I CABALISTI ESTATICI

apertura fenix aprile

Di Mike Plato

 

Le tecniche della Cabala per avere esperienze mistiche, tra visioni e l’ascolto della Voce Divina

 

Gli appassionati di Cabala conosceranno più o meno bene le speculazioni teologiche dei saggi cabalisti basate sull’Albero della Vita (la Scala di Giacobbe e le dimensioni compenetrate), sul Ma’ase Bereshit (Opera della Creazione) e sul Ma’ase Merkava (Opera del Carro). Queste due opere cercano di comprendere come il Dio preesistente creò se stesso (un altro Dio a sua immagine e somiglianza, per specchiarsi in lui e meglio comprendere se stesso), si moltiplicò in senso emanativo attraverso le sephirot e come un giorno ricreerà se stesso nelle Tenebre, in cui una parte di sé si è confinata (Opera del Carro). Pur grandiosi, questi sistemi sono solo speculazioni teoriche, che non dicono nulla sul come creare e rigenerare se stessi. Non dicono nulla sulla possibilità e modalità d’unione tra uomo e Dio. C’è una certa ritrosia anche tra gli ebrei cabalisti e non solo tra gli ebrei dogmatici, soltanto a sfiorare il tema della sacra unione, perché gli Ebrei, come i Musulmani, ritengono che fra uomo e Dio vi sia separazione inesorabile, data l’assoluta alterità di Dio. Si pensi solo al pensiero di Gershom Scholem in Messianic Idea: «L’unione con Dio, secondo la teologia cabalistica, è negata all’uomo persino in quello slancio mistico dell’anima verso l’alto». Il cristianesimo, invece, postula l’esistenza di un mediatore celeste che per gli Esseni ebrei (di gran lunga superiori agli stessi cabalisti in termini di conoscenza e ispirazione) era Melkizedek e per gli stessi Cristiani è Cristo, che secondo l’autore della Lettera agli Ebrei, è un sacerdote in eterno al modo di Melkizedek. In realtà questa potenza celeste mediatrice, che riceve da Dio e dagli uomini e che trasmette agli uomini e a Dio, è unica. Non vi possono essere più mediatori. Uno solo è il mediatore, seppur porti mille nomi. È proprio la presenza del mediatore a rendere possibile l’unione sacra, a condizione del sacrificio di croce, che consenta il distacco definitivo in vita tra l’anima divina dell’uomo e quella bestiale e dai desideri del corpo. Il mediatore è il collante tra l’anima e Dio Altissimo e noi lo chiamiamo Spirito. I cabalisti lo chiamano Metatron. Molti uomini hanno lo Spirito, il Cristo, ed egli è Uno, in quanto questo spirito è smembrato dalle origini. Seppur non abbiano creduto al Cristo incarnato, essendo ebrei, v’è stato un gruppo di cabalisti che hanno ripudiato le speculazioni teologiche sull’Albero della Vita e si sono invece focalizzati sulle esperienze unitive ed estatiche, andando totalmente controcorrente rispetto agli altri cabalisti. Questi cabalisti li definiremmo profetici – essi stessi si autodefinivano così – in contrapposizione ai cabalisti teosofi che speculavano sulle sephiroth e che trovarono nello Zohar di Moshe de Leon il loro testo sacro. Certo, vi erano anche cabalisti teosofi che cercavano di invocare le potenze sephirotiche o persino di congiungersi alle sephiroth, ma si tratta di una corrente marginale, neanche presa in considerazione dal citato Scholem, che rimane oggi, insieme a Moshe Idel, il più grande ricercatore di cose cabalistiche. E proprio Idel è colui che invece ha avuto il merito di rivalutare e portare alla luce le tecniche eccezionali di quei cabalisti, che lui stesso definisce “mistici”, tecniche necessarie per garantire anche un’unione estemporanea e di breve durata, ma pur sempre un’esperienza di unione, che va molto oltre il “devequt-adesione” dei cabalisti teosofi. Ciò che ai profetici interessava era solo il conseguimento di esperienze paranormali: ascoltare la Voce di Dio in sé, vedere il volto di Dio, provare l’ebbrezza anche di un’estasi fugace, provare l’euforia spirituale, sentire l’amore di Dio nell’anima. Moshe Idel ha sempre mostrato interesse verso questa forma di cabala, perché evidentemente, da ebreo, crede nella possibilità unitiva e nel Dio-uomo.

 

