COSA NASCONDE IL RACCONTO DI NOÈ E DEL DILUVIO?

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di Alessandro Conti Puorger

INTRODUZIONE
Prima d’entrare nel tema del diluvio, detto “universale”, indico la particolare angolatura con cui tratto l’argomento.
Il mio intento è di sondare le parole originarie del racconto biblico che lo descrivono, senza farmi tentare di allargare il tema ai tanti aspetti collaterali fisico geologici storici, e sviare così dagli scopi del racconto che ha destato nei secoli gran curiosità e su cui già tanto è stato scritto e discusso nei vari campi.

Nell’ambito biblico la narrazione dell’evento è riportata nel libro del Genesi e si sviluppa nei Capitoli 6, 7 e 8, dopo il racconto della creazione (1 e 2), della caduta dell’uomo (3), del primo omicidio (4) – Caino uccide il fratello Abele – e dell’elenco dei patriarchi (5).

La prima volta che si trova la parola DILUVIO è nel versetto Gen 6,17: “Ecco io manderò il DILUVIO, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà.
Nel Pentateuco o Torah questa parola, che in ebraico si legge “mab-bool” e si scrive (senza segni di vocalizzazione) , si trova soltanto nei versetti 6,17 – 7,6.7.10.17 – 9,11.15.28 – 10,32 – 11.10 del Genesi che richiamano quel racconto, mentre nei restanti libri dell’Antico Testamento è riportato solo un’altra volta, precisamente nel Salmo 29 ove è tradotto con tempesta: “Il Signore è assiso sulla tempesta, il Signore siede re per sempre.” (Sal. 29,10)

Leggendo quelle pagine del Genesi è spontaneo domandarsi ove si collochi la descrizione del diluvio nell’ambito delle seguenti possibilità:

  • di un fatto reale avvenuto;
  • di racconto che estrapola a livello mondiale un evento locale;
  • di parabola-allegoria per creare un mito (come Roma, Romolo, Remo e lupa);
  • di anticipazione mitica di fatti successivi;
  • di racconto di un evento nel campo spirituale;
  • come sopra, ma con sottostante testo sigillato o criptato, quale seconda faccia, che ha bisogno di essere opportunamente aperto.

Il libro del Genesi, posto quale primo nella Bibbia, è un testo denso di significati, in quanto prodotto evoluto relativamente recente rispetto agli altri libri del Pentateuco o Torah che la tradizione tende a situare come prima stesura in contemporanea dei fatti fondanti l’ebraismo (XIII secolo a.C.) pur se, di fatto, a noi sono pervenute stesure ampliate più tardive.
Gli esperti della storia della Bibbia hanno acclarato che il libro del Genesi fu scritto nel V secolo a.C., dopo il ritorno dall’esilio babilonese e costituisce rivisitazione mitica con avanzata teologia, degli altri testi e dei fatti ivi raccontati.
È questo, così, il frutto di almeno otto secoli di meditazione, da parte di saggi dotati di profonda fede, espressa in racconti a sfondo di ricerca per estrarre dai più antichi scritti il succo di una spiegazione spirituale; in altre parole un midrash (da daresch = ricerca, in ebraico) che non altera la sostanza delle realtà che rivisita, ma l’elabora e ne apre angolature per ulteriori sviluppi.

Sulle varie problematiche che il diluvio solleva è però da evitare di entrare nell’inganno di ritenere che parli con autorità di verità scientifiche, come se tutte le scienze si coagulassero in quelle poche pagine sulla creazione dell’universo, degli sviluppi geologici, della flora, della fauna ed infine dell’uomo.
Al riguardo, è da considerare che scopo dell’autore del Genesi non è fornire una spiegazione scientifica sulla creazione e poi del diluvio, ma asseverare che la creazione è atto specifico della volontà del Dio che si è rivelato ad Israele, Signore della storia.
Vale a dire, anche se fosse certo che l’uomo si è evoluto da stadi precedenti, o si accertasse che è venuto sulla terra da altri pianeti, non sarebbe inficiato il principio che muove il racconto della creazione, espresso in parabola ed i tempi sono convenzionali (Vedi: “La durata della creazione“).

In definitiva, il Genesi, come tutta la Torah, sostiene che l’uomo viene dal cielo, perché viene da Dio, anche se la materia con cui è formato è creata, ma all’uomo spetta lavorarla anche in senso spirituale.
Esiste solo una razza, l’umana, tutta con lo stesso DNA, così il risultato è che siamo figli di unici progenitori, di un Adamo ed Eva, lasciati liberi di operare nei limiti di questo mondo.
Questa libertà è un bene a priori, pur con tutte le conseguenze negative che può implicare secondo l’uso che ne fa l’uomo.
La Bibbia, per chi crede, ha così verità soltanto nel campo teologico, ma per il resto riporta le opinioni più avanzate dei tempi contemporanei di chi li scrisse, visioni profetiche e verità in parabole, ma relative alla vita spirituale dell’uomo.
Di tali libri, in ogni modo, anche per i non credenti restano indiscusse l’alta qualità dei pensieri e la meritata autorità acquisita, conservata e consolidatasi nei secoli.

Nell’affrontare un tema biblico aderisco di solito unicamente al testo da cui cerco di fruire delle informazioni che interessano e provo a dimenticare idee preconcette, indipendentemente da ciò che so o ritengo di sapere di storia, archeologia, geologia, paleontologa o di altre scienze.
Lo scritto può comunicare la sua verità e l’intero pensiero dell’autore, che altrimenti resterebbero velati, solo se annetto il dovuto valore ai passaggi proposti, mettendo da parte ragionevoli dubbi, anche quando ciò che dice è improbabile e/o contrario alle conoscenze umane.
Sono però da sgombrare le sovrastrutture esterne del testo che, specie nel Genesi, è ricco di allegorie.

La domanda è: la Bibbia con le pagine sul diluvio, in definitiva, che verità sostiene? C’è un messaggio attuale?
È solo il racconto d’un evento come quello mitico di Ghilgamesh?
Per rispondermi, oltre alla normale lettura, affronto il tema anche dall’interno del testo biblico ebraico; mi soffermo così, dapprima, su parole chiave dell’originale, che possono dire di più della loro normale accezione, se si sfrutta a fondo l’idea che ad animare lo scritto ci sono i segni ebraici che portano messaggi grafici.
Nel far ciò, confronto anche alcuni termini con quelli della coeva cultura egiziana da cui, come dichiara la Torah, quell’ebraica ha sicuramente attinto, stante che Mosè era egiziano.
Estendo poi la decriptazioni a parti più estese, perché il testo può avere in sé un messaggio che può essere decriptato, leggendo le parole anche come serie di proposte visive, tipo geroglifici, al limite, tante quante sono i segni che la compongono, come discusso in “Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche” che ha portato al metodo ed ai significati esposti in “Parlano le lettere“, che già contiene numerose applicazioni con i risultati che si ottengono da pagine del canone biblico ebraico.

Inizio con aprire la parola ebraica, usata per diluvio , con la lettura dei segni delle lettere che la compongono:

  • m = che significa acqua, ma anche madre e vita;
  • b = che indica dentro, casa, abitare;
  • w = che evoca il portare, il condurre, ma anche un bastone, (in egiziano indica anche parola, parlare);
  • l = che porta al concetto di potenza, ma anche di serpente.

Sotto l’aspetto dell’evento “diluvio” la lettura con i segni di questa parola è calzante, perché nel suo interno è compreso il predicato: = “acqua dentro portata con potenza “.
In un’altra lettura è però implicita una promessa “la vita dentro riporterà potente “, col senso dell’attesa che sia annullata la debolezza conseguita con la caduta d’Adamo che implica la morte, la malattia e l’invecchiare.
Entrambe hanno una loro valenza, come vedremo.

I PATRIARCHI PRE E POST DILUVIO
Per ampliare il panorama delle informazioni utili al tema che interessa esamino alcuni antefatti al diluvio.
Il nome Adamo, con cui Dio lo definisce, è un collettivo, “uomo” o “umanità”.
Adamo impose il nome agli animali e, dopo il peccato, anche alla moglie Eva. Questa chiamò Caino il primogenito e ciò è già indice di un primo disordine, perché il nome è dato dal padre.
Con Abele ucciso dal fratello Caino c’è la morte di un primo uomo.
L’omicidio è così il prototipo del peccato brutale dell’uomo verso un fratello.
È così sancito il cattivo uso della libertà.
Agli schernitori non piace ricordare ciò in quanto si può fare meno ironia che sul racconto criptico dell’episodio del mangiare dall’albero del bene e del male.
Adamo poi impose il nome al figlio Set (Gen. 4,25), da cui discende Noè: “Adamo si unì di nuovo alla moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. Perché – disse – Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso. Anche a Set nacque un figlio che egli chiamò Enos.” (Gen. 4,25)
Dopo la nascita di Set, che per il Genesi è il primo uomo nato da donna, visto che Adamo non ebbe altra madre che Dio, si cominciò ad invocare il nome del Signore (Gen. 4,26), ossia “In quei tempi (gli uomini) aspettavano d’incontrarsi col Nome del Signore”, sintetico cenno questo dell’inizio dell’attesa messianica per tornare ad incontrare Dio faccia a faccia.
A questo punto inizia il Capitolo 5 che riporta la discendenza d’Adamo.
Il testo indica per ciascuna generazione:

  • N il nome del primogenito;
  • V gli anni di vita del primogenito N;
  • P gli anni di vita al momento della nascita del primogenito di N;

Da tali dati si può dedurre:

  • D gli anni di vita di N dopo la nascita del proprio primogenito (D=V-P);
  • Σ P = t il tempo assoluto dalla nascita d’Adamo, somma degli anni di nascita dei primogeniti delle varie generazioni, ossia l’anno assoluto al momento della nascita dl primogenito di N.

Lo stesso criterio è adottato nel Capitolo 11, dove è indicata la genealogia della discendenza di Noè fino ad Abramo.
Nella tabella che segue riporto gli elementi suddetti tratti fino a Lamech da Capitolo 5 del Genesi e per i restanti patriarchi dal Capitolo 11.

Nome

V
anni di vita
di N

P
Età
al 1° figlio

D
anni
ulteriori

Σ P = t
<assoluto< font=””>

Adamo

930

130

800

130

Set

912

105

807

235

Enos

905

90

815

325

Kenan

910

70

840

395

Maalaleèl

895

65

830

460

Iared

962

162

800

622

Enoch

365

65

300

687

Matusalemme

969

187

782

874

Lamech

777

182

595

1056

Noè

950

500

450

1556

Sem
D* diluvio

600

100
2 anni dopo D
Gen. 11,10

500

1656 *
1658**

Arpacsad **

438

35

403

1693

Selah

433

30

403

1723

Eber

464

34

430

1757

Peleg

239

30

209

1787

Reu

239

32

207

1819

Serug

230

30

200

1849

Nacor

148

29

119

1878

Terach

205

70

135

1948

Abramo

175

100 Isacco

75

 


La tabella comunica interessanti informazioni di come ha ragionato l’autore, pur se pare incredibile; faccio un esempio su come si legge: Matusalemme morì a 969 anni e com’è noto visse più di tutti, ebbe il figlio primogenito Lamech a 187 anni, visse altri 782 anni ed alla nascita del figlio per la Bibbia erano trascorsi 874 anni dalla creazione d’Adamo.

Tutti tali elementi si ottengono dai versetti Gen. 5,25-27 e sono riportati in tabella, che dice di più, in quanto informa che Matusalemme nacque quando Adamo aveva 687 anni e si ricava che Adamo morì quando quel patriarca aveva 253 anni (930-687), perciò Matusalemme fu testimone dei racconti d’Adamo.

La Bibbia perciò, come ricostruito in tabella, asserisce che il diluvio avvenne nell’anno 1656 dalla nascita d’Adamo, secondo il versetto Gen. 7,6: “Noè aveva 600, quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra.”
Il versetto Gen. 5,32 precisa: “Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Iafet“, quindi Sem doveva avere 100 al momento del diluvio, invece, il versetto Gen. 11,10 osserva: “…Sem aveva 100 anni quando genero Arpacsad, due anni dopo il diluvio” mentre era da attendersi che Sem di anni, allora, ne avesse 102.
Il diluvio, compreso il prosciugamento della terra, durò un tempo di quasi un anno e Noè ne aveva 601 quando uscì dall’arca (Gen. 8,13).
Faccio notare che il patriarca Matusalemme morì (1656 = 687 + 969) nell’anno del diluvio, ma il versetto Gen. 6,27 non indica una morte diversa dai patriarchi che lo precedettero; è così da arguire che morì poco prima del diluvio.
Il figlio Lamech morì nel 1651 = 874+777, cioè 5 anni prima del diluvio e del padre Matusalemme, sicché nessun patriarca pare morire nel diluvio.
Compiuto il ciclo dei primi 8 primogeniti (senza contare Enoch) di cui parlerò poi, morti nel vecchio mondo, per Noè si aprono col diluvio tempi nuovi.
Noè morì nel 2006 assoluto (1056 + 950), ossia 350 anni dopo il diluvio, mentre Abramo nacque nell’anno 1948, vale a dire 292 anni dopo il diluvio ed entrò nella terra di Canaan a 75 anni (Gen. 12,4), morto Noè da 17 anni.

Traggo così conclusione che la Bibbia, con questi dati, incredibili sulla lunghezza della vita dei patriarchi, di fatto assevera che:

  • quant’è pervenuto sui primi tempi dalle Scritture è passato per tradizione orale, in quanto per il Genesi Noè aveva ricevuto da Adamo, da Set e dai suoi figli cultura e tradizioni tramite Matusalemme, e queste integre sono arrivate ad Abramo, Isacco, Giacobbe, a Mosè, e… a noi;
  • la vita ricevuta da Dio è limitata da un cattivo uso dalla libertà stessa (Caino uccide Abele) tanto che (vedi tabella) col moltiplicarsi delle trasgressioni si perviene a durate di vita terrena sempre più brevi.

La riduzione della vita per l’egoismo degli uomini è esperienza attuale, in quanto in paesi dell’Africa si arriva a meno di 30 anni, mentre esperienza di un pio ebreo dell’A.T., che limitava il male osservando la Legge, era: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore, passano presto e noi ci dileguiamo” (Sal. 90,10), durate di vita di un paese moderno, pur se il salmo è di 2500 fa, quando non c’era tecnologia.

L’epoca del diluvio corrisponderebbe ad un migliaio d’anni prima dell’esodo degli ebrei dall’Egitto avvenuto nel XIII secolo a.C., considerato che:

  • il diluvio sarebbe avvenuto nell’anno assoluto 1656;
  • Abramo sarebbe nato nell’anno assoluto 1948 ed all’età di 75 anni sentì la chiamata di Dio si portò in Canaan (Gen. 12);
  • secondo gli esperti ciò avvenne nel XIX secolo a.C..

Di fatto, per il calendario ebraico, l’anno corrente 2006 d.C. corrisponde al 5766 dalla creazione del mondo, con uno scorrimento col nostro di 3760 anni.

