Hayy ibn Yaqzan (Il Vivente figlio del Vigilante)

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di Ibn Tufayl

Ibn Tufayl fu scrittore e filosofo islamico del XII secolo,  famoso per aver scritto il primo romanzo filosofico, che è questo in oggetto. E’ un romanzo filosofico-allegorico ispirato all’Avicennismo e al Sufismo , e che racconta la storia di un bambino autodidatta selvaggio , cresciuto da una gazzella e che vive da solo su un’isola deserta , che, senza contatto con altri esseri umani, scopre la verità ultima attraverso un processo sistematico di indagine ragionata. Alla fine, Hayy entra in contatto con la civiltà e la religione quando incontra un naufrago di nome Absal. Determina che alcune trappole della religione , vale a dire l’immaginario e la dipendenza dai beni materiali, sono necessarie per la moltitudine in modo che possano avere vite dignitose. Tuttavia, le immagini e i beni materiali sono distrazioni dalla verità e dovrebbero essere abbandonati da coloro la cui ragione riconosce cosa davvero essi siano).

Prologo

Nel nome di Dio clemente e misericordioso

Il maestro, il giureconsulto, l’imam, il dotto, l’eccellente, il perfetto, l’illuminato Abu Ja’far Ibn Tufayl – sia su di lui la misericordia di Dio – ha detto: sia lode a Dio, l’elevato, l’immenso, il preesistente, l’eterno, il conoscitore, l’onnisciente, il saggio, il più saggio, il misericordioso, il più misericordioso, il generoso, il più generoso, il tollerante, il più tollerante, “che ha insegnato all’uomo l’uso del calamo, ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva”[Corano  96, 4-5].
Il favore di Dio su di te sia grande; io Gli sono riconoscente per le gioie che Egli concede, Gli rendo grazie per la continuità dei Suoi benefici. Attesto che non c’è Dio se non l’unico Dio che non ha compagno, e che Muhammad è il Suo servo, e il Suo inviato, dall’indole pura, dagli splendidi prodigi, dall’argomentazione irresistibile, dalla spada sguainata; Dio lo benedica e gli dia pace, e benedica la sua famiglia, i suoi sostenitori dalle aspirazioni elevate e dalle imprese significative, e tutti i suoi compagni e seguaci fino al giorno del giudizio, e conceda loro molti riconoscimenti.

Mi hai chiesto, nobile fratello, puro amico, Dio ti conceda la vita eterna e ti renda felice per sempre, di svelarti ciò che è giunto per divulgazione fino a me dei segreti della filosofia orientale, di cui ha parlato il maestro principe Abû ‘Alî ibn Sinâ; sappi che chi vuole conoscere la Verità senza alcun velo, ha il dovere di ricercare quei segreti e di sforzarsi di penetrarli. La tua domanda ha suscitato in me un elevato desiderio, mi ha condotto – sia lode a Dio – a sperimentare uno stato che non avevo sperimentato prima, mi ha portato all’estremo confine della più straordinaria esperienza, ed esso è tale che non si può esprimere con la lingua, e non si può fare oggetto di esposizione, poiché proviene da un altro piano di esistenza e da un altro universo. Tuttavia, chi giunge a questo stato e perviene fino al suo ultimo limite, non è in grado, per la gioia, la soavità e la dolcezza che lo inebriano, di nascondere ciò che la sua situazione gli detta, o di celarne l’intimo segreto; ma si impadroniscono di lui l’ardore dell’estasi, la felicità, la serenità, sì da spingerlo a manifestare il suo stato nella sua completezza, senza particolari. Chi non è uomo di cultura, dice allora cose senza fondamento; così uno di questi giunse a dire: – Gloria a Me, come è grande la Mia gloria! – e un altro disse: – Io sono la Verità –, e un altro ancora: – Non c’è che Dio nei miei vestiti. – Il maestro Abû Hâmid al-Gazâlî – sia su di lui la misericordia di Dio – quando giunse a tale stato citò invece questo verso:

“È quel che è, io non posso parlarne; pensane bene, e non chiedere notizia”.

Ma disse così perché era uomo di solida cultura, valido nelle scienze.

Considera ora le parole di Abû Bakr ibn al-Sâ’ig che seguono il suo discorso sulla natura dell’unione; egli dice che, se si comprende il concetto espresso da quel suo libro, appare chiaro che non è possibile conoscere lo stato di unione tramite le scienze comunemente in uso, ma che, qualora avvenga il suo manifestarsi, se ne comprende il significato in una condizione in cui ci si vede separati da tutto ciò che precede, con idee diverse, che non sono volte alla materia, troppo grandi per poter essere riferite alla vita naturale e liberate dalla sua composizione. Ma questi sono stati di beatitudine, ed è giusto che si dica che questi sono stati divini che Dio ispira a chi Egli vuole dei Suoi servi. A questo grado cui accenna Abû Bakr si è condotti attraverso la via della filosofia speculativa e dell’indagine intellettuale, e non c’è dubbio che egli lo raggiunse e non lo superò. Il grado che abbiamo indicato prima, invece, è diverso da questo e da qualsiasi altro, e non perché in esso si riveli qualcosa di diverso, ma solo ne differisce per maggiore chiarezza, e la sua esperienza avviene per opera di qualcosa che non chiamiamo forza se non in senso figurato, poiché non troviamo né nel linguaggio comune né nel linguaggio propriamente tecnico degli specialisti denominazioni atte a spiegare ciò che risulta da questa specie di contemplazioni.

Questo stato, di cui abbiamo parlato e che la tua domanda ci ha stimolato a gustare, è uno degli stati su cui richiama l’attenzione il maestro Abû ‘Alî, quando dice:

“Poi, quando la volontà e l’esercizio lo hanno condotto fino ad un certo limite, gli appaiono alla mente fuggevoli bagliori della luce della Verità, incantevoli, come lampi che balenano e subito dileguano; in seguito, se si dedica intensamente all’esercizio, queste illuminazioni si moltiplicano, e si dedica a questo finché tali illuminazioni gli avvengono senza bisogno dell’esercizio. Ogni volta che vede qualcosa da quella si volge ai Santi Giardini: considera qualcosa di essa e gli sopraggiunge una subitanea illuminazione, ed è sul punto di vedere il Vero in ogni cosa. Infine l’esercizio lo conduce ad un ultimo limite, in cui il suo istante si muta nella santa stabilità. Il fuggevole diviene allora consueto, il bagliore diviene fiamma viva, la sua conoscenza stabile come un’amicizia durevole”.

Poi descrive il progredire dei gradi ed il loro completarsi con il conseguimento:

“Allora il suo intimo cuore diviene un limpido specchio con il quale si volge in direzione del Vero. Fluiscono abbondanti a lui le dolcezze supreme, e si rallegra in se stesso di ciò che vede delle tracce del Vero; ed ha, in questo grado, una vista rivolta verso il Vero e una vista rivolta verso se stesso, e tra le due va e viene fluttuando; poi esce da sé e contempla soltanto la sacra trascendenza e contempla se stesso nell’atto di contemplare e riconosce finalmente di essere giunto”.

Solo da questi stati che descrive [Abû ‘Alî] vuole avere un’esperienza, non dalla conoscenza speculativa che si ottiene scegliendo i criteri di giudizio, anteponendo le premesse, producendo i risultati.

Se vuoi un esempio che ti faccia cogliere la differenza tra la percezione secondo questa scuola filosofica e la percezione secondo gli altri, immagina lo stato di uno che sia nato cieco, dotato però di buona indole, di idee geniali, di memoria eccellente, di animo giusto, che, da quando venne al mondo, sia diventato adulto in un certo luogo: ha continuato a conoscere persone di quel luogo, molte specie di animali e di oggetti inanimati, le vie della città, i suoi vicoli, le sue case, i suoi mercati, secondo il suo modo di percepire, finché ha cominciato a camminare in quella città senza bisogno di una guida, e a riconoscere e a salutare immediatamente chiunque incontri. Soltanto i colori ha conosciuto tramite le descrizioni dei loro nomi e alcune definizioni che gli sono state fornite su di loro. Poi, dopo che si è abituato a percepire in questo modo, gli si apre la vista e gli accade di vedere chiaramente; se cammina per la città e passeggia in essa, non trova niente di diverso da ciò che si aspettava, né c’è cosa che non riconosca. Trova i colori perfettamente corrispondenti alle rappresentazioni che di essi gli erano state date, ma in tutto ciò gli accadono due cose straordinarie, una delle quali dipende dall’altra: la maggiore chiarezza e luminosità e la gioia sublime. Lo stato degli studiosi che non sono giunti al grado dell’amicizia [di Dio] è lo stato dell’uomo nel tempo in cui era cieco, e i colori che in questo stato erano da lui conosciuti tramite le descrizioni dei loro nomi sono quelle cose di cui Abû Bakr dice che sono troppo grandi per poter essere riferite alla vita naturale, e che Dio concede a chi Egli vuole dei Suoi servi. La seconda situazione [quella del cieco cui si sono aperti gli occhi] è lo stato degli studiosi che sono giunti al grado dell’amicizia, ai quali Dio Altissimo concede quel dono di cui abbiamo detto che non si chiama forza se non in senso figurato. C’è poi di rado qualcuno che è sempre dotato di vista penetrante, di percezione acuta ed aperta, e di grandi capacità di osservazione. Io non voglio intendere qui – Dio ti onori della Sua amicizia – con il termine “percezione degli speculativi” ciò che essi percepiscono del mondo naturale, e con il termine “percezione degli amici di Dio” ciò che essi percepiscono del soprannaturale, poiché questi due oggetti sono molto diversi tra loro e non si confondono l’uno con l’altro. Ma intendiamo con il termine “percezione degli speculativi” ciò che essi percepiscono del soprannaturale, cioè quello che percepiva Abû Bakr. E condizione necessaria per questa loro percezione è che sia assolutamente vera e corretta. In tal caso si verifica una percezione che è intermedia tra quella comunemente ottenuta dagli speculativi e quella degli amici di Dio, che rivolgono la loro attenzione a quelle stesse cose con una chiarezza maggiore ed una gioia sublime.

Abû Bakr biasimò il modo di intendere questo godimento da parte dei mistici, e dichiarò che esso doveva essere attribuito alla facoltà immaginativa; si ripromise anche di descrivere convenientemente ciò che fosse lo stato dei beati nella contemplazione con un discorso chiaro ed esplicativo. Ma conviene che gli si dica: – Non spiegare il sapore di una cosa che non hai assaggiato, non scavalcare i colli degli uomini sinceri!– Abû Bakr non fece niente di ciò che aveva annunciato, non mantenne questa promessa. Forse non se ne occupò per mancanza di tempo, di cui egli stesso parlò, o forse ne fu distolto dal suo soggiorno a Orano, oppure si accorse che, se avesse descritto quello stato, il discorso lo avrebbe costretto ad affermare cose che sarebbero suonate come un biasimo per lui e per il suo stesso sistema di vita, e come sconfessione di ciò che aveva dichiarato sollecitando all’accrescimento della ricchezza ed al suo accumulo, e suggerendo la condotta da seguire e gli espedienti da mettere in pratica per acquistarla.

Il discorso ci ha condotto, sviandoci più del necessario, a qualcosa di diverso da ciò a cui ci aveva sollecitato la tua domanda; ma da quanto abbiamo sopra esposto appare chiaro che la tua domanda non può raggiungere che uno dei due scopi che si prefigge:

  • Per prima cosa tu interroghi a proposito di ciò che vedono coloro che partecipano della vista interiore, delle esperienze, e della presenza di Dio nel grado dell’amicizia; ma questa è una cosa che non è possibile descrivere secondo verità in un libro. E quando qualcuno si sforza di farlo, e si assume il compito di parlarne o di scriverne, la realtà di questo modo di percepire si altera e si muta nell’altro modo, quello degli speculativi, poiché si riveste di lettere e di suoni e si avvicina così al mondo sensibile. E non è più ciò che era né nell’apparenza né in nessun altro aspetto, le interpretazioni che ne vengono date sono molte e discordanti, e i piedi di alcuni si allontanano dal giusto sentiero, altri invece pensano che i loro piedi siano scivolati, mentre non sono scivolati. Tutto ciò avviene perché questa è una cosa che non ha confini, poiché circonda e non è circondata.
  • Il secondo dei due scopi (abbiamo detto che la tua domanda non può raggiungerne che uno) è questo: tu desideri informazioni su questo modo di conoscere attraverso la via degli speculativi. Questa – Dio ti onori della Sua amicizia – è una cosa che è possibile che sia scritta nei libri e che le parole la rappresentino correttamente, ma è più difficile a trovarsi dello zolfo rosso, e non ce n’è traccia in questa regione in cui noi ci troviamo, poiché per la sua singolarità non la conquista facilmente se non un uomo alla volta [in ogni epoca], e chi conquista una cosa come quella non parla alla gente se non per simboli: infatti la religione islamica e la legge muhammadica ne scoraggiano l’approfondimento e ne diffidano.

Non pensare che la filosofia che è giunta fino a noi nelle opere di Aristotele e di Abû Nasr, e nel libro La guarigione, sia adeguata a questo scopo che tu vuoi raggiungere, né che alcuno degli Spagnoli abbia scritto in modo esauriente su questo argomento: quelli che nacquero in Spagna, dotati di ottime qualità naturali, prima della divulgazione della logica e della filosofia, passarono la loro vita dedicandosi alle scienze sperimentali e raggiunsero in esse una estrema elevatezza, ma non seppero fare più di questo. Quelli che vennero dopo di loro li superarono un poco nella logica e specularono su questa scienza, ma non arrivarono a penetrare la verità perfetta e ci fu tra loro qualcuno che disse: “Mi tormenta il fatto che le conoscenze umane siano soltanto due: una vera che è impossibile acquistare, è una falsa il cui acquisto non è utile”. Seguirono altri più abili di loro nella speculazione e più vicini alla verità, non dotati tuttavia di maggiore acutezza, di speculazione più giusta, di vista più vera di quanto non lo fosse Abû Bakr ibn al-Sâ’ig. Purtroppo egli, però, fu assorbito dalle cose del mondo a tal punto che il destino lo travolse prima che giungesse al culmine lo splendore della sua scienza, e prima che fossero svelati i segreti della sua saggezza. Le opere che di lui ci sono rimaste sono per la maggior parte incomplete e prive delle parti finali, come i suoi libri Sull’anima, Il regime del solitario e i suoi scritti di logica e di fisica. Quanto alle sue opere portate a termine, si tratta di scritti concisi e di epistole ambigue. Lo riconosce egli stesso, e dice che il significato della sua argomentazione nell’Epistola dell’unione non si offre come un dono chiaro se non dopo un difficile e violento travaglio, che l’ordine della sua esposizione in alcuni passi è tutt’altro che perfetto, e che, se avesse più tempo a disposizione, sarebbe incline a modificarli. Dunque, questo è ciò che è giunto fino a noi della scienza di quest’uomo; noi non lo abbiamo conosciuto personalmente. Dei contemporanei di Abû Bakr, dei quali si è detto che non sono al suo livello, non abbiamo visto alcuna opera. Quelli che vennero dopo di loro, a noi contemporanei, o sono lontani (perché sono ancora nella fase dell’accrescimento graduale delle loro cognizioni, o perché si sono fermati ad una conoscenza imperfetta) oppure non ci è giunto il reale contenuto della loro opera.

Quanto a ciò che ci è pervenuto delle opere di Abû Nasr, la maggior parte di esse è sulla logica, e nelle sue opere filosofiche molte cose sono da considerare con diffidenza. Così nel suo libro La comunità religiosa ideale egli dà per certo che le anime cattive permangono dopo la morte eternamente in sofferenze senza fine. Afferma poi, però, nel Governo della città, che esse sono evanescenti e che evolvono verso il nulla, e che la sopravvivenza è propria solo delle anime superiori e perfette. Ancora, nel Commento all’etica esamina il problema della felicità umana, e dice che essa si trova in questa vita di questo mondo; e aggiunge, subito dopo, un discorso il cui significato è il seguente: “Tutto quello che si dice di diverso da ciò è vaneggiamento e superstizioni di vecchie”. Ora, una tale opinione fa si che le creature disperino di Dio Altissimo e riduce il buono ed il cattivo ad uno stesso ed unico livello; poiché egli pone il procedere di tutto verso il nulla. Che errore indicibile, che errore senza rimedio è questo! A ciò si aggiungano le sue convinzioni errate a proposito della profezia, specialmente il suo attribuirla alla facoltà immaginativa (le sue preferenze, infatti, piuttosto che alla profezia vanno alla filosofia), ed altri errori che da parte nostra non c’è bisogno di enunciare.

Quanto ai libri di Aristotele, il maestro Abû ‘Alî intraprende la loro interpretazione, segue il suo metodo e percorre la strada della sua filosofia nel libro La guarigione. Dichiara all’inizio del libro che le sue opinioni sono diverse da quelle che espone, ma che ha scritto quel libro secondo il metodo dei Peripatetici, e che chi vuole la verità senza velo alcuno deve cercarla nel suo libro La filosofia orientale. Se uno si preoccupa di leggere il libro La guarigione e le opere di Aristotele, gli appare chiaro, nella maggior parte dei casi, che essi sono in accordo, anche se nel libro La guarigione ci sono cose che non sono giunte fino a noi sotto il nome di Aristotele. Ma se uno accoglie tutto ciò che offrono manifestamente i libri di Aristotele ed il libro La guarigione senza comprendere il loro segreto contenuto ed il loro senso esoterico, non può senz’altro raggiungere la completezza della conoscenza, e su questo il maestro Abû ‘Alî richiama l’attenzione nel libro La guarigione.

Gli scritti del maestro Abû Hâmid al-Gazâlî, per il fatto che si rivolgono al grande pubblico, sono più sintetici in una parte e si dilungano maggiormente in un’altra, e negano cose cui poi fanno ricorso. Fra tutte le opinioni per cui accusa di infedeltà i filosofi nel libro L’incoerenza sono: il loro negare la resurrezione della carne ed il loro affermare la ricompensa e il castigo per le sole anime prive del corpo. E dice all’inizio del libro La bilancia: “Questa convinzione è senza dubbio alcuno la convinzione dei maestri delle confraternite mistiche”. Ma nel libro La salvaguardia dall’errore dichiara che la sua convinzione è come quella dei mistici, e che si è consolidato in essa dopo una lunga ricerca. Nei suoi libri ci sono molte contraddizioni di questo genere, e ben se ne accorge chi li esamina e li considera attentamente. Egli si scusa di questo alla fine del libro La bilancia dell’azione, dove afferma che le opinioni sono di tre specie:

  • un’opinione conforme a quella della grande massa;
  • un’opinione atta alla discussione con tutti quelli che interrogano e si fanno guidare;
  • un’opinione che è tra l’uomo e se stesso, e che non si comunica a nessuno se non a chi partecipa della stessa opinione.

E continua dicendo: “Anche se queste parole non servissero ad altro che a suscitare dubbi sulle convinzioni che hai ereditate, sarebbe già una cosa molto utile. Poiché chi non dubita non ricerca, chi non ricerca non vede, e chi non vede rimane nella cecità e nell’errore”. Cita poi questo verso: “Ciò che vedesti accogli, ciò che udisti abbandona, al sorgere del Sole non ti serve Saturno”. Questo è il suo modo di procedere nell’insegnamento: esso è per la maggior parte fatto di simboli e di accenni da cui non può trarre profitto se non chi ci si è prima applicato con la sua propria vista interiore e poi li ascolta da lui per la seconda volta, oppure chi è dotato di una comprensione non comune e si accontenta del più piccolo accenno. Dichiara nel Libro dei gioielli di avere scritto libri che rifiuta di comunicare a persone non degne e che in essi è contenuta la verità pura. Ma in Spagna, alla nostra conoscenza, non è pervenuto nessuno di questi libri; giunsero invece libri di cui alcuni affermano che sono quelli i libri “incomunicabili”, ma non è così. Essi sono: il libro Le conoscenze intellettuali, il libro L’alito ed il completamento, questioni raccolte, ed altri dello stesso tipo. In questi libri ci sono certamente delle indicazioni, ma esse non aggiungono molto alla ricerca, oltre a ciò che egli ha svelato nei suoi libri noti. Nel libro Lo scopo supremo ci sono cose più incomprensibili di ciò che è in quei libri ed egli dichiara apertamente che il libro Lo scopo supremo non è un libro “incomunicabili”; bisogna quindi che i libri che ci sono pervenuti non siano i libri cosiddetti “incomunicabili”. Qualcuno dei moderni gli attribuisce, dal suo discorso posto alla fine del Libro della nicchia [delle luci], un’opinione perniciosa che lo getterebbe in un baratro senza possibilità di salvezza. Dopo avere menzionato categorie di uomini velati alla luce della conoscenza, passa a ricordare quelli che vi giunsero: e dice che essi sono consolidati nella convinzione che questo Essere sublime è dotato di un attributo in contraddizione con l’Unità Assoluta; per questo, secondo i commentatori, Abû Hâmid sarebbe convinto che il Primo ed il Vero – sia gloria a Lui – è nella sua essenza qualcosa di molteplice. Ma Dio è molto al di sopra di ciò che dicono gli iniqui. Non vi è dubbio, secondo noi, che il maestro Abû Hâmid sia di quelli che hanno meritato la più grande beatitudine e che raggiunsero quella unione santa e sublime. Ma i suoi libri “non comunicabili” contenenti gli insegnamenti non svelati non ci sono giunti.

Quanto a noi, la verità a cui siamo pervenuti, e che era il termine della nostra scienza, ci si è offerta seguendo il suo discorso e quello del maestro Abû ‘Alî, confrontando l’uno con l’altro, e aggiungendo ciò alle opinioni che si sono segnalate in questo nostro tempo ed espresse dai filosofi, finché la verità dapprima si è levata per noi attraverso la via della ricerca e della speculazione, poi di qui abbiamo subito scoperto questo sottile gusto per la contemplazione estatica. Allora ci siamo giudicati meritevoli di elaborare il discorso che ora esponiamo, ed è nostro dovere affermare che tu che chiedi sarai il primo di coloro cui faremo dono di ciò che abbiamo conquistato e a cui riveleremo ciò che abbiamo conosciuto, per l’integrità della tua amicizia e per la purezza della tua fedeltà. Tuttavia, se noi ti esponessimo tutto ciò a cui siamo giunti prima di avere giudicato con te i suoi principi fondamentali, questo non ti porterebbe più giovamento che un’opera tradizionale ed un riassunto. La stessa cosa accadrebbe se tu avessi una buona opinione di noi e noi meritassimo l’accoglimento delle nostre parole per l’amicizia e per la familiarità, e non per il significato.

Noi non ci contenteremo per te di questo livello, noi non saremo soddisfatti per te di questo grado, non ci contenteremo per te se non di quanto c’è di più elevato, poiché questo livello non assicura né la salvezza nè il raggiungimento dei gradi mistici. Noi vogliamo condurti sui sentieri sui quali abbiamo camminato, noi nuoteremo con te nel mare che prima attraversammo, finché tu giunga a ciò cui noi siamo giunti, e veda con i tuoi occhi ciò che noi abbiamo veduto, e tu possa verificare con la tua vista interiore tutto ciò che noi abbiamo verificato, e tu possa fare a meno di conoscere tramite ciò che noi abbiamo conosciuto. Ma perché tutto questo avvenga c’è bisogno di un periodo di tempo non trascurabile, di libertà da ogni altra occupazione, e di impegno nell’intraprendere tutte quelle cose che riguardano questa ricerca. Se da parte tua questo proposito è affermato con sincerità, e se è vera la tua determinazione di applicarti con zelo a questo studio, loderai al mattino il tuo viaggio notturno, riceverai la ricompensa delle tue fatiche; avrai soddisfatto il tuo Signore ed Egli ti avrà soddisfatto e ti avrà accordato la ricompensa, perché tu Lo avrai desiderato con il tuo sforzo ed a Lui avrai aspirato con l’anelito di tutto il tuo essere. Ed io spero di camminare con te attraverso la via più breve e più sicura dalle insidie e dalle sventure, anche se io ora mi apro appena ad un baluginare insignificante, stimolo ed incitamento ad entrare nella Via. Ti racconterò la storia di Hayy ibn Yaqzân, e di Asâl, e di Salâmân, cui diede i nomi il maestro Abû ‘Alî. Le loro storie sono esempio per chi sa intendere e “un monito per chi possiede un cuore, per chi presta ascolto e vede”.