Avraham Abulafia

Mentre la cabala teosofica iniziò a svilupparsi nella Spagna castigliana del XIII secolo, si affacciava in Italia, Israele e nell’Impero Bizantino una forma di cabala affascinante e del tutto innovativa, grazie soprattutto ad un mistico ebreo eccezionale. Il suo nome era Avraham Abulafia (1240-?). Secondo Idel, l’influenza dell’ebreo Abulafia in Israele è quasi nulla. Idel propone piuttosto una teoria affascinante, da non sottovalutare. Verso la fine del XIII secolo, in Galilea, potrebbe essersi verificato un incontro tra la cabala estatica e il Sufismo, le cui tecniche estatiche si basavano soprattutto sul verbo e sull’immaginazione (visualizzazione creativa). L’influenza di tale rendez-vous si sarebbe poi esportata in Europa grazie al Maestro Isacco di Acco. Alcuni concetti formulati dal gran maestro sufi Ibn Arabi a Damasco intorno al 1250 d.C. potrebbero essere stati introdotti in Galilea e aver influenzato i due maestri cabalisti Natan e Isacco di Acco, tant’è che Isacco sostiene di aver studiato cabala a Damasco. Ma torniamo ad Abulafia. Questo cabalista era affascinato da La Guida dei Perplessi di Moshe Maimonide, che al contrario non era vista di buon occhio dai cabalisti spagnoli. Nell’opera Osar Eden Ganuz (Tesoro dell’Eden nascosto) egli narra come attraverso il Maestro Hillel, a Capua, si fosse innamorato della Guida di Maimonide, che egli contemplò più e più volte. Cercò di insegnare i segreti della Guida a molti allievi in molti luoghi, ma si rese presto conto di come fosse arduo finanche consegnare le linee essenziali della verità a chiunque, nonostante poi trovasse un numero esiguo di apprendisti che ne seguirono l’esempio e le tecniche, per lo più nella Spagna ebraica e soprattutto nella persona di Gikatilla. Egli insegnò a Tebe, a Eurypo, a Roma, a Barcellona, a Burgos, in Castiglia. Nessun cabalista e nessun filosofo viaggiò tanto come Abulafia, in cerca di allievi degni cui insegnare la Guida nei suoi due livelli, essoterico ed esoterico. In Italia non ebbe un grande seguito, in quanto il paese non presentava un retroterra cabalistico paragonabile a quello spagnolo, ergo non v’era una reale predisposizione per le misteriose tecniche abulafiane. Si tenga presente che una vera corrente cabalistica si affermò in Italia solo con Pico della Mirandola, allievo di Rabbi Moncada e solo per un periodo limitato di tempo. Abulafia operò in Messina dal 1280 al 1290, implementando tutta una serie di tecniche estatiche che poi furono codificate in una serie di opere che costituiscono il nucleo fondante della Cabala estatica. In quel periodo quasi tutti i suoi allievi lo abbandonarono. Il motivo è citato nel Tesoro dell’Eden Nascosto: «Io so che senza quelle cose connesse alle immagini che vidi nelle prime visioni, le quali, sia lodato Iddio, sono ormai trascorse, gli studenti non si sarebbero separati da me. Ma quelle stesse immagini, che furono la causa del loro allontanamento da me, sono le stesse ragioni divine che mi hanno posto là dove sono e mi hanno fatto resistere alle traversie». Insomma, è evidente che Abulafia e i suoi apprendisti avessero avuto delle visioni collettive e quelle che a lui, pronto a sostenerle, erano sembrate meravigliose, agli altri erano apparse terrificanti e li avevano indotti ad abbandonare il “cammino” indicato dal Maestro. Abulafia non si perse d’animo e iniziò a maturare in lui la convinzione di essere stato scelto da Dio come un messaggero, una sorta di messia incaricato di annunciare le parole del Dio vivente agli ebrei, circoncisi nella carne ma incirconcisi nel cuore, onde risvegliarli ad una vita spirituale e salvifica. Ma il messaggio di Abulafia era esoterico, ergo difficilmente poteva divenire un discorso di massa. Ciò che è interno a singoli individui prescelti, o a particolari scuole iniziatiche, è preferibile rimanga interno nei suoi contenuti più dirompenti e devastanti. Intento di Abulafia era comunque quello di invitare allo Spirito tutti gli ebrei che poteva, intento nobile ma destinato ad inevitabile insuccesso.

 

