” (Salmo 1,1)
Il libro dei Proverbi riporta due beatitudini importanti:

  • “Beato l’uomo che ha trovato la sapienza e il mortale che ha acquistato la prudenza…” (Proverbi 3,13)
  • “…beato chi osserva la legge.” (Proverbi 29,18)

Quest’ultima beatitudine, relativamente alla pienezza della legge, ossia alla “Legge dell’amore” proposta da Gesù, è la chiave di volta anche per le Beatitudini in Matteo.
Gesù sale in cattedra e per dare compimento alla Legge di Mosè la rilegge, compiuta da sé medesimo con la chiave dell’amore radicale e senza limiti, ivi compreso l’amore al nemico.
Questo comando è anche nuovo perché comprende un evento nuovo, la prova del suo personale amore fino alla morte e sigillato dal “Perdona loro…” per i nemici, nonché l’evento della risurrezione che prova che quel tipo d’amore supera la morte.
Aveva detto, infatti, il “Rabbunì” nel suo testamento spirituale dopo l’ultima cena: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. (Giovanni 13,34s)

Com’è intuibile, l’uso di “macarismi” negli scritti contemporanei a Gesù di tipo apocalittico, evidentemente era un genere letterario che facilmente passava poi per via orale da parte di predicatori d’ogni genere e faceva presa sugli ascoltatori che facilmente li memorizzavano e venivano dagli stessi ripetuti.
Gesù forse ne prende lo spunto per iniziare il Discorso della Montagna… come a dire… altri hanno detto che per essere “Beati” occorre fare questo o quest’altro… “ma io vi dico” e lo ripete per 7 volte se si va a cercare il “ma io vi dico” nei testi.
Paragonabili, almeno formalmente con il Vangelo di Matteo, per il periodo, la regione e la cultura comune dalle quali provengono, sono certamente gli scritti di Qumran.
Tra i reperti di Qumran il rotolo 4Q525 presenta una serie di “macarismi”, di cui sono leggibili solo gli ultimi 5, ma di carattere sapienziale, quindi diversi da quelli in Matteo:

  • [Beato chi dice la verità] con cuore puro e non calunnia con la propria lingua.
  • Beati quelli che si attaccano ai suoi decreti e non si attaccano a comportamenti peccaminosi.
  • Beati quelli che gioiscono in essa senza spargersi sulle vie della follia.
  • Beati coloro che la cercano con mani pure e non la ricercano con cuore astuto.

  • Beato l’uomo che tocca la Sapienza, progredendo nella legge dell’Altissimo regolando il proprio cuore secondo le sue vie, attenendosi alla sua disciplina, compiacendosi sempre dei suoi rimproveri, senza abbandonarla nella pena delle [proprie] sventure senza lasciarla nel tempo dell’angoscia, senza dimenticarla [nei giorni della] paure, per l’umiltà della propria anima, senza rimproverarla.

È poi da segnalare che il termine “poveri in o dello spirito” si trova due volte negli scritti di Qumran, nella Regola della Guerra (1QM XIV,7) e negli Inni (1QH VI,3) nel senso di povero e umile che si abbandona a Dio, perché gli Esseni di Qumran usavano tale modo per indicare loro stessi.
Il contenuto centrale del messaggio di Gesù non si trova nei testi degli esseni che non conoscevano l’amore per i nemici, anzi coltivavano odio per loro, tanto che il loro convento sul Mar Morto fu distrutto dai Romani nel 68 d.C. perché ritenuto anche covo di zeloti.
Nell’episodio in Luca 9,51-55 ove Giacomo e Giovanni, adirati contro i Samaritani, perché non volevano ricevere Gesù in cammino per Gerusalemme, dissero “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” per alcuni rispecchierebbe un’espressione essena, infatti, questi desideravano che perissero tutti i “figli delle tenebre”.
Un particolare testo apocalittico apocrifo, il secondo libro di Enoc, scritto in greco nel I secolo d.C., ma pervenuto solo in una traduzione in slavo dell’XI secolo, per questo chiamato Enoc slavo, ha una serie di sette beatitudini:

  • Beato è colui che teme Dio e lo serve…
  • Beato è colui che giudica con giustizia e aiuta l’orfano e la vedova e chiunque è oppresso, chi riveste gli ignudi e dà il pane agli affamati.
  • Beato è colui che si allontana dalla via errata e cammina sul retto sentiero.
  • Beato è colui che sparge il seme di giustizia, poiché raccoglierà il settuplo.
  • Beato è colui in cui c’è verità…
  • Beato colui che ha misericordia e mitezza sulla bocca.

  • Beato colui che comprende le opere del Signore e glorifica il Signore.

Vi potrebbero però essere intervenuti rimaneggiamenti cristiani nel I-II secolo, visto che quel testo è stato trovato solo in slavo nell’XI secolo.

A completamento di questo capitolo, pare comunque utile riportare tutte le beatitudini che sono nel libro dei Salmi per far comprendere come le “Beatitudini” pronunciate “sul monte” sono perfettamente allineate a quella spiritualità, ma investite da una autorità nuova in quanto, a diversità in genere degli altri “macarismi”, viene indicato da Gesù ogni volta la meta… il Regno dei cieli (2 volte), essere consolati, ereditare la terra, essere saziati, trovare misericordia, vedere Dio, essere chiamati figli di Dio, essere ricompensati nei cieli.
Eccole qui di seguito, col numero del Salmo e i versetti relativi:

Salmo 1,1 – “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti…”

Salmo 2,12 – “Imparate la disciplina, perché non si adiri e voi perdiate la via: in un attimo divampa la sua ira. Beato chi in lui si rifugia.”

Salmo 32,1-2 – “Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato. Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto e nel cui spirito non è inganno.

Salmo 33,12 – “Beata la nazione che ha il Signore come Dio, il popolo che egli ha scelto come sua eredità.”

Salmo 34,9 – “Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.”

Salmo 40,5 – “Beato l’uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore e non si volge verso chi segue gli idoli né verso chi segue la menzogna.”

Salmo 41,1-2 – “Beato l’uomo che ha cura del debole: nel giorno della sventura il Signore lo libera. Il Signore veglierà su di lui, lo farà vivere beato sulla terra, non lo abbandonerà in preda ai nemici.”

Salmo 65,5 – “Beato chi hai scelto perché ti stia vicino: abiterà nei tuoi atri. Ci sazieremo dei beni della tua casa, delle cose sacre del tuo tempio.”

Salmo 84,5-6-13 – “Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi. Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore… Signore degli eserciti, beato l’uomo che in te confida.”

Salmo 89,16 – “Beato il popolo che ti sa acclamare: camminerà, Signore, alla luce del tuo volto…”

Salmo 94,12 – “Beato l’uomo che tu castighi, Signore, e a cui insegni la tua legge…”

Salmo 106,3 – “Beati coloro che osservano il diritto e agiscono con giustizia in ogni tempo.”

Salmo 112,1 – “Beato l’uomo che teme il Signore e nei suoi precetti trova grande gioia.”

Salmo 119,1-2 – “Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore. Beato chi custodisce i suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore.”

Salmo 127,5 – “Beato l’uomo che ne ha piena la faretra (dei figli della giovinezza): non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta a trattare con i propri nemici.”

Salmo 128,1 – “Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.”

Salmo 137,8-9 – “Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra.”

Salmo 144,15 – “Beato il popolo che possiede questi beni: beato il popolo che ha il Signore come Dio.”

