ETERNITA’ PSICOATTIVE

dannunzioenogastronomia

di Ezio Albrile

La Luce è l’informe spazio ipercosmico, soglia verso il trascendente: alla meta, nella Luce, giunge chi è dalla Luce, cioè chi è Luce. Così sostiene il Corpus hermeticum (I, 17), in una similitudine che più tardi sarà fatta propria dal Credo Niceno («Luce da Luce»). Nella dialettica gnostica l’illuminazione è il risveglio della scintilla (spinther oppure pneuma) di Luce incatenata nelle Tenebre, cioè nella hyle, la Materia, ed è al medesimo tempo un rivestirsi della sostanza luminosa e spirituale (l’Abito di Luce). I testi gnostici affabulano spesso di un Uomo di Luce, un Anthropos photeinos, manifestazione di una realtà divina, pleromatica, che si disvela nel mondo somatico. Da un punto di vista morfologico l’epifania dell’Uomo di Luce è rintracciabile in svariati contesti religiosi, dal buddhismo, al sufismo, ambiti questi fortemente influenzati dall’universo simbolico della gnosi iranica. È significativo però come un intricato trattato gnostico, la Pistis Sophia, presenti l’epifania dell’Uomo di Luce unita alla figura di Maria Maddalena, compagna del Salvatore, che ostenta poteri paranormali. Tale processo di trasformazione implica una divinizzazione dell’uomo, il quale riscopre in sé la propria vera essenza. Mutazione psichica e antropogonia corrono parallele, ma la follia si concretizza nel mondo in un processo inverso alle creazioni visionarie, essa, cioè si coagula e si cristallizza in un comportamento e in un’etica sovente criminali.

Su questo labile paradosso è anche fondata l’arte di un grande poeta e letterato del Novecento italiano, Gabriele D’Annunzio, la cui opera è in bilico fra attività creativa, seduzione blasfema ed esoterismo, fra silenzio, edonismo e mistero (cfr. A. Mazza, D’Annunzio e l’occulto, Edizioni Mediterranee, Roma 1995, pp. 61 ss.). La poesia nasce da un luogo oscuro, da un sacello ineffabile e innominabile. La ricerca di paradisi artificiali, di creazioni visionarie ha condotto l’aedo nostrano verso l’ignoto e la notte dell’anima. Il buio, al quale fu costretto subito dopo la perdita dell’occhio destro, lo introdusse in un mondo arcano, nascosto ai sensi ordinari. Per questo si sentì dotato come di un Terzo Occhio, «il punto magico in cui si mescolano l’anima e i corpi, i tempi e l’eternità». Pioniere della diffusione in occidente della meditazione orientale, quella nota attraverso il buddhismo zen, D’Annunzio è anche l’antesignano della rivoluzione psichedelica, che circa sessant’anni dopo assalirà le menti dei pargoli della borghesia occidentale. La spasmodica ricerca di stimoli erotici e di creatività, il deside­rio di penetrare il mistero, conducono infatti il poeta alla sperimentazione di sostanze psicoattive (cfr. Mazza, op.cit. pp. 80-83). È noto come l’orgia sessuale per D’Annunzio comprendesse l’uso di cocaina, la polvere folle assunta in quantità industriali. Il delirio orgiastico che diventa esperienza psichedelica, enteogena, si ritrova in varie annotazioni privatissime. Ben poco si conosce di quando D’Annunzio abbia iniziato ad assume­re sostanze psicoattive, abitudine che si vuole consolidata nel periodo fiumano. E che prosegue, fra alti e bassi, per tutta la vita. Drammatica testimonianza dell’uso di stupefacenti è la lettera della sua ultima fiamma, Jouvence (Gioventù), Angele Lager. Gabriele D’Annunzio non lesse l’ultima missiva di Jouvence, che reca la data del 5 giugno 1928; fu aperta da un archivista. Essa svela il retroscena miserabile e inquietante dell’erotismo dannunziano, nel lamento di una giovine costretta a drogarsi per compiacere l’incartapecorito vate: «II solo male è stato prendere la cocaina, ma voi mi costringevate, bel coraggio perdìo, far del male a una donna sola». Nei giorni del Vittoriale ormai D’Annunzio è preda, ostaggio degli stupefacenti; da anfitrioni per giungere ad un mondo altro, le sostanze psicoattive si sono trasformate in lugubri succedanei della realtà: «Dopo la malva­gia ebbrezza, dopo il torbido letargo dato dalla estenuazione del corpo e dal narcotico pericoloso, il risveglio ingenuo e terribile come la resurrezio­ne di Lazzaro in non so quale pittura di un “primitivo”». E ancora: «La carne non è più carne ma è l’orlo di un potere interiore…». Parole che occultano la finitudine di un’esistenza dissolta nell’estetica. Certo, ora sono lontani i tempi in cui il vate cercò nell’illuminazione psicotropa l’ispirazione per la sua arte, come sembrerebbe da questo brano del Libro segreto: «Tutti i rumori che hanno straziato i miei orecchi nel pomeriggio, i latrati, i battiti dei motori, i rintocchi delle campane, i crosci delle fontane, i soffii improvvisi nel fo­gliame, il martello degli operai, tutti a poco a poco sembrano fondersi in una lontananza musicale, attrarrai nella insolita monotonia come per ag­guagliarmi, per levigarmi. Anche la stanza n’è invasa, i marmi i bronzi le maioliche gli avorii sembrano fondersi: avvicinarsi a me … con forme più lievi, divenendo a po­co a poco il senso istesso del mio corpo, la qualità de’ miei affetti de’ miei pensieri, la mia specie non umana e non disumana. Compenetrazione, fluttuazione, senza nuoto io galleggio nell’Incognito indistinto».