L’insegnamento diretto

Abulafia fu certamente l’unico cabalista ad attaccare altri fratelli cabalisti. Egli riteneva che il vero insegnamento non promanasse da un Rabbi umano, ma dalla Shekina, che lui definiva Shekel Ha Poel (Intelletto Agente), quindi dall’intimo. Nell’opera già citata scriveva: «Per quanto io sappia che esistono molti cabalisti che non sono affatto perfetti – i quali pensano che la loro perfezione consista nel non rivelare questioni segrete – non darò peso né al loro pensiero né al loro biasimo nei miei confronti per aver rivelato la Cabala, poiché la mia opinione su tale questione è molto diversa e persino opposta alla loro». Qui assistiamo ad un attacco doppio, uno diretto alla catena iniziatica, quella che i sufi chiamerebbero Silsila, e un altro diretto al versante teosofico-sephirotico della Cabala ebraica. Secondo Abulafia, se qualcuno riceve una rivelazione diretta dalla Presenza divina, deve in qualche modo comunicarla ai degni, trasmetterla oralmente e non tenerla solo per sé. Abulafia, che pur contemplò molti testi di cabalisti e insegnamenti di maestri, non riuscì mai a beneficiare di alterazione di stati di coscienza attraverso questo sistema, ma solo attraverso gli insegnamenti diretti della Presenza. La sua testimonianza è alquanto interessante e val la pena di citarla: «Al fine di comprendere la mia intenzione rispetto al significato delle qolot (voci), ti tramanderò le qabbalot (tradizioni) conosciute, di cui alcune sono tramandate da bocca a orecchio dai saggi della nostra generazione, altre le ho ricevute dai libri denominati Sifre Qabbalah (libri di Cabala) che sono state composte dai sapienti antichi, i cabalisti, e riguardano mirabili questioni; altre Tradizioni infine mi sono state concesse da Dio che venne a me da THY nella forma della Figlia della Voce (Bat Qol), e queste sono le Qabbalor Elyionot (tradizioni supreme)» (La Chiave dei Nomi). È interessante notare come la Figlia della Voce, ossia la Bat Qol, sia un anagramma di qabbalot (tradizioni), come a suggerire che la tradizione superiore deriva dal contatto con la Presenza che si manifesta per lo più attraverso una teofania uditiva, come è scritto in Deuteronomio 4,12: «Il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura; vi era soltanto una voce». Ciò, secondo Abulafia, si ottiene solo con l’apertura del Cuore alla Presenza, in modo che si ricevano messaggi dall’Alto di noi stessi. Ciò deve essere accompagnato da una tecnica di visualizzazione mentale di combinazioni di lettere, da eseguirsi velocemente. Secondo Abulafia, Mosè non aveva ricevuto la Cabala ex-novo attraverso la teofania del Sinai, ma in realtà il segreto dei Nomi divini di cui si compone la Cabala estatica e che fu ricevuto da Mosè, esisteva già prima della rivelazione sinaita. Essa era una Tradizione Primordiale, termine molto caro a Guénon e ad Evola. Questa Tradizione adamica – fu Adamo, secondo Abulafia, istruito dalla Presenza, a iniziare la catena di trasmissione – custodiva il segreto della pronuncia dei sacri Nomi di Dio e della ricombinazione delle lettere di questi Nomi. In sostanza, la Cabala teosofica parte da Mosè, ma quella fonetica parte da Adamo. C’è un passo nel Libro di Sapienza che accenna alla caduta di Adamo e all’aiuto che la Sapienza successivamente gli offrì: «La Sapienza protesse il padre del mondo, formato per primo da Dio, quando fu creato solo, poi lo liberò dalla caduta e gli diede forza per dominare su tutte le cose» (Sapienza 10:1). La Sapienza, ovvero colui che è noto come Melkizedek il mediatore, protesse il padre dell’Israel spirituale e gli conferì mirabili segreti, come poi fece con Abramo e con Mosè. Secondo Abulafia, si trattava dei segreti della pronunzia e dell’intonazione dei nomi di Dio, insieme a quelli della permutazione delle lettere dei detti nomi. Ciò al fine di ritornare dominatore sulla materia, ovvero sull’illusione