Salmo 146,5 – “Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe: la sua speranza è nel Signore suo Dio…”

L’UOMO NUOVO
L’uomo Gesù di Nazaret, crocifisso, morto e sepolto, ha manifestato di essere il Figlio Unigenito di Dio, prova ne è che fu il primo risorto dai morti.
Questi ha aperto un nuovo tempo per l’uomo, perché è la prova che un uomo può risorgere a vita nuova e uscire dalla morte.
È così il primo uomo nuovo che vive la dimensione della risurrezione che è divina e non umana.
Questo evento non fu fine a se stesso, ma fu preparato da Dio “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli…” (Romani 8,29)
Primogenito certamente della morte, perché è il primo che ne è uscito vivo.
L’Unigenito di Dio è conio di tutti i suoi fratelli che il Padre riconosce come figli adottivi, perché nei rinati nella Chiesa trova impressi tratti della Santità dell’Unigenito e sono certamente quelli che Gesù ha lasciato che si possano cogliere dal Discorso della montagna.

Dai pensieri sviluppati in “I tratti dell’uomo nuovo in Cristo: le beatitudini” (Chieti, 20 Novembre 2010) da Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, riporto un brano che mi pare in linea con quanto vado dicendo: “Quali sono i tratti di questo “uomo nuovo”? Per conoscerli e tendere a realizzarli nella nostra vita, dobbiamo rivolgerci a quanto Gesù ha fatto e ci dice nel Vangelo, in particolare nel testo delle beatitudini, vero e proprio manifesto dell’uomo nuovo. Da una parte, le beatitudini rappresentano la biografia del Figlio di Dio venuto fra noi, perché in Lui solo ognuna di esse trova la sua realizzazione piena e completa; dall’altra, proponendo Gesù come il solo, perfetto modello cui guardare, descrivono le caratteristiche dello discepolo che, nella sequela del Maestro, per la forza dello Spirito, vive l’imitazione del suo Signore, lasciandosi abitare da Lui. Null’altro è, infatti, l’imitazione di Cristo che il farsi presente di Gesù risorto in noi: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”
(Galati 2,19s). Ci avviciniamo, allora, alle beatitudini per imparare da esse a divenire uomini nuovi con la grazia che ci viene da Gesù: in esse riconosciamo il progetto e il percorso della santità secondo il Vangelo, perché il santo non è che l’uomo nuovo reso tale da Cristo, nello grazia dello Spirito Santo, a gloria di Dio Padre.”

Per aderire a Cristo e divenire uomo nuovo occorre camminare con lui e far morire l’uomo vecchio.
Nella Chiesa dei primi tempi il battesimo era dato dopo un cammino di gestazione del catecumeno che ricevuto il battesimo, immerso nelle acque della madre Chiesa, era rigenerato e ne usciva risorto dalla vita di prima per vivere una vita nuova, con attitudini proprie di Cristo.
San Paolo nelle sue lettere parla più volte dell’uomo vecchio che deve morire nel Battesimo:

  • Romani 6,3-9 – “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui.”
  • Efesini 4,20-24 – “Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.”
  • Colossesi 3,9s – “Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.”

L’uomo nuova cammina con Cristo e fa presente nel mondo l’attualità del Discorso della montagna ed è portatore del spirito del Risorto tanto che come San Paolo può dire: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.” (Galati 2,20)

Molto di più si può dire su questo tema e al riguardo, di seguito, indico i miei articoli sull’uomo nuovo:

POVERI IN SPIRITO
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.” (Matteo 5,3)
In italiano il termine beato indica uno felice, pienamente appagato e soddisfatto.
Nel cristianesimo attuale è il defunto che è riconosciuto “Beato” dalla Chiesa che ha valutato d’avere avuto in vita i requisiti necessari per godere della visione divina ed è così elevato agli onori degli altari.
Ovviamente il processo di beatificazione, evoluzione successiva, non era nei pensieri degli ascoltatori di Gesù.
La felicità inoltre è condizione sempre soggettiva.
Ciò premesso, è da tener conto che Gesù avrà parlato in aramaico o in ebraico e in tale ambito “‘oeshoer” sta per felicità e beatitudine.
Questa parola però deriva dal radicale con quelle stesse tre lettere che significa “camminare”, ma non un camminare qualsiasi, ma un camminare dirittamente, speditamente, in modo felice, nello stesso senso come inizia il libro dei Salmi col versetto 1 del Salmo 1 “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi…” ove per quel beato è usato “‘ashoeri” vale a dire cammina nel giusto chi non segue il cammino degli empi.
Ciò detto, a questo punto, per le “beatitudini” si apre il senso che tutte e nove sono le indicazioni che propone Gesù di come procedere per un giusto cammino.
In questa prima beatitudine è quindi detto che sono nel giusto cammino per arrivare al Regno dei Cieli quelli che sono poveri in spirito.
Attenzione, non confondiamoli con i “poveri di spirito”, vale a dire con i sempliciotti e gli sprovveduti.
I “poveri in spirito” sono, invece, avveduti e previdenti e sono quelli che sentono la continua esigenza d’ottenere lo Spirito in maggior misura, coloro che in definitiva si ritengono poveri di quello.
Ecco che è da domandarsi come Gesù avrebbe potuto dire in ebraico povero e povertà, sapendo che Lui è sempre in collegamento col Padre.
Si pensi, peraltro, che nei tre capitoli 5, 6 e 7 di tutto il discorso della montagna Dio Padre è menzionato da Gesù ben 16 volte (3 nel 5; 11 volte nel 6 e 2 nel 7) e la prima volta si verifica proprio al termine delle beatitudini quando il Signore dice: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.” (Matteo 5,6)
Il modo per dire in ebraico “povero”, a mio parere più efficace in tale contesto, sarebbe stato “‘oebion” e “‘ebionah” è povertà.
Quel secondo termine, infatti, è divisibile in + ove “‘ab” vuol dire “padre” e porta a ricordare Dio Padre e “ionah” fa pensare alla colomba e quindi allo Spirito Santo.
Che farà per l’eternità chi perverrà al Regno dei Cieli?
Si nutrirà dello spirito del Signore, del suo amore, dello Spirito Santo!
Allora, è sulla buona strada colui che non si accontenta, ma che ha fame, desidera, cerca e aspira di ricevere continuamente il suo Santo Spirito e di essere in permanente comunione con Dio.

Nel Capitolo 57 di Isaia che ricorda il Servo di IHWH con l’osservazione “Perisce il giusto, nessuno ci bada. I pii sono tolti di mezzo, nessuno ci fa caso. Il giusto è tolto di mezzo a causa del male”, c’è il seguente richiamo importante sull’amore del Signore per i poveri e gli umili che si può avvicinare a questa beatitudine: “Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo. In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi.” (Isaia 57,15)

In appendice riporto la decriptazione dell’intero capitolo Isaia 57 col mio metodo “Parlano le lettere“.
Dei 10 comandamenti, quello che avvicinerei a questa beatitudine è il 2° della tradizione ebraica, ossia “non avrai altri dei”.