Dalla nascita ai sette anni

Narrano i nostri virtuosi progenitori – Dio sia soddisfatto di loro – che c’è un’isola dell’India, sotto l’equatore, in cui l’uomo viene al mondo senza bisogno di padre né madre, poiché quell’isola, quanto al clima, è il più equilibrato ed il più perfetto dei luoghi della terra su di essa infatti la luce che sorge culmina nel punto più alto [del cielo].
Ciò è in contrasto con l’opinione di tutti i filosofi e di grandi medici, per i quali ciò che è più equilibrato è il quarto clima nel mondo abitato. Se hanno detto questo perché secondo loro non c’è terra abitata presso l’equatore a causa di qualche impedimento del suolo, il loro discorso, che il quarto clima è il più equilibrato di tutti i luoghi della terra, ha un fondamento.

Ma se con questo hanno voluto solo affermare che ciò che è presso l’equatore è molto caldo, come afferma la maggior parte di loro, è un errore di cui è possibile dimostrare il contrario. È provato nelle scienze fisiche che non ci sono altre cause per la formazione del calore se non il movimento, il contatto dei corpi caldi, o l’azione della luce. Ed appare anche chiaro, in queste scienze, che il sole di per sé non è caldo, e non è modificato da nessuna di queste cause naturali, che i corpi che ricevono l’azione della luce nel modo più perfetto sono i corpi levigati non trasparenti, e che subito dopo di essi nel ricevere l’azione della luce vengono i corpi opachi non levigati. I corpi trasparenti che non hanno traccia di opacità non accolgono la luce con la superficie. Dimostrò questo in particolare solo il maestro Abu Ali: chi l’ha preceduto non ne parla. Se ora queste premesse sono perfette e vere, ne consegue necessariamente che il sole non riscalda la terra come i corpi caldi riscaldano altri corpi che sono a contatto con loro, perché il sole di per sé non è caldo; e, neppure, la terra è calda per il movimento, poiché essa è in quiete ed in un solo stato, nel momento in cui il sole si leva su di essa e nel momento in cui ad essa si nasconde, anche se le sue condizioni di riscaldamento e di raffreddamento appaiono diverse al senso in questi due momenti. E, neanche, il sole riscalda dapprima l’aria, e poi riscalda dopo di essa la terra tramite il riscaldamento dell’aria. Come infatti potrebbe avvenire questo, se noi troviamo che l’aria che è vicino alla terra nel tempo della calura è molto più calda dell’aria che la segue in altezza? Rimane solo che il riscaldamento della terra da parte del sole avvenga per azione della luce. Dall’illuminazione consegue sempre il calore, al punto che, se la luce è eccessiva nello specchio concavo, incendia ciò che si trova di fronte ad esso. È provato nelle scienze sperimentali con argomenti decisivi che il sole è di forma sferica, e così pure la terra, che il sole è molto più grande della terra e che la parte della terra che è illuminata dal sole è sempre più grande della sua metà; che questa metà illuminata della terra è, in ogni momento, illuminata più intensamente al centro, poiché i luoghi sono più lontani dalle tenebre che si trovano presso la circonferenza della zona illuminata e poiché più parti di essa sono esposte al sole; ciò che si avvicina alla circonferenza riceve via via meno luce, finché si giunge alle tenebre presso la circonferenza del cerchio, che non sono mai illuminate. Solo nel luogo al centro della zona illuminata il sole è allo zenit su coloro che vi abitano, e quindi in quel luogo il caldo è più intenso che altrove. Nel luogo in cui il sole è lontano dallo zenit sui suoi abitanti, il freddo è molto intenso, mentre nel luogo su cui si prolunga la culminazione è intenso il caldo. È dimostrato in astronomia che sui luoghi della terra che sono presso l’equatore il sole non è al culmine che due volte l’anno: quando entra nel segno dell’Ariete e quando entra nel segno della Bilancia Nel suo giro annuale, per sei mesi è a sud di quei luoghi e per sei mesi è a nord di essi. Quindi in quei luoghi non c’è un caldo eccessivo né un freddo eccessivo, e le loro condizioni climatiche sono uniformi. Questo discorso richiederebbe un’esposizione più estesa di questa [che abbiamo ora dato], ma non si addice al cammino che noi stiamo seguendo; abbiamo solo richiamato su di esso la tua attenzione perché è di quelle cose che attestano la verità di ciò che si narra della possibilità che l’uomo in quel luogo si generi senza bisogno di madre né padre.

Tra i nostri progenitori, ce ne sono alcuni che sentenziano ed affermano categoricamente che [Hayy ibn Yaqzàn] è uno di quelli che si generarono in quel luogo, senza madre né padre. Altri invece lo negano, e raccontano, da parte loro, una storia che ti riferiremo. Dicono che davanti a quell’isola c’era un’isola stupenda, ampia di confini, ricca e popolosa, su cui regnava un uomo di quella gente, molto superbo e fiero. Aveva una sorella dotata di bellezza e di meravigliosa bontà, e le impediva di sposarsi: la rifiutava ai pretendenti, poiché non trovava uno adatto a lei. Un suo parente che si chiamava Yaqzan la sposò in segreto in un modo permesso nella loro fede. Poi essa rimase incinta di lui e diede alla luce un bambino. Poiché temeva che la sua vicenda fosse scoperta e che il suo segreto fosse rivelato, dopo averlo allattato lo mise in una cassetta, la legò saldamente con cinghie, e uscì con essa sul far della notte, accompagnata da un gruppo di serve e di persone degne della sua fiducia, dirigendosi verso la riva del mare mentre il suo cuore si struggeva d’amore e di timore per lui. Poi si congedò da lui dicendo: – Mio Dio, Tu hai creato questo bambino, ed era una cosa insignificante, hai provveduto a lui nelle tenebre delle mie viscere e ti sei preso cura di lui finché è divenuto completo e si è maturato. Io l’ho affidato alla Tua benevolenza e ho desiderato per lui la Tua grazia, per paura di questo re tiranno, prevaricatore e inflessibile. Sii con lui e non abbandonarlo, Tu che sei il più misericordioso dei misericordiosi. – Poi spinse la cassetta in mare aperto. E quella incontrò una corrente d’acqua con la forza dell’alta marea che la portò quella notte alla riva dell’altra isola menzionata prima. La marea giungeva in quel, tempo fino ad un luogo cui non giungeva che una volta l’anno. L’acqua con la sua forza la fece entrare in un bosco fittissimo di alberi dal terreno soffice e vellutato, protetto dai venti e dalla pioggia, riparato dal sole: deviava da esso quando sorgeva, e declinava [su di esso] al tramonto. Poi l’acqua prese a decrescere, e la cassa rimase in quel luogo. In seguito le sabbie si innalzarono fino a chiudere l’ingresso dell’acqua in quel bosco e così la corrente non vi giungeva.

I chiodi della cassa erano divenuti vacillanti, poiché le sue tavole avevano urtato nel momento in cui l’acqua l’aveva scaraventata nel bosco. Quando a quel bimbo si fece intensa la fame, pianse, chiamò aiuto, e si sforzò di muoversi; la sua voce giunse all’orecchio di una gazzella che aveva perduto il suo piccolo che era uscito dalla tana e l’aquila lo aveva preso. Udendo la voce, la gazzella pensò che fosse di suo figlio. Segui la voce, immaginando il suo piccolo, finché giunse alla cassetta, la esplorò con i suoi zoccoli, ed essa cedeva, mentre si lamentava chi vi era dentro, finché volò in pezzi una tavola della parte superiore della cassa: la gazzella si intenerì, si chinò su di lui, lo vezzeggiò, gli porse la sua mammella, gli diede da bere latte gustoso e continuò ad aver cura di lui ad allevarlo e a difenderlo dal pericolo.

Questa è l’origine della sua vicenda secondo chi nega la sua generazione senza padre né madre. Noi qui descriviamo come si è evoluto nei suoi stati, finché pervenne al conseguimento sublime. Quanto a coloro che sostengono che si generò dalla terra, essi dicono che in quell’isola c’era una valle in cui l’argilla fermentava con il passare degli anni e degli anni, così che il caldo si mescolava al freddo, e l’umido al secco in parti uguali ed in equilibrio di forza; questa argilla che fermentava era molto abbondante, ed una parte di essa era migliore dell’altra per la giusta proporzione della miscela e per la predisposizione all’ulteriore sviluppo dei miscugli, ed il suo centro era la sua parte più equilibrata e perfetta, simile alla costituzione umorale dell’uomo. Quella creta si scosse fortemente ed apparvero in essa bolle simili a quelle dell’ebollizione, per la violenza del moto e per la sua viscosità. Apparve al centro di essa, per la viscosità, una bolla piccolissima divisa in due parti da un sottile diaframma, piena di un corpo fine ed aeriforme nelle condizioni del massimo equilibrio a lui connaturale. In quel mentre, si unì ad esso il soffio che proviene da Dio Altissimo e gli aderì di un’aderenza tale che la sensibilità e l’intelletto solo a fatica possono separarsene.

Ed appare chiaro che questo soffio spira incessante e sovrabbondante da presso Dio – Egli è potente ed eccelso – e che esso è come la luce del sole che è incessante e sovrabbondante sul mondo.

Ora, dei corpi, quello che non riceve la luce è l’aria molto trasparente, quelli che ricevono in parte la luce sono i corpi opachi non levigati, e questi ricevono la luce in modi diversi, e a seconda dei modi i loro colori sono differenti. Quelli che ricevono la luce nel più alto grado sono i corpi levigati, come lo specchio e simili. Se questo specchio è concavo, di una forma particolare, appare in esso il fuoco per l’eccesso della luce.

Così il soffio che viene da Dio Altissimo è sempre sovrabbondante su tutte le creature. Di esse, quelle in cui non si manifesta la sua impronta per mancanza di attitudine sono i corpi solidi che non hanno vita> e questi sono come l’aria nell’esempio precedente. Quelle in cui si manifesta la sua impronta secondo la loro attitudine sono i vegetali. Questi sono simili ai corpi opachi nell’esempio precedente. Quelle in cui si manifesta la sua impronta in modo molto evidente sono gli animali, ed essi sono come corpi levigati nell’esempio precedente. Di questi corpi levigati, quelli che ricevono la luce nel più alto grado riproducono l’immagine del sole e la sua figura; così anche, degli animali, quello che accoglie il soffio divino nel più alto grado riproduce il soffio divino ed è modellato a sua immagine; esso è l’uomo in particolare. A lui si riferisce l’accenno nelle parole del Profeta, Dio lo benedica e gli dia pace: “Dio ha creato l’uomo a Sua immagine”. Questa immagine prende forza in lui al punto che si annulla ogni altra, immagine nella sua realtà, ed essa sola rimane, ed il sublime splendore della sua luce divora con la sua vampa tutto ciò che raggiunge, e allora è come lo specchio concavo che si riflette in se stesso ed incendia tutte le altre cose; ma questo non avviene che ai Profeti, Dio li benedica. Tutto ciò è esposto chiaramente nei testi appropriati.

Ma concludiamo il racconto di coloro che descrivono questo modo di generazione. Dicono: quando questo soffio divino aderì a quell’intimo ogni forza si sottomise a lui, e gli si prosternò, e fu asservita per ordine di Dio Altissimo nella sua totalità. Si formò, di fronte a quella bolla, un’altra bolla divisa in tre cavità, tra le quali erano sottili diaframmi e vie di comunicazione, piene di un corpo simile a quel corpo aeriforme di cui era piena la prima bolla, ma più sottile. Risiedeva in queste tre cavità, frazioni di una sola, parte di quella forza sottomessa al soffio di Dio, e s’incaricava di custodirle e di sostenerle e di comunicare al soffio primo, unito alla prima bolla, ciò che accadeva in esse, fosse cosa di piccola o di grande importanza. Si formò anche, di fronte a questa bolla, dalla parte opposta alla seconda, una terza bolla, piena di un corpo aeriforme, ma più denso di quello contenuto nelle prime due. Anche in questo intimo risiedeva parte di quella forza obbediente al soffio divino, e si incaricava di custodirlo e di sostenerlo. Questi tre ricettacoli furono la prima cosa che si creò da quella grande quantità di argilla in fermento, nell’ordine citato. C’era tra essi un rapporto di interdipendenza: il primo aveva bisogno che gli altri due lo servissero e fossero ad esso sottoposti, gli altri due avevano bisogno del primo come coloro che dipendono hanno bisogno di chi li diriga, e come coloro che sono guidati di chi li guidi, ma, quanto agli organi che si sarebbero generati dopo di essi, entrambi erano capi, non sottoposti. Uno dei due, il secondo, era più perfetto del terzo nel sovraintendere, ma il primo era più perfetto degli altri due, poiché gli si era unito il soffio divino. Il suo calore divampò, ed esso prese la forma conica del fuoco, si modellò secondo la sua forma anche la sostanza spessa che lo circondava, e si formò una carne solida sulla quale si costituì un rivestimento compatto che la proteggeva. Questo organo nella sua totalità si chiamava «cuore». Poiché il suo calore proveniva dalla scomposizione e dall’annientamento degli umori, aveva bisogno di qualcosa che gli fornisse sostegno e nutrimento e che reintegrasse ciò che di lui si dissolveva continuamente, altrimenti non sarebbe sopravvissuto a lungo; aveva bisogno anche di percepire ciò che gli era benefico e di attrarlo, e ciò che gli era incompatibile e di rifiutarlo Uno degli organi, con quella forza che era in esso e che traeva la sua origine dal cuore, si incaricò per lui di provvedere alla prima necessità, l’altro organo alla seconda. Il responsabile della percezione era il cervello, il responsabile dell’alimentazione era il fegato. Entrambi avevano bisogno del cuore, che li soccorresse con il suo calore e con la forza particolare che da lui aveva origine. Per tutti questi motivi s’intrecciavano, tra i due organi e il cuore, sentieri e passaggi, alcuni dei quali erano più spaziosi di altri, a seconda di ciò che la necessità richiedeva, ed erano le arterie e le vene. Continuano poi a descrivere tutta la generazione e gli organi nella loro totalità, in accordo con ciò che descrivono gli studiosi di scienze naturali a proposito della creazione dell’embrione nell’utero senza discostarsene minimamente, finché la sua formazione divenne perfetta, furono completate le sue membra, e giunse al grado di sviluppo in cui si trova l’embrione pronto a nascere. Ricorrono, nel descrivere quel completamento, a quella grande argilla che fermentava, e sostengono che essa era predisposta in modo che si producesse da essa tutto ciò che era necessario a formare l’organismo umano, dalle membrane di rivestimento a tutto il suo corpo, e così via. Quando il suo sviluppo giunse al termine, si staccarono da lui quelle membrane, come avviene nel parto, e l’argilla rimanente si spaccò, essendosi prosciugata. Poi quel bimbo invocò aiuto, quando si esaurì la sostanza che lo nutriva e la sua fame si fece intensa, e una gazzella che aveva perduto il suo piccolo accorse al suo grido. Da questo punto in poi, è uguale ciò che descrivono questi e ciò che descrive il primo gruppo [di cui abbiamo parlato], a proposito della sua educazione, e dicono tutti:

La gazzella che lo aveva adottato prese a frequentare un luogo fertile ed un pascolo rigoglioso, le sue carni si fecero più fiorenti, il suo latte fluì in abbondanza, in modo che provvide al nutrimento di quel bimbo nel migliore dei modi. Non si allontanava da lui se non per la necessità del pascolo. Il bimbo si affezionò a quella gazzella al punto che quando essa tardava a venire si faceva violento il suo pianto, ed essa accorreva presso di lui. In quell’isola non c’erano animali feroci: il bimbo fu allevato, crebbe e fu nutrito dal latte di quella gazzella finché ebbe compiuto i due anni: fece progressi nel camminare, gli spuntarono i denti, e andava dietro a quella gazzella; essa era gentile e indulgente con lui, e lo conduceva in luoghi in cui erano alberi colmi di frutti. Gli dava da mangiare quei frutti che faceva cadere, dolci e maturi; e se qualche frutto aveva il guscio resistente, lo rompeva per lui con i suoi denti. Quando tornava a succhiare il latte, lo saziava, quando aveva sete d’acqua, lo conduceva all’acqua, quando appariva il sole, gli faceva ombra, quando soffriva il freddo, lo riscaldava. Quando la notte diventava scura, lo faceva volgere al luogo in cui lo aveva trovato, e lo ricopriva con il suo corpo e con piume che erano là, di cui era stata un tempo riempita la cassetta quando il bimbo vi era stato posto. Nell’andare al pascolo al mattino e nel tornare la sera, era solito accompagnarsi a loro un branco di gazzelle che con loro pascolava e con loro trascorreva la notte Il bimbo continuò a vivere con le gazzelle in quel modo, ed imitava con la voce il loro verso, al punto che quasi non c’era distinzione tra lui e loro. Così pure riproduceva con una grande efficacia i versi di tutti gli uccelli e degli altri animali che sentiva. Ma, più di ogni altra cosa, imitava i versi delle gazzelle nel chiedere aiuto, nel chiamare, nel cercare compagnia, nel difendersi: poiché gli animali in queste diverse situazioni si esprimono in modi differenti fraternizzavano con lui gli animali selvatici, ed egli con loro, non lo respingevano e non li respingeva. Quando fissava nella sua mente le immagini delle cose dopo che si erano nascoste alla sua osservazione, gli avveniva di provare inclinazione per alcune di esse e avversione per altre. In tutto quel tempo guardava tutti gli animali e li vedeva rivestiti di peli, di pellicce e di piume. Vedeva la velocità che avevano nella corsa, la forza del loro assalire, e le armi di cui erano forniti per difendersi nella lotta, come le corna, le zanne, gli zoccoli, gli aculei e gli artigli. Poi tornava ad esaminare se stesso e si vedeva nudo, privo di difese, debole nella corsa inadeguato nell’assalto. Quando gli animali selvatici gli contendevano i frutti di cui si nutriva, li prendevano tutti per sé escludendolo, glieli strappavano con la forza e non poteva né scacciarli né sfuggire loro in qualche modo. Vedeva che ai piccoli delle gazzelle, suoi coetanei, erano già spuntate le corna che prima non avevano e che erano diventati forti, mentre prima erano deboli nella corsa. Non riscontrava in se stesso niente di tutto ciò, rifletteva su questo e non ne comprendeva il motivo. Guardava le creature inferme e menomate, ma tra loro non ne trovava nessuna simile a lui. Osservava anche gli orifizi di uscita degli escrementi di tutti gli animali e li vedeva nascosti e protetti, quello delle deiezioni solide dalla coda e quello delle deiezioni liquide dai peli: egli non era simile a loro, e inoltre essi avevano anche il pene più nascosto rispetto a lui. Tutto questo lo inquietava e lo addolorava.

Dopo che a lungo si fu protratto il suo cruccio per tutto ciò, era già vicino ai sette anni, non sperò più che si rimediasse quella imperfezione e che gli giungessero a completamento quelle qualità la cui carenza lo aveva danneggiato.

Prese delle foglie larghe degli alberi e se ne mise alcune dietro e altre davanti, ricavò dalle foglie di palma e di alfa una cintura intorno alla vita e ad essa legò quelle foglie. Non rimase a lungo vestito di quelle foglie: esse infatti appassirono, si seccarono e gli caddero. Continuò a prenderne altre e ad appuntarle le une alle altre in più strati: spesso questo fu più duraturo, ma ad ogni modo fu di breve durata. Dai rami degli alberi trasse dei bastoni, levigò le loro estremità ne aggiustò il corpo; con essi scacciava gli animali selvatici che contendevano con lui, attaccava chi di loro era debole e teneva testa a chi era forte. Si rese conto così in qualche modo delle sue capacità: vide che la sua mano era molto superiore rispetto alle loro zampe infatti poteva con essa coprire i suoi genitali e afferrare i bastoni con i quali difendeva il possesso di ciò che aveva e di ciò che desiderava ottenere, meglio che con la coda e con l’arma naturale.

Dai sette ai ventuno anni

Intanto crebbe e superò i sette anni. Gli prendeva molto tempo e fatica il rinnovare le foglie di cui si ricopriva.

Cominciò allora a strappare le code degli animali morti per mettersele addosso. Ma, vedendo che gli animali selvatici vivi si astenevano dai morti della loro specie, e lo sfuggivano, non osava farlo; finché un giorno trovò un’aquila morta e riuscì a procurarsi da essa ciò che sperava e a cogliere l’occasione che con essa gli si offriva: poiché vide che gli animali selvatici non la sfuggivano si accinse all’opera su di essa: le tagliò le ali e la coda, intere come erano, dischiuse il loro piumaggio e lo livellò; le staccò tutta la pelle e la divise in due parti, se ne legò una sulla schiena e l’altra sull’ombelico e ciò che è sotto di esso; si attaccò la coda dietro e le due ali sulle spalle. Ciò gli procurò copertura, calore e rispetto presso tutti gli animali, al punto che non ci fu più né contesa né opposizione nei suoi confronti. Avvenne che nessuno di loro gli si avvicinava eccetto la gazzella che lo aveva nutrito e allevato; essa non si separò da lui né egli da lei, finché divenne vecchia e debole: allora cercava per lei il fertile pascolo, coglieva per lei i dolci frutti e la nutriva. Continuò a deperire e a indebolirsi sempre di più, finché la morte la colse. Allora si quietarono tutti i suoi movimenti, cessarono tutte le sue funzioni. Quando il fanciullo la vide in quello stato, fu preso da una sofferenza insopportabile, e il suo cuore fu sul punto di essere sommerso dal dolore per lei; la chiamava con la voce cui essa era solita rispondere, e gridava più forte che poteva ma non vedeva in lei, mentre faceva questo, né movimento né variazione. Guardava le sue orecchie e i suoi occhi e non vi scorgeva nessuna infermità visibile, guardava tutte le sue membra e non vedeva infermità in nessuna di esse. Desiderava trovare il luogo in cui era l’infermità e allontanarla da lei, così essa sarebbe tornata ad essere quella che era, ma non gli riusciva, non poteva farlo. Lo guidava a questo pensiero ciò che aveva imparato su se stesso, poiché vedeva che se copriva i suoi occhi o li velava entrambi con qualche cosa, non vedeva niente finché non toglieva quell’impedimento. Così anche vedeva che, se introduceva due dita nelle orecchie e le tappava, non sentiva niente finché non toglieva quell’impedimento. Se si comprimeva il naso con la mano, non percepiva alcun odore finché non apriva il naso. Si convinse perciò che tutti i movimenti e le funzioni della gazzella erano ostacolati da impedimenti, e che se quegli impedimenti fossero stati rimossi le funzioni sarebbero tornate. Esaminando tutti gli organi visibili e non scorgendo in essi infermità apparente, vedeva tuttavia che l’inazione si era impadronita di lei e che non si poteva attribuire a nessun organo: si consolidò così nella convinzione che l’infermità che l’aveva colpita fosse soltanto in un organo nascosto alla vista, posto all’interno del corpo, e che nessuno degli organi visibili potesse, nello svolgimento delle sue funzioni, fare a meno di lui. Quando lo colpiva l’infermità, il danno si diffondeva dovunque e l’inazione diventava generale. Pensò, pieno di speranza, che se avesse trovato quell’organo e avesse allontanato da lui il male che lo aveva colpito, le sue condizioni sarebbero tornate alla normalità, il suo benessere avrebbe inondato tutto l’organismo, e in virtù di esso le funzioni si sarebbero riattivate.