Le tecniche mistico-ascetiche

Il misticismo non è stato mai una prerogativa ebraica, ma per lo più un’eccezione in seno all’ebraismo. I dogmatici hanno sempre visto con sospetto i Nazirei che si votavano a Dio (Numeri 6:1) e dal 300 a.C. gli Esseni, veri e propri sciamani terapeuti. Entrambi i gruppi erano veri e propri monaci che cercavano spesso la solitudine. I mistici ebrei, come d’altronde quelli cristiani, islamici o buddhisti, credevano che solo nella solitudine si potesse invocare il Dio solitario nonché la Sapienza solitaria che non è di questo mondo (Melkizedek). Filone, ne L’Erede delle Cose Divine, affermò il carattere solitario di Dio, della Sapienza ipostatizzata e dei mistici e definì la Sapienza: “colomba”, in quanto uccello solitario. Ciò è notevole, dal punto di vista ebraico, in quanto la Colomba è associata allo Spirito Santo di Sapienza soprattutto nel cristianesimo, nonostante già nel Cantico la Sposa sophianica venga definita colomba, amica e sorella dell’iniziato (lo sposo). Ora, non tanto il filone teosofico ma quello estatico annoverava tra le sue fila veri e propri mistici, che comprendevano il valore e il fine dell’isolamento mistico, che essi in ebraico definivano “hitbodedut” o auto-reclusione. Non si trattava di una clausura in stile monacale, ma di periodi di isolamento in cui si cercava purità corporale, mentale e cultuale. Abulafia parla nei suoi scritti della necessità di predisporre uno speciale spazio chiuso per esercitarsi nella sua tecnica, come è riportato nel Sepher Ha Heseq: «Quando desideri di recitare il Nome di 72 lettere, devi fare in modo di essere da solo in un luogo speciale, per pronunciare il segreto del Nome ineffabile, separare e isolare te stesso da ogni creatura dotata di parola e da tutte le vanità del mondo, così da non considerarle attributi di Dio. E anche in modo che non rimanga nel tuo cuore alcun pensiero di cose umane o naturali, come se tu fossi un qualcuno che ha divorziato da tutte le forme del mondano e sia come morto al mondo». E Isacco di Acco aggiunge altri particolari nell’Osar Hayyim: «Vivi una vita di sofferenza nella tua casa dell’isolamento, se non vuoi che la tua anima appetitiva sovrasti la tua anima intellettiva. Così meriterai di attrarre l’influsso della Divinità in basso, nella tua anima intellettiva e nella Torah, cioè nella sapienza delle combinazioni». Ma già nell’XI secolo tale Rabbi Hai Ga’on, importante autorità halakika, offriva informazioni sull’auto-reclusione e sulle pratiche ascetiche, come è riportato nel Perus Sepher Yetzirah di Rabbi Yehuda Barzillai: «Vi erano diversi anziani e uomini pii che vivevano con noi, che conoscevano i Nomi divini: essi digiunavano per alcuni giorni, non mangiando carne né bevendo vino, restando in un luogo puro, pregando e recitando versetti grandi e famosi e le loro lettere nei numeri, ed essi andavano a dormire e avevano sogni meravigliosi, simili ad una visione profetica». Non è noto quali versetti costoro recitassero per propiziare la discesa dello Spirito nell’astrale-onirico. Secondo Abulafia, il sogno è un messaggio in codice che si può propiziare con i Nomi divini, tra cui il Nome misterioso di 72 lettere (Shem hameforash), ricavabile da Esodo 14:19-21, i cui tre versetti contengono ciascuno 72 consonanti. Per una stretta minoranza, tra i quali Rabbi Avrahan ibn Ezra, il Nome di 72 lettere era ricavabile da Ezechiele 1:1. In sogno è l’arcangelo Gabriele a fare rivelazioni e, secondo Abulafia, l’Arcangelo è solo un altro modo di definire Metatron o l’Intelletto Agente. Quello che questi strani cabalisti dediti al misticismo cercavano era non il contatto con il Dio Supremo, ma con la sua scintilla che dimora nell’uomo, lo Shekel ha Poel o Intelletto Agente, che per Abulafia era Metatron Sar Ha Panim (Metatron Principe della Presenza). Utilizzavano una tecnica, definita “domanda onirica”, il cui fine era quello di ricevere in sogno la risposta ad una data domanda posta in precedenza, sogno inteso come luogo epifanico. In realtà, la tecnica della pronuncia di parole di grande potere aveva lo scopo di propiziare anche la Voce interiore, sia in fase di dormiveglia che in fase conscia, come scrisse il maestro Moseh Cordovero ne Il Giardino dei Melograni: «Alcuni antichi maestri hanno spiegato che, per mezzo della combinazione e permutazione del santo Nome di settantadue lettere o di altri Nomi, dopo una possente concentrazione mentale, il giusto che sia degno e illuminato su queste cose, riceverà una porzione della Voce Divina». Per predisporsi all’influsso divino, i cabalisti estatici accendevano incensi e utilizzavano la musica, come è scritto da Natan ben Saadyah ne Le Porte della Giustizia: «Poi si passerà al canto soave e a strumenti melodici, al fine di allietare l’anima animale che è unita a quella intellettiva». O da Yehuda Albotini in Sullam Ha alyyah: «Occorre suonare ogni sorta di musica con strumenti, qualora li possieda e sappia suonarli. Altrimenti dovrà far musica con la sua bocca, mediante la sua voce, cantando i versetti di lode e di amore per la Torah, allo scopo di rallegrare l’anima animale che è associata all’anima parlante e intellettiva». Qui troviamo analogie fra la pratica sufica del Sama, fondata su strumenti musicali, e la tecnica citata da Albotini. Tanto più che, come nel Sama si pronuncia il dhikr (frammentazione dei nomi di Allah), così nella cabala estatica si suona per poi pronunciare i nomi di YHWH, a riprova di più che probabili contatti fra mistici del sufismo e della cabala in Terra Santa. Una fase successiva era la visualizzazione delle lettere ebraiche dei Nomi di Dio e la loro permutazione, una tecnica mistica davvero unica nel panorama spirituale. Rabbi Natan, ne Le Porte della Giustizia, descrive una sua personale esperienza estatica legata a questa tecnica: «Mi accinsi a prendere il Nome dal versetto di Esodo 14:19 per fare permutazioni e combinazioni. Stavo facendo combinazioni da un po’ di tempo, quand’ecco che le lettere si ingrandirono innanzi ai miei occhi, divennero enormi come montagne». V’era, tra questi cabalisti, una giusta venerazione, non solo per i Nomi ma anche per le lettere dell’alfabeto ebraico. Per Abulafia esse erano la radice di ogni sapienza e conoscenza ed esse stesse il contenuto della profezia. Esse apparivano come se puri angeli viventi le muovessero e le insegnassero al cabalista, il quale le faceva girare nella forma di ruote che volavano nell’aria con le loro ali. Nelle visioni dei cabalisti, le sante lettere si trasformano spesso in angeli che insegnano misteri. Ora, è interessante notare la corrispondenza tra le tecniche combinatorie usate dai cabalisti attraverso visualizzazioni mentali e le tecniche ri-combinatorie delle lettere del genoma usate dal nostro Spirito interiore durante l’iter alchemico. Da mie esperienze mistiche ho ricevuto la rivelazione sulle ricombinazioni di segmenti di cromosomi che si scambiano di posto durante il lungo cammino di trasmutazione alchemica. In gergo genetico, tali ricombinazioni si definiscono “traslocazioni” cromosomiche, atte a creare un nuovo ordine genetico. Come i cabalisti permutavano le quattro lettere del Tetragrammaton, lo Spirito permuta le quattro lettere proteiche del Genoma (GTCA) e i segmenti dell’impianto cromosomico. Come v’è un’alchimia delle lettere, v’è anche un’alchimia genetica, indispensabile alla mutazione e al ripristino del gene primordiale. Come dentro è anche fuori. I cabalisti conoscevano solo la prima, comunque utile per ottenere informazioni vitali dal mondo dell’alto. Altra condizione necessaria per beneficiare di esperienze di alterazione di coscienza era l’allentamento dei sensi corporei e la conseguente esaltazione delle potenze dell’anima. Il grande cabalista Nachmanide, nel Sa’ar ha gemul, scrisse di Mosè: «La sua anima si elevò al di sopra del suo corpo al punto che i sensi corporei vennero annullati ed egli era rivestito in ogni momento di Spirito Santo, come se il suo senso della vista e dell’udito fossero attivi grazie all’occhio dell’anima e non per mezzo dell’occhio corporeo… Con l’annullamento del corpo e dell’anima sensitiva, lo Spirito Santo viene emanato sull’anima ed essa vedrà per vista propria e questo è il vero vedere e il vero udire». Nella seconda parte dell’articolo, esaminerò nel dettaglio alcune tecniche estatiche e interessanti esperienze mistiche dei cabalisti di questa corrente.

