IL SE’ NELLA QABALA

IL SÉ NELLA KABBALAH

Di Mike Plato

L’intervista a Ivan Alibrandi, ricercatore che coniuga lo studio della Kabbalah e quello della psicanalisi junghiana, autore del libro Il Sé nella Kabbalah. Misticismo e Psicologia Transpersonale. Il libro, in verità assai profondo, tenta coraggiosamente di coniugare la via di risveglio kabbalistica, legata alla meditazione sulle sephiroth, con una via psicologica di stampo junghiano. Abbiamo intervistato l’autore, spingendolo ad andare anche oltre ciò che ha scritto.

Mike Plato: Per Jung il Sé è la totalità dell’inconscio, centro dell’essere, contrapposto al limitato Ego (personalità transeunte, periferia ontologica). La punta della Piramide, o meglio il fondo dell’Abisso, di Jung è l’Inconscio collettivo. Per Guénon e i Tradizionalisti, il Sé è solo sepolto nell’inconscio ma non vi si identifica, perché trascende lo psichismo individuale e collettivo. Questo si chiama Superconscio. Secondo la Tradizione, il Superconscio e l’inconscio si contendono la psiche cosciente e la stessa dovrà fare una scelta. L’inconscio è il substrato di tutte le esperienze umane, qualcosa che poi sarà ripreso dalla Teosofia blawatskiana con il concetto di Akasha. Ma il Superconscio è Dio, quell’Atman (il Figlio) che è uno con Brahman (il Padre). Ergo, perché la psicologia confonde il Sé con l’Inconscio totalizzante? Tu sei d’accordo con Jung?

Ivan Alibrandi: «È una questione di termini e di cosa si intende per inconscio. Nella visione della Tradizione esistono un subconscio e un Superconscio, nella visione junghiana le due zone sono entrambe “inconsce”, nel senso che agiscono al di fuori della coscienza ordinaria dell’Io. Per Jung si potrebbe dire che ha più valore se una certa funzione sia connessa o diretta all’Unità psichica, più che se provenga da un sub o da un Superconscio. In questo senso un elemento, personale o collettivo che sia, se agisce contrariamente ad una maggiore integrazione è un “sub”, se invece agisce migliorando l’unità e la salute psichica è un “super”, il che in termini spirituali vuol dire distinguere le spinte evolutive da quelle antievolutive. Se poi si osserva bene come Jung stratifichi questo inconscio collettivo e di come ne parli in taluni scritti, si capisce chiaramente che lo stesso inconscio arriva sino alla forza base, origine della vita stessa. E quindi tale Sé – che comprende tutto il conscio e l’inconscio in ogni suo strato e che spinge il piccolo Io personale a crescere, per manifestarsi tramite il medesimo – è in effetti l’Atman».

M.P.: Per Jung il viaggio mistico, il processo di individuazione, è l’iter dalla coscienza sensibile e razionale di fronte alla totalità della coscienza psichica. Hai provato a sperimentare questo viaggio e come?

I.A.: «Mi sono dedicato sia alla meditazione orientale, sia alla pratica di tecniche che utilizzano le energie sottili e, da psicologo, ho anche intrapreso un serio e duro lavoro su me stesso, tramite una valida psicoterapia. In effetti queste metodiche, apparentemente in antitesi, se svolte con apertura mentale e con l’intenzione sincera di ristrutturarsi dentro, si aiutano egregiamente l’una con l’altra. Quindi, per quanto possa saperne del mio processo d’individuazione, direi che è in itinere».

M.P.: Nel tuo libro illustri l’analogia tra la dottrina e il sentiero cabalistico da una parte e la Psicologia Transpersonale dall’altra. Vuoi illustrarci cosa sia la Psicologia Transpersonale, come arricchisca le conclusioni di Jung e il rapporto con la Cabala?

I.A.: «La Psicologia Transpersonale fondamentalmente è una corrente piuttosto recente della psicologia, che si è aperta all’idea di un Io superiore, spirituale e considera questo come vera identità dell’uomo, perciò interpreta i vari gradi di coscienza tra il nostro Io ordinario e quello Superiore come una scala di approssimazioni via via più corrette alla realtà. Sotto tale aspetto si presenta molto simile alla Cabala, che descrive qualcosa di analogo con termini della tradizione giudaica in luogo di quelli più moderni, come “stati di coscienza alterati”, “processi cognitivi”, etc. La Cabala arricchisce le conclusioni di Jung perché, rinunciando ad essere pienamente riconosciuta dal mondo scientifico-razionale, può indagare la dimensione mistica dell’uomo in modo dichiarato, cosa che Jung, avendo a che fare con l’uomo occidentale, non iniziato, della prima metà del secolo scorso, ha evitato, preferendo adottare, intelligentemente, un vocabolario e una forma più accettabili per l’epoca».