Aveva osservato in precedenza sui cadaveri degli animali selvatici e di altri animali che tutte le loro membra erano compatte e che non erano cavi che il cranio, il petto e il ventre, e pensò che l’organo che aveva quella caratteristica non poteva trovarsi che in uno di questi tre luoghi. Prevaleva di gran lunga, tra le sue congetture, questa: che esso poteva trovarsi solo nel luogo posto al centro di questi tre luoghi; si era infatti saldamente radicata in lui la convinzione che tutti gli organi ne avevano bisogno e che era necessario perciò che fosse posto al centro. Se tornava a se stesso, sentiva qualcosa di simile a questo organo nel suo petto: infatti poteva ostacolare tutti i suoi organi, come la mano, il piede, l’orecchio, il naso, e l’occhio, poteva separarsene e riusciva a fare a meno di loro. Lo stesso riusciva a fare con la sua testa, pensava infatti di poter fare a meno di essa, ma se rivolgeva il pensiero alla cosa che sentiva nel suo petto, non gli riusciva di fare a meno di essa per un solo istante. Così, ugualmente, quando lottava con gli animali selvatici, difendeva soprattutto il suo petto dai loro aculei, per il pensiero di quella cosa che era in esso. Quando decise che l’organo colpito dall’infermità era quello che si trovava nel petto della gazzella, decise di esaminarlo e di forarlo; forse avrebbe riportato la vittoria su di lui, avrebbe visto la sua infermità e l’avrebbe allontanata. Temeva però che il fare questo potesse essere più dannoso dell’infermità che l’aveva colpita. Ma poi pensò: degli animali selvatici e degli altri animali, vi è forse qualcuno che dopo essere giunto a uno stato simile a quello ritorna poi allo stato che aveva prima? E non ne trovava nessuno. Risultava da ciò che se l’avesse abbandonata non ci sarebbero state speranze del suo ritorno al suo stato precedente, mentre gli sarebbe rimasta qualche speranza del suo ritorno a quello stato se avesse trovato quell’organo e avesse allontanato da lui l’infermità.

Decise di aprirle il petto e di esplorare ciò che era in esso: prese schegge di pietre dure e frammenti di canne rigide a guisa di coltelli, e con essi praticò un’incisione, finché tagliò la carne che era tra le costole e giunse all’involucro posto all’interno di esse: lo vide resistente e si consolidò nell’idea che un involucro di tal genere non poteva che appartenere ad un organo come quello che cercava. Pensò, con speranza, che se lo avesse oltrepassato avrebbe trovato l’oggetto della sua indagine. Si sforzò di lacerarlo, ma gli era difficile per l’inconsistenza degli strumenti, essi non erano infatti che pietre e canne. Ne prese di nuovi, li affilò, e si adoperò con delicatezza a bucare l’involucro, finché lo bucò e giunse al polmone; pensò dapprima che fosse quello l’organo che cercava e continuò ad esaminarlo e a cercare il luogo della sua infermità.

In un primo tempo aveva trovato, del polmone, solo la metà che si trova da una parte, ma, poiché la vide inclinata da un lato, mentre era convinto che quell’organo si trovasse al centro del corpo nel senso della larghezza come era al centro di esso nel senso della lunghezza, non cessò di esplorare in mezzo al petto, finché trovò il cuore.

Era rivestito della membrana più resistente legato dai legamenti più saldi, e il polmone appariva presso di lui dal lato da cui aveva iniziato a incidere. Si disse: “Se questo organo avesse dall’altra parte qualcosa di simile a ciò che è da questa parte, si troverebbe dunque proprio al centro, e non ci sarebbe dubbio che è quello che sto cercando, senza contare che vedo anche l’eccellenza della sua posizione, la bellezza della sua forma, il suo essere compatto, la robustezza della sua carne, e il fatto che è nascosto da questo involucro, tale che non ne ho visto a nessun organo uno simie. Frugò dall’altra parte del petto e vi trovò l’involucro [posto] all’interno delle costole, trovò il polmone secondo ciò che aveva trovato da questa parte, e si convinse che quello era l’organo che cercava. Si sforzò di lacerare il suo rivestimento e di incidere la sua membrana, e con pena e lavoro riuscì in questo dopo avere compiuto ogni sforzo e fatica. Mise a nudo il cuore, e lo vide compatto da ogni parte. Guardò se in esso ci fosse infermità apparente, ma non ci vide nulla. Lo strinse nella sua mano, e gli apparve chiaro che in esso vi era una cavità. E disse: “Forse ciò che io cerco, l’ultima cosa cui voglio giungere, è solo all’interno di quest’organo, e io ancora non vi sono giunto”. Lo apri, e in esso trovò due cavità, l’una a destra, l’altra a sinistra. Quella di destra era piena di grumi di sangue coagulato, quella di sinistra era vuota, in essa non c’era. Disse: “Ciò che io cerco è soltanto ciò che risiede in uno di questi due ricettacoli”. Poi disse: “In questo ricettacolo di destra non vedo che questo sangue coagulato, e non vi è dubbio che esso non coagula finché tutto il corpo non giunge a questo stato”. Aveva infatti osservato che tutti i tipi di sangue, quando scorrevano e uscivano, si coagulavano e si rapprendevano, e questo non era che sangue come gli altri tipi di sangue. “Io vedo che questo sangue è in tutti gli organi e non lo possiede di preferenza un organo piuttosto che un altro, mentre quello che io cerco non ha affatto questa caratteristica. Quello che io cerco è la cosa che spetta di preferenza a questo luogo di cui io trovo che non posso fare a meno per un solo istante, e ad esso infatti mi sono indirizzato fin dall’inizio. Quanto a questo sangue, quante volte gli animali selvatici e la pietra mi hanno ferito, e da me ne è sgorgato molto, ma ciò non mi ha portato danno, né mi ha privato in alcun modo delle mie funzioni. Dunque, ciò che io cerco non si trova in questo ricettacolo. Quanto a questo ricettacolo di sinistra, lo vedo vuoto, in esso non vi è nulla: a quel che vedo, dunque, è inutile. Ma se io vedo che ognuno degli organi nelle sue funzioni si riferisce a lui, come può essere inutile questo ricettacolo, di cui ho constatato la dignità? Che cosa vedo, se non che quello che io cerco era in esso, e ne è partito, lasciandolo vuoto? Allora l’inazione ha colto questo corpo, e ha perduto la percezione e il movimento”.

Quando vide che l’abitante di quella casa era partito prima che fosse stata aperta e l’aveva abbandonata quando era ancora intatta, fu sicuro che non vi avrebbe fatto ritorno dopo ciò che era accaduto in essa di danneggiamento e di lacerazione. Allora tutto il corpo divenne miserevole ai suoi occhi, e di nessuna importanza rispetto a quella cosa che, ne era convinto, vi abitava un tempo e poi ne era partita. Concentrò il suo pensiero su quella cosa: che cosa era? come era? e che cosa l’aveva congiunta a questo corpo? e verso dove era partita? e da quale parte era uscita al suo uscire dal corpo? e qual era la causa che l’aveva scacciata se era uscita riluttante? oppure, se era uscita di sua volontà, qual era la causa che le aveva reso disgustoso il corpo; al punto che se ne era separata? Su tutto ciò il suo pensiero si disperse; non pensò più a quel corpo, e anzi lo rinnegò, e comprese che sua madre, che aveva avuto affetto per lui e lo aveva allattato, era soltanto quella cosa che era partita e da cui provenivano tutte quelle funzioni, non questo corpo ozioso, e che questo corpo, nel suo complesso, era solo come lo strumento di cui quella cosa si serviva, come il bastone che egli aveva preso per combattere gli animali selvatici. Il suo affetto si trasferì allora dal corpo al padrone e al motore del corpo, e non gli rimase desiderio che di lui.

Frattanto quel corpo si decompose, ed emanavano da esso odori nauseanti; aumentò la sua avversione per esso e desiderò di non vederlo. Poi si offrirono al suo sguardo due corvi che lottavano tra loro, finché uno di essi fece stramazzare l’altro morto. Ed ecco, quello vivo prese a scavare nella terra, finché scavò una fossa ed in essa seppellì il morto con la terra. Disse tra sé: “Che buona cosa ha fatto questo corvo nel seppellire il cadavere del suo compagno, anche se si è comportato male uccidendolo. Io sono più degno di essere guidato a questo nei confronti di mia madre”.

Scavò una fossa e vi gettò il corpo di sua madre, sparse su di esso la terra, e continuò a pensare a quella cosa che si serviva del corpo, e non capiva che cosa fosse. Volgeva lo sguardo a tutte le gazzelle, e le vedeva nella forma di sua madre, e fatte a sua immagine. Era probabile, secondo lui, che ognuna di esse fosse animata e “usata” da una cosa simile a quella che aveva animato sua madre e che si era “servita” di lei. Aveva dimestichezza con le gazzelle, e le ricercava con desiderio a causa della somiglianza.

Continuò per qualche tempo ad esaminare le specie degli animali e dei vegetali; si aggirava sulla spiaggia di quell’isola, e indagava se vedesse o trovasse qualcuno simile a lui, analogamente a ciò che vedeva per gli animali e per le piante, di cui ognuno aveva molti simili. Ma non trovava nessuno simile a lui. Vedeva che il mare circondava l’isola da ogni lato, ed era convinto che al mondo non ci fosse che quell’isola.

Accadde un giorno che si producesse fuoco in un canneto, per sfregamento. Quando lo scorse vide uno spettacolo che lo impauriva, una creatura che prima non aveva considerato. Si fermò a lungo a contemplarlo, stupefatto, e continuò ad avvicinarglisi passo dopo passo. Vide la luce, la brillantezza, l’azione misteriosa del fuoco, tale che non si comunicava a nessuna cosa senza consumarla e trasformarla in se stesso. Si impadronì di lui l’ammirazione per il fuoco, e per l’audacia e la forza che Dio Altissimo aveva infuso nella sua natura, e volle prenderne. Ma quando lo toccò, gli bruciò la mano e non poté acchiapparlo; così si risolse a prendere un tizzone di cui il fuoco non si era completamente impadronito. Lo prese dalla parte integra, mentre il fuoco ardeva dall’altra parte, e questo gli fu facile, e lo portò al luogo in cui trovava ricovero; aveva infatti preso a vivere da solo in una tana, che aveva trovato adatta per abitarci. Continuò ad alimentare quel fuoco con erba e legna abbondante, lo apprezzava e lo ammirava e ne aveva cura notte e giorno. Di notte poi, la sua familiarità con il fuoco era più grande, poiché assolveva per lui le funzioni del sole, con la sua luce e con il suo calore. L’entusiasmo per il fuoco divenne immenso, e si persuase che esso era la cosa migliore che aveva. Lo vedeva sempre levarsi verso l’alto, cercando di innalzarsi, e si convinse che faceva parte di quei corpi che osservava nel cielo. Sperimentava la sua forza su tutte le cose gettandole in esso, e vedeva che se ne impadroniva, ora velocemente, ora con lentezza, a seconda della forza dell’attitudine del corpo che gettava nelle fiamme, o della sua debolezza.

Tra tutte le cose che gettò in esso per esaminare la sua forza, vi fu un animale marino che il mare aveva gettato sulla sua spiaggia; quando quell’animale fu cotto e si diffuse il suo odore di arrosto, gli venne voglia di esso. Ne mangiò e gli piacque. Si abituò così a mangiare la carne, e adoperò l’astuzia nella caccia e nella pesca, finché fu abile in questo. Il suo amore per il fuoco si accrebbe, poiché con esso gli riusciva di trovare gustoso il nutrirsi di qualcosa di cui prima non riusciva a nutrirsi. Quando il suo entusiasmo per il fuoco si fece più grande al vedere l’eccellenza dei suoi effetti e la forza delle sue facoltà, si convinse che la cosa che si era allontanata dal cuore di sua madre, la gazzella che l’aveva allevato, era della sostanza di questa creatura o di una cosa simile ad essa. Lo confermava nel suo pensiero il vedere che gli animali erano caldi durante la loro vita ed erano invece freddi dopo la morte, ed era sempre così, senza eccezione, e il calore intenso che trovava in se stesso, nel suo petto, in corrispondenza del luogo della gazzella in cui aveva praticato l’incisione; e gli venne in mente che se avesse preso un animale vivo, avesse aperto il suo cuore, e avesse guardato in quella cavità che aveva trovato vuota quando l’aveva aperta nella gazzella sua madre, l’avrebbe vista, in questo animale vivo, piena di quella cosa che abitava in essa, e avrebbe verificato se era della sostanza del fuoco, e se era in qualche modo luminosa e calda, oppure no.

Si diresse verso un animale selvatico, lo legò saldamente, e lo apri nel modo in cui aveva aperto la gazzella, finché giunse al cuore. Si volse in primo luogo al lato sinistro di esso e l’apri. E vide quella cavità piena di aria fumante che somigliava alla bianca nebbia. Introdusse in essa il dito e la trovò calda, tanto che quasi lo bruciava. E quell’animale subito mori. Allora fu certo che era quel vapore caldo che faceva muovere questo animale, e che era così in ogni organismo animale, e che quando abbandonava l’animale, quello moriva.

Poi si destò in lui il desiderio di studiare tutti gli altri organi degli animali: la loro collocazione, il loro modo di funzionare, la loro quantità, la qualità delle relazioni tra gli uni e gli altri, come erano alimentati da questo vapore caldo finché rimanevano in vita in grazia sua, e come avveniva il permanere di questo vapore durante il tempo in cui permaneva, da dove era attinto, e come accadeva che il suo calore non si esauriva. Persegui tutto ciò sezionando gli animali vivi e morti. Continuò ad esaminarli con attenzione e ad approfondire le sue conoscenze, finché raggiunse su tutti questi argomenti il grado di conoscenza dei più grandi naturalisti.

Gli apparve chiaro che ogni organismo animale, anche se era provvisto di molti organi e di molteplici facoltà [percettive] e movimenti, era “uno” quanto a quel soffio che traeva origine da una sola cavità e si distribuiva in tutti gli altri organi emanando da essa. Tutti gli organi gli erano asserviti, o lavoravano per lui, e il modo in cui quel soffio operava nella conduzione del corpo era come il modo in cui egli stesso utilizzava gli strumenti. Con alcuni di essi combatteva gli animali, con altri li catturava, con altri ancora li sezionava. Gli strumenti di cui si serviva per combattere si dividevano in quelli con cui respingere il danno di un altro, e quelli con cui rovesciare un altro. Gli strumenti adatti alla caccia si dividevano in quelli che andavano bene per gli animali marini e quelli che andavano bene per gli animali terrestri. Così pure gli strumenti con cui li sezionava si dividevano in quelli che servivano a lacerare, quelli che servivano a spezzare, e quelli che servivano a bucare. Il corpo era uno solo, ma cambiava quegli strumenti a seconda dell’uso a cui ogni strumento era adatto, e degli scopi che la sua azione si prefiggeva. Analogamente, quel soffio animale era uno solo, e quando operava con lo strumento occhio la sua azione era il vedere, quando operava con lo strumento orecchio la sua azione era l’udire, quando operava con lo strumento naso la sua azione era il fiutare, quando operava con lo strumento lingua la sua azione era il gustare, quando operava con la pelle e con la carne la sua azione era il percepire con il tatto, quando operava con l’arto la sua azione era il muovere, quando operava con il fegato la sua azione era il nutrire e l’essere nutrito; per ognuna di queste funzioni c’erano organi che le svolgevano, ma nessuna di queste funzioni si esplicava perfettamente se non in virtù di ciò che di quel soffio giungeva agli organi, attraverso le vie chiamate nervi. Quando quelle vie erano interrotte o erano ostruite, la funzione dell’organo corrispondente cessava. Questi nervi attingevano il soffio dalle profondità del cervello, e il cervello attingeva il soffio dal cuore. Nel cervello c’erano molti soffi, perché esso era il luogo in cui molte parti erano divise. Ogni organo che fosse privo di questo soffio a causa dei motivi che impedivano la sua azione, diveniva come lo strumento gettato via, che l’operatore non utilizza e di cui non si giova. Se poi questo soffio usciva dal corpo nella sua totalità, o veniva meno, o si dissolveva completamente, tutto il corpo si arrestava e giungeva alla condizione della morte.

Procedendo in tal modo, giunse a questo livello speculativo al compiersi di tre settenari dalla sua nascita, cioè ventuno anni.

Durante questo periodo di cui abbiamo parlato, si era industriato in diversi modi. Si vestiva con le pelli degli animali che sezionava, e se ne calzava, per cucire prendeva i fili dalle pellicce, e scortecciava i fusti dell’altea, della malva, della canapa e di ogni pianta fibrosa. Quando si era indirizzato a far questo, aveva preso l’altea, e aveva fabbricato lesine da rovi resistenti e da canne affilate sulla pietra. Si era ispirato, nel costruire, a ciò che vedeva fare alle rondini: si era fatto una casa e una dispensa per il cibo che aveva in sovrappiù, e l’aveva munita di una porta di canne legate insieme affinché non ci arrivassero animali mentre lui era lontano da quelle parti, occupato in qualche faccenda. Aveva addomesticato uccelli rapaci per farsi aiutare nella caccia, si era procurato dei polli per giovarsi delle loro uova e dei loro pulcini. Aveva preso corna di buoi selvatici simili a rebbi e le aveva montate su canne resistenti e su bastoni di faggio o di altro legno. Si era aiutato in questo con il fuoco e con pietre affilate, finché erano diventate come lance. Aveva ricavato il suo scudo da pelli sovrapposte. Tutto questo perché si era accorto che le sue armi naturali erano inadeguate, ma che la sua mano era in grado di assicurargli tutte quelle difese che gli mancavano. Poiché nessun animale, a qualsiasi specie appartenesse, gli teneva testa, ma lo evitava e gli si sottraeva con la fuga, aveva meditato su come superare questa difficoltà, e non aveva visto niente di più vantaggioso che attirare alcuni animali veloci nella corsa e offrire loro in abbondanza il cibo a loro adatto, in modo che gli riuscisse di cavalcarli e di inseguire tutte le altre specie [di animali]. In quell’isola c’erano cavalli e asini selvatici: aveva scelto, di essi, quelli che gli sembravano adatti e li aveva addestrati, finché aveva raggiunto il suo scopo. Con lacci e pelli aveva fatto per essi cose simili a morsi e a selle. Così fu in grado, come si era ripromesso, di inseguire gli animali che gli era difficile prendere. Si era industriato in tutte queste faccende nel tempo in cui si dedicava a sezionare gli animali e studiava con passione le particolarità e le differenze dei loro organi. [Questo] nel periodo che terminò, come abbiamo definito, all’età di ventuno anni.

Dai ventuno ai ventotto anni

In seguito, cominciò a dedicarsi ad altre ricerche: esaminò tutti i corpi che erano nel mondo della generazione e della corruzione gli animali secondo le loro differenti specie, i vegetali, i minerali, e le specie della pietra, della terra, dell’acqua, del vapore, della neve, della grandine, del fumo, del ghiaccio, della fiamma e della brace.
Vide che avevano molte caratteristiche e svariati comportamenti, e moti analoghi e diversi. S’immerse nello studio di questo, considerando attentamente il problema.
Vide che essi erano simili in alcune proprietà e differivano in altre, e che per ciò in cui erano simili erano una cosa sola, mentre per ciò in cui differivano erano diversi e molteplici. Talvolta vedeva le proprietà specifiche delle cose e ciò per cui si distinguevano le une dalle altre, e ai suoi occhi la molteplicità che ne risultava diventava troppo grande perché egli la potesse abbracciare con la mente, e ciò che trovava gli si disperdeva in modo che non riusciva a metterci ordine. Vedeva molteplice anche se stesso, poiché esaminava i suoi diversi organi, e ognuno di essi era distinto dagli altri per una funzione ed una caratteristica che gli era propria. E se esaminava ognuno degli organi, vedeva che poteva essere suddiviso in moltissime parti e giudicava se stesso molteplice, e così ugualmente ogni cosa. Ma poi, se tornava a considerare ancora in un secondo modo, vedeva che i suoi organi, anche se erano molti, erano tutti interdipendenti l’uno dall’altro, non erano affatto separati, ed erano come una cosa sola, e non differivano se non nella diversità delle loro funzioni, e che quella diversità derivava soltanto da ciò che giungeva loro della forza del soffio animale, che egli aveva in precedenza conosciuto, e che quel soffio dentro di lui era uno, e così anche la realtà del suo essere, e tutti gli organi erano come gli arnesi. In questo modo nei suoi pensieri il suo essere diveniva una cosa sola. Poi si volgeva a tutte le specie degli animali, e vedeva che ogni individuo di esse, da questo punto di vista, era una cosa sola. Poi osservava una specie di essi, come le gazzelle, i cavalli, gli asini e le specie degli uccelli, una per una. E vedeva che gli individui di ogni specie assomigliavano gli uni agli altri negli organi esterni ed interni, nelle percezioni, nei movimenti e nelle inclinazioni. E non vedeva tra loro una diversità se non in cose trascurabili rispetto a tutte le cose in cui erano simili. Giudicava che il soffio [spirito], per tutta quella specie, fosse uno solo, e che non differisse se non per il fatto che era diviso in molti cuori, e che se fosse stato possibile riunire tutto ciò che di lui era diviso in quei cuori e metterlo in un unico recipiente, esso nella sua totalità sarebbe stato una cosa sola, come una sola massa di acqua o di vino, che sia suddivisa in molti recipienti e in seguito venga riunita: essa, divisa o unita, è una cosa sola, anche se in qualche modo le accade di divenire molteplice. E vedeva tutta la specie, da questo punto di vista, come una cosa sola, e considerava la molteplicità dei suoi individui, come la molteplicità degli organi del singolo individuo, che non era in realtà una molteplicità. Poi, richiamando alla mente le specie di tutti gli animali e riflettendoci sopra, vedeva che esse erano simili in quanto percepivano, si nutrivano, si muovevano intenzionalmente in qualsiasi direzione volessero.

Si era accorto che queste funzioni erano le funzioni più proprie dello spirito animale, e che tutte le cose in cui differivano, al di là di questa somiglianza, non erano molto specifiche dello spirito animale. Attraverso questa riflessione gli apparve chiaro che lo spirito animale per tutto il genere degli animali in realtà era uno, e che in esso c’era una differenza insignificante per cui una specie si distingueva dall’altra, come una sola massa d’acqua divisa in molti recipienti, di cui una parte è più fredda dell’altra, ma essa, nella sua origine, è una sola. E tutto ciò che era in uno stesso grado di freschezza era come il manifestarsi particolare di quello spirito animale in una sola specie. Ma oltre a ciò, come tutta quell’acqua era una cosa sola, così anche lo spirito animale era uno solo, e in qualche modo gli accadeva di divenire molteplice. E vedeva tutto il genere degli animali, da questo punto di vista, come una cosa sola.