In precedenza (Fenix 30) ho già accennato alla tecnica combinatoria utilizzata dai cabalisti estatici, per ottenere alterazioni di stati di coscienza ed esperienze unitive. Secondo Abulafia, il “seruf” (tecnica di permutazione) può portare a grandissime rivelazioni dall’alto, in modo molto più semplice rispetto a ogni via iniziatica esistente al mondo. Tale ricombinazione produce la conoscenza in modo immediato, come farebbe un iniziato pieno di talento che ottenesse risultati eccezionali in tempi rapidi. Ma Abulafia è ancora più drastico: le altre vie non possono per natura condurre l’uomo al rango evolutivo-spirituale del profeta. Filone ebreo, filosofo-mistico vissuto all’epoca di Cristo, asseriva che il fine ultimo della solitudine, condizione necessaria per avere esperienze unitive, è l’incessante rammemorazione di Dio. Ciò facevano anche i cabalisti, in modo simile ai mantra degli induisti e dei buddhisti, al dhikr dei sufi e alla preghiera degli esicasti. Si tratta di tecniche di ripetizione ossessiva di nomi sacri di Dio, tese a scollegare progressivamente la mente dal mondo Esterno e produrre alterazioni coscienziali. L’apostolo Giacomo (5:16) rivela questa verità: «Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza». Ma i cabalisti di Abulafia vanno oltre. Non c’è solo la “rammemorazione” insistente, ma anche il lavoro nell’immaginazione con i Nomi di Dio, di cui si permutano le lettere in tutti i modi possibili. Molti estatici si rivolgevano a est (oriente spirituale) e immaginavano il Nome, permutandolo in tutti i modi, come fosse stato davanti a sé, ma non pronunciandolo con le labbra. Presupposti necessari sono l’isolamento (hitbodedut), come già riferito nel precedente articolo, e la presenza di profumi e suoni. Abulafia era consapevole che l’anima inferiore dell’uomo è poco incline all’isolamento. Per allietare e predisporre l’anima vegetativa e l’anima animale alla solitudine, il cabalista faceva uso di profumi gradevoli ma non opprimenti utili alla prima e di musica, utile alla seconda. Se il cabalista non sapeva suonare strumenti, allora cantava con la bocca le lodi al supremo Creatore. I salmi erano i preferiti. Se ciò non viene fatto, le due parti dell’anima possono intristirsi e boicottare la ricerca di stati alterati di coscienza, distraendo la coscienza. Nel mondo attuale, possiamo certo imitare queste tecniche, ma abbiamo anche altri strumenti. Chi scrive ottenne una rivelazione significativa dall’Intelletto Agente (Metatron) in una situazione di dormiveglia e in fase di ascolto in cuffie di un certo tipo di musica. La Voce si fuse con le note della musica ed era la musica a parlare. Credo che il rapporto tra la musica (e il canto) e Dio sia uno di quei misteri di cui sappiamo ancora troppo poco. Resta il fatto che la ricerca della gioia in solitudine, da parte dei cabalisti estatici, è qualcosa di molto lontano dallo spontaneo intristirsi e immalinconirsi di certi mistici cristiani. Cristo non vuole carne triste, dice un proverbio napoletano. Evidentemente i cabalisti sapevano quale potesse essere l’insidia di un certo atteggiamento saturnino-melanconico, atteggiamento che veniva esorcizzato anche con l’indossare vesti bianche di lino.

 

Le esperienze di Luce

Nelle esperienze estatiche della corrente abulafiana, non poteva mancare la visione della Luce che, insieme al Verbo, è una delle modalità di manifestazione privilegiate dalla Presenza divina. Non si tratta ovviamente della luce sensibile, ma della Gloria, di quella Luce chiamata Xvarenah dagli zoroastriani e Merkavah (Carro) dagli stessi cabalisti, una Luce non di questo mondo e che, secondo il versetto 55 del Vangelo gnostico di Tommaso, è “generata da se stessa”. In realtà il nostro Intelletto Agente è pura Luce divina, ma un corpo e un’anima non pronti non riuscirebbero a sopportarne la manifestazione compiuta. Ne sarebbero disintegrati. Ed ecco il motivo per cui il velarsi di Dio non è solo una manifestazione di rigore, ma anche contestualmente una manifestazione di compassione. «Nessuno può guardarmi e rimanere in vita» (Esodo 33:20), dice Dio a Mosè. In un libro citato dal Sepher Ha Peliah, è scritto: «nel momento in cui il giusto va verso la sua eterna dimora (n.d.a. ritorna a sé stesso), egli vede la luce della sfera dell’Intelletto Agente e immediatamente si diparte. Come se il Santo l’abbia creata e fatta conoscere all’occhio. Mosè vide la luce dello Zevul e morì all’istante. E perché questo? Perché il corpo non ha forza per resistere». Oppure vediamo nel Sepher Aredim di Rabbi Eleazar Azikri: «I primi Hassidim, i quali si astenevano dallo studio a vantaggio dell’isolamento e dell’unione col divino, descrivevano la luce della Shekinah sulle loro teste come se essa si diffondesse intorno a loro ed essi sedevano in mezzo alla luce. Essi tremavano e godevano di quel tremore». L’attività dell’Intelletto Agente è pura luce in rapporto alle fosche tenebre dei sensi. I mistici percepivano luce e fotismi in quanto intravedevano il Vero attraverso la mediazione dell’Intelletto superiore e, come per contrasto, questo Vero appare come Luce agli occhi spirituali di un mistico che prima vagava nelle tenebre della mente. Dio in noi è Luce, dice 1 Giovanni 1:5, rifacendosi certamente alla dottrina essena della Luce Eterna e alle tecniche di illuminazione conosciute dal popolo di Qumran. L’esperienza descritta da Elia è paradigmatica e al contempo una sequenza precisa di fatti che accadono ad un mistico che vive l’esperienza dell’unione con l’Intelletto Agente e, di converso, la messa in moto del processo kundalini. Elia sente prima il vento e il terremoto (vortice kundalini, energia tellurica), poi un tumulto, poi un fuoco e poi una voce di silenzio sottile. Questa è la descrizione del manifestarsi della Potenza del Verbo in noi. Il sentire è comunque un’esperienza considerata inferiore a quella del vedere. I cabalisti ritenevano che, maggiore fosse il grado di sapienza divina e quindi più grande fosse l’adesione all’Intelletto Agente, maggiore sarebbe stata la quantità di Luce sprigionata dal Sapiente. L’obiettivo finale delle tecniche ascetiche era risorgere nel corpo di luce, acquisire in modo definitivo un corpo di luce indistruttibile ed eterno, che veicolasse la coscienza ridestata.

