LA PREGHIERA secondo ORIGENE

Orygenes

La preghiera

CAPITOLO I

Tutto è possibile a Dio

1. Esistono cose che alla natura razionale e mortale sono incomprensibili, a causa della loro grandezza e superiorità sull’uomo e dell’infinita trascendenza sulla nostra caduca condizione. Esse però diventano intellegibili per volontà di Dio in virtù della copiosa ed infinita grazia divina effusa sugli uomini per mezzo di Gesù Cristo – ministro di immensa grazia verso di noi – e dello Spirito cooperante. Essendo dunque impossibile alla natura umana il possesso della sapienza con cui tutto fu fatto («tutto» infatti, secondo Davide, «Dio fece nella sapienza»), da impossibile diventa possibile per mezzo del Signore Nostro Gesù Cristo «che è stato fatto da Dio sapienza per noi, e giustizia e santificazione e redenzione». «Qual uomo infatti conoscerà il consiglio di Dio? O chi potrà intendere quel che il Signore vuole? Poiché ragionamenti dei mortali sono timidi ed incerte le nostre opinioni. Infatti il corpo corruttibile grava sull’anima e la terrestre dimora deprime la mente che ha molti pensieri. E con difficoltà consideriamo le cose della terra; ma quelle del cielo, chi le scoprirà?». Chi non direbbe infatti che è impossibile all’uomo investigare le cose del cielo? Tuttavia ciò che è impossibile non lo è più per l’infinita grazia di Dio: colui che fu rapito al terzo cielo, probabilmente scoprì quel che v’era nei tre cieli, per aver udito «ineffabili parole che non è concesso a uomo udire». Chi poi potrebbe affermare che è possibile all’uomo conoscere la mente di Dio? Ma anche questa grazia Dio concede per mezzo di Cristo [lacuna] non è più la volontà del loro Signore, quando Egli insegna la volontà di Colui che vuol essere il Signore e si trasforma in amico per coloro di cui era già prima il Signore. Ma come anche nessun uomo «conosce le cose dell’uomo all’infuori dello spirito dell’uomo che è in lui, così le cose di Dio nessuno conosce se non lo Spirito di Dio». Ma se nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio, è impossibile all’uomo conoscere le cose di Dio. Ora considera come ciò sia possibile. «Noi però», dice Paolo, «abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo spirito che è da Dio affinché conosciamo le cose che ci sono state donate da Dio, anzi ne parliamo non in dotte parole di umana sapienza, ma come ammaestrati dallo Spirito».

CAPITOLO II

L’arduo compito di parlare della preghiera

1. Ora voi, Ambrogio piissimo e zelantissimo e tu, Taziana, anima così bella e così virile – per aver messo in non cale la tua natura di donna, alla maniera di quanto accadde in Sara, io ho motivo di rallegrarmi –, evidentemente non sapete perché mai, accingendomi ad un discorso sulla preghiera, abbia come premessa parlato delle cose che, impossibili per gli uomini, diventano possibili in forza della grazia di Dio. Sono persuaso che trattare della preghiera con acutezza e con riverenza in modo completo: come si deve chiedere una cosa nella preghiera e quali cose dire a Dio in essa e che momenti sono più opportuni per pregare, sia una di quelle cose, considerando la nostra debolezza, impossibili. [lacuna] colui che, per la grandezza delle rivelazioni, si guardava dall’essere stimato oltre ciò che si vedeva o sentiva di lui, confessava di non saper pregare come si deve. «Non sappiamo», dice, «chiedere con la preghiera nel modo dovuto ciò che dobbiamo chiedere». È necessario non soltanto pregare, ma pregare anche come si deve e chiedere quel che va chiesto. Comprendere infatti quel che si deve chiedere con la preghiera non sarebbe sufficiente, se non aggiungiamo come chiedere. D’altra parte che ci gioverebbe il modo di pregare, se non sapessimo con la preghiera che cosa chiedere?

Le cose da chiedere a Dio

2. Quel che si deve chiedere pregando, cioè le parole della preghiera, costituisce il primo di questi due punti; l’altro, il come pregare, è dato dalle disposizioni dell’orante. Ecco un esempio per ciò che si deve chiedere: «Chiedete le cose grandi e le piccole vi saranno aggiunte» e «Chiedete le cose celesti, anche le terrestri vi saranno aggiunte» e «Pregate per quelli che vi oltraggiano» e «Chiedete al padrone della messe, perché mandi operai alla messe» e ancora «Pregate per non cadere in tentazione» e «Pregate perché la vostra fuga non avvenga d’inverno né di sabato» e «pregando, poi, non dite molte parole» e contenuti simili. Per il modo di pregare: «voglio quindi che gli uomini preghino in ogni luogo levando pure mani senza rancori e dissensi. Analogamente anche le donne in veste adatta si ornino con modestia e sobrietà e non con trecce od oro o perle o vesti sontuose, ma secondo ciò che conviene a donne che fanno professione di pietà, per mezzo di opere buone». E sul modo di pregare, ci è di insegnamento anche questo: «se dunque offri il tuo dono all’altare e lì ti sei ricordato che tuo fratello ha qualcosa verso di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’, prima riconciliati con il tuo fratello ed allora, ritornato, offri il tuo dono». Poiché, qual dono può essere inviato a Dio dalla creatura razionale più grande di una fragrante parola di preghiera, offerta da chi sa di non avere quel fetore che emana dal peccato? Vi è poi, sul modo di pregare, questo passo: «non privatevi tra di voi, se non d’accordo per il tempo da attendere alla preghiera e di nuovo ritornate insieme, perché non goda di voi Satana a causa della vostra incontinenza». Si vede quindi che non si prega come si deve se l’opera degli ineffabili misteri del matrimonio non è compiuta con rispetto, raramente, senza passione; infatti l’accordo di cui si tratta qui sopprime il disordine delle passioni, spegne l’incontinenza impedendo a Satana di godere dei mali nostri. Oltre a questi, il passo che segue insegna il modo di pregare: «se state pregando, perdonate se avete qualche cosa contro qualcuno». E quest’altro, in Paolo, indica il modo di pregare: «Ogni uomo che preghi o profetizzi a capo coperto, deturpa il suo capo, ed ogni donna che preghi o profetizzi a capo scoperto, deturpa il suo capo».

Lo Spirito interviene

3. Ma pur conoscendo Paolo tutti questi esempi e molti in più potendo trarre dalla legge, dai profeti e da quanti ne contiene il Vangelo, è con atteggiamento non pur di modestia, ma di sincerità che, nel constatare, con multiforme esegesi d’ogni particolare, dopo tutto quanto resti da sapere, che cosa dire con la preghiera e come lo si deve dire, esclama: «Non conosciamo la maniera di chiedere quanto dobbiamo chiedere nella preghiera». E vi aggiunge, onde supplisca a quel che manca nel caso di chi non sa, ma si mostra degno di veder colmata la sua insufficienza: «Lo stesso Spirito chiede a Dio con gemiti ineffabili, e colui che scruta i cuori conosce il pensiero dello Spirito, perché chiede per i santi, secondo Dio». E lo Spirito che grida nel cuore dei beati «Abbà, o Padre», che conosce bene i gemiti di questa terrestre dimora bastanti a schiacciare coloro che sono caduti o hanno trasgredito, con lamenti ineffabili chiede a Dio, accogliendo i nostri gemiti, a motivo della sua grande compassione e solidarietà con l’uomo. E per sì fatta sapienza, vedendo «umiliata a terra l’anima nostra e rinchiusa nel corpo dell’umiliazione», chiede a Dio non con gemiti qualsiasi, ma con certi ineffabili gemiti contenenti «arcane parole che non è concesso all’uomo dire». Questo Spirito poi, non bastandogli di chiedere a Dio, prolungando la preghiera, sovrachiede per coloro – io credo – che sono più che vincitori, com’era Paolo quando diceva: «Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori». Ed è verosimile che intercede appena per quelli che non sono in grado di stravincere, non tali però da essere vinti e che tuttavia vincono.

La preghiera di Giovanni

4. Affine al versetto: «Non conosciamo la maniera di chiedere quanto dobbiamo chiedere nella preghiera, ma lo Spirito con lamenti ineffabili intercede presso Dio», è l’altro: «Pregherò anche con la mente, salmeggerò con lo spirito, salmeggerò anche con la mente». Non può infatti la nostra mente pregare, se prima di essa non preghi lo spirito, ed essa stia come in suo ascolto; come neppure può salmodiare con ritmo, in dolcezza, con misura e in concento lodare il Padre in Cristo, se «lo Spirito che tutto scruta, anche gli abissi di Dio», prima non lodi e inneggi a Colui del quale scrutò gli abissi e lo comprese secondo le sue forze. Io credo che qualcuno dei discepoli di Gesù, accortosi di quanto distasse l’umana debolezza dal modo con cui si deve pregare e soprattutto avendo avuto questa percezione quando udì le profonde e grandi parole pronunziate dal Salvatore nella preghiera al Padre, abbia detto al Signore quando cessò di pregare: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli». E tutto il passo si concatena così: «E accadde che essendo a pregare in un luogo, come cessò, gli disse uno dei suoi discepoli: “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli”». Ora, come può essere che un uomo, nutrito degli insegnamenti della legge e della lettura delle parole dei profeti e frequentatore delle sinagoghe, non sapesse affatto come pregare finché non vide in un luogo il Signore a pregare? Ma questo è assurdo a dirsi, poiché pregava certo secondo le consuetudini giudaiche; vedeva però di aver bisogno d’un maggior sapere in tema di preghiera. Che cosa allora insegnava Giovanni in fatto di preghiera ai discepoli che venivano da Gerusalemme e da tutta la Giudea e dai luoghi vicini per essere battezzati? A meno che, per essere più di un profeta, intuisse qualcosa sulla preghiera che probabilmente manifestava non a tutti quelli che si battezzavano, ma in segreto a coloro che desideravano, oltre il battesimo, diventare suoi discepoli.

La preghiera, opera dello Spirito

5. Simili preghiere veramente spirituali – poiché è lo Spirito a pregare nel cuore dei santi – e ripiene di ineffabile e mirabile dottrina sono ricordate dalla Scrittura. Per esempio, nel primo libro dei Re, c’è parte (poiché la Scrittura non la contiene tutta) della preghiera di Anna «quando moltiplicò le preghiere al cospetto del Signore, parlando nel suo cuore». Nei Salmi, il 16 s’intitola Preghiera di David e l’89 Preghiera di Mosè, l’uomo di Dio e il 101 Preghiera del povero quando sia afflitto e spanda la sua supplica al cospetto del Signore. Queste preghiere, poiché erano veramente fatte di Spirito e dallo Spirito proferite, sono piene anche dei precetti della sapienza divina, cosicché si potrebbe dire per le cose che sono in esse proclamate: «chi è saggio e le comprenderà? e chi intelligente e le saprà?».

Un argomento impegnativo

6. Poiché dunque tale è la nostra comprensione della preghiera che c’è bisogno del Padre che vi faccia luce e del suo Figlio primogenito che insegni e dello Spirito che aiuti a pensare e dire degnamente di un tanto argomento, dopo aver pregato come uomo – poiché non mi riconosco il diritto di definire la preghiera – supplico lo Spirito, prima di iniziare a parlare della preghiera, affinché io riceva una nozione quanto mai completa e spirituale, e chiare appaiano le preghiere racchiuse nel Vangelo. Bisogna dunque ormai dare inizio al discorso sulla preghiera.

CAPITOLO III

Il termine preghiera

1. Prima di tutto, il nome preghiera (euché) lo trovo, da quanto mi risulta, quando Giacobbe fuggendo l’ira del proprio fratello Esaù, si dirigeva nella Mesopotamia secondo i consigli di Isacco e Rebecca. Così ha il testo: «E fece una preghiera (euché) Giacobbe, dicendo – Se il Signore Dio sarà con me e mi custodirà in questa via che intraprendo e mi darà pane da mangiare e vestito da indossare e mi ricondurrà salvo alla casa del padre mio, il Signore sarà il mio Dio e questa pietra che alzai come monumento sarà per me casa di Dio e di tutte le cose che mi darai io ti offrirò la decima».

Preghiera come voto

2. Dove c’è anche da notare come il termine euché sia accolto spesso con un significato diverso da proseuché per indicare chi promette con «voto» di fare certe cose se otterrà da Dio certe altre. Ma il vocabolo è usato nella nostra comune accezione come lo troviamo nell’Esodo, dopo la piaga generale che è la seconda nella serie delle dieci: «Il Faraone chiamò Mosè ed Aronne e disse loro – Pregate il Signore, Egli tolga le rane da me e dal mio popolo ed io lascerò andare il popolo e sacrificherà al Signore». Se alcuno poi stenti a persuadersi che il Faraone usi la parola «pregate» dal momento che euché ha il significato ordinario (di preghiera) ed anche quello particolare (di voto), bisogna che legga ciò che segue. Il testo suona così: «Disse Mosè al Faraone – Stabiliscimi quando pregherò per te e per i tuoi servi ed il popolo tuo, che spariscano le rane da te e dal tuo popolo e dalle vostre case, e rimangano solo nel fiume».

Preghiera come tale

3. Osserviamo come nel caso delle zanzare, terza piaga, il Faraone non chiede che si faccia preghiera, né Mosè prega. Ma per le mosche, che furono la quarta, dice: «Pregate dunque per me il Signore». Dice Mosè: «quando sarò partito da te, pregherò Dio e le mosche domani se ne andranno dal Faraone e dai suoi servi e dal popolo suo». E poco dopo: «partì Mosè dal Faraone e pregò Dio». Ma di nuovo, alla quinta e sesta piaga, il Faraone non chiese di fare preghiera, né Mosè pregò. Alla settima: «Il Faraone avendo mandato a chiamare Mosè ed Aronne, disse loro – Ho peccato anche questa volta, il Signore è giusto, io e il mio popolo, invece, empi. Pregate dunque il Signore e cessino i tuoni di Dio e la grandine e il fuoco». E poco oltre: «Uscì Mosè dal Faraone fuori della città e stese le mani al Signore e i tuoni cessarono». Ora, perché non è detto «pregò» come sopra, ma «stese le mani al Signore» sarà spiegato in un momento più opportuno. E per l’ottava piaga, il Faraone dice: «E pregate il Signore Dio vostro, e allontani da me questa morte. Uscì Mosè dal Faraone e pregò Dio».

Esempi del significato di voto

4. Dicemmo che spesso il vocabolo euché non è, come nel passo relativo a Giacobbe, usato nella comune accezione. Ecco anche nel Levitico: «Parlò il Signore a Mosè dicendo – Parla ai figli di Israele e dirai loro: chi faccia voto (euchén) promettendo la sua anima al Signore, sarà stabilito il prezzo del maschio dai venti anni ai sessanta, e il suo prezzo sarà di cinquanta sicli d’argento secondo la misura del santuario». E nei Numeri: «E parlò il Signore a Mosè dicendo – Parla ai figli di Israele e dirai loro: Uomo o donna che abbiano solennemente fatto voto (euchén) di consacrare la loro santità al Signore, si asterranno dal vino e da bevanda inebriante», e quanto segue sul cosiddetto Nazireato. Quindi poco dopo: «E santificherà il suo capo in quel giorno in cui si è santificato al Signore, giorni del voto (euchés)». E di nuovo più sotto: «Questa è la legge di chi ha fatto il voto; e nel giorno in cui avrà compiuto i giorni del suo voto… ». E ancora poco oltre: «E dopo ciò colui che ha fatto il voto berrà il vino. Questa è la legge di chi ha fatto voto, il quale offra al Signore il suo dono secondo il voto fatto, oltre ciò che ha a disposizione, secondo la potenza del voto che abbia fatto secondo la legge della santificazione». E alla fine dei Numeri: «E parlò Mosè ai principi delle tribù dei figli di Israele, dicendo – Questa è la parola che ha stabilito il Signore: un uomo che abbia fatto voto al Signore, o giurato o preso una decisione per l’anima sua, non violerà la sua parola, ma tutto quanto è uscito dalla sua bocca lo farà. E una donna se avrà fatto voto al Signore e avrà preso una decisione nella casa del suo padre durante la sua giovinezza ed il padre ha sentito i suoi voti e le sue decisioni prese per l’anima sua ma non avrà detto nulla, rimarranno tutti i suoi voti come anche tutte le decisioni prese per l’anima sua». E successivamente prescrive altre cose in merito a tale donna. Secondo lo stesso significato è scritto nei Proverbi: «È una rovina per l’uomo fare sacrificio di qualche cosa propria, con temerità; dopo infatti di aver fatto voto accade di pentirsi». E nell’Ecclesiaste: «È bene non far voto piuttosto che far voto e non adempierlo». E negli Atti degli Apostoli: «Ci sono quattro uomini tra di noi che hanno un voto sopra di sé».

CAPITOLO IV

Il termine proseuché: invocazione

1. Non mi parve fuori luogo distinguere innanzitutto sulla base delle Scritture i due significati espressi dal termine euché. E lo stesso è anche di proseuché. Questo nome infatti oltre a trovarsi spesso con il comune, consueto significato di preghiera è usato anche nell’accezione di voto nel racconto di Anna. Nel I Libro dei Re: «Ed Eli sacerdote sedeva sulla sedia davanti alle porte del tempio del Signore ed ella aveva l’animo amareggiato; e invocò il Signore e piangeva con gemito e fece voto e disse – Signore degli eserciti, se ti rivolgerai a guardare la bassezza della tua serva e ti ricorderai di me e non ti dimenticherai della tua ancella e darai alla tua serva un figlio maschio, io lo darò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo».

2. Ora, qualcuno può verisimilmente dire, ponendo attenzione a quel «invocò il Signore e fece voto», che se ha fatto le due cose, cioè invocare il Signore e fare voto, forse «invocò» è posto nel significato comune per noi di preghiera; e «fece voto» nel significato con cui si trova nel Levitico e nei Numeri. Infatti l’espressione: «Lo darò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo» non è propriamente invocazione, ma voto, quale fece anche Jefte: «E fece voto Jefte al Signore e disse – Se mi darai i figli di Ammon in mano mia, chiunque sarà che uscirà dalle porte della mia casa e verrà incontro mentre ritorno in pace dai figli di Ammon, sarà per il Signore e lo offrirò in olocausto».

Invocazione, voto, preghiera

CAPITOLO V

Obiezioni sulla preghiera: è essa utile?

1. Se dunque dopo ciò è necessario, come avete comandato, esporre dapprima le opinioni di coloro i quali credono che nulla si ottiene dalle preghiere e perciò dicono che è superfluo pregare, non rifiuteremo di fare anche questo, per quanto possiamo, prendendo il nome euché nel significato più comune e più semplice [lacuna]. L’argomento invero è banale e non trova illustri rappresentanti, tanto che non si incontra affatto – tra quelli che ammettono la Provvidenza e pongono Dio al governo di tutte le cose – chi non accolga la preghiera. Tale dottrina è di coloro che sono completamente atei e negano l’esistenza di Dio, o di quelli che ammettono Dio solo di nome, ma non la sua Provvidenza. Tuttavia già la potenza dell’Avversario volendo mescolare le più empie credenze al nome di Cristo e alla dottrina del Figlio di Dio riesce a persuadere certuni che persino non si deve pregare. I sostenitori di questa tesi sono quelli che proprio non ammettono le cose sensibili, e non si servono né del battesimo, né dell’eucaristia, travisano le Scritture quasi che non esigessero un certo pregare, ma insegnassero una preghiera completamente diversa.

La prescienza di Dio renderebbe vana la preghiera

2. Queste che seguono potrebbero essere le motivazioni di coloro che respingono la preghiera, ma che pongono poi Dio al governo di tutte le cose e affermano l’esistenza della Provvidenza (per ora infatti, non mi propongo di esaminare le affermazioni di coloro che rifiutano del tutto Dio con la sua Provvidenza). Eccole: Dio conosce tutte le cose prima della loro nascita e nessuna è conosciuta da Lui per la prima volta quando appare, solo per il fatto di esistere, quasi che prima d’allora non fosse conosciuta. Che bisogno c’è dunque di indirizzare la preghiera a chi, prima ancora di pregarlo, sa ciò che a noi manca? «Sa infatti il Padre celeste di cosa abbiamo bisogno prima che noi lo preghiamo». È giusto poi che essendo il Padre il creatore di tutto, «che ama tutte le cose esistenti e nulla detesta di quel che fece», con un piano di salvezza dispensi quanto necessita a ciascuno, senza che preghi, a guisa di un padre che ha cura dei figlioletti e non attende la loro domanda. D’altronde, non sarebbero del tutto in grado di chiedere, oppure per la loro ignoranza vorrebbero spesso ottenere ciò che è in contrasto con quanto è loro utile e adatto. Noi uomini distiamo dalla mente di Dio più che non la fanciullezza dalla mente dei genitori.

La preghiera per il sole

3. È ragionevole pensare che Dio non solo preveda il futuro, ma anche lo prestabilisca, e nulla ai suoi occhi accada all’infuori di ciò che è stato preordinato. Poniamo che uno preghi perché il sole sorga: verrebbe creduto stolto, poiché chiede che accada per mezzo della sua preghiera ciò che sarebbe avvenuto anche senza pregare. Sarebbe ugualmente insensato l’uomo che credesse si avverasse per mezzo della sua preghiera ciò che assolutamente sarebbe accaduto anche se non avesse pregato. Un altro esempio: se supera ogni follia chi, per il fatto di un sole da solstizio estivo che lo molesta e lo scotta, crede che con la preghiera il sole si sposterà nelle costellazioni invernali, onde ne trarrà godimento dall’aria temperata; chiunque credesse di non soffrire per le circostanze che necessariamente accadono all’umanità, solo perché prega, sorpasserebbe ogni ragionevolezza.

Predestinati… a non essere ascoltati

4. Se poi «sono traviati i peccatori fin dal seno materno» e il giusto è segregato «fin dall’utero della madre e non essendo ancora nati, non avendo fatto né bene né male, affinché stesse fermo il proponimento di Dio secondo l’elezione, non per riguardo alle opere, ma a colui che chiamò, è detto – Il maggiore servirà al minore» Poiché se siamo peccatori fin dalla nascita, siamo traviati; se poi fummo eletti fin dal seno della nostra madre, ci toccherà la parte migliore, anche senza averla domandata. Quale preghiera infatti fece Giacobbe, se prima di nascere fu predetto che avrebbe imperato su Esaù, e il fratello gli avrebbe servito? E cosa fece di male Esaù per essere odiato prima della nascita? Per che scopo prega Mosè – come troviamo nel Salmo 89 – se Dio è il suo rifugio «prima che fossero fatti i monti e formata la terra e il mondo»?

E gli eletti non hanno bisogno di pregare

5. Ma anche di tutti quelli che si salveranno è scritto nella lettera agli Efesini che il Padre li elesse in Cristo «prima della formazione del mondo perché fossero santi ed immacolati al suo cospetto, in carità; avendoli predestinati all’adozione in figlioli per mezzo di Cristo, a gloria di Lui» pregasse mille volte, non sarebbe ascoltato. «Poiché quelli che Dio ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere l’immagine della gloria del suo Figlio; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha anche giustificati, e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati». Perché allora si turba Giosia o perché, pur pregando, si preoccupa se sarà ascoltato o no essendo stato chiamato profeta prima di molte generazioni? E non solo essendo rivelato per quanto avrebbe fatto, ma dal momento che fu preconizzato ad essere udito da molti? Giuda poi, a che scopo prega, cosicché anche la sua preghiera si cangia in peccato, essendo stato predetto fin dai tempi di Davide che avrebbe perso il suo ufficio, e sarebbe stato preso da un altro il suo posto? Ne scaturisce che, essendo Dio immutabile ed avendo previsto tutte le cose e poiché è fedele a quello che ha prestabilito, è assurdo pregare credendo di mutare la sua volontà in virtù della preghiera come fatta a chi non abbia già prestabilito, ma attende che gli giunga la singola preghiera: in tal caso non prima, ma solo in quel momento Dio fisserebbe ciò che gli è sembrato giusto.