Poi prendeva in considerazione le diverse specie dei vegetali, e vedeva che gli individui di ogni specie si assomigliavano tra loro nei rami, nelle foglie, nei fiori, nei frutti, nelle funzioni. Li paragonava agli animali, e si accorgeva che essi avevano tutti in comune una cosa sola, che era per loro come lo spirito animale, e che essi, quanto a questo, erano una cosa sola. Così esaminava tutto il genere delle piante, e giudicava della sua unità, per la somiglianza che vedeva [in tutte le specie] nelle funzioni della nutrizione e della crescita.

Poi riuniva nel suo pensiero il genere degli animali e il genere dei vegetali, e li vedeva insieme, simili nel fatto che si nutrivano e si accrescevano. Sennonché gli animali erano superiori alle piante grazie al tatto, alla percezione e al movimento. Spesso tuttavia appariva nei vegetali qualcosa di simile a questo, come il volgersi dei loro fiori in direzione del sole, e il muoversi delle loro radici in direzione del cibo, e così via. Gli apparve chiaro attraverso questa riflessione che i vegetali e gli animali erano una cosa sola, poiché una cosa sola era comune ad entrambi, ed essa negli animali era più completa e perfetta, mentre nelle piante la ostacolava un impedimento. E che questa cosa era come una sola massa d’acqua divisa in due parti, di cui una è immobile e l’altra corrente, ed ai suoi occhi i vegetali e gli animali divenivano una cosa sola.

Poi esaminava i corpi che non percepivano, non si nutrivano e non si accrescevano, come la pietra, la terra, l’acqua, l’aria e la fiamma, e vedeva che essi erano corpi che avevano una determinata lunghezza, larghezza, profondità, e che non differivano se non per il fatto che alcuni erano colorati, e altri no, e alcuni erano caldi, e altri freddi, e altre differenze di questo tipo. E vedeva che quello di essi che era caldo diveniva freddo, e quello che era freddo diveniva caldo. Vedeva che l’acqua diveniva vapore, e il vapore acqua, e che le cose che bruciavano divenivano brace e cenere, fiamma e fumo, e che se il fumo, nel suo innalzarsi, aderiva alla volta di una caverna, si condensava su di essa e diveniva come tutte le cose terrestri. E attraverso questa riflessione gli appariva chiaro che tutte queste cose erano in realtà una cosa sola, anche se in generale ineriva ad esse la molteplicità. E ciò analogamente alla molteplicità che ineriva agli animali e alle piante.

Esaminava poi ciò che rendeva una cosa sola ai suoi occhi i vegetali e gli animali, e vedeva che era un corpo simile a questi corpi, che aveva una lunghezza, una larghezza e una profondità, che era sia caldo sia freddo, come uno di questi corpi che non percepivano e non si nutrivano, e differiva da essi soltanto per le funzioni che si manifestavano per opera sua negli organi degli animali e dei vegetali, che erano come gli arnesi. Non c’era altra differenza. Forse quelle funzioni non erano proprie della sua essenza, ma gli si comunicavano provenienti da un’altra cosa, e, se si fossero comunicate anche a questi corpi, questi sarebbero stati simili ad esso. Lo considerava, nella sua essenza, privo di queste funzioni che apparivano a prima vista provenienti da lui, e vedeva che non era che uno di questi corpi. E gli appariva chiaro attraverso questa riflessione che tutti i corpi erano una cosa sola: quelli animati e quelli inanimati, quelli dotati di movimento e quelli immobili. Sennonché vedeva che alcuni di essi producevano funzioni in organi, e non sapeva se queste funzioni fossero proprie della loro essenza o si comunicassero loro provenienti da qualche altra cosa. In questa fase non vedeva niente che non fossero i corpi; e con questo modo di procedere vedeva come una cosa sola tutto ciò di cui scopriva l’esistenza, mentre a prima vista vedeva ciò che esisteva come una molteplicità illimitata e infinita. Rimase per qualche tempo in questa convinzione.

Poi considerò attentamente tutti i corpi, animati e inanimati, che a volte gli apparivano come una cosa sola e a volte come una molteplicità senza fine. E vide che ognuno di essi non mancava di una di queste due tendenze o si muoveva verso l’alto, come il fumo, la fiamma e l’aria se veniva a trovarsi sotto l’acqua, oppure si muoveva in direzione opposta, cioè verso il basso, come l’acqua, le parti della terra e le parti degli animali e dei vegetali; ognuno di questi corpi non era privo di uno di questi due movimenti, e non si arrestava a meno che un impedimento lo ostacolasse nel suo cammino, così come la pietra che cade incontra una superficie terrestre che non le è possibile penetrare, ma se ciò le fosse stato possibile, non avrebbe, evidentemente, rinunciato al suo movimento.

Per questo, se tu la sollevi verso l’alto, trovi che ti opprime con la sua inclinazione verso il basso, cercando di scendere, e così il fumo che si innalza non rinuncia al suo moto ascensionale, a meno che incontri una volta solida che lo trattenga; si piega poi a destra e a sinistra, e poi ecco che si libera di quella volta, e irrompe nell’aria e si innalza, poiché l’aria non può arrestarlo. E vedeva l’aria che, se si riempie con essa un otre di pelle e si chiude con lacci e poi si immerge sotto l’acqua, cerca di salire e contrasta chi la trattiene sotto l’acqua, e non cessa di fare questo finché non giunge al luogo dell’aria, uscendo da sotto l’acqua. Allora si ferma, e si allontanano da essa quella resistenza e quella tensione verso l’alto che da essa emanavano prima. Esaminò se potesse trovare un corpo che fosse in un tempo qualsiasi privo di questi due movimenti o dell’inclinazione ad uno di essi, ma non lo trovò tra i corpi che poteva esaminare; allora lo cercò avidamente poiché desiderava trovarlo e vedere la natura del corpo in quanto corpo, senza che gli fosse unita nessuna di quelle proprietà che causavano il prodursi della molteplicità.

Quando fu stanco di questa ricerca ed ebbe preso in considerazione i corpi che avevano meno proprietà di tutti gli altri, giunse alla conclusione che essi non erano privi, in qualche modo, di una di quelle due proprietà che sono designate come “pesantezza” e “leggerezza”. Considerò la pesantezza e la leggerezza: un corpo le possedeva in quanto corpo, oppure esse erano proprietà che si aggiungevano alla corporeità? Gli sembrò che esse fossero proprietà che si aggiungevano alla corporeità, perché se un corpo le avesse avute per il fatto di essere un corpo, non si sarebbe trovato nessun corpo che non le avesse entrambe. Ma noi troviamo che il corpo pesante non ha in sé la leggerezza, e il corpo leggero non ha in sé la pesantezza, ed essi sono senza dubbio due corpi, ognuno dei quali ha una proprietà che lo distingue dall’altro in aggiunta alla sua corporeità, e quella proprietà è ciò per cui ognuno dei due si differenzia dall’altro. Se quella proprietà non ci fosse, i due corpi sarebbero una cosa sola sotto ogni riguardo. Gli fu chiaro allora che l’essenza di ogni corpo pesante e leggero era composta di due proprietà: di cui una era ciò che essi avevano in comune, ed era la corporeità, e l’altra era ciò per cui l’essenza di uno dei due si distingueva dall’altro, ed era la pesantezza in uno di essi e la leggerezza nell’altro; cioè la proprietà che faceva muovere uno dei due verso l’alto e l’altro verso il basso.

Esaminò in questo modo tutti i corpi inanimati e animati, e vide che l’essenza di ognuno di questi due tipi di corpi era composta dalla corporeità e da un’altra cosa che si aggiungeva alla corporeità, e a volte era una cosa sola, a volte più di una. Gli apparvero così le forme dei corpi nella loro diversità, e questa fu la prima cosa che gli apparve del mondo spirituale: erano infatti forme che non era possibile cogliere con la percezione dei sensi, ma solo con la speculazione dell’intelletto.

Gli apparve tra l’altro che lo spirito animale che risiedeva nel cuore, di cui si è prima parlato, doveva necessariamente avere, in aggiunta alla sua corporeità, anche una proprietà in virtù della quale era in grado di compiere queste azioni singolari che gli erano proprie, come i vari tipi di percezioni, di capacità intellettive e di movimenti. Quella proprietà è la sua forma, la particolarità per cui si distingue da tutti gli altri corpi, e ad essa accennano i filosofi con il termine di anima animale. Così anche ciò che nelle piante occupa il posto del calore negli animali, ha una cosa sua propria, la sua particolarità, e ad essa accennano i filosofi con il termine di anima vegetale. Così pure tutti i corpi inanimati, cioè quelli che non sono nè animali nè piante, nel mondo della generazione e della corruzione, hanno una cosa che è loro propria, per cui ognuno di essi compie la funzione che gli è caratteristica, come i vari tipi di movimenti e le varie modalità delle loro percezioni. Quella cosa è la particolarità di ognuno di essi, e i filosofi vi accennano con il termine di natura.

Quando si fu convinto, attraverso questa speculazione, del fatto che l’essenza dello spirito animale, a cui aveva sempre aspirato, era composta della corporeità e di un’altra proprietà che si aggiungeva alla corporeità, e che questa corporeità era comune anche a tutti gli altri corpi, mentre l’altra proprietà ad essa associata esso la possedeva da solo, la corporeità divenne spregevole ai suoi occhi, e il suo pensiero si attaccò alla seconda proprietà, cioè l’anima. Desideroso di conoscerla, continuò a rifletterci sopra e cominciò ad osservare accuratamente tutti i corpi, non in quanto corpi, ma in quanto dotati di forme da cui erano inseparabili le qualità particolari per le quali si distinguevano l’uno dall’altro.

Seguì questo procedimento svolgendolo con ordine, e vide un insieme di corpi che avevano in comune una certa forma, da cui si originavano una o più funzioni. E vide che una parte di quell’insieme, sebbene avesse quella forma in comune con esso, aveva in aggiunta un’altra forma da cui si originavano alcune funzioni. E vide che una parte di quella parte che possedeva la prima e la seconda forma, aveva una terza forma da cui si originavano certe funzioni; ad esempio, tutti i corpi terrestri come la terra, la pietra, i metalli, le piante, gli animali e tutti i corpi pesanti, erano un solo insieme, che aveva in comune una sola forma da cui scaturiva il movimento verso il basso, a meno che un ostacolo impedisse loro di discendere. Quando, con la forza, erano fatti muovere verso l’alto e poi si lasciavano andare, si muovevano verso il basso in virtù della loro forma. Una parte di questo, insieme, cioè le piante e gli animali, che pure avevano in comune quella forma con l’insieme precedente, avevano in più un’altra forma da cui si originavano la nutrizione e la crescita. La nutrizione consisteva in questo: che colui che si nutriva reintegrava ciò che del suo corpo si era dissolto, trasformando in materia identica alla composizione del suo corpo una materia simile, con l’attirarla a sé. La crescita era il movimento nelle tre direzioni, effettuato in modo da conservare la proporzione dell’altezza, della larghezza e della profondità Queste due funzioni erano comuni alle piante e agli animali, ed entrambe senza dubbio scaturivano da una forma ad esse associata, che è quella cui si accenna con il termine di anima vegetale. Una parte di questa parte, propriamente gli animali, che aveva in comune con la parte precedente la prima e la seconda forma, aveva in aggiunta una terza forma da cui scaturivano le capacità di percepire con i sensi e di spostarsi da un luogo ad un altro. Vide anche che ogni specie di animali aveva una proprietà specifica per cui si distingueva dalle altre specie, e si differenziava da esse, individualizzandosi. Seppe che ciò le derivava da una forma sua particolare che si aggiungeva alla forma che essa e gli altri animali avevano in comune; così era ugualmente per ogni specie di piante. Gli apparve chiaro che, di alcuni corpi percepiti dai sensi che erano nel mondo della generazione e della corruzione, l’essenza era composta di molte proprietà che si aggiungevano alla corporeità, mentre di altri l’essenza era composta di un numero inferiore di proprietà, e scoprì che conoscere quelli che avevano meno proprietà era più facile che conoscere quelli che ne avevano di più. Cercò quindi di conoscere l’essenza della cosa che aveva meno proprietà di tutte le altre. Vide che l’essenza degli animali e delle piante era composta di molte proprietà, data la varietà delle loro funzioni, e decise di rimandare lo studio delle loro forme. Vide, analogamente, che alcune parti della terra erano più semplici di altre e si propose di studiare le più semplici tra quelle che poteva trovare. Vide pure che l’acqua era una cosa di costituzione semplice dato il piccolo numero di funzioni che scaturivano dalla sua forma. Così pure il fuoco e l’aria.

Era giunto in precedenza alla convinzione che questi quattro corpi si trasformavano l’uno nell’altro, che avevano in comune una sola cosa, la corporeità, e che quella cosa doveva essere priva delle proprietà per cui ognuno di questi si distingueva dall’altro. Non era possibile che si muovesse verso l’alto nè verso il basso, né che fosse calda nè che fosse umida o secca, poiché ognuna di queste qualità non era comune a tutti i corpi, e un corpo non la possedeva per il fatto di essere un corpo. Se fosse stato possibile trovare un corpo che non avesse una forma in aggiunta alla corporeità, esso non avrebbe avuto nessuna di queste qualità, e non avrebbe potuto avere altra qualità che quella che era comune a tutti i corpi dotati di forme diverse. Considerò se potesse trovare una qualità che fosse comune a tutti i corpi animati e inanimati, e trovò che l’unica cosa che tutti i corpi avevano in comune era il fatto che si estendevano tutti nelle tre direzioni, cui si accenna con i termini di altezza, larghezza, profondità. Seppe così che il corpo aveva questa proprietà in quanto corpo; ma non gli riuscì di percepire un corpo dotato di questa sola proprietà, in modo che non avesse nessuna proprietà oltre l’estendersi menzionato, e fosse insomma privo di tutte le forme. Meditò poi su questa estensione nelle tre direzioni: era la proprietà che definisce un corpo e non ce n’era un’altra, oppure non era così? Vide che dietro questa estensione c’era un’altra proprietà, che era ciò a cui si applicava questa estensione, che non poteva sussistere di per sé, come pure quella cosa che si estendeva non poteva sussistere senza l’estensione. Imparò questo dall’esame di alcuni di questi corpi percepibili dai sensi, dotati di forme, come l’argilla. Vide che se la si modellava ad esempio in modo da farne una sfera, aveva una altezza, una larghezza e una profondità di una certa entità. Se poi quella stessa sfera veniva presa e trasformata in un cubo o in una figura ovoidale, quell’altezza, quella larghezza e quella profondità cambiavano e assumevano nuove misure, diverse da quelle che aveva prima. L’argilla in se stessa era una sola e non si trasformava, ma non poteva fare a meno di un’altezza, larghezza, profondità, di qualunque grandezza esse fossero, e non poteva esserne priva; per il loro continuo variare nel. l’argilla gli apparve chiaro che esse erano una proprietà applicata ad essa, e per il fatto che essa non ne era mai assolutamente priva gli apparve chiaro che facevano parte della sua essenza. Gli apparve da queste considerazioni che il corpo era composto nell’essenza di due proprietà: una delle quali era come l’argilla nella sfera in questo esempio, e l’altra era come l’altezza, la larghezza e la profondità della sfera, del cubo, o di qualunque altra configurazione che l’argilla potesse assumere. Non poteva concepire un corpo che non fosse composto di queste due proprietà, ognuna delle quali non era separabile dall’altra. Quella che poteva cambiare e presentarsi successivamente sotto molti aspetti diversi – ed era l’estensione – corrispondeva alla forma che avevano tutti i corpi dotati di forme, quella che si presentava sempre in un solo stato corrispondeva alla corporeità che hanno tutti i corpi dotati di forme. Questa cosa che era come l’argilla in questo esempio, era ciò che i filosofi chiamano “materia prima”, ed è assolutamente priva di ogni forma.

Quando la sua speculazione fu giunta a questo grado, e si fu staccato un poco dal sensibile, e si fu affacciato ai confini del mondo dell’intelletto, si senti intimorito, e desiderò rivolgersi alle cose del mondo sensibile che gli erano familiari. Allora si ritrasse un poco, e abbandonò lo studio del corpo in sé: infatti i sensi non potevano arrivare a questo concetto, nè erano in grado di comprenderlo.

Prese in considerazione i corpi più semplici percettibili ai sensi che avesse osservato, ed erano quei quattro corpi su cui si era fermata precedentemente la sua attenzione. Il primo che esaminò fu l’acqua, e vide che essa, se era lasciata nello stato che la sua forma comportava, appariva fredda al tatto e manifestava la tendenza a muoversi verso il basso. Se era riscaldata dal fuoco o dal calore del sole, in un primo tempo il freddo l’abbandonava, ma rimaneva in essa la tendenza a muoversi verso il basso. Se poi il riscaldamento diventava eccessivo, l’abbandonava la tendenza a muoversi verso il basso, e cominciava a cercare di salire verso l’alto: e l’abbandonavano così completamente le due qualità che sempre le derivavano dalla sua forma. Egli conosceva della sua forma solo queste due funzioni che si originavano da essa. Quando queste due funzioni l’abbandonavano, il concetto di forma diveniva vuoto, e la forma dell’acqua si allontanava da questo corpo, mentre apparivano in esso funzioni che gli derivavano da un’altra forma di cui erano proprie. Subentrava alla prima forma un’altra forma che prima non c’era e derivavano per essa al corpo delle funzioni che non gli spettavano quando era nella prima forma. Riconobbe necessariamente che ogni cosa che si produceva aveva bisogno di una causa attraverso questa riflessione, si delineò quindi in lui in modo assolutamente generale un Autore della forma. Esaminò le forme che aveva conosciuto in precedenza, forma per forma, e vide che esse erano tutte prodotte e che necessariamente dovevano avere una causa. Considerò poi le essenze delle forme, e vide che esse non erano niente di più che l’inclinazione del corpo a che si originasse da lui quella funzione, come l’acqua, che, se il calore diveniva eccessivo, era incline a muoversi verso l’alto ed era adatta a questo movimento. Questa inclinazione era la sua forma. Ed ecco, non c’era altro che un corpo e cose che di esso si potevano percepire con i sensi e che prima non c’erano, come le qualità e i movimenti, e un principio agente che le poneva in esistenza dopo che non erano. L’attitudine del corpo ad alcuni movimenti e non ad altri era la sua inclinazione e la sua forma. Per tutte le forme gli sembrò essere lo stesso, e gli apparve chiaro che le forme non possedevano in realtà le funzioni che scaturivano da esse, ma le possedeva una Causa che produceva per mezzo loro le funzioni ad esse relative. Questo concetto che gli si manifestò è contenuto nelle parole dell’Inviato di Dio – Dio preghi per lui e gli dia pace -: ” Io sono l’orecchio con cui ode, e l’occhio con cui vede ” e nel versetto esplicito del Libro Rivelato: ” Non voi li avete uccisi, ma Dio li ha uccisi, e se hai colpito, non tu hai colpito, ma Dio ha colpito ” Quando ebbe intuito vagamente qualcosa a proposito di questa Causa, lo prese un desiderio intenso di conoscerLa nei particolari, ma, dato che non si era ancora staccato dal mondo sensibile, si mise a cercare questa Causa tra le cose sensibili, né sapeva ancora se fosse una sola o fossero molte. Considerò tutti i corpi che erano intorno a lui, a cui aveva sempre rivolto la sua riflessione, e vide che tutti ora si generavano ora si corrompevano. E quelli che non erano soggetti alla corruzione nella loro interezza, erano soggetti alla corruzione nelle loro parti, come l’acqua e la terra: vide infatti che le loro parti erano corrotte dal fuoco. Ugualmente vide che l’aria era corrotta dal freddo intenso, così che diventava neve ed acqua. Così pure vide che di tutti i corpi che aveva a disposizione nessuno era privo di origine, e dunque nessuno poteva fare a meno della Causa. Li respinse tutti e rivolse il proprio interesse ai corpi celesti.

Giunse a queste considerazioni al compiersi del quarto settenario della sua esistenza, e cioè all’età di ventotto anni.