M.P.: Ritieni che Psiche e Anima coincidano, come vuole l’intera Psicologia, o Anima è più grande ed elevata di Psiche? I Cabalisti parlano di una porzione divina dell’Anima che si chiama Neshama. Tu scrivi che la Psiche era in origine un sistema totalmente inconscio, laddove invece, secondo la Tradizione, Anima era perfettamente consapevole di Sé prima della caduta.

I.A.: «In realtà, nella Psicologia moderna c’è stata la sovrapposizione tra la psiche, che in greco significa anima, e la mente. Dunque, la psicologia, tranne alcune correnti, riflette l’identificazione con mente-emozioni-corpo che l’uomo occidentale moderno ha operato. Allorché nel mio saggio spiego che la coscienza nasce dall’inconscio, mi baso su una prospettiva rovesciata rispetto ai mistici. Essi illustrano il processo di crescita umano partendo dallo Spirito e poi giungono a descrivere la ridotta consapevolezza della personalità, quindi come una diminuzione o una caduta, mentre in veste di psicologo, esattamente come ha fatto Jung, parto dal punto di vista dell’Io personale, per poi giungere al Sé spirituale. Questa prospettiva comporta due cose: la prima è che si definiscano “inconscio” tutte le modalità animiche che l’Io non percepisce direttamente – che non implica la mancanza di una loro coscienza – e da cui sorge questo Io cosciente; la seconda è che un individuo normale riconosca meglio le dinamiche che lui stesso vive, perché nel quotidiano non le vede dall’ottica del Sé, ma dell’Io. È come se i mistici spiegassero la scalata della montagna da un punto di vista della vetta, mentre per aiutare chi sta alla base della montagna io spiego lo stessa strada partendo da valle».

M.P.: Per i cabalisti, l’En Sof è quella parte di Dio che trascende tutto, che è inconoscibile se non da Se Stesso. Ma il Cristo sconfessa questa teoria e dice: «Io lo conosco… perché io e il padre siamo uno». Dunque, o hanno ragione i cabalisti o ha ragione il Cristo. Tu affermi giustamente che il Sé non nasce, ma emerge, in quanto non può nascere ciò che è atemporale ed eterno. Ti chiedo, quindi, se la scena del battesimo del Cristo non sia spiegabile anche da un punto di vista junghiano, come emersione dei contenuti non solo dell’inconscio, ma persino del Superconscio, che faranno poi di Gesù l’essere che conosciamo.

I.A.: «In realtà possiamo dire che hanno ragione sia il Cristo sia i cabalisti. Infatti, la Cabala asserisce che l’unico a conoscere Dio è Dio stesso, ma poiché egli è l’Essere Unico, chi giunge alla fonte di Sé stesso trova l’En Sof e la Sua Autocoscienza Assoluta. E quando la sua identificazione travasa dal suo Io umano al puro Essere, ovvero l’En Sof, egli conosce e diviene interiormente l’En Sof. In genere, un mistico normale, giunto a quel punto, si scioglie nell’En Sof e smette di esistere sul piano denso, materiale, ma alcune personalità con compiti speciali per l’evoluzione umana vengono bloccate sulla soglia, dall’En Sof stesso, per il periodo necessario alla realizzazione del compito, e ne divengono sue portavoce. O, come forse nel caso di Gesù, l’En Sof ha generato una personalità divina adatta al compito. In questo senso il battesimo è l’atto simbolico con cui l’Io cosciente di Gesù, la sua personalità umana, ha l’esperienza diretta del Sé, l’Autocoscienza-Identità dell’En Sof nell’uomo».

M.P.: Puoi spiegarci la teoria interamente cabalistica di un Dio che è immanente, ma al contempo trascendente?