Lo schema della trattazione

6. Inserisco a questo punto quelle parole che nella lettera a me indirizzata così suonano: primo, se Dio è conoscitore del futuro e bisogna che si avveri, vana è la preghiera; secondo, se tutto accade conforme al volere di Dio ed immutabili sono i suoi disegni, e nessuna delle cose che vuole si può mutare, è inutile pregare. Ora mi par utile, come primo assunto, esporre le seguenti considerazioni atte a rimuovere le difficoltà che sono una remora alla preghiera.

CAPITOLO VI

Moto estrinseco e moto intrinseco delle cose

1. Delle cose che si muovono, in alcune le cause del movimento risiedono fuori di loro (sono quelle inanimate e tenute insieme dall’essere disposte in un certo modo; e quelle che sono mosse per una causa fisica e spirituale, non sono mosse in virtù di quel che sono, ma soltanto per esser simili a quelle che hanno la ragion d’essere nella semplice loro costituzione; le pietre per esempio, tratte dalla cava, e il legno reciso nella radice, tenuti insieme dalla sola essenza loro, hanno il motore fuori di sé). Ma anche i corpi degli animali e le piante che si possono trasferire, quando vengono trasportati da qualcuno, non come piante o animali sono trasportati, ma come fossero pietre e legno privi della facoltà di crescere, e, quand’anche si muovessero, per il fatto di trovarsi tutti i corpi corruttibili in uno stato di precarietà, anche queste cose possederebbero di conseguenza quella specie di movimento che consiste nella corruzione. Vengono inoltre come seconde le cose mosse da un intrinseco principio o anima, e coloro che si servono con maggior proprietà di termini le chiamano anche mosse da sole. Il terzo è il movimento degli animali, che si chiama movimento spontaneo. Penso che il moto degli esseri dotati di ragione sia movimento libero. E se togliamo dall’animale quel moto spontaneo, non si può più pensare che resti un animale, ma sarà simile o alla pianta mossa dalla sola natura, o alla pietra scagliata mossa da una forza estrinseca. Ma se un essere segue il proprio movimento, poiché lo chiamammo movimento libero, è necessario che quest’essere sia razionale.

L’uomo si scopre meravigliosamente libero

2. Quelli dunque che negano in noi il libero arbitrio,necessariamente accolgono questa ben sciocca affermazione: primo, che noi non siamo esseri animati; secondo, poi, che non siamo neppure ragionevoli ma, come legati ad un agente esterno, noi stessi non ci muoviamo affatto: potremmo dire di fare per mezzo di quell’agente le cose che crediamo fare da soli. Faccia soprattutto uno attenzione alla propria esperienza e veda se non è un’affermazione irriverente quella per cui non sia lui stesso a volere, a mangiare, a camminare, ad acconsentire e accogliere qualsivoglia opinione, a respingerne altre come false! Come dunque è impossibile che l’uomo assenta a certe opinioni, anche se le rafforzi con mille ragioni e si serva di persuasivi discorsi, così è impossibile che uno sia disposto a pensare che in fatto di atti umani proprio nulla resti in suo potere. Chi infatti crede che niente si possa comprendere, o vive nel dubbio universale? Chi non rimprovera il servo avendone scoperto la figura del famiglio infedele? E v’è qualcuno che non redarguisce un figlio che non ha il dovuto rispetto per i genitori? O non biasima e riprende la donna adultera come una che commette un’azione turpe? Poiché è violenta la verità e procede fatalmente nonostante uno cerchi mille sofismi; essa ci spinge a lodare o a biasimare giacché si conserva libera e merita la lode o il biasimo da parte nostra.

La prescienza di Dio non toglie la libertà

3. Se dunque la nostra volontà è libera e possiede innumerevoli tendenze alla virtù o al vizio, a ciò che si addice o a ciò che è disdicevole, è necessario che insieme alle altre cose sia stata conosciuta da Dio prima che essa fosse fin dalla creazione e dalla fondazione del mondo, e quale doveva essere. In tutte le cose che Dio preordinò in accordo con ciò che vide di ciascuna nostra libera azione, Egli prestabilì, secondo quanto postulava ogni movimento delle cose stesse in nostro potere, quello che deve accadere in virtù della sua Provvidenza ed inoltre quello che accadrà secondo l’intreccio degli eventi. La prescienza di Dio non è che sia causa determinante delle cose future e di quelle che saranno compiute dal nostro arbitrio secondando il nostro impulso. Se infatti, poniamo, Dio non conoscesse le cose future, non per questo non potremmo fare una cosa e volerne un’altra; piuttosto segue che, dalla previsione di Dio, tutto ciò che è in nostro potere è ordinato per l’armonia dell’universo, in modo utile alla bellezza dell’insieme.

Dio mette in conto le preghiere dell’uomo

4. Se dunque Dio conosce ogni nostro libero atto,e in virtù di questa prescienza Egli dispone secondo la sua Provvidenza ciò che bene si adatta ai meriti di ognuno, e conosce precedentemente che cosa e con quale disposizione d’animo l’uomo di fede chieda pregando, ed ogni suo desiderio, è così che organizzerà tutte le cose in modo ordinato, sulla base della prescienza: questi che prega consapevole, per il fatto che mi prega, l’esaudirò; quegli, o perché non degno d’essere esaudito o perché mi ha pregato di quelle cose che né a lui giova ottenere, né a me conviene concedere, non sarà esaudito. Diciamo dunque che è proprio per la stessa preghiera che una persona sarà esaudita e l’altra no. E se alcuno si turba al pensiero che le cose siano determinate, essendo Dio infallibile conoscitore del futuro, bisogna a costui rispondere che Dio conosce di necessità l’uomo, ma che quell’uomo non vuole necessariamente né fatalmente il bene o il male, in modo da essergli precluso ogni mutamento in meglio. E ancora dice Dio: «Queste cose compirò per costui che mi pregherà, poiché è bene che l’esaudisca, se mi pregherà in sincerità e pregando non si distrarrà; mentre pregherà per poco, “darò quelle e quest’altre cose in misura più abbondante di quanto chiede o pensa” momento a cooperare alla sua salvezza e l’assista fin d’ora; a un altro io manderò per così dire un altro angelo di dignità più elevata, perché quest’uomo è destinato ad essere migliore del primo; da un terzo invece che, dopo essersi dato all’eccellente dottrina si sarà indebolito e ripiegato alquanto alle cose terrene, io allontanerò quell’ottimo soccorritore; staccatosi che sarà, come si meritava, trovandosi padrone di sé, ecco una potenza cattiva, colto il momento per tendere insidie al suo torpore, presentatasi, lo stimolerà a diversi peccati, poiché egli si è dimostrato pronto a peccare.

I disegni divini su Giosia, Giuda e Paolo

5. Così dunque potrà dire l’Ordinatore di tutte le cose: «Ecco Amos generare Giosia, che non imiterà i falli del padre, ma messosi in questa via che conduce alla virtù per opera di quelli che l’assisteranno, sarà retto e virtuoso, e abbatterà l’altare per cui Geroboamo peccò nell’innalzarlo. So pure che Giuda, mentre il Figlio mio abitava tra gli uomini, all’inizio sarà buono e virtuoso, ma in seguito devierà e cadrà nei peccati degli uomini; per questo sarà giusto che soffra di quelle tali punizioni». (Ciò previde forse per tutte le cose, ma per Giuda e gli altri misteri certamente, anche il Figlio di Dio, che ha visto, nella prospettiva del futuro, Giuda e i peccati da lui commessi; così da dire, con piena visione delle cose, prima che Giuda fosse nato, per bocca di Davide: «O Dio, non tacere la mia lode», ecc.). «Conoscendo dunque il futuro, e quale slancio avrebbe avuto al bene Paolo, disse leggendo nel mio disegno, prima che fondasse il mondo e mettesse mano all’opera della creazione: lo eleggerò e, dopo nato, lo affiderò a queste potenze ausiliatrici della salvezza degli uomini, segregandolo dal seno della madre; lasciando che all’inizio, in gioventù, con zelo (di persecuzione) misto all’ignoranza (del vero), con il pretesto di pietà perseguitasse coloro che credevano nel mio Cristo e custodisse le vesti dei lapidatori del mio servo e martire Stefano. Anche perché in seguito, deposta la giovanile baldanza, cogliendo il momento favorevole e mutatosi in meglio, non si gloriasse al mio cospetto, ma dicesse – Non sono degno d’essere chiamato apostolo, perché perseguitai la Chiesa di Dio, e presagendo la mia futura benevolenza verso di lui dopo i giovanili errori, falsati di pietà, dicesse – Ma per grazia di Dio sono quel che sono, e trattenuto dalla coscienza di quanto era stato commesso contro Cristo da lui quando era ancora giovane, non insuperbisse a motivo dell’abbondanza delle rivelazioni manifestategli per la mia benevolenza».

CAPITOLO VII

La libertà degli astri

In risposta all’obiezione circa la preghiera fatta perché il sole sorga, va detto questo: anche il sole ha una sua libera volontà lodando con la luna Dio. Dice infatti la Scrittura: «Lodatelo, sole e luna». Evidentemente anche la luna e in conseguenza tutte le stelle sono dotate di libero arbitrio: «Lodatelo, tutte voi stelle, e tu luce». Dunque – lo abbiamo detto – Dio si serve della libera volontà di ciascun essere della terra e lo ha convenientemente ordinato ad una qualche utilità di chi è sulla terra; si deve supporre quindi che per mezzo della volontà del sole, della luna e degli astri, con necessità sicurezza stabilità sapienza, abbia ordinato in armonia con tutto l’universo il cammino e il movimento delle stelle. E se la mia preghiera non è senza effetto quando è per le cose dipendenti dalla volontà altrui, tanto più è efficace allorché viene indirizzata per quello che dipende dalla libera volontà delle stelle in armoniosa danza per tutto l’universo. Se delle cose terrestri si può dire che certe immagini generate dagli oggetti circostanti provocano la nostra debolezza o la nostra inclinazione al male, così da farci compiere o dire questo o quello; delle cose celesti, invece, quale impressione può mai far deviare ed aberrare dal corso così benefico per l’universo ciascuno di questi astri? Essi hanno un’anima dotata di ragione, inaccessibili all’influenza di queste immagini e costituita di un corpo etereo e purissimo.

CAPITOLO VIII

Condizioni irrinunciabili per una preghiera efficace

1. Non ritengo fuori luogo servirmi di un esempio un po’ particolare per esortare a pregare ed evitare che si tralasci la preghiera. Come non è possibile generare figli senza la donna e senza i mezzi procreativi, così uno non potrebbe ottenere certe cose se non pregando in un dato modo, con una conseguente disposizione di spirito, ed una particolare fede, se non ha tenuto una certa condotta anteriormente alla preghiera. Non si devono pertanto fare vane ciance, né chiedere le piccole cose, né bisogna pregare per quelle terrene o accostarsi all’orazione con pensieri agitati dall’ira. Ora, senza purità, non si riesce a comprendere come si possa attendere alla preghiera; colui che prega non può ottenere la remissione dei peccati se nel suo cuore non abbia perdonato al fratello che ha mancato e che chiede di ricevere il perdono.

Mettersi alla presenza di Dio

2. Inoltre credo che per molte vie riceva il frutto del suo pregare colui che prega nel modo dovuto o vi si applica con ogni sforzo. Innanzitutto grande aiuto ottiene chi, tutto intento in se stesso alla preghiera, si mette davanti a Dio in quello stato che conserverà nel pregare e si atteggia nel parlare a Lui come se Egli vedesse e fosse presente. Infatti, come certe immagini e ricordi degli oggetti che li hanno provocati turbano i pensieri di coloro il cui spirito è ingombrato da essi, allo stesso modo si deve credere che sia utile il ricordo di Dio presente, il quale scruta i moti reconditi dell’animo: costui deve disporsi a piacere come se fosse presente Dio e vedesse e prevenisse ogni pensiero, Lui che esamina i cuori ed esplora i reni. Che, poniamo, se poi nessun altro vantaggio ancora oltre a questo toccasse a chi abbia così disposto il suo animo alla preghiera, non si deve pensare che non sia toccato già un frutto a chi si è così devotamente atteggiato al momento di pregare. Coloro che si sono dedicati senza interruzione alla preghiera sanno per esperienza – se è stato fatto sovente – quante volte accada di esser tenuti lontani dai peccati e spinti alle buone azioni. Perché se la memoria e il ricordo di un uomo riputato e pieno di saggezza ci muovono alla sua imitazione e spesso frenano i bassi impulsi, quanto più il ricordo di Dio Padre di tutti, unito alla preghiera, giova a coloro che si sono persuasi di essersi posti alla sua presenza e di parlare a Lui che è in ascolto.

CAPITOLO IX

L’invito dell’apostolo Paolo

1. Bisogna fondare su prove scritturali quanto è stato detto, nel modo seguente: colui che prega deve elevare mani che avrà pure se perdona a tutti quelli che gli avranno recato offesa, se fa scomparire il sentimento d’ira dall’animo, né è in collera con alcuno. Parimenti, affinché la mente non sia inquinata da altri pensieri, occorre dimenticare, nel tempo in cui si prega, tutto quanto è estraneo alla preghiera (un simile stato è certamente il più felice), come insegna Paolo nella prima a Timoteo, dicendo: «Voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, levando pure mani senz’ira e senza dispute». Inoltre, la donna deve avere, massime quando prega, un ordine e un decoro in animo e in corpo; deve pensare, più che tutto, con la preghiera a venerare Dio, e cacciare dal dominio dell’anima ogni impuro e frivolo pensiero: adorna non di trecce o d’oro o di perle o di vesti sontuose, ma degli ornamenti che si confanno a una donna nunzia di pietà. Mi meraviglio se uno dubitasse di dir già beata in virtù della sola disposizione d’animo colei che tale si sarà messa a pregare. Insegnò infatti Paolo nella stessa lettera, dicendo: «Similmente le donne, in abito convenevole, con verecondia e modestia si adornino non di trecce e d’oro o di perle o di veste sontuosa ma come si conviene a donne che manifestino devozione per mezzo di opere buone».

La preghiera ci solleva dalla realtà materiale

2. Anche il profeta Davide dice che l’uomo santo, quando prega, deve avere molte altre disposizioni; ed è opportuno aggiungerle qui, perché appaia chiaramente – anche considerato in se stesso – il grandissimo vantaggio dello stato di preparazione alla preghiera da parte di chi si è dedicato a Dio. Dice dunque il Salmista: «A te che abiti nel cielo levai i miei occhi» e «Levai la mia anima a te, o Dio». Essendo infatti sollevati gli occhi della mente dall’indugiare sulle cose terrene e dal saziarsi delle immagini provenienti dagli oggetti alquanto materiali, ed essendo così in alto da distogliere lo sguardo dalle cose mortali e rivolgerlo alla pura contemplazione di Dio e parlare devotamente e convenientemente a Lui che ascolta, come non ottennero già il massimo vantaggio simili occhi che «mirarono la gloria del Signore a viso scoperto e sono trasformati nella stessa immagine, di gloria in gloria»? Giacché allora partecipano di un certo intellettuale effluvio divino, come è chiaro dal versetto: «È impressa su noi la luce del tuo volto, Signore». L’anima poi, sollevata e seguendo lo Spirito, separandosi dal corpo – né solo seguendo lo Spirito, ma essendo in Esso (come appare dalle parole: «A Te levai l’anima mia» ) – come può non diventare spirituale, deponendo essa ormai la natura propria?

Perdonare, poi pregare

3. Se il perdono è una cosa eccelsa da esserne racchiusa tutta la legge, secondo il profeta Geremia che dice: «Non questi comandamenti ho dato ai padri nostri quando uscirono dall’Egitto, ma questo ho comandato: ciascuno non serbi rancore in cuor suo al prossimo»; mettendoci invero a pregare senza rancore noi osserviamo il comandamento del Salvatore che dice: «Quando state pregando, perdonate se avete qualcosa contro qualcuno». È proprio chiaro che se preghiamo con queste disposizioni abbiamo già ottenuto il massimo vantaggio.

CAPITOLO X

Pregare senza rancore verso Dio

1. Se, per ipotesi, come è stato detto, non tien dietro alcun beneficio dalla nostra preghiera, già l’aver compreso come bisogna pregare e riuscirci è il più bel vantaggio. È evidente che colui che così prega non avrà ancora finito di pregare e starà contemplando la potenza di Colui che l’ascolta, quando sentirà: «Ecco, Io sono presente», purché abbia deposto prima di pregare tutto il suo malcontento verso la Provvidenza. Ne è prova la parola della Scrittura: «Purché tu tolga di mezzo a te la catena e cessi di stendere il dito e dire parola di mormorazione». Chi è contento di tutto quello che gli capita è libero da ogni legame e non punta il dito contro Dio che dispone ciò che vuole per la nostra prova. Non mormora neppure nel segreto dei suoi pensieri né con voce che gli uomini possono udire; questo modo di lamentarsi – proprio dei servi cattivi che non biasimano apertamente gli ordini dei padroni – hanno coloro che non osano dire proprio male a voce spiegata e a cuore aperto della Provvidenza per quel che accade; sembra che vogliano nascondere, al Signore di tutto, ciò per cui sono infastiditi. Tale mi pare il significato del versetto di Giobbe: «In tutte queste cose che accaddero, in nulla peccò Giobbe con le labbra davanti a Dio», e sulla tentazione che precedette è scritto: «In tutte queste cose che accaddero in nulla peccò Giobbe davanti a Dio». Ma l’ammonimento rivolto contro la mormorazione è nel Deuteronomio: «Bada che un’occulta parola non diventi nel tuo cuore iniquità, dicendo: si avvicina l’anno settimo», e quel che segue.

Il Verbo di Dio si unisce alle preghiere

2. Colui che così prega, dopo aver ottenuto questi vantaggi, diventa più disposto ad immedesimarsi con lo spirito del Signore che ha riempito tutta la terra e il cielo e per mezzo del profeta parla così: «Forse che Io non riempio il cielo e la terra, come dice il Signore?». Inoltre, in virtù di quella purezza di cuore cui abbiamo accennato, si unirà anche alla preghiera del Verbo di Dio che sta in mezzo persino di coloro che non lo conoscono, che non abbandona la preghiera di nessuno, che prega il Padre insieme a colui del quale è mediatore; poiché il Figlio di Dio è sommo sacerdote delle nostre suppliche e nostro difensore presso il Padre, unendosi a pregare per quelli che pregano e a invocare per quelli che domandano. Ma non pregherà – come si prega per gli amici – in favore di coloro che non sono assidui nella preghiera fatta in suo nome; non difenderà presso Dio facendo propria la causa di quelli che non gli obbediscono quando insegna che bisogna sempre pregare senza stancarsi. Sta scritto: «Narrava infatti una parabola sul dovere di pregare sempre e di non stancarsi. Vi era un giudice in una città…», ecc. E nei versetti precedenti: «E disse loro – Chi di voi avrà un amico e andrà da lui a mezzanotte, dicendogli: Amico, prestami tre pani, perché m’è giunto di viaggio in casa un mio amico e non ho niente da mettergli dinanzi», e poco dopo: «Vi dico che anche se non s’alzasse a darli perché è suo amico, levatosi almeno per la sua importunità, gliene darà quanti ne ha bisogno». Ma quanti di coloro che credono alle parole di verità di Gesù non si volgeranno prontamente a pregare, dal momento che Egli dice: «Chiedete e vi sarà dato, poiché chiunque chiede riceve»? Poiché il Padre buono dà a coloro che hanno ricevuto dal Padre lo Spirito di adozione di pane vivo – se noi lo chiediamo –, non quella pietra che l’Avversario vuole diventi cibo a Gesù e ai suoi discepoli: «E dà il Padre a quelli che lo chiedono quel che è buono, facendo cadere la pioggia a favore di coloro che lo pregano».

CAPITOLO XI

Gli angeli pregano con noi

1. Ma non solo il Sommo Sacerdote prega con coloro che sinceramente pregano, ma anche «gli angeli del cielo che godono più per un peccatore che si pente che per novantanove giusti che di pentimento non hanno bisogno», e le anime dei santi che già riposano. Ciò è manifesto dall’offerta di Dio di un sacrificio conveniente da parte di Raffaele per Tobia e Sara – infatti dopo la preghiera di entrambi «fu ascoltata», dice la Scrittura, «la preghiera dei due nel cospetto della gloria del grande Raffaele e fu mandato a guarire entrambi». Lo stesso Raffaele, dispiegando allora la sua angelica missione in conformità di un comando di Dio, verso entrambi, dice: «Ed allora quando tu e tua nuora Sara pregasti, io presentai il ricordo della vostra preghiera al cospetto del Santo», e poco oltre: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che presentano le preghiere dei santi e s’introducono al cospetto della gloria del Santo». Secondo la parola di Raffaele, dunque, «buona cosa è la preghiera con il digiuno, l’elemosina e la giustizia». Conferma l’intercessione dei santi, anche Geremia: «apparendo segnalato per età e gloria così da avere attorno a sé una maestà sì meravigliosa e splendida, e stendendo la destra e dando a Giuda una spada d’oro». Un altro santo morto prima testimonia di lui così: «Questi è Geremia profeta di Dio, colui che prega molto per il popolo e per la città santa».

La preghiera nel Corpo mistico

2. Poiché i santi avranno svelato «a faccia a faccia» la conoscenza che in questa vita è «solo come in uno specchio e per enigma», sarebbe incongruente non applicare per le altre virtù questa analogia, quando proprio colà raggiungono la perfezione le cose che quaggiù sono soltanto cominciate. La principale virtù secondo la parola di Dio è l’amore verso il prossimo; bisogna ammettere che i santi già morti la esercitano più che mai verso quelli che lottano ancora nella vita, molto più di quanto lo possono fare coloro che, essendo sottomessi alla debolezza umana, aiutano ancora nella lotta i fratelli più deboli; poiché il testo: «se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui e se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui»non si applica solo a quelli che amano i fratelli quaggiù. Ma si applica opportunamente anche all’amore di quelli che sono al di là della vita presente la parola di san Paolo: «L’ansietà per tutte le chiese. Chi è debole che io non sia debole? Chi è scandalizzato che io non arda?». Cristo stesso ha dichiarato di essere ammalato in ciascuno dei santi che sono ammalati, che è in carcere, che è nudo, straniero, che soffre la fame e la sete. Chi ignora, di coloro che hanno letto il Vangelo, che il Cristo, riferendo a Se stesso le sofferenze dei suoi credenti, soffre quel che soffrono questi?