Dai ventotto ai trentacinque anni

Comprese che il cielo e gli astri che erano in esso erano corpi, poiché si estendevano nelle tre direzioni, altezza, larghezza, profondità; nessuno di essi infatti era privo di questa proprietà, e tutto ciò che non era privo di questa proprietà era un corpo.
Dunque essi erano tutti dei corpi. Poi rifletté: si estendevano all’infinito continuando a spingersi sempre in altezza, larghezza, profondità? oppure erano finiti, delimitati da confini presso i quali cessavano, e non era possibile che dietro di essi ci fosse una qualche estensione? Si domandò per qualche tempo come stessero le cose. Poi, con la sua capacità speculativa e con la perspicacia della sua mente, vide che un corpo infinito è una cosa vana che non può esistere e un concetto che non è comprensibile. Si rafforzò in lui questa opinione con molti argomenti che gli si presentavano alla mente; e diceva infatti: questo corpo celeste è limitato dalla parte che volge verso di me nella direzione in cui io lo percepisco, e su questo non ho dubbi, poiché io lo vedo con i miei occhi. Quanto alla direzione opposta a questa, su di essa potrei avere dei dubbi, ma io so anche che è impossibile che si estenda all’infinito; poiché, se immagino che due linee abbiano inizio da questa parte finita e attraversino lo spessore del corpo all’infinito, seguendo l’estendersi del corpo, poi immagino che di una di queste due linee si tagli una gran parte dal lato finito, poi si prenda ciò che ne rimane e si congiunga l’estremità che è stata tagliata con la estremità della linea che non ha subito alcun taglio, e il pensiero le accompagni nella direzione in cui si dice che esse non hanno fine, o troviamo che le due linee si estendono sempre all’infinito, e nessuna delle due è più corta dell’altra, e quella da cui è stata tagliata una parte è uguale a quella che non ha subito alcun taglio, e questo è impossibile; oppure [troviamo che] quella che manca di una parte non procede sempre a fianco dell’altra ma si interrompe senza proseguire, cessando di estendersi a fianco dell’altra e diviene finita; se ora le si restituisce la parte che le si era tagliata prima, per cui era diventata finita, essa, tutta intera, è ancora una linea finita, che non è più corta della linea che non aveva subito alcun taglio, né più lunga, ma diviene uguale ad essa, ed è finita. Allora anche l’altra linea è finita, ed è finito il corpo in cui vengono immaginate queste due linee, e in ogni corpo è possibile immaginare queste linee. Ogni corpo dunque è finito, e se ipotizziamo un corpo infinito, ipotizziamo una cosa vana e impossibile.
Quando, con quelle doti eccellenti che gli avevano permesso di giungere a questa dimostrazione, ebbe verificato che il corpo del cielo era finito, volle conoscere di quale forma fosse e in che modo fosse interrotta la sua continuità dalle superfici che lo delimitavano. Considerò dapprima il sole, la luna e tutti gli astri. Vide che tutti sorgevano da oriente e tramontavano ad occidente; quelli di essi che transitavano allo zenit su di lui, descrivevano una circonferenza più grande mentre quelli che erano inclinati rispetto allo zenit su di lui verso nord o verso sud, li vedeva descrivere una circonferenza minore. La circonferenza descritta da quelli che erano più lontani dallo zenit verso uno dei due lati era sempre minore della circonferenza descritta da quelli che erano più vicini, finché si giungeva alle due circonferenze più piccole fra quelle su cui si muovevano gli astri: una di esse era intorno al polo l’altra era sud ed era l’orbita di Canopo e intorno al polo nord ed era l’orbita delle stelle dell’Orsa Minore Per chi si trovasse all’equatore, di cui abbiamo trattato prima, tutte queste circonferenze si levavano sopra la superficie del suo orizzonte, il loro susseguirsi era simmetrico a sud e a nord e i due poli gli erano entrambi visibili, e se vedeva sorgere contemporaneamente un astro su una circonferenza grande e un altro su una circonferenza piccola, li vedeva tramontare contemporaneamente. Questo gli si manifestò per tutti gli astri ed in ogni tempo, e gli apparve chiaro da ciò che il cielo era di forma sferica. Lo confermò nella sua convinzione il vedere che il sole, la luna e tutti gli astri ritornavano a oriente dopo il loro tramonto ad occidente, e anche il fatto che apparivano ai suoi occhi della stessa grandezza quando sorgevano, quando culminavano e quando tramontavano, mentre se essi si fossero mossi su un’orbita di forma diversa da quella di una sfera, inevitabilmente in qualche tempo sarebbero stati più vicini ai suoi occhi che in un altro tempo; in tal caso le loro grandezze sarebbero apparse differenti ai suoi occhi, e li avrebbe visti, quando erano vicini, più grandi di come li vedeva quando erano lontani, per la differenza delle loro distanze dal suo punto di osservazione, quindi in modo diverso rispetto a prima. Poiché non vedeva niente di tutto ciò, fu verificata secondo lui la sfericità del cielo. Continuò ad esaminare il movimento della luna, e vedeva che avveniva da occidente a oriente, e ugualmente avveniva dei movimenti dei pianeti finché gli fu chiara una gran parte dell’astronomia, e gli fu manifesto che i loro movimenti avvenivano per opera di molte sfere, tutte contenute in un unica sfera, ed essa era la più alta, ed era quella che muoveva la totalità delle sfere da oriente a occidente, di giorno e di notte; ma spiegare il modo in cui avviene il suo spostamento sarebbe troppo lungo, e dato che si trova nei libri non è necessario parlarne per ciò che ci proponiamo se non nella misura in cui l’abbiamo fatto.
Quando fu giunto a questa conoscenza, si convinse che la sfera del cielo tutta intera, e ciò che essa conteneva, era come una cosa sola strettamente connessa in ogni sua parte, e che tutti i corpi che prima osservava in essa, come la terra, l’acqua, l’aria, le piante, gli animali e simili, erano tutti nel suo interno e non fuori di essa, e che essa nel suo insieme era simile ad un individuo animale e che gli astri risplendenti che erano in essa erano simili ai sensi dell’animale, e che le varie sfere celesti che erano in essa, strettamente connesse le une alle altre, erano simili agli organi dell’animale, e che il mondo della generazione e della corruzione che era nel suo interno era simile, nel ventre dell’animale, ai vari tipi di escrementi e di umori in cui spesso si formavano anche animali, come nel macrocosmo.
Quando gli apparve chiaro che essa nella sua totalità era in realtà come un solo individuo che aveva bisogno di una Causa e divennero una cosa sola ai suoi occhi le sue molte parti, come erano diventati per lui una cosa sola tutti i corpi del mondo della generazione e della corruzione, rifletté sul mondo nel suo insieme: era una cosa che era venuta all’esistenza dopo che non era, e si era aperta all’essere dopo il non-essere, oppure era una cosa che era sempre esistita, il cui essere non era stato preceduto dal non-essere? Si pose questo problema, ma nessuna delle due opinioni gli sembrò più valida dell’altra. Se infatti adottava il partito dell’eternità del mondo, gli si presentavano molti ostacoli, per l’impossibilità di concepire un’esistenza eterna, per un ragionamento simile a quello per cui era impossibile ai suoi occhi l’esistenza di un corpo infinito. Così pure vedeva che questo essere non era privo di cose prodotte cui non poteva essere antecedente, e ciò che non può precedere nel tempo le cose prodotte è anch’esso prodotto. Se d’altra parte decideva che il mondo era venuto all’esistenza, gli si presentavano altri ostacoli: vedeva infatti che il concetto della produzione del mondo dopo che non era non si poteva comprendere se non si possedeva il concetto del tempo ad essa antecedente; ma il tempo faceva parte del mondo e non era separato da esso. Ed ecco, non si comprendeva che il mondo venisse dopo il tempo. Diceva inoltre: “Se è prodotto, ha senz’altro bisogno di un Produttore; e se questo Produttore che io ha prodotto non lo ha fatto ora, perché avrebbe dovuto farlo prima? Lo ha colto il desiderio improvviso, quando Egli solo esisteva? Oppure è sopraggiunto un cambiamento nella Sua essenza?”.
Continuò a rifletterci sopra per molti anni, mentre in lui gli argomenti si contrastavano senza che nessuno dei due prevalesse sull’altro. Quando fu stanco di questa riflessione, si mise ad analizzare ciò che conseguiva necessariamente da ognuna delle due opinioni: forse avevano entrambe una sola conseguenza.
Vide che, se ammetteva che il mondo aveva cominciato ad essere dopo il non-essere, conseguiva necessariamente da questo che non poteva venire all’esistenza da solo, ma che aveva bisogno di un Agente che lo avesse fatto esistere. E questo Agente non poteva essere raggiunto da nessuno dei sensi, poiché se fosse stato colto dai sensi sarebbe stato un corpo, se fosse stato un corpo sarebbe appartenuto al mondo, sarebbe stato prodotto, e avrebbe avuto bisogno di un produttore. E se anche questo secondo produttore fosse stato un corpo, avrebbe bisogno di un terzo produttore, e il terzo di un quarto, e ciò sarebbe continuato all’infinito. Dunque il mondo aveva bisogno di un Agente che non fosse un corpo. Se non era un corpo, non era percettibile ai sensi, perché i cinque sensi non percepivano che i corpi o ciò che era inerente ai corpi. E se non poteva essere percepito dai sensi, non poteva neppure essere immaginato, poiché la facoltà immaginativa non era altro che il richiamare alla mente le immagini delle cose sensibili dopo che si erano nascoste [alla vista]. Se non era un corpo, erano impensabili per Lui tutte le proprietà dei corpi. Ora, la prima proprietà dei corpi era l’estensione in altezza, larghezza e profondità: Egli era immune da questa e da tutte le proprietà dei corpi che ne conseguivano. Se era il Creatore del mondo, senza dubbio aveva potere su di esso, e lo conosceva: “Non conosce forse, Colui che ha creato? Egli è il sottile e il ben Informato”[Corano 67,14]. Vide anche che, se concludeva che il mondo era eterno, che il non-essere non lo aveva preceduto e che non aveva mai cessato di essere come era, era necessario per questo che il suo movimento fosse eterno e senza principio, a meno che non lo avesse preceduto uno stato di quiete da cui aveva avuto inizio. Ora, ogni movimento aveva bisogno necessariamente di un motore. E il motore, o era una forza che si diffondeva in un corpo, sia un corpo che si muoveva da solo, sia un altro corpo esterno ad esso, oppure era una forza che non si diffondeva e si propagava in un corpo. Ogni forza che si diffondeva e non si propagava in un corpo si divideva al suo dividersi, si raddoppiava al suo raddoppiarsi, come ad esempio nella pietra la pesantezza che la faceva muovere verso il basso: se si fosse tagliata a metà la pietra, si sarebbe dimezzata la sua pesantezza, se le si fosse aggiunta un’altra pietra della stessa pesantezza, la pesantezza sarebbe aumentata di una quantità pari alla sua pesantezza; se fosse stato possibile che la pietra si accrescesse all’infinito, questa pesantezza si sarebbe accresciuta all’infinito, se la pietra fosse giunta ad un limite nell’accrescimento e poi si fosse fermata, la pesantezza sarebbe giunta a questo limite e si sarebbe fermata. Ma aveva dimostrato che ogni corpo era necessariamente limitato, quindi ogni forza in un corpo doveva necessariamente essere limitata. Se dunque noi troviamo una forza che compie un’azione infinita, essa è una forza che non è in un corpo. Ora, abbiamo trovato che la sfera celeste si muove sempre di un movimento infinito e ininterrotto, e la abbiamo ipotizzata eterna, senza un principio; ed è necessario per questo che la forza che la muove non sia nel suo corpo, né in un corpo esterno ad essa. Essa quindi è una cosa che sussiste indipendentemente dai corpi e che non è caratterizzata dalle qualità proprie dei corpi. Aveva intuito, al suo primo osservare il mondo della generazione e della corruzione, che la realtà dell’essere di ogni corpo era costituita solo dalla sua forma, che era la sua inclinazione a compiere determinati movimenti, e che la realtà che aveva in quanto costituito di materia era un essere debole, che a malapena si poteva percepire. L’esistenza di tutto il mondo era dunque solo quella che gli proveniva dalla sua inclinazione a muoversi per opera di questo Motore esente dalla materia, dalle proprietà dei corpi, irraggiungibile da parte dei sensi e della facoltà immaginativa – sia gloria a Lui – e se era Causa dei diversi movimenti della sfera celeste, in realtà non c’era in Lui cambiamento né interruzione, ed era senza dubbio potente su di essa e la conosceva. La sua speculazione giunse per questa via a ciò cui era giunto attraverso la prima via, e non gli fu di danno in questo il suo essere in dubbio sull’eternità del mondo o sul suo essere prodotto. Verificò in entrambi i casi, infatti, l’esistenza di un Agente che non era un corpo, né era congiunto ad un corpo ne separato da esso, né era interno a un corpo né esterno; poiché l’essere congiunto, l’essere separato, l’essere interno e l’essere esterno erano tutte proprietà nei corpi; ed Egli ne era privo. Poiché la materia di ogni corpo aveva bisogno della forma e non sussisteva che per essa, né le rimaneva una realtà senza di essa, e l’esistenza della forma non si verificava che per opera di questo Autore, gli apparve chiaro che tutte le cose che esistevano avevano bisogno di un Autore e che nessuna di esse sussisteva se non per Lui Egli era la loro Causa, ed esse i Suoi effetti, sia che fossero venute all’esistenza dopo che le aveva precedute il non-essere, sia che non avessero inizio nel tempo e non le avesse mai precedute il non-essere. In entrambi i casi esse erano effetti, e avevano bisogno dell’Autore che producesse in loro l’esistenza; se non fosse durato non sarebbero durate, se non fosse esistito non sarebbero esistite, se non fosse stato preeterno non sarebbero state preeterne. Egli invece, per esistere, non aveva bisogno di esse e ne era immune: e come sarebbe potuto essere diversamente? Era stato dimostrato infatti che la Sua potenza e la Sua forza erano infinite, mentre tutti i corpi e ciò che ad essi era congiunto e connesso in qualche modo erano finiti e limitati. Ed ecco, tutto il mondo, con i corpi celesti, la terra e gli astri che erano in esso, e ciò che era tra loro e sopra e sotto di loro era opera Sua e creazione Sua, posteriore a Lui per essenza, anche se non posteriore a Lui nel tempo.
Analogamente, se tu prendessi in mano un corpo, e poi muovessi la tua mano: quel corpo senza dubbio si muoverebbe, seguendo il movimento della mano, di un movimento che sarebbe posteriore al movimento della mano, posteriore per essenza, ma non posteriore ad esso nel tempo, poiché i due movimenti sarebbero cominciati insieme. Così tutto il mondo è causato e creato, fuori del tempo, per opera di questo Autore, ed Egli “se vuole una cosa non fa che dire ad essa «sii» ed essa è”[Corano 36,82].
Quando vide che tutte le cose esistenti erano opera Sua, le esaminò in modo diverso da prima, per riconoscere in esse la potenza del loro Autore, la meraviglia del Suo operato, la sottigliezza della Sua sapienza, l’acume della Sua scienza. Gli apparvero chiaramente nelle cose più piccole come nelle più grandi, tra quelle che esistevano, tracce della sapienza e delle meraviglie del creato, tali da suscitare la sua ammirazione; e fu certo che ciò poteva avere origine solo da un Autore al massimo grado della perfezione, e oltre la perfezione stessa “cui non sfugge il peso di un atomo, nei cieli e sulla terra, né una cosa più piccola o più grande”. Poi considerò, per tutte le specie animali, in che modo “dà ad ogni, cosa la sua conformazione, e poi la guida” alla sua utilizzazione. Se Egli non avesse guidato gli animali all’utilizzazione di quegli organi che erano stati creati loro affinché se ne avvantaggiassero e se ne servissero per i loro fini, gli animali non se ne sarebbero serviti, e quegli organi sarebbero stati loro di peso. Seppe con questo che Egli era il più generoso dei generosi ed il più misericordioso dei misericordiosi. Poi, ogni volta che vedeva una creatura che era bella o splendente o perfetta o forte o dotata di grandi virtù – che era cioè eccellente – meditava e scopriva che essa era dono della generosità spontanea di quell’Autore, della Sua munificenza e del Suo operare Comprese che Egli era, nella Sua essenza, più grande, più perfetto, più completo, più buono, più splendente, più bello e più duraturo di tutte le creature, e che, quanto a questo, non c’era confronto tra Lui e le creature. Continuò ad esaminare tutti i modi in cui la perfezione poteva manifestarsi, e vedeva che Egli li possedeva e da Lui avevano origine, e vedeva che Egli ne era più degno di qualsiasi creatura. Esaminò tutti i modi in cui poteva manifestarsi l’imperfezione, e vide che Egli ne era esente e privo e come avrebbe potuto non esserne privo, dato che il concetto dell’imperfezione non era che il puro non-essere o ciò che era connesso al non-essere? E come avrebbe potuto il non-essere aderire o mescolarsi a Colui che era l’Essere puro e necessario, esistente di per sé, che donava l’esistenza ad ogni esistente? Nulla esisteva all’infuori di Lui: ed Egli era l’esistenza, la perfezione, la completezza, la bontà, lo splendore, la potenza, la scienza, ed era Lui e “ogni cosa perisce tranne il Suo Volto”[Corano  28,88].
Giunse a questo grado di conoscenza al compiersi del quinto settenario della sua vita, e cioè all’età di trentacinque anni. Ciò che dell’Agente si era instillato nel suo cuore, lo distoglieva dal pensare a qualsiasi cosa che non fosse Lui. Non si preoccupò più di esaminare e di studiare le creature, finché giunse al punto che il suo sguardo non si posava su nessuna cosa senza che vi vedesse ogni volta l’impronta della Creazione, e senza volgersi col suo pensiero all’Artefice, dimenticando il creato; e si fece intensa la sua brama di Lui, ed il suo cuore nella sua totalità si distolse dal mondo inferiore sensibile, e aderì al mondo superiore intelligibile.

Dai trentacinque ai quarantanove anni

Quando gli avvenne di conoscere questo Essere superiore, che esisteva sicuramente, e che, non causato, era Causa dell’esistenza di tutte le cose, volle scoprire per quale via gli fosse sopravvenuta questa conoscenza e con quale facoltà fosse diventato consapevole di questo Essere.