COLORO CHE SONO NEL PIANTO
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.” (Matteo 5,4)
È sempre opportuno considerare quali siano le parole chiave del messaggio dei Vangeli in ebraico, perché essendo questa la lingua liturgica delle Sacre Scritture dietro ad ogni parola c’è un coacervo di informazioni e di collegamenti con queste che possono aumentare il senso e la comprensione.
In ebraico “piangere” ha il radicale da cui pianto “boekoe” e “pianto e lutto” “bekot” .
Per approfondire tale termine è da pensare che il radicale è relativo all’oscurarsi degli occhi, allo spengersi e venir meno dello spirito, quindi spezzando s’ottiene () + che porta a considerare l’idea “una casa che si spenge “, evidentemente per un lutto e un “dentro venir meno ” e anche ciò che prima “dentro era facile liscio, retto, è uscito “.
In ebraico c’è anche il verbo con radicale che indica “il rattristarsi, il far cordoglio, il lamentarsi, l’affliggersi” da cui lutto, duolo “‘eboel” e afflitti, in genere, al plurale “‘abalim” .
Tenuto conto che” consumarsi, logorarsi” è si può pensare come “un iniziare a consumarsi ().
In ebraico, infine, il “consolare” e “l’avere compassione” hanno il radicale , verbo che è il radicale anche di “Consolatore” tante volte annunciato da Gesù nel Vangelo di Giovanni, lo Spirito Santo, colui che sarà a guidare () i viventi .
Ciò premesso, è da considerare che sono le più disparate le motivazioni che provano l’uomo e lo fanno trovare afflitto a piangere della propria situazione, per dolore fisico, per disastri e cataclismi, per la morte e la malattia di persone care, per l’oppressione da parte di altri, per le condizioni sociale, per sofferenze morali, ecc., eppure è stato creato per essere perfetto e felice!
Perché allora la sofferenza e la morte?
Il padrone del campo ai servi che gli dicevano della nascita della zizzania assieme al grano buono, osservò “Un nemico ha fatto questo” (Matteo 13,28) e per non rovinare completamente tutto concluse che l’erbaccia sarebbe stata eliminata al tempo della mietitura.
Occorre allora attendere gli ultimi tempi, la venuta del Messia quando porterà un cielo nuovo e una terra nuova, quando, di fatto, Dio “…asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate.” (Apocalisse 21,4)
Dio avrà compassione e consolerà l’uomo tramite il Messia.
Ecco che Gesù con questa seconda beatitudine prospetta agli ascoltatori che lo seguivano e a tutti i lettori del Vangelo la venuta di questi tempi ultimi che portano di conseguenza l’attuazione delle promesse di consolazione da parte di Dio, le promesse proposte dagli antichi profeti di cui ricordo qui di seguito alcuni passi.
Il profeta Isaia aveva, infatti, profetizzato che “Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto…” (Isaia 25,8)
Il libro detto del profeta Isaia inizia con “Consolate, consolate il mio popolo…” (Isaia 40,1) i capitoli 40-55 della seconda parte detta appunto “Libro della consolazione d’Israele” che contiene tra l’altro le profezie sul Servo di IHWH:
(In “Adamo, uomo tra due Regni” ho riportato tra l’altro decriptato l’intero capitolo 40 di Isaia)
Gesù, poi, nella sinagoga di Nazaret (Luca 4,16-21), all’inizio del proprio ministero, ebbe a riportare a come compiuta con se stesso la seguente profezia di Isaia: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti…” (Isaia 61,1-2)
Ed ancora dice il Signore “svaniranno afflizioni e sospiri. Io, io sono il tuo consolatore.” (Isaia 51,11-12)
Dice poi ancora al riguardo il profeta Geremia: “In quel tempo – oracolo del Signore – io sarò Dio per tutte le famiglie d’Israele ed esse saranno il mio popolo… Ti ho amato di amore eterno… Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni…” (Geremia 31,1-3-9)
I seguaci di Cristo comprenderanno che si stanno attuando questi eventi e pur se nel pianto saranno consolati!
C’è un villaggio col nome di Nain a 8 Km a sud-est di Nazaret in Galilea che è accettato essere il luogo dove Gesù risuscitò il figlio di una vedova.
Cito il fatto perché Gesù in tale occasione si commosse e le disse “non piangere”, infatti, questo è il racconto dell’episodio in Luca 7,11-16 “In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: Non piangere! Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: Ragazzo, dico a te, alzati! Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: Un grande profeta è sorto tra noi e: Dio ha visitato il suo popolo.”

Questa seconda beatitudine avverte che sta venendo il tempo della commozione di Dio e della consolazione con la risurrezione che porterà il Messia che cancellerà la morte e il pianto.
Del pari, infatti, il commuoversi e il piangere con chi piange sono atti che Gesù compie anche in occasione della risurrezione di Lazzaro, “Gesù allora quando la vide piangere (Maria la sorella di Lazaro) e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e…” (Giovanni 11,33)

In definitiva, Gesù di Nazaret è veramente il Messia, l’Emmanuele, Dio con noi che si è commosso della situazione umana e ha con patito con lei e per lei.
Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 3° della tradizione ebraica, ossia “non pronuncerai il nome di Dio invano”, perché è da avere fede; Lui vede le tue sofferenze e ti consolerà, ma il sofferente deve invece chiedere di aver fede.

EREDITARE LA TERRA
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.” (Matteo 5,5)
Il pensiero prende lo spunto dal salmo di Davide n. 37, quando dice: “Ancora un poco e l’empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace.” (Salmo 37,10-11)
È da premettere che la terra di cui parla Gesù è la Terra Promessa, vale a dire il Regno dei Cieli.
La terra d’Israele è una figura di quella, infatti, era proprietà di IHWH ed era stata data in uso al popolo e spartita tra i singoli discendenti dei primi entrati nella terra di Israele al tempo di Giosuè.
Se la passavano di padre in figlio, ma erano solo inquilini di Dio, tanto che non potevano cederla in uso perenne ad altri, ma solo per un massimo di 50 anni, poi la concessione scadeva e ne tornavano in possesso i discendenti dei primi eredi.
Mosè in Deuteronomio 9,26 racconta: “Pregai il Signore e dissi: Signore Dio, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai riscattato nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall’Egitto con mano potente.”
Ereditare e possedere in ebraico hanno il radicale e “nechalah” è l’eredità che ci parla di far parte del popolo di Dio “i guidati () dal Potente nel mondo “.
San Paolo nella lettera ai Romani afferma quanto è il comune sentire dei cristiani: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo…” (Romani 8,16s)
Come coeredi di Cristo, siamo eredi del Regno dei Cieli e la mitezza è una dote che proviene da Lui.
Nel testo ebraico i miti sono gli “a’naiim” e al singolare e che può essere tradotto in italiano anche con umile, mansueto, pio.
Mi viene da pensare come “agire da angelo nell’esistenza “.
Lo stesso termine in ebraico si trova riferito a Mosè in Numeri 12,3 “Ora Mosè era un uomo assai umile , più di qualunque altro sulla faccia della terra.”
Il profeta Zaccaria tale qualità la riferisce al re Messia quando dice: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, , cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.” (Zaccaria 9,9)
Gesù, che incarna le beatitudini, riferisce a se stesso questo modo d’essere, affermando indirettamente di essere il Messia, atteso col dire: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.” (Matteo 11,28s)
Questa beatitudine si trova ricordata anche nel Corano dalla Sura XXI Al-Anbiyâ’ “I Profeti” che al versetto 105, recita: “Lo abbiamo scritto nel Salterio, dopo che venne il Monito: La terra sarà ereditata dai Miei servi devoti.”
Silvano del Monte Athos mistico e santo russo (1866-1938) che tra l’altro ha detto “Colui che non ama i suoi nemici non può conoscere il Signore né la dolcezza del Santo Spirito” in “Ho sete di Dio” (Gribaudi, Torino 1992, p. 39) a proposito della mitezza scrive “L’anima dell’uomo mite è come il mare; se si getta una pietra il mare, turba per un momento la superficie dell’acqua, poi affonda in profondità. Così vengono inghiottite le pene nel cuore dell’uomo umile, perché la forza del Signore è con lui. Dove abiti, anima umile o mite? Chi vive in te? E a che cosa ti posso paragonare? Risplendi, chiara come il sole, ma pur ardendo, non ti consumi (Esodo 3,2) e riscaldi tutti gli uomini con il tuo ardore. Sei simile ad un giardino fiorito, in fondo al quale c’è una casa magnifica dove il Signore ama dimorare.”
Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 3° della tradizione ebraica, ossia “non pronuncerai il nome di Dio invano”, perché è da avere fede; Lui vede le tue sofferenze e ti consolerà, ma il sofferente deve invece chiedere di aver fede.
Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 5° della tradizione ebraica, ossia “onora tuo padre e tua madre”, perché si parla di eredità ed essendo miti, dai genitori si riceve l’eredità nella fede dei padri.