La diaconia degli angeli

3. Se «gli angeli di Dio, avvicinatisi a Gesù, lo servivano», non bisogna pensare che questo ministero fosse per il breve tempo della sua dimora con il corpo tra gli uomini e quando si trovava ancora in mezzo ai credenti non come colui che è a tavola, ma che serve. Quanti angeli, senza dubbio, servono Gesù che vuole raccogliere a uno a uno i figli di Israele e radunare quelli che sono dispersi e salvare quelli che lo temono e lo invocano; ancor più degli Apostoli collaborano ad allargare e ad accrescere la Chiesa, cosicché Giovanni dice nell’Apocalisse che vi sono degli angeli preposti al governo della Chiesa. Infatti non per nulla gli angeli di Dio salgono e scendono sopra il Figlio dell’uomo, visibili agli occhi illuminati dalla luce della conoscenza.

È la Provvidenza a far incontrare chi prega con chi esaudisce

4. Essi dunque, nel tempo della preghiera, richiamati da colui che prega per le sue necessità, adempiono quanto è in loro potere, consapevoli della missione universale che hanno ricevuto. Serviamoci di un’immagine particolare per illustrare il nostro pensiero. Facciamo il caso di un medico che si preoccupa di esser giusto, presso un malato che ha chiesto di esser guarito; il medico possiede i mezzi per curare il male per cui l’infermo prega. È evidente che egli sarà stato mosso a curare chi lo pregava, giustamente supponendo che proprio questo era il disegno di Dio che ascoltò la preghiera di chi invocava la liberazione dal male. O ecco il caso di un uomo che possiede in abbondanza i beni della vita, generoso, ascolta la preghiera del povero che rivolge a Dio la domanda per quanto ha bisogno. Certamente, anche costui esaudirà la preghiera del povero, facendosi ministro della volontà del Padre che avvicina, nel tempo della preghiera, colui che può dare e colui che prega; non potendo, per l’essenza della sua bontà, dimenticare il bisognoso.

L’aiuto dell’angelo custode

5. Si deve credere, pertanto, che questi fatti, quando accadono, non dipendano soltanto dal caso, ma Colui «che ha contato tutti i capelli del capo» dei santi, nel momento della preghiera, ha avvicinato quasi sincronicamente chi può porgere aiuto con il dare ascolto a chi ha bisogno della sua benevolenza e chi devotamente prega. Bisogna anche pensare che talora si trovino presenti, a chi prega, gli angeli che vedono e cooperano con Dio per ottenere quanto l’orante ha chiesto. Ma anche l’angelo di ciascuno e di quelli che sono piccoli nella Chiesa, che sempre vede la faccia del Padre celeste e contempla la divinità del nostro Creatore, prega e coopera con noi, per quanto può in merito alle nostre suppliche.

CAPITOLO XII

La preghiera, dardo contro Satana

1. Oltre a ciò io credo che le parole della preghiera dei santi, essendo ripiene di potenza soprattutto quando, pregando, pregano in spirito e in intelletto; con una potenza divina, qual luce che sorge dalla mente dell’orante e procede dalla sua bocca, soffochino il veleno spirituale infuso dalle potenze avverse nella parte-guida dell’anima di quelli che trascurano di pregare e non osservano il comando: «pregate senza tregua» detto da Paolo secondo le esortazioni di Gesù. La preghiera infatti, come un dardo aguzzato dalla conoscenza, dalla ragione e dalla fede, scaturisce dall’anima dell’uomo santo che prega, ferendo a morte e a rovina gli spiriti nemici di Dio i quali vogliono avvolgerci nelle catene del peccato.

Come pregare incessantemente

2. Colui che alle obbligatorie opere unisce la preghiera e alla preghiera le convenienti azioni, incessantemente prega, poiché le opere di virtù o i comandamenti osservati sono in parte preghiera; poiché soltanto così possiamo accogliere il «pregate senza tregua» come un comando traducibile in pratica, se chiameremo tutta la vita del santo un’unica, continua, grande orazione. Parte di siffatta preghiera è quella comunemente intesa e che si deve fare non meno di tre volte tutti i giorni; ad essa allude chiaramente Daniele che pregava tre volte al giorno quando era sotto la minaccia di un pericolo tanto grande. E Pietro poi «salendo sul terrazzo della casa, verso l’ora sesta, per pregare, quando vide discendere dal cielo un recipiente calato per le quattro estremità», allora recita la seconda delle tre preghiere, che prima di lui riporta già Davide: «Al mattino ascolterai la mia voce, al mattino mi metto dinanzi a te e guardo». Anche l’ultima è indicata con queste parole: «L’alzarsi delle mie mani sia il sacrificio della sera». Ma non termineremo il tempo della notte senza questa preghiera, secondo le parole di Davide: «A mezzanotte mi alzo a lodarti per i tuoi giusti giudizi»; e Paolo, come dice negli Atti degli Apostoli, «a metà della notte, quand’era a Filippi, pregava e lodava Dio insieme a Sila, cosicché li sentivano anche i carcerati».

CAPITOLO XIII

L’esempio del Signore

1. Ora, se Gesù prega e non invano, ottenendo per mezzo della preghiera ciò che chiede – senza pregare forse non l’otterrebbe –, chi di noi trascurerebbe la preghiera? Marco infatti dice che «la mattina, essendo ancora molto buio, levatosi, uscì e se ne andò in un luogo deserto e quivi pregava». E Luca: «e avvenne che essendo egli in orazione in un certo luogo, come ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse», e altrove: «e passò la notte in orazione a Dio». Giovanni poi descrive la sua preghiera, dicendo: «queste cose disse Gesù; poi, levati gli occhi al cielo, disse – Padre, è giunta l’ora, glorifica il tuo Figlio affinché anche il tuo Figlio glorifichi te»; ancora ivi: «sapevo, invero, che sempre mi ascolti». Queste parole del Signore mostrano che chi sempre prega sempre viene esaudito.

Modelli biblici di preghiera

2. Ma che bisogno c’è di enumerare coloro che, pregando come si conviene, ottennero da Dio le più grandi grazie, potendo ciascuno scegliersi parecchi esempi dalle Scritture? Anna ottenne la nascita di Samuele che fu annoverato insieme a Mosè; siccome non aveva figli, credette e pregò il Signore; Ezechia, senza figli, e saputo da Isaia che sarebbe morto, pregò e fu compreso nella genealogia del Salvatore. Il popolo stava ormai per soccombere sotto un unico editto, frutto delle insidie di Aman: ma essendo stata ascoltata la preghiera e il digiuno di Mardocheo ed Ester, oltre alla festa di Mosè, procurarono al popolo «un giorno di letizia di Mardocheo». E anche Giuditta, avendo rivolto una santa preghiera, con l’aiuto di Dio vinse Oloferne, e una sola donna ebrea segnò con un marchio d’infamia la casa di Nabucodonosor. Anania e Azaria e Misaele, essendo stati esauditi, furono fatti degni di ricevere «il vento spirante rugiada» che impedì l’azione del fuoco. Le preghiere di Daniele fecero tacere i leoni nella fossa di Babilonia; e Giona, non disperando che sarebbe stato ascoltato dal ventre del pesce che l’aveva inghiottito, portò a termine, una volta uscito dal ventre del pesce, il resto della sua missione profetica a Ninive.

Vittorie spirituali ottenute con la preghiera

3. Anche ciascuno di noi, ricordando con gratitudine i benefici ricevuti, se volesse lodarne Dio, quanti ne avrebbe da enumerare! Quelle anime, infatti, che sono state tanto senza prole, accortesi della sterilità nelle più intime fibre dello spirito e della infecondità della mente, rese come gravide dallo Spirito Santo, in virtù di una costante preghiera, hanno generato parole salvifiche piene dei precetti di verità. D’altronde, quanti nemici non furono abbattuti, pur combattendoci con immenso numero di forze ostili e volendo staccarci dalla fede in Dio! Avendo confidato «questi nei carri, quelli invece nei cavalli, ma noi nel nome del Signore», pregando vediamo che «veramente il cavallo è fallace per salvare». Colui che ha confidato nella lode a Dio – infatti Giuditta vuol dire lode – vince spesso il capo dei nemici simboleggiato nella parola ingannevole e suasiva che getta il terrore perfino tra quelli che si credeva avessero fede. Quanti ancora, caduti in tentazioni spesso difficili a superarsi e più brucianti di qualsiasi fiamma, non riportarono sofferenza alcuna, bensì passarono completamente illesi non ricevendo neppure l’eventuale danno dell’odore del fuoco nemico. Si devono portare ulteriori esempi? Non abbiamo fatto con la preghiera tacere sovente delle fiere scatenate, altrettanti spiriti maligni e uomini cattivi, che non poterono conficcare i loro denti nelle membra divenute di Cristo? Spesso infatti per ciascuno dei santi «il Signore spezzò le mascelle dei leoni e si strussero come acqua che scorre via». Conosciamo, per la verità, di quelli che frequentemente trasgredirono i comandamenti di Dio, che in bocca alla morte infuriante fin dall’inizio contro di loro si salvarono con la penitenza da simile perdizione e non dubitarono di poter venire salvati quando già la morte li aveva in potere nel suo ventre: «E li aveva divorati la morte, nella sua forza, ma Dio di nuovo asciugò tutte le lacrime da ogni volto».

Significato allegorico delle grazie materiali

4. Quanto ho detto lo ritengo molto necessario dopo l’enumerazione di quelli che con la preghiera ricevettero un aiuto; cercando di distogliere quanti desiderano la vita spirituale che è in Cristo dal pregare per le piccole cose della terra, e di volgere quelli che mi leggeranno ai beni eccelsi di cui erano esempi i casi esposti. Giacché ogni preghiera, per ottenere quelle grazie spirituali e mistiche, è sempre fatta da colui che milita «non secondo la carne, ma mortifica gli atti della carne secondo lo spirito», poiché quelle cose, che se scrutiamo attentamente ci sono presentate per via dell’interpretazione mistica, sono preferibili ad ogni beneficio che sembra toccare a quelli che pregano secondo il senso letterale. Dobbiamo infatti aver cura che la nostra anima non diventi sterile ed infeconda, se ascoltiamo la legge spirituale con orecchie spirituali, per cessare di essere sterili ed infecondi e per venire esauditi al pari di Anna ed Ezechia; e affinché siamo liberati come Mardocheo, Ester e Giuditta dalla malvagità dei nemici spirituali che ci tendono insidie. E poiché l’Egitto è una fornace di ferro, simbolo di ogni luogo terrestre, chiunque sia sfuggito alla malizia della vita umana e non sia stato bruciato dal peccato, né abbia il cuore come un fornello infuocato, non renda minori grazie di coloro che nel fuoco provarono la rugiada! Ma anche colui che nell’aver pregato e detto: «Non abbandonare alle fiere l’anima che ti dà lode» fu esaudito e nulla soffrì da parte del serpente e del basilisco per avere, in virtù dello stesso Cristo, «camminato su essi e calpestato il leone e il drago», e valendosi del bel potere datogli da Gesù «di calcare serpenti e scorpioni e tutta la potenza del nemico» non ricevette nessuna offesa da parte di questi; costui, dico, renda grazie maggiori di Daniele perché è stato liberato da belve più terribili e nocive. Inoltre, chi sa di quale pesce è immagine quello che inghiottì Giona e ha capito che è di quello menzionato da Giobbe: «La notte maledica chi maledice quel giorno, chi sa domare il grande pesce», se mai si trovi a causa d’un fallo nel ventre del pesce, pentendosi preghi: di là uscirà; ed uscitone, perseverando nell’ubbidienza ai comandi di Dio, potrà far la profezia ai maledetti di Ninive con la benevolenza dello Spirito, ed essere a loro esca di salvezza: non disdegnerà la bontà di Dio, né domanderà che Dio perseveri nella sua severità con quelli che sono pentiti.

Gli effetti spirituali della preghiera sono i più sicuri

5. E il vantaggio più grande che poté ottenere Samuele con la preghiera, spiritualmente lo può ancor ora conseguire ognuno di coloro che sono realmente uniti a Dio, essendo divenuti degni di essere esauditi. Sta scritto infatti: «Ma adesso, fermatevi ancora e vedete questo grande prodigio che il Signore compie davanti ai vostri occhi. Non è forse oggi la mietitura del grano? Invocherò il Signore e manderà tuoni e pioggia». E poco oltre: «E invocò – è scritto – Samuele il Signore e il Signore mandò tuoni e pioggia in quel giorno». Ad ogni santo, infatti, e al vero discepolo di Gesù, il Signore dice: «Levate gli occhi vostri e mirate le campagne come già son bianche da mietere. Il mietitore riceve premio e raccoglie tutto per la vita eterna». In questo tempo della mietitura grande miracolo compie il Signore agli occhi di quelli che ascoltano i profeti; poiché se colui che è adorno dello Spirito Santo invoca il Signore, Dio dà dal cielo tuoni e pioggia irrorante l’anima, affinché chi prima era nel peccato tema molto il Signore e il ministro della benevolenza di Dio, chiaramente degno di rispetto e di venerazione in virtù della sua intercessione. Ed Elia dischiuse in seguito con la parola di Dio il cielo chiuso agli empi per tre anni e sei mesi; simile effetto ottiene sempre ciascuno di quelli che accolgono con la preghiera la pioggia dell’anima di cui, a causa del peccato, erano innanzi privi.

CAPITOLO XIV

Il contenuto della preghiera

1. Dopo questa rassegna dei vantaggi che i santi conseguirono per mezzo della preghiera, esaminiamo le parole: «Chiedete le cose grandi, le piccole vi saranno aggiunte; chiedete le celesti e vi saranno aggiunte anche quelle della terra». Tutto ciò che è simbolo ed immagine, a paragone dell’autentico e dello spirituale, è cosa piccola e terrena. Quando la parola di Dio ci invita ad imitare le preghiere dei santi affinché otteniamo realmente ciò che essi ottennero solo in figura, intende dire che i beni terrestri e piccoli non sono che l’indicazione di quelli celesti e grandi. Quasi dicesse: Voi che volete essere spirituali, chiedete colle preghiere le cose celesti e grandi, affinché, essendo stati esauditi, riceviate come esseri celesti in eredità il regno dei cieli: e, da grandi che siete, godiate dei beni più grandi. Le cose terrene e piccole, di cui abbisognate per le corporali necessità, largisca a voi il Padre nella misura del vostro bisogno.

Le quattro forme di preghiera

2. E poiché nella prima lettera di san Paolo a Timoteo quattro nomi indicano quattro cose attinenti all’argomento della preghiera, sarà utile, messoci di fronte il testo, veder di poter interpretare esattamente ciascuno dei quattro significati. Ecco le parole: «Io esorto dunque, prima di tutto, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini» ecc. Ritengo pertanto che la supplica (déesis) sia la preghiera del bisognoso, supplichevolmente innalzata per ottenere qualcosa; la preghiera poi (proseuché), quella di chi domanda cose più grandi, fatta con intenzione più elevata e per dar gloria; invece l’intercessione (énteuxis) è la domanda a Dio di qualche cosa, da parte di chi ha una certa maggior confidenza; il ringraziamento (eucharistía) infine è la testimonianza unita alla preghiera per aver ottenuto i beni da Dio che accetta in cambio il riconoscimento della grandezza – o almeno ciò che sembra tale agli occhi del beneficato – della grazia concessa.

Esempi biblici di déesis

3. Come esempio di supplica citiamo le parole che Gabriele rivolse a Zaccaria quando questi pregava per la nascita di Giovanni: «Non temere Zaccaria, perché la tua preghiera è stata esaudita; e tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio al quale porrai nome Giovanni»; e le parole dell’Esodo, dopo che fu innalzato il vitello d’oro: «E supplicò Mosè al cospetto del Signore Iddio e disse – Perché t’accendi d’ira, o Signore, verso il tuo popolo che tu hai tratto dalla terra d’Egitto, con grande potenza?»; e nel Deuteronomio: «E pregai davanti al Signore per la seconda volta, come prima, per quaranta giorni e quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa di tutti i vostri peccati che avevate commesso»

Esempi biblici di proseuché

4. Del secondo genere di preghiera abbiamo esempi in Daniele: «E Azaria stando in piedi pregò in questo modo e aprendo la sua bocca in mezzo al fuoco disse», e in Tobia: «E pregò con dolore dicendo – Giusto sei, o Signore, e tutte le tue opere, tutte le tue vie sono misericordia e verità, e giudizio vero e giusto tu profferisci nei secoli». Poiché il luogo citato in Daniele lo segnano con l’obelo per non trovarsi nell’ebraico, e il libro di Tobia lo respingono i circoncisi come non canonico, prenderò dal primo libro dei Re il passo su Anna: «E pregò il Signore e pianse con gemito e fece voto e disse – Signore degli eserciti, se guardando mirerai allabassezza della tua ancella», ecc.. Anche in Abacuc: «Preghiera del profeta Abacuc, con il canto – Signore, ho udito la tua voce e ne ebbi timore. Signore, considerai le tue opere e provai stupore. In mezzo ai due animali sarai conosciuto; nell’avvicinarsi degli anni sarai conosciuto». Questo esempio chiarisce molto bene il valore del termine preghiera come proseuché quando viene elevata dall’orante con l’intento di dar gloria. Ma anche in Giona: «Pregò Giona il Signore suo Dio, dal ventre del pesce, dicendo – Gridai nella mia tribolazione al Signore mio Dio e mi ascoltò; dal seno del sepolcro del mio gemito udisti la mia voce; mi gettasti nella profondità, nel cuore del mare e le acque mi circondarono».

Esempi biblici di énteuxis

5. Il terzo esempio lo prendiamo da san Paolo che giustamente definisce la nostra una preghiera, ma quella per lo Spirito una intercessione, essendo più potente ed avendo confidenza con Colui cui si rivolge: «Non sappiamo come chiedere ciò che abbiamo da chiedere, ma lo Spirito intercede da Dio egli stesso per noi con sospiri ineffabili. E colui che investiga i cuori conosce qual sia il pensiero dello Spirito, perché esso intercede per i santi, secondo Dio». Lo Spirito infatti chiede e chiede con insistenza, noi invece preghiamo. Esempio di intercessione sembra essere anche quella fatta da Giosuè per fermare il sole sopra Gabaoth: «Allora Giosuè parlò al Signore nel giorno in cui Dio diede l’Amorreo nelle mani d’Israele quando li schiacciò in Gabaoth e furono fiaccati dalla faccia dei figli d’Israele. E disse Giosuè – Si fermi il sole sopra Gabaoth e la luna sulla valle di Elom». E nei Giudici mi pare che Sansone intercedesse dicendo: «Muoia la mia anima insieme a quelli non della mia razza, quando scosse con forza e rovinò la casa sopra i principi e tutto il popolo che v’era». Ora, se di Giosuè e di Sansone non sta scritto che intercedettero, ma che soltanto «parlarono», questo parlare mi sembra un’intercessione, che è diversa dalla preghiera, sempre badando al significato specifico dei termini. Esempio, infine, di ringraziamento è la voce del Signore nostro, quando dice: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»

Esempi biblici di eucharistía

6. La supplica, l’intercessione e il ringraziamento pertanto non è fuor di luogo rivolgerli anche agli uomini che sono santi, ma questi ultimi, cioè l’intercessione e il ringraziamento, pure agli uomini; ma la supplica solo ai santi, se troviamo un Pietro o un Paolo che ci soccorrano, rendendoci degni di partecipare del loro potere di rimettere i peccati. Infine, se abbiamo offeso uno che non sia santo, è concesso, convintici del peccato verso di lui, supplicare anche uno come è lui, affinché conceda il perdono alla nostra offesa. Se dunque agli uomini santi si devono rivolgere queste preghiere, quanto più si deve render grazie a Cristo che così grandi benefici ci ha fatto per volontà del Padre! Così dobbiamo anche intercedere presso di Lui, come fa Stefano: «Signore, non imputar loro questo peccato», e imitando il Padre dell’epilettico, diremo: «Ti supplico, Signore, di aver pietà, del mio figlio», cioè di me stesso o di qualsiasi altro.

CAPITOLO XV

La preghiera va diretta al Padre

1. Ora, se abbiamo compreso la vera essenza della preghiera, non dobbiamo pregare mai alcuno dei mortali, neppure lo stesso Cristo, ma solo il Dio e il Padre di tutte le cose, che anche lo stesso nostro Salvatore pregava (l’abbiamo detto prima) ed insegna a noi a pregarlo. Quando infatti sentì chiedersi: «Insegnaci a pregare», non insegnò a pregare se stesso, ma il Padre; così: «Padre nostro che sei nei cieli», ecc.. Se dunque è distinto il Figlio dal Padre nella sostanza e nella persona, come si spiega altrove, allora si dovrà pregare il Figlio e non il Padre, o entrambi, o il Padre solo. Ora, pregare il Figlio e non il Padre, tutti riconosceranno che sarebbe una cosa assurda e contro l’evidenza; pregare entrambi, è chiaro che dovremmo pregare parlando al plurale: accogliete, beneficate, elargite, salvate e simili. Cosa che appare assurda da sola e nessuno è in grado di addurre un luogo scritturale a suffragio di ciò; resta quindi da pregare solo Dio, Padre di tutte le cose, ma non senza il Sommo Sacerdote che è stato costituito con giuramento dal Padre secondo la formula: «Giurò e non si pentirà: tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec».

Cristo è mediatore tra noi e il Padre

2. Poiché dunque i santi rendono grazie nelle loro preghiere a Dio, è per mezzo di Gesù Cristo che gli rendono grazie. Poiché colui che prega con zelo non deve pregare Chi già prega, ma Quegli che il Signore nostro Gesù insegnò ad invocare durante le preghiere: il Padre; così non senza il Cristo si deve rivolgere al Padre la preghiera, poiché Lui stesso ce lo mostra chiaramente, dicendo espressamente: «In verità, in verità vi dico: se chiederete qualcosa al Padre mio, ve lo darà in nome mio. Fino ad ora non avete chiesto nulla in nome mio; chiedete e riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa». Non disse infatti: «chiedete a me», o semplicemente: «chiedete al Padre», ma: «se chiederete qualcosa al Padre in mio nome ve lo darà». Poiché prima di questo insegnamento di Gesù nessuno aveva chiesto al Padre in nome del Figlio; e quel che disse Gesù: «Fino ad ora non avete chiesto nulla in nome mio» era la verità, come anche: «Chiedete e riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa».

Il verbo adorare e il suo contesto

3. Ma se alcuno pensando di dover pregare Cristo stesso, turbato dal significato del verbo – adorare –, ci porterà il passo: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio», che veramente è detto di Cristo nel Deuteronomio, si dovrà rispondere che anche la Chiesa, chiamata dal profeta la Gerusalemme, dev’essere adorata dai re e dalle regine che ne sono divenuti nutritori e nutrici. È scritto infatti: «Ecco io levo la mia mano verso le genti e solleverò il mio vessillo sulle isole e porteranno i tuoi figli in grembo e solleveranno le tue figlie sulle spalle: E saranno i re tuoi nutritori e le loro regine tue nutrici. Al cospetto della terra ti adoreranno e lambiranno la polvere dei tuoi piedi e conoscerai che io sono il Signore e non sarai confusa».

Gesù, nostro fratello, prega il Padre con noi

4. Conseguentemente, dovette dire: «Perché mi chiami buono, nessuno è buono se non Dio solo, il Padre» allorché per mezzo della rigenerazione in me avete ricevuto lo spirito di adozione e il nome di figli di Dio e di miei fratelli; considerate infatti ciò che fu detto da me per voi al Padre, per bocca di Davide: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, nel mezzo dell’assemblea, inneggerò a te”. Ora non è giusto che si preghi il fratello da parte di quelli che si stimano degni di un Padre comune. Solo al Padre insieme a me, e per mezzo mio, dovete innalzare la vostra preghiera».