Esaminò con cura tutti i suoi sensi: l’udito, la vista, l’odorato; il gusto e il tatto, e vide che essi tutti erano in grado di percepire solo un corpo o ciò che era in un corpo. L’udito percepiva solo i suoni, che erano le vibrazioni che si producevano nell’aria quando i corpi si urtavano vista percepiva solo i colori, l’odorato gli odori, il gusto i sapori. Il tatto percepiva i miscugli, la durezza, la morbidezza, la ruvidità, la levigatezza. così pure la facoltà immaginativa non percepiva niente che non avesse lunghezza, larghezza e profondità. Tutti questi oggetti di percezione erano proprietà dei corpi, e questi sensi non potevano giungere ad altro, poiché erano facoltà che si diffondevano nei corpi e si dividevano al loro dividersi. Per questo non percepivano che un corpo suscettibile di divisione: poiché una tale facoltà, se si diffondeva in un corpo divisibile, era anch’essa divisibile, e di conseguenza non poteva percepire che un oggetto divisibile. Quindi ogni facoltà che era in un corpo, senza dubbio percepiva solo un corpo o ciò che era in un corpo.
Gli era già apparso chiaro che questo Essere necessario era privo delle proprietà dei corpi, sotto ogni aspetto; era dunque possibile coglierLo solo tramite una cosa che non fosse un corpo, né una facoltà in un corpo, né fosse connessa in qualche modo ai corpi, né fosse interna, né esterna, né congiunta ad essi, né separata. Aveva già compreso che egli Lo percepiva con la sua essenza e che la Sua conoscenza era impressa in lui, e gli fu manifesto che la sua essenza con cui Lo percepiva non era corporea, e non possedeva nessuna delle proprietà dei corpi, e che tutto ciò che percepiva di corporeo nella esteriorità della sua essenza, non era la sua essenza reale; ma la sua essenza reale era solo quella cosa con cui poteva percepire l’Essere assoluto e necessario. Quando si rese conto che la sua essenza non era queste cose corporee che percepiva con i suoi sensi e che la sua pelle circondava, il suo corpo gli sembrò del tutto insignificante e si mise a meditare su quell’essenza nobile con cui percepiva quell’Essere nobile e necessario.
Rifletté su questa nobile essenza: era possibile che perisse o si corrompesse, si dissolvesse, oppure permaneva in eterno? Vide che la corruzione e il dissolvimento erano qualità proprie solo dei corpi: essi, infatti, si spogliavano di una forma e si rivestivano di un’altra, come l’acqua se diveniva aria, e l’aria se diveniva acqua, la pianta se diveniva terra o cenere, e la terra se diveniva pianta. Questo era il concetto della corruzione. Quanto alla cosa che non era un corpo, che non aveva bisogno del corpo per sussistere, e che era assolutamente priva delle proprietà dei corpi, non riusciva assolutamente ad immaginare la sua corruzione. Quando fu certo che la sua essenza reale non poteva essere corruttibile, volle conoscere come sarebbe stata se si fosse liberata del corpo e lo avesse abbandonato. Si era già convinto che essa lo avrebbe abbandonato solo nel caso che non le fosse andato bene come strumento. Considerò attentamente tutte le facoltà percettive, e vide che ognuna di esse ora percepiva in potenza ora in atto. Ad esempio l’occhio, quando è chiuso o si distoglie dall’oggetto, percepisce in potenza: il significato di “percezione in potenza” è che esso non percepisce ora, ma percepirà in futuro. Quando invece è aperto, e rivolto verso l’oggetto, percepisce in atto. Il significato di “percezione in atto” è che percepisce ora. Così ognuna di queste facoltà può essere in potenza o in atto. Ora, ognuna di queste facoltà, se non è mai stata in atto, continua a rimanere in potenza, e non avverte il desiderio di percepire l’oggetto specifico della sua speculazione, poiché ancora non lo conosce, come colui che è nato cieco. Se però ha percepito in atto una volta, e poi è passata a percepire in potenza, continua, mentre è in potenza, a desiderare la percezione in atto, perché ha già conosciuto quell’oggetto, gli si è attaccata e si strugge per esso, come colui che vedeva e poi è divenuto cieco continua a desiderare di rivedere le cose che ha visto. Quanto più è perfetta, splendente, buona la cosa che si può percepire, tanto più intense e più grandi sono la brama di essa e la sofferenza per la sua privazione. Chi ha perso la vista dopo avere veduto, prova un desiderio maggiore di quello che prova chi ha perso l’odorato, poiché le cose che avverte la vista sono più perfette e migliori di quelle che avverte l’odorato. Ora, tra le cose ce n’è una di perfezione infinita e di illimitata bontà, bellezza e splendore, ed è oltre la stessa perfezione, splendore e bontà, e non c’è al mondo perfezione, bontà, splendore, bellezza che non provenga e non fluisca abbondante da essa; chi perde la percezione di quella cosa dopo averla conosciuta, finché ne è privo si trova certamente in un dolore senza fine, come pure, se la percepisce in continuazione, è in una gioia senza incrinature, in una beatitudine senza limiti, e in una felicità e allegria infinite. Gli era già apparso chiaramente che l’Essere necessario era dotato di ogni genere di perfezione, ed esente e immune da ogni genere d’imperfezione; e fu certo che la cosa attraverso cui giungeva alla Sua percezione era una cosa che non era simile ai corpi e non si corrompeva. Comprese così che chi aveva un’essenza simile a questa, adatta ad una tale percezione, e gettava via il corpo con la morte, se prima – nel tempo in cui disponeva del corpo non aveva mai conosciuto questo Essere necessario, non si era congiunto a Lui e non Gli aveva prestato ascolto, quando si separava dal corpo non aveva desiderio di quell’Essere e non soffriva per la Sua privazione. Quanto a tutte le facoltà del corpo, esse erano scomparse per la scomparsa del corpo, e non aveva neanche il desiderio delle cose percepite da quelle facoltà, né si struggeva per esse, né soffriva per la loro mancanza. Questa era la situazione di tutti i bruti, non dotati di ragione, che avessero forma umana oppure no. Se prima [di morire], nel tempo in cui disponeva del corpo, aveva conosciuto questo Essere, e aveva conosciuto la Sua perfezione, la Sua grandezza, la Sua autorità, la Sua potenza e la Sua bontà, ma si era allontanato da Lui per seguire il suo capriccio, finché lo aveva colto la morte mentre era in quello stato, era privato della visione dell’Essere necessario, ed avendo il desiderio di essa rimaneva in una lunga sofferenza e in un dolore infinito. Allora, i casi erano due: o si liberava di quelle sofferenze dopo un lungo sforzo, e contemplava ciò che desiderava prima, oppure rimaneva nel suo dolore in eterno, secondo la tendenza a ognuna di queste due conclusioni che aveva durante la vita corporea. Chi aveva conosciuto questo Essere necessario prima di separarsi dal corpo e si era dedicato a Lui con tutto se stesso e si era applicato con costanza alla meditazione sulla Sua potenza, sulla Sua bontà, e sul Suo splendore, e non si era allontanato da Lui finché la morte lo aveva colto mentre era nello stato dell’attenzione e della visione in atto, questi, se si separava dal corpo, rimaneva in una dolcezza infinita, e in una gioia, una letizia, una felicità permanenti poiché la sua visione era congiunta, a quell’Essere necessario, ed era immune da turbamenti e difetti; e lo abbandonavano le sensazioni connesse a queste facoltà corporee, sensazioni che, in confronto con questo stato, erano dolori, malanni e ostacoli. Allora gli fu manifesto che la perfezione della sua essenza e la sua dolcezza erano solo nella visione di quell’Essere necessario ed eterno, visione sempre in atto, tale che non si allontanasse da Lui per un solo istante, affinché la morte lo cogliesse nello stato della visione in atto e la sua dolcezza fosse continua senza che sopraggiungesse dolore. Si mise ad esaminare come gli fosse possibile raggiungere il permanere della visione in atto, in modo che non se ne allontanasse, e il pensiero fosse costantemente immerso in quell’Essere in ogni momento. Ma, o qualche cosa sensibile si presentava alla sua vista, o giungeva al suo orecchio il verso di qualche animale, o lo distoglieva una fantasticheria, oppure lo coglieva un dolore in qualche parte del corpo, o lo prendeva la fame, o la sete, o il freddo, o il caldo, o aveva bisogno di provvedere alle sue necessità corporali: il suo pensiero si turbava e si allontanava dal suo oggetto, e solo a fatica gli era possibile tornare allo stato della visione. La sua situazione era questa e gli era impossibile porci rimedio. Cominciò ad esaminare tutte le specie degli animali e ad osservare le loro azioni e le loro aspirazioni: forse in qualcuno di essi avrebbe visto che aveva conosciuto questo Essere e si era messo a ricercarLo, e da lui avrebbe imparato ciò che sarebbe stato causa della sua salvezza. Ma vide che tutti si sforzavano solo di procurarsi il cibo ed il necessario a soddisfare gli istinti di mangiare, di bere, di accoppiarsi, di ripararsi dal sole e di riscaldarsi, e li trovava occupati in queste cose notte e giorno, fino a quando morivano ed il loro tempo finiva. Non vide nessuno di essi discostarsi da questo comportamento o ricercare di quando in quando qualche altra cosa; concluse perciò che essi non conoscevano questo Essere, non aspiravano a Lui e non cercavano affatto di conoscerLo, e che essi evolvevano tutti verso il non-essere, o uno stato simile al non-essere. Quando giunse a questa opinione a proposito degli animali, comprese che questa sua opinione si applicava a maggior ragione alle piante, infatti le piante non avevano che alcune facoltà degli animali. Se gli organismi dotati di percezione più perfetta non giungevano a questa conoscenza, a maggior ragione gli organismi inferiori non avrebbero potuto raggiungerla. Vide infatti che tutto quello che le piante facevano era ricercare il cibo e riprodursi. Considerò in seguito gli astri e le sfere celesti, e li vide tutti uniformi e concordi nei loro movimenti. Li vide diafani e luminosi, lontani dall’essere disposti al mutamento e alla corruzione, e ritenne molto probabile che avessero essenze altre dai loro corpi, che conoscevano quell’Essere necessario, e che quelle essenze dotate di conoscenza non fossero corporee e non fossero impresse in corpi, come la sua essenza dotata di conoscenza. E come avrebbero potuto non avere quelle essenze incorporee, mentre ne aveva una lui, che era così debole ed aveva tanto bisogno delle cose sensibili, e faceva parte dei corpi destinati alla corruzione? Eppure il suo essere imperfetto non gli impediva di avere un’essenza incorporea e incorruttibile. Gli sembrò quindi che a maggior ragione dovessero possedere essenze incorruttibili i corpi celesti. Scoprì che esse conoscevano quell’Essere necessario e Ne avevano la visione perpetuamente in atto; poiché gli ostacoli che impedivano a lui la continuità della visione provenivano da accidenti sensibili, mentre non c’erano ostacoli di questo tipo per i corpi celesti. Poi rifletté: perché lui si distingueva fra tutte le specie di animali per quell’essenza che lo rendeva simile ai corpi celesti? Aveva già compreso in precedenza, a proposito dei quattro elementi e della trasformazione di una cosa in un’altra, che tutto ciò che era sulla faccia della terra non rimaneva sempre nella stessa forma, ma la generazione e la corruzione si susseguivano ininterrottamente; che la maggior parte di questi corpi erano misti, composti di cose contrarie, e per questo erano destinati alla corruzione; che nessun corpo era semplice; che quei corpi che erano più vicini ad essere semplici, puri, e non vi era in essi mescolanza, erano molto lontani dalla corruzione, come l’oro e il rubino; e che i corpi celesti erano semplici e puri, e per questo erano lontani dalla corruzione e le loro forme non si alteravano. Gli apparve chiaramente, allora, che, tra i corpi del mondo della generazione e della corruzione, vi erano quelli la cui essenza reale era costituita da una sola forma che si aggiungeva al concetto di corporeità, e questi erano i quattro elementi, e quelli la cui essenza era costituita da più di una forma, come gli animali e le piante. Quei corpi la cui essenza era costituita da un minor numero di forme avevano un numero minore di funzioni, ed erano più lontani dalla vita. Se non avevano nessuna forma, era loro preclusa ogni via verso la vita, e si trovavano in uno stato simile al non-essere. Quelli la cui essenza era costituita da un maggior numero di forme avevano un maggior numero di funzioni, e riuscivano ad entrare nello stato della vita; e se quelle forme erano inseparabili dalla materia che era loro propria, allora la vita si manifestava al massimo grado della durata e dell’intensità. La cosa priva di forma era la materia prima: in essa non c’era vita, ed era simile al non-essere. Le cose dotate di una sola forma erano i quattro elementi: erano nel primo grado dell’essere nel mondo della generazione e della corruzione, e di essi erano costituite le cose dotate di molte forme. Questi elementi avevano una vita molto debole, poiché non avevano che un solo movimento; la loro vita era debole perché ognuno di essi aveva un contrario che gli opponeva resistenza, lo contrastava nella tendenza della sua natura, e lo costringeva a cambiare la sua forma. Per questo la sua esistenza non aveva stabilità e la sua vita era debole. Le piante avevano una vita più forte, e più ancora gli animali. Vi erano, tra questi corpi composti, quelli in cui predominava la natura di un solo elemento: in essi questo elemento, per la sua forza, prevaleva sulle nature degli altri, annullando le loro forze; quei composti venivano ad essere simili all’elemento predominante e non erano degni della vita, se non poco e debolmente. Nei corpi composti in cui non prevaleva la natura di un solo elemento, gli elementi erano invece equilibrati ed equivalenti: nessuno di essi annullava la forza dell’altro più di quanto l’altro annullasse la sua stessa forza, ma anzi facevano azione equilibrante gli uni sugli altri. In questi corpi non appariva con maggiore evidenza la facoltà propria di uno solo degli elementi, né alcuno di essi prevaleva, ed essendo lontani dal somigliare ad uno degli elementi, era come se la loro forma non avesse opposizione: per questo erano degni della vita. Quanto più questo equilibrio era grande, completo e stabile, tanto più erano lontani dall’avere un contrario, e la loro vita era più perfetta.
Quanto allo spirito animale che risiedeva nel cuore, era dotato di grande equilibrio, poiché era più sottile della terra e dell’acqua, e più denso del fuoco e dell’aria, ed era come il centro, e nessuno degli elementi prevaleva in esso visibilmente; per questo era adatto alla forma animale. Vide che di qui conseguiva necessariamente che il più equilibrato di questi spiriti animali era adatto alla forma di vita più perfetta che era nel mondo della generazione e della corruzione, e che di quello spirito si poteva quasi dire che la sua forma non aveva un contrario. Gli somigliavano i corpi celesti, le cui forme non avevano un contrario. Lo spirito di un tale animale, essendo in realtà il centro tra gli elementi, non si muoveva verso l’alto o verso il basso in ogni circostanza, e se fosse stato possibile che fosse posto nel punto intermedio della distanza tra il centro [del mondo] e il limite più alto cui giungeva il fuoco, senza che si corrompesse, sarebbe rimasto fermo dove si trovava e non avrebbe cercato né di salire né di scendere. Se si fosse mosso in quel luogo, avrebbe girato intorno al punto intermedio come i corpi celesti, se si fosse mosso sulla sua posizione avrebbe girato su se stesso; e sarebbe stato di forma sferica, né avrebbe potuto essere altrimenti. Ed ecco, era molto simile ai corpi celesti.
Quando aveva esaminato le situazioni degli animali, non ne aveva visto nessuno di cui potesse pensare che conosceva l’Essere necessario, mentre aveva scoperto che la sua essenza Lo conosceva: concluse, allora, che era lui l’animale equilibrato e spirituale, simile ai corpi celesti, e gli apparve chiaro che lui era una specie diversa da tutte le specie animali, e che lui solo era creato per un’altra meta e destinato a qualcosa di grande cui nessuna specie animale era destinata.
Per affermare la sua superiorità gli era sufficiente il fatto che la più vile delle due parti di cui era costituito – quella corporea – era la cosa che più di ogni altra era simile alle sostanze celesti, esterne al mondo della generazione e della corruzione, prive di imperfezione, di trasformazione e di alterazione. Quanto alla più nobile delle sue due parti, essa era la cosa attraverso cui conosceva l’Essere necessario; e questa cosa in grado di conoscere era un’entità trascendente e divina, che non si trasformava, non la toccava la corruzione, non era descrivibile con niente di ciò con cui si descrivevano i corpi, non si percepiva né tramite i sensi né tramite la facoltà immaginativa, né si giungeva alla sua conoscenza con uno strumento che non fosse essa stessa: ed era l’intelligente, l’intelletto e l’intelligenza, il conoscente, il conosciuto e la conoscenza, e tuttavia da questo non le derivava alcuna pluralità, poiché pluralità e distinzione erano proprietà dei corpi e dei loro annessi, mentre essa non era un corpo, non aveva le proprietà dei corpi, né era associata ad un corpo.
Quando gli apparve chiaro il motivo per cui, distinguendosi tra tutti i tipi di animali, era simile ai corpi celesti, pensò che fosse suo dovere esaminarli, imitare le loro azioni e fare tutto il possibile per conformarsi ad essi. Vide inoltre che la sua parte più nobile, con la quale conosceva l’Essere necessario, aveva in sé qualcosa di simile a Lui, per il fatto che era priva delle qualità dei corpi, e l’Essere necessario ne era privo. Pensò quindi che fosse suo dovere anche sforzarsi per acquistare le Sue qualità in qualunque modo fosse possibile, conformarsi alla Sua condotta, imitare le Sue azioni, adoperarsi a compiere il Suo volere, affidarsi a Lui e accettare con gioia ogni Sua disposizione, con tutto il cuore, esteriormente ed interiormente, anche se fosse stato causa di dolore e di danno per il suo corpo, anche se lo avesse distrutto nella sua totalità. Vide pure che in lui c’era qualcosa di simile a tutte le specie animali nella sua parte vile che apparteneva al mondo della generazione e. della corruzione, ed era il corpo oscuro e denso che chiedeva a questo mondo le varie sensazioni del mangiare, del bere e dell’accoppiarsi. Vide che quel corpo non gli era stato creato per scherzo, né gli era stato congiunto inutilmente, e che era suo dovere studiarlo e provvedere ad esso; e poteva occuparsi del suo corpo solo con azioni simili a quelle di tutti gli animali.
A suo parere, dunque, le azioni che doveva compiere miravano a tre scopi, ed erano: 1) azioni per cui si rendesse simile agli animali privi di ragione; 2) azioni per cui si rendesse simile ai corpi celesti; 3) azioni per cui si rendesse simile all’Essere necessario. La prima assimilazione gli competeva perché aveva il corpo oscuro, dotato di organi differenziati, di diverse facoltà e inclinazioni. La seconda assimilazione gli competeva perché aveva lo spirito animale che risiedeva nel cuore e che era origine a tutto il corpo e alle sue facoltà. La terza assimilazione gli competeva perché lui era lui, cioè perché lui era l’essenza con la quale conosceva quell’Essere necessario. Aveva compreso precedentemente che la sua felicità e la sua salvezza dalla sofferenza erano solo nella continuità della visione di questo Essere necessario, al punto che non se ne allontanasse per un solo istante. Meditando, poi, sul modo in cui potesse riuscire ad ottenere questa continuità, gli venne il pensiero che fosse suo dovere applicarsi a questi tre tipi di assimilazione. Quanto alla prima assimilazione, da essa non gli sarebbe derivata neanche in minima parte questa contemplazione, ma anzi lo avrebbe distolto da essa e l’avrebbe ostacolata, escludendola; poiché era volta alle cose sensibili, e tutte le cose sensibili erano veli che impedivano quella contemplazione. Ma aveva bisogno di quella assimilazione per mantenere in vita questo spirito animale attraverso cui gli sarebbe avvenuta la seconda assimilazione, quella ai corpi celesti. La necessità lo induceva a seguire questa via, anche se non era priva di quel difetto. Quanto alla seconda assimilazione, per essa gli sarebbe accaduta una gran parte della visione continua; ma a questa visione si sarebbe mescolato un certo intorbidamento: se infatti uno contemplava per quella via, conservava in quella visione la consapevolezza della sua propria essenza e rivolgeva ad essa lo sguardo, come sarà chiarito in seguito. Quanto alla terza assimilazione, per essa gli sarebbe accaduta la contemplazione pura e l’assorbimento assoluto in cui il suo essere non si sarebbe volto a considerare se non l’Essere necessario. L’essenza di colui che contemplava secondo questa via scompariva, si annullava e veniva meno, e così pure scomparivano tutte le essenze, fossero molte o poche, ad eccezione dell’Essenza dell’Uno, del Vero, del Necessario, Egli è eccelso, altissimo e potente. Quando gli apparve chiaro che l’estremo oggetto della sua ricerca era questa terza assimilazione e che essa non gli sarebbe avvenuta se non dopo essersi esercitato ed essersi applicato per lungo tempo alla seconda assimilazione, e che questo periodo di tempo non gli sarebbe stato fornito se non tramite la prima assimilazione, comprese che la prima assimilazione (che pure era necessaria), anche se accidentalmente era un aiuto, era un ostacolo per essenza, e si impose di attribuirsi, di questa assimilazione, solo lo stretto necessario, cioè quel tanto che fosse sufficiente ad assicurare la sopravvivenza dello spirito animale.
Trovò che le cose necessarie alla sopravvivenza dello spirito animale erano due: 1) ciò che lo sostenesse all’interno e gli restituisse l’equivalente di ciò che di lui si dissolveva, ed era il cibo; 2) ciò che lo proteggesse all’esterno ed allontanasse da lui i danni che potevano essere causati dal freddo, dal caldo, dalla pioggia, dal calore del sole, dagli animali nocivi, e così via. Vide che se si procurava queste cose necessarie sconsideratamente, come capitava, spesso si trovava ad eccedere, prendeva oltre il sufficiente, e, senza accorgersene, agiva contro se stesso. Decise di prescriversi dei limiti da non oltrepassare, e delle quantità da non superare, e gli sembrò che la prescrizione dovesse riguardare il genere di ciò di cui si nutriva, che cosa fosse, la sua quantità e il tempo tra i pasti. Considerò dapprima le varie cose di cui si nutriva, e vide che erano di tre specie: 1) le piante che non erano ancora giunte a maturazione e non erano pervenute all’estremo limite del loro completamento, ed erano i diversi tipi di legumi verdi di cui si poteva cibare; 2) i frutti delle piante che, già mature e giunte al completo sviluppo, facevano uscire il seme affinché da esso si generassero altre piante a conservazione della loro specie ed erano i diversi tipi di frutti freschi o secchi; 3) gli animali di cui si nutriva, sia terrestri che marini. Aveva già compreso che queste specie esistevano tutte per opera di quell’Essere necessario, tale che nell’esserGli vicino e nel divenire simile a Lui era la sua felicità. Ora, non c’era dubbio che il fatto che se ne cibava impediva ad esse di giungere al completamento, e si frapponeva tra esse e il fine ultimo da esse perseguito. Questo significava ostacolare l’opera del Creatore, e questo fare ostacolo era in contraddizione con il suo cercare di esserGli vicino e di divenire simile a Lui. Vide che sarebbe stato nel giusto se avesse potuto tutto d’un tratto astenersi dal cibo. Ma non gli fu possibile, poiché vide che, se si fosse astenuto dal cibo, questo lo avrebbe portato alla corruzione del corpo, e questo avrebbe voluto dire ostacolare ancora di più il Creatore, poiché egli era più nobile di quelle altre cose la cui corruzione era causa della sua sopravvivenza. Cedette al minore dei mali, accondiscese alla più lieve delle due opposizioni: decise di prendere di queste specie, se fossero venute a mancare, quelle che gli fosse facile prendere, nella quantità che in seguito gli sarebbe apparsa essere quella giusta. Quanto a quelle che erano a sua disposizione, conveniva che considerasse attentamente e scegliesse quelle tali che il prenderle non costituisse un grande ostacolo all’opera del Creatore, come la polpa dei frutti che erano già pervenuti al culmine della dolcezza, i cui semi servivano alla generazione del simile; a condizione che avesse cura di quei semi, che non li mangiasse, non li facesse corrompere e non li gettasse in un luogo non adatto alle piante, come la pietra, la palude e simili. Se gli fosse stato difficile trovare di questi frutti, dotati di polpa commestibile, come le mele, le pere, le prugne e simili, avrebbe potuto prendere o i frutti di cui non poteva mangiare che il cuore del seme, come le noci e le castagne, oppure i legumi che non erano giunti all’estremo limite della loro maturazione; a condizione, in questi due casi, che cercasse quelle specie che erano reperibili in maggiore quantità e le più forti nel riprodursi, che non estirpasse le loro radici e non distruggesse i loro semi. In mancanza di queste, avrebbe potuto prendere gli animali o le loro uova, a condizione, quanto agli animali, che prendesse quelli che si trovavano più facilmente e che non facesse estinguere completamente nessuna loro specie. Questo fu ciò che decise a proposito delle specie di cui si cibava. Riguardo alla [giusta] quantità, decise che era quel tanto che placasse lo stimolo della fame, e non di più. Quanto al tempo che doveva intercorrere tra due pasti, decise che, preso cibo a sufficienza, se ne sarebbe astenuto e non vi avrebbe badato finché non lo avesse colto una debolezza che gli impedisse di compiere alcune azioni necessarie alla seconda assimilazione, azioni che ricorderemo in seguito. Quanto alle cose necessarie alla sopravvivenza dello spirito animale che lo proteggevano all’esterno, a questo proposito non aveva problemi: infatti era rivestito di pelli e si era fatto un’abitazione che lo riparava da ciò che gli proveniva dall’esterno. Si contentò di questo, e non vide la necessità di occuparsene, e si impegnò ad osservare nel suo cibo le leggi che si era imposto, quelle di cui abbiamo trattato prima.