I.A.: «Dio, nel suo Essere più puro, è definito En Sof, il Senza Limiti, Infinito. Secondo i cabalisti esiste solo Lui, la creazione avviene dentro di Lui e con la sua stessa sostanza-energia che viene condensata, congelata, a vari livelli. Perciò ogni cosa, dalla particella subatomica agli universi paralleli, è fatta di Lui ed è colma della Sua vita e della Sua consapevolezza, da qui l’immanenza. Tuttavia le creazioni, prese sia singolarmente, sia tutte assieme, sono finite e limitate, seppur vaste. Lui, invece, è infinito, è l’Infinito, quindi va oltre. Questa è la sua trascendenza».

M.P.: In quale ottica vedi le Sephiroth dell’Albero della Vita? Sono dimensioni, mondi, regni della mente?

I.A.: «Le Sephiroth sono le primordiali modalità di agire e le energie basilari con cui il Divino crea, perciò fungono da modelli regolatori di ogni settore, rifrangendosi in essi: dimensioni parallele, piani sottili, centri energetici nell’uomo e nell’Universo, funzioni inconsce della psiche, centri nervosi nel corpo».

M.P.: È possibile porre l’Inconscio sull’Albero della Vita? E se sì, a quale Sephira o sezione corrisponde?

I.A.: «In effetti c’è chi lo pone su specifiche sezioni, ma personalmente vedo l’Albero Sephirothico nel suo insieme come una mappatura dell’inconscio, intendendo per Inconscio tutte le forze psichiche ed energetiche di cui non siamo direttamente coscienti. L’Albero della Vita ci delinea com’è strutturato tale inconscio, quali forze agiscono in esso, quali sono i legami principali tra queste forze archetipiche e, nel confronto con i suoi equilbri, ci comunica anche quando il nostro sviluppo è sano, o malsano».

M.P.: Se è chiaro che le tre Sephiroth superiori corrispondono al Regno dell’Intelletto, le tre centrali al regno della psiche e della morale, possiamo considerare le tre Sephiroth inferiori legate alla sfera sessuale e istintiva?

I.A.: «La Cabala considera le forze istintuali non negative di per sé, ma negative quando esasperate o eccessivamente frustrate. L’istinto di sopravvivenza e la sessualità hanno finalità evolutive: preservarci nel piano fisico, cosicché sia garantita la vita terrena e le esperienze che la stessa comporta, necessarie all’evoluzione dell’anima, e il provare piacere con un partner di sesso opposto, così da facilitare il legame di coppia e garantire la riproduzione in un contesto potenzialmente felice, ovvero dare ad un’altra anima il supporto fisico per giungere sulla Terra in un ambiente benevolo. Se tali istinti sono vissuti in modo sano, allora sono utili alla nostra felicità e crescita interiore e, quando si giunge a certi livelli spirituali, possono anche essere spiritualizzati perché adeguatamente appagati. Prima di giungere a quel livello evolutivo, in genere, ci si trova in uno stadio in cui è necessario ancora l’appagamento istintuale. Prendendo ad esempio la sfera sessuale, un individuo a tale livello fa bene a ricercarne l’appagamento, avendo però cura di farlo in modo salutare e rispettoso di sé e del prossimo. Se, invece, l’istinto fosse troppo frustrato o seguito ossessivamente, l’individuo coverebbe dentro e andrebbe incontro a distorsioni patologiche, come sessuofobia o perversioni. Da sephirotico diverrebbe kliphotico. Ecco perché, visti sull’Albero della Vita, dove agiscono le forze equilibratrici e ascensionali del Divino, gli istinti sono considerati funzionali all’evoluzione».

M.P.: Gli gnostici, che erano finissimi conoscitori dell’inconscio, sostenevano che l’umanità fosse schiava eterna degli Arconti, intesi come potenti forze annidate nell’inconscio. Tu scrivi che la mente è schiava degli Archetipi, intesi come idoli della coscienza, in quanto essa li vede separati ed è incapace di abbracciare la totalità dell’Inconscio che è il Sé. Ergo ne risulterebbe che gli Arconti, ovvero gli Archetipi, sono parte di Dio, laddove gli gnostici sostenevano che gli Arconti erano Archetipi “bassi”, infimi, le idee che stanno alla base della razza umana e del divenire di morte e non della natura divina insita nell’uomo, che ha ben altre qualità e che deve essere adorata in modo esclusivo in opposizione all’adorazione dei cosiddetti dèi stranieri. Come spieghi questa differente visione?