CAPITOLO XVI

Al Padre va elevata con fiducia ogni forma di preghiera

1. Sentendo Gesù che parla così, rivolgiamoci a Dio per mezzo di Lui, preghiamo tutti in un modo solo e non dividiamoci sulla maniera di pregare. Se gli uni pregano il Padre, gli altri il Figlio: non è un dividerci, questo? Commettono un peccato d’ignoranza, a causa della troppa semplicità per non investigare ed esaminare, coloro che pregano il Figlio insieme al Padre o senza il Padre. Preghiamolo dunque come Dio, intercediamo presso di Lui come Padre, supplichiamolo come Signore, rendiamogli grazie come Dio, Padre e Signore, non essendo Signore degli schiavi: infatti il Padre potrebbe essere giustamente chiamato anche Signore del Figlio e Signore di quelli che per mezzo di Lui sono diventati figli. Inoltre, come «non è il Dio dei morti, ma dei vivi», così non è il Signore degli oscuri schiavi ma di coloro che inizialmente con timore, per non esser ancora adulti, furono elevati in nobiltà, ma in seguito servono con un amore più gioioso di una schiavitù in stato di paura. Vi sono infatti nell’anima dei segni, caratteristici dei servi di Dio e dei suoi figli, che vede solo Colui che scruta i cuori.

Beni celesti portano anche beni terrestri

2. Chiunque quindi chiede a Dio le cose piccole e terrene disubbidisce all’invito di domandare i beni grandi e celesti, non sapendo Dio dispensare nulla di piccolo e di terreno. Se alcuno obbietti che le grazie materiali sono state concesse ai santi in seguito alla preghiera e che il Vangelo stesso insegna che ci saranno aggiunti i beni piccoli e terreni, bisognerà rispondere così: se uno ci dà un oggetto materiale, non dobbiamo dire che quel tale ci ha dato l’ombra della cosa, poiché ha donato l’oggetto non con l’intenzione di farci due regali, dell’oggetto e dell’ombra; ma il suo proposito era di donarci l’oggetto, soltanto che con il dono della cosa noi riceviamo anche la sua ombra. Così, se eleviamo i nostri pensieri e consideriamo specialmente i doni largitici da Dio, non potremo fare a meno di riconoscere che le grazie materiali sono un semplice accompagnamento dei doni grandi, celesti, spirituali, dati a ogni santo secondo il suo bisogno o in proporzione della fede o conformemente alla volontà del donatore: questi è sapiente, anche se noi non siamo in grado di attribuire a ciascun dono una causa ed una spiegazione degne di quel gesto.

Esemplificazioni anticotestamentarie

3. L’anima di Anna, guarita da un’altra specie di sterilità, è stata quindi più feconda del suo corpo che concepì Samuele; Ezechia generò figli in Dio più con la mente che non con seme corporale; Ester e Mardocheo e il popolo furono liberati dalle insidie spirituali molto più che non da quelle di Aman e dei suoi cospiratori; Giuditta distrusse più la forza del principe che voleva uccidere la sua anima che non quella del famoso Oloferne. E chi non confesserebbe che su Anania e i suoi compagni la benedizione spirituale che giunge a tutti i santi – quella di cui parla Isacco a Giacobbe: «Dio ti doni della rugiada del cielo» – sia scesa in modo più copioso della rugiadamateriale che spense la fiamma di Nabucodonosor? E invisibili leoni che non poterono più influire in nulla sulla sua anima non chiusero la loro bocca davanti al profeta Daniele molto più dei leoni veri che tutti conosciamo per la lettura della Scrittura? E chi riuscì a sfuggire al ventre del mostro, domato da Gesù salvatore nostro, che divorava tutti i disertori di Dio, così bene come Giona, divenuto capace di ricevere, da uomo santo, lo Spirito Santo?

CAPITOLO XVII

Non infallibilmente Dio dona le grazie materiali

1. Non dobbiamo meravigliarci poi se non tutti coloro che ricevono gli oggetti cui tengono dietro per dir così simili ombre non ottengono l’ombra corrispondente; altri invece l’ottengono. Coloro che si occupano di studi sugli orologi solari e della teoria delle ombre nei corpi luminosi sanno bene che questo è il comportamento degli oggetti. Certi orologi solari, infatti, hanno l’asta priva d’ombra a una certa ora; altri invece sono, per dir così, di corta ombra, altri ancora hanno l’ombra più lunga di quelli. Non è da far meraviglia perciò se, secondo l’intenzione di Colui che dona le cose essenziali elargendo con proporzioni inafferrabili e nascoste in armonia con quelli che ricevono e con le loro condizioni, nel dono delle cose sostanziali talora quelli che le ricevono non vedano seguire affatto le ombre, talaltra non tutti gli oggetti hanno l’ombra, ma soltanto pochi; infine questa è minore in confronto di altre più grandi che tengon dietro ai propri corpi. Ora, come l’ombra del corpo, che ci sia o non ci sia, né rallegra o addolora chi cerca i raggi del sole ed ha tutto il necessario una volta che sia stato illuminato, anche se è privo dell’ombra o ne avesse di più o di meno; allo stesso modo, se noi abbiamo i beni spirituali e siamo illuminati da Dio sul possesso completo dei veri beni, non daremo più importanza a ciò che è effimero al pari dell’ombra. Giacché tutte le cose, materiali e corporee, quali esse siano, hanno la consistenza di un’ombra leggera e debole, né si possono affatto paragonare coi salutari e santi doni del Dio di tutto. Infatti, c’è paragone tra la ricchezza materiale con quella racchiusa in ogni dono di parola e in ogni scienza? Chi, se non un pazzo, confronterebbe la salute delle carni e delle ossa con una mente sana, un’anima gagliarda e pensieri in armonia? Tutte cose queste che, ben ordinate dalla Parola di Dio, fanno delle pene del corpo una graffiatura, o meno ancora.

Eccellenza di tutto quanto è spirituale

2. Se uno ha compreso che bellezza sia mai quella della sposa amata dallo Sposo, il Verbo di Dio, l’anima cioè, fiorente di sovrumana e sovracelestiale bellezza, si vergognerà di onorare persino con il nome stesso di bellezza l’avvenenza fisica di una donna, o di un fanciullo, o di un uomo; la vera bellezza non la racchiude la carne, che è una bruttezza sola. La carne infatti è come l’erba e la sua gloria che è irradiata dalla cosiddetta bellezza delle donne e dei fanciulli viene paragonata al fiore, secondo il detto del profeta, che scrive: «Tutta la carne è come erba. L’erba si seccò e il fiore cadde, ma la parola del Signore resta in eterno». Ci sarà ancora chi chiamerà vera nobiltà quella che intendono gli uomini, dopo che ha conosciuto la nobiltà dei figli di Dio? L’intelligenza, poi, che ha ammirato lo stabile regno di Cristo, come non disprezzerà, non facendone nessun conto, ogni regno della terra? E l’esercito degli angeli, e tra questi gli arcangeli delle schiere del Signore, i Troni e le Dominazioni, i Principati e le Potestà sovracelesti, nella misura con cui riesce a comprendere la mente umana ancora avvinta al corpo, avendo mirato chiaramente, secondo che fu capace, e compreso di poter raggiungere presso il Padre un onore uguale ad essi, come non trascurerà, facendone un paragone e giudicando oscurissime e degne di nessun interesse queste cose, in verità ancor più deboli dell’ombra, che suscitano ammirazione presso gli stolti? Qualora gli venissero date tutte queste cose, non si darà più pensiero di poter raggiungere i veri Principati e le divine Potestà? Orsù, si preghi quindi per le cose sostanziali, veramente grandi e celesti; per quanto riguarda le ombre che ne tengon dietro, si lasci fare a Dio che conosce i bisogni del corpo mortale prima ancora che chiediamo.

CAPITOLO XVIII

Origene si dispone al commento del Pater

1. È sufficiente quanto abbiamo detto, trattando l’argomento della preghiera, secondo la grazia di Dio concessaci e proveniente da Lui per mezzo del suo Cristo (io spero anche nello Spirito Santo: ne converrete procedendo in questo scritto). Passeremo ormai a un successivo assunto, volendo considerare quanta potenza racchiuda la preghiera suggerita dal Signore.

La duplice redazione del «Padre nostro»

2. La prima considerazione è questa: ai più sembrerebbe che Matteo e Luca abbiano scritto una medesima formula di preghiera, affinché noi così preghiamo. Il testo di Matteo è il seguente: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo anche sulla terra. Dacci oggi il nostro pane supersostanziale e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori, e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno». Quello di Luca: «Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, da’ a noi ogni giorno il pane nostro supersostanziale e rimettici i nostri peccati, poiché anche noi li rimettiamo a ogni nostro debitore e non c’indurre in tentazione».

I differenti contesti

3. A quegli obiettori va risposto in primo luogo che le parole, anche se presentano tra loro una qualche somiglianza, sono poi per il resto chiaramente diverse come risulterà dal loro esame; secondariamente, poi, va detto che non è possibile che la medesima preghiera sia stata fatta sul monte dove «salì avendo visto le folle» quando «postosi a sedere, si accostarono a Lui i suoi discepoli ed aperta la bocca ammaestrava» (questa preghiera è in Matteo inserita nell’annuncio delle beatitudini e dei precetti relativi) e «in un certo luogo dove si trovava a pregare» e «come cessò» disse a uno dei discepoli che aveva chiesto di insegnare a pregare «come anche Giovanni insegnava ai suoi discepoli». Come è infatti possibile che le medesime parole siano pronunziate nel contesto di un lungo discorso senza ogni anteriore richiesta, in risposta alla domanda di un discepolo? Qualcuno potrebbe ancora obiettare che le due preghiere hanno lo stesso significato, come fossero una sola pronunziata, ora in un più ampio discorso ora rivolta ad un discepolo che aveva avanzato tale richiesta. Questi evidentemente non era presente allorché Gesù disse quanto Matteo riporta, o non ricordava più le cose già dette. Ma forse è meglio ritenere che siano diverse le preghiere ed abbiano alcune parti comuni. Cercando poi nel Vangelo di Marco, se esistesse un’analoga preghiera, non ne abbiamo trovato traccia.

CAPITOLO XIX

Predisposizioni alla preghiera

1. Poiché, come è stato detto, colui che prega deve innanzitutto mettersi e prepararsi in un certo modo per poi pregare, vediamo quello che il nostro Salvatore disse sulla preghiera prima della versione di Matteo: «E quando pregate, non siate come gli ipocriti perché essi amano fare orazione stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per esser veduti dagli uomini. Vi dico in verità che hanno ricevuto il loro premio. Tu invece, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel nascosto e il Padre tuo, che ti vede nel segreto, ti darà la ricompensa. E pregando non usate troppe parole, come i pagani. Pensano infatti che nelle loro molte parole saranno ascoltati. Non rassomigliate dunque a loro: poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così».

La preghiera dell’esibizionista

2. È chiaro perciò che sovente il nostro Salvatore bolla la brama di gloria come un affetto rovinoso: ciò che ripete anche qui, allontanando dal modo di pregare degli ipocriti. Opera degli ipocriti è infatti quella di voler vantare tra gli uomini pietà o magnanimità; occorre invece che, ricordandoci delle parole: «Come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?», disprezziamo ogni gloria umana anche se sembri provenire da qualche bella azione, e cercare la gloria vera e propria che viene da Colui che solo glorifica chi ne è degno, in modo a lui adeguato e oltre il merito del glorificato. Pertanto quell’azione che sarebbe stata stimata bella e lodevole si corrompe allorché crediamo di compierla per essere onorati dagli uomini e per apparire ai loro occhi. Onde non ne segue da parte di Dio ricompensa alcuna. Infatti ogni parola di verità di Gesù diventa – anche se dobbiamo dirlo a malincuore – ancora più veritiera quando viene profferita con la consueta formula di giuramento. Dice espressamente di coloro che credono di fare del bene al prossimo a motivo della fama che hanno tra gli uomini o che pregano nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti tra gli uomini: «In verità vi dico: hanno ricevuto la loro ricompensa». Il ricco infatti, di cui leggiamo in Luca, ricevette i beni nella sua vita terrena, e, per il fatto di averli già ricevuti, non poté conseguirli più dopo questa vita. Così chi ebbe la sua ricompensa con il donare a qualcuno o con il pregare, poiché non seminò in spirito ma nella carne, mieterà la corruzione, non certo la vita eterna. Orbene, semina nella carne colui che fa elemosina nelle sinagoghe, nelle strade, per essere onorato dagli uomini facendo elemosina con la tromba davanti a sé, oppure preferisce star ritto a pregare nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze, affinché, al cospetto degli uomini, sia creduto da coloro che lo vedono, un uomo pio e santo.

La preghiera del dilettante

3. Ma anche chiunque percorre la via larga e spaziosa che conduce alla perdizione, e non contiene nulla di vero e di retto ma è tutta tortuosa ed angolosa (infatti la sua linearità è in gran parte incrinata), vi sta non diversamente da colui che prega agli angoli delle piazze. Nella sua ricerca di diletto si mette non in una sola ma in parecchie piazze, nelle quali «coloro che muoiono da uomini» per essersi staccati dalla divinità esaltano e ritengono beati quelli che essi credono siano pii nelle piazze. Molti sono quelli che pregano sembrando più amanti del diletto che di Dio, comportandosi nella preghiera quasi come ubriachi nel mezzo dei simposi e tra le gozzoviglie, e stando veramente agli angoli delle piazze a pregare. Infatti chi vive secondo il piacere ed ama la via spaziosa abbandona la stretta ed angusta via di Gesù Cristo, la quale non ha curvature né segni di angoli.

CAPITOLO XX

La preghiera nella Chiesa e nella Sinagoga

1. Se poi c’è diversità tra Chiesa e Sinagoga – l’una, la Chiesa vera e propria, non ha macchia né ruga né altro di simile, ma è santa ed irreprensibile; in essa non entra né il nato da cortigiana né l’eunuco o l’evirato, nemmeno l’Egiziano o l’Idumeo i cui figli soltanto dopo la terza generazione potranno aderire alla Chiesa; né il Moabita e l’Ammonita se non alla decima generazione compresa e trascorso che sia un secolo; l’altra, la Sinagoga, è stata edificata dal centurione prima che venisse Gesù e da Lui ricevesse la testimonianza di una fede così grande che il Figlio di Dio non trovò nemmeno in Israele –, colui che ama pregare nelle Sinagoghe è simile a chi prega agli angoli delle piazze. Non così fa il santo. Infatti non soltanto si diletta di pregare, ma ama la preghiera, e non nelle Sinagoghe, ma nelle adunanze; non agli angoli delle piazze, ma nella giusta anche se stretta ed angusta via; non per esser visto dagli uomini, ma dall’occhio del Signore Iddio. È infatti il figlio maschio che pensa all’anno gradito del Signore ed osserva il comandamento che dice: «Tre volte all’anno ogni figlio maschio comparirà al cospetto del Signore Iddio».

Il nascondimento nella preghiera

2. Prestiamo particolare attenzione alle parole «per esser visti», poiché nessuna cosa è bella solo per l’apparenza, come se esistesse solo in apparenza e non nella realtà. Ingannando l’immaginazione non ci rappresenta l’oggetto fedelmente e realmente. Come nei teatri gli attori drammatici non sono quello che dicono né quello che appaiono dalla maschera loro imposta, così anche tutti quelli che simulano colle apparenze la rappresentazione della bellezza non sono giusti, ma sono i buffoni della giustizia, che interpretano da soli la loro parte nel proprio teatro che sono le sinagoghe e gli angoli delle piazze. Chi invece non è ipocrita ma, deposto ogni estraneo manto, si prepara ad esser gradito nel suo teatro di gran lunga migliore di ogni altro, entra nella propria cameretta, dove, oltre alla ricchezza accumulata, ha rinchiuso un tesoro di sapienza e di scienza. E non guardando affatto fuori, né stando a contemplare le cose esteriori, chiusa ogni porta dei sensi onde non esser tratto dalle sensazioni né dalla loro immagine ad aver oppressa la mente, prega il Padre che vede e non abbandona questo segreto tabernacolo, anzi vi pone la sua dimora insieme all’Unigenito. Dice infatti: «Io e il Padre verremo a lui e faremo dimora presso di lui». È chiaro che, se preghiamo in questo modo, intercederemo non solo presso il giusto Iddio ma anche presso Dio come Padre che non ci abbandona, essendo suoi figli, ma è presente nel nostro nascondimento e volge ad esso lo sguardo ed accresce la ricchezza della nostra cameretta, purché ne abbiamo chiusa la porta.

CAPITOLO XXI

La loquacità, nemica della preghiera

1. Pregando, tuttavia, non usiamo troppe parole, ma quelle che si confanno a Dio. E diciamo troppe parole quando, non esaminando noi stessi o i termini della preghiera che facciamo, parliamo delle cose corruttibili o di discorsi e pensieri bassi, biasimevoli, lontani dalla purità del Signore. Colui che nel pregare dice troppe parole è già nella disposizione peggiore di quelli che abbiamo detto appartenere alle sinagoghe ed in una via più pericolosa degli angoli delle piazze; poiché egli non conserva traccia di bene, anche se simulasse. Dicono troppe parole, nel senso inteso dal Vangelo, soltanto i pagani che non hanno l’idea delle cose grandi e celesti da domandare, elevando tutte le preghiere per cose materiali ed esteriori; è simile perciò al pagano che dice troppe parole colui che chiede le cose terrene al Signore che abita nei cieli e più in alto dei cieli.

Pregare bene per ottenere il vero bene

2. Chi dice molte parole pare che assomigli a chi dice vane parole e viceversa; senonché nulla in natura e nei corpi è tutt’uno, ma ciò che si crede costituisca un tutt’uno ha perduto la sua unità e viene scisso, diviso e distribuito in parecchie parti. Ora, un tutt’uno è il bene, ma ciò che è turpe costituisce pluralità; una cosa sola è la verità, molte cose il falso; integra è la vera giustizia, ma molte forme la simulano; unica è la sapienza di Dio, ma molte quelle «di questo secolo e dei principi di questo secolo, che stanno per essere annientati»; ed una la parola di Dio, molte quelle estranee a Dio. Perciò nessuno «con il molto parlare» eviterà «il peccato» e nessuno «che crede, per il suo molto dire, d’essere ascoltato» può venire ascoltato. Non diventiamo dunque simili con il nostro pregare ai pagani che dicono vane o troppe parole o fanno qualunque cosa «a somiglianza del serpente». Sa infatti il Dio dei santi, essendo Padre, di che hanno bisogno i suoi figli, perché ciò è degno del pensiero di un padre. Se qualcuno poi ignora Dio e non conosce le cose di Dio non sa neppure ciò di cui necessita. Infatti le cose peccaminose sono riservate a coloro che pensano di averne bisogno. Ma chi ha meditato sui beni che sono migliori e più divini di quelli di cui è bisognoso, poiché Dio li conosce, da Lui li otterrà. Infatti sono noti al Padre anche prima di domandarli. Ciò premesso su quanto precede la preghiera di Matteo, consideriamo ora quello che la preghierainsegna.

CAPITOLO XXII

Liberi di chiamarlo Padre

1. «Padre nostro che sei nei cieli». Converrebbe esaminare piuttosto a fondo il cosiddetto Antico Testamento semmai vi si può trovare la preghiera di uno che chiami Dio con il nome di Padre. Noi, almeno per ora, per quanto cercammo, non abbiamo trovato. Non vogliamo dire che Dio non venga chiamato Padre o che coloro i quali si sono accostati alla Parola di Dio non siano chiamati figli di Dio, ma nel senso che nella preghiera non abbiamo in alcun modo trovato quella libertà di parola dimostrata dal Salvatore nel chiamare Dio: Padre. In molti passi del Deuteronomio, per esempio, si parla di Dio come di un padre e di coloro che si accostarono alla parola di Dio come di figli: «abbandonasti Dio che ti generò e ti dimenticasti di Dio che ti nutrì». E ancora: «non è proprio egli il tuo padre che ti possedette, ti fece e ti creò»? E di nuovo: «Figli quelli in cui non c’è fede». In Isaia: «nutrii dei figli e li esaltai; ma essi mi disprezzarono». Ed in Malachia: «Il figlio onorerà il padre ed il servo il suo padrone. E se io sono padre, dov’è l’onore a me dovuto? E se sono Signore, dov’è il mio timore?».

La figliolanza in Cristo

2. Se quindi Dio è chiamato Padre, e figli coloro che sono stati generati dalla parola della fede in Lui, pure non è possibile trovare presso gli antichi il concetto di una figliolanza vera e stabile. Gli stessi luoghi che abbiamo citato, quindi, dimostrano che quelli che si dicono figli sono sottomessi, poiché secondo l’Apostolo «fin tanto che l’erede è fanciullo, non differisce in nulla dal servo, benché sia padrone di tutto ma è sotto tutori e curatori fino al tempo prestabilito dal padre» peccare perché è nato da Dio».

Il vero figlio è senza peccato

3. Se certo abbiamo compreso che cosa significhi quel che è scritto in Luca, cioè: «quando pregate dite: Padre…», temeremo, se non siamo figli legittimi, di profferire questa parola a Lui, affinché non diventiamo colpevoli oltre agli altri nostri peccati anche dell’accusa di empietà. Ecco ciò che voglio dire. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinti: «nessuno può dire – Signore Gesù, se non per lo Spirito Santo, e nessuno, parlando per lo Spirito di Dio dice – Anatema a Gesù». Egli chiama con lo stesso nome lo Spirito Santo e lo Spirito di Dio. Che cosa significhi però «dire per lo Spirito Santo: Signore Gesù» non è del tutto chiaro, poiché migliaia di ipocriti e ancor più di eterodossi e talora i demoni, sopraffatti dalla potenza insita in questo nome, usano questa parola. Nessuno pertanto oserà affermare che qualcuno di tutti questi pronunzi il nome del Signore Gesù nello Spirito Santo. Perciò non potrebbero dire: Signore Gesù, perché lo dicono solo dal fondo del cuore coloro che servono il Verbo di Dio e non proclamano oltre a Lui nessuno Signore nelle loro azioni. Se tali sono dunque quelli che dicono: «Signore Gesù», forse chiunque pecca, con la sua trasgressione, bestemmiando il Verbo divino, grida per mezzo delle opere: «Anatema Gesù!». Chi dunque appartiene a questa schiera dice: «Signore Gesù», e chi non si comporta come lui: «Anatema Gesù!»; similmente «chiunque è nato da Dio e non commette peccato», perché partecipa del seme di Dio che distoglie da ogni peccato, dice con la sua vita: «Padre nostro che sei nei cieli». E «lo stesso Spirito testimonia insieme a loro che sono figli di Dio e suoi eredi e coeredi di Cristo», poiché «avendo sofferto con lui, sperano bene di essere anche glorificati con lui». Perciò non diranno soltanto a metà «Padre nostro» costoro, il cui cuore – fonte e principio delle opere buone – «anche per mezzo delle opere crede per ottenere la giustizia, e la cui bocca fa confessione per esser salvati».