Poi prese in considerazione la seconda cosa da fare, cioè il rendersi simile ai corpi celesti, il seguire il loro esempio, l’acquisire le loro qualità. Studiò attentamente le loro qualità, che gli sembrò di poter riassumere in tre generi: 1) essi avevano qualità per cui erano in relazione con il mondo sottostante della generazione e della corruzione, erano infatti responsabili del riscaldamento per essenza, del raffreddamento per accidente, dell’illuminazione, della rarefazione e della condensazione, di tutte le cose, insomma, che producevano in esso, grazie alle quali era adatto ad accogliere le numerose forme spirituali che emanavano dal Creatore, l’Agente necessario; 2) essi avevano qualità per essenza, conformi alla loro natura, come semi-trasparenza, luminosità e purezza, immunità dall’offuscamento e da ogni tipo di contaminazione, e si muovevano di moto circolare, alcuni su se stessi, alcuni intorno ad altri corpi celesti; 3) avevano qualità simili a quelle dell’Essere necessario, come il fatto che Lo contemplavano senza interruzione, senza allontanarsene, partecipavano della Sua sapienza, si adoperavano a compiere la Sua volontà e non si muovevano se non per il Suo volere e affidandosi a Lui. Si mise a sforzarsi per rendersi simile ad essi in ognuno di questi tre generi di qualità.
Quanto al primo genere, la sua assimilazione ad essi consisteva in questo: si imponeva di non vedere un animale (o una pianta) tormentato da una necessità o una malattia o una mancanza o un impedimento che era in suo potere eliminare, senza che li eliminasse.
Quando il suo sguardo si posava su una pianta cui qualcosa aveva nascosto il sole, oppure a cui si era attaccata un’altra pianta che le recava danno, o che languiva per un’arsura che quasi la faceva morire, allontanava da essa quell’impedimento, se era di quelli che si potevano rimuovere, separava quella pianta e la pianta ad essa nociva con un’operazione che non danneggiasse la pianta nociva, e aveva cura di essa innaffiandola più che poteva.
Quando il suo sguardo si posava su un animale incalzato da una belva, o che si era impigliato in un laccio, o gli si era conficcata una spina, o gli era penetrato qualcosa di nocivo nell’occhio o nell’orecchio, oppure era tormentato dalla sete o dalla fame, si incaricava di metter fine a tutto ciò e gli dava da mangiare e da bere. Quando il suo sguardo si posava su un’acqua che, scorrendo, avrebbe dissetato una pianta o un animale, ma era ostacolata nel suo fluire da un impedimento, una pietra che vi era caduta dentro, o uno sbarramento [di fiume] che le si opponeva, allontanava da essa tutto ciò. Continuò a dedicarsi a questo genere di assimilazione, finché raggiunse in esso il massimo grado di perfezione. Quanto al secondo genere, la sua assimilazione ad essi consisteva in questo: si imponeva di conservarsi sempre pulito, di allontanare dal suo corpo l’impurità e la turpitudine, di lavarsi frequentemente con acqua, di pulirsi le unghie, i denti e le pieghe del corpo, si profumava come con il profumo delle piante e con i vari tipi di oli aromatici, aveva cura dei suoi abiti, li puliva e li profumava; finché divenne risplendente di leggiadria e bellezza, di pulizia e di profumo. Contemporaneamente si applicava ai vari tipi di movimento circolare: ora girava intorno all’isola e percorreva in circolo la spiaggia viaggiando sui suoi lati, ora girava più volte intorno alla sua abitazione e intorno a qualche roccia, o camminando oppure a passo spedito. Ora girava su se stesso finché perdeva i sensi. Quanto al terzo genere, la sua assimilazione ad essi consisteva in questo: si imponeva di pensare intensamente a quell’Essere necessario, poi interrompeva ogni contatto con le cose sensibili, chiudendo gli occhi, tappandosi le orecchie, cercando di non correre dietro all’immaginazione, e si sforzava di raggiungere la capacità di non pensare che a Lui e di non associarGli alcun altro; otteneva ciò girando intorno a se stesso e accelerando il suo movimento. Se infatti aumentava il ritmo della rotazione, svanivano dalla sua mente tutti gli oggetti sensibili, si indebolivano l’immaginazione e tutte le facoltà che avevano bisogno di strumenti corporei, e diventavano forti le azioni della sua essenza, che era priva di corpo. A volte il suo pensiero era puro da ogni contaminazione, e con esso contemplava l’Essere necessario; ma poi le facoltà corporee lo assalivano e il suo stato si alterava, lo riducevano al livello più basso e tornava allo stato precedente. Se lo coglieva un indebolimento che lo distraeva dall’attenzione, prendeva un po’ di cibo, alle condizioni ricordate prima, poi di nuovo si volgeva alla sua attività di rendersi simile ai corpi celesti quanto ai tre generi ricordati.
Si dedicò a questo per un certo tempo: combatteva le sue facoltà corporee ed esse combattevano lui, lottava con esse ed esse con lui; quando aveva la meglio, il suo pensiero era puro da ogni intorbidamento e gli balenava qualcosa degli stati di coloro che sono giunti al terzo tipo di assimilazione.
Si mise infine a cercare la terza assimilazione, e aspirò al suo conseguimento. Riflettendo sulle qualità dell’Essere necessario, gli era apparso chiaro nel corso delle sue argomentazioni teoriche, prima di mettersi al lavoro, che esse erano di due generi: qualità positive, come la scienza, la potenza e la sapienza, e qualità negative, come il Suo essere privo di corporeità e di ciò che era inerente ad essa o ne conseguiva, anche da lontano. Nelle qualità positive si presupponeva l’assenza di ogni elemento antropomorfico, così che tra esse non si trovava alcuna qualità dei corpi, in particolare la loro molteplicità. Attraverso queste qualità positive la Sua Essenza non diveniva molteplice, ma si riconducevano tutte ad un solo concetto, che era la Sua Essenza stessa. Si mise a cercare come sarebbe potuto divenire simile a Lui in ognuno di questi due generi [di qualità]. Quanto alle qualità positive, sapeva che esse si riconducevano tutte alla Sua Essenza stessa, e che non vi era in esse molteplicità sotto nessun aspetto, infatti la molteplicità era una qualità dei corpi; sapeva inoltre che la conoscenza che Egli aveva di Sé non era un concetto che si aggiungeva alla Sua Essenza, ma la Sua Essenza era il Suo stesso conoscersi, e il Suo conoscersi era la Sua Essenza. Gli fu dunque chiaro che se gli fosse stato possibile conoscere la Sua Essenza, quella scienza con cui Lo avrebbe conosciuto non sarebbe stata un concetto aggiunto alla Sua Essenza ma sarebbe stata Egli stesso. Vide che il diventare simile a Lui nelle qualità affermative consisteva in questo: che conoscesse Lui solo senza associarGli nessuna qualità dei corpi. Si applicò a questo. Anche le qualità negative si riconducevano tutte all’assenza di ogni corporeità: si mise quindi a scacciare da sé le qualità corporee. Ne aveva già eliminate molte nel suo esercizio precedente, con il quale si era diretto all’assimilazione ai corpi celesti. Ma ne aveva conservate molte altre, come il movimento circolare che è una delle qualità più caratteristiche dei corpi, la cura degli animali e delle piante, la misericordia per loro e la sollecitudine nel rimuovere i loro impedimenti. Anche queste erano qualità proprie dei corpi: infatti in un primo tempo li vedeva grazie ad una facoltà esclusivamente corporea, e poi si dedicava ad essi con una facoltà anch’essa esclusivamente corporea. Si dedicò ad allontanare da se stesso tutto ciò, poiché queste cose nel loro insieme non si addicevano a questa condizione che ora ricercava.
Continuò ad accontentarsi di stare quieto nella sua piccola caverna, in silenzio, a testa bassa, disperdendo lo sguardo, allontanandosi da tutte le cose sensibili e da tutte le facoltà corporee, concentrando l’interesse e il pensiero sul solo Essere necessario, senza associarGli nessuna altra cosa. Quando si presentava alla sua immaginazione un oggetto che non era Lui, lo scacciava a forza e lo respingeva. Si esercitò in questo e vi si applicò per lungo tempo, in modo che passavano su di lui molti giorni in cui non mangiava e non si muoveva. Durante questa sua lotta violenta, a volte svanivano dalla sua memoria e dal suo pensiero tutte le cose, tranne la sua propria essenza. Essa non gli si sottraeva nel tempo in cui era assorto nella contemplazione dell’Essere primo, vero e necessario. Questo gli dispiaceva, poiché sapeva che era un intorbidamento nella contemplazione perfetta e un associare qualcosa a quell’Essere nell’attenzione. Non cessò di ricercare l’annullamento della sua essenza, la purificazione nella visione del Vero, finché gli riuscì e svanirono dalla sua memoria e dal suo pensiero i cieli, la terra e ciò che è tra loro, e tutte le forme spirituali e le facoltà corporee, e tutte le facoltà separate dalla materia, cioè le essenze che conoscevano l’Essere necessario; e assieme a quelle essenze scomparve la sua stessa essenza, dileguò il tutto, si dissolse e divenne pulviscolo che si alza, e non rimase che l’Uno, il Vero, l’Essere permanente. E parlava con parole che non erano un concetto aggiunto alla Sua Essenza: “A chi appartiene la sovranità, oggi? A Dio, l’Uno, l’Irresistibile”[Corano 40,16]. Comprese il Suo linguaggio, ascoltò il Suo invito, non conosceva il linguaggio, non era in grado di parlare e tuttavia lo comprendeva. Si immerse in questa sua condizione e contemplò ciò che nessun occhio ha visto, né alcun orecchio ha ascoltato, né mai è balenato ad un cuore umano.
Non attaccare il tuo cuore alla descrizione di una cosa che un cuore umano non ha mai potuto intuire: se infatti è difficile descrivere molte cose che i cuori umani hanno potuto intuire, come si riuscirà a descrivere una cosa che il cuore non può intuire e non è del suo mondo né del suo livello? Con la parola “cuore” non intendo il cuore corporeo né lo spirito che risiede nella sua cavità, ma intendo con questa parola la forma di quello spirito, forma che si diffonde con le sue facoltà nel corpo dell’uomo. Ognuno di questi tre viene detto in realtà “cuore”, ma nessuno dei tre ha la possibilità di intuire questa cosa, né si riesce ad esprimere ciò che si è ad essi manifestato. Chi desidera ardentemente spiegare questo stato, desidera una cosa impossibile, ed è come quello che voglia gustare i colori dipinti in quanto colori, cercando ad esempio se il nero sia dolce o amaro. Con questo tuttavia non ti priveremo di allusioni con cui accenneremo alle meraviglie che egli contemplò in quello stato; a titolo di esempio, però, non con la pretesa di battere alla porta della verità; infatti non è possibile accedere alla verità su ciò che avviene in quello stato se non si giunge ad esso. Ora ascolta con l’orecchio del cuore, e guarda con l’occhio dell’intelletto ciò a cui si accenna: forse vi troverai una guida che ti permetterà di trovare la Via. Ti pongo come condizione che tu non mi chieda ora a voce ulteriori informazioni oltre quelle che affido a questi fogli; infatti il campo è limitato, e voler definire con parole una cosa che non è per sua natura esprimibile è pericoloso.
Dunque: quando venne meno alla sua essenza e a tutte le essenze, non vide al mondo se non l’Uno, il Vivente, l’Eterno, e contemplò ciò che contemplò; poi tornò all’attenzione delle altre cose. Quando si destò da quello stato simile all’ebbrezza, apparve alla sua mente che lui non aveva un’essenza per cui si distingueva dall’Essenza del Vero, dell’Altissimo, e che la sua stessa essenza era l’Essenza del Vero, e che la cosa che prima pensava che fosse la sua essenza diversa dall’Essenza del Vero, non era niente in realtà, anzi non era nient’altro che lo stesso Vero, ed Egli era come la luce del sole che si posa sui corpi compatti e la vedi apparire in essi. Ma essa, anche se si attribuisce al corpo in cui appare, non è in realtà nient’altro che la luce del sole. Se quel corpo scompare, scompare la sua luce, mentre la luce del sole rimane inalterata; non diminuisce quando quel corpo è presente, né aumenta quando quel corpo scompare. Quando c’è un corpo adatto ad accogliere quella luce si verifica l’accoglimento, se il corpo non c’è quell’accoglimento manca e non ha significato. Si rafforzò in lui questa opinione, poiché gli era apparso chiaro che l’Essenza del Vero – Egli è potente ed eccelso – non era in alcun modo molteplice e che la conoscenza che Egli aveva di Sé era la Sua stessa Essenza. Da questo, a suo parere, conseguiva necessariamente che colui che giungeva a conoscere la sua essenza, giungeva alla Sua Essenza. Ora, egli era giunto alla conoscenza di Dio, e dunque era giunto alla Sua Essenza. Ma questa Essenza non si comunicava che a Se stessa e il Suo stesso comunicarsi era l’Essenza, ed ecco egli era l’Essenza stessa. Ugualmente tutte le essenze separate dalla materia che conoscevano quell’Essenza vera, che prima vedeva molteplici, divennero nel suo pensiero una cosa sola. Fu quasi sul punto di consolidarsi in questo errore, ma Dio nella Sua misericordia lo evitò e vi pose riparo con la Sua guida: e comprese che questo errore gli si presentava solo perché permanevano in lui le tenebre caratteristiche dei corpi e l’offuscamento prodotto dalle cose sensibili, e che il molto e il poco, l’uno e l’unità, la pluralità, l’unione e la separazione erano tutte qualità dei corpi. Di quelle essenze separate che conoscevano l’Essenza del Vero – Egli è eccelso e potente – non si poteva dire né che erano molte né che erano una sola, poiché erano molte solo se si consideravano separate l’una dall’altra, ma, se considerate unite, erano anche una sola. Ma non poteva comprendere nulla di ciò se non attraverso concetti contenuti nella materia e rivestiti di essa.
La spiegazione è qui molto insufficiente; infatti, se tu alludi a quelle essenze separate al plurale, secondo questo nostro modo di dire, si comunica falsamente loro il concetto della molteplicità, mentre ne sono prive: se invece alludi a queste essenze al singolare, si comunica loro il concetto dell’unità, e anche questo è impossibile.
Mi sembra che si levi qui uno di quei pipistrelli, agli occhi dei quali il sole è tenebra fitta, che si agiti nei ceppi della sua ottenebrata follia, e dica: “Nel tuo argomentare minuzioso hai passato i limiti, finché ti sei privato dell’acume dei saggi e hai abbandonato la capacità di giudicare secondo ragione: è infatti una caratteristica propria dell’intelletto il decidere se una cosa è una o molteplice”. Vada cauto nel suo entusiasmo, freni la sua lingua, dubiti di se stesso e impari dal mondo sensibile e vile che si offre alla sua osservazione, come ne trasse insegnamento Hayy ibn Yaqzan quando, considerandolo da un certo punto di vista, lo vedeva molteplice, di una molteplicità che non si poteva raccogliere né limitare, ma poi, considerandolo da un altro punto di vista, lo vedeva uno, e rimaneva indeciso a questo proposito senza che gli fosse possibile optare per una delle due soluzioni. Nel mondo sensibile traggono origine il plurale e il singolare, in esso si comprende la loro vera essenza, in esso sono la separazione e il congiungimento, l’unione e la diversificazione, l’incontro e la dispersione; quale sarà allora il suo pensiero a proposito del mondo divino, in cui non si può parlare né di tutto né di parte, per il quale non si può far uso dei termini che siamo soliti udire senza che gli si comunichi qualcosa di falso, che non può conoscere se non chi lo contempla, né accertarsi della sua essenza se non chi vi è giunto! Quanto alle sue parole: “… finché ti sei privato dell’acume dei saggi e hai abbandonato la capacità di giudicare secondo ragione”, noi glielo concediamo, e lo abbandoniamo con la sua ragione e con i suoi saggi, poiché la ragione che interessa a lui e ai suoi pari è solo la facoltà logica, con la quale si considerano le cose sensibili una ad una per cogliere poi da esse il concetto universale. E i saggi che gli interessano conducono con questo metodo la loro speculazione.
Ma il modo in cui noi abbiamo parlato di questi argomenti è al di sopra di tutto ciò: non gli presti orecchio chi non conosce altro che le cose sensibili e i loro universali, se ne discostino coloro che “conoscono ciò che appare della vita di questo mondo, e, quanto all’altro, se ne allontanano”[Corano  30,7]. Ma se sei di coloro che si contentano di questo tipo di allusione e di accenno a ciò che è nel mondo divino e non attribuisci ad espressioni dei miei concetti ciò che suggerisce l’uso che comunemente ne viene fatto, aggiungeremo per te qualche altra cosa su ciò che contemplò Hayy ibn Yaqzan nello stato della verità che abbiamo ricordato prima, e diciamo: dopo l’assorbimento perfetto ed il completo annullarsi nella realtà del conseguimento, contemplò la sfera più alta oltre la quale non vi è alcun corpo, e vide un’essenza priva di materia che non era l’essenza dell’Uno, del Vero, né la stessa sfera del cielo, né qualcosa di diverso da esse; ed era come l’immagine del sole che risplende in uno specchio levigato, e non è il sole, né lo specchio, né una cosa diversa dal sole e dallo specchio. Vide che l’essenza separata di quella sfera aveva una perfezione, una luminosità, una bellezza così grandi che non si possono esprimere con la lingua, tanto sarebbe difficile rivestirle di parole o di suoni, e la vide al grado più perfetto della dolcezza e della gioia, della beatitudine e della felicità, per la contemplazione dell’Essenza del Vero, grande è la Sua gloria. Vide che anche la sfera [ad essa] sottostante, cioè la sfera delle stelle fisse, aveva una essenza priva di materia, che non era l’essenza dell’Uno, del Vero, né l’essenza separata della sfera più alta, né la stessa sfera, né qualcosa di diverso da esse. Ed era come l’immagine del sole che risplende in uno specchio in cui si riflette l’immagine proveniente da un altro specchio, posto di fronte al sole. Vide che anche questa essenza aveva luminosità, bellezza e dolcezza come quella della sfera più alta. Vide che anche la sfera sottostante a questa, cioè la sfera di Saturno, aveva un’essenza separata dalla materia, che non era nessuna delle essenze che aveva contemplato prima, e non era diversa da esse, ed era come l’immagine del sole che appare in uno specchio in cui si riflette l’immagine che proviene da uno specchio in cui si riflette l’immagine che proviene da uno specchio posto di fronte al sole. E vide che anche questa essenza aveva luminosità e dolcezza come quelle che aveva visto prima. Continuò a vedere che tutte le sfere avevano un’essenza separata priva di materia che non era nessuna delle essenze che la precedevano, né era diversa da esse. Ed era come l’immagine del sole che si riflette di specchio in specchio, secondo l’ordine di dignità in cui si susseguivano le sfere. Vide che ognuna di queste essenze aveva una bellezza, una luminosità, una felicità che mai occhio ha visto, né orecchio ascoltato, né cuore umano intuito, finché da ultimo giunse a contemplare il mondo della generazione e della corruzione, che era contenuto nella sua totalità all’interno della sfera della luna. Vide che aveva un’essenza priva di materia, che non era nessuna delle essenze che aveva contemplato prima né era identica ad esse. Questa essenza aveva settantamila volti, in ogni volto settantamila bocche, in ogni bocca settantamila lingue con le quali lodava l’Essenza dell’Uno, del Vero, e La santificava e La glorificava senza interrompersi. Vide che questa essenza in cui si poteva supporre la molteplicità, mentre non era molteplice, aveva perfezione e dolcezza come le essenze che la precedevano. E questa essenza era come l’immagine del sole che risplende in un acqua tremolante in cui si riflette l’immagine proveniente dall’ultimo degli specchi a cui giunge il raggio riflesso, secondo l’ordine che procede dal primo specchio che è posto di fronte al sole stesso. Poi vide che egli stesso aveva un’essenza separata: se fosse stato possibile che si dividesse in parti l’essenza dai settantamila volti, avremmo potuto dire che essa era una sua parte. Se non fosse stato che questa essenza era venuta ad essere dopo che non era, avremmo potuto dire che essa era quell’essenza; e se non fosse stata legata a quel suo corpo fin dal suo apparire, avremmo potuto dire che essa non aveva origine.
Contemplò in questo ordine essenze simili alla sua essenza, che erano appartenute a corpi che poi si erano dissolti e a corpi che si trovavano nell’esistenza contemporaneamente a lui, ed esse erano una moltitudine senza fine, se si poteva dire che erano molte, oppure confluivano tutte in un solo individuo, se si poteva dire che erano una essenza sola. Vide che la sua essenza e quelle che erano nel suo stesso ordine avevano una bellezza, una luminosità, una felicità infinite, che occhio non ha veduto né orecchio ascoltato, né cuore umano intuito, che non può descrivere chi vuol descrivere, né può comprendere se non chi vi giunge e conosce. E vide molte essenze separate dalla materia che erano come specchi coperti di ruggine sopraffatti dalle scorie, che, pur essendo rivolti verso gli specchi levigati in cui si delineava l’immagine del sole, si sottraevano ad essa con le loro superfici. Vide che queste essenze erano di una tale bruttezza e imperfezione che non avrebbe mai potuto immaginare. Le vide [immerse] in una sofferenza senza fine, in dolori inestinguibili, circondate da cortine di sofferenza, divorate dal fuoco della separazione, combattute e divise tra la repulsione e l’attrazione. Oltre queste essenze tormentate vide qui delle essenze che apparivano e poi dileguavano, si condensavano e divenivano scarne, e le esaminò con cura. Osservandole attentamente, vide poteri grandissimi, situazioni importanti, invenzioni rapide, saggezze profonde, accomodamenti e presunzioni, formazioni e annullamenti. Ed ecco che ristette un poco, poi tornò in sé, si ridestò da quel suo stato simile allo svenimento; il suo piede ne scivolò via, gli apparve il mondo sensibile e si nascose a lui il mondo divino.
Non può avvenire infatti che i due mondi confluiscano in uno: e questo mondo e l’altro sono come due concubine che, se ne soddisfi una, scontenti l’altra.
Ora tu potresti osservare: da ciò che hai detto di questa contemplazione, appare che le essenze separate, se appartengono ad un corpo eterno ed incorruttibile, come le sfere celesti, sono anch’esse eterne; se invece appartengono ad un corpo che evolve verso la corruzione, come gli animali dotati di ragione, si corrompono, scompaiono e dileguano; e ciò può risultare dal tuo paragone della riflessione degli specchi. Se infatti la sussistenza dell’immagine è affidata alla sussistenza dello specchio, se lo specchio si corrompe, si corrompe l’immagine, e scompare. E io ti rispondo: come in fretta hai dimenticato il nostro patto e ti sei sciolto dal nostro vincolo! Non ti abbiamo forse premesso che l’ampiezza della spiegazione qui è limitata e che le parole usate per descrivere gli stati fanno credere cose che non sono la verità? Tu sei giunto a questa convinzione solo perché hai considerato simili sotto ogni riguardo il modello e il Suo ritratto. Ora, già non conviene che si faccia questo nei vari tipi di discorsi abituali; e dunque tanto meno qui. Infatti il sole e la sua luce, la sua immagine e la formazione di essa, gli specchi e le immagini che vi appaiono, sono tutte cose non separate dai corpi e che non hanno fondamento se non per essi e in essi. Ne hanno quindi bisogno durante la loro esistenza, e scompaiono al loro scomparire. Ma le essenze divine e gli spiriti trascendenti sono tutti privi dei corpi e delle qualità ad essi inerenti, e ne sono privi nel modo più assoluto, né hanno con essi relazione o legame, ed è sbagliato attribuire loro la caducità o la durevolezza dei corpi, l’esistenza o la non-esistenza dei corpi, poiché sono legati e uniti solo all’Essenza dell’Uno, del Vero, del Necessario, che è il primo di loro, la loro origine e la loro causa, colui che li pone in esistenza, che dona loro di continuare ad esistere e li provvede di permanenza ed eternità, e non hanno bisogno dei corpi, ma al contrario i corpi hanno bisogno di loro. E se fosse concepibile la loro inesistenza, i corpi non esisterebbero, poiché essi ne sono i principi; ugualmente se fosse concepibile l’inesistenza dell’Essenza dell’Uno, del Vero – Egli è bene al di sopra nella Sua santità di una tale supposizione -, tutte queste essenze non esisterebbero, verrebbero meno i corpi, scomparirebbe il mondo sensibile nella sua totalità, e non rimarrebbe nessuna cosa, poiché il tutto è legato in ogni sua parte. Il mondo sensibile, anche se è subordinato al mondo divino, gli è simile come la sua ombra, il mondo divino non ne ha bisogno e ne è indipendente; tuttavia l’ipotesi della sua non-esistenza è improponibile poiché viene dietro al mondo divino e la sua corruzione può consistere solo in una trasformazione, non in una scomparsa totale. Questo esprime il Libro Venerabile ovunque si incontri questo concetto: i monti scompariranno e diverranno come lana, e gli uomini come farfalle, e il sole e la luna si oscureranno, e i mari si prosciugheranno “il giorno in cui la terra si trasformerà in qualcosa di diverso dalla terra e dai cieli”. Questo è quanto mi è possibile ora accennarti di ciò che contemplò Hayy ibn Yaqzan in quello stato sublime, e non chiedere che io vi aggiunga qualcosa a parole, poiché questo è impossibile. Quanto alla conclusione della sua storia, te la riferirò, se vuole Dio Altissimo, ed è questa: quando tornò al mondo sensibile, e ciò avvenne dopo le sue varie peregrinazioni, provò disgusto per la vita di questo mondo e si fece più intensa la sua sete della vita più alta. Si mise dunque a cercare di ritornare a quello stato, secondo il metodo che aveva seguito in precedenza, finché vi giunse in modo più semplice di come vi era giunto la prima volta, e vi si trattenne, la seconda volta, per un tempo più lungo della prima. Poi tornò al mondo sensibile. In seguito, s’impose di giungere a quel suo stato, e gli fu più facile della prima e della seconda volta, e la sua permanenza in esso fu più lunga. Continuò a giungere a quello stato con una facilità sempre maggiore e vi si tratteneva ogni volta più a lungo, finché giunse a pervenire ad esso quando voleva e a staccarsene quando voleva. Non si separava da quel suo stato e non vi rinunciava se non per provvedere alle necessità del suo corpo, che aveva diminuito finché non erano giunte al minimo possibile. Desiderava, allo stesso tempo, che Dio lo liberasse completamente dal suo corpo, che era causa della sua ricorrente separazione da quel suo stato, di disfarsene per volgersi alla dolcezza eterna, e di non provare più il dolore della lontananza da quel suo stato per provvedere alle necessità del corpo.
Rimase in questa situazione finché superò il settimo settenario della sua esistenza, e cioè i cinquant’anni. Allora gli sopraggiunse la compagnia di Asâl, e il seguito della sua storia, se vuole Dio Altissimo, tratterà di ciò che gli avvenne con lui.