Estasi magiche

L’estasi dannunziana, tracimante hedoné, muta in deboscia: è l’aurora di un tempo che sta per manifestarsi, la soglia di un Occidente blasfemo che di lì a poco riscoprirà le sostanze psicoattive non come soglia verso il sovrasensibile, ma come “droga”. Un rapporto contrastivo che era sorto secoli e secoli orsono, ai tempi in cui Erodoto (4, 73-75) narrava le vicende enteogene di una popolazione dell’Iran esterno, gli Sciti. La loro liturgia funeraria consisteva in una sequela di suffumigi a base di kánnabis (4, 74, 1); un ingrediente psicoattivo che li portava, ululanti, in uno stato di delirio euforico. Una pericope celebre che fa coppia con un’analoga sequenza allucinogena rintracciabile in Plinio. Nel dissertare della potenza di alcune piante psicoattive, l’erudito enciclopedista romano chiama in causa l’autorità di due grandi Magi persiani, Zoroastro e Ostanes. Squarci della loro sapienza sarebbero compendiati nell’opera (oggi perduta) di un misterioso pitagorico egiziano, Bolo di Mendes, i cui destini paiono legati a quelli di un autorevole filosofo presocratico, Democrito di Abdera. Democrito, che le fonti più antiche vogliono discepolo di Magi e Caldei. Dalla sovrapposizione fra Bolo di Mendes e Democrito deriva la denominazione ibrida di Bolo Democriteo, autore di una silloge iatrochimica, Cheirokmeta, Rimedi artificiali. Un testo che si ritiene il punto di partenza dell’alchimia greca: al carattere già in parte misterico dei Cheirokmeta si collega infatti sul finire dell’antichità la letteratura apocrifa degli alchimisti. Nello scritto perduto Demochritou physikà kai mystiká Democrito appare quale adepto del Mago persiano Ostanes, che nel tempio di Menfi lo inizia al mistero degli antichi scritti. Plinio, che cita il trattato di Bolo Democriteo e che crede opera autentica del filosofo di Abdera, parla di alcuni arboscelli psicotropi che i Magi persiani utilizzerebbero nelle loro estasi: aglaophotis, luminescente, achaemenis, achemenide, thalassaegle, luminio marino, theangelis inviata divina, gelotophyllis foglia euforica (Nat. hist. 24, 160-165). Le narrazioni di Erodoto e di Bolo mendesio, o democriteo che sia, si svolgono in terre lontane dalla percezione dell’uomo comune, abituato agli edonismi dannunziani o peggio alle tossicomanie metropolitane. Lande così lontane da diventare nebulose e fiabesche: la Scizia di Erodoto non è solo lo scenario concreto di una infelice spedizione di Dario, ma anche la terra onirica di Ovidio, dove le donne si cospargono il corpo di unguenti magici e si trasformano in uccelli (Met. 15). La Persia di Bolo, s’è detto, è la patria di Zoroastro e di Ostanes, scopritori delle proprietà magiche delle piante (Plinio, Nat. hist. 25, 13). Scenari così lontani non solo nel tempo e nello spazio, ma soprattutto dal sentire odierno fatto di pusher da strada e borghesi innevati di coca.

ETERNITA’ PSICOATTIVEultima modifica: 2018-11-30T18:57:54+01:00da mikeplato
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