AVER FAME E SETE DELLA GIUSTIZIA
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.” (Matteo 5,6)
Si legge in Deuteronomio 1,16-17 “In quel tempo diedi quest’ordine ai vostri giudici: Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui. Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio; le cause troppo difficili per voi le presenterete a me e io le ascolterò.”

La giustizia non è in questo mondo.
Solo con l’aiuto di Dio si può sperare in un giudizio giusto.
Solo a Dio spetta il giudizio.
Dio è amore e solo la sua è giustizia giusta, perché non è mai disgiunta dalla misericordia.
È di questa giustizia che parla questa beatitudine, che come le altre riconducono tutte le questioni a Dio.
Perché l’uomo non può giudicare?
La prima qualità che si chiede a un giudice è d’essere giusto.
Occorre allora avere un giusto rapporto con Dio, ma questo rapporto con Lui fu infranto sin dalle origini dell’umanità, trasgredendo al patto che prevedeva un solo comando.
Solo l’uomo che avesse un giusto equilibrio con Dio può giudicare gli altri uomini e questi è Gesù Cristo “…è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio.” (Atti 10,42)
Nella sua vita terrena Gesù ebbe una fame e una sete speciali.
È in primo luogo da ricordare l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane. Ma egli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.” (Matteo 4,1-4)
Del pari in croce disse “Ho sete” (Giovanni 19,28); in effetti, pregava con un Salmo:

  • L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Salmo 42,3)
  • “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia…” (Salmo 63,2)

Questa fame e sete santa esprimono il desiderare di saziarsi della presenza di Dio come recita il Salmo 17,15 “Ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine.” (Salmo 17,15)

Alla fine dei tempi, quando tutto sarà compiuto, il libro dell’Apocalisse propone questa immagine “…non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita” (Apocalisse 7,16s)
E ancora sempre nello stesso libro “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.” (Apocalisse 2,7)

Fame in ebraico è “raa’b” e siccome “ro’oeh” è “pastore”, l’Apocalisse nel precedente brano fa di fame la lettura poetica e profetica “col pastore () Abitare “.
Il verbo “aver sete” ha il radicale e sete è “tsama’” e in qesto contesto le lettere suggeriscono “sollevarsi alla vita dell’Unico ” poi consegnò lo spirito a Dio Padre e morì.
L’uomo è un desiderio continuo, una fame e una sete insaziabile e solo quando ritrova l’origine da cui fu formato torna alla pienezza o sazietà.
L’uomo in definitiva è giusto quando partecipa alla giustizia di Dio e alla sua santità.
Il Signore ecco che allora si dona con l’eucaristia per essere mangiato e bevuto.
Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 7° della tradizione ebraica, ossia “non essere adultero”, perché in tal modo compi ogni giustizia verso Dio e rispetti il prossimo.

MISERICORDIOSI
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.” (Matteo 5,7)
Al riguardo nel Vangelo di Luca 6,36 si trova:

Siate misericordiosi, com’è misericordioso il Padre vostro.”

Nello stesso capitolo 5 delle Beatitudini di Matteo, peraltro, verso la fine è scritto: “…ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Matteo 5,44-48)
Ne consegue che essere misericordiosi implica amare i nemici e questa è prerogativa propria di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo: “Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. … Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” (Romani 5,6-8)

È questo un comandamento essenziale, che caratterizza l’appartenenza al vero cristianesimo al quale si può essere fedeli solo per dono di Dio.
I seguaci di Gesù sono chiamati a far presente nel mondo questa grazia ricevuta dallo Spirito Santo, infatti, nello stesso “Discorso della montagna” nostro Signore insegna con la preghiera del Padre Nostro “…rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori…” (Romani 6,12)
Domandiamoci, ora, nei libri dell’Antico Testamento, almeno per la parte scritta in ebraico e aramaico, detta Tenak, come si presenta il termine misericordia e misericordioso.
Al capitolo 19 del libro del Genesi si legge dei due angeli che salvarono Lot dalla distruzione di Sodoma, ove nella traduzione C.E.I. 2008 si trova la parola misericordia “Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città.” (Genesi 19,16)
È lì usato il termine ebraico “choemelah” , impiegato nella Tenak altre due volte, tradotte come “compassione” dalla C.E.I 2008, ove la seconda è in Isaia 63,9 “Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati; con amore e compassione li ha riscattati, li ha sollevati e portati su di sé, tutti i giorni del passato” e la terza nella forma “chemelah” è in Ezechiele 16,5 “Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita.

Di “choemelah” tenuto presente che “chom” è calore, direi “calore dal Potente esce “.
Nell’importante episodio di IHWH che sul monte passa e mostra soltanto le sue spalle a Mosè dopo che l’ha coperto con una mano in una cavità della rupe, il testo del libro dell’Esodo:

  • Esodo 33,19 – “Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia.” (Esodo 33,19)
  • Esodo 34,6 – “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà…”
    (In “L’Incarnazione sotto il velo di Mosè” ho riportato decriptato Esodo 4,1-26)

Il libro del Deuteronomio pone in evidenza: “…il Signore Dio tuo è un Dio misericordioso; non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri.” (Deuteronomio 4,31)

Il Salmo 118 è poi un inno a Dio e alla sua misericordia, infatti, inizia con “Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia.” (Salmo 118,1)
Il radicale del verbo ebraico usato per “avere misericordia” è e “misericordioso” è “rachum” e “roechoem” è sia viscere, utero, matrice, sia misericordia, compassione, grazia e affetto.
È evidente allora la possibile lettura delle lettere di in “corpo che racchiude la vita ” e l’accostamento di misericordia a utero fa intuire che il misericordioso è come se avesse un utero, quindi ha un comportamento tenero e materno.

Il titolo di Misericordioso è dato dal Corano ad Allah innumerevoli volte e il primo versetto della prima Sura Al-Fatiha recita: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso”.
Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 6° della tradizione ebraica, ossia “non uccidere”, perché chi di spada ferisce di spada perisce, mentre se si ha misericordia si riceve misericordia.