Il calendario ebraico, definito “lunisolare” su mesi lunari di 29 o 30 giorni, si sviluppa sul “ciclo di Metone” pari nel complesso a 19 anni solari.
Il ciclo ha 7 anni di 13 mesi lunari, detti “embolismici” di 383, 384 o 385 giorni (il 3°, 6°, 8°, 11°, 14°, 17°, 19°) e 12 anni di 12 mesi lunari (il 1°, 2°, 4°, 5°, 7°, 9°, 10°, 12°, 13°, 15°, 16°, 18°) detti “comuni” di 353 (difettivo), 354 (regolare) o 355 giorni (abbondante).
I mesi sono: “Tishri”, “Heshvan”, “Kislev”, “Tevet”, “Shevat”, “Adar”, “Nisan”, “Iyar”, “Sivan”, “Tammuz”, “Av”, “Elul”, ma negli anni embolismici il 13° mese è quello di “Adar” raddoppiato.
L’inizio del giorno ebraico è al tramonto del sole, ore 18 di Gerusalemme.
La creazione del mondo secondo la Bibbia è fatta coincidere a 5 ore e 204 parti (un’ora ha 1080 parti) dopo le 18 (quindi poco prima di mezzanotte) del 6 ottobre 3761 a.C. il 1 del mese Tishri, momento da cui parte il calcolo dei mesi e degli anni secondo il “ciclo di Metone”.


Tutto ciò non è verità di fede per i credenti, ma è utile per cogliere il ragionamento di chi scrisse il Genesi ed al quale si sono adeguati gli Ebrei.
Nell’antichità, memoria storica certa per archivi conservati con continuità era l’egizia, ed un elenco delle dinastie con i nomi dei Faraoni ci è pervenuto dal sacerdote egizio Manetone (sotto Tolomeo I e II 280-285 a.C.) con succinte notizie storiche dei Faraoni precedenti.
La prima dinastia con Menes, definita dei Teniti, da Tis città dell’Alto Egitto, è del 2950 a.C.; prima sono indicati 7 re di epoche preistoriche.
Grazie a graffiti su una rupe si è trovato il nome del re più antico, il re Scorpione.
Altro, su tempi più antichi non è dato sapere, e forse non poteva andare oltre nemmeno l’autore del Genesi, scritto fuori d’Egitto senza archivi a disposizione.
Più indietro ancora ci s’addentra nella leggenda e nel mito del dio Nun, il primordiale emanatore … delle acque secondo la cosmogonia eliopolitana, nota attraverso i “testi delle piramidi”.
Se gli Egiziani, i primi nemici da cui gli Ebrei si riscattarono ad opera di Dio, avevano le loro genealogie che andavano fino a quei tempi, Iahwèh che è il vero padre di tutti, aveva certamente creato il mondo prima del capostipite del “serpente antico”, cioè prima delle più antiche genealogie dei Faraoni che di quel mitico serpente sono emanazione, così, come vedremo, il mito di Nun fu rivisitato in forma monoteistica.
Vari, come vedremo sono i collegamenti con i miti egizi di Eliopoli (oggi Tell Hist, un sobborgo de Il Cairo) città al vertice del delta del Nilo a sud del Goshen, ove risiedeva la maggior parte degli Ebrei prima dell’esodo.
Riporto molto sinteticamente i punti essenziali di tale mito, che come vedremo ha vari agganci col tema che interessa.

Miti egizi d’Eliopoli – Osiride e Iride
In principio c’era Nun, creatore dormiente nel caos delle acque primordiali da cui emerse l’Egitto come zolla sabbiosa. In forma di fenice vi si posò il creatore operante, Atum, che padre e madre diede vita ai gemelli, aria Shu e umidità, da cui nacque terra Geb e cielo Nut che però innamorati strettiti impedivano il germogliare della vita. Atum comandò l’aria Shu di separarli, questi s’insinuò, calpestò Geb, sollevò Nut e nacquero due coppie di gemelli, Osiride e Seth, Iside e Nefhtys. Iside ed Osiride si amavano, e Nephtys odiava lo sposo Seth.
Osiride fu re ed Iside, sorella sposa, fu regina dell’Egitto. Fu l’età dell’oro. Ai sudditi selvaggi nomadi insegnò a lavorare la terra, a coltivare la vite e ad ottenere il vino, e l’orzo da cui trarre la birra, a forgiare i metalli e le armi, a fondare città per vivere in comunità. Iside, guariva malattie, scacciava spiriti maligni con arti magiche, istituì la famiglia, insegnò a fare il pane, la tessitura ed il ricamo. Con l’amico Thot, dio delle scienze, insegnò agli Egizi a leggere e scrivere. Per portare la civiltà nel mondo lasciò la reggenza ad Iside. Il fratello Seth, invidioso, tramò per usurpare il trono, ma Iside attenta ne sventò le manovre finché Osiride tornò dal viaggio, ma Seth, escogitò una trappola, prese le misure del gigantesco corpo d’Osiride, costruì uno scrigno tempestato di gemme d’esatta misura, indisse una gara con premio lo scrigno per chi ci fosse entrato esattamente. Vinse Osiride e Seth inchiodò lo scrigno che diventò bara e buttò il fratello nel Nilo; simbolo dell’annuale inondazione del Nilo. Gli dei atterriti presero forme di animali per sfuggire a sorte analoga. Iside con Thot e con la guardia del corpo, sette scorpioni velenosi, fuggì e andò alla ricerca della bara. Dopo varie vicende incontrò dei bambini che l’avevano vista in riva al fiume ed Iside la fece portare a palazzo. Con l’aiuto della sorella Nefhtys e con i poteri magici si trasformò in falco, su di lui agitando le ali per ridargli il soffio, lo fece tornare alla vita terrena, giusto il tempo per concepire il figlio Horus. Osiride non poté però regnare più sulla terra. Iside si nascose per proteggere se e il nascituro dalle vendette di Seth. Nato Horus, gli insegnò la scienza e crebbe “come il sole nascente, il suo occhio destro era il sole, quello sinistro la luna” ed egli stesso era un gran luminoso falco che solcava i cieli. Seth tornando dalla caccia fortunosamente s’imbatté nella bara aperta e fece in quattordici pezzi il corpo d’Osiride che sparse per il paese. Iside andò alla ricerca dei resti, li ricompose, tranne il membro virile divorato da un ossirinco (dal nome di un’antica città del Basso Egitto, in sinistra del Nilo El-Bahnasa), un grande pesce, una specie di storione del Nilo. (Mormyrus Kannume o “pesce di Ossirinco”, col muso proboscidato, piuttosto comune nel Nilo che fu anche oggetto di venerazione nel XIX nomos dell’Alto Egitto). Iside, ricomposto il corpo, con la sorella Nefhtys non colpevole sposa del malvagio Seth, con Thot ed Anubi (dio dei morti) cercarono di rendere a Osiride la vita. Anubi imbalsamò il corpo; fu la prima mummia fasciata con talismani. Sui muri del sepolcro ad Abido, furono incise formule magiche. Osiride andò a governare l’aldilà, giudice delle anime dei morti e protettore della fertilità e dell’agricoltura, cioè re del Duat “Sito che è oltre l’Orizzonte occidentale”; lì vi pesa i cuori dei morti su un piatto e sull’altro mette una piuma, le anime pesanti sono mangiate da Ammit, e le altre vanno in una landa fertile e ricca di messi. Ordinò però al figlio Horus di vendicarlo. Iniziò l’interminabile lotta fra Horus e Seth, tra il bene ed il male e quando Horus vincerà Seth, Osiride tornerà nella terra dei vivi e governerà. Horus, quando fu abbastanza grande affrontò Seth in battaglia, per vendicare la morte del padre. Il combattimento fu lungo e cruento, La tremenda battaglia durò tre giorni e tre notti. Il conflitto fu interrotto dagli altri dei che decisero in favore di Horus e diedero a lui la sovranità del paese. Seth fu condannato e bandito dalla regione. In altre versioni le due divinità si riconciliarono, segno dell’unione dell’Alto e Basso Egitto.


La nascita di Adamo fu fatta affondare nelle stesse epoche, proprio perché “il serpente antico”, causa del male nel mondo, è da ricercare nelle origini della storia Egiziana, memoria storica allora del mondo conosciuto (Vedi: “Geroglifici: Gesù primo figlio dell’uomo e non di Satana“).

Accostamenti ad eventi, episodi o spunti di quel racconto si trovano in Genesi, in passi dell’A.T. e del N.T., tra cui:

  • un mito creativo dei primi due giorni;
  • un gemello invidioso come Caino verso Abele, Esaù, cacciatore, verso Giacobbe;
  • l’idea di sorella sposa;
  • la vite, la vigna e il vino;
  • il grande pesce;
  • il nemico, animale indefinibile, parallelo al bestiale ed alla bestia;
  • la donna che si nasconde per dare alla luce il figlio maschio (Apocalisse);
  • la resurrezione;
  • tre giorni e tre notti;
  • discese agli inferi;
  • la lotta in essere tra il bene e il male;
  • l’attesa escatologica.

Quel peccato originale del Capitolo 3 del Genesi, con la tentazione del serpente, calza bene col desiderio di potere che dovettero subire i più potenti entrati in Egitto con Giacobbe, di cui la Bibbia ricorda il tempo favorevole ed i tempi della schiavitù, e se uno vi cadeva, facile poi era subire dei tracolli.
Disgrazia, infatti, ci sarebbe stata di certo per chi si fosse mischiato con i fatti delle corone dell’alto e basso Egitto contro con i potenti sacerdoti di quella cosmogonia, come nel caso della nota vicenda del cambio monoteista della religione al tempo del regno del Faraone Amenofi IV, inspiegabile nella storia Egiziana, se non si immagina un apporto di idee da una solida tradizione preformata.
Di ciò il libro dell’Esodo non parla, pur se storicamente è possibile.
È la stessa tentazione d’Adamo, di essere come Dio, infatti, disse il serpente ad Eva: “Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio” (Gen. 3,5)
I Faraoni erano dei ed i discendenti di Giacobbe, entrati in Egitto nel XVII secolo a.C. furono tentati alla scalata per arrivare vicini alle dinastie.
Usando i termini d’uso nei libri gialli, questo è un movente e, i discendenti di Giacobbe con Giuseppe vice faraone hanno anche avuto l’opportunità, e non hanno un alibi, in quanto erano lì, erano monoteisti, erano diventati potenti, erano intelligenti e furono a posti importanti, certamente di potenti scribi.
Il Faraone Amenofi IV o Achenaton (1374-1347 a.C.), dei tempi successivi a Giuseppe (120 anni circa prima dell’uscita dall’Egitto con Mosè), fu l’unico che portò la svolta monoteistica, la sua dinastia finì in disgrazia per opera della classe sacerdotale precedente che vedeva perdere potere, così plausibilmente caddero in disgrazia anche i consiglieri e tutti i simpatizzanti.
Tentazione, peccato e punizione si poterono così verificare col contributo dei Faraoni, sia pure di dinastie opposte, figure di tentatore, accusatore e punitore.
Il libro dell’Esodo però dice solo che gli Ebrei subirono un capovolgimento e passarono dal favore ad essere invisi agli egiziani ed al potere.
La storia di Giuseppe vice faraone nel Genesi è così anche allegoria dell’epoca in cui Adamo era il viceré del mondo nel giardino dell’Eden, e ricorda quei tempi mitici di grazia in contrappasso coi tempi del peccato e della punizione, descritti a tinte fosche nei primi capitoli del libro dell’Esodo.
Dice l’Apocalisse (12,9): “Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli“, e drago in ebraico = = TAN è drago e tannin è “mostro marino, dragone, serpente”, simbolo d’Egitto con evidente riferimento alla dinastia dei Tiniti.

La genealogia di Adamo è costituita da 10 nomi, ove mancano Caino e Abele, ma Abele morì senza figli e Caino ha una genealogia a parte (Gen. 4,17-24).
“Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente dell’Eden” (Gen. 4,16) e il radicale NWD, nei geroglifici, col determinativo di camminare, indica “girare a parte”; perciò è un caso a sé stante, capostipite di primogeniti che non avrebbero avuto continuità, se si dà valore assoluto al racconto del diluvio, in quanto sarebbero tutti dovuti morirvi.

Osservo che nel Capitolo 5 per ciascun patriarca è ripetuto “poi morì”.
Il 7° per nascita dei primogeniti dopo Adamo, Set, Enos, Kenan, Maalaleèl, Iared, l’8° tenuto conto anche di Abele, ma non contando Caino, fu il patriarca Enoch; con questi però accade, come segnalato dal versetto Gen. 5,24, che s’interrompe il ciclo dei morti: Enoch camminò con Dio e non fu più perché Dio lo aveva preso.
Nella scala dei tempi assoluti fu preso da Dio nell’anno 622+365=987, quindi morto Abele a causa d’un uomo, e morto Adamo (930) per aver dato retta al serpente, prima della morte degli altri patriarchi Enoch sarebbe stato il terzo a morire, ma ciò non avvenne.
Vale a dire ci fu uno squarcio profetico: l’ultima parola di Dio sulla sorte finale dell’uomo non è la morte!
Il Genesi, in pratica afferma così che la morte può essere vinta e che testimoni di ciò furono i patriarchi a partire dallo stesso Set, da cui derivano tutti gli altri, in quanto Set morì 55 anni (912+130-622-365) dopo l’ascensione d’Enoch.
L’attesa della risurrezione è per il Genesi un sigillo nella memoria dell’umanità, visto che tutti procediamo da Set che fu testimonio d’una risurrezione.
Nel nome ebraico di Enoch ci sono le lettere della parola grazia = che hanno un gran ruolo nel tema; “per grazia lo porterà tra i retti “, c’è così la profezia della sua storia, in linea col pensiero in “nomen omen – nel nome il destino” in quanto “per grazia lo porterà tra i retti “.
Quelle lettere di grazia, invertite, portano poi al nome di Noè .
Congruentemente nel nome di Set c’è l’impronta dell’idea che “risorgeremo alla fine ” o “risorgeremo tutti “.
In Enoch la grazia di Dio ha operato, perché per il Genesi questo patriarca non è entrato nella morte, e reca, così, speranza di soluzione finale positiva per tutti.
Enoch fu così il soggetto che portò all’acme la letteratura apocalittica, perché è la prima buona notizia per il fedele in un mondo desolato.
È questa perciò la prima sconfitta del serpente antico.
Per la tradizione ebraica Enoch era un calzolaio, totalmente legato a Dio.
Legava insieme il mondo celeste con quello terreno come cuciva le scarpe.
In cielo gli fu dato un nuovo corpo di fuoco e tu trasformato nell’angelo Metratron, importante angelo, lo scriba celeste.
Metratron è identificato alcune volte con Raziel (Segreti di Dio) e con Uriel (Luce di Dio = luce dell’insegnamento divino).
Nel misticismo ebraico è associato a Elia – anche lui rapito al cielo – ed è il soggetto di molte opere apocalittiche, dove sono descritte le sue esperienze.
Quella tradizione immagina che quelle opere siano estratte dal libro che fu dato ad Enoch dagli angeli, contenente la conoscenza dell’albero della vita.