La filiazione come immagine dell’immagine

4. Pertanto ogni opera loro e pensiero e parola, conformati a Lui dal Verbo unigenito, imitano l’immagine del Dio invisibile e diventano ad immagine del Creatore «che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e gli ingiusti»; affinché ci sia in essi «l’immagine del Celeste» che è a sua volta immagine di Dio. Dunque, essendo i santi immagine dell’Immagine, poiché il Figlio è immagine, rispecchiano la filiazione, divenuti conformi non solo nel corpo di Cristo che è nella gloria del cielo, ma anche in Colui che si trova nel corpo. E diventano simili a Chi è nel suo corpo di gloria, trasformati dal rinnovamento della mente. E se tali sono, dicono interamente: «Padre nostro che sei nei cieli»; è chiaro che chi commette il peccato, come dice Giovanni nella sua lettera, «è dal diavolo, perché dal principio il diavolo pecca». E come il seme di Dio, dimorando in chi è stato generato da Lui, fa sì che non possa peccare chi si è conformato al Verbo unigenito; così in chiunque pecca risiede il seme del diavolo e mentre signoreggia sull’anima non permette a colui che lo possiede di poter operare il bene. Ma poiché «per questo è stato manifestato il Figlio di Dio, per distruggere le opere del diavolo», è possibile che coll’avvento nell’anima nostra del Verbo di Dio, distrutte le opere del diavolo, sia bandita la cattiva radice del seme e diventiamo figli di Dio.

La nostra vita è un incessante «Padre nostro»

5. Ora, non crediamo che tali espressioni ci siano state insegnate per dirle soltanto nel momento stabilito della preghiera, ma se intendiamo quanto fu spiegato da noi a commento di quel pregare senza interruzione, tutta la vita di noi oranti dica incessantemente: Padre nostro che sei nei cieli, non avendo affatto sulla terra la cittadinanza ma completamente nei cieli che sono i troni di Dio, perché il regno di Dio è fondato in tutti coloro che portano «l’immagine del Celeste»: per questo sono diventati celesti.

CAPITOLO XXIII

I cieli non sono un luogo fisico

1. Ma quando si dice che il Padre dei Santi è nei cieli, non si deve pensare che Egli sia circoscritto da figura corporea e abiti nei cieli. Poiché certamente, se è circoscritto, Dio si troverà minore dei cieli, in quanto essi lo contengono. Si deve credere che tutto sia da Lui circoscritto e contenuto coll’ineffabile potenza della sua divinità. Ma in generale gli indotti pensano che le espressioni, in quanto vengono prese alla lettera, parlino di un luogo abitato da Dio; bisogna invece interpretarle come rispondenti alle grandi e spirituali cognizioni su Dio. Ecco esempi dal Vangelo di Giovanni: «ora avanti la festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». E più avanti: «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava». E a un certo punto: «avete udito che vi ho detto – Io me ne vado e torno a voi. Se voi m’amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre». E di nuovo, dopo altre parole: «Ma ora me ne vado a Colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai?». Poiché, se queste espressioni si devono accettare come alludenti ad un luogo, è trasparente anche il significato di questa: «Gesù rispose e disse loro: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio l’amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui».

Significato spirituale della visita di Dio

2. Ma non si tratta di una venuta materiale del Padre e del Figlio in chi ama la parola di Gesù, né si deve interpretare come riferita ad un luogo; ma il Verbo di Dio, scendendo presso di noi e, data la sua dignità, umiliandosi nel trovarsi tra gli uomini, si dice che passa da questo mondo al Padre, perché noi pure lo contempliamo nella sua perfezione, ritornato nuovamente lassù alla propria pienezza dalla nostra vacuità nella quale si era come annullato. Colà anche noi, seguendolo come guida, acquistata la pienezza, ci spoglieremo di ogni vacuità. Vada dunque, dopo aver lasciato il mondo, il Verbo di Dio a Colui che lo mandò e ritorni al Padre. Anche ciò che è scritto alla fine del Vangelo di Giovanni: «Non toccarmi poiché non sono ancora salito al Padre», cerchiamo di intenderlo anche in un senso mistico, interpretando con devota intelligenza in modo più degno di Dio l’ascesa al Padre da parte del Figlio, ascesa che è più della mente che del corpo.

Contro l’antropomorfismo di Dio

3. Mi sono addentrato, pensandolo necessario, in questi particolari relativi all’invocazione «Padre nostro che sei nei cieli», per rimuovere l’idea un po’ meschina che di Dio hanno coloro che lo credono fisicamente nei cieli e per non permettere ad alcuno di affermare che Dio è in un luogo di corpi: perché ne conseguirebbe che Dio è anche corpo; avremmo come corollari i dogmi più empi: credere che Egli sia divisibile, materiale e corruttibile, perché ogni corpo è divisibile e materiale e corruttibile. Oppure, coloro che non soffrono di vacue impressioni, ma affermano di veder chiaramente, ci dicano come è possibile che un Dio simile sia di una natura diversa dalla materiale. E poiché molti testi scritturali anteriori alla venuta di Cristo con il corpo sembrano sostenere che Dio si trova in un luogo corporeo, non mi pare di uscir di argomento se ci soffermiamo brevemente anche su costoro per togliere ogni dubbio in quelli che, a causa della loro dose d’ignoranza, mi fanno circoscritto in un piccolo e angusto luogo il Dio che sta su tutte le cose. E cominciamo dal Genesi: «Adamo ed Eva», si dice, «udirono la voce del Signore Iddio che camminava nel paradiso verso il tramonto e si nascosero, Adamo e la sua moglie, dal cospetto del Signore Iddio in mezzo agli alberi del paradiso». Ci rivolgeremo a coloro che non vogliono accostarsi ai tesori della Scrittura ma neppure bussano alla sua porta: possono dimostrare che il Signore Iddio che riempie il cielo e la terra, che ha, come essi pensano, il cielo come trono materiale e la terra come sgabello ai suoi piedi, sia racchiuso da un luogo tanto angusto in confronto a tutto il cielo e la terra, cosicché quello che essi immaginano un paradiso materiale non sarebbe riempito da Dio ma sarebbe tanto più grande di Lui, per la sua grandezza, in modo che lo contiene anche a passeggiare e si sente il passo dei suoi piedi? Secondo costoro, ancora più assurdo è il fatto che Adamo ed Eva, temendo Dio a causa del loro peccato, si nascondevano dalla vista di Dio in mezzo agli alberi del paradiso; poiché non si dice che volevano nascondersi, ma che effettivamente si nascosero. E non riescono a spiegarsi il fatto che Dio interroghi Adamo dicendo: «Dove sei?».

I cieli di Dio sono i santi

4. Su questo punto abbiamo detto più che sufficientemente, commentando il libro del Genesi; senonché anche ora, per non passar completamente sotto silenzio una così importante questione, basterà ricordare le parole dette da Dio nel Deuteronomio: «Camminerò in essi ed abiterò in essi». Come infatti Egli passa tra i santi, così cammina nel paradiso; chiunque pecca si nasconde a Dio e sfugge alla sua ricerca e s’allontana dalla sua presenza; infatti anche «Caino se ne andò dal cospetto di Dio e abitò nel paese di Nod ad oriente dell’Eden». Allo stesso modo, quindi, chi abita nei santi, abita anche in cielo, sia che «cielo» significhi ogni santo che porti «l’immagine del Celeste», oppure alluda a Cristo in cui tutti i salvati sono luci e stelle del cielo, o significhi che Egli là abita in quanto ci sono i santi. È scritto infatti: «Alzai i miei occhi a te che abiti nel cielo». Ed il passo dell’Ecclesiaste: «Non affrettarti a profferir parola al cospetto di Dio, perché Dio è su nel cielo e tu in basso, sulla terra» intende mostrare la distanza di coloro che si trovano nel corpo dell’umiliazione da chi è presso gli angeli esaltati per l’aiuto dato al Verbo stesso, e presso le sante Potestà e lo stesso Cristo; non è infatti assurdo che Egli sia il vero trono del Padre, chiamato con una allegoria «cielo»; la sua Chiesa invece, chiamata «terra», sia sgabello dei suoi piedi.

Necessità del senso allegorico

5. Abbiamo aggiunto pochi passi anche dell’Antico Testamento, che si crede pongano Dio in un luogo, onde persuadere in tutti i sensi il lettore, secondo la possibilità concessaci, ad ascoltare la divina Scrittura con senso più elevato e più spirituale quando essa sembra insegnare che Dio si trovi in un luogo. Ed era conveniente mettere anche queste citazioni, in relazione con la frase «Padre nostro che sei nei cieli», per distinguere da tutte le cose generate l’essenza di Dio; giacché quelli che non ne partecipano, hanno ricevuto una certa gloria di Dio e potenza di Lui ed effluvio, per così dire, della divinità.

CAPITOLO XXIV

La santificazione del nome di Dio

1. «Sia santificato il tuo nome». Sia che si dimostri come uno non possiede ancora ciò per cui prega o che, ottenutolo ma non essendo durevole, chieda gli sia conservato, chiaramente sulla base di questa espressione noi siamo invitati a dire secondo Matteo e Luca: «Sia santificato il tuo nome», come se il nome del Padre non fosse ancora santificato. Perché allora, dirà qualcuno, l’uomo chiede che sia santificato il nome di Dio come se non lo fosse già? Esaminiamo che cosa si intenda per nome del Padre ed il valore di quel «sia santificato».

I nomi indicano altrettante qualità

2. Ora, il nome è una sintetica espressione per indicare la qualità propria di chi viene chiamato per nome. Un esempio: c’è una particolare qualità, propria dell’apostolo Paolo; una propria dell’anima, per cui essa è tale; una della mente, secondo cui può contemplare le cose; un’altra relativa al corpo, per cui esso è tale. Ciò che di queste qualità è personalissimo ed incomunicabile (non c’è infatti in natura un altro in tutto simile a Paolo) si indica pertanto con il nome di Paolo. Ma siccome per gli uomini mutano le qualità loro proprie, giustamente nella Scrittura mutano anche i nomi. Cambiando infatti la qualità di Abràm, chiamato Abraàm, e quando mutò quella di Simone, questi ebbe nome Pietro, e Saulo, persecutore di Gesù, fu chiamato Paolo. Dio invece, che è sempre invariabile ed immutabile, ha di conseguenza sempre uno stesso nome, quello di «colui che è» com’è scritto nell’Esodo, e qualche analoga definizione. Ora, poiché su Dio tutti facciamo delle congetture, formandoci un’idea di Lui, ma non tutti ne comprendiamo l’essenza (pochi infatti o, per dir così, meno ancora di pochi sono quelli che comprendono completamente la sua santità), giustamente sappiamo che la nostra concezione di Dio sarebbe che Egli è santo, affinché ne vediamo la santità nell’esser creatore, provvidente, nel giudicare, nell’eleggere, abbandonare, abbracciare e respingere, premiare o punire secondo il merito di ciascuno.

Potenza nel nome di Dio

3. Queste operazioni ed altre simili rappresentano per così dire il contrassegno della personalità di Dio, dalle Scritture chiamata, secondo me, «nome di Dio»; nell’Esodo: «Non userai invano il nome del Signore Dio tuo»; e nel Deuteronomio: «Sia atteso come pioggia il mio precetto, discendano come rugiada le mie parole, come pioggerella sull’erba, come gocce sulla verzura perché ho invocato il nome del Signore». Nei Salmi, ancora: «Ricorderanno il tuo nome per tutte le generazioni». Chi infatti adatta la nozione di Dio a ciò che non deve, usa il nome del Signore Iddio invano; e colui che può profferire parole che scendono come pioggia su chi ascolta, muovendo le anime a portare frutti, e dice parole di consolazione simili a rugiada e sparge, con la foga dei discorsi edificanti, come una pioggerella utilissima agli ascoltatori o come gocce efficacissime, è in virtù del nome che è capace di tutto questo. Considerando d’essere bisognoso che Dio termini l’opera, chiede il suo aiuto, poiché Egli è la vera fonte di quelle grazie; e chiunque penetra chiaramente nelle cose di Dio, anche se i misteri della pietà gli sembrano detti da un altro o crede di scoprirli lui, non fa che ricordarli piuttosto che imparare.

Cosa significa esaltare il nome di Dio

4. Chi prega deve pensare a queste cose e chiede che sia santificato il nome di Dio; per questo si canta nei Salmi: «Esaltiamo il suo nome tutti insieme». Ordina il profeta di raggiungere in perfetta armonia della mente e del pensiero la vera ed eccelsa conoscenza dell’essenza di Dio. Questo significa infatti esaltare il nome di Dio insieme, quando uno che ha partecipato all’effluvio della divinità con l’essere stato accolto da Dio, ed avendo signoreggiato sui nemici che non possono più rallegrarsi della sua rovina, esalta quella potenza di Dio della quale fu partecipe; questo concetto è espresso nel Salmo 29 colle parole: «Ti esalterò, o Signore, perché mi hai tratto in alto e non hai permesso che i miei nemici si rallegrassero di me». Esalta inoltre Dio colui che dedica un’abitazione in se stesso, come mostra anche la dedica del Salmo citato: «Salmo del Cantico per la inaugurazione della casa di Davide».

Una polemica sull’imperativo

5. Inoltre, a proposito del «sia santificato il tuo nome» e sull’uso degli altri imperativi, occorre dire che gli interpreti usano costantemente l’imperativo invece dell’ottativo, come si vede nei Salmi: «Ammutoliscano le labbra bugiarde che dicono insolenze contro il giusto». «Ammutoliscano» invece di “oh, se ammutolissero!” e «L’usuraio vada in cerca di tutti i suoi beni e non vi sia chi l’aiuti» detto a proposito di Giuda nel Salmo 108, che è tutto una invocazione per Giuda perché mali simili tocchino a lui. Non avendo Taziano compreso quell’«ammutoliscano» che non sempre indica un ottativo, ma talora ha la forza di un imperativo, avanzò le più empie congetture su quella parola di Dio: «Sia fatta la luce», quasi che Egli avesse desiderato più che comandato che fosse fatta la luce; perché – dice lui con empio sentimento – Dio era nella tenebra. Gli si deve rispondere, chiedendo come interprete allora anche queste parole: «Germini la terra erba del pascolo» e «si raduni l’acqua sotto il cielo» e «Producano le acque rettili animati e viventi» e «Produca la terra animali viventi». Per potersi reggere solidamente, Dio prega che si raduni in un solo luogo l’acqua posta sotto il cielo? O per partecipare di ciò che la terra germina, prega: «Germini la terra»? Che bisogno poi aveva, analogamente a quello della luce, degli acquatici, dei volatili, dei terrestri, da pregare anche per questi? E se anche per Taziano è assurdo che Dio pregasse per queste cose, enunciate in termini imperativi, perché alla stessa guisa non si deve intendere quel: «Sia fatta la luce», detto non esortativamente ma imperativamente? Mi è parso necessario, dal momento che la preghiera è detta in tono imperativo, ricordare le false interpretazioni di Taziano, per coloro che vengono ingannati e che hanno accolto la sua empia teoria. Anche noi una volta le abbiamo provate.

CAPITOLO XXV

Un regno tutto interiore

1. «Venga il tuo regno». «Se il regno di Dio», secondo il detto del Signore e Salvatore nostro, «non viene con apparato, né diranno – Eccolo qui o eccola là», ma «il regno di Dio è dentro» di noi; «vicina è infatti la parola, molto vicina, nella nostra bocca e nel nostro cuore» dimora presso di lui». E credo si intenda per regno di Dio una condizione di beatitudine dell’anima superiore e l’ordine dei saggi pensieri, e per regno di Cristo si intendano i discorsi a salvezza di chi li ascolta, e le perfette opere di giustizia e delle altre virtù: parola e giustizia è anche il Figlio di Dio. In ogni peccatore spadroneggia invece il principe di questo secolo, poiché ogni peccatore è dominato dal presente secolo malvagio, in quanto non si dà «a colui che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre» Ora, colui che è tiranneggiato dal principe di questo secolo è pure in dominio del peccato, dal momento che vuole peccare; onde Paolo comanda di non essere più sottomessi al peccato che vuole regnare su noi: «Non regni dunque il peccato nel nostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze».

Un regno sempre perfettibile

2. Ma dirà qualcuno, di fronte ad ambedue le espressioni: «sia santificato il tuo nome» e «venga il tuo regno», che, se chi prega lo fa per essere ascoltato e una qualche volta viene esaudito, quando per lui sarà santificato (abbiamo spiegato come) il nome di Dio, verrà per lui allora anche il regno di Dio. E se questo otterrà, perché converrà ancora pregare per le cose che già ci sono, come se non ci fossero ancora, dicendo: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno»? In questo caso, non dovrebbe più qualche volta dire: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno». La risposta è questa. Chi prega per ottenere il discorso della scienza e della sapienza, giustamente pregherà sempre per questi doni, anche se avrà percepito, per esser stato esaudito, più principi di sapienza e di scienza, conoscendo anche solo in parte quanto potrebbe ora possedere, mentre si manifesterà il perfetto abolendo quello che è in parte allorquando la mente si fisserà a faccia a faccia senza ostacolo dei sensi nelle cose spirituali. Allo stesso modo, per ciascuno di noi non è possibile che sia completamente santificato il nome di Dio né che si stabilisca interamente il suo regno, se non venga anche Colui che è perfetto di scienza e di sapienza, e forse lo è pure delle altre virtù. Ora, noi ci mettiamo in cammino verso la perfezione se, protendendoci «verso quelle cose che stanno dinanzi», dimentichiamo «quelle che stanno dietro».

Un regno che esclude il peccato

3. Inoltre sul regno di Dio bisogna dire ancora che come non c’è «comunanza tra la giustizia e l’iniquità» né «comunione tra la luce e le tenebre» né «armonia tra Cristo e Belial», così non può coesistere il regno del peccato con il regno di Dio. Se dunque vogliamo esser sudditi di Dio «non regni affatto il peccato nel nostro corpo mortale», né prestiamo ascolto agli inviti del peccato che chiama la nostra anima alle opere della carne e alle cose non di Dio; ma, facendo morire «le membra che sono sulla terra», portiamo i frutti dello Spirito, affinché, quasi in un paradiso spirituale, il Signore passeggi in noi e regni su di noi unicamente con il suo Cristo sedendo alla destra della potenza spirituale che noi preghiamo di ottenere, e rimanendovi finché tutti i nemici che portiamo in noi diventino «sgabello dei suoi piedi» e renda vano in noi ogni dominio e potenza e forza. Tutto ciò può avverarsi per ciascuno di noi ed essere annullato «l’ultimo nemico, la morte», perché anche di noi dica Cristo: «Dov’è il tuo pungiglione, morte? Dove, o inferno, la tua vittoria?». Quindi la nostra «corruzione» si rivesta ormai della santità e «incorruttibilità» in castità e completa purità; la nostra «mortalità» si circondi della «immortalità» del Padre, annientata che sarà la morte, cosicché noi, sotto il governo di Dio, ci troviamo senz’altro tra i tesori di rigenerazione e di risurrezione.

CAPITOLO XXVI

Diventare come quelli del cielo

1. «Sia fatta la tua volontà come nel cielo anche sulla terra». Luca dopo «Venga il tuo regno», tacendo il resto, continua: «il pane nostro supersostanziale dà a noi ogni giorno». Perciò l’espressione da noi riportata, trovandosi solo in Matteo, l’esaminiamo dopo quelle che l’hanno preceduta. Poiché ci troviamo, noi che si prega, ancora sulla terra, comprendendo che in cielo si fa la volontà di Dio da parte di tutti i celesti abitanti, preghiamo che anche noi, essendo della terra, facciamo in tutto la volontà di Dio: il che avverrà se nulla operiamo contro la sua volontà. Ora, come in cielo c’è la volontà di Dio, si compia anche per noi sulla terra; divenuti simili a quelli del cielo, poiché a somiglianza di quelli portiamo l’immagine del Celeste, erediteremo il regno dei cieli. E quelli che saranno dopo di noi in terra, pregheranno di diventare simili a noi che ormai saremo del cielo.

Significato esteso alle altre petizioni

2. Si potrebbe interpretare la parte riportata soltanto da Matteo: «come in cielo anche sulla terra» come sottintesa nelle precedenti petizioni, onde ci verrebbe comandato di dire così, pregando: «Sia santificato il tuo nome come in cielo, anche sulla terra. Venga il tuo regno come in cielo, anche sulla terra. Sia fatta la tua volontà come in cielo, anche sulla terra». Il nome di Dio, infatti, è santificato tra quelli del cielo e per loro si attua il regno di Dio ed è fatta in essi la volontà di Dio; cose tutte che mancano a quelli della terra, ma possono toccarci se, per conseguirle, ci rendiamo degni di Dio che porge ascolto a tutte queste cose.

Cristo è il cielo e la Chiesa la terra

3. Qualcuno potrebbe investigare su quel «Sia fatta la tua volontà, come in cielo anche sulla terra», dicendo:«Ma come può essere fatta la volontà di Dio in cielo, ove ci sono “gli spiriti del male”onde “anche in cielo è ebbra la spada di Dio”»? Se preghiamo che sia fatta la volontà di Dio sulla terra così come è fatta in cielo, non forse sconsideratamente chiediamo che restino sulla terra anche quelle cose per noi infeste, poiché discendono dal cielo anch’esse, per cui molti sulla terra diventano malvagi a causa degli spiriti del male che li sopraffanno e che sono nel cielo? Chi quindi interpretando allegoricamente il cielo e identificandolo nel Cristo; la terra, invece, interpretandola come la Chiesa – quale trono è infatti così degno del Padre come Cristo e quale sgabello dei piedi di Dio se non la Chiesa? –, facilmente scioglierà la questione, affermando che ognuno che appartenga alla Chiesa deve pregare di accettare la volontà paterna come l’aveva accettata Cristo che era venuto a fare la volontà del Padre suo e tutta l’aveva fatta. Può infatti chi si sia unito a Lui diventare uno spirito solo con Lui, per questo accettando la sua volontà, cosicché essa si compia in cielo come si compie anche in terra poiché «colui che si unisce al Signore – dice Paolo – è uno spirito solo con Lui». E penso che non debba essere trascurata questa interpretazione da parte di chi l’avrà un po’ attentamente considerata.

Cristo farà della terra un cielo

4. Chi invece la impugna, citerà ciò che alla fine di questo Vangelo è detto dal Signore dopo la sua risurrezione, agli undici discepoli: «Fu data a me ogni potestà come in cielo, anche sulla terra». Avendo infatti potestà sulle cose del cielo, dice di averla ricevuta anche per la terra: infatti le cose del cielo sono state illuminate anche prima da parte del Verbo, ma alla fine del mondo anche le cose della terra, per mezzo della potestà data al Figlio di Dio, imitano quelle che in cielo sono perfette e su cui ricevette la potestà il Salvatore. Vuole pertanto prendersi i discepoli come cooperatori nella preghiera al Padre, affinché, essendo state le cose della terra conformate su quelle che nel cielo sono soggette alla verità e al Verbo, con il potere che ricevette come in cielo così anche in terra, le conduca al felice fine che ha tutto quanto è a Lui soggetto. E chi interpreta che il cielo sia il Salvatore e la terra la Chiesa, facendo del cielo il primogenito di tutta la creazione, sul quale riposa il Padre come su un trono, potrebbe dedurre che è l’«uomo» di cui si rivestì e che si permeò di quella potenza del Verbo, a dire dopo la risurrezione, per il fatto di essersi umiliato e divenuto obbediente fino alla morte: «Fu dato a me ogni potere, come in cielo, anche in terra», avendo l’«umanità» del Salvatore ricevuto la potestà delle cose celesti che sono in potere dell’Unigenito, affinché sia in comunione con Lui, mescolata alla sua divinità e formi una sola cosa con Lui.