PURI DI CUORE
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.” (Matteo 5,8)
La Chiesa di Cristo Risorto, nata a Gerusalemme il giorno di Pentecoste del 30 d.C. con la discesa dello Spirito Santo sui 120 riuniti nel Cenacolo, ben presto divenne numerosa a seguito delle conversioni all’ascolto nelle piazze del Kerigma e si diffuse rapidamente nella Palestina e iniziarono presto le missioni nei territori limitrofi.
Il libro degli Atti degli Apostoli pone in evidenza che: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola.” (Atti 4,32)
Del resto nella lettera agli Efesini anche San Paolo sottolinea: “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.” (Efesini 4,4)
Avevano tutti un medesimo sentire, ossia erano “puri”.
Puro o mero, infatti, è tutto ciò che è costituito da un unico elemento, quindi, è netto, privo di contaminazione e d’elementi estranei, che non ha mescolanza e in termini morali è anche sincero, pulito, limpido, onesto, retto e schietto.
In ebraico puro “tahor” viene dal radicale di “purificare purgare” e “taharah” è purificazione e “tehar” splendore.
Il purificare è il processo per cui “ciò che sigillato esce dal corpo .”
In senso etico e catechetico, tenuto conto che è il radicale di generare, si può leggere per “dall’amore Rigenerato ()“.
Il battesimo è la rigenerazione attraverso lo Spirito Santo che è amore.
Lo Spirito Santo, donato grazie al battesimo, attesta allo spirito del fedele che “fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro, perché non ha doppiezza.” (1Giovanni 3,2)
Da quanto poi dice il complesso delle Sacre Scritture si desume che il cuore nel pensiero ebraico “leb” non è solo l’organo cardiaco, ma è anche sede del sentire, del pensare, del volere, quindi di emozioni e sentimenti come amore, timore, misericordia, sicurezza, semplicità, verità, infatti, il radicale è relativo ad acquistare senno e al divenire intelligenti.
In Israele ad esempio sui cartelli che avvisano di fare attenzione è scritto “ponici il cuore”.
Un cuore puro è come oro purificato nel crogiolo.
I Salmi confermano la necessità di un cuore puro per salire a Dio:

  • Salmo 24,3s – “Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo.”
  • Salmo 51,12 – “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.”
  • Salmo 73,1 – “Quanto è buono Dio con i giusti, con gli uomini dal cuore puro!”

Il puro di cuore nella visione del Vangelo compie a pieno lo “Shema’”, in quanto ama il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, vale a dire mette Dio e la sua volontà al primo posto e facendo ciò trova la felicità.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in merito al premio… “vedranno Dio”… propone:

1722 – Una tale beatitudine oltrepassa l’intelligenza e le sole forze umane. Essa è frutto di un dono gratuito di Dio. Per questo la si dice soprannaturale, come la grazia che dispone l’uomo ad entrare nella gioia di Dio. “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio; tuttavia nella sua grandezza e nella sua mirabile gloria, “nessun uomo può vedere Dio e restare vivo“. Il Padre, infatti, è incomprensibile; ma nel suo amore, nella sua bontà verso gli uomini, e nella sua onnipotenza, arriva a concedere a coloro che lo amano il privilegio di vedere Dio… poiché ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio. (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses)

Nel racconto della teofania a Mosè sulla rupe di Esodo 33 Dio tra l’altro, infatti, “Soggiunse: Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Esodo 33,20)
Accade però che dopo la venuta del Cristo, immagine del Padre, è stato ricevuto il dono del battesimo che inserisce in una vita nuova.

1227 – Secondo l’apostolo san Paolo, mediante il Battesimo il credente comunica alla morte di Cristo. Con lui è sepolto e con lui risuscita: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Romani 6,3-4). I battezzati si sono rivestiti di Cristo. Mediante l’azione dello Spirito Santo, il Battesimo è un lavacro che purifica, santifica e giustifica.

Essendo morti con Cristo nel battesimo, come risorti con lui i puri di cuore possono vederlo nella gloria come di fatto dice Gesù con la Benedizione di cui abbiamo detto.
Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 10° della tradizione ebraica, ossia “non desiderare”, perché essendo puri di cuore si ringrazia Dio della propria storia.

OPERATORI DI PACE
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.” (Matteo 5,9)
Questa Benedizione comporta un’azione, un’opera.
Serve per accelerare il compimento della vittoria finale sul male che è la causa prima della mancanza di pace nel mondo.
Questa pace da portare dagli operatori di questa Benedizione è speciale, perché è totalizzante, perché viene da Dio, visto che chi la porta sarà chiamato figlio di Dio.
È, quindi, la pace che il mondo non ha e non ha mai avuto e che ora con la venuta del Cristo è attuabile e a portata di mano.
Le prime parole del Risorto quando entrò a porte chiuse nel Cenacolo furono “Pace a voi“.

Pace a voi” “Shalom lekem”


Nel racconto in Giovanni 20,19-29 c’è l’evidente volontà dell’evangelista di far notare quella parola Pace a voi!, perché complessivamente in quel brano tra il primo e il secondo incontro con i suoi apostoli è ripetuta tre volte.
Quel dire, quindi, viene ad assumere un significato che supera l’idea del solo saluto convenzionale di quei tempi.
(Vedi: “Le parole del Risorto, lettera per lettera“)

Non a caso nelle celebrazioni eucaristiche il presbitero si rivolge con le parole del Risorto agli astanti aprendo le braccia e dicendo Pace a Voi!
Quel saluto, infatti, assume il valore pieno del significato della parola ebraica “shalom” con l’evento della Risurrezione, come a dire, tutto è veramente compiuto, ora potete stare tranquilli, potete essere felici, potete stare sicuri e in quiete, cioè per sempre potete veramente vivere in pace.
Sono, infatti, tutti questi i significati di “Shalom” che ora si possono comprendere nella loro piena valenza, se si prende atto della vittoria sulla morte, anticipo della risurrezione finale per tutti gli uomini.
Un significato del radicale che è a base di “shalom” è anche (Vedi: Giobbe 27,8) “trarre fuori, strappare, togliere” nel caso specifico dalle angosce.
Con quel “Shalom” “La luce il Potente ha riportato ai viventi “, la luce della Pasqua!
Gesù, nel suo testamento spirituale dopo l’ultima cena, uscito Giuda Iscariota, nello stesso cenacolo aveva detto ai suoi apostoli: “Vi lascio la pace , vi do la mia pace . Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate.” (Giovanni 14,27-29)

È chiaro che quel “Pace a voi” è da collegare a quella promessa.
Ora, la seconda volta del “Pace a voi” l’evangelista lo fa notare con “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi!”. (Giovanni 20,21)
In tale occasione Gesù aggiunse: ” Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. (Giovanni 20,22s)

Gesù manda in missione tutta la Chiesa ad annunciare la buona notizia, in qualsiasi angolo del mondo, con l’annuncio premettendolo con “pace a voi”.
Nel Vangelo di Matteo (10,5-16) all’inizio della predicazione Gesù inviò i dodici ad annunciare che il regno dei cieli è vicino e nelle case in cui entravano se accoglievano il loro saluto, la pace sarebbe scesa su quella casa.
Del pari il Vangelo di Luca sottolinea “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.” (Luca 10,5)
La Pace può venire solo da Dio!
Il Signore Risorto, fonte della Pace, la trasmette ai membri della Chiesa nascente che ha chiamato prima fratelli, quindi “figli di Dio” che divengono i messaggeri di Pace, infatti a Maria di Magdala fuori dal sepolcro “Gesù le disse: Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. (Giovanni 20,17)
“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. (Matteo 28,20) è anche una lettura particolare delle lettere ebraiche di , infatti:

“il Risorto Accompagna () i viventi “.


Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 9° della tradizione ebraica, ossia “non dare falsa testimonianza”, ma testimoniare nella vita la verità di Cristo risorto e portare la sua pace.