I.A.: «La Cabala parla dettagliatamente di queste entità avverse, che chiama Kliphoth, ma parte da una visione unitaria della realtà: in essa la dualità è bandita, perché esistente solo nel relativo. Così tale lotta con gli Arconti e con le suggestioni ipnotiche che operano è vera solo al di sotto della percezione unitaria. A tutti gli effetti, il Divino usa le forze avverse per spingere gli uomini a svegliarsi e sviluppare un livello di discernimento e di forza interiore notevole. Lo scontro con loro ha la finalità di obbligarci a lavorare su noi stessi e a rinsaldare la connessione cosciente con il nostro Sé. Quindi, in una visione olistica essi sono benefici e utili, per quanto non mossi da queste intenzioni coscientemente e benché tale utilità a noi si riveli solo dopo aver rinforzato le qualità atte a non farci ingannare, tramite un lavoro diretto al Sé».

M.P.: Tu scrivi che esiste una zona intermedia, regno del caos e della mescolanza di luce e materia, in cui si annida il male, ossia i gusci (kliphoth) descritti dai cabalisti. Ma se ammettiamo che vi siano un Superconscio, ossia un Intelletto Agente, e un conscio, possiamo dedurre che l’inconscio sia proprio quel regno intermedio della coscienza, sede di caos e mescolanza e terreno fertile per gli Archetipi inferiori, ossia gli Arconti, i cui possenti impulsi manipolano la coscienza che essa scambia per idee connaturate e quindi da accettare. Ad esempio, la coscienza ritiene che l’idea della procreazione sia giusta perché naturale. Ma ne siamo sicuri? Quell’Idea ci appartiene perché è nostra o perché è penetrata nel nostro subconscio e inserita “a forza”? Il problema è capire chi siamo noi davvero e quale sia la nostra natura. Una volta presa consapevolezza di questa sarebbe più facile capire cosa sia nostro e cosa non lo sia della massa di Archetipi che regolano la nostra esistenza. Cosa pensi al riguardo?

I.A.: «La Cabala descrive bene questa zona e le entità oscure che in essa si muovono e come agiscono sull’uomo. Nel libro c’è proprio un capitolo dedicato a questo tema. Comunque la Cabala considera prima di tutto utile scoprire ciò che rende felice il nostro vero Io, il Sé, e ciò che ci rende più armonici e integrati dentro, non dimenticando che anche la personalità umana deve gioirne, altrimenti avrebbe serie difficoltà a seguire la Via. In tal senso capire quali sono le spinte kliphotiche, o degli Arconti se vuoi, è semplice: se una spinta ti aiuta a soddisfare un tuo bisogno profondo e a farlo in modo salutare per te, proviene dal Sé e dalle forze benefiche, foss’anche un appagamento di semplici istinti. Se invece una spinta ti porta lontano da te e dai tuoi bisogni veri, è kliphotica, seppur mascherata da “tensione spirituale”. Così l’idea di procreazione, che è naturale, può essere nel flusso positivo o negativo a seconda di come viene gestita. Se è vissuta ossessivamente, come qualcosa che si deve fare per forza, non importa dove e con chi, ecco che le forze degli Arconti sono in azione, perché fanno leva sugli squilibri già presenti nella persona. Se invece è vissuta come una cosa bella, da preparare con cura con una persona sincera e in un contesto quanto più sano e felice possibile, le forze divine sono in azione, facendo leva sulla predisposizione sana dell’individuo».

M.P.: Tu scrivi che le forze sephirotiche (luminose) dell’inconscio puntano a far sì che la coscienza pensi ed agisca in modo equilibrato, laddove quelle kliphotiche (tenebrose) spingono con violenza allo squilibrio, ossia all’eccesso e al difetto. Puoi spiegare meglio?

I.A.: «Il percorso di crescita spirituale secondo la Cabala è un percorso integrativo. All’inizio, le nostre funzioni interne non sono connesse le une con le altre. In questo caos il Sé fatica a manifestarsi correttamente e le forze negative possono trovare dei varchi. Ecco, dunque, che le pressioni delle forze benefiche cercano di aiutarci a compiere questa riunificazione interna, far interagire sinergicamente tratti caratteriali diversi od opposti. Il che significa non negarne nessuno, ammorbidirli e armonizzarli. Le forze avverse, invece, cercano di continuo di impedirlo, aiutando e sostenendo il non riconoscimento e il rifiuto delle parti diverse, meno accette, di noi stessi, portandoci così su poli opposti, dove per loro è più facile sfruttarci. In pratica, più siamo uniti dentro meno potere hanno su di noi e viceversa».