 

Sapiente e Profeta

La corrente cabalistica estatica di Abulafia era attratta irresistibilmente dal contatto e persino dall’unione con Dio. Ma non era certo insensibile all’acquisizione di una gnosi, ovvero di una sapienza sacra. E di certo, tra i cabalisti, la forma di massima sapienza consisteva nell’apprendere tutti i segreti dell’Opera della creazione (maase Bereshit) e dell’Opera del Carro (maase Merkavah). Nel sepher Ha Yashar, composto a Patrasso in Grecia nel 1272, Abulafia spiega correttamente quali siano le forme di acquisizione di questa sapienza arcana: «l’essenza della realtà può essere conosciuta da un individuo grazie a ciò che ha imparato dai libri che ne trattano e allora costui sarà chiamato saggio (haqam). Qualora invece ne venga a conoscenza per mezzo di una tradizione, a lui trasmessa da qualcuno che l’ha ottenuta mediante i Nomi Divini, o l’abbia ricevuta dalla bocca di un cabalista, egli sarà definito “uno che comprende” (mevin). Chi infine ne venga a conoscenza mediante l’introspezione nel suo cuore, mediante una riflessione interna alla mente su ciò che gli è dato di percepire della realtà mentale, sarà chiamato “uno che sa”. Tuttavia chi conoscerà l’essenza della realtà mediante queste tre vie raccolte nel suo cuore, ovvero la saggezza raggiunta con l’intenso studio, la comprensione ottenuta dalla bocca di autentici cabalisti e la conoscenza derivata dalla grande riflessione interna al suo pensiero, io non dico che questa persona possa essere chiamata “profeta”, se non nella misura in cui mentre era attiva fu influenzata dall’Intelletto Agente (divino), ovvero ne fu influenzata, ma non comprese ciò da cui fu influenzata. Ma se lo ha compreso, egli non è più separato dal suo Maestro interiore (Intelletto Agente). Ecco, egli è identico al suo Maestro e il suo Maestro è identico a lui. Infatti egli aderisce così completamente a Lui che non può in alcun modo essere separato da Lui, poiché egli è Lui… E allora non c’è differenza tra loro, tranne che il suo Maestro consegue il Suo grado supremo da Se stesso e non da altre creature, mentre egli è elevato al suo rango attraverso le creature e la loro mediazione». Ciò che emerge da questa testimonianza sono i tre gradi preparatori a quello che è considerato il grado di evoluzione spirituale superiore, ma comunque inferiore a quello del Messia (unione con Dio): il Profeta. Abulafia ritiene che i tre gradi siano: il saggio, colui che comprende e colui che sa. Colui che sa e il profeta ricevono un’istruzione diretta dai regni superiori celati nell’anima, saltando la catena iniziatica perché non ne hanno bisogno. Secondo Abulafia, anche l’istruzione dai libri cabalistici, attraverso la loro contemplazione, può conferire un certo grado di sapienza arcana, perché si può e si deve sempre apprendere da coloro che hanno avuto esperienze mistiche. Si tratta pur sempre di maestri, in tal senso, ma anche di un grado che prima o poi il cabalista dovrà superare, per accedere a nuovi traguardi evolutivi. Chi abbia esperienza di “cammino” giunge presto a capire che è lo stesso maestro interiore a spingere l’apprendista a cercare una combinazione di acquisizione di dati dai libri e dagli insegnamenti diretti dell’Intelletto Agente. Talvolta la prima (e la seconda) sono propedeutiche alla terza, che spesso non ha luogo se il Maestro interiore ritiene che non si è pronti. Diceva Paolo di Tarso: «Ora, chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino» (Ebrei 5:13). Ogni cosa a suo tempo. Ma quando si è pronti per la carne, ossia per le più grandi verità, il potere dell’intelletto Agente discende dal livello superiore all’anima e viene qui trasformato in una rivelazione linguistica. Tuttavia, secondo Abulafia, la lingua profetica per eccellenza è l’ebraico. Solo per mezzo dell’ebraico, che è per sua natura intellettuale, si può attingere la parola profetica: «per ciò che concerne la vera essenza della profezia, la sua causa è la parola che, provenendo da Dio, raggiunge il profeta mediante la lingua perfetta che abbraccia in sé le settanta lingue e questa non è altro che la lingua ebraica» (Seva Netovot Ha Torah). Certe esperienze estatiche, che fanno uso delle lettere ebraiche dei nomi di Dio, possono anche essere vissute in fase conscia, ma è necessario avere i sensi annullati. Il cabalista Joseph ben Salomon Askenazi (XIII secolo), riferiva che in questi casi, grazie alla visione del nome sacro di Dio, il cabalista può ascoltare una voce, un vento, un discorso, un tuono e un rumore con tutti gli organi di senso del suo udito e può vedere e toccare cose che apparentemente non esistono, proprio come avviene nello stato di sogno. Ed è questo stato che richiede un approfondimento, in relazione all’uso che i cabalisti estatici facevano di esso, in quanto questo ramo della Cabala può definirsi correttamente “notturno”. Il sogno era considerato un mezzo privilegiato per vivere teofanie.