L’uomo santo ha già il cielo sulla terra

5. Poiché la seconda interpretazione non risolve il dubbio su come si faccia la volontà di Dio in cielo, dal momento che lottano gli spiriti del male celesti con quelli terrestri, si può risolvere così la questione. Colui che sta ancora sulla terra, ma ha la cittadinanza nel cielo e lassù ammassa tesori poiché ivi ha il suo cuore e porta l’immagine del Celeste, non per il posto che occupa egli non è più sulla terra, ma per le sue disposizioni interiori; e non appartiene al mondo di quaggiù, ma del cielo e di un mondo celeste migliore di quello. Anche gli spiriti del male che ancora dimorano nel cielo ma hanno la cittadinanza sulla terra e in ciò che loro s’oppone fanno guerra agli uomini e ammassano tesori sulla terra, e portano l’immagine del terreno «che è la prima delle opere del Signore fatta perché se ne dilettino gli angeli», non sono celesti né abitano nel cielo a causa della loro inclinazione al male. Quando allora si dice: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche sulla terra», non bisogna credere che siano nel cielo coloro che a causa della loro superbia precipitarono insieme a colui che cadde dal cielo a guisa di fulmine.

Anche il peccatore, se è terra, deve diventare cielo

6. E forse dicendo il Salvatore che si deve pregare affinché sia fatta la volontà del Padre come in cielo così anche sulla terra, non comanda assolutamente di fare preghiere per quelli che sono posti in luogo terrestre, affinché diventino simili a quelli che stanno in una dimora celeste, ma vuole che si chieda che tutte le cose della terra, cioè le peggiori e che hanno comunanza con le terrestri, assomiglino a quelle migliori e che hanno la cittadinanza nei cieli, essendo tutte divenute cielo. Il peccatore, infatti, dovunque si trovi, è terra in cui – data questa affinità – in qualche modo si trasformerà se non si pente; chi invece fa la volontà di Dio e non trasgredisce le spirituali leggi di salvezza, è cielo. Sia che quindi siamo ancora terra a motivo del peccato, preghiamo che anche su di noi si estenda così la volontà di Dio disposta ad emendarci, come toccò a quelli che prima di noi furono fatti cielo o sono cielo; e se agli occhi di Dio noi non siamo più considerati terra, ma cielo, chiediamo perché a somiglianza del cielo, anche sulla terra – cioè sui cattivi – si compia la volontà di Dio in ordine a quel permutarsi della terra in cielo, per cui non esista più terra ma tutto diventi cielo. Poiché se stando all’interpretazione data si fa la volontà di Dio anche in terra come è fatta in cielo, la terra non resterà più tale.Per esprimermi più chiaramente con un altro paragone: se si compie la volontà di Dio per i temperanti e similmente si compie per i dissoluti, i dissoluti diventeranno temperanti; o, se si compie la volontà di Dio per i giusti e anche per gli ingiusti, gli ingiusti saranno giusti. Per questo, qualora si faccia sulla terra anche la volontà di Dio come è fatta nel cielo, tutti saremo cielo. «La carne che non è utile ed il sangue» ad essa affine «non possono ereditare il regno di Dio», ma si dirà che lo ereditano se da carne, terra, polvere e sangue diventeranno sostanza celeste.

CAPITOLO XXVII

Quale pane si deve chiedere

1. «Il pane nostro supersostanziale da’ a noi oggi» o, secondo Luca, «il pane nostro supersostanziale da’ a noi di giorno in giorno». Poiché certuni pensano che noi siamo invitati a chiedere il pane per il corpo, è giusto che, rimossa subito la loro erronea opinione, stabiliamo la verità sul pane sostanziale. Bisogna rispondere a costoro perché mai Colui che dice di chiedere cose celesti e grandi – non essendo celeste il pane che ci viene dato per la nostra carne né grande preghiera è quella di chiederlo – ordini di elevare al Padre la supplica per quello che è terreno e piccolo, come se Dio secondo loro si fosse dimenticato dei suoi insegnamenti.

Il pane che assimila a Cristo

2. Ma noi che seguiamo il Maestro stesso che dà lezioni sul pane, ci dilungheremo alquanto sull’argomento. Dice nel Vangelo di Giovanni a coloro che erano venuti a Cafarnao a cercare di Lui: «In verità, in verità vi dico – Voi mi cercate non perché avete veduto dei segni, ma perché avete mangiato del pane e siete stati saziati». Chi infatti mangiò dei pani benedetti da Gesù e ne fu saziato, a maggior ragione cerca di comprendere più profondamente il Figlio di Dio e tende a Lui. Perciò giustamente dice quando insegna: «Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, cibo che il Figlio dell’uomo vi darà». Ora, a quelli che l’avevano ascoltato avendolo in merito interrogato, dicendo: «Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?», Gesù rispose e disse loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate a colui che egli ha mandato»; Dio infatti «mandò il suo Verbo e li guarì», riferendosi a quelli che erano malati, come sta scritto nei Salmi; con la fede nel Verbo, attuano le opere di Dio, che sono cibo duraturo per la vita eterna. Inoltre: «Il Padre mio dà a voi il pane che viene dal cielo, quello vero. Poiché il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà vita al mondo». E il pane vero è quello che ciba l’uomo vero, fatto a immagine di Dio, e chi se ne nutre diventa persino simile al Creatore. Per l’anima, che cosa c’è di più nutritivo del Verbo? Per la mente che la riceve, che cosa di più prezioso della sapienza di Dio? Che cosa ha maggior affinità con la natura razionale, se non la verità?

Cristo è il pane vero

3. E se qualcuno obietta con il dire che Cristo non potrebbe insegnare a chiedere il pane supersostanziale come se si trattasse di un altro genere di pane, badi come anche nel Vangelo di Giovanni ora si parli di una cosa diversa da Lui, ora invece come fosse Lui stesso il pane. Nel primo caso: «Mosè diede a voi il pane del cielo, non quello vero, ma il Padre mio vi dà il pane vero dal cielo»; a quelli invece che gli chiesero: «Dacci sempre di questo pane», riferendosi a Sé, risponde: «Io sono il pane di vita, chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà mai sete». E più oltre: «Io sono il pane disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane poi che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo».

Il pane della Parola

4. E poiché ogni cibo è chiamato «pane» dalla Sacra Scrittura, come appare da ciò che è scritto di Mosè: «Non mangiò pane per quaranta giorni e non bevve acqua»; inoltre varia e diversa essendo la Parola che sostanzia e non potendo tutti nutrirsi di saldi e incrollabili insegnamenti divini, volendo perciò dare un cibo per la lotta adatto ai più perfetti, dice: «Il pane che io darò è la mia carne che io darò per la vita del mondo». E più avanti: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui. Come il Padre vivente mi ha mandato ed io vivo a cagion del Padre, così chi mi mangia vivrà anche lui a cagion di me». E questo è il vero cibo, la carne di Cristo, il quale, essendo Parola, diventò carne, come sta scritto: «E la Parola divenne carne». E quando ne mangiamo e ne beviamo, allora «abitò in noi». Quando poi viene distribuito, si adempie quanto è scritto: «Vedremo la sua gloria». «Questo è il pane disceso dal cielo. Non come mangiarono i padri, e morirono. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno».

Il cibo dei perfetti

5. E Paolo, rivolgendosi ai Corinti, ancora fanciulli, che camminavano alla maniera umana, dice: «Vi ho dato del latte come bevanda, non del cibo, poiché non eravate ancora da tanto, anzi non lo siete neppure adesso, perché siete ancora carnali». E nella lettera agli Ebrei: «E siete giunti al punto che avete bisogno di latte, non di cibo solido. Infatti chiunque usi il latte, non ha esperienza della parola della giustizia, poiché è bambino, ma il cibo solido è per uomini fatti, per quelli cioè che per via dell’uso hanno i sensi esercitati a discernere il bene e il male». Io inoltre penso che anche le parole: «L’uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro, che è debole, mangia legumi» non siano principalmente dette riguardo al cibo del corpo, ma anche riferite alle parole di Dio che nutrono l’anima; giacché quello che è radicato nella fede e perfetto può prendere di tutto. Ciò significano le parole: «L’uno crede di mangiare di tutto»; a quello invece che è più debole e non interamente formato bastano alimenti di dottrina più semplice che però non infondono il completo vigore. Questo si vuole indicare con la parola: «l’altro invece che è debole, mangia legumi».

Il banchetto dei semplici

6. Sono dell’avviso che quanto è detto nei Proverbi di Salomone insegni che colui il quale a causa della sua semplicità non intende il contenuto solido e piuttosto elevato delle dottrine senza tuttavia errare nei suoi giudizi, sia migliore di colui che si rivolge alle cose con maggior zelo, profondità, e ampiezza, ma non penetra la ragione per cui tutto è in pace e in armonia. Le parole del testo sono: «È meglio essere invitato a mangiare verdure con amicizia e grazia che un vitello di stalla con odio». Spesso quindi accettammo di essere ospiti ad un familiare e semplice banchetto offerto con coscienza pura presso quelli che di più non sapevano dare, piuttosto che sedere a livello di superbi discorsi contro la scienza di Dio, che hanno sì una buona dose di probabilità ma che proclamano una dottrina diversa da quella del Padre del Signore nostro Gesù, che ha dato la legge e i profeti. Orbene, affinché per penuria di alimenti non ci ammaliamo nell’anima né agli occhi di Dio moriamo per fame della parola del Signore, chiediamo al Padre il pane vivo che è come dire supersostanziale, obbedendo all’insegnamento del Salvatore nostro, credendo e vivendo più rettamente.

Il vocabolo epioúsios, supersostanziale

7. Ma ora bisogna esaminare la parola «supersostanziale». Innanzitutto occorre sapere che il termine epioúsiosnon viene citato da nessun scrittore greco né da alcun filosofo e non è nemmeno usato nella lingua parlata dal popolo, ma sembra essere stato coniato dagli Evangelisti. Sono concordi pertanto Matteo e Luca su questa parola che riportano indifferentemente. I traduttori del testo ebraico hanno fatto la stessa cosa anche per altri termini. Infatti quale scrittore greco avrebbe usato la voce enotízou o l’altra akoutístheti, invece di eis tà óta déxai oakoúsai póiei. Un termine simile a epioúsios è scritto da Mosè, ed è parola di Dio: «E voi sarete per me il popolo eletto (perioúsios)». Ora, sembra che entrambi i termini siano formati da ousía: l’uno a significare il pane che si muta nella Sostanza, e l’altro il popolo che sta attorno alla Sostanza e comunica con essa.

Significati e valori di sostanza

8. I filosofi affermano che la sostanza propriamente detta sia il fondamento essenziale delle cose incorporee, quelle il cui essere non muta e non riceve aumento né soffre diminuzione. Diversamente si comportano le cose corporee, per cui esiste accrescimento o mancamento, per il fatto di esser labili e di aver bisogno di un qualcosa che le sostenga e le sostenti, cosicché, se a un certo punto sopraggiunge più di quanto è fuoriuscito, si ha l’accrescimento; se di meno, una perdita. Se poi alcune cose corporee non hanno nessun apporto, sono, per dir così, in pura diminuzione. Altri filosofi che suppongono la sostanza come accessoria nelle cose incorporee, ma fondamento in quelle corporee, la definiscono così: sostanza è la materia prima di cui e per cui è fatto ciò che esiste; oppure è la materia di cui constano i corpi; e quanto di consistente hanno i nomi delle cose, o il primo stadio di esistenza, indeterminato; o ciò che preesiste alle cose oppure ciò che riceve tutti i mutamenti e le alterazioni, mentre esso è senza alterazioni, secondo il proprio principio. È ancora ciò che persiste attraverso ogni alterazione e mutamento: secondo costoro poi la sostanza non ha qualità né figura, conformemente al suo principio, né possiede una grandezza prestabilita, ma s’informa ad ogni qualità, come a un posto che le si adatta. Chiamiamo propriamente qualità le forze e gli aspetti in genere, cui s’uniscono il moto e il configurarsi delle cose. Dicono che la sostanza non partecipi di nessuna qualità, a causa del suo principio; ma che sia inseparabile da qualcuna di esse per via dell’accidente o sia altrettanto in grado di ricevere tutti gli influssi dell’agente ogni volta che questo influisce e produce mutamento. Ha insita infatti una forza che tutto pervade, cosicché sarebbe causa di ogni qualità e delle operazioni inerenti. Dicono sia mutevole in tutto e per tutto, e completamente divisibile, e che ogni sostanza può aderire a qualsiasi altra, una volta unita, s’intende.

La Parola di Dio pane dell’anima

9. Ora, poiché nella nostra ricerca sulla sostanza, portativi dal pane supersostanziale e dal popolo eletto, abbiamo detto queste cose per distinguere i significati del termine sostanza; trattandosi però – lo vedemmo prima – di pane spirituale che noi dobbiamo chiedere, necessariamente crediamo che la sostanza debba essere affine a questo pane, affinché come il pane dato per il nutrimento del corpo si cambia nella sostanza di colui che se ne ciba; così il Pane vivo e disceso dal cielo, dato alla mente e all’anima, renda partecipe del proprio vigore chi si è dato per essere nutrito. Così sarà il pane supersostanziale che noi chiediamo. E inoltre, a quel modo che chi si nutre è più o meno in forze a seconda della qualità del cibo, se solido e fatto per gli atleti o a base di latte e di verdure, così è per la Parola di Dio: sia che venga somministrata come latte adatto ai fanciullini o come verdura fatta per i deboli o come carne opportuna per chi lotta, ciascuno di coloro che si nutrono, in proporzione con cui si sono disposti nei confronti del Verbo, acquista un multiforme potere, questo o quel carattere. C’è poi un cibo che è ritenuto tale, ma è nocivo; un altro che è velenoso ed un terzo che non si può prendere; tutto questo va riferito anche alla varietà delle dottrine che si credono portatrici di nutrimento. Pane supersostanziale è dunque quello adattissimo alla natura razionale ed affine alla stessa sostanza, recante salute e vigore e forza all’anima e rendendo partecipe della propria immortalità – immortale è infatti il Verbo di Dio – chi se ne ciba.

Cibo per gli angeli

10. Questo pane supersostanziale mi pare che venga chiamato nella Scrittura con altro nome «albero di vita», per cui chi «avrà allungato la mano e ne avrà preso, vivrà in eterno». E con un terzo nome tale legno è detto «sapienza di Dio» da Salomone con queste parole: «Legno di vita per chi l’abbraccia e sicuro per quelli che vi si appoggiano come al Signore». E poiché anche gli angeli si nutrono della sapienza di Dio, divenuti capaci, in virtù della contemplazione della sapienza secondo verità, ad assolvere la loro particolare missione, si legge nei Salmi che anche gli angeli se ne nutrono e con gli angeli hanno parte gli uomini di Dio, detti Ebrei, e siedono quasi allo stesso banchetto. Questo è il significato del versetto: «L’uomo si cibò del pane degli angeli». E non sia così meschina la nostra mente a credere che gli angeli abbiano sempre a nutrirsi – e con gli angeli partecipino gli uomini – di un pane materiale, quello di cui si narra che discese dal cielo su coloro che sono usciti dall’Egitto, e nemmeno credere che quel pane fosse lo stesso che mangiarono gli Ebrei insieme agli angeli, che sono spiriti ministri di Dio.

Un nutrimento comune agli angeli e ai santi

11. Mentre cerchiamo un significato di quel «pane supersostanziale», di quell’«albero della vita», di quella «sapienza di Dio», e del nutrimento comune agli uomini santi e agli angeli, non è inopportuno che citiamo anche quanto è scritto nel Genesi: «tre uomini si presentarono ad Abramo e mangiarono di tre misure di fior di farina impastata per fare i pani cotti sotto la cenere»; questo è detto in senso scopertamente figurativo, potendo i santi far parte talora del cibo spirituale e razionale non soltanto agli uomini, ma anche alle potenze divine, indubbiamente o per giovare loro o per mostrare ciò che poterono procacciarsi a loro nutrimento. Gli angeligodono e si pascono di questa dimostrazione e diventano più zelanti a recare in ogni modo aiuto per il futuro e far sì che acquisti migliore e maggiore intelligenza delle cose colui che già prima era fornito di quella dottrina che è cibo e di cui godeva, per così dire, con il nutrirsene. Non dobbiamo meravigliarci se l’uomo nutre gli angeli, quando proprio anche Cristo confessa di stare davanti alla porta a bussare, affinché entrato in casa di colui che gli ha aperto, insieme banchetti delle sue cose per dare Lui in seguito delle proprie sostanze a chi per primo ha nutrito, come gli permettevano le sue possibilità, il Figlio di Dio.

Il cibo malsano di Satana

12. Chi dunque, partecipando del pane supersostanziale, rafforza il cuore, diventa figlio di Dio; colui invece che si pasce del serpente, non è diverso dall’Etiope spirituale, ed è mutato lui stesso in serpente a causa dei lacci dell’animale; udirà così il rimprovero del Verbo anche se dice di voler essere battezzato: «Serpenti, razza di vipere, chi vi insegnò a fuggire dall’ira che verrà?». Davide così parla del corpo del serpente divorato dagli Etiopi: «Tu spezzasti il capo ai mostri marini sulle acque. Tu spezzasti il capo del serpente e lo desti in pasto al popolo degli Etiopi». E se non c’è contraddizione nel fatto che, sussistendo nella sostanza il Figlio di Dio e pure il suo Avversario, uno di essi diventi cibo del tale o del tal altro uomo, perché esitare ad ammettere che ciascuno di noi può almeno tra tutte le potenze migliori o peggiori ed anche tra gli uomini, cibarsi di tutto questo? Pietro, mentre voleva unirsi al centurione Cornelio ed a quanti si erano raccolti con lui a Cesarea, per partecipare alle genti la Parola di Dio, vede «un recipiente calato per le quattro estremità giù dal cielo, in cui era ogni genere di quadrupedi, di rettili, e fiere della terra»; quand’ecco gli venne comandato di alzarsi per ucciderli e cibarsene. «Tu sai – disse dopo aver rifiutato – che mai nulla di comune o immondo entrò nella mia bocca», ammonito così a non chiamar nessun uomo comune o immondo perché ciò che era stato purificato da Dio non doveva Pietro ritenerlo comune. Dice infatti il testo: «Le cose che Dio ha purificato non farle tu immonde». Dunque il cibo puro e quello impuro, distinti secondo la legge di Mosè con i nomi di parecchi animali posti in relazione coi diversi costumi degli esseri razionali, ci dicono che alcuni cibi sono nutrienti, altri hanno virtù contrarie, finché dopo averli purificati tutti o almeno alcuni di ogni singola specie, Dio non li renda nutrienti.

L’oggi anticipa il domani dei secoli futuri

13. E stando così le cose, e talmente grande essendo la diversità degli alimenti, uno solo è al di sopra di tutti quelli nominati: il pane supersostanziale, per cui si deve pregare onde divenirne degni e, nutriti dal Verbo divino che in principio era presso Dio, diventare Dio. Dirà qualcuno che epioúsios è formato da epiénai(sopraggiungere), cosicché noi siamo invitati a chiedere il pane adatto al secolo che verrà affinché Dio, anticipandolo, già ce lo dia, in modo da elargirci ciò che ci sarà dato in un domani, interpretando «oggi» come il secolo presente, «domani», quello venturo. Ma essendo migliore, almeno a parere mio, la prima accezione, esaminiamo il significato di sémeron del testo di Matteo, o del kath’heméran scritto in Luca. È un uso comune nelle Scritture quello di «oggi» per dire «ogni secolo»; per esempio: «Questi è il padre dei Moabiti che durano fino al giorno d’oggi» e: «Questi è il padre degli Ammoniti che durano fino al giorno d’oggi»; e ancora: «E questa voce si è divulgata tra i Giudei fino al dì d’oggi». Anche nei Salmi: «Oggi se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori». In Giosuè poi è detto in modo esplicito: «Non staccatevi dal Signore nei giorni presenti». Se dunque «oggi» significa «tutto questo secolo», forse «ieri» è il «secolo passato»; così abbiamo congetturato su quanto è scritto nei Salmi e nella lettera agli Ebrei di Paolo. Nei Salmi: «Mille anni agli occhi vostri sono come il giorno di ieri che è passato» Cristo ieri ed oggi: Egli è anche nei secoli». Non c’è da meravigliarsi se per Dio un intero secolo equivale alla durata di un solo nostro giorno, credo anzi anche di meno.

Le feste ebraiche, simboli di feste eterne

14. Bisogna inoltre considerare se quanto si dice delle feste o delle assemblee descritte per giorni o mesi o stagioni o anni si riferisce a secoli. Se infatti la legge «ha un’ombra delle cose che verranno» necessariamente i molti sabati sono l’ombra di molti giorni e le lunazioni sono poste ad intervalli di tempo, effettuate da non so quale luna in congiunzione con un certo sole. E se il primo mese ed il decimo giorno di esso fino al quattordicesimo, e la festa degli azzimi che va dal quattordicesimo al ventunesimo racchiudono l’ombra di cose che verranno, chi è sapiente e amico di Dio al punto da vedervi il primo dei molti mesi ed il suo decimo giorno, ecc.? Che bisogno c’è di parlare della festa delle sette settimane di giorni e del settimo mese il cui novilunio è il giorno delle trombe, e il decimo quello della propiziazione, essendo tutte note a Dio solo che le ha stabilite? E chi si addentrò nella mente di Cristo al punto da comprendere i sette anni della libertà dei servi degli Ebrei e della remissione dei debiti e del divieto di coltivare la terra santa? E v’è ogni sette anni una festa detta Giubileo; figurarsela fino ad un certo punto un po’ profondamente o le leggi che in essa veramente si saranno compiute non è possibile a nessuno se non a chi abbia scrutato il disegno del Padre sulla disposizione di tutti i secoli secondo i suoi ininvestigabili giudizi e le sue impercorribili vie.

Il mistero dei secoli a venire

15. Sovente nel confrontare due passi dell’Apostolo, mi venne un dubbio sulla fine dei secoli durante i quali una volta sola è apparso Gesù per cancellare i peccati: verranno ancora secoli dopo questo? I testi suonano così, quello della lettera agli Ebrei: «Ma ora una volta sola, alla fine dei secoli, con la propria immolazione è stato manifestato per annullare i peccati»; e quello della lettera agli Efesini: «Per mostrare nei secoli che verranno l’immensa ricchezza della sua grazia nella benignità verso di noi». Congetturando su così profonda materia, penso che come la fine dell’anno è l’ultimo mese dopo il quale c’è l’inizio di un altro mese; così forse quando parecchi secoli avranno colmato per così dire un anno di secoli, sarà la fine del presente secolo, dopo i quali hanno da venire certi altri secoli, il cui inizio è il secolo venturo ed in quelli futuri Dio mostrerà la ricchezza della sua grazia in benignità. Il grandissimo peccatore e bestemmiatore dello Spirito Santo, essendo stato dominato dal peccato in tutto il presente secolo ed in quello futuro dall’inizio alla fine, dopo tutto questo sarà giudicato in un modo che io ignoro.