In linea col pensiero diun testo nascosto sotto il testo ufficiale, mi domando se, questi libri siano reminiscenza di decriptazioni deducibili dalla stessa Genesi o da altri libri canonici, ma oggi non più rintracciabili per amnesia?
Interessante è che il primo uomo, degno d’essere portato in cielo è, per la tradizione ebraica, strettamente legato alla scrittura.
Ciò dimostra l’importanza che da sempre è stata annessa ai segni delle lettere secondo quella tradizione sono incise, sul trono di Dio e, combinando le stesse, è stato creato il mondo e sono il corpo della Torah.
Enoch secondo il Genesi visse per 365 anni proprio nei tempi attorno ai quali apparvero i primi geroglifici, a cavallo del 3000 a.C..
Chi scriveva il Genesi, indirettamente, ma volutamente, sta così suggerendo che la scrittura è collegabile a questo patriarca in quanto contemporaneo dell’origine dei geroglifici, tipo di scrittura che l’autore del Genesi doveva conoscere visto che il libro è inserito nella Torah che la tradizione ritiene scritta poco dopo l’uscita dall’Egitto.
Per la stessa tradizione ebraica, essendo a quell’epoca ad esistere nel mondo, solo i discendenti dei patriarchi, come appunto sostiene la Genesi, quella scrittura da uno di questi doveva pur venire, perciò Enoch proteggendo, come angelo del cielo (Metratone – Raziel – Uriel) ha fatto ricadere sulla terra le idee dei segni preesistenti, scritti sul trono di Dio, che sarebbero stati accolti, ma in forma primitiva dalla cultura egiziana, poi purificati in quelli ebraici che sarebbero simili agli originali.

Subito dopo nella genealogia si distingue Matusalemme, primogenito di Enoch, che anche se morrà, avrà su questa terra la vita più lunga di tutti gli uomini.
Il nome di questo patriarca in ebraico è Matushallah, che con la lettura dei segni ha in sé un accenno collegato all’idea che “ai morti si riporterà con la risurrezione il vigore .”
Quest’apertura nel Genesi della pesante cappa della morte è poi seguita da una significativa anomalia.

Ho colto, infatti, per costruire quella tabella che nella puntigliosa precisione dell’autore del Genesi nel riferire l’età e la durata delle vite terrene dei patriarchi lascia una piccola indeterminazione certamente voluta.
Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Iafet (Gen. 5,32).
Noè, però, aveva una moglie sola come s’evince da Gen. 7,7: “Noè entrò nell’arca e con lui i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli, per sottrarsi alle acque del diluvio.”
Nacquero tutti e tre lo stesso anno? Un parto trigemino!
Non è mai detto che uno di questi è il primogenito, e anche se Sem è citato per primo rispetto agli altri due nomi, nelle genealogie del dopo diluvio al Capitolo 10, sono riportate prima quelle di Iafet e di Cam.
Quel versetto, molto corto, è un antefatto importante al diluvio e può costituire un avviso e la base dell’argomento chiave.
Col pre-qualificato metodo di “Parlano le lettere” ho così proceduto a decriptarlo.

Riporto il testo italiano della CEI, l’originale ebraico e la decriptazione lettera per lettera con accanto il segno relativo e dopo il risultato tutto di seguito.
(Ricordo che la lettura dell’ebraico si sviluppa da destra a sinistra.)

Gen. 5,32 –Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Iafet.


“A portare sarà nel mondo ad esistere l’energia chiusa nel Figlio . Dalle tombe salverà () i viventi . Per l’Unico porterà a tutti la risurrezione . L’energia , entrando , li porterà ad essere rinati (). Dalle tombe verranno () risorte le centinaia (). Nel Crocifisso si chiuderanno . I viventi porterà dall’Unico tutti a stare al volto alla fine .”

A portare sarà nel mondo ad esistere l’energia chiusa nel Figlio.
Dalle tombe salverà i viventi.
Per l’Unico porterà a tutti della risurrezione.
L’energia, entrando, li porterà ad essere rinati.
Dalle tombe verranno risorte le centinaia.
Nel Crocifisso si chiuderanno.
I viventi porterà dall’Unico tutti a stare al volto alla fine.


ANTEFATTI AL DILUVIO – CORRUZIONE DELL’UMANITÀ
Dato tutto ciò per acquisito, entro nel vivo del racconto del Diluvio.
Il diluvio è descritto nei Capitoli 6, 7e 8 del Genesi e lo introducono otto versetti, considerati “passo difficile” di conclamata tradizione Iahvista.
Riporto i primi quattro versetti: “Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. Allora il Signore disse: Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni. C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.” (Gen. 6,1-4)
L’immaginario collettivo ha molto lavorato su queste parole; c’è, infatti, chi ritiene che riportino l’opinione di leggende popolari d’unioni tra angeli decaduti e donne, “le figlie degli uomini”, da cui sarebbero nati i giganti.
Altri ritengono che “i figli di Dio”, di cui lì è detto, siano gli uomini della discendenza di Set e le figlie degli uomini, della discendenza di Caino.
Si è pure pensato che sia una semplicistica spiegazione degli antichi sui ritrovamenti – che vi saranno pur stati anche a quei tempi – di grandi ossa d’animali, reperti d’epoche geologiche, quali i dinosauri, di cui non sapevano darsi spiegazione e così non citati nella descrizione della creazione del Genesi.

In questi versetti, in ebraico, i figli di Dio sono i bené – ‘Elohim e le figlie degli uomini – le benot ‘adam .
Entrambi questi termini sono ripetuti due volte, il che in genere è un avviso.
Su “figlie degli uomini” non c’è possibilità di errore di identificazione, né valutazione di demerito; l’uomo di cui sono figlie è Adamo, creato dal Signore Dio, cui ha comandato “siate fecondi e moltiplicatevi”.
Il problema d’identificazione è nei “figli di Dio”.
Sull’idea degli angeli decaduti c’è una domanda ironica, entrata nell’immaginario collettivo, visto che si dovrebbe trattare del loro sesso: ma gli angeli sono maschi?
Faccio osservare che il termine , che in ebraico si traduce Dio, leggendone i segni, è un termine relativo = “il primo dei potenti “, e molti nell’antichità si sono definiti dei e/o lo sono stati considerati da altri e questi, nella sfera biblica sono ritenuti figli del demonio e del serpente antico, “la più astuta di tutte le bestie selvatiche”.
Potrebbero perciò essere “figli degli dei” i figli dei primi potenti che si fanno chiamare “dio” e che sono considerati “dei” sulla terra.
Nell’area degli scritti biblici i figli dei faraoni erano a tutti gli effetti figli di dei.
Tra l’altro, racconta la Torah, che la morte dei primogeniti potenti d’Egitto e del faraone fu la decima piaga che Dio provocò per piegarne la volontà e per dimostrare che la propria potenza era superiore a quella magica dei suoi sacerdoti e degli dei di quella cosmogonia.
Tra l’altro il faraone, nemico per antonomasia del popolo ebraico, tramite la prima dinastia dei Teniti, era figlio del serpente antico, che personalizza l’Egitto idealizzato nel Nilo ed immaginato con il corpo sinuoso come un dragone con sette teste, quante allora erano le foci di sbocco del suo delta nel Mediterraneo.
Nel testo di quei quattro versetti, poi, fra le due citazioni dei “figli di dio” è inserita una considerazione da parte del vero Dio, a modo di soliloquio, nel quale si dissocia da quei fatti – come a dire non sono io il padre di quei figli – e dall’autore del Genesi si fa definire non Elohim = , ma il Signore = Allora il Signore disse: Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo … ”
La dimostrazione che questa razza dei figli del serpente c’è, sta nel Genesi stesso, quando Dio maledice il serpente ed evidenzia l’esistenza di due stirpi: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe“.
Nel libro dei Numeri (33,3) c’è una prova che i potenti egiziani sono gli Elohim: “Partirono da Ramses il primo mese, il quindici del primo mese. Il giorno dopo la Pasqua, gli Israeliti uscirono a mano alzata, alla vista di tutti gli Egiziani, mentre gli egiziani seppellivano quelli che il Signore aveva colpiti tra di loro, cioè tutti i primogeniti, quando il Signore aveva fatto giustizia anche dei loro dei.” e qui per “dei” usa ed era morto, come si è detto, anche il primogenito del Faraone che era sicuramente uno dei (La resurrezione dei primogeniti di Decriptare la Bibbia).
Nella descrizione della situazione esistente prima del diluvio c’è un accento ironico con: C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – … e tradotto con giganti è il termine , ma usando la lettura dei segni si può arguire “emissari/inviati della bocca del Faraone erano i viventi ” e/o, potrebbe anche essere “aborti in mare “.
Ciò fa considerare i peccati di quei tempi, i figli degli Ebrei che dovevano essere gettati nel Nilo, i corpi degli egiziani affogati nel Mar Rosso, fatti tutti bene in mente dell’autore del Genesi, che lo sottintende con quell’anche dopo.
Nel punto in cui quei versetti dicono “quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli“, la parola che usa la Bibbia per quelli che nascevano non è esattamente figli, bensì gibborim, ossia “potenti valorosi, violenti”; in altre parole partorivano dei violenti.
In egiziano GB è il dio della terra, R è linguaggio, il che porta parlano il “linguaggio della terra”, cioè uomini che dimenticano di venire dal cielo.
In trasparenza si è così delineata la lotta acerrima di due culture.

Ho così proceduto con il mio metodo a decriptare a tappeto quei quattro versetti, rispettando sempre i criteri ed i significati previsti nel citato metodo “Parlano le lettere” ed ho ottenuto un testo logico e conseguente che fa comprendere il perché della decisione d’intervento da parte di Dio.
Per chi fosse la prima volta che s’imbatte in questo tipo di decriptazione, onde possa avere un cenno più chiaro di come uso il metodo, do la dimostrazione della decriptazione, ma solo del primo versetto.

Gen. 6,1 – “Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie”


E fu nel mondo la forza della rettitudine che c’era ad uscire ammalata nell’uomo per il serpente che nei corpi da padrone il soffio ad inviare fu . Entrò nell’uomo la perversità () ad abitare ; con l’energia portò a segnare chi partorisce . E la potenza uscì dai viventi .

Riporto di seguito il testo decriptato dei versetti Gen. 6,1-4.

Gen. 6,1
E fu nel mondo la forza della rettitudine che c’era ad uscire ammalata nell’uomo per il serpente che nei corpi da padrone il soffio ad inviare fu.
Entrò nell’uomo la perversità ad abitare; con l’energia portò a segnare chi partorisce.
E la potenza uscì dai viventi.

Gen. 6,2
E fu nei corpi lo spirito dei morti dell’angelo (ribelle), essendo uscita la divinità che entrata era nei viventi.
Vennero figli portati segnati nel mondo, uomini (da cui) la rettitudine era nei cuori dentro finita per l’entrata energia della perversità.
Furono rovesciati nella prigione, portati dal serpente nel mondo.
Nei viventi l’angelo pose una piaga.
Il serpente delle donne i corpi che abitava ad accendere portava.

Gen. 6,3
Furono ad iniziare esseri ribelli ad esistere nel mondo portati ad uscire dai potenti in cui la calamità portavano dell’angelo (ribelle) nei corpi.
Si portò a vivere dentro l’uomo il serpente per agire, perché dentro sviando i viventi fuori li portava dall’Unico.
Dentro gli bruciava di saziarsi l’essere portandosi a vivere nei giorni, dall’Unico uscì.
Ma per agire da principe in un mare di fuoco l’angelo entrerà!

Gen. 6,4
Nel mondo caduto, fu con i viventi ad entrarvi, fu a portarsi dentro la terra ad abitare nei giorni a vivere.
Entrato nel mondo dalle matrici portò a scorrere la vita.
Iniziò ad ardere la forza della rettitudine.
L’angelo accendendo contesa con l’Unico portò dentro (altri) angeli che furono con il maledetto a stare.
La divinità che dentro abitava finì d’uscire dall’uomo essendovi (ormai) una potenza impura.
Il serpente entrato a vivere nel mondo, dai viventi, entrando, uscì la superbia nei corpi a stare.
Nei viventi iniziò a bruciare il verme perverso.
Nei viventi iniziò l’oblio del Nome.

Sembra che con queste considerazioni, e dopo la decriptazione, quel passo difficile si sia lasciato aprire mettendo in luce una situazione d’oppressione dalla quale l’uomo da solo non può uscire.
L’umanità ha subito un’invasione da parte d’un nemico, di cui il faraone è solo una delle espressioni delle possibili manifestazioni demoniache, che si è innestato come un parassita, come un verme in un frutto, ed ha fatto marcire lo splendore originario.
Questo stato dei fatti non può essere superato che con un altro atto in grado di ridare all’uomo la dignità perduta, ma occorre un’azione iniziale.
Puntuale, il testo esterno indica che siamo sul pensiero dell’autore, infatti, gli altri quattro versetti dell’introduzione proseguono così: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: ‘Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato; con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti’. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.” (Gen. 6,5-8)

Rilevo alcune particolarità del testo:

  • È nominato per quattro volte il Signore per porre l’accento che il momento particolare comporta la Sua decisione, ma è anche un segnale al lettore di stare attento e di andare in profondità.
  • Fa rivolgere l’attenzione sul pentirsi di Dio che è indicato due volte, con un e un dal radicale = NHM; ciò però esalta un contrasto con l’idea di Dio, in quanto la Torah nel libro dei Numeri (33,19a) dice: “Dio non è uomo da potersi smentire, non è un figlio d’uomo da potersi pentire” e dopo aver letto il decriptato quel verbo piuttosto che il pentirsi fa venire in mente un “sentire compassione” che è pure nel campo delle traduzioni possibili del radicale NHM. In genere, poi, quando una parola è ripetuta due volte è da vedere cosa vogliano dire quelle consonanti in egiziano, e NHM indica anche “prender via, raggiungere da distante, salvare, liberazione, salvezza”.
  • Nel testo ebraico c’è per due volte “male” con un ed un ; il primo si può tradurre = il male finirà, ed il secondo con Egitto, la terra di Ra. Il “disegno del loro cuore” , è messo in contrasto con “se ne addolorò in cuor suo” da parte di Dio .
  • Il tutto poi porta alla conclusione nella parola sterminerò , al centro dei due pentimenti, ma questa, con l’’idea di aver compassione poco a che a vedere; perciò anche questa è da guardarvi più a fondo.

Mettendo in fila questi avvisi si ricava un discorso congruente:

  • essendoci quattro volte il Signore vuole affermare che c’è precisa volontà, vale a dire “Il Signore decreta”;
  • = “il male finirà”;
  • il “disegno” si può dividere in ” un sabato percuoterà”;
  • = “l’Egitto”;
  • = “e sarà a salvare (da NHM Egiziano)”;
  • = “e con forza indica di voler agire e venir giù alle case dei primogeniti , del Faraone potente la casa bastonerà “;
  • = il popolo () dalla prigione uscirà .

Mettendo tutto in fila il pensiero che se ne ricava è:

Il Signore decreta: il male finirà.
Un sabato percuoterà l’Egitto e sarà a salvare
e con forza indica di voler agire e venir giù alle case dei primogeniti,
del Faraone potente la casa bastonerà,
il popolo dalla prigione uscirà.