In società

Narrano che su un’isola vicina a quella in cui era nato Hayy ibn Yaqzan, secondo una delle due versioni sul modo in cui avvenne la sua origine, si era trasferita una comunità religiosa esente da errore, istruita da alcuni profeti precedenti, Dio, li benedica.  Era una comunità che esprimeva tutte le verità di fede tramite simboli stabiliti, che consentivano di immaginare quelle cose e consolidavano le loro rappresentazioni nelle anime, come è d’uso nel discorso rivolto alla grande massa. Quella comunità continuò a diffondersi in quell’isola, e prese vigore e splendore finché il suo re entrò a farne parte e vi aderì insieme con il suo popolo. Vivevano in quell’isola due giovani di buona cultura e interessati al bene, uno dei quali si chiamava Asâl e l’altro Salâmân. Aderirono a quella comunità e consentirono ad essa con la migliore disposizione, presero su di sé come un dovere tutte le sue leggi e la perseveranza in tutte le opere che essa raccomandava, ed erano compagni in questo. Di quando in quando si dedicavano allo studio di ciò che quella legge enunciava a proposito di Dio e dei Suoi angeli, della vita futura, della ricompensa e della punizione. Asâl era più portato ad immergersi nell’esoterico, più valido nello scoprire i significati spirituali, e più desideroso di far ricorso all’interpretazione simbolica [del testo sacro]. Salâmân, il suo compagno, era più valido nel conservare il senso letterale, più portato ad allontanarsi dall’interpretazione simbolica, più alieno dall’azione individuale e dalla contemplazione. Ma entrambi erano diligenti e scrupolosi nelle opere esteriori, nell’esame di Coscienza e nella lotta contro le passioni. Ora, in quella legge si trovavano espressioni che inducevano alla solitudine e alla vita appartata, e indicavano che il conseguimento e la salvezza erano in esse; e altre espressioni che inducevano alla compagnia e all’adesione alla vita comunitaria. Asâl fu per la ricerca della solitudine e scelse quella parte dell’insegnamento che la consigliava, secondo le sue inclinazioni naturali che lo portavano a perseverare nella meditazione, ad essere assiduo nell’interpretazione simbolica e ad immergersi nei significati. Si aspettava dalla solitudine la maggior parte di ciò che avrebbe conseguito. Salâmân, invece, fu per l’adesione alla vita comunitaria e scelse quella parte dell’insegnamento che la consigliava, secondo le sue inclinazioni naturali che lo portavano ad astenersi dalla meditazione e dall’azione individuale. A suo parere l’adesione alla vita comunitaria allontanava il bisbiglio del tentatore, disperdeva i pensieri che erano di ostacolo e proteggeva dalle suggestioni diaboliche. Fu il loro differire, a questo proposito la causa della loro separazione. Asâl aveva sentito parlare dell’isola su cui si è detto che si era originato Hayy ibn Yaqzan. Ne conosceva la fertilità, le risorse, il clima equilibrato: di certo il vivere su di essa in solitudine avrebbe fatto al caso suo. Decise di andarci e di isolarsi dagli uomini per il resto della sua vita. Raccolse le sue ricchezze; con una parte di esse noleggiò un’imbarcazione che lo portasse a quell’isola, divise il resto tra i poveri, si congedò dal suo compagno Salâmân, e prese la via del mare. I marinai lo portarono a quell’isola, lo deposero sulla sua spiaggia e se ne partirono. Asâl rimase su quell’isola a servire Dio – Egli è potente ed eccelso -, ad esaltarLo, ad adorarLo, a meditare sui Suoi nomi più belli e sulle Sue nobili qualità, e non cessava il suo pensiero né si turbava la sua meditazione. Se aveva bisogno di cibo, prendeva, dei frutti di quell’isola e degli animali che cacciava, quel tanto che bastava a placare la sua fame.
Rimase in quello stato per un certo tempo, ed era nella felicità più completa e nella gioia più grande, poiché si intratteneva con il suo Signore. Ogni giorno sperimentava i Suoi favori e i Suoi doni, e come gli rendesse facile provvedersi del necessario e del cibo, e tutto questo confermava la sua certezza e lo rallegrava.
In quel periodo Hayy ibn Yaqzan era completamente assorbito nella sua condizione sublime. Non abbandonava la sua caverna che una volta ogni sette giorni per prendere il cibo che gli capitava di trovare. Per questo Asâl in un primo tempo non lo incontrò, ma anzi si aggirava per i lati di quell’isola e si spostava in lungo e in largo senza vedere nessuno né osservare tracce. La sua gioia si faceva più grande e la sua anima si rallegrava, poiché aveva deciso di giungere all’estremo nella ricerca della vita appartata e della solitudine: finché accadde un giorno che Hayy ibn Yaqzan uscisse per andare in cerca di cibo mentre Asâl sopraggiungeva da quella parte. E ognuno dei due posò lo sguardo sull’altro. Quanto ad Asâl, non dubitò che [Hayy ibn Yaqzan] fosse un eremita che era giunto a quell’isola per cercarvi l’isolamento dagli uomini, come egli stesso vi era giunto. Temette che gli si facesse incontro e che tentasse di fare conoscenza; questo infatti sarebbe stato causa della corruzione del suo stato e un ostacolo tra lui e ciò a cui aspirava. Quanto a Hayy ibn Yaqzan, non capì che cosa [Asâl] fosse, poiché vide che non aveva l’aspetto di uno degli animali che aveva visto prima di allora: aveva su di sé una veste nera di pelo e di lana, e pensò che quello fosse il suo abito naturale. Rimase a meravigliarsene a lungo. Poi Asâl si volse fuggendo da lui per timore che lo distogliesse dal suo stato, e Hayy ibn Yaqzan seguì le sue orme, perché era nella sua inclinazione ricercare la verità delle cose. Quando lo vide farsi più veloce nella fuga, gli tenne dietro a distanza, finché Asâl pensò che si era distolto da lui e che era ormai lontano da quel luogo. Allora Asâl incominciò a pregare, a recitare, a supplicare, a piangere, a implorare, a compiere slanci d’amore, finché tutto ciò lo distolse da ogni cosa. Hayy ibn Yaqzan prese ad avvicinarglisi a poco a poco, mentre Asâl non si accorgeva di lui, finché gli fu vicino tanto da sentire la sua recitazione e il suo lodare Dio, e da vedere la sua sottomissione e il suo pianto. Ascoltò una bella voce e suoni articolati che non aveva mai ascoltato da nessun animale, osservò le sue forme e i suoi lineamenti e vide che aveva il suo stesso aspetto. E gli apparve chiaro che la veste che era su di lui non era una pelle naturale, ma era solo un vestito che aveva adottato, come egli stesso aveva adottato il suo. Quando vide la bellezza del suo sottomettersi, del suo implorare e del suo piangere, non dubitò che fosse una delle essenze che conoscevano il Vero; si interessò a lui e volle sapere che cosa provasse e quale fosse la ragione del suo pianto e della sua implorazione. Continuò ad avvicinarglisi, finché Asâl si accorse di lui e fuggì a gran velocità, ma Hayy ibn Yaqzan lo insegui altrettanto velocemente, finché lo raggiunse, grazie al vigore e alla capacità che Dio gli aveva concesso nell’intelletto e nel corpo, gli si attaccò e lo afferrò in modo che non potesse allontanarsi. Quando Asâl lo guardò – era vestito di pellicce di animali, i suoi capelli si erano allungati fino a coprire gran parte del suo corpo, e aveva visto la sua velocità nel giungere e la sua forza nell’afferrare – ne fu molto spaventato e si mise a cercare di farselo amico e a pregarlo con un discorso che Hayy ibn Yaqzan non comprendeva né sapeva che cosa fosse, anche se distingueva in esso le buone disposizioni e l’inquietudine. Gli si rivolse affabilmente con suoni che aveva imparato da alcuni animali, gli mise la mano sulla testa, gli accarezzò i fianchi, lo blandi, gli manifestò la gioia e la contentezza, finché l’agitazione di Asâl si placò e comprese che non voleva fargli male. In precedenza, nel suo amore per la scienza dell’interpretazione simbolica, aveva imparato la maggior parte delle lingue, ed era esperto in esse: si mise dunque a parlare a Hayy ibn Yaqzan e a chiedergli informazioni [su di lui] in tutte le lingue che conosceva, e si sforzava di farsi capire da lui, ma non ci riusciva. Hayy ibn Yaqzan, in tutto questo tempo, restava ammirato di ciò che udiva; ma non capiva che cosa fosse, capiva solo che gli manifestava la gioia e la buona disposizione. Ognuno dei due si meravigliava di ciò che l’altro faceva. Asâl aveva una rimanenza di provviste che aveva portato con sé dall’isola abitata. Le avvicinò a Hayy ibn Yaqzan, ma quello non sapeva che cosa fossero perché non le aveva mai viste prima di allora. Asâl ne mangiò e gli fece cenno di mangiare. Hayy ibn Yaqzan pensò alle condizioni che si era imposto nell’assumere il cibo, e non sapendo l’origine di quelle cose che gli stavano davanti, che cosa fossero, e se gli fosse lecito cibarsene oppure no, si astenne dal mangiare Ma Asâl continuò a pregarlo e a cercare di fare amicizia. Hayy ibn Yaqzan lo aveva ormai preso in simpatia, e, temendo che se si fosse ostinato nel contrariarlo lo avrebbe rattristato, si arrischiò a prendere quelle provviste e ne mangiò. Ma quando le gustò e le trovò buone, gli sembrò un male l’essere venuto meno ai suoi impegni a proposito del cibo: volle quindi allontanarsi da Asâl e volgersi alla sua attività di cercar di tornare al suo nobile stato. Ma non gli riuscì di giungere in fretta alla contemplazione. Decise allora di rimanere con Asâl nel mondo sensibile affinché, conosciuta la verità su di lui, non gli rimanesse alcuna curiosità nei suoi confronti e potesse volgersi al suo stato senza che alcuna distrazione lo distogliesse. Ricercò dunque la compagnia di Asâl. Dal canto suo Asâl, quando vide che non parlava, si ritenne al sicuro da insidie alla sua devozione e si ripromise di insegnargli il linguaggio e la scienza della fede. Facendo questo, avrebbe ottenuto una ricompensa più grande e sarebbe stato più vicino a Dio. Asâl decise di insegnargli in primo luogo il linguaggio: gli diceva i nomi delle cose indicandole a gesti, poi glieli chiedeva ripetutamente e lo faceva parlare, e quello li diceva aiutandosi con il gesto, finché gli insegnò tutti i nomi e lo fece progredire a poco a poco: incominciò così a parlare in brevissimo tempo. Asâl prese a domandargli di lui, e da dove era venuto in quell’isola; Hayy gli spiegò che non sapeva egli stesso la sua origine, che non aveva né padre né madre oltre una gazzella che lo aveva allevto. E gli disse tutto di sé, come si era elevato nella conoscenza, finché era giunto alla fine al grado del conseguimento. Quando Asâl sentì da lui la descrizione di quelle verità e delle essenze separate dal mondo sensibile che conoscevano l’Essenza del Vero Egli è potente ed eccelso -, quando gli descrisse l’Essenza del Vero altissimo ed eccelso con le Sue più belle qualità, e gli descrisse come poteva le delizie di coloro che giungevano a Dio, e il dolore di coloro che ne erano velati che gli contemplava nel conseguimento, Asâl non dubitò che tutte le cose che erano dette nella sua legge a proposito di Dio – Egli è potente ed eccelso -, dei Suoi angeli e dei Suoi libri e dei Suoi profeti, dell’ultimo giorno, del Suo paradiso e del Suo inferno, era raffigurazioni di queste cose che contemplava Hayy ibn Yaqzan. Allora si dischiuse la vista del suo cuore, si accese il fuoco della sua mente, furono concordanti per lui ciò che comprendeva e ciò che credeva per tradizione, si avvicinarono a lui le vie dell’interpretazione simbolica, e non rimase alcun problema sulle leggi che non gli apparisse chiaro, né dubbio che non si risolvesse, né oscurità che non si chiarisse. Divenne uno di quelli che sanno comprendere. Da allora guardò Hayy ibn Yaqzan con ammirazione e rispetto, e fu vero ai suoi occhi che egli era uno degli amici di Dio “che non hanno timore né si affliggono”. Si impose di servirlo e di imitarlo, e di seguire i suoi cenni in quei passi della legge che aveva appreso nella sua comunità che gli parevano in contraddizione. Hayy ibn Yaqzan si mise a chiedergli informazioni su di lui e sulle sue vicende, e Asâl prese a descrivergli la sua isola e il suo mondo e come erano vissuti prima che giungesse loro la comunità religiosa e come vivevano dopo che essa era giunta. Gli descrisse tutto ciò che era detto nella legge a proposito del mondo divino, del Paradiso, dell’Inferno, del risveglio e della resurrezione, del raduno e del rendiconto, della bilancia e del ponte. Hayy ibn Yaqzan comprese tutto questo, non ci vide niente di diverso da ciò che contemplava nel suo stato sublime e comprese che colui che aveva descritto ed enunciato quelle cose era veritiero nella sua descrizione, sincero nelle sue parole, inviato dal suo Signore. Credette in lui, riconobbe la su sincerità e attestò la sua missione. Si mise poi a interrogarlo sulle prescrizioni divine e sulle pratiche religiose che questo inviato aveva enunciato. Asâl gli descrisse la preghiera canonica, l’elemosina, il digiuno, il pellegrinaggio e altre simili pratiche esteriori. [Hayy] accettò queste prescrizioni, vi si sottomise e si impegnò ad osservarle, consentendo alle disposizioni di colui che, a suo parere, era, sincero nel suo dire. Restavano tuttavia due cose di cui era sorpreso e di cui non sapeva riconoscere la saggezza. La prima di esse era: perché questo inviato nella maggior parte della sua descrizione del mondo divino aveva dato agli uomini soltanto dei simboli, astenendosi dal rivelare, al punto che gli uomini si erano venuti a trovare nel grande errore di attribuire un corpo a Dio ed avevano attribuito all’Essenza del Vero cose di cui Egli era privo ed esente? E perché si era comportato allo stesso modo nel descrivere la ricompensa e la punizione? La seconda cosa era: perché si era limitato a queste prescrizioni e a queste pratiche religiose e aveva legittimato il possesso delle ricchezze e l’abbondare nel cibarsi, al punto che gli uomini si dedicavano alle cose vane e si allontanavano dal Vero? La sua opinione era infatti che nessuno dovesse mangiare se non ciò che gli era indispensabile [per sopravvivere]. Quanto alle ricchezze, non conosceva il significato di questo termine, e vedendo le disposizioni di legge che riguardavano le ricchezze, come l’elemosina e ciò che da essa derivava, le vendite, l’interesse, le pene e le sanzioni, si meravigliava di tutto ciò e lo considerava troppo lungo. E diceva: “Se gli uomini comprendessero come stanno le cose, si allontanerebbero da queste vanità, andrebbero incontro al Vero e troverebbero assurdo tutto ciò. E nessuno potrebbe disporre individualmente di una ricchezza il cui possesso rende soggetti all’elemosina: di cui la sottrazione furtiva espone al taglio delle mani, la sottrazione manifesta alla perdita della vita”. Cadeva in questo errore perché pensava che tutti gli uomini fossero dotati di qualità eccellenti, di menti perspicaci e di anime risolute, e non sapeva fino a che punto potevano arrivare la loro stupidità e la loro imperfezione, la perversione del loro giudizio e la debolezza della loro volontà: essi erano infatti “come le bestie, ed anzi più smarriti nel cammino”[Corano  25,44].
Facendosi più grande la sua compassione per gli uomini e poiché sperava di aiutarli a raggiungere la salvezza, gli venne l’intenzione di andare da loro per chiarire e manifestare loro la verità. Ne discusse con il suo compagno Asâl e gli domandò se potesse trovare un espediente per raggiungerli. Asâl gli fece osservare che gli sarebbero stati contrari, per l’imperfezione della loro indole e per il loro allontanamento da Dio. Ma non gli riusciva di comprendere questo, e rimaneva nel suo cuore l’attaccamento a quel suo desiderio. Dal canto suo, Asâl desiderava che Dio guidasse per sua mano [di Hayy] alcuni studiosi di sua conoscenza che erano più vicini degli altri alla salvezza. Assecondò dunque il suo disegno, e decisero di stare sulla riva del mare e di non allontanarsene né di notte né di giorno: forse Dio avrebbe fatto si che potessero attraversare il mare. Si attennero a questo e supplicarono Dio Altissimo con la preghiera di guidarli nella loro impresa. E per opera di Dio potente ed eccelso – avvenne che nel mare una nave deviasse dalla sua rotta e che i venti e l’urto delle onde la spingessero sulla spiaggia. Quando si avvicinò alla terra ferma, il suo equipaggio vide i due uomini sulla riva. Si avvicinarono. Asâl parlò loro e chiese se potessero portarli con loro. Acconsentirono e li fecero salire sulla nave, e Dio mandò loro un venticello leggero che portò la nave in un tempo brevissimo all’isola che desideravano raggiungere. Vi sbarcarono, entrarono in città, e i compagni di Asâl si raccolsero intorno a lui. Narrò loro le vicende di Hayy ibn Yaqzan: lo circondarono di una grande attenzione, mostrarono rispetto per la sua esperienza, gli si strinsero intorno, lo ammirarono e lo riverirono. Asâl lo informò che quegli uomini erano più vicini di tutti gli altri alla comprensione e all’intelligenza e che se non fosse riuscito ad insegnare loro, tanto meno sarebbe riuscito ad insegnare alla grande massa.
Era capo e signore di quell’isola Salâmân, il compagno di Asâl che sosteneva l’adesione alla vita comunitaria e condannava la vita in solitudine. Hayy ibn Yaqzan si mise ad istruirli svelando loro i segreti della saggezza. Ma come si elevò un poco dal senso letterale e prese a descrivere qualche altra cosa che sembrava contraria a ciò che essi comprendevano, presero ad allontanarsi da lui, le loro anime respingevano ciò che egli esponeva e lo disprezzavano nei, loro cuori, anche se apparentemente gli manifestavano il consenso perché era uno straniero e per riguardo al loro compagno Asâl. Hayy ibn Yaqzan continuò a mostrarsi gentile con loro notte e giorno e a mostrare loro il Vero in privato e in pubblico, ma questo non faceva che accrescere il loro allontanamento e la loro avversione, poiché amavano il Bene e desideravano il Vero, ma per l’imperfezione della loro indole non ricercavano il Vero secondo la Sua via, non Lo coglievano dove era veramente, non Lo richiedevano alla Sua porta, ma volevano conoscerLo solo attraverso la via delle autorità. Vista l’insensibilità della loro accoglienza, rinunciò a far loto del bene e smise di sperare nel loro miglioramento. Considerando in seguito le varie categorie di uomini, vide che quelli di ogni categoria, contenti di ciò che avevano [Corano 30,32], prendevano per Dio il loro capriccio [Corano 25,43], erano asserviti alle loro passioni, si consumavano per accumulare i beni di questo mondo e si occupavano solo di accrescerli, finché visitavano la tomba[Corano 102,1-2]. Non giovavano loro le esortazioni, né agivano su di loro le buone parole, e la discussione non serviva che ad accrescere la loro ostinazione. Quanto alla saggezza, non vi era modo per essi di giungervi, né potevano trarne piacere: infatti l’ignoranza li aveva sommersi, i beni che essi si procuravano si erano impadroniti dei loro cuori [Corano 83,14], e Dio aveva sigillato i loro cuori, le loro orecchie e i loro occhi con un velo, e grande sarebbe stata la loro punizione [Corano 2,73].
Quando vide che le cortine della punizione li avevano circondati e che veli tenebrosi li avevano avvolti, e che essi tutti tranne pochi non si attaccavano, nella loro comunità religiosa, che a questo mondo, che gettavano dietro le spalle le sue pratiche, per leggere e semplici che fossero, e le vendevano a basso prezzo, e che li distoglievano dalla menzione del nome di Dio altissimo il commercio e la vendita, e non temevano un giorno in cui i loro cuori e i loro occhi si sarebbero trasformati [Corano 24,37], gli fu manifesto e seppe con assoluta certezza che non era possibile parlare loro chiaramente, che era assurdo pretendere che facessero qualcosa oltre questo livello, che gli uomini per la maggior parte utilizzavano la legge solo in ciò che riguardava la vita di questo mondo, per avere il giusto sostentamento senza che nessuno facesse offesa a ciò che possedevano, e che di essi non avrebbero ottenuto la felicità ultima se non pochi e rari individui, e cioè “coloro che si curavano della vita eterna, facevano sforzi per ottenerla, ed erano credenti”[Corano 17,19]. Quanto a quelli che prevaricavano e perseguivano la vita di questo mondo, l’Inferno sarebbe stato la loro dimora[Corano 79,37-39]. Quale sofferenza è più penosa, quale miseria è più grande di quella di colui che, se tu esamini le sue azioni da quando si sveglia dal sonno a quando vi fa ritorno, non ne trovi nessuna che non sia volta a cercare di raggiungere il massimo grado in queste cose sensibili e vili: radunare una ricchezza, procurarsi un piacere, soddisfare una passione o sfogare una collera, conseguire un onore, vantarsi per aver compiuto una pratica religiosa o compierla per salvare la propria, testa; tutte queste cose sono “tenebre su tenebre in un mare profondo” e “di voi non è chi non vi giunga; c’è da parte del tuo Signore una sentenza stabilita”[1Corano 19,71].
Quando comprese le disposizioni degli uomini, che essi per la maggior parte erano come gli animali privi di ragione, riconobbe che ogni saggezza, guida e assistenza era in ciò che i profeti avevano detto e la legge menzionava, e che non era possibile nient’altro né aggiungervi niente, che c’erano uomini per tutte le azioni e che ognuno era facilitato a compiere ciò per cui era stato creato. “Questa è la consuetudine di Dio, su coloro che esistettero da prima, e non trovi alla consuetudine di Dio un mutamento”[v]. Si recò allora da Salâmân e dai suoi compagni, si scusò con loro di ciò che aveva detto e lo ritrattò davanti a loro; li informò che si era convinto delle loro opinioni e che si era orientato nella loro direzione; raccomandò loro che, conformi ai loro doveri, rispettassero le leggi e le pratiche esteriori che non approfondissero troppo lo studio su ciò che non li interessava, che accettassero con fede i passaggi oscuri [del testo sacro] e si sottomettessero ad essi, che si tenessero lontani dalle eresie e dagli atteggiamenti eterodossi, che imitassero le prime generazioni dei credenti e abbandonassero le innovazioni. Raccomandò loro che evitassero la dimenticanza della legge e l’attaccamento a questo mondo, comuni alla grande massa dei fedeli, e li mise in guardia contro questi errori con i suoi ammonimenti più calorosi.

Lui e il suo compagno Asâl avevano infatti compreso che questa era l’unica via di cui avevano bisogno questi uomini recalcitranti e incapaci, e che se si fossero innalzati da questa via alle altezze del discernimento si sarebbe sconvolto ciò che essi avevano acquisito e non sarebbe stato loro possibile raggiungere il grado dei beati: avrebbero vacillato, sarebbero caduti e avrebbero fatto una misera fine. Se invece avessero perseverato in ciò che facevano finché fosse venuta loro la vera fede, avrebbero raggiunto la pace e sarebbero stati di coloro che stanno alla destra. “Quanto a quelli che saranno giunti prima, saranno quelli che sono giunti prima, e quelli più vicini a Dio” [Corano  56,10-11]. Si congedarono da loro, se ne separarono e si preoccuparono di tornare alla loro isola, finché Dio – Egli è potente ed eccelso – permise loro di farvi ritorno. Hayy ibn Yaqzan cercò il suo stato sublime nel modo in cui lo aveva cercato in precedenza, finché tornò ad esso. Asâl lo imitò, finché gli si avvicinò quasi allo stesso livello. E servirono Dio su quell’isola fino alla fine della loro vita.

Conclusione

Questo – Dio ci aiuti e ti assista con la Sua ispirazione – è la storia di Hayy ibn Yaqzan, di Asâl e di Salâmân; essa è composta in parte di un discorso che non si trova in un libro, né si ascolta nelle conversazioni abituali, ma è proprio di quella scienza celata che non accolgono se non quelli che conoscono Dio, e non ignorano se non quelli che Ne sono distratti.
Noi non abbiamo seguito in questo l’esempio delle prime generazioni musulmane nel custodirlo gelosamente e nell’esserne avari. Ci hanno incoraggiato a rivelare questo segreto e a squarciare il velo alcune false opinioni che sono apparse in questo nostro tempo nelle quali si sono distinti alcuni pseudo-filosofi, e le hanno rese note finché si sono diffuse nei vari paesi ed il loro danno si è generalizzato; abbiamo temuto che i deboli, che hanno rigettato la fede nell’imitazione dei profeti – Dio li benedica – e hanno ricercato la fede degli stolti e degli ignoranti, pensassero che erano quelle opinioni gli insegnamenti “incomunicabili” a persone non degne, e che con questo aumentasse il loro amore e il loro entusiasmo per esse. Abbiamo deciso dunque di far balenare loro qualcosa del segreto dei segreti, per indurli ad avvicinarsi al Vero e distoglierli da quella via. Sui segreti che abbiamo affidato a queste poche pagine abbiamo avuto cura tuttavia di lasciare un velo sottile ed un esile schermo, che si diraderà velocemente per chi è affine a quell’insegnamento, e si farà denso e fitto per chi non è degno di oltrepassarlo, in modo che non lo oltrepassi.
Io chiedo ai miei fratelli che presteranno attenzione a questi discorsi, che accolgano le mie scuse per le inesattezze e le approssimazioni cui sono andato incontro nell’esporre e nel dimostrare: ciò è accaduto solo perché ho scalato vette il cui estremo limite sfugge allo sguardo, e ho voluto accostare ad esse il discorso per risvegliare il desiderio e suscitare la brama di entrare nella Via. Chiedo a Dio indulgenza e perdono: ci conceda la purezza della Sua conoscenza, ed Egli è di certo generoso e nobile. E su di te, fratello che è un dovere aiutare, sia la pace, e la misericordia di Dio, e la Sua benedizione.

Hayy ibn Yaqzan (Il Vivente figlio del Vigilante)ultima modifica: 2018-07-03T15:48:17+02:00da mikeplato
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