Al di sopra dei secoli l’impegno quotidiano

16. Quindi, uno che considera queste cose e va con il pensiero alla settimana di secoli per contemplare un sabato santo; ad un mese di secoli onde veda il santo novilunio di Dio; ad un anno di secoli onde scorga anche le feste dell’anno, quando deve «ogni maschio comparire al cospetto del Signore Dio»; ad analoghi anni di siffatti secoli onde intravveda il settimo anno santo; e scorrendo con la mente sette settimane di secoli onde lodi Chi pose tali leggi, come può costui dare importanza alla più piccola parte di un’ora quotidiana di un secolo così grande? Non farà di tutto, diventato degno di questa vita, di ottenere il pane supersostanziale nel giorno di oggi, per riceverlo anche «di giorno in giorno»? Ormai, da quanto è stato detto, è chiaro il significato del «di giorno in giorno». E colui che oggi prega Dio che è dall’infinito e dura all’infinito, non solo per quanto appartiene ad «oggi», ma anche in certo modo per le necessità «di giorno in giorno» sarà capace di ottenere da «colui che può» elargire «al di là di quel che domandiamo o pensiamo», per parlare iperbolicamente, le cose che sono al di sopra di ciò che «occhio non vide, né orecchio udì, né è salito in cuor d’uomo».

Il pane nostro

17. Mi pare assai necessario aver esposto queste cose onde capire, quando preghiamo che ci venga dato dal Padre del Cristo il pane supersostanziale, le espressioni «oggi» ed anche «di giorno in giorno». Infine, se consideriamo quel «nostro» nel valore con cui è impiegato nell’ultimo Vangelo – poiché non si dice: «il nostro pane supersostanziale dà a noi oggi», ma «il nostro pane supersostanziale dà a noi di giorno in giorno» – bisogna esaminare come questo pane è «nostro». Insegna proprio l’Apostolo che sia la vita, sia la morte, sia le cose future, tutto è dei santi. Ma non è necessario parlarne ora.

CAPITOLO XXVIII

I debiti che abbiamo

1. «E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» o, come dice Luca, «e rimetti a noi i nostri peccati poiché anche noi li rimettemmo a ogni nostro debitore». E dei debiti parla anche l’Apostolo: «Rendete a tutti ciò che dovete: Il tributo a chi dovete il tributo, la gabella a chi la gabella, il timore a chi dovete il timore, l’onore a chi spetta. Non abbiate altro debito con alcuno se non d’amarvi gli uni gli altri». Siamo dunque debitori perché abbiamo non soltanto obblighi nel dare, ma anche nel dire una parola di bene e nel compiere siffatte azioni; ché anzi dobbiamo avere verso gli altri una disposizione di questo genere. Questi debiti certamente li soddisfiamo coll’adempiere i comandi della legge divina o non li soddisfiamo, disprezzando la santa parola e rimanendo quindi debitori.

E quelli che non sappiamo di avere

2. La stessa cosa bisogna pensare dei debiti verso i fratelli che sono stati rigenerati con noi in Cristo, secondo la parola della nostra religione, e verso quelli che hanno il nostro stesso padre e la stessa madre. E c’è un debito anche verso i cittadini ed un altro comune a tutti gli uomini, specialmente se sono ospiti ed hanno l’età del nostro padre; un altro debito verso quei tali che è giusto onorare come figli o fratelli. Chi quindi non soddisfa i debiti verso i fratelli, resta debitore di ciò che non ha fatto. Così pure se manchiamo agli uomini nelle cose che noi dobbiamo loro in virtù dello spirito di sapienza che si estende a tutto il genere umano, maggiore diventa il debito. Ma anche nelle cose che riguardano noi stessi, dobbiamo sì servirci del corpo, ma non consumare le carni del corpo coll’amore al piacere; dobbiamo poi dedicare una certa cura all’anima e provvedere alla vigoria del pensiero e della parola, onde sia senza il pungiglione ed utile e non affatto vana. E se noi tralasciamo i doveri che abbiamo verso noi stessi, più grave diventa questo debito.

I debiti verso Dio e gli angeli

3. Ed oltre a ciò, poiché siamo sopra ogni cosa fattura ed immagine di Dio, dobbiamo conservare verso di Lui una certa disposizione amandolo «con tutto il cuore, con tutte le forze e con tutta la mente». Qualora trascuriamo ciò, restiamo debitori verso Dio peccando contro il Signore. Chi, per questa colpa, pregherà per noi? «Se un uomo commette peccato contro un uomo, si pregherà pure per lui. Ma se pecca contro il Signore, chi pregherà per lui?», come Eli dice nel primo libro dei Re. Siamo poi anche debitori a Cristo che con il proprio sangue ci riscattò, come ogni servo è debitore a chi lo comprò del tanto denaro da questi versato. Abbiamo un debito anche verso lo Spirito Santo, che paghiamo quando «non lo contristiamo, nel quale siamo stati suggellati per il giorno della redenzione»; e non contristandolo portiamo i frutti che attende da noi: poiché ci viene in aiuto e vivifica la nostra anima. E se non sappiamo con precisione chi sia l’angelo di ciascuno di noi, che «vede il volto del Padre nei cieli», è tuttavia evidente a chi rifletta che anche verso di lui abbiamo un piccolo debito. E se noi «siamo sulla scena del mondo di fronte agli angeli e agli uomini», va tenuto presente che come colui che è in teatro deve recitare o fare quella tal parte davanti agli spettatori e, non facendola, è punito come se abbia offeso tutto il teatro, così anche noi di fronte a tutto il mondo, a tutti gli angeli e al genere umano siamo debitori di quanto, volendo, apprenderemo dalla sapienza.

Debiti particolari

4. A parte questi debiti che sono rivolti a tutti, c’è un debito della vedova cui la Chiesa provvede, un altro del diacono ed un terzo del presbitero, mentre quello del vescovo è gravissimo ed è sollecitato dal Salvatore di tutta la Chiesa, e punito se non venga sciolto. E già l’Apostolo chiamò debito quello comune tra uomo e donna, scrivendo: «Il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto e lo stesso faccia la moglie verso il marito». E soggiunge: «Non vi private l’un dell’altro». Che bisogno ho io di enumerare quanti debiti abbiamo, potendo coloro che leggono quest’opera collezionarne di propri in base a quanto s’è detto? Se non sciogliamo questi debiti, resteremo insolvibili; se li paghiamo, ne saremo liberati. Ma non è possibile che chi vive in questa vita, sia privo di debiti ogni ora della notte e del giorno.

Il pagamento dei debiti

5. E nella condizione di debitore, uno o paga o non paga. Può darsi che in questa vita si paghi il debito, ma che anche non si paghi. Ci sono di quelli che non devono più nulla a nessuno, altri invece che pagando moltissimo riescono ad estinguere una piccola parte del debito; ed altri che pagando un poco aumentano sempre più il debito. Forse c’è quello che non paga nulla, ma resta debitore di tutto. E chi ha pagato tutto così da non essere più debitore, ci impiega del tempo, avendo però bisogno di una cancellazione dei debiti precedenti e potendola ragionevolmente ottenere, se dopo un certo tempo si è comportato in modo da non aver più quel debito per cui, siccome non aveva pagato, restava vincolato. E quelle forze contrarie impresse nell’anima superiore sono il «chirografo che è sfavorevole a noi» per cui saremo giudicati, a guisa di libri scritti, per dir così, da tutti noi quando «tutti compariremo davanti al tribunale di Cristo onde ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte quando era nel corpo, secondo quel che fece sia di bene che di male». Di questi debiti se ne discorre anche nei Proverbi: «Non dare te stesso in garanzia nei debiti, vergognandotene in volto, poiché se non avrai con che soddisfare, porteranno via la coperta tua che è sotto la tua schiena».

Indulgenza verso i nostri debitori

6. Ma se sono così tanti quelli verso cui siamo indebito, certamente abbiamo pure qualcuno che debba a noi. Alcuni infatti hanno dei debiti verso di noi, perché siamo il loro prossimo; altri perché loro concittadini, oppure perché padri; alcuni devono come a figli, ed oltre a questi, come donne a mariti, o come amici ad amici. Ora, se alcuni dei moltissimi nostri debitori si fossero mostrati piuttosto trascurati nel rimettere quanto ci devono, saremmo portati a trattarli con indulgenza e senso di umanità, memori dei numerosi personali debiti in cui fummo negligenti, non solo verso gli uomini, ma anche verso Dio stesso. Ricordandoci infatti di non aver pagato i debiti che avevamo, anzi di aver commesso una frode essendo passato il tempo in cui bisognava che li avessimo estinti nei riguardi del nostro prossimo, saremo più larghi verso coloro che erano nostri debitori e non hanno soddisfatto il debito. Soprattutto se non dimentichiamo le nostre trasgressioni contro la legge di Dio e le parole d’ingiustizia pronunziate contro l’Altissimo, sia per ignoranza della verità sia per mala sopportazione degli eventi che dipendettero dalle circostanze.

La parabola del servo infido

7. Ma se non vogliamo essere più indulgenti verso coloro che ci sono debitori, soffriremo come colui che non condonò al conservo i cento denari: era stato prosciolto, secondo i fatti esposti nel Vangelo; il padrone, avendolo imprigionato, esigette da lui ciò che prima gli aveva condonato, dicendogli: «Cattivo servitore, e pigro: non dovevi aver pietà del tuo conservo come anch’io l’ebbi di te? Buttatelo in prigione, finché non renda tutto quanto deve». E soggiunse il Signore: «Così farà anche per voi il Padre celeste, se non perdonate, ciascuno, al proprio fratello dall’intimo del vostro cuore». Si devono perdonare quelli che, avendo peccato spesso verso di noi, dicono d’esser pentiti delle colpe. Infatti è scritto: «se il tuo fratello ha peccato contro te sette volte al giorno, e sette volte torna a te, dicendo – mi pento –, gli perdonerai». Non siamo aspri verso quelli che non si pentono: costoro fanno del male a se stessi: «Chi rigetta la disciplina odia se stesso». Ma anche in questi casi, occorre procurare di avere ogni attenzione per chi è completamente traviato da non accorgersi dei propri mali, ma è colmo di una ubriachezza più perniciosa di quella causata dal vino: l’ubriachezza da tenebra del male.

È in nostro potere rimettere i debiti

8. E quando Luca dice: «Rimetti a noi i nostri peccati», poiché i peccati sono i debiti che noi abbiamo ma che non paghiamo, dice la stessa cosa di Matteo, che sembra escludere chi vuole perdonare soltanto ai debitori che si pentono, e dice che è stato il Salvatore a comandare di aggiungere, pregando: «poiché anche noi li rimettemmo ad ogni nostro debitore». Certamente tutti abbiamo potere di rimettere i peccati commessi contro di noi, come appare dalle parole: «Come anche noi li rimettemmo ai nostri debitori» e dalle altre: «poiché anche noi li rimettemmo ad ogni nostro debitore». Chi ha ricevuto da Gesù il soffio dello Spirito Santo come gli Apostoli (e si può riconoscere dai frutti perché ha ricevuto lo Spirito Santo ed è diventato spirituale, essendo come il Figlio di Dio portato a fare ogni azione secondo ragione) perdona ciò che perdonerebbe Dio e non assolve i peccati che sono incurabili. Poiché è ministro di Dio – il solo che ha potere di rimettere i peccati – come lo erano i profeti perché dicevano non quello che volevano loro, ma Dio.

Quali peccati non sono rimessi

9. E si leggono queste parole nel Vangelo di Giovanni sulla remissione dei peccati operata dagli Apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a quelli cui rimettete i peccati, sono loro rimessi, a quelli cui li ritenete, sono stati ritenuti». Chi però accoglie senza discernimento queste parole, potrebbe rimproverare agli Apostoli di non perdonare a tutti, affinché a tutti Dio perdoni; ma di ritenere i peccati di qualcuno, cosicché per mezzo loro anche da parte di Dio sarebbero ritenuti. È utile servirci di un paragone tratto dalla Legge per poter comprendere il perdono dei peccati dato da Dio agli uomini per mezzo degli uomini stessi. I sacerdoti della Legge non possono compiere sacrifici in remissione di certe colpe di coloro in nome dei quali si offrono le vittime. Ed il sacerdote che ha il potere su certi involontari peccati od offre sacrificio per le colpe volontarie, mai sarà che offra olocausti per adulterio o deliberato omicidio o per altra più grave colpa e peccato. E così pertanto anche gli apostoli ed i sacerdoti, fatti simili agli Apostoli secondo il grande Sommo Sacerdote, avendo ricevuto la scienza della divina terapia, sanno, ammaestrati dallo Spirito, per quali peccati bisogna offrire vittime e quando ed in qual modo, e conoscono i casi in cui non si devono far sacrifici. Anche il sacerdote Eli, saputo che i figli Ofni e Finees peccavano, poiché non poteva far nulla per rimettere i loro peccati, confessa di non avere speranza che questo si possa ottenere: «Se commette peccato un uomo contro un uomo, pregheranno anche per lui; ma se pecca contro il Signore, chi pregherà per lui».

Abusi nel perdono delle colpe

10. Alcuni, arrogandosi, non so come, poteri oltre la dignità del sacerdote, forse perché non conoscono la scienza sacerdotale, si vantano di poter rimettere anche la colpa dell’idolatria e perdonare l’adulterio e la fornicazione; sciolgono persino il peccato che porta alla morte, pregando per quelli che hanno osato commetterlo. Non conoscono infatti quel che è detto: «C’è un peccato che porta alla morte, non intendo dire che si preghi per quello». Bisogna ricordare anche il fortissimo Giobbe che offriva sacrificio per i figli, dicendo: «Che i miei figli non abbiano nella loro mente il peccato di cattivi pensieri contro Dio». Infatti egli offre sacrificio per i peccati dubbi o che non sono saliti fino alle labbra.

CAPITOLO XXIX

La vita dell’uomo è tentazione

1. «E non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno». Luca non ha: «ma liberaci dal Maligno». Se il Salvatore non ci comanda di pregare per l’impossibile, mi pare che convenga investigare perché mai noi siamo invitati a pregare di non essere indotti in tentazione, quando la vita degli uomini sulla terra è tutta una tentazione. Per il fatto di essere sulla terra avvolti nella carne in lotta contro lo spirito, «la sapienza di essa è nemica a Dio, non potendo affatto sottomettersi alla legge di Dio», noi ci troviamo in tentazione.

Nessuno sfugge alla tentazione

2. Da Giobbe abbiamo appreso attraverso quelle parole: «Forse che la vita degli uomini sulla terra non è una tentazione?» che la vita umana sulla terra è una tentazione sola. La stessa verità è nel Salmo 17: «Per te sarò liberato dalla tentazione». Ma anche Paolo, scrivendo ai Corinti dice che Dio concede non di essere immuni da tentazione, ma di non venir tentati oltre le nostre forze: «Tentazione non vi ha colti se non umana; or Iddio, fedele, non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma darà insieme alla tentazione anche la via di uscirne, onde possiate sopportarla». Poiché la nostra lotta è con la carne che ha desideri contrari allo spirito e lo avversa con la vita di tutta la carne – espressione equivalente per indicare la parte che in noi domina, chiamata cuore – (qualunque sia la lotta di quanti sono tentati in umane tentazioni); oppure lottiamo come atleti provetti e temprati che ormai non hanno più guerra con il sangue e la carne, né sono provati in umane tentazioni ormai messe sotto i piedi; i nostri combattimenti sono «contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità»; orbene, non sfuggiamo alla tentazione.

Dio c’entra nella tentazione?

3. Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: «Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui – il Signore – che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi». Anche Davide, quando dice: «Molte sono le afflizioni dei giusti», conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice «perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio».

Anche gli Apostoli furono tentati

4. E se non afferriamo il significato, che sfugge ai più, del pregare per non cadere in tentazione, dobbiamo dire che gli Apostoli non erano ascoltati nella loro preghiera, poiché soffrirono innumerevoli mali in tutta la loro vita, «in molti maggiori travagli, in più numerose battiture, in prigione oltre misura, spesso nella morte». E personalmente Paolo «ricevette dai Giudei cinque volte quaranta colpi meno uno, tre volte fu battuto con le verghe, una volta fu lapidato, tre volte fece naufragio, una notte ed un giorno passò in alto mare», uomo «tribolato in tutti i modi, esitante, perseguitato, atterrato» e che confessa «fino a questo momento abbiamo fame e sete, siamo ignudi e siamo schiaffeggiati, non abbiamo stabile dimora e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo». Ora, non avendo gli Apostoli ottenuto esaudimento nella preghiera, uno che sia da meno, quale speranza ha, pregando, di essere ascoltato da Dio?

La tentazione è sempre in agguato

5. È scritto inoltre nel Salmo 25: «Provami, o Signore, e tentami; passa al fuoco i miei reni e il mio cuore». Ora, uno che non penetri nell’intenzione del Salvatore allorché invita a pregare, penserà che contrasti con quanto il nostro Signore insegnò sulla preghiera. Ma quanto mai uno ha pensato che gli uomini fossero senza tentazione, dopo averne fino in fondo compreso il motivo? E c’è forse un momento in cui si è pensato di non combattere contro il peccato? È povero quell’uomo? Stia attento «che non rubi e non spergiuri il nome di Dio». È ricco? Non disprezzi: può infatti «pur essendo pieno, diventare menzognero» e nella sua superbia dire: «Chi mi vede?». Nemmeno Paolo «ricco di ogni dono di parole e di ogni conoscenza» è esente dal pericolo di peccare d’orgoglio per questi doni; ha bisogno anzi del pungiglione di Satana che lo schiaffeggia affinché non si insuperbisca. Anche se uno si riconosca perfetto ed eviti i mali, sappia ciò che è detto nel secondo libro dei Paralipomeni, a proposito di Ezechia: che cadde dalla vetta del suo cuore superbo.

Ricchi e poveri sono accomunati nella tentazione

6. Poiché non molto abbiamo detto del povero, se uno pensa che non esista tentazione nella povertà, sappia che l’insidiatore s’aggira «per abbattere il povero e il misero» e soprattutto perché, secondo Salomone, «il povero non sostiene la minaccia». Che bisogno c’è inoltre di ricordare i molti che a causa delle ricchezze materiali non bene amministrate hanno avuto lo stesso posto insieme al ricco del Vangelo, nel luogo della pena? Ed i numerosi che, sopportando ignobilmente la povertà, con un’umile vita più da schiavi che da uomini santi, restarono delusi nella speranza del cielo? Nemmeno coloro che stanno nel mezzo di questi estremi, cioè tra la ricchezza e la povertà, solo perché posseggono moderatamente, sono completamente esenti dal peccare.

Anche i sani e i malati sono a rischio

7. Ma colui che è sano nel corpo e sta bene crede di trovarsi fuori da ogni tentazione per il fatto stesso di avere e di godere della salute. E quali altri, che non siano sani e vigorosi, commettono il peccato di «rovinare il tempio di Dio»? Non lo si oserà dire, essendo chiaro a tutti il significato di questo passo. E qual uomo che sia malato ha fuggito gli inviti a distruggere il tempio di Dio, dal momento che è in ozio per tutto il tempo della malattia e totalmente disposto ad accogliere pensieri di azioni impure? Ma che bisogno c’è di dire quanti altri pensieri lo agitano, se non sorvegli «con ogni guardia» il suo cuore? Molti, infatti, vinti dai travagli e non sapendo sopportare virilmente le malattie, si trovano ad essere allora più infermi nell’anima che nel corpo; e molti anche, vergognandosi di portare fieramente il nome di Cristo, volendo evitare il disonore, sono caduti in una vergogna eterna.

La gloria non preserva dalla tentazione

8. Però qualcuno pensa che cessi d’esser tentato perché ricevette gloria dagli uomini; ma quelle parole: «hanno dagli uomini la ricompensa», non sono forse facilmente rivolte a coloro che si insuperbiscono, come d’un tesoro, della fama di cui godono presso la maggioranza? Forse non suona come un rimprovero l’altra frase: «Come potete avere fede voi, che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?»? Ma perché dovrei enumerare i peccati di superbia di quelli che passano per nobili e lo strisciante servilismo dei cosiddetti ignobili ai piedi di coloro che si credono superiori – servilismo che è dovuto alla loro ignoranza ed allontana da Dio quelli che non hanno vera amicizia, ma simulano soltanto la cosa più bella che ci sia tra gli uomini: l’amore?

Tentati, ma non sopraffatti

9. Dunque, come è già stato detto: «tutta la vita dell’uomo sulla terra è una tentazione»; perciò preghiamo di esser liberati dalla tentazione non nel senso di non venir tentati (che questo è impossibile, soprattutto per quelli sulla terra), ma se tentati, di non soccombere. Colui che soccombe nella tentazione, vi entra, penso, avvolto nelle sue reti in cui, per la salvezza di quelli che già erano caduti, entrò il Salvatore «osservando tra le grate», come è detto nel Cantico dei Cantici. E si rivolge a quelli che sono caduti nelle reti e sono entrati in tentazione, e dice loro, come alla sua sposa: «Levati, amica mia, bella mia, colomba mia». Questo dirò ancora, a dimostrare che ogni nostro momento è propizio per esser tentati: neppure colui che medita giorno e notte la legge di Dio e cerca di tradurre in pratica quanto è detto: «La bocca del giusto mediterà la sapienza» è lontano dall’esser tentato.

La tentazione di chi studia la Scrittura

10. C’è bisogno di nominare anche quanti, nel dedicarsi all’esegesi delle divine Scritture, interpretarono male il contenuto della Legge e dei Profeti e si cacciarono in dottrine empie ed atee, stolte e ridicole? E quelli che caddero in simili errori sono innumerevoli, mentre apparentemente non meritano il rimprovero di negligenza nei loro studi. Simile sorte toccò anche a molti interpreti degli scritti apostolici ed evangelici, che con la propria insensatezza si creano un Figlio o un Padre diversi da quello vero proclamato e conosciuto dai santi. Colui, infatti, che non ha su Dio o sul suo Cristo una cognizione conforme al vero, si è staccato dal vero Dio e dal suo Unigenito; e non è neppure vera adorazione quella per il Dio creato dalla sua follia e scambiato per Padre e Figlio. Ma poiché non si accorge della tentazione insita nell’interpretazione delle Sacre Scritture, eccone il risultato: non si arma né si aderge contro la lotta che lo sovrasta.

Dio non può esporre alla tentazione

11. Bisogna quindi pregare non d’essere senza tentazioni – cosa impossibile –, ma di non venir presi nel laccio della tentazione: destino che tocca a quanti vi sono impigliati e sono stati vinti. Poiché dunque fuori di questa Preghiera è scritto: «affinché non entriate in tentazione» (il cui significato può esser chiaro in base a quanto s’è detto), e nella Preghiera a Dio Padre noi dobbiamo dire: «Non ci indurre in tentazione»; è bene che vediamo come si possa pensare che Dio induca in tentazione colui che non ha pregato o che non è ascoltato. Chi entra in tentazione viene vinto: allora è assurdo credere che Dio tragga qualcuno in tentazione, perché equivarrebbe ad esporlo ad una sconfitta. E la stessa aporia resta, comunque uno interpreti le parole: «Pregate per non entrare in tentazione». Se infatti è male cadere in tentazione – preghiamo perché non dobbiamo soffrirne –, come non è assurdo pensare che Dio, buono, che non può portare frutti di male, getti uno in braccio ai mali?