Si rafforza il pensiero che vi sia mitizzazione di un evento storico e che l’idea motrice è la storia d’Israele, la prima Pasqua, l’uscita dell’angelo sterminatore, la morte dei primogeniti degli Egiziani, la salvezza delle case ebree, l’uscita dall’Egitto e l’apertura del mar Rosso.

Questo sviluppo convince che nel modo dell’autore di avvicinare l’argomento è insito l’invito ad entrare nell’intimità con Dio, di superare le apparenze per penetrare nei suoi precordi di misericordia, certo che i Suoi pensieri sono costruttivi per il fedele e per il suo popolo.
Il racconto indica anche il prototipo comportamentale dell’uomo giusto, perché insegna che la vera giustizia sta essenzialmente nel pentirsi sinceramente , e che ciò Dio lo trasforma poi in salvezza.

È interessante vedere come si sviluppa l’idea.
Il pentirsi si trasforma in parabola, si fa carne in un uomo che impersona l’atto che il Signore si attende dall’umanità, il rivolgersi pentita al Signore che è sicura salvezza; infatti, le lettere di quel sono pentito da parte di Dio, che si trova nel racconto, sono divisibili in “Noè un uomo è “.

È così da notare che appena Dio pronuncia una parola crea, e puntuali a quest’idea le lettere di quella parola si trasformano, ed inizia: “Questa è la storia di Noè. Noè era un uomo giusto…” (Gen. 6,9)
Quei quattro versetti si concludono con:

Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore
È da notare perciò come il racconto si sviluppa con formicolio delle stesse lettere, che si uniscono a formare parole nuove che portano al racconto per accrescimenti midrashici; cioè l’autore crea con le stesse lettere i concetti sviluppando l’idea.
Partendo da ne sposta una lettera ed esce Noè e poi invertendo le lettere Noè arriverà la parola grazia , ma andiamo per gradi.

L’ACQUA DEL DILUVIO
La situazione della terra dopo il diluvio è analoga al momento della creazione: Le acque s’innalzarono sempre più sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto il cielo. (Gen. 7,19)

Per entrare nel pensiero dell’autore del Genesi circa le acque del diluvio è da notare per quel libro Dio non creò mai le acque, tant’è che: “In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.” (Gen. 1,1.2)

Nel primo giorno creò la luce e nel secondo (Gen. 1,6-8):
Dio disse: Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque.
Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne.
Dio chiamò il firmamento cielo.
E fu sera e fu mattina secondo giorno.

In definitiva sembra, così, che ci siano acque particolari, preesistenti alla creazione, che erano presso Dio ed il firmamento fu posto in mezzo alle acque come una placenta che separa la madre dalla creatura.
La terra apparve solo nel terzo giorno quando Dio raccolse le acque.

A queste acque da sempre è connesso il senso del sacro attribuito a quelle terrene, ritenute collegate al cielo (2° giorno), perché danno vita.
Si pensi a riti di purificazioni delle varie religioni, al bagno purificale degli ebrei nella miqwah , al battesimo di Giovanni ed allo stesso battesimo cristiano.
Per sondare il pensiero del secondo giorno della creazione è però da cercare tra le immagini della cosmogonia egiziana, che esisteva in contemporanea del momento cui fa riferimento lo scrittore della Genesi.
Sopra tutti gli dei del mondo egizio, c’è ITN Aton (il dio unico d’Amenofi IV che cambiò il nome in Akhenaton) dell’essere (I) completa (T) emanazione (N), su cui gli antenati dei fuoriusciti ebrei dall’Egitto ebbero evidente influsso, visto che fu l’unico squarcio di monoteismo nel paganesimo.
Aton crea Shu il dio dello splendore dell’aria e la sua controparte femminile Tefnut, dai quali nascono Geb – la terra e Nut – il cielo.
Il segno della volta del cielo , dei geroglifici egiziani, è una mensa.

Del cielo esistono due forme:

  • la maschile il cielo PT che sopra il segno del cielo ha i segni consonantici di P di T, cioè, una pietra e un pane;
  • la femminile la cielo NUT con gli stessi segni con la variazione di un orcio per la bi-consonante NU al posto della pietra P. L’orcio NU è N + due Iod=U e si può immaginare pieno d’energia N e di vita Iod. In ebraico due Iod e una N è vino , perciò l’orcio figurativamente è pieno di un vino spirituale.

Alla volta sono attaccate le stelle e viene la pioggia .

Il tempo è l’orcio NW con il pane T e con il dimostrativo sole.

Questa simbologia, rivisitata in forma monoteista, ha influito il libro nella Genesi nel 2° giorno della creazione in cui Dio dà origine al cielo, in ebraico .
Questa parola si può dividere in “Sha-Maim” ricorda il dio egizio “Shu” – splendore di PtaH – e alle onde dell’acqua “maim” cioè all’energia, rappresentata da un’onda, che sta nell’orcio della dea NUT.
Nel cielo, Shamaim di Dio, quindi c’è acqua, ma evidentemente è un’acqua particolare perché di Iahwèh l’acqua è vita ; è acqua viva, non creata perché è propria di Dio che nel 2° giorno la separa da quella dell’uomo, che è pure collegata a Lui.
L’acqua sulla terra, perciò, è un Suo dono e, seguendo il percorso delle acque s’arriva alla sorgente del Paradiso ove c’era “Un fiume che usciva dall’Eden …” (Gen. 2,10) da cui attingeva l’albero della vita. (Vedi: “Il giardino dell’Eden” e “I cherubini alla porta dell’Eden“).

Verso quest’acqua c’è tensione in tutta la Bibbia e basta ricordare:

  • il Salmo “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.” (Sal. 42,1)
  • le visioni dei profeti delle acque che escono dal Tempio;
  • le acque che escono dal costato di Cristo.

Il far scendere le acque del diluvio è perciò compiere un atto spirituale.
Dio, di fatto così, rimette in comunicazione le acque di sopra con le acque di sotto, con ciò intende finire il silenzio causa del peccato e ricominciare a parlare con un uomo, Noè, con cui ricomincia la storia di sviluppo dell’umanità che era stata interrotta dal peccato e dopo l’omicidio di Caino.
In sintesi si ripetono gli atti della creazione, per rifondare l’uomo.
Si separano le acque (segno del 2° giorno), spunta la nuova flora (segno del 3° giorno), esce l’arcobaleno (segno i luminari del 4° giorno), escono gli animali nell’arca (5° e 6°) ed esce un’umanità nuova.
Come interpretare allora la dichiarazione che dopo il diluvio “Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame, e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini.”? (Gen. 7,21)

Da questa dichiarazione consegue che:

  • l’umanità attuale, pur se figlia d’Adamo, è tutta discendenza di Noè;
  • per tutti c’è in atto l’alleanza fatta da Dio con lui;
  • la discendenza maschile di Caino è quindi perita, ossia non ha più spazio nel mondo a venire.

L’orcio della dea NUT racchiudeva energia N.
Visto con i segni ebraici quell’orcio rappresenta la grazia = “racchiude energia ” e Dio lo rovescia e fisicamente n’esce la parola Noè su cui ricade l’energia racchiusa “.
È Noè progenitore di tutti, perciò, l’autore biblico sostiene che per tutti è in atto la ripresa del colloquio da parte di Dio e la sua alleanza, esplicitata poi dal famoso arco nel cielo, che nell’accezione comune è l’arcobaleno, di cui appunto è detto nel racconto del diluvio, dopo il quale asserì: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché il cuore dell’uomo è incline al male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente com’è fatto.” (Gen. 8,21)
Quest’arco annunciò la gloria del Signore, ed è una parola della descrizione del Figlio dell’Uomo sul carro di fuoco d’Ezechiele ed il nominarla è mandare la mente a quella visione, scritta prima del Genesi, di cui ho parlato ampiamente in “Il carro di fuoco d’Ezechiele: UFO e/o macchina del tempo?“.
Ezechiele (1,27.28) così disse: “Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da uno splendore, il cui aspetto era simile a quello dell’arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia. Tale m’apparve l’aspetto della gloria del Signore. Quando la vidi, caddi con la faccia a terra e udii la voce di uno che mi parlava.”
Di quei versetti questa è la decriptazione (la dimostrazione la riportai in quell’occasione).

Decriptazione Ezechiele 1,27.28
“Porterà l’Unigenito alla vista di rettitudine una sorgente che dalle tombe risorgerà i viventi.
Ri-cammineranno i morti che nell’Unigenito entreranno.
L’Unigenito risorto dentro sarà sul colle.
Nell’aperto foro dentro saranno ad abitare i viventi che vivo lo rivedranno.
Gli uomini dagli angeli saranno portati e con potenza vivi l’innalzerà per potare a vivere la vita con i corpi dall’Unico in cui entreranno gli uomini che da angeli saranno a portarsi e del Potente a vivere nel cuore entreranno.
Vedranno che era il Crocifisso che fu un retto uomo a cui per primo uscì la prima risurrezione e nello splendore del Potente si portò per tornare a stare a casa.
Da casa vivo con il corpo l’Unigenito rientrerà nel mondo per riversare la risurrezione alla fine, (in quanto) dell’Unico il Principe era che nell’esistenza della rettitudine in azione inviò l’energia dentro un giorno nel mondo.
Scorrerà la risurrezione dalla piaga, da cui inviò acqua, che vedranno aperta.
Nello splendente foro dentro stava.
Dentro di Lui dei viventi i corpi all’Unigenito usciranno simili per rettitudine.
A casa li porterà per mano il Signore che li condurrà dell’Unico alla vista. Dal mondo li porterà dell’Unico al volto.
Innalzerà le persone che saranno portate nell’Unico risorte.”

Questo “mio arco” (Gen. 9,13) nelle nubi è “qashetti” e può esser letto appunto, come annuncio di risurrezione “versata la risurrezione per tutti sarà “.
“a versare la risurrezione alla fine sarà “, vera profezia d’alleanza con l’uomo che si attuerà, poi, nella nuova alleanza in Cristo, annunciata nell’ultima cena col pane e vino (che si trovano anche sulla tavola ) e col segno della risurrezione del Crocifisso.
Così quell’arco accerta un patto che supera ogni possibile catastrofe. Idrogeologica, per terremoti od altri eventi, che di fatto paiono continuamente smentire quel patto, se preso nel senso delle scienze fisiche terrene.
Tra l’altro, parlando di Noè, Gesù dice (Lc. 17,24-27): “Come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’Uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione. Come avvenne al tempo di Noè così sarà nei giorni del Figlio dell’Uomo: mangiavano, bevevano, s’ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti.”
L’immagine di questo lampo e di Noè portano a pensare all’arcobaleno collegato con la venuta del Figlio dell’Uomo.
È vero che qui Gesù conferma che perirono tutti, ma il discorso è in termini apocalittici come nel Genesi, ma nel parallelo Vangelo di Matteo (24,39) Gesù dice: “venne il diluvio e li inghiotti tutti”; perciò se era acqua vera morirono e se era una acqua speciale che portava grazia, l’hanno ricevuta.
È pur vero che quei giorni saranno felici, perché il Figlio dell’Uomo verrà per dare la risurrezione: “in un istante in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.” (1 Cor. 15,52).
Chi di certo perirà sarà il nemico: “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1 Cor. 15,26), come nell’episodio degli indemoniati Gadareni, ove i demoni entrarono in una mandria di porci che si lanciarono nel mare (Mt. 8,28-34; Mc. 5,1-20 e Lc. 8,26-39), episodio figura del battesimo e del diluvio in cui si muore al peccato per rinascere in Cristo.
S. Paolo, fariseo, attento scrutatore della parola, osserva (Ef. 6,12):”la nostra battaglia non è infatti contro creature si sangue e di carne, ma … contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male…”
In definitiva, il messaggio biblico con la parabola di Noè profetizza che su un uomo si rovescerà la grazia, onde tutti gli uomini, soggetti alla morte, saranno salvati con la risurrezione.
Questo messaggio è lo stesso che ha raccolto il Vangelo di Giovanni al Capitolo 21 quando, dopo la risurrezione di Gesù, presenta la scena, sulle rive del mare di Galilea, del Risorto che incontra 7 apostoli – con lui 8 in tutto – segno profetico dell’8° giorno, il giorno escatologico, e degli 8 salvati dall’arca (Noè, la mogli ed i 3 figli con le mogli), con a capo Noè, il cui nome in ebraico discende dal radicale “guidare”; perciò Gesù, il Noè profetizzato, è promessa di guida.
Lì vi è anche una barca, che ricorda l’arca, ma questa volta è da riempire di pesci, (che non erano stati salvati da Noè) e che rappresentano chi fa ancora parte del mondo antico, di prima del diluvio, passati vale a dire senza mutare nel mondo nuovo, discendenti perciò ancora del tempo del peccato.
È quest’episodio, dell’incontro di Gesù risorto, l’invio di Pietro e gli altri a popolare, il mondo nuovo, nato dal nuovo diluvio spirituale uscito dal costato di Cristo, evangelizzandolo con l’annuncio della sua morte, rivisitata sotto il segno dell’alleanza della risurrezione, palese in Cristo come un arcobaleno, (Vedi: “Numeri nei Vangeli e nell’Apocalisse: Annunci del Messia” nel paragrafo “Pescare 153 grossi pesci“).