PERSEGUITATI PER LA GIUSTIZIA
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.” (Matteo 5,10)
Di quale giustizia parla questa Beatitudine?
Certamente non della giustizia dei tribunali terreni, altrimenti avrebbe detto i perseguitati dalla giustizia.
Si coglie invece che quelli di cui parla sono perseguitati per la propria giustizia che manifestano e annunciano con la propria vita.
Sono quelli che nelle Scritture sono “i giusti” gli “tsaddiqim” dal radicale di “essere retto, essere innocente, essere giusto” da cui “tsedaqah” e “tsoedoeq” per giustizia, rettitudine, probità.”
Implicita in un certo senso con le stesse lettere ebraiche della parola giusto “tsaddiq” c’è l’idea dell’essere perseguitato; infatti, se spezziamo quel termine in + , visto che () è il radicale di “insidiare, cacciare” e che () è “obbedienza” viene suggerito “insidiare l’obbediente”, cioè chi rispetta le leggi divine.
Al riguardo oltre quanto dice Isaia sul Servo di IHWH, sulle insidie del giusto ad esempio si trova nelle Sacre Scritture:

  • Isaia 57,1 – “Perisce il giusto, nessuno ci bada. I pii sono tolti di mezzo, nessuno ci fa caso. Il giusto è tolto di mezzo a causa del male.”
  • Sapienza 2,18-20 – “Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti, per conoscere la mitezza del suo carattere e saggiare la sua rassegnazione. Condanniamolo a una morte infame, perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà”, molte di queste parole sono simili a quelle richiamate nel Vangelo di Matteo come dette dagli astanti sotto la croce.
  • Salmo 37,30-33 – “La bocca del giusto proclama la sapienza, e la sua lingua esprime la giustizia; la legge del suo Dio è nel suo cuore, i suoi passi non vacilleranno. L’empio spia il giusto e cerca di farlo morire. Il Signore non lo abbandona alla sua mano, nel giudizio non lo lascia condannare.”

Istigato, infatti, nei propri comportamenti dall’egoismo, eccitato dal complesso dei cattivi insegnamenti propagati nel mondo nei millenni e dagli esempi negativi che vengono da ogni parte, l’uomo, mentre assimila il male con l’aria che respira, è causa di continue ingiustizie nei confronti dei più deboli.
Accade così che, per il mancato rispetto della regola aurea di non fare all’altro ciò che non vorresti per te o meglio “come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro” (Luca 6,31), il mondo è veramente colmo d’ingiustizia.
“Mors tua vita mea – la tua morte e la mia vita” e “homo homini lupus – l’uomo è un lupo per l’uomo” sarebbero le tendenziali regole di comportamento a cui si frappongono quelle della giustizia della società per difendersi e rendere possibile un minimo di vita “civile”.
Nel quadro sopra tratteggiato l’uomo giusto è d’intralcio, la sua sola presenza è un gran rimprovero mal sopportato.
Meglio eliminarlo è la reazione della maggioranza pragmatica silenziosa che pervade ogni settore.
Il tema del giusto sofferente, che nelle Sacre Scritture giudeo – cristiane è presente nel libro di Giobbe e nel libro del profeta Isaia con i canti del Servo di IHWH, fu ripreso da Platone.
L’intuizione filosofica di Platone al riguardo coincide, infatti, in modo impressionante col IV Canto del Servo del Signore nel libro del profeta Isaia (53,2b-12).
(Vedi: “Il “tempo” pedagogia di Dio, palestra d’eternità in attesa del Messia“)

Nel dialogo della Repubblica sullo stato ideale, Platone conclude, infatti, che la rettitudine d’un uomo è perfetta se accetta ingiustizia per amore della verità, ma conclude che ciò non sarà sopportato dal mondo, sia pure ideale, “la Repubblica, in cui tende a vivere.
Scrive Platone che il sommamente giusto deve essere “…un uomo semplice e generoso che, dice Eschilo, vuole non apparire, ma essere onesto. E l’apparire bisogna appunto eliminare. Se infatti vorrà apparire, potranno derivarne onori e vantaggi, appunto perché appare giusto. E non si potrà allora scorgere se è giusto per causa di giustizia o per causa di vantaggi e d’onori. Ecco, di tutto facciamolo ignudo. Sola in lui giustizia… Effigiamolo dunque opposto al precedente e pur non commettendo nessuna ingiusta azione abbia sicura fama di ingiustizia. Così sarà fatta prova del suo amore per la giustizia, se davvero non si lascia flettere da cattiva fama e da conseguenze che da quella derivano. Incrollabile andrà sino alla morte, per tutta l’esistenza sembrando ingiusto, mentre è un giusto… il giusto sarà flagellato, sarà torturato, posto in ceppi sarà, gli si bruceranno gli occhi, da ultimo, sottoposto ad ignominia estrema, sarà impalato (Platone, La Repubblica o Politéia, libro II°, Rizzoli 1953, p.122-123)”.

Il comportamento del vero “giusto”, di fatto, scredita i valori correnti di ricchezza, potere, forza, all’interno delle istituzioni.
Ciò è quanto è accaduto a Gesù, perseguitato dalla giustizia di Erode già da bambino tanto che la Santa Famiglia dovette fuggire in Egitto.
Da adulto, dopo aver predicato con parole di vita eterna e aver operato ogni sorta di bene con miracoli e segni prodigiosi, fu giudicato da più tribunali, dal religioso Sinedrio ebraico e da quello politico del potere romano, fu poi flagellato, beffeggiato e condannato a morte con ignominia sulla croce.
Questi fu evidente che incarnava il “Giusto” perseguitato dalla migliore giustizia del mondo contemporaneo, per la Giustizia divina dell’amore che portava.
Chiunque con la propria vita fa presente il Vangelo reca al mondo l’annuncio della vera giustizia e se per questo sarà perseguitato, sarà beato perché entrerà nel Regno dei cieli.
Rientrano in questa benedizione i martiri dal greco “” “testimone” della fede, coloro che per diffondere il Vangelo sono incorsi in pene e torture, fino alla pena capitale sull’esempio di Cristo Gesù.
Nel Discorso della Montagna molte sono le considerazioni sulla vera giustizia, che consiste nel compiere i comandamenti senza ipocrisia, andando al cuore del problema che è comportarsi con amore verso tutti, quindi, con una giustizia maggiore di quella degli scribi e dei farisei.
Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 8° della tradizione ebraica, ossia “non rubare”, per non essere giudicati giustamente.

CHI SOFFRE PER IL VANGELO
Beati voi quando v’insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.” (Matteo 5,11)
Quando Il Signore inviò i dodici ad annunciare il Vangelo li preparò e li avvertì così: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.” (Matteo 10,16-20)

I cristiani i fratelli di Gesù inviati nel mondo ad annunciare la vera giustizia del regno dei cieli come Lui saranno perseguitati.
Chiunque soffre un’ingiustizia a causa del Vangelo di fatto è beato.
Gesù, infatti, aggiunge a questa beatitudine: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.” (Matteo 5,12)
(Nel brano Matteo 23,13-32 in cui sono ripetuti per 7 volte le parole “Guai a voi”, nei riguardi di “scribi e farisei ipocriti” vi è anche una dura accusa contro di questi per la morte dei profeti.)

Le persecuzioni vennero eccome!
Basta leggere gli Atti degli Apostoli ed alla lapidazione del Diacono Stefano di Gerusalemme il primo cristiano martirizzato, considerato protomartire della Chiesa universale.
C’è però negli stessi Atti un interessante episodio edificante sulla liberazione degli apostoli imprigionati, grazie all’intervento in Sinedrio di un membro, il rabbino Gamaliele, con parole di verità, autorevole e illuminato, alla cui scuola andò da giovane anche Paolo di Tarso.
Il Sinedrio aveva, infatti, ormai l’intenzione di far morire gli apostoli quando fece catturare di nuovo per ripetizione di “reato” i già ammoniti di non predicare che Gesù era il Cristo dopo che imprigionati erano stati miracolosamente liberati.
Questo è il racconto da cui si evince che, comunque, pur se degni di essere liberati, furono flagellati e soffrirono con gioia i patimenti in nome di Gesù: “Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della Legge, stimato da tutto il popolo. Diede ordine di farli uscire per un momento e disse: Uomini d’Israele, badate bene a ciò che state per fare a questi uomini. Tempo fa sorse Tèuda, infatti, che pretendeva di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono dissolti e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero. Ora perciò io vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest’opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio! Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo.” (Atti 5,34-42)

Le persecuzione le segnala anche la prima lettera di Pietro che riporta anche come un’ulteriore Beatitudine quando dice: “Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome.” (1Pietro 4,12-16)
“Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani.” (Da “Apologeticum”, 50,13 di Tertulliano)
La storia successiva, fino ad oggi compreso, dimostra che questa persecuzione è stata continua ed ha procurato un numero innumerevole di martiri cristiani, addirittura ancora crocifissi, come leggo oggi 3-5-2014 su Repubblica che è avvenuto in Siria.