 

Il Sogno dei Cabalisti
La branca della Cabala detta “estatica” ci ha lasciato una serie di tecniche interessanti per attivare il sogno profetico-simbolico. Al di là della teoria del sogno, credo sia molto utile per tutti coloro che sono in “cammino” accedere ad una serie di conoscenze efficaci, per stimolare il nostro Antico di Giorni ad incontrarci nella “terra di mezzo” dell’onirico. È da dire che non tutti i cabalisti estatici assegnavano ai sogni una valenza gnoseologica. Ma il saggio Hayyim Vital, per fare un esempio, raccolse molti sogni propri e altrui per addivenire ad una migliore conoscenza di Dio, come fece a suo modo anche Carl G. Jung, onde analizzare l’inconscio collettivo (equivalente dell’Intelletto Agente dei cabalisti nel sistema jungano). Vital era convinto che il sogno fosse una forma inferiore di rivelazione profetica e di captazione di messaggi celesti, poiché nel sogno Dio non si paleserebbe mai se non attraverso i suoi intermediari angelici, che poi altro non sono, come più volte detto in questa sede, aspetti o modalità di manifestazione del Dio in noi. La tecnica degli estatici era detta della “domanda onirica” (ebr. shelat halom). I primi ad utilizzare questa tecnica furono i discepoli di Abulafia, sfruttando la combinazione mentale delle lettere che il maestro aveva loro insegnato. In verità, Abulafia adoperava la tecnica combinante solo per gli stati di veglia, al fine di ottenere risposte dal Dio interiore (che Abulafia chiamava Intelletto Agente) o soprattutto dai suoi “volti intermediari”. Egli ebbe a scrivere: «la Cabala estatica consiste nella conoscenza di Dio per mezzo delle 22 lettere. Da esse, come pure dai segni vocalici e dagli accenti per la cantillazione, sono composti i Nomi divini e i sigilli (combinazioni differenti delle lettere del Tetragramma YHWH, n.d.a.). Essi parlano con i profeti nei loro sogni, negli Urim e Tummim (tecnica mantica citata in Esodo 28:29-30, n.d.a.) e durante la profezia (visione profetica ad occhi aperti, come quella di Giovanni a Patmos n.d.a.)». Mi sembra evidente che qui Abulafia descriva una scala ascendente della rivelazione: sogni, Urim e Tummim, profezia. La rivelazione è indotta dai Nomi divini e può palesarsi anche in sogno che, per Abulafia e la sua scuola iniziatica, rappresenta comunque una forma di comunicazione privilegiata con Dio e l’unica possibile in virtù dell’inaccessibilità delle altre rivelazioni, in particolare le rivelazioni diurne. Guénon direbbe che ciò accade poiché l’umanità, nel suo complesso, ha perso il contatto con il Centro Spirituale Primordiale, accessibile solo a pochissimi uomini. Sognare significa dunque aprirsi al mondo in cui l’incontro con il divino è ancora possibile, ove è ancora possibile ricevere la Verità su noi e sul nostro mondo: il regno astrale, ovviamente meno vibrante del regno spirituale in noi e comunque soggetto ad interferenze di tutti i tipi. Per aiutarvi a comprendere questo concetto, faccio l’esempio delle attività di comunicazione con radio trasmittenti-riceventi. Le bande più basse sono inflazionate e piene di disturbi di ogni tipo. Via via che si sale in frequenza, la comunicazione e la ricezione di segnale diviene più pulita e più elitaria, se mi è concesso. Questa analogia ci rivela, indirettamente, che l’uomo ha perso la capacità di penetrare l’alto astrale, per non dire lo spirituale. Alcuni di noi riescono a salire di più rispetto ad altri, ma il fatto che ci si fermi a quote basse costringe l’altra parte di noi a scendere più giù, cosa che il nostro Angelo non gradisce alquanto. Ciò comporta che dobbiamo noi attuare uno sforzo ascetico, tale da eliminare zavorra karmica e permettere all’Angelo in noi di poter scendere e incontrarci ad una quota vibrazionale a lui più congeniale, ove può parlare con più chiarezza e senza interferenze, comprese quelle del nostro Ego. Ulteriore paradosso è che questo salire per noi è in effetti uno scendere, un calarsi nelle profondità di noi stessi, poiché altezza e profondità sono una cosa sola. Per questo i Cabalisti parlavano opportunamente di “discesa nella Merkava – Jorde Merkavah”. Abulafia e i suoi allievi utilizzavano la tecnica della visualizzazione del nome divino in lettere ebraiche, inciso nel cuore per porre interrogazioni a Dio. Yitzhaq di Acco, uno di loro, ebbe proprio in sogno un chiave importante. Si trattava del versetto ebraico di Deuteronomio 18:13: «tu sarai perfetto verso