IL MALE secondo LUIGI PAREYSON

22007

E’ il 1986 quando il filosofo italiano Luigi Pareyson scrive La Filosofia e il Problema del Male. Cattolico, considerato tra i maggiori filosofi italiani del XX secolo, è tra i primi a far conoscere in Italia l’esistenzialismo tedesco, facente capo principalmente ad Heidegger e Jaspers, e a riconoscersi in questa visione, passando poi ad una filosofia più ermeneutica e infine ad un’ontologia della libertà. Per sua stessa ammissione, il suo itinerario intellettuale è caratterizzato da una sempre maggiore attenzione al problema del negativo, sia esso il male o l’errore o la sofferenza, ovvero all’acutissimo senso del problema del male dolorosamente presente nel mondo. Il suo è un cristianesimo non consolatorio, temprato dal confronto con il nichilismo e l’ateismo. La filosofia ha ripetutamente cercato di esorcizzare o accantonare il problema del male, confinandolo nell’ambito dell’etica, la quale in verità è una sfera troppo ristretta per una questione così immane e sconvolgente, e la cui riflessione appare del tutto inadeguata a un argomento così centrale e decisivo. Una trattazione che si fermasse a questo livello sarebbe ben lontana dall’essere esauriente e profonda, e anzi si lascerebbe sfuggire il centro stesso del problema. Secondo Pareyson, dire che il male è una privazione, ovvero privazione di un bene che dovrebbe esistere in una cosa, è dottrina (nata da Agostino di ippona) spesso mal compresa. Qualche volta ci si immagina che essa neghi o misconosca la realtà del male, quando, al contrario, riposa interamente sulla realtà della privazione o dell’assenza. Dire che il male non è un essere non è dire che il male non esista, o che esso non sia che un’illusione. Il male esiste nelle cose, ed esiste in esse terribilmente. Il male è reale, esiste realmente come una ferita o una mutilazione dell’essere. Il male è così efficace non per se stesso, ma per il bene che ferisce e di cui si fa parassita; vale a dire per il bene deficiente o deviato, la cui azione è pertanto viziata. Qual è dunque il potere del male? È il potere stesso del bene che il male ferisce e di cui si fa parassita. Più potente è questo bene, più potente sarà il male, non in virtù di se stesso, ma in virtù di questo bene. Ed è per questo che non c’è male più potente di quello del cattivo angelo. Se nel mondo d’oggi il male appare tanto potente, è perché il bene di cui esso si fa parassita è lo stesso spirito dell’uomo, la scienza stessa e l’ideale corrotto dalla cattiva volontà. La situazione dell’uomo rispetto al male è aggravata paradossalmente dalla libertà, che, ignorando preventivamente che cos’è il bene e che cos’è il male, decide essa stessa che cos’è bene e che cos’è male. Non c’è nulla, nemmeno la ragione, che possa offrirle un criterio di distinzione fra bene e male. Il problema di Pareyson sta nella dicotomia Necessità o Destino e Libertà. La necessità è uno strumento comodo per alleggerire la coscienza morale affidandosi all’inevitabilità del fato, per eludere l’incombente problema del male, per giustificare azioni prepotenti. Ciò che invece va riscoperta è la libertà che dovrebbe indurre l’uomo ad assumersi le proprie responsabilità. Libero è l’agire di Dio, le cui azioni arbitrarie l’uomo non è degno di giudicare; libertà è l’essenza di Dio, che fu libero di scegliere il suo stesso essere, senza essere vincolato da alcuna legge di necessità; libertà è il cuore del reale, senza alcun fondamento metafisico, a cui si oppone semmai il nulla, non in senso nichilistico, ma come abisso assoluto che precede il primo atto libero di Dio, la sua autooriginazione (così come dire che Dio è il nostro nulla, cioè è totalmente altro dall’uomo, non implica alcuna caduta nichilistica); libera è la caduta dell’uomo, e tutta dell’uomo la responsabilità del peccato e del male reale; libero è il sacrificio di Cristo per assumere su di sé il peccato e la sofferenza dell’uomo e per redimerli; libero è ogni atto umano, nella scelta per l’essere o contro l’essere; libero è ogni evento, e cioè irruzione nella realtà, non prevista da alcuna possibilità e non schiava di alcuna necessità; la stessa situazione storica in cui l’uomo vive va pensata non tanto come prigione ed impedimento, quanto come occasione, spunto, suggerimento, appello alla libertà, punto di partenza e non di arrivo. La libertà è un dono che presuppone inevitabile responsabilità delle proprie azioni, costante scelta fra alternative, incombente rischio del fallimento. E la stessa rinuncia alla libertà, per fare la Volontà di Dio, è già una scelta, un atto di libertà. Se la libertà è il cuore del reale, allora la filosofia non può essere dimostrativa, non deve cercare leggi necessarie che spieghino alcun determinismo. Finché il pensiero è ancorato all’idea della necessità, e dell’essere come qualcosa di oggettivo a cui affibbiare le varie idee umane di perfezione, il male non può esistere: tutto è razionale, tutto è previsto, tutto è necessario alla storia, tutto è giustificato, tutto è com’è perché così deve essere, tutto è giusto e perfetto (principio massonico). Al più il male è semplice sofferenza, al più è privazione dell’essere. Ciò che avviene invece nell’ontologia della libertà: ogni atto è atto di libertà, è scelta, e la scelta può avvenire per l’essere, o contro l’essere. Ecco il male reale: non come semplice privazione dell’essere, ma come consapevole rivolta contro l’essere. Il male compare a livello di pura possibilità già nell’autooriginazione divina: scegliendo di esistere Dio sceglie il bene, e scarta il male (non esistere); Dio esclude per sempre la possibilità del male che gli si