Gli annunciatori del Vangelo, conclude Matteo 5,13-16, con il loro servizio, danno sapore al vivere nel mondo come il sale lo fa rendendo piacevoli i cibi e illuminano il cammino degli uomini come luce di una lampade posta in alto.
Il comandamento che avvicinerei a questa beatitudine è il 4° della tradizione ebraica, ossia “santificare le feste”, perché si tratta di perseguitati a causa del Vangelo.

In definitiva direi che i seguaci di Gesù, perseguitati per il Vangelo sono quelli che hanno ricevuto il suo sigillo di cui parla il libro dell’Apocalisse 7,2-4.
Sigillo in ebraico è “cheta” e letto con i singoli significati grafici delle lettere ebraiche si ha: “stretto al Crocifisso ha vissuto “.

Nella scia di questa beatitudine rientra un famoso fioretto di San Francesco: “Frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse: Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia. E santo Francesco sì gli rispose: Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto ed afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? E noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati, e colui dirà: Voi non dite il vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia… se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza pensando le pene di Cristo Benedetto le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia.”

APPENDICE – DECRIPTAZIONE ISAIA 57
Riporto il testo della traduzione 2008 della C.E.I. del capitolo Isaia 57.

Isaia 57,1 – Perisce il giusto, nessuno ci bada. I pii sono tolti di mezzo, nessuno ci fa caso. Il giusto è tolto di mezzo a causa del male.

Isaia 57,2 – Egli entra nella pace: riposa sul suo giaciglio chi cammina per la via diritta.

Isaia 57,3 – Ora, venite qui, voi, figli della maliarda, progenie di un adultero e di una prostituta.

Isaia 57,4 – Di chi vi prendete gioco? Contro chi allargate la bocca e tirate fuori la lingua? Non siete voi forse figli del peccato, prole bastarda?

Isaia 57,5 – Voi, che spasimate fra i terebinti, sotto ogni albero verde, che sacrificate bambini nelle valli, tra i crepacci delle rocce.

Isaia 57,6 – Tra le pietre levigate del torrente è la parte che ti spetta: esse sono la porzione che ti è toccata. Anche ad esse hai offerto libagioni, hai portato offerte sacrificali. E di questo dovrei forse avere pietà?

Isaia 57,7 – Su un monte alto ed elevato hai posto il tuo giaciglio; anche là sei salita per fare sacrifici.

Isaia 57,8 – Dietro la porta e gli stipiti hai posto il tuo emblema. Lontano da me hai scoperto il tuo giaciglio, vi sei salita, lo hai allargato. Hai patteggiato con coloro con i quali amavi trescare; guardavi la mano.

Isaia 57,9 – Ti sei presentata al re con olio, hai moltiplicato i tuoi profumi; hai inviato lontano i tuoi messaggeri, ti sei abbassata fino agli inferi.

Isaia 57,10 – Ti sei stancata in tante tue vie, ma non hai detto: È inutile. Hai trovato come ravvivare la mano; per questo non ti senti esausta.

Isaia 57,11 – Chi hai temuto? Di chi hai avuto paura per farti infedele? E di me non ti ricordi, non ti curi? Non sono io che uso pazienza da sempre? Ma tu non hai timore di me.

Isaia 57,12 – Io divulgherò la tua giustizia e le tue opere, che non ti gioveranno.

Isaia 57,13 – Alle tue grida ti salvino i tuoi idoli numerosi. Tutti se li porterà via il vento, un soffio se li prenderà. Chi invece confida in me possederà la terra, erediterà il mio santo monte.

Isaia 57,14 – Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo.

Isaia 57,15 – Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo. In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi.

Isaia 57,16 – Poiché io non voglio contendere sempre né per sempre essere adirato; altrimenti davanti a me verrebbe meno lo spirito e il soffio vitale che ho creato.

Isaia 57,17 – Per l’iniquità della sua avarizia mi sono adirato, l’ho percosso, mi sono nascosto e sdegnato; eppure egli, voltandosi, se n’è andato per le strade del suo cuore.

Isaia 57,18 – Ho visto le sue vie, ma voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. E ai suoi afflitti

Isaia 57,19 – io pongo sulle labbra: Pace, pace ai lontani e ai vicini – dice il Signore – e io li guarirò.

Isaia 57,20 – I malvagi sono come un mare agitato, che non può calmarsi e le cui acque portano su melma e fango.

Isaia 57,21 – Non c’è pace per i malvagi, dice il mio Dio.

Prima di riportarla decriptazione tutta di seguito dell’intero capitolo presento la dimostrazione della decriptazione del versetto Isaia 57,15 che mi ha portato a provarmi su tutti quei versetti.
In tale versetto, infatti, nel testo ebraico si trova si trova un “shepal ruach” umile, “povero in spirito” e Dio “ulehachaiot ruach sepali”, ravviverà lo spirito dell’umile, povero.

Questo è il versetto in italiano e con le lettere ebraiche:

Isaia 57,15 – “Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo. In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi.





Così fu ad indebolirsi () l’Unigenito col vivere nel corpo . Dal verme () si portò , inviato alla luce da Donna (). La retta energia dell’Eterno portò con la santità a sorgere in un vivente e dall’essere ribelle () si recò da vivente per portare il rovesciamento all’essere impuro () col fuoco dell’Unico . Da fuoco la rettitudine portò per il rifiuto finale . Per sbarrarlo , per affliggerlo () recò il bruciante soffio del Potente Spirito al serpente . Al mondo in quel vivente portatosi , tutto nel corpo lo recò chiuso . Sorse la Parola dal serpente . Sarà a reciderlo dal mondo dei viventi ; gli recherà la fine . Nei cuori ha inviato in aiuto la rettitudine per ricominciare a essere vivi .

Di seguito porto la decriptazione di tutto il capitolo.

Isaia 57,1 – Al mondo, alla desolazione, è stato versato dal Padre per l’essere impuro annullare. In un uomo del Nome dall’alto il cuore ha portato; l’Unico ha inviato in dono la misericordia. Bella in pienezza la Parola è in vita, dentro inizia a esistere l’energia della retta esistenza, per i viventi in persona è uscita. Al male, ha inviato l’Unico per distruggerlo, un giusto.

Isaia 57,2 – È in una famiglia/casa portato da primogenito. La luce del Potente reca tra i viventi a esistere. Gli angeli si recano ad annunciarlo dall’alto. Da una Madre sorge la rettitudine. Dentro reca la purezza nel mondo. Del Potente l’onestà con vigore si porta.

Isaia 57,3 – E l’Unico finalmente nella Madre ha versato il corpo. Da dentro ha portato a uscire un angelo nel mondo col Figlio. A cagione dell’angelo uscito (perché Lucifero si era portato al mondo) il seme (la stirpe dalla Donna di Genesi 3 per schiacciare la testa al serpente) in vita ha promanato l’Unico. Il Verbo ha portato finalmente, questi ha inviato nel mondo.