Faccio poi notare com’è sorprendente che a diluvio finito, Noè piantò una vigna (Gen. 9,20) e si mise a produrre vino.
Il vino però, come abbiamo fatto notare, è connesso all’idea dell’orcio della dea Nut e ciò conforta anche sulla possibilità d’una lettura segreta del testo (Vedi: “Chi legge doppio è brillo” in “Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche“).
Si delinea così, sempre più concretamente, che l’acqua del diluvio non è un’acqua fisica, ma un atto di grazia unilaterale, che viene dalla misericordia del Signore, con cui è ad inondare il mondo ed i suoi abitanti, e li considera morti al vecchio regime e graziati nel nuovo, alla stregua di condannati giustamente a morte, perdonati, perché si rompe il loro cappio.
In linea con questo criterio è il battesimo cristiano che uccide il peccato ed il peccatore nelle acque del battesimo e fa nascere un uomo per una vita nuova (come con Noè la nuova umanità) e gli si da un nuovo nome, perché rinato.
Non voglio con ciò certo negare che come spunto a base del racconto “diluvio” possa esservi stato un evento importante, di un’inondazione locale in cui in tempi antichi morirono molte persone, ma questo è stato elaborato e preso a spunto per un’idea spirituale.
Un contributo che può convalidare il sospetto che non fu un evento totale, è che all’arrivo d’Abramo nella terra promessa, nell’elenco degli abitanti di Cannan sono inseriti anche i Keniti (Gen. 15,19) ed il libro dei Numeri, scritto prima del Genesi, li fa risalire a Caino, tanto che nei riguardi di questi nel libro dei Numeri il profeta pagano Ballam per i Keniti così s’espresse “Sicura è la tua dimora o Caino e il tuo nido è aggrappato alla roccia. Eppure sarai dato alla distruzione, finché Assur ti deporterà in prigione.” (Num. 24,21.22)
Sembra, così, che l’evento “diluvio” non sia stato una shoah, a meno che il Caino dei Numeri non sia un omonimo del Caino del Genesi, in quanto quest’ultimo sarebbe dovuto perire fisicamente nel diluvio se questi non fosse stato un evento spirituale!
È strano che di un evento del genere, così catastrofico, non vi sia una chiara eco negli altri libri del canone ebraico della Bibbia.
Il nome di Noè, unito a quelli di Daniele e Giobbe, è ricordato dal profeta Ezechiele – VI secolo a.C. – tra i giusti che, comunque, non sarebbero in grado di salvare Gerusalemme dall’ira del Signore (Ez. 14,14-19).
Vi è poi un chiaro parallelo delle vicende del diluvio nel racconto del profeta Giona (IV secolo a.C.), ma con riferimento ad un evento spirituale.
Tra questi due estremi s’inserirebbe la redazione del Genesi.
Il NT invece ha riferimenti espliciti al diluvio, in quanto evidentemente rivisitò quelle Genesi pagine captandone la profezia sul Cristo:

  • nell’episodio sinottico dei Vangeli di Luca (17,24-27), di cui ho già detto, e di Matteo (24,36-39);
  • nella 2 lettera di Pietro (2,5).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice al punto 1094:

Proprio su questa armonia dei due Testamenti [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 14-16] si articola la catechesi pasquale del Signore [Lc. 24,13-49] e in seguito quella degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Tale catechesi svela ciò che rimaneva nascosto sotto la lettera dell’Antico Testamento: il Mistero di Cristo. Essa è chiamata “tipologica” in quanto rivela la novità di Cristo a partire dalle “figure” (tipi) che lo annunziavano nei fatti, nelle parole e nei simboli della prima Alleanza. Attraverso questa rilettura nello Spirito di Verità a partire da Cristo, le figure vengono svelate (2Cor. 3,14-16). Così, il diluvio e l’arca di Noè prefiguravano la salvezza per mezzo del Battesimo, (1Pt. 3,21) come pure la Nube e la traversata del Mar Rosso; l’acqua dalla roccia era figura dei doni spirituali di Cristo, (1Cor. 10,1-6) la manna nel deserto prefigurava l’Eucaristia, “il vero Pane dal cielo” (Gv. 6,32).
Non si può però escludere che gli scrutatori antichi, che parlano di “tipi”, usando t u p o i V si riferiscano non solo a “tipi” come avvicinamenti a due personaggi o a due situazioni per una comune proprietà, ma anche a lettere in senso stretto che sono appunto il mezzo da seguire per arrivare alla profezia, garantite dalla parola di Gesù che dice (Gv. 5,39): “In verità vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge“. (Mt. 5,18) e “scrutate le Scritture… ebbene sono proprio esse che mi rendono testimonianza.” (Vedi: “Esegesi dei giudeo-cristiani” in “Il Cristianesimo di fronte ad una Bibbia segreta“).

Particolare rilevanza ha poi nel Corano la figura di Noè (Nùh), richiamata tante volte ed in cui sono dedicate due Sure, la XI (Hùd) che ne sunteggia la storia e la LXXI che porta il suo nome, Nùh (Noè).
In questo il racconto contempla che la punizione fu con acqua e fuoco, le lettere ebraiche di cielo = “fuoco – d’acqua un mare “, cioè fu una punizione del cielo.

Segnalo poi che Noè nella Sure:

  • XXI Al-Anbiyâ’ (I Profeti) è citato tra i profeti al versetto 76;
  • XXIX ‘Al-Ankabù (il Ragno), al versetto 14, concordemente alla Bibbia, visse 950 anni;
  • XXXIII Al-Ahzâb (I Coalizzati) al versetto 7 è posto tra i profeti con cui è stato fatto un patto “[Ricorda] quando accettammo il patto dei profeti: il tuo, (Muhammed) quello di Noè, di Abramo, di Mosè e di Gesù figlio di Maria; concludemmo con loro un patto solenne.”


L’ALTRA FACCIA DEL DILUVIO
Il precedente excursus sull’episodio del diluvio si è concluso prefigurando un evento connesso ad una pioggia che annuncia una grazia.
L’idea del rovesciamento su Noè della grazia , tra l’altro, è insita graficamente già nel versetto: Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore


È questo il momento in cui, di fatto, è preannunciato che il Signore recederà dall’ira ed invierà la grazia agli uomini, come pioggia.
Partendo da quelle lettere e pensando alla parola grazia viene alla mente un’altra situazione, quando Dio invio un angelo a coinvolgere una donna nel piano di salvezza, come in fondo Dio fece con Noè:
Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.” (Lc. 1,30) e cominciò: “Ti saluto piena di grazia, il Signore è con te.” (Lc. 1,28)
Settanta facce ha la parola di Dio, perché appunto le lettere dicono di più delle parole, ed entrando con questo pensiero, quelle lettere possono anche prefigurare l’evento dell’annunciazione:

  • Portò un angelo di nascosto alla Madre giù l’Unico , perché Lei aveva trovato,
  • grazia agli occhi del Signore.

Non a caso i Padri della Chiesa hanno visto Maria, quale arca dell’alleanza, figura del vascello che pur nella procella salva chi a lei si affida.
È mia esperienza, dalle tante decriptazione effettuate, che la maggior parte dei messaggi biblici nascosti hanno per riferimento l’avvento del Messia; infatti, questa era l’attesa per il completamento del disegno della creazione, ma su ciò non si poteva, per comprensibili motivi, essere troppo espliciti.

Vedo connesso a tale pensiero sulla tensione al completamento ed al Messia il passo di S. Paolo ai Romani 8,19-22: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio … e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione … Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto.”

Veniva questo tema lasciato prevalentemente a visioni ed a forme di letture che lasciassero qualche margine di libertà, essendo in definitiva una speranza e non ancora certezza.

Per capire di più, vado a vedere nei successivi quattro versetti del Capitolo 6 del Genesi (6,9-13) se vi siano elementi che rafforzino quest’idea che si va formando sul racconto del diluvio.
“Questa è la storia di Noè. Noè era un uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio.
Noè generò tre figli: Sem, Cam e Iafet.
Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena (la terra) di violenza.
Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.
Allora Dio disse a Noè: E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco io li distruggerò insieme con la terra.”

Anche in questa serie di quattro versetti si trovano ripetizioni:

  • quattro volte Dio ;
  • quattro volte Noè ;
  • sei volte terra ;
  • due volte ogni uomo, che in effetti è ogni carne .

Quei quattro versetti girano attorno a termini che contengono per quattro volte il radicale che indica abbattere deprimere e precisamente:

  • due volte con era corrotta e ;
  • in pervertito ;
  • distruggerò .

Sono queste parole dure, ma, come prima, dobbiamo pensare bene di Dio.

Il radicale , infatti, se aperto con le lettere ci può anche portare a pensare bene, in quanto “risorti dalle tombe usciranno ” e, poi, nascosto nella parola ci sono le lettere che formano la parola Messia, cioè “il Messia sarà finalmente tra i viventi “.

Quelle consonanti di in egiziano S”HYT poi indicano “barca”.
L’autore sta preparando l’idea dell’arca di Noè ed anche i Vangeli collegano sempre la salvezza alla barca di Pietro.
Il tutto poi è aperto dalla parola toledot, che tradotta con “storia”, ma più esatto sarebbe tradurre con “generazione od origini” e questa è foriera d’una novità per l’uomo, proprio d’una rifondazione.
Tra l’altro il fatto che Dio è nominato quattro volte indica che la decisione è importante e quanto è detto è sancito.
Dio, cioè, com’abbiamo osservato, riprende la storia di sviluppo dell’uomo, interrotta per lo sviamento intervenuto, ed annuncia la nuova creazione.

Osservo che il nome usato di , “le potenze” può aprirsi leggendo le lettere in più modi che portano sviluppi, tutti collegati ed ampliati nel contesto biblico con un processo di arricchimento, in quanto le lettere hanno in sé tale potere grazie al messaggio grafico che contengono.
Quelle lettere, se riferite al serpente ed al male, portano a:

  • all’origine il serpente entrò a stare nei viventi ;
  • il maledetto fu nei viventi ;
  • il maledetto () entrò a stare nelle acque ;
  • per l’Unigenito il serpente ad uscire sarà dai viventi .

Se riferite a Dio si ha:

  • dall’Unico potenti ad uscire saranno le acque (diluvio);
  • l’Unico con potenza aprirà il mare (apertura del mar Rosso);
  • Dio ad uscire sarà da Madre (natività);
  • Dio nel mondo sarà un vivente (incarnazione).

Ci sono anche le parole:

  • terra : “l’Unigenito in un corpo scenderà “, che pure reca all’idea dell’incarnazione;
  • “ogni uomo :” gli abitanti risorgerà i corpi .”

È opportuno ricordare che:

  • avvenne prima un fatto, l’uscita dall’Egitto e l’apertura del mar Rosso, atto creativo del popolo d’Israele, come d’un bimbo esce dalle acque del parto;
  • il Genesi fu scritto a storia consolidata e n’è una postuma ispirata interpretazione ed idealizzazione tesa a dimostrare che tutto era nel disegno di Dio; cioè, il diluvio, con l’elezione di un uomo giusto, è parallelo all’uscita dall’Egitto del popolo ebraico che è l’elezione d’un popolo giusto;
  • quel fatto fondante è comunque sullo sfondo ed evoca il racconto in modo allegorico come ho evidenziato e su cui poi darò altri cenni.

Tutto questo però è lo scenario in cui il messaggio si muove, ma l’autore voleva non solo fare un panegirico, una razionalizzazione ed una mitizzazione della storia che evidentemente era nello sviluppo orale della tradizione contemporanea, ma anche scrivere le proprie convinte speranze, la fede e l’attesa nella risurrezione e nel Messia; asseriva così che ciò che era solo un mito falso e bugiardo per l’Osiride della cosmogonia egizia, sarà effettivamente, in modo simile, ma per amore degli uomini, attuato dal Dio d’Israele, in quanto tutti siamo figli suoi, e non solo il Faraone.
Vi sono così tanti elementi ed avvisi dell’autore che portano a far intendere che il discorso è pieno di significati che vanno al cuore delle attese ultime dell’uomo, e fanno sì che diviene di secondaria importanza il racconto esterno, la disputa sulle dimensioni dell’arca e di come ha fatto ad ospitare tutti gli animali, il cercare dove s’è arenata, ecc.

Non mi restava perciò che andare a decriptare l’intero racconto, che palesa che l’autore aveva in mente l’ordito dell’incarnazione a supporto del disegno midrashico del diluvio e di Noè.
Riporto perciò in appendice il decriptato dei tre capitoli 6, 7 e 8 del Genesi.
Per brevità non riporto invece la dimostrazione, ma chi è interessato potrà, risalendo dall’originale ebraico, verificare che nell’ottenere il testo nascosto ho sempre rispettato integralmente le regole predefinite del metodo di decriptazione in “Parlano le lettere” di “Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche” e che vi è stretta corrispondenza biunivoca tra l’ottenuto e le lettere ebraiche usate dall’autore del Genesi con i significati grafici delle stesse indicati dal metodo stesso.
I verbi non li metto al futuro, ma al passato al presente o al futuro secondo la situazione in relazione a come, in effetti, poi gli avvenimenti si sono svolti e si attende che si svolgano in Gesù Cristo.

DILUVIO, INIZIO DI UN TEMPO NUOVO
È un fatto che il diluvio universale è da millenni nelle paure dell’umanità, in quanto è indubbio che tanti diluvi più o meno locali ci sono stati, perciò l’evento è entrato nel DNA dell’uomo.
Certo è che la maggior parte degli antichi su ciò ha propri miti e racconti, più o meno noti all’autore del Genesi, almeno quelli delle culture vicine.
Di fatto, però, è duro accettare, e mi soffermo solo su quest’aspetto, che Noè abbia raccolto nell’arca le coppie d’animali di tutte le specie esistenti, compresi rettili e uccelli (pesci, insetti ed anfibi?) e sia riuscito a sfamarle tutte per un anno circa, quant’è nel racconto del diluvio il tempo che rimasero nell’arca, e poi finché la terra fu capace di dare nuova vegetazione e nuovi parti.

Costato, infatti, che il tempo nell’arca durò:

  • 7 giorni poi s’aprirono le acque (Gen. 7,11), era il 17° giorno del 2° mese;
  • i 40 giorni del diluvio (Gen. 7,17), le acque cominciarono a calare dopo 150 giorni (Gen. 8,3), il 17 del 7° mese, l’arca si arenò sull’Ararat (Gen. 8,4), dopo ossia 5 mesi e una settimana dall’entrata nell’arca;
  • il 1° giorno del 10° mese, emersero le cime dei monti vicini, ossia dopo 7 mesi e 3 settimane (Gen. 8,5);
  • dopo altri 40+7+7 giorni Noè, vista tornare la colomba con un ramoscello d’ulivo, sbarcò (Gen. 8,6-11).

Questo tempo, ed è voluto, è pari a 40 settimane, 270 giorni circa, il tempo della gestazione d’un bambino e con ciò il racconto svela tutta la sua allegoria.
Vi sono le acque, si apre l’arca che è come una placenta, c’è un parto ed esce al mondo una nuova umanità, ma questa non è molto diversa dalla precedente e lo sottolinea Dio stesso con il commento (Gen. 8,21): “Non maledirò più suolo a causa dell’uomo, perché, l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.”

Di fatto cosa è cambiato?
La buona notizia è che quest’umanità ha trovato grazia agli occhi di Dio.
È come se Dio abbia preso atto che l’uomo da solo non ce la poteva fare.
C’era solo una mossa da compiere, liberare l’uomo da quell’istinto, attuando la profezia dell’incarnazione nascosta nel testo.

L’ARCA
Il problema è come superare quella realtà che il Genesi segnala in termini crudi.
Il libro fornisce l’inizio di una risposta su tale profondo problema esistenziale.
In sintesi il diluvio evoca il timore, legato alla morte inevitabile ed inattesa verso la quale non vi è difesa, ma alla quale solo Dio può porre rimedio.
Nel caso specifico suggerisce di prepararsi a tempo ispirando un’idea, l’arca, che attuata porta alla salvezza fisica i pochi residui credenti, cioè Noè, i 3 figli e le 4 mogli, 8 in tutto, rispetto all’umanità intera che, di fatto, perisce nell’ambito di quella paura.
Importante nella storia del diluvio è la parola arca che si trova scritta nelle due forme TBT tebat e TBH tebah ed è usata in tutto il canone biblico ebraico soltanto:

  • nel libro del Genesi (Capitoli 6-9), con riferimento all’arca di Noè, 24 volte (3×8) nella forma e una sola come ;
  • nel libro dell’Esodo, al Capitolo 2 versetti 3 e 5, per 2 sole volte, la prima nella forma e la seconda come , entrambe con riferimento al cestello o canestro, che opportunamente impeciato, come l’arca, servì da culla a Mosè quando fu messo nel Nilo.