M.P.: Tu accenni all’Adam Qadmon, inteso come Anima unica e universale, con cui le anime-scintilla dovranno poi ricongiungersi, ma non spieghi come sia stato possibile lo smembramento di Adamo (rinvenibile nei miti di molte civiltà come Attis, Osiride, Dioniso, Gayomart) né per quale arcano fine ciò sia avvenuto. I dogmi non ci insegnano lo smembramento, eppure in Apocalisse 13:8 si accenna all’agnello cosmico, sacrificato fin dall’inizio del tempo e non solo semplicemente 2.000 anni fa. Qual è il tuo pensiero in merito?

I.A.: «Personalmente penso che lo smembramento dell’Anima Universale rappresenti la rottura della connessione diretta tra le personalità e l’Unità universale. Ritengo, cioè, che nel profondo dell’Inconscio Collettivo questa Anima Unica sia sempre presente e unita. È la nostra struttura cosciente e le porzioni individuali dell’inconscio, che non riescono più a sentirsene parte. Da qui quel sentimento di sentirsi completamente distinti gli uni dagli altri… e soli. E da qui il lavoro di riunificazione: quando l’Io si riapre al Sé e si riconnette con Lui, allora, poco a poco, quell’unità originale si riforma. Con una differenza: l’Io cosciente, che prima era connesso in modo automatico, inconsapevole, questa volta parteciperà consapevolmente al gioco. Ed è questo, a mio avviso, lo scopo della “rottura”».

M.P.: Qual è la tua ricetta per ricomporre lo smembramento psichico che attanaglia la coscienza dell’uomo non risvegliato? Chi ha intuito di essere scisso in sé stesso e agognerebbe di riunirsi col Sé cosa dovrebbe fare? Tu, nel libro, suggerisci di attuare la Teshuva (pentimento) e di focalizzare l’intento con la Kawwanah (intenzione, forza di volontà).

I.A.: «Se avessi una ricetta perfetta sarei un Maestro. Comunque ho delle esperienze personali, le quali mi hanno fatto comprendere che bisogna sviluppare prima di tutto un buon discernimento, perché nella vita possiamo entrare solo in circoli che divengono a poco a poco costruttivi o distruttivi. Potrei consigliare, volendo, una buona psicoterapia o dei corsi di energie sottili o di yoga. In realtà, sono tutti strumenti utili e rinforzanti, se si trovano insegnanti e terapeuti capaci e sinceri. Oppure possono essere disastrosi e depistanti, se si finisce in mano a incompetenti o truffatori e ne esistono tanti, spesso scambiati per veri maestri. Quindi è fondamentale osservare attentamente l’effetto di scelte e situazioni. D’altronde, l’effetto che ti lascia addosso la spinta sephirotica è quello di essere almeno un poco più centrato, sano, integrato, in pace e felice, ma di una felicità naturale. Mentre l’effetto che ti lascia una spinta kliphotica è in genere decentrante, divieni o più esaltato o più sottomesso e le tue emozioni più agitate. Se a quest’attenzione uniamo l’intenzione sincera di migliorarsi, senza darsi addosso, si può dire che si è sulla buona strada e il nostro inconscio saprà trovare prima o poi quello che gli serve per progredire. Lo sviluppo di questo discernimento e l’intenzione sincera a diventare più unificato dentro sono, secondo me, la Teshuva e la Kawwanah per l’uomo moderno».

Chi è Ivan Alibrandi

Classe 1973, è nato e vive tuttora a Roma. Si è laureato in Psicologia, indirizzo clinico e di comunità, presso l’Università La Sapienza. Da sempre ricercatore del profondo , ha tentato di comprendere la visione e le conoscenze antiche del mondo interiore senza tralasciare, tuttavia, quelle sorte dai nuovi metodi di studio, affrontando così un percorso parallelo tra psicoterapie e studi sulle energie sottili, alla ricerca di una sintesi salutare tra antico e recente.

IL SE’ NELLA QABALAultima modifica: 2018-10-03T15:57:44+02:00da mikeplato
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