Polemica antimarcionita

12. Sembra quindi utile fare un confronto con queste parole di Paolo nell’epistola ai Romani: «dicendosi savi, son divenuti stolti ed hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Iddio in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile e d’uccelli e di quadrupedi e di rettili; per questo Iddio li ha abbandonati nelle concupiscenze dei loro cuori alla impurtà, perché vituperassero tra loro i loro corpi». E più avanti: «Perciò Iddio li ha abbandonati a passioni infami, poiché le loro femmine hanno mutato l’uso naturale in quello che è contro natura; e similmente anche i maschi, lasciando l’uso naturale della donna, si sono infiammati». E poco oltre di nuovo: «E siccome non si sono curati di ritenere la conoscenza di Dio, Iddio li ha abbandonati ad una mente reproba, perché facessero le cose che sono sconvenienti». Senonché si devono citare tutti questi testi per coloro che operano divisioni nella divinità, e domandare loro – siccome ritengono il Padre buono del Signore nostro diverso dal Dio della legge – se Iddio, che è buono, trae in tentazione chi non ha ottenuto esaudimento dalla preghiera; e se il Padre del Signore abbandona «alle concupiscenze dei cuori» quelli che in qualche modo prima hanno peccato «all’impurità, perché vituperino tra loro i corpi»; se, come essi dicono, dimenticando di giudicarli e di punirli, «li abbandona a passioni infami ed a una mente reproba perché facciano le cose sconvenienti». Costoro sembra che si trovino nelle concupiscenze dei loro cuori, perché Dio ve li ha consegnati; che siano caduti nelle passioni infami, perché fu Dio a darli in loro potere; che siano incappati in una mente reproba, perché Dio li ha consegnati ad essa così condannati.

La tentazione è per la sazietà del peccato

13. Ma so bene che questa condizione molto li tormenta; per cui, foggiandosi un Dio diverso da quello creatore del cielo e della terra – siccome trovano nella Legge e nei Profeti molte analogie – hanno affermato che quegli che pronunziava simili parole non era buono. Ma ormai attraverso la difficoltà sollevata su quel «non c’indurre in tentazione», in suffragio del quale abbiamo citato le espressioni dell’Apostolo, dobbiamo vedere se anche noi troviamo delle soddisfacenti soluzioni a queste incongruenze. Penso che Dio si prenda cura di ciascun’anima razionale, mirando alla sua vita eterna; essa ha sempre il libero arbitrio e può di per sé trovarsi nella condizione ideale per salire fino alla vetta del bene o a discendere in vario modo, a causa della negligenza, a questo o a quell’abisso di male. Ora, poiché una guarigione rapida ed accelerata produce in certuni un senso di leggerezza sulla gravità del male in cui sono caduti, perché ritenuto facile a curarsi, cosicché dopo il ristabilimento potrebbero piombare una seconda volta nella malattia; logicamente in campo spirituale, Dio trascurerà quel crescere fino ad un certo punto del male, permettendo che trabocchi moltissimo come fosse inguaribile, affinché con questa stasi nel male, con la sazietà del peccato che hanno assaporato, essendo satolli, si accorgano del danno; ed odiando ciò che prima avevano abbracciato, possano con la guarigione godere più stabilmente della salute delle anime loro, venuta dall’essersi curati. Quale «la moltitudine che era tra i figli d’Israele arse di brama, e sedutasi piangeva, e con essa i figli d’Israele dicevano – Chi ci darà da mangiare delle carni? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei poponi, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra anima è arida. Non c’è che manna davanti ai nostri occhi» cospetto dicendo: Perché siamo noi usciti dall’Egitto?».

La pedagogia di Dio nel permettere la tentazione

14. Guardiamo dunque a questa narrazione storica, se l’abbiamo citata con profitto per sciogliere la contraddizione insita nella petizione: «non c’indurre in tentazione» e nelle parole dell’Apostolo. Avendo arso di brama la moltitudine che era tra i figli d’Israele, pianse, ed i figli d’Israele con essa. È evidente che per tutto il tempo che non ebbero desideri, non potevano sentire sazietà né esser liberati dalla sofferenza. Ma Dio che è buono ed ama gli uomini, avendo dato loro quanto bramavano, non lo fece per lasciare in essi desiderio; perciò dice che avrebbero mangiato le carni non per un giorno soltanto: ché sarebbe infatti rimasta la voglia delle carni nell’anima infiammata ed arsa, se per poco ne avessero gustato. Ma neppure per due giorni dà loro quanto desiderano; volendo invece far venir loro a nausea la brama, non sembra che prometta, ma – a chi è in grado di capire – che minacci attraverso quei doni stessi che apparentemente dispensa dicendo: «neppure cinque giorni soli passerete a mangiare le carni né il doppio o quattro volte tanto, ma mangerete al punto da cibarvi di carne per un mese intero finché dalle narici, insieme alla pestilenziale malattia, esca ciò che era creduto bello per voi, e il suo biasimevole e turpe desiderio. Lo scopo è di separarvi dalla vita senza più appetiti ed una volta usciti, come puri da ogni desiderio, ricordando attraverso quali sforzi ve ne siete liberati, far sì che non cadiate più. Un altro scopo è quello di lasciarvi cadere nei mali se – qualora ciò avvenga in lungo giro di tempo – dimenticandovi di quanto avete sofferto per colpa del desiderio, non prenderete cura di voi stessi e non accetterete la Parola che libera completamente da ogni male. In seguito, desiderando i beni della creazione, nuovamente potrete chiedere di ottenere per la seconda volta ciò che bramate; ma avendo a nausea l’oggetto dei vostri appetiti, volerete allora verso il bello e verso il cibo celeste, che avete disprezzato con il tendere alle cose peggiori».

Il peccatore è punitore di se stesso

15. Identica sorte soffriranno quindi «coloro che hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Iddio in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, e d’uccelli e di quadrupedi e di rettili» passioni infami (passioni non solo naturali, ma ripugnanti alla natura) si bruttano e s’impinguano della carne come se allora non avessero più un’anima né una mente, ma fossero una carne sola; mentre nel fuoco e nella prigione non ricevono ricompensa dell’errore, ma quasi un beneficio perché si purificano dei mali del loro errore, facendo insieme salutari sforzi propri degli amanti del piacere. Onde sono liberati da ogni lordura e sangue, in mezzo a cui insudiciandosi e deturpandosi, non potevano pensare una via di salvezza alla loro rovina. «Laverà pertanto Dio l’immondezza dei figli e delle figlie di Sion, e purificherà del sangue in mezzo a loro, con spirito di giustizia e spirito di ardore. Perché egli avanzerà come fuoco che fonde e come erba dei lavandai», lavando e purificando quanti sono bisognosi di tali rimedi per non voler Dio degno di «una loro più seria conoscenza».

Il rimanere nella tentazione favorisce la conversione

16. Vedi se appunto per questo Dio non abbia indurito il cuore del Faraone, perché egli potesse dire quello che asserì dopo d’essere stato indurito: «Giusto è il Signore, io e il mio popolo siamo empi». Per più lungo tempo aveva bisogno dell’indurimento e per più lungo tempo occorreva soffrisse alcune afflizioni perché non si giudicasse come un male l’indurimento, quando troppo presto se ne fosse liberato, e così si rendesse meritevole di indurimento maggiore. Invero se, come è detto nei Proverbi: «non ingiustamente si tendono le reti agli uccelli», Iddio ha ragione di gettarci nella rete secondo che è scritto: «Tu mi facesti cadere nella rete»; ora se anche il più trascurabile degli uccelli, il passero, non cade nella rete senza la volontà del Padre (in quanto che quello che cade nella rete vi cade per il mal uso delle ali, che gli sono state date per elevarsi), domandiamo nella nostra preghiera di nulla fare che dal retto giudizio di Dio diventiamo meritevoli di essere indotti in tentazione. In essa viene indotto chi da Dio viene abbandonato all’impurità nei desideri del suo cuore; ognuno che si abbandona a passioni ignominiose e ognuno che è abbandonato al suo animo depravato, si da fare cose sconvenienti, perché non ha dato prova di portare Dio con sé.

Utilità della tentazione

17. Ecco l’utilità della tentazione. Quello che la nostra anima ha in se ricevuto è nascosto a tutti, anche a noi stessi, tranne che a Dio. Tutto ciò è reso manifesto dalle tentazioni, affinché il nostro particolare essere non rimanga più occulto, e noi conosciamo noi stessi e con la buona volontà abbiamo coscienza delle nostre malizie, si da rendere grazie a Dio per i beni derivatici dalle tentazioni. Ci vengono le tentazioni perché si renda noto qual mai siamo e siano svelati i pensieri reconditi del nostro cuore, come ce lo indicano le parole del Signore nel libro di Giobbe e nel Deuteronomio. Ivi è scritto: «Pensi che io per altro scopo con te ho trattato se non perché tu appaia giusto?». E nel Deuteronomio: «Ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, ti ha fatto mangiare la manna e ti ha condotto nel deserto; dove abitano il serpente mordente, lo scorpione e il rettile, perché siano conosciuti i pensieri del tuo cuore».

18. E se vogliamo ricordarci ancora della storia, dobbiamo rilevare che la ragione di Eva divenne così facile all’inganno e debole nel raziocinio allorché essa, anziché obbedire a Dio, diede ascolto al serpente. Si manifestò quale era anche prima, quando il serpente le si avvicinò, dal momento che con la sua astuzia aveva scoperto la sua fragilità. Parimenti in Caino la malvagità non cominciò ad esistere quando uccise suo fratello, perché già prima Dio, il conoscitore dei cuori, non aveva rivolto gradevole sguardo a Caino e ai suoi sacrifici ; ma la sua malvagità divenne palese nel momento che tolse la vita ad Abele. Inoltre, se Noè non avesse bevuto il vino della vigna che aveva piantato e se dopo di ciò non si fosse ubriacato e non avesse scoperto le sue nudità, non si sarebbe manifestata la procacia e l’empietà di Cam riguardo a suo padre, né il rispetto e la venerazione dei suoi fratelli verso il genitore. Del pari l’insidia che Esaù tese a Giacobbe sembra originata dall’avergli rubata la benedizione del padre; ma già prima essa aveva radici nella sua anima impura e iniqua. E la radiosa purezza di cui Giuseppe era dotato, così da non essere mai sopraffatto dalla passione, ci sarebbe stata sconosciuta, se la sua padrona non si fosse invaghita di lui.

19. Nei tempi, pertanto, intermedi, mentre le tentazioni si susseguono, stiamo saldi e prepariamoci a tutto quello che ci potrà accadere, in modo che qualunque cosa sopravvenga, non ci si possa accusare di essere stati impreparati, ma invece si veda che siamo disposti nel modo più guardingo alle circostanze. Quello che ci difetta a causa dell’umana fragilità, se faremo quello che è in nostro potere, lo compirà Dio che «per coloro che lo amano fa sì che tutte le cose cooperino per il bene», cioè con coloro di cui con infallibile prescienza ha previsto quello che diventeranno.

CAPITOLO XXX

Liberaci dal maligno

1. Con la domanda: «Non ci indurre in tentazione» Luca sembra a ragione avere insegnato anche questa: «E liberaci dal maligno». Con tutta verosimiglianza il Signore con il discepolo, già progredito, usò una forma più compendiosa, mentre per la moltitudine, che aveva bisogno di istruzione più lineare, usò una forma più aperta, Dio ci libera dal maligno, non perché il nemico non ci assalga in nessuna maniera e non entri in lotta contro di noi, con le sue arti di ogni genere e per mezzo dei servitori della sua volontà, ma perché fronteggiando ogni evento possiamo riportare vittoria. Così va intesa la parola: «Numerose sono le tribolazioni dei giusti, ma da tutte egli li libera». Dio ci libera dalle tribolazioni, non perché non ci vengano più tribolazioni (anche Paolo dice: «tribolati in tutto, ma non schiacciati»), ma perché, pur essendo nella tribolazione, per il soccorso divino non siamo schiacciati. Essere nella tribolazione, secondo il modo di parlare ebraico, significa una situazione, in cui ci si viene a trovare, prescindendo dalla nostra volontà; essere schiacciato è invece uno stato, che dipende dalla nostra volontà, che si lascia vincere e sopraffare dalla tribolazione. Paolo bene ha detto: «tribolati in tutto ma non schiacciati». A mio avviso, a questa osservazione corrisponde la parola del Salmo: «Nella tribolazione tu mi hai dilatato». Infatti la gioia e la serenità dello spirito, che nel tempo delle calamità ci vengono da Dio, per l’aiuto e la presenza del Verbo divino, consolatore e salvatore, [nella Scrittura] hanno il nome di dilatazione.

2. Simile cosa è da intendere quando uno è liberato dal maligno. Dio liberò Giobbe, non perché il diavolo non ottenne licenza di affliggerlo con molteplici tentazioni (la ottenne infatti), ma perché in tutto quello che gli sopravvenne egli non peccò davanti al Signore e si mostrò giusto. Colui che aveva detto: «Forse Giobbe. teme Dio per nulla? Non hai tu alzato un riparo tutt’intorno a lui, alla sua casa e a tutto quello che gli appartiene? Non hai tu benedetto l’impresa delle sue mani, e moltiplicato il suo bestiame sulla regione? Ma tu stendi, ti prego, la mano e colpisci la sua roba: di certo ti benedirà in faccia», fu come calunniatore di Giobbe che venne coperto di vergogna. Infatti Giobbe, pur avendo sofferto tanti mali, non bestemmiò contro Dio, come aveva detto l’avversario, bensì invece, anche lasciato in balia del tentatore, continuò a benedire il Signore, E quando la moglie gli dice: «Di’ una parola contro il Signore e muori», la rimprovera con queste parole: «Tu parli proprio come una donna stolta! Certo, il bene lo riceviamo da Dio, il male non lo dobbiamo ricevere?».

Una seconda volta il diavolo dice al Signore riguardo a Giobbe: «Pelle per pelle! Quello che l’uomo possiede lo darà per la sua vita. Ma stendi la tua mano, tocca le sue ossa e la sua carne, per vedere se ti benedirà in faccia». Vinto dall’eroico campione della virtù, il diavolo si è dimostrato menzognero. Giobbe invero, benché abbia sofferto durissime prove, resistette, senza che con le labbra peccasse davanti a Dio. Sostenne vittorioso due combattimenti e non occorse che affrontasse il terzo combattimento. Il triplice combattimento era riservato al Salvatore, come è descritto dai tre evangelisti; e il Salvatore, considerato come uomo, tre volte vinse il nemico.

3. Dopo aver accuratamente esaminato e ponderato in noi stessi queste parole per poter domandare a Dio con giusto intendimento di non entrare in tentazione e di essere liberati dal maligno, siamo degni, per aver ascoltato Dio, di essere ascoltati da lui. Domandiamogli dunque, qualora siamo tentati, di non essere messi a morte; colpiti dalle infuocate frecce del maligno, di non rimanervi bruciati. Sono bruciati da esse quelli i cui cuori, secondo uno dei dodici profeti, «sono divenuti come forno». Ma non ne sono bruciati quelli che con lo scudo della fede spengono i dardi infuocati dal maligno scagliati contro di loro. Effettivamente hanno in loro fiumi di acqua zampillante verso la vita eterna, che non consentono il sopravvento del fuoco del maligno, ma lo spengono facilmente per il diluviare di pensieri divini e salutari, che sono scolpiti nell’anima di colui che con la contemplazione della verità si studia di divenire spirituale.

CAPITOLO XXXI

Come ci si dispone alla preghiera

1. Dopo di ciò non mi sembra fuori posto approfondire il problema della preghiera; trattare con maggiore penetrazione l’argomento sul contegno e sulle disposizioni che devono esserci nell’orante; sul luogo dove bisogna pregare; verso quale direzione si debba rivolgere lo sguardo. qualora qualche ostacolo non si opponga; e così pure sul tempo adatto e preferibile alla preghiera, e di altre cose consimili. [Per bene intenderei] le disposizioni sono da riferire allo spirito, il contegno invece è da riferire al corpo. Paolo, come sopra si è accennato descrive le disposizioni [interiori], quando dice che bisogna pregare «senza ira, né discussione»; si riferisce invece al contegno con quella esortazione: «levando le mani pure». Questo mi sembra ricavato dai Salmi, dove c’è questa espressione: «l’elevazione delle mie mani è come sacrificio vespertino». A proposito del luogo (dice il medesimo Apostolo): «Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo». Quanto all’orientazione, nella Sapienza di Salomone è scritto: «Affinché sia noto che bisogna precorrere il sole per renderti grazie e adorarti al riapparire della luce».

2. A mio avviso, chi si appresta a pregare, se per un po’ di tempo si impegnerà a raccogliersi internamente si renderà più pronto e attento in tutto lo svolgimento della preghiera. Del pari avverrà se scaccerà tutto quanto può distrarla e turbare i suoi pensieri; se si ricorderà per quanto gli è possibile della maestà di Colui al quale accede; se rifletterà che è vera empietà avvicinarsi a lui con disattenzione e svogliatezza, quasi con atteggiamento sprezzante; se allontanerà tutti gli elementi estranei e verrà così alla preghiera, tendendo per così dire l’anima prima delle mani, elevando a Dio lo spirito prima degli occhi; se prima di erigersi in piedi solleverà dalla terra la parte superiore del suo spirito e si presenterà davanti al Signore dell’universo; se rimuoverà da sé ogni mala ricorda che potrebbe avere di ingiustizie inferte a suo danno, come egli stesso desidera che Dio non si ricordi delle sue male azioni e dei peccati, commessi contro molti dei suoi prossimi, o ancora di tutti i falli di cui ha coscienza d’essere incorso contro la retta ragione. Non si può mettere in dubbio che, per quanta numerose passano essere le posizioni del corpo, a tutte sano da preferire quella consistente nell’elevare le mani e nel rivolgere in alto gli occhi; giacché in tal modo il corpo reca nella preghiera l’immagine delle qualità che convengono all’anima nell’orazione. Diciamo che ciò bisogna mettere in atto a meno che alcune circostanze non lo impediscano. Effettivamente in talune contingenze è consentito qualche volta pregare convenientemente stando seduti, come ad esempio quando si soffra un mal di piedi non trascurabile; oppure stando a letto a causa delle febbri, o altre simili infermità. Analogamente, se ad esempio siamo sulla nave o se il disbrigo di affari non permette di ritirarsi per la dovuta preghiera, si può pregare senza averne l’aria.

3. Conviene dunque sapere che quando uno sta per accusarsi davanti a Dio dei propri peccati, supplicandolo che glieli rimetta, è necessaria anche la genuflessione. Trova questa la sua figura in Paolo che si umilia e si sottomette, dicendo: «Perciò io piego le ginocchia davanti al Padre, da cui deriva ogni paternità in cielo e in terra». La genuflessione spirituale, così detta perché tutti gli esseri si sottomettono a Dia nel nome di Gesù e si umiliano davanti a lui, mi sembra che l’Apostolo la significhi con quella espressione: «Affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e negli abissi». Non si può pensare che corpi celesti siano così conformati da possedere ginocchia corporali, giacche è dimostrato da coloro, che di ciò accuratamente trattarono, che tali corpi sono sferici. Colui che non vuole ammettere questa tesi dovrà pure convenire che ogni membro ha la sua utilità, di modo che nulla da Dio è fatto senza finalità, a meno che egli resista con impudenza alla ragione. Incappa così in doppia difficoltà, sia chi dice che le membra del corpo sono state date inutilmente da Dio agli esseri celesti e non per attuazione di finalità specifiche, sia chi dice che le viscere e l’intestino compiono le loro funzioni proprie anche negli esseri celesti. È poi da folle pensare che questi esseri celesti, a guisa delle statue, abbiano l’apparenza umana sola alla superficie e non nella loro profondità. Tutto ciò ho messo in risalto nell’esaminare il significato della genuflessione e avendo sotto gli occhi quel passo scritturale: «Nel nome di Gesù ogni ginocchia si pieghi in cielo, sulla terra e negli abissi». La stessa cosa è scritta nel Profeta: «Ogni ginocchio si piegherà davanti a me».

Il luogo della preghiera

4. Quanto al luogo della preghiera, conviene sapere che, qualora si preghi bene, ogni luogo vi è adatto: «Dappertutto, dice il Signore, offritemi l’incenso». E: «Voglia dunque che gli uomini preghino in ogni luogo». Perché possa fare le proprie orazioni più quieto e senza distrazioni, ognuno può scegliere un luogo particolare e predisposto nella sua abitazione privata se vi è spazio, per così dire, più santo, e ivi pregare. Prima però dell’esame generale di questo luogo egli indagherà se nel posta dove si prega nulla di nefando e di contrario alla retta ragione mai sia stato commesso. Colui che così operò non soltanto se stesso, ma anche il luogo della sua preghiera personale ha resa tale che Dio distolga di là il sua sguardo. Nell’approfondire le considerazioni su tale luogo, devo dire qualche casa, che potrebbe sembrare forse incresciosa, ma che ad esaminarla accuratamente non è da disprezzare. Si tratta di sapere se sia santo e puro rivolgersi a Dio nella preghiera nella stanza dove si compie l’opera della carne, non quella contraria alle leggi ma secondo la parola dell’Apostolo, per indulgenza e non per comanda. Poiché se non può attendere alla preghiera come si conviene, se non compie là questo dovere che temporaneamente, per mutuo consenso, è d’uopo considerare anche questo, se tal luogo cioè vi si addica.

5. Aggiunge alla utilità qualche cosa di gradevole il luogo della preghiera, dove i credenti si riuniscano insieme, perché è credibile che ivi potenze angeliche partecipino alle assemblee dei credenti. Là discende la forza dello stesso Signore e Salvatore nostro, dove si radunano gli spiriti dei santi, a mio credere, quelli dei marti che ci hanno preceduto e senza dubbia anche quelli dei santi ancora in vita, benché ciò non riesca facile a dirsi come avvenga. Se degli angeli ciò si può arguire dal detto: «L’angelo. del Signore si aggirerà intorno a coloro che temono Dio e li libererà», se Giacobbe asserisce il vero non solo nei suoi riguardi, ma anche con riferimento a quelli che sono devoti a Dio, quando parla dell’«angelo che mi libera da tutti i mali», è credibile che, allorquando malti sono legittimamente riuniti per la gloria di Cristo, l’angelo di ciascuno s’aggiri intorno a ognuno di coloro che temono il Signore, se si trova con l’uomo che ha l’incarico di custodire e di dirigere, di guisa che, quando i santi sano riuniti, vi sona due chiese, quella degli uomini e quella degli angeli. Se Raffaele dice del solo Tobia di avere offerto la sua preghiera in memoriale e poi quella di Sara, che sarebbe divenuta più tardi sua nuora per il matrimonio con il giovane Tobia, che cosa conviene dire, quando s’avvera il caso che molti si riuniscono in un medesimo spirito e in un medesimo pensiero e formano un solo carpo in Cristo? Quanto alla potenza del Signore che è presente nella Chiesa, Paolo dice: «Essendo radunati voi e il mio spirito con la potenza del Signore», come se la potenza del Signore fosse non solamente con gli Efesini, ma anche con i Corinzi. Ora, se Paolo, ancora rivestito di carne corporea, ha pensato di essere portato con il suo spirito a Corinto, non è temerario pensare che i beati usciti dai loro corpi vengano in spirito, forse più celermente di colui che è nel corpo, in mezzo alle assemblee. Per tali ragioni non si devono tenere in poco conto le preghiere che si fanno nelle chiese, perché esse hanno veramente qualche casa di eccellente per chi legittimamente vi prende parte.

6. Come la potenza del Signore e lo spirito di Paolo e degli uomini che a loro assomigliano e gli angeli del Signore, che si aggirano, che attorniano i santi si riuniscono e si assembrano con coloro che si congregano in modo legittimo, bisogna darsi pensiero che, se qualcuno è indegno dell’angelo santo a causa delle colpe e delle ingiustizie commesse per disprezzo di Dio, non cada in balia di un diavolo. Un tale uomo, data che sono rari coloro che gli rassomigliano, non sfuggirà per lungo tempo alla provvidenza degli