Ciò certamente non è accostamento casuale, ma prova che l’autore del Genesi, che scrisse molti secoli dopo la vicenda di Mosè salvato dalle acque raccontata nell’Esodo, aveva in mente questo fatto nel dire del diluvio e ciò fa segnare altri punti a favore d’un racconto parabolico allegorico.
Mosè fu salvato dal Nilo, che rappresenta il male ed il drago antico, come l’umanità è salvata da Dio Padre con Noè e l’arca nel racconto esterno, e con il Cristo ed il suo legno, la croce, in quello criptato.
Tornando ai segni ebraici che formano la parola arca è di fatto conclamato che la è una “casa” o “dentro” e la lettera una “croce”, un segno volontario.

Provo a disegnare queste figure:


C’è una casa in pianta schematica e due croci ai lati.
Ciò porta ancora al racconto dell’Esodo quando Mosè dette disposizioni per prepararsi alla notte in cui doveva passare lo sterminatore, che uccise i primogeniti dei potenti egiziani e del Faraone, segnando gli stipiti delle proprie case con il sangue dell’agnello pasquale: “Preso un po’ del suo del sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case…” (Es. 12,7) per distinguere le case ebree da quelle degli egiziani.
In altre parole “indica che vi abita un prescelto “.

Così, nel racconto del diluvio Dio farà la stessa differenza, salverà l’arca ove vi sono i prescelti e farà morire gli altri.
Il principale comandamento per rispettare l’alleanza col Signore: “Ascolta Israele Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, e con tutte le forze. Questi comandi… li scriverei sugli stipiti della tua casa…” (Deut. 6,4-8)
C’è perciò nell’immaginario ebraico, una gran tensione su questa casa segnata, tanto che gli ebrei che considerano il corpo come la casa mobile dell’uomo segnano la propria fronte e si mettono segni particolari alle mani per la preghiera.
Vedendo poi quei segni in egiziano, T sono confini e B è una gamba con piede che indica “luogo, posto”, ma per traslato il luogo di residenza, ossia l’Egitto stesso, perciò il ripetere 24 volte nel Genesi, cioè 3×8 = tre pienezze si ha la certezza di 3 liberazioni, corrispondenti ai tre livelli dello scritto:

  • mediante l’arca di Noè, per lo scritto esterno;
  • TBH in egiziano dai “confini dell’Egitto usciremo”, come idea di partenza trasferita nella mitizzazione della storia che ha ispirato il diluvio;
  • nel livello del criptato, il cui racconto porta a pensare al Crocifisso in cui dentro entreremo, ed a casa ci porterà.


GLI ANIMALI
Una nota, infine, sugli animali che portati nell’arca, mondi e immondi, sono un elemento importante del racconto del diluvio.
Ora, per lo schema che s’è andato delineando, questi non sono animali ma, mi si consenti l’ardire, uomini che non sono ancora del tutto iniziati ad entrare nell’alleanza col Dio Unico.
Provo a spiegarmi con alcune pennellate.

Gli uomini visti come pesci! Vi farò pescatori di uomini!
Gli uomini visti come agnelli, la pecora perduta … è usuale nei Vangeli.
Nei tempi messianici, c’è la profezia d’Isaia (11,6,7) che “Il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno insieme, si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia come un bue“, ma queste scene sembrano essere diventate realtà nella mente dell’autore del Genesi, che scrive dopo Isaia.
Il Genesi, che è successivo ad Isaia, quelle scene e situazioni l’immagina possibili dentro l’arca, altrimenti impossibile sarebbe stato il compito di Noè.
Ciò rafforza l’idea che il diluvio è figura di tempi messianici.
Per quanto detto sinora questo bestiame – selvatico o no, ed i rettili – non sarebbero animali concreti, ma un midrash, una parabola che indica le caratteristiche spirituali di esseri non completi ancora nel proprio sviluppo; sono gli aspetti di vari tipi d’incompletezze evidenti al didascalo, al maestro spirituale, al catechista, al sacerdote, al rabbino.
Ognuno con la propria esperienza, potrà fare paralleli e considerazioni sui caratteri di persone che conosce; quello è un orso, una volpe, un’oca!
La profezia d’Isaia prosegue (Is.11,7-9b) con; “Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide, il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi … perché la saggezza del Signore riempirà il paese, come le acque riempiranno il mare.” sembra quasi che con la saggezza del Signore, che sarà come le acque, saranno tutti pieni di saggezza del Signore e … non saranno più animali!
Non, perciò, visione bucolica, utopica od escatologica, ma possibilità fornita dalla grazia della conversione che vince gli istinti dell’uomo da orso, vacca, leone od aspide.
Nella prefazione del nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti, si legge: “Colui che insegna deve farsi tutto a tutti (1Cor. 9,22) per guadagnare tutti a Gesù Cristo … In primo luogo non pensi che le anime a lui affidate abbiano tutte lo stesso livello. Non si può perciò con un metodo unico ed invariabile istruire e formare i fedeli alla vera devozione. Taluni sono come bambini appena nati, altri cominciano appena a crescere in Cristo, altri infine appaiono effettivamente già adulti … Coloro che sono chiamati al ministero della predicazione devono, nel trasmettere l’insegnamento dei misteri della fede e delle norme dei costumi, adattare opportunamente la propria personale cultura all’intelligenza e alla facoltà degli ascoltatori.”
In definitiva, questi animali sono uomini che debbono entrare in un cammino per avere un completamento; infatti, nell’arca saranno “completamente dentro rifiniti ” e “completi da dentro usciranno “.

Nel paragone con l’Esodo, siamo al tempo dei 40 anni dopo la consegna della Torah in cui nel deserto si ha la trasformazione della forza di lavoro del Faraone uscita con gli ebrei “Inoltre una gran massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero.” (Es. 12,38) “La gente raccogliticcia che, che era tra il popolo…” (Num. 11,4) “Ora il figlio d una donna israelita e di un egiziano uscì in mezzo agli Israeliti” (Lv. 24,10), ed è come un’arca di Noè d’uomini e animali che saranno portati tutti nella terra promessa nel parallelo dell’Esodo, nel nuovo mondo di Noè, e nel Regno dei cieli, con il Cristo.
C’è un altro elemento che fa pendere la bilancia verso la soluzione che l’arca non salva animali, ma è un mezzo per traghettare dal mondo vecchio ad un mondo nuovo uomini da catechizzare.
Nei versetti Gen. 6,19-21 erano già state date disposizioni a Noè su chi portare nell’arca, ma nel versetto Gen. 7,2 il Signore dispone: “Di ogni animale mondo prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono mondi un paio, il maschio e la sua femmina“.

Qui, però, per maschio e femmina non sono usate le parole ebraiche che individuano tali sessi, ma il termine d’uomo e di moglie/donna .
L’uso di queste parole per animali è del tutto anomalo; questa, infatti, è l’unica volta con cui la Bibbia si riferisce alle bestie col termine d’uomo e di donna (vedi anche nota del “Dizionario Teologico dell’A.T.” di Jenni e Westermann).
L’arca così diviene sede per passare alla salvezza, una specie di figura del tempo del catecumenato nel Cristianesimo, in cui s’entra da pagani e s’esce appartenenti al nuovo Israele.

Per quanto riguarda bestiame o bestia il termine ebraico è “dentro ai campi vivono all’aperto “, e un plurale è behamot, che anche un mostro che secondo la tradizione ebraica ai tempi messianici sarà ucciso e mangiato in un banchetto col Leviatano, in quanto da “dentro uscirà la morte “.

In definitiva, la salvezza di Dio fa uscire l’uomo dall’istinto bestiale e lo porta a dimensioni che sempre più tendono a Lui, perché: “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza…” (Gen. 1,26)

Il racconto del diluvio si può mettere in parallelo a quello del profeta Giona, il cui nome vuol dire “colomba” e ricorda quella che uscì dall’arca.
C’è un viaggio in mare, Giona sta nella pancia di un grosso pesce per tre giorni e tre notti, Dio voleva distruggere la città di Ninive e non lo fece dopo la predicazione del profeta che mosse gli abitanti a conversione.
A Giona Dio alla fine dice: “Non dovrei aver pietà di Ninive …vi sono persone che non sanno distinguere la mano destra dalla sinistra e animali?” (Giona 4,11)
Gesù fa espressamente nei vangeli un parallelo di sé con Giona (Lc. 11,29-32 e Mt. 12,38.42), come Giona si addormenta profondamente su una barca (Mt. 8,24.25 e Giona 1,5) e per tre giorni e tre notti fu inghiottito dalla morte.

CONCLUSIONI
Segnalo che nella citata Sura del Corano n° XXI Al-Anbiyâ’ tra i profeti è anche Giona (in arabo Yùnus) al versetto 87: “E l’Uomo del Pesce, quando se ne andò irritato. Pensava che non potessimo niente contro di lui. Poi implorò così nelle tenebre: Non c’è altro Dio all’infuori di Te! Gloria a Te! Io sono stato un ingiusto!”
Interessante è che:
– in “Quello del pesce” cioè “Dhû ‘n-Nûn”, appaiono le lettere del dio Nun emanatore delle acque di cui abbiamo parlato collegato al profeta Giona;
– tale titolo fu assunto quale soprannome dall’Egiziano Abû ‘l-Fayd Thawbân ibn Ibrâhîm Dhû ‘n-Nûn al-Ikhmîmî al-Misrî, vissuto tra VIII e IX secolo d.C., che fu uno dei primi sûfî, inquisito per le sue dottrine e per i suoi metodi, ma incarcerato, venne liberato con onorificenza, autore della classificazione degli stati e delle stazioni mistiche classica nel sufismo, e gli sono attribuite opere d’alchimia e di “scienze delle lettere“.
Questo personaggio, nato a Ikhmîm, nell’alto Egitto a 460 chilometri dal Cairo, morto a Gizeh, sulla riva sinistra del Nilo, dove c’è la Sfinge e la grande piramide, vissuto nel crogiolo formativo delle culture egiziana – ebraica – islamica, avvicinò il tema di Giona, quindi di Noè, e di Nun al soprannome, ed è interessato alle lettere ed a temi sviluppati in campo ebraico con la cabbalàh che ebbe le massime espressioni nel XII-XIII secolo d.C.. (Sul tema dell’alchimia e della cabbalàh vi sono idee preconcette, e poco si entra nel succo del perché nacquero tali ricerche da saggi delle tre religioni che si rifanno alle sacre scritture ebraiche, avvicinandosi alle lettere formative del testo. Vedi: “L’uomo nuovo: sogno e realtà d’un alchimista cristiano” e “Se l’uomo viene dal cielo là torna“).
Il soprannome di quel saggio mi ha portato a considerare l’immaginario di chi viveva nella zona del delta nel Nilo.
Su l’uomo pesce che poi nasconde il padre Abramo, approfondirò il tema in “Vangeli, profezie attuate dal Cristo” nel paragrafo “Battesimo e le tentazioni”, che è on preparazione, perché il tutto è una sinfonia unica ed ogni elemento ha tantissime connessioni.

Storicamente parlando, un diluvio universale, con la morte di tutta l’umanità da collocare 3700-3800 anni a.C., è contro la verità e, indipendentemente dalla datazione, al massimo si può ammettere che l’idea che ha prodotto il racconto esterno si poggi su eventi locali realmente accaduti.
Forse un’alluvione d’eccezionale violenza, causata da piogge insolitamente copiose e persistenti in concomitanza di un’inondazione per piena eccezionale del Nilo nei pressi del delta, in presenza di forti venti da Nord con poderose ondate verso gli sbocchi nelle ore d’alta marea, per la conformazione del suolo a scarsi rilievi, poteva rappresentare un vero diluvio per gli abitanti del Basso Egitto, specialmente del Gosen.
Archeologi e geologi hanno concluso che la roccia base della famosa Sfinge fu dilavata da acque, attorno a 10.000 anni fa.
Nell’immaginario degli Egiziani, che vissero in quell’area molti millenni dopo, da quella realtà dell’acqua che poteva entrare nel deserto e superare i rilievi esistenti poterono immaginare l’idea d’una gran catastrofe universale del passato e gli Ebrei vissero laggiù circa 3250 anni fa, fino circa al XIII secolo a.C., e se tutto ciò per gli Egiziani era accaduto ad opera del dio Nùn, l’autore vero non poteva che essere stato Iahwèh, che voleva punire i cattivi.

Quanto ventilato potrebbe essere stato il motore che ha spinto l’autore del Genesi a quel midrash, capovolgendo l’idea di partenza in un evento spirituale, premonitore di salvezza per gli Ebrei, che da quell’area furono poi salvati col miracolo dell’apertura del Mar Rosso.
Volendo però dare attendibilità completa a quanto descrive il Genesi, il diluvio universale è vero in assoluto solo se riferito ad un evento spirituale che implica:
– l’intenzione di Dio di farsi coinvolgere nella storia dell’uomo;
– il perdono;
– il riversarsi della sua grazia.
Pochi però si resero conto di quella buona notizia e ne furono salvati, sfuggendo alla sorte della morte grazie alla fede nella risurrezione e vissero forti in questa speranza, mentre i più rimasero con l’idea di fine incombente, quindi, pur se vivi, di fatto, attendevano solo la morte.
La prima venuta del Figlio dell’Uomo fu anch’essa come un diluvio che recò la buona notizia della grazia, ma anche allora chi credette e/o crede secondo il Vangelo è “salvato”, e chi non credette e/o crede è restato nel vecchio mondo ove impera la morte senza speranza; infatti “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato” (Gv. 3,17.18a).
Lungo il mare di Galilea Gesù, infatti, annunciava “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc. 1,15) che è la buona notizia che non siete abbandonati da Dio e … c’erano attorno a lui apostoli e barche, figura dell’arca e del vascello della salvezza.
Detto tutto quanto precede sulle varie sfaccettature di questa pietra preziosa del racconto del diluvio, ad evitare lungaggini, dopo la presentazione del testo decriptato dei Capitoli 6, 7 e 8, riportato in appendice, non farò ulteriori commenti.
Il testo della decriptazione ottenuta, peraltro, è molto eloquente.
La sua lettura fa comprendere che è solo frutto del testo di partenza, di cui rispetta tutte le lettere, e che senza di quello non si sarebbe potuto produrre.
Le conclusioni le lascio al lettore, perché appunto volontà dell’autore biblico del Genesi è che vi siano più interpretazioni.
Tutte portano ad una conclusione: Dio salva.
È il custode dell’uomo, lo porterà alla pienezza della Sua conoscenza.
A noi resta solo un compito: “Temere Dio, questo è sapienza e schivare il male, questo è intelligenza.” (Giobbe 28,28)

DECRIPTATO DEL CAPITOLO GENESI 6

Genesi 6,1
E fu nel mondo la forza della rettitudine che c’era ad uscire ammalata nell’uomo per il serpente che nei corpi da padrone il soffio ad inviare fu.
Entrò nell’uomo la perversità ad abitare; con l’energia portò a segnare chi partorisce.
E la potenza uscì dai viventi.