Isaia 57,4 – Dall’alto in vita è finalmente tutta la delizia portata dalla Vergine. Si è limitata nel corpo di un vivente, dentro ha portato la Parola al mondo. In una (bella) forma è stata la rettitudine portata al serpente per bruciarlo. E per guidare l’ha portato l’Unico. Venuta da Madre, partorita, è la Parola, sorta per aiutare; per operare l’ha versata in un corpo.

Isaia 57,5 – Uscito per compassione è dei viventi, a casa Dio è dagli uomini spaventati. Dalla sposa in azione scende col corpo a coabitare. Da inviato dimesso per amore è al mondo. Il Figlio è tra i viventi per l’angelo (ribelle) ammalare; è un uomo che per strapparlo via si precipita. La Parola è uscita in pienezza dal serpente con ardore.

Isaia 57,6 – Dentro si chiuse il serpente in Caino. Il terrore rovesciò per indebolire i viventi. Uscì lo spavento in cammino. Corse alle matrici il serpente nel mondo. Nei viventi l’ardore soffiò, la rettitudine finì, per tentare così di far uscire dell’Altissimo l’integrità. L’angelo (ribelle) imprigionò il mondo. Uscì dall’alto la maledizione. Iniziò a inviare nella tomba i viventi.

Isaia 57,7 – Dall’alto generato, in cammino dentro al mondo si portò da inviato. Sorse a espiare la pena in croce per liberare con la rettitudine, che da dentro così gli scorrerà con l’acqua. Per bruciare il misfatto sarà appeso, vittima da sacrificio.

Isaia 57,8 – E l’Unigenito, chiusosi nel corpo, uscì per aiutare. Dal serpente alla fine si portò nel mondo a vivere. Questi, si portò per colpirlo per riaprire la luce agli uomini. In un puro corpo si portò. Per ucciderlo così fu in vita. A rivelarsi fu finalmente ed indicò che dall’alto era stato generato. Da un grembo innocente sorse retto in una casa retta ed indicò che a distruggere il serpente anelava. Entrò tra i viventi per amore tutti per liberarli. Con la rettitudine da dentro i viventi sarà a scacciarlo; questi sarà a finirlo.

Isaia 57,9 – E finalmente il Principe fu dal serpente a vivere. Del Potente l’agnello tra i viventi abitò, e scelse in un corpo da Tempio a versarsi per vivervi. La rettitudine recò per finire il delitto. A chiudersi fu nell’angustia. L’Eterno dai viventi per allontanarlo si portò. Tutto il fuoco a soffiare fu al serpente che sarà per l’eternità agli inferi (Sheol).

Isaia 57,10 – Il Figlio, solo con nel corpo la rettitudine, in modo retto affliggerà nel tempo il serpente delle origini che iniziò la ribellione. Per ricusarlo ne brucerà la vita. Sarà completamente l’esistenza fiacca nei viventi per la sozzura a finire. Innalzato con la rettitudine gli ha inviato il rifiuto con la malattia finale.

Isaia 57,11 – Portatosi, venne dai viventi per essere d’aiuto. Iniziò in cammino indicazioni a recare che finalmente era in un corpo l’originaria forza; per la rettitudine c’era. In croce, pur retto, questi dentro fu portato; desideravano crocifiggerlo. Fu dal serpente/dai potenti dell’Unigenito puro il corpo appeso. Il Nome in croce innalzarono, dal cuore la rettitudine uscì da rifiuto. “Io sono” in vita dalla tomba risorse, al mondo si riportò per far ascendere i viventi. Li portò a desiderare la fine dell’esistenza del serpente. Iniziò la fine ad esistere nei corpi dei guai.

Isaia 57,12 – Dall’Unico inviato fu l’Unigenito in cammino per essere d’aiuto. Il Giusto all’oppressione condussero. Gli venne dal seno un fuoco forte per ardere il serpente. Guai e rovine al serpente portò con la rettitudine.

Isaia 57,13 – Dentro lo chiamarono, così fu a scendere. Fu nel cammino a versarsi. Dentro recò giù a esistere la rettitudine. E riverrà dalla sposa. I viventi sarà a risorgere. Dell’Unico lo Spirito sarà a riversare. Dalle tombe usciranno. Dentro la potenza porterà. Usciranno perdonati. Uscirà da dentro chi c’era. Sarà l’angelo (ribelle) ammalato, per l’Unigenito. Dai corpi scenderà e sarà a lanciare la risurrezione che rigenererà con la santità le esistenze.

Isaia 57,14 – E l’Unigenito la Madre dal corpo, da un foro che il serpente con un’asta forò, al serpente portò dalla persona. E nella via/cammino rigenerati saranno dalla Madre che recò dalla piaga. Simili (a Lui) i discepoli da fiacchi si vedranno vivi essere.

Isaia 57,15 – Così fu ad indebolirsi l’Unigenito col vivere nel corpo. Dal verme si portò, inviato alla luce da Donna. La retta energia dell’Eterno portò con la santità a sorgere in un vivente e dall’essere ribelle si recò da vivente per portare il rovesciamento all’essere impuro col fuoco dell’Unico. Da fuoco la rettitudine portò per il rifiuto finale. Per sbarrarlo, per affliggerlo, recò il bruciante soffio del Potente Spirito al serpente. Al mondo in quel vivente portatosi, tutto nel corpo lo recò chiuso. Sorse la Parola dal serpente. Sarà à reciderlo dal mondo dei viventi; gli recherà la fine. Nei cuori ha inviato in aiuto la rettitudine per ricominciare a essere vivi.

Isaia 57,16 – Così ci fu il rifiuto al serpente da un fanciullo. Di una madre il primogenito la lite portò al serpente maledetto per l’eternità dall’Unico. Alla fine si recò la Parola così a stare nel corpo per recare la misericordia. Di persona fu in azione la carità, e il soffio porterà energico della risurrezione dalla morte. “Io sono” ad operare fu finalmente nell’esistenza.

Isaia 57,17 – Per le preghiere inviate, dentro giù per il peccare rovesciare scese la Parola. La fine sarà a portare per l’Unico con la rettitudine alla perversità. In pienezza totale nel corpo porterà dell’Unico lo sdegno. E sarà nel cammino per il ritorno dentro da casa. Aiuterà col corpo la sposa a casa a riportare.

Isaia 57,18 – La via (per il ritorno) è a portare col corpo l’Unigenito. Fu a indicare agli esseri che si portò a iniziare a risanarli al mondo e si recò per iniziare a guidarli. E a recare iniziò un fuoco al serpente con la Madre. Il pentimento fu ai viventi il Potente a recare; al serpente delle origini la perdizione fu a recargli.

Isaia 57,19 – Dentro portò col corpo l’Unico il frutto in una stalla. Sorse il Potente per portarsi a liberare dal serpente e ai viventi una lingua col corpo ad annunciare. La voce versò nella lite. A parlare il Signore si portò e col corpo fu. Per disperderlo alla fine fu a portarsi.

Isaia 57,20 – E al mondo dall’empio fu per la Madre la rettitudine a stare nei viventi. Lo splendore in un corpo/popolo/Chiesa dal disegno uscì alla luce. Lo riversa l’agnello tenero, l’Unigenito che fu a portare la sposa e fu a scorrerle nel corpo l’essergli simile. I viventi sono nell’acqua a essere portati. Un corpo/popolo/Chiesa, al Verbo simile, per amore le è (ad uscire) dall’utero.

Isaia 57,21 – L’Unigenito è a inviare la pace. L’origine dell’amarezza che per il maledetto fu dal serpente nei corpi bruciare, per tale azione sono a rivivere.

L’UOMO NUOVO. GESU’ E IL COMPIMENTO DELLA TORAHultima modifica: 2018-06-21T16:45:00+02:00da mikeplato
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