il Signore tuo Dio». Il cabalista prendeva le cinque parole ebraiche e le disponeva in tutte le possibili sessanta combinazioni. Inoltre egli prendeva il Tetragrammaton YHWH e visualizzava nella mente (astrale) una certa combinazione sequenziale delle tre lettere presenti nel nome sacro (YHW). Si assiste al paradosso che Ytzhaq ricevesse in sogno una tecnica per fare domande oniriche e avere sogni divini: un vero e proprio uroburo onirico. Egli doveva pronunciare le lettere del Nome divino presenti in un versetto biblico, cambiando semplicemente l’ordine delle parole. Interessante comunque che Ytzhaq, nei suoi scritti, utilizzasse l’espressione ebraica «niw we-lo nim», che appare già nel Talmud, per indicare uno stato tra veglia e sogno, ossia il dormi-veglia, pista assolutamente privilegiata per ottenere grandi rivelazioni, in particolare l’ascolto della Voce divina, come insegnato anche da Giamblico ne I Misteri Egizi e da molti Sufi. Un altro cabalista estatico, Yehuda Albotini, consigliava di chiedere il permesso allo spirito divino prima di utilizzare qualsiasi tecnica di domanda onirica e di evitare di utilizzarle per motivi magici o escatologici. Un’altra corrente estatica non legata a quella abulafiana si occupò profondamente di sviluppare tecniche oniriche: la scuola cabalistica spagnola legata al corpus letterario del “Sepher ha Meshiv”, ossia “il Libro dell’Entità che risponde”, corpus che potrebbe essere datato intorno al 1470 d.C. Nel corpus il sogno rivestiva un’importanza enorme, al punto che l’autore dell’opera si riteneva fosse Dio stesso. Rabbi Abram ben Eleazar ha Levi, cabalista espulso dalla Spagna e vicino alla corrente del Sepher ha Meshiv, documentò la tecnica per indurre Dio a rivelarsi nei sogni: «coloro che sono esperti nelle conversazioni con gli angeli officianti, per mezzo della domanda cui viene risposto in sogno, o per mezzo della domanda cui viene risposto nello stato di veglia, sanno che l’Angelo che risponde lo fa a volte in modo chiaro, con una risposta che è soddisfacente, a volte per mezzo di un’allusione, con una risposta ambigua, mentre a volte non risponde affatto, dal momento che non è un obbligo per gli angeli officianti rispondere a chiunque domandi, a maggior ragione quando si ponga una domanda su un tema non appropriato, o che l’angelo non ha il permesso di rivelare, o di cui non si conosce la risposta, poiché non tutti i temi sono noti agli angeli officianti». La rivelazione in sogno può essere vista come uno stato di possessione in cui l’Angelo (Intelletto Agente) si impadronisce dell’anima. Nel Sepher, figura di primo piano è Elia, considerato mediatore tra Dio e gli uomini e certamente allusione al Melkizedek sacerdote dell’Altissimo. Di Elia, Dio dice nel Sepher che «la mia potenza è legata a lui ed egli è legato alle vostre anime e rivela a voi i segreti della mia Torah, senza una parola». Elia-Melkizedek utilizza anche e soprattutto il sogno per offrire rivelazioni gnostiche e profetiche, perché egli «è legato alle vostre anime». Ma per avere una buona risposta in sogno, occorre porre una buona domanda, ossia una domanda di natura gnostico-spirituale e non certo una richiesta profana, nonché attuare un programma di digiuni mirati accompagnati all’eliminazione temporanea di carne dalla dieta e di astinenza sessuale. Talvolta i cabalisti di questa corrente invocavano Dio con i quattro santi nomi dei fiumi citati in Genesi 2: Pison, Ghicon, Tigri ed Eufrate. Chiedevano poi ai quattro nomi di mostrare un sogno veridico riguardo ad una precisa domanda onirica, che era meglio fosse finalizzata alla conoscenza dei grandi misteri celati nella lettera della Torah, sempre che il richiedente fosse degno di ricevere risposta in merito. Il cabalista chiedeva di fatto un appuntamento notturno al Dio e ciò ricorda da vicino la relazione erotico-spirituale tra l’anima e lo spirito descritta nel Cantico dei Cantici 5:2: «io dormo, ma il mio cuore veglia. La voce del mio Diletto bussa». Chi è che veglia? E chi è che bussa? Noi che chiediamo? O Dio bussa alla nostra porta? In verità, noi bussiamo e Dio bussa a noi. «Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto», disse Gesù, che sapeva che l’anima e lo spirito sono l’uno specchio dell’altro. E questi, talvolta, in sogno possono incontrarsi.

 

I CABALISTI ESTATICIultima modifica: 2018-10-03T15:51:31+02:00da mikeplato
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