Genesi 6,2
E fu nei corpi lo spirito dei morti dell’angelo (ribelle), essendo uscita la divinità che entrata era nei viventi.
Vennero figli portati segnati nel mondo, uomini (da cui) la rettitudine era nei cuori dentro finita per l’entrata energia della perversità.
Furono rovesciati nella prigione, portati dal serpente nel mondo.
Nei viventi l’angelo pose una piaga.
Il serpente delle donne i corpi che abitava ad accendere portava.

Genesi 6,3
Furono ad iniziare esseri ribelli ad esistere nel mondo portati ad uscire dai potenti in cui la calamità portavano dell’angelo (ribelle) nei corpi.
Si portò a vivere dentro l’uomo il serpente per agire, perché dentro sviando i viventi fuori li portava dall’Unico.
Dentro gli bruciava di saziarsi l’essere portandosi a vivere nei giorni, dall’Unico uscì.
Ma per agire da principe in un mare di fuoco l’angelo entrerà!

Genesi 6,4
Nel mondo caduto, fu con i viventi ad entrarvi, fu a portarsi dentro la terra ad abitare nei giorni a vivere.
Entrato nel mondo dalle matrici portò a scorrere la vita.
Iniziò ad ardere la forza della rettitudine.
L’angelo accendendo contesa con l’Unico portò dentro (altri) angeli che furono con il maledetto a stare.
La divinità che dentro abitava finì d’uscire dall’uomo essendovi (ormai) una potenza impura.
Il serpente entrato a vivere nel mondo, dai viventi, entrando, uscì la superbia nei corpi a stare.
Nei viventi iniziò a bruciare il verme perverso.
Nei viventi iniziò l’oblio del Nome.

Genesi 6,5
Ed il timore del Signore con la rettitudine fu dai corpi da dentro ad uscire per il cattivo completamente entrato nell’uomo.
Dentro la terra portò il maligno la tribolazione.
Le macchinazioni nei cuori recò.
Nei corpi versò il male.
In tutti nel mondo fu a portarsi a vivere.

Genesi 6,6
Ma fu a sentire compassione il Signore.
La rettitudine per spazzarlo bruciandolo dal mondo venne in un uomo.
Dentro la terra portò la forza per finire l’idolo.
Dio dal serpente a casa si portò.

Genesi 6,7
E fu l’Unico per il ribelle ad entrare nel mondo.
Portò ad entrare l’Unigenito in un vivente.
Per chiudersi nel mondo venne in un uomo dell’Unico il Principe, che creò tutto.
Fu per farlo venir meno.
In una persona fu nel mondo; in un’uomo entrò.
Nella matrice d’un uomo per agire s’insinuò.
Nella Madre entrò l’Eterno nel corpo per il salvare portare.
La vide, la conoscenza Le portò: Le parlò che entrava il Nome a stare nella Madre.
Così fu l’energia a chiudersi, in un uomo fu la rettitudine a stare; opererà nell’esistenza un integro.

Genesi 6,8
E dall’angelo violento in un fratello inviato dentro ad agire sarà; dall’angelo sarà il Signore!

Genesi 6,9
Dio v’entrò per la fine portare al serpente.
La legge divina inviò; con la grazia la chiuse in un uomo.
D’un giusto, in modo puro, fu dalla matrice ad uscire il Signore.
In una casa/famiglia per aiutare nel corpo completamente fu a portarsi.
Venne Dio nel mondo per stare tra i viventi.
Entrò nella stoltezza la rettitudine per guidarli.
(E Giuseppe era giusto, annota il Vangelo di Matteo)

Genesi 6,10
Ed era stato il serpente giudicato; nella tomba il terzo (giorno dal peccato – cioè l’ottavo della creazione) entrerà.
Il Figlio fu tra i viventi a venire con la risurrezione.
In vita riverranno dalle tombe.
Vivi li riporterà e dell’Unico tutti saranno al volto alla fine.

Genesi 6,11
Per portare la fine dei sepolcri entrò l’Unigenito in un corpo, per arrostire con il soffio l’angelo che sta nel mondo.
La divinità a rientrare sarà, la morte per la pienezza uscirà.
L’Unigenito i corpi rialzerà dalle tombe per vivere in pienezza.

Genesi 6,12
A portarsi fu in un corpo l’Unigenito.
Dio ad entrare fu in un vivente per venire in terra e portarne fuori l’angelo.
Entrerà l’energia nei sepolcri del mondo.
La rettitudine sarà ad uscire per risorgere in vita tutti.
Tutti dentro risorgerà i corpi.
Verranno le generazioni rette e l’innalzerà dalla terra.

Genesi 6,13
A recare sarà l’Unigenito, vivi, col corpo, da Dio, dal mondo a stare i viventi; dal Potente li guiderà.
Riverserà giù tutte a casa risorte delle moltitudini le migliaia.
Per l’angelo ci sarà stato, per la rettitudine che risarà nei viventi, il rifiuto nel mondo; uscirà per l’Unigenito ucciso nella prova.
A rivivere le persone saranno.
Dal mondo vive le porterà fuori.
Le invierà tra gli angeli a stare.
Dei salvati nell’assemblea saranno tutti i viventi.
Verranno con l’Unigenito nel corpo su.

Genesi 6,14
Si vedranno risorti entrare in cammino tutti dentro alla fine nella (sala) del consiglio a stare.
Di zolfo avrà versato l’angelo nel mare; finire si vedrà bruciare.
Dal mondo verranno finalmente ad abitare; fuori li porterà retti il Verbo nel corpo tutti.
Verranno i viventi dal Tempio portati a vivere nell’assemblea, condotti su a casa, perdonati.

Genesi 6,15
E questi entreranno nell’Unigenito che luminoso con il corpo tutti vedranno risorto.
Nel mondo, prima, dalla croce uscì nel terzo (giorno) vivo.
L’Unigenito portò il segno primo alla Madre.
Rientrò l’Unigenito con il corpo, la rettitudine entrò a tutti in casa, uscita dalla quinta costola fu nella Madre.
La Madre che lo partorì dal grembo fuori portò il Risorto al serpente.
Pose l’Unigenito con la Madre nel mondo l’attesa che dai morti si uscirà.

Genesi 6,16
Saliranno sul monte delle croci, vedranno risorto uscire potente il Crocifisso.
Dentro ad entrare vi aveva portato la divinità l’Unigenito, in un vivente (evidentemente) entrò la perfezione degli angeli nel mondo.
Dai viventi, perché innalzato, uscì, ma per liberare il mondo alla fine dentro rientrerà.
Dentro giù con il corpo rientrerà il Crocifisso; a risorgere sarà i morti dalle tombe.
Tutti saranno salvati dall’angelo (ribelle).
Saranno i viventi portati nel terzo (giorno dalla loro creazione), pur essendo morti a vedersi per la risurrezione a riuscire.

Genesi 6,17
E ad incontrare gli angeli saranno dal mondo inviati, angeli saranno i viventi a casa, saranno dell’Unico a venire vivi.
Dentro li porterà nel Potente, a vivere Gli staranno in seno, vi guizzeranno uscendo dall’Unigenito dal corpo.
Saliranno al Potente i risorti dalle tombe, tutti con la rettitudine nel cuore nel risorto corpo dell’Unigenito liberati.
A casa li riporterà con il corpo, li riporterà dalle tombe vivi.
Saranno i viventi dai morti strappati per entrare in cielo tutti felici.
A casa dell’Unico con i corpi saliranno, saranno camminando a portarsi a vederlo.

Genesi 6,18
E nel mondo versato dai viventi in croce fu l’Unigenito.
In croce dentro il corpo ne fu crocefisso pur essendo l’Unigenito completamente retto.
Ce lo portò dentro a venire il maledetto per finirlo da dentro al mondo.
Venne (infatti) in casa dell’angelo (ribelle) a stare per affliggerlo illuminando l’oppressione che reca; per farne dimenticare l’esistenza, dentro l’angelo fu (allora) ad affliggerlo, crocifiggendolo così.

Genesi 6,19
E piaghe il serpente gli aprì.
Nella tomba fu.
La vita per la rettitudine dal cuore liberò.
Risorto dall’energia, fu a rivivere.
La vita per la rettitudine con potenza nel Crocifisso dentro rifù.
Dell’Unico la divinità rientrò tutta dentro.
Riuscì potente al mondo a vivere il Crocifisso.
Verrà (però) la rettitudine puri i corpi a recare; saranno pure dentro l’esistenze ad essere riportate.

Genesi 6,20
Nei viventi entrò del peccare il soffio, perché fu l’angelo la perversità nei viventi ad inviare; entrò il bestiale serpente nei viventi che opprime la vita di tutti.
Il verme bruciante entrò negli uomini del mondo, perché era l’energia entrata.
Brucerà (però) l’angelo nell’acqua bollente!
Il maligno che in casa desiderava Dio essere, da tutti uscirà; la vita gli porterà alla fine.

Genesi 6,21
E verrà una Chiesa di retti viventi che dalla vergogna delle origini tutti l’Unigenito a liberare sarà.
L’Unigenito tutti riporterà all’originale pienezza.
Il soffio del Crocifisso la divinità sarà con la rettitudine a recare.
E dall’esistenza la potenza della rettitudine porterà il serpente ad uscire; nei viventi il serpente mangiato uscirà.

Genesi 6,22
E spazzerà la risurrezione l’angelo chiuso in tutti.
Afflitto il rettile porterà fuori.
Ed il maledetto sarà piagato per l’energia che agirà per la risurrezione entrata.

DECRIPTATO DEL CAPITOLO GENESI 7

Genesi 7,1
E fu all’origine, per essere stato ribelle, l’esistenza nel mondo a portare.
Nel mondo, il Potente l’angelo imprigionò dentro.
Dell’Unico venne a portare la rettitudine nei cuori ad essere finita.
Affliggeva il serpente nel mondo tutti gli abitanti.
Così fu a venire l’agnello dell’Unico (onde) ci fosse il segno nell’esistenza un giusto.
Il potente Verbo inviato fu a casa dell’impuro.
In un corpo questi entro nel mondo.

Genesi 7,2
Nei viventi tutti entrò il bestiale, entrò nel cuore la perversità, nei corpi entrando, tutti li versò nelle tombe.
Del Potente (però) la rettitudine nel settimo (giorno) uscì a portarsi in esilio da casa per agire nel mondo in un uomo.
E ad una donna l’indicazione portò che l’avrebbe portato in vita.
Un angelo entrò in casa.
Nel mondo in vita uscirà da una donna con il corpo.
La potenza dell’Unigenito dal cuore uscì, nel corpo Le entrò Lui ad accenderla.
L’angelo che sarebbe stata la madre all’uomo ed alla donna portò indicazione.

Genesi 7,3
A scorrere la vita in seno Le portò il Verbo che uscì dal cielo nel settimo (giorno) del mondo.
Alla luce in una casa si vide uscire un maschio.
Ed angeli si versarono sulla casa, dell’entrata del Potente in vita portavano l’indicazione.
Il seme dall’alto in una persona fu della rettitudine del Potente ad entrare in terra.

Genesi 7,4
Il maligno, che nei viventi è in seno, a sbarrare nel settimo (giorno) uscì l’Unigenito che, con l’energia della rettitudine, fu in un vivente a vivere.
Nei cuori fu il male ad agire del serpente nel mondo, in terra ad insidiare in azione è tra i viventi; fu (però) tra i viventi a portarsi l’Unigenito, che in un corpo dentro in azione fu d’un vivente.
Di notte al mondo lo portò la madre in vita.
Un segno ci fu che dell’Unico la perfezione, che era sperata, in vita da donna in un corpo si vedeva.
Una luce fu ad indicare che era a vivere dall’alto il Verbo inviato, era nel mondo; in un uomo entrava.

Genesi 7,5
E per spazzare con il fuoco l’angelo (ribelle) un amo nella prigione del rettile portò ad entrare; vi si portò il Signore.

Genesi 7,6
E inviò chiusa (in quel) figlio la risurrezione per la devastazione desiderata per finire con il fuoco l’angelo che della perversità nei viventi dentro portò.
Per il serpente (infatti) nel mondo è entrata nei viventi la forza del male operare (quando) entrò in terra.

Genesi 7,7
E fu dentro l’Unigenito dall’angelo (ribelle) di nascosto/chiuso a portarsi in (quel) figlio che fu portato, ma dell’Unico il fuoco completo recava, e l’energia della risurrezione fu a casa dell’angelo ad essere recata.
Venne a portarsi Dio ad entrare completamente nel mondo a vivere in una persona nei giorni; uscì a vivere (nel mese) dei prodotti (autunno; ottobre-novembre).

Genesi 7,8
In un vivente l’energia entrò dentro nel mondo.
Da una madre uscì.
Entrò un essere puro, nel mondo però viveva l’energia che uscendo il bestiale entrato alle origini brucerà dai corpi, annullando l’angelo dal mondo che dai cuori uscirà.
Dai corpi la perversità che vive per l’angelo uscirà con il peccare.
Il soffio che porterà in tutti l’Unigenito della risurrezione nei corpi il verme brucerà rialzando gli uomini del mondo.

Genesi 7,9
Bruciato l’angelo, saranno salvati dall’energia che sarà nei viventi a riabitare della desiderata divinità.
L’angelo (ribelle) racchiuso, per la divinità entrata finalmente da dentro uscirà colpito dalla rettitudine nei corpi e l’essere puro dentro rientrerà.
Afflitto il rettile si porterà fuori.
Per la divinità ad uscire sarà dai viventi l’origine del drago che vi si chiuse.

Genesi 7,10
E fu nel mondo (dove) sta il serpente nel settimo segno ad entrare dei giorni tra i viventi per portarvisi a vivere.
Fu ad entrargli in casa per arrostirlo.
Sarà portato in olocausto in terra.

Genesi 7,11
Dentro il fuoco l’angelo finirà bruciato.
La devastazione l’Unigenito gli porterà alla fine degli anni.
Il serpente, che la vita opprime, chiuderà dentro una prigione.
Con l’aiuto della risurrezione uscirà bruciato l’angelo, che c’è dentro, nel settimo (giorno) del mondo.
Per l’azione della risurrezione nei corpi sarà riportato nei viventi il vigore.
Per l’aiuto della risurrezione da dentro sarà portato dai viventi ad uscire colpito; uscirà da dentro l’energia che il marchio del peccare in tutti in seno fu l’angelo a recare.
E la fine completa della perversità, che l’essere ribelle dentro al mondo portò, insidiando tutti, uscirà.
In cielo tra gli angeli i liberati porterà.

Genesi 7,12
E sarà ad uscire dall’esistenza, scacciato dal fuoco dal seno, il serpente, che entrò all’origine nei corpi.
Scese per insidiare per agire nei giorni, ma in un vivente si portò l’Unigenito in un corpo ad agire; (infatti) fu dalla Madre di notte ad uscire.

Genesi 7,13
In una casa, per agire giù tra i viventi, entrò; fu a portarsi dalla Madre.
Nel mondo da questa entrò in casa per prima un angelo ad annunciare, illuminando la madre, che una vita avrebbe portato; a chiudersi nella matrice a portarsi sarebbe stato il Verbo.
Al tempo/segno figlio Le sarebbe stato, fu l’angelo ad annunciare alla donna.
(Secondo) l’indicazione dell’angelo a chiudersi si portò tre segni (giorni dopo) l’energia per accenderle nell’esistenza il figlio, che sarà a portare a venire tra i viventi.
Dio entrò nell’arca!