presenta; Dio vince per sempre il male. Ma questo male possibile è come un’ombra in Dio, nel senso che è una possibilità sopita pronta ad essere ridestata (Pareyson usa l’espressione efficace ma ambigua di “male in Dio”, rischiando di far credere in un Dio demonizzato). Sarà l’uomo, liberamente, a cogliere questa possibilità, a ribellarsi a Dio, a realizzare realmente il male, finora solo possibile. Tuttavia Pareyson pare ignorare la ribellione angelica prima di quella umana; pare ignorare che il serpente significhi che l’uomo non dà inizio al male, ma lo trova. Così, al di là della proiezione della nostra concupiscenza, il serpente raffigura la tradizione di un male più antico dell’uomo: il serpente è l’altro del male umano, un male decisamente più arcaico che potrebbe provenire da un altro dove dell’essere. E con la caduta dell’uomo fallisce la creazione, subentrano la storia e la morte, il male si insedia nel cuore della realtà. Il male si accumula sempre più, travolgendo il mondo, e l’umanità intera ne è responsabile, è solidale nel peccato. Ma il male può essere vinto. Da parte dell’uomo, l’unica opposizione al male è data dalla sofferenza : che non è solo punizione per il peccato commesso, ma diviene strumento di espiazione, al di là della logica retributiva per cui ogni uomo dovrebbe soffrire solo per le colpe individuali e determinate commesse da lui stesso. Invece nessuno è innocente, e ciascuno deve soffrire per lavare la colpa dell’umanità intera. Ma l’uomo da solo non potrebbe compensare il male commesso ed accumulato con la sofferenza patita; occorre che addirittura Dio si faccia carico del male destato dall’uomo, assuma su di sé il peccato, divenga sofferente, si faccia mortale e patisca sulla croce. La teodicea ha un duro avversario in quell’ateismo che arriva a negare Dio in forza dell’esistenza del male, un male reale, che sarebbe incompatibile con l’esistenza di Dio. Ma il fatto è che l’esistenza di Dio non è incompatibile con quella del male, anzi ne è imprescindibile: il male reale esiste in quanto rivolta contro Dio; e il Dio-libertà e non necessario, il Dio vivente, prevede la possibilità (scartata da lui, accolta dall’uomo) della trasgressione e quindi del male. Allora, combinando i termini “esistenza di Dio” ed “esistenza del male” nelle varie possibilità, otteniamo quattro tipiche correnti di pensiero: nel cristianesimo esiste Dio ed esiste il male; nella teodicea esiste Dio ma non esiste il male (reale); nel nichilismo classico esiste il male ma non esiste Dio (termini che come visto sopra sono in realtà inseparabili); infine, c’è la possibilità dell’inesistenza tanto di Dio quanto del male. Quest’ultima è la via del nichilismo consolatorio, dell’ateismo confortevole: non più tragicità, non più sofferenza, non più negatività. Resta da vedere quanto questa visione del mondo possa realmente essere compatibile con l’esperienza concreta dell’uomo. A meno di invocare l’illusorietà del dolore e infine della realtà stessa, come in molte religioni orientali; o di degradare il peccato a semplice senso di colpa, come nello psicologismo; o di sostituire la responsabilità con la necessità del fato, come nel paganesimo; o di dissolvere la tragicità in un disincantato naturalismo secondo cui la morte e il dolore sono eventi semplicemente naturali e necessari. Ricapitolando, 1) senza libertà non ci sarebbe il male; 2) la libertà può essere positiva (scelta per l’Essere, per Dio, per il Bene Assoluto), o negativa (scelta per il non essere, per il Male assoluto, vivere fuori di Dio e nella morte). Entrambi cominciano ad essere con l’atto della scelta. ; 3) all’origine la libertà negativa è possibilità di non essere, scartata da Dio. Dopo l’origine è l’uomo che sceglie il non essere quando che già esiste l’essere, e quindi c’è anche un aspetto distruttivo; in realtà l’uomo distrugge solo se stesso, autonegandosi; 4) non esiste la possibilità di un Dio cattivo: se Dio avesse scelto il Male, avrebbe scelto il non essere, e non esisterebbe. Invece il Bene scelto è il suo stesso essere; 5) l’uomo sceglie la libertà negativa, non per necessità, ma per suo libero volere; storicamente, è l’uomo ad aver scelto il male (peccato originale, caduta, nascita della storia); 6) la sua scelta istituisce: il male come realtà, da mera possibilità che era in Dio la sua scelta non è irrimediabile, però è progressiva: il male ingrandisce per atti negativi che si accumulano; 7) il male, il peccato non è tanto negare Dio, quanto volersi mettere al suo posto (Dio come rivale); è peccato di orgoglio e di invidia (questo è il peccato più diabolico, mentre c’è poi il peccato dell’uomo mediocre: mediocre sia nel bene, che non riesce ad essere bene, sia nel male, che non riesce ad esser male; alla mediocrità si contrappone la forza morale del santo e dell’uomo diabolico, ed è la forza della libertà piena; queste due figure finiscono per rasentarsi; è più facile la conversione del grande peccatore che nell’uomo mediocre); 8 diverso è il caso della sofferenza: è negatività che riesce a mutarsi in positività (v. lez. IV); 9) la storia è il male che emerge nella creazione, che si mostra con un falso doppio volto, due false alternative e conseguentemente una falsa libertà che lascia gli uomini nel Male, nel non essere, e cela la vera scelta tra Dio e il Mondo, tra Essere e non essere; 10) L’incarnazione di Dio ha come obiettivo aiutare l’uomo a passare dalla status di non essere a quello di essere, che sarà completato con l’Eskaton (fine del Mondo).

IL MALE secondo LUIGI PAREYSONultima modifica: 2019-02-23T20:15:20+01:00da mikeplato
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