Genesi 7,14
Entrò tra i viventi nel mondo per riportare tutti fuori dalla prigione, che è il mondo, (ove) il serpente i viventi opprime, portandoli tutti fuori dal bestiale che la potenza ai viventi fu ad inviare della perversità.
In una sposa, nel corpo per salvarli, dall’alto entrò.
L’Unigenito nel corpo scese dal serpente a vivere in forza dei lamenti portati, onde da tutti uscisse il peccare.
Il Verbo, perché fosse dell’angelo la perversità da tutti a scendere il soffio, portò nel corpo la rettitudine che nel cammino (della vita) ne invierà il soffio.

Genesi 7,15
E fu dentro l’Unigenito a recare della divinità l’energia di nascosto/chiusa; la divinità uscirà alla fine dentro nel mondo con la risurrezione che dall’angelo sarà a salvarli.
Sarà dai viventi la piaga del serpente ad uscire dalla carne.
L’Unigenito risorgerà le moltitudini e lo spirito vitale risarà nei viventi.

Genesi 7,16
Ed a rientrare dentro per l’Unigenito sarà la vita pura nei corpi che riporterà da esseri puri.
Dentro al mondo rivivranno con la rettitudine nei cuori.
Risorte le moltitudine l’Unigenito riporterà dall’afflizione del rettile.
E dal mondo verranno portate a Dio (ove) entreranno stare a vivere; a portarsi saranno per chiudersi nel Signore che dentro nell’eternità li condurrà.

Genesi 7,17
E saranno dal mondo nel Signore i viventi dentro a portarsi guizzando dai quattro (angoli del mondo) dov’erano a vivere.
Saranno, portatisi in seno, a guizzare fuori dalla terra.
E saranno con i corpi dentro a portarsi per starvi a vivere.
E saranno i risorti all’Unico condotti.
Verranno tutti dentro ad entrare ed alla fine (Gli) vivranno in seno.
Guizzando fuori dall’Unigenito con i corpi scenderanno.

Genesi 7,18
E staranno in alto.
A saziarsi di vita saranno i viventi portati.
Saranno le moltitudini portate a vivere sulla nube, innalzate dalla terra.
E tutti, per la potenza della rettitudine entrata finalmente dentro, usciranno a vedere del Potente il volto.
Da angeli del Signore i viventi saranno a vivere.

Genesi 7,19
E dal mondo a vivere saranno i viventi in alto con il corpo portati.
Vivrà l’uomo dell’Unico alla conoscenza.
La potenza uscita dall’Unigenito, nei corpi scesa, a portare sarà la rettitudine che alla pienezza li porterà.
Tutti usciranno rigenerati, essendo dai viventi uscita la superbia.
Saranno i viventi beati, tutti nell’assemblea dei perfetti in cielo.

Genesi 7,20
Nell’assemblea dei salvati si vedranno i risorti con il corpo usciti dall’Unigenito a vivere stando vivi del Potente in seno.
Dal Potente uscirà a scorrere dentro per saziarli la vita.
Sarà la vita che porta l’esistenza dal trono a portarsi.
Entrando, rigenerati saranno i viventi.

Genesi 7,21
E sarà a perire, per la rettitudine nei cuori che lo brucerà nei corpi entrando, il verme.
Ardere si vedrà il serpente entrato in terra ad abitare.
Del peccare il soffio portato dentro dal bestiale, con la perversità che dentro vive, fuori si porterà.
E tra i pianti il serpente uscirà per l’Unigenito dai corpi che si rialzeranno rigenerati.
Salvati, innalzati dalla terra porterà tutti fuori gli uomini.

Genesi 7,22
Tutti beati, angeli luminosi, gli uomini, con lo spirito vitale saranno a vivere nell’Unico (ove) dal Verbo saranno portati vivi dalla prigione, risorgendone i corpi da dentro le tombe (ove) i corpi il bestiale alla fine li portò.

Genesi 7,23
E saranno a vivere nell’assemblea dell’Unico, tra i perfetti, essendo stati risorti.
Dell’Unigenito, risorto con il corpo, vedranno il potente volto.
L’inviato sarà che entrò in un uomo nel mondo a vivere per gli uomini, per agire proteggendoli dal bestiale.
(Colui) che agendo le generazioni salvò, portandole nell’eternità; volando entrò in cielo e furono vivi all’assemblea portati a vivere con gli angeli uscendo dalla terra.
E ci sarà la Donna che con il corpo a venire portò l’Unigenito, con chi rettamente guidò, cioè da chi venne portato a casa per entrare tra i viventi del mondo (il marito della Donna, forse il ns. S. Giuseppe).

Genesi 7,24
E sarà la possanza portata ad entrare nei viventi, essendo in seno al Potente.
Per uscire dalla terra nella quinta costola saranno a portarsi a vivere nell’Unigenito crocifisso, che sarà a portarli vivi.

DECRIPTATO DEL CAPITOLO GENESI 8

Genesi 8,1
E fu a ricordarsi Dio che nel mondo c’erano a vivere i venuti con l’angelo imprigionati, portati all’origine nell’oppressione dal potente del mondo a vivere, che portò a venire in tutti ad entrare il bestiale.
L’Unigenito, per scioglierli, tornandoli tutti a casa dal mondo e fossero a ripassare a Dio, usci per un cambiamento portare alla prigione, dall’alto entrò in terra riportando in un essere il fuoco della rettitudine per recarlo nel mondo ai viventi (onde) fossero a rivivere.

Genesi 8,2
E sarà a chiudersi, portandosi in un seno a stare.
Un angelo ad indicare la scelta al mondo portò alla Madre che avrebbe recato l’Unigenito nel corpo da una casa/famiglia scelta.
Uscì il Nome per stare nella Madre, si portò per essere della sposa il primogenito che per scacciare con il fuoco dai viventi (ove) viveva l’angelo uscì dal cielo.

Genesi 8,3
E ad abitare si portò nel mondo nelle acque, che sono nella Madre in seno, per guizzare fuori in terra.
Nel mondo il serpente porterà ad ardere con il fuoco, che porta dentro, e sarà la pienezza della rettitudine nei corpi a portare a rientrare nei viventi.
Saranno a rivivere (in quanto) la vita verserà; si rialzeranno, usciranno dalle tombe salvati.
Sarà in vita a riportare i viventi l’Unigenito alla fine dei giorni (anche, alla fine del giorno, ovviamente il settimo).

Genesi 8,4
Ed alla fine li guiderà tutti a casa a rientrare.
Dentro le tombe l’aiuto della risurrezione entrerà nel settimo (giorno), saranno dentro risorti, da dentro si vedranno uscire.
Ad operare nei corpi sarà riportato ai viventi il vigore.
Bruciato dall’azione il serpente uscirà dai corpi.
Era il maledetto nei cuori.

Genesi 8,5
Ad uscire Madre fu.
Le acque s’aprirono.
Fu a portarsi nel mondo del serpente.
E da un retto, che si portava in penuria, nella famiglia entrò.
Dall’Uno una luce uscì, si sentirono canti.
Fu su una casa vista la luce.
Era in un corpo che stava nella casa l’Unigenito, nascosto in un povero.
Dell’Uno una luce d’angeli si videro portarsi.
Nel corpo dalla Donna fu al mondo partorito; era un vivente.

Genesi 8,6
E fu nel mondo a stare in un vivente.
Si versò giù l’Unigenito in un corpo per le preghiere dei viventi che nel giorno (in quello stesso giorno della creazione, cioè il settimo) porterà ad essere liberati.
Con l’energia che racchiude verrà l’ammalare a portare all’angelo (ribelle tanto) che dal mondo finirà.
Da dentro uscirà dall’Unigenito un fuoco che il cattivo brucerà nel mondo.

Genesi 8,7
E fu della risurrezione il vigore a venire dal nemico a casa e sarà giù con l’Unigenito a stare che giù lo portò desideroso del fuoco portargli.
In casa l’Eterno era dentro con il fuoco; alla fine (il nemico) uscirà dai viventi che risaranno a vivere (in quanto) il male operare uscirà dalla terra.

Genesi 8,8
E sarà della risurrezione la potenza nelle tombe a venire.
Sarà a recare l’energia che riapre la vita che verrà a riportare la potenza nei corpi desiderata da tutti nel mondo.
A rovesciare il serpente porterà che, uscito vivo, nell’acqua bollente verrà meno.
Angeli saranno a riuscire gli uomini del mondo.

Genesi 8,9
E del Potente il valente Unigenito entrò nel mondo.
Da colomba visse abitando di nascosto/chiuso ai potenti in un villaggio; a rivelarsi si porterà alla fine.
In esilio Dio s’era portato per il maledetto che lo finirà in casa.
Entrando la rettitudine nei giorni dei viventi, ad illanguidire l’angelo sarà.
Di tutti, entrando in terra, ha portato la forza per salvare la vita, che l’impuro è a portare a rovesciare nelle tombe con la perversità, e sarà dentro dell’Unigenito a venire la divinità.
Sarà a portarli da Dio fuori alla fine da dentro il mondo.

Genesi 8,10
E sarà dalle tombe al Potente alla vista a condurre aiutandoli nel settimo, alla fine dei giorni, i viventi.
I fratelli con il corpo saranno da vivi portati a stare nella pienezza del Volto luminoso, del Potente nell’assemblea (ove) verranno ad essere portati (quali) angeli usciti finalmente da dentro il mondo.

Genesi 8,11
Ed alla fine a casa l’Unigenito Dei sarà a portare gli usciti dal violento serpente.
Il tempo, per il nemico fu dentro portato nel mondo, (finché) l’angelo uscirà in l’olocausto; di questo (allora) ci sarà la fine.
I cuori, guariti dal soffio dentro saranno dalla perversità in forza dell’aiuto che avrà agito nelle tombe della rettitudine.
Sarà stato rovesciato il serpente, portandolo vivo nell’acqua bollente, in olocausto per l’Unico dai corpi salito.

Genesi 8,12
E sarà stata la forza che ammalava per il peccare, con l’aiuto della risurrezione che dentro avrà agito, finita di stare nei viventi.
Sarà la vita originaria a racchiudersi nei corpi essendo nei viventi riportato a stare con la risurrezione il vigore.
A venire saranno, e guidati dall’Unigenito staranno alla pienezza del Volto.
Dal mondo tornati; Dio (stesso) sarà a recarsi (per loro) a testimoniare.

Genesi 8,13
E saranno ad entrare per stare in casa i fratelli tutti portati risorti dalla devastazione, dall’Unigenito portati alla fine nella luce degli angeli.
Nel mondo li ha ricreati simili per l’energia che dentro l’Unigenito nei sepolcri avrà racchiuso aiutandoli a risorgere.
La distruzione avrà portato ad uscire dai viventi; sarà chi vivere prevaricando uscito dalla terra.
E saranno alla pienezza, tra i canti, nell’assemblea a venire dei viventi.
In trono entrerà il Crocifisso, che dentro al mondo si portò, sarà alla vista a portarsi apertamente.
L’angelo nel mondo l’ammazzò, ma si riportò in persona a ristare nel mondo; con gli uomini uscì.

Genesi 8,14
E dentro l’Uno nella luce entrerà del Risorto il frutto del settimo (giorno), dal mondo portato.
Si vedranno con i risorti corpi.
Risarà nei viventi in (questo) giorno (settimo) il vigore.
Con l’aiuto ritorneranno i risorti uscendo dal mondo; con l’Unigenito col corpo saliranno.

Genesi 8,15
E saranno per l’aiuto figli di Dio per l’entrata esistenza nei viventi della divina energia, avendo (loro) racchiuso la potenza l’Unigenito della vita nei corpi.

Genesi 8,16
Giù, in verità, entrò in croce, e da dentro venne a portare la Donna, indicando che nella rettitudine avrebbe portato figli che sarebbero stati retti e, con gli apostoli, che illuminati furono, da casa l’inviò così venissero i retti.

Genesi 8,17
Una sposa nel mondo nelle assemblee fu ad uscire per la Donna; un corpo/popolo venne di retti viventi con la rettitudine nel cuore accesa.
Alle moltitudini a sentire portò la parola e dentro, entrando dai viventi usciva la perversità.
Dentro della rettitudine la potenza entrava nel corpo/popolo salvandolo.
Un popolo/corpo di salvati innalzò in terra, che dalla perversità, dalla sozzura con la rettitudine portata liberava; i precetti dentro la terra portava, era feconda e portava le moltitudini a condurre azioni (tali) che il serpente usciva dalla terra.

Genesi 8,18
Ed era giù l’Unigenito l’energia nelle assemblee a recare e figli era (la Donna) a portare e li iniziava alla risurrezione del Crocifisso e portava nei figli a stare la rettitudine e gli apostoli ad illuminare erano i figli che erano stati portati.
L’Unigenito tutti li conduce.

Genesi 8,19
Tutti gli entrati nell’assemblea erano ad entrare nella sposa, (cioè) il popolo/corpo dei salvati, in quanto da tutti usciva il peccare. La parola al popolo/corpo portava il salvare.
Innalzava in terra il Potente tra i viventi.
Serva di tutti era nel mondo.
Dalla Madre è a scendere il desiderare nei viventi dell’energia uscita dal Crocifisso dentro al mondo.

Genesi 8,20
Portata è nei figli l’energia nelle assemblee dalla Madre per uccidere del serpente la forza della perversità.
Ed è obbedendo la piaga del serpente ad uscire con il bestiale.
Entra nei cuori il rigenerare, recato ai viventi dalla rettitudine; per la potenza esce il peccare, il soffio esce dai cuori della perversità, saziati sono giovando dell’olocausto del Crocifisso dentro per i viventi ucciso.

Genesi 8,21
Ed è il corpo/popolo la vita a portare nel mondo dell’Unigenito. In giro sono nelle assemblee ad entrare gli apostoli.
Nelle assemblee ad annunciare sono la parola del Signore.
Al maledetto nei cuori portano il rifiuto.
Dell’Unigenito intorno parlano, il serpente maledicono, agiscono portando aiuto, l’Unigenito indicano al mondo che in un uomo entrò che da casa ad agire dentro portò un corpo/popolo nel mondo di uomini retti, sono a formare i cuori, escono uomini pastori dei viventi che i fanciulli sono a portare e per il potente Unigenito li raccolgono.
Da testimoni potente esce l’annuncio del Crocifisso che origina la perfezione della vita.
Così, per la Donna, un popolo/corpo si vede di risorti essere indicato nell’esistenza.

Genesi 8,22
Il (loro) agire blocca/sbarra il maligno nei viventi che sono al mondo, in terra colpiscono il male.
E nella messe che (Le) portano versa lo Spirito la Madre, e versa con forza i precetti nelle assemblee che a guarire portano le esistenze e che a recidere sono il serpente.
Esce il serpente dagli uomini che dentro dai confini (Le) recano.

COSA NASCONDE IL RACCONTO DI NOÈ E DEL DILUVIO?ultima modifica: 2018-06-26T17:11:43+02:00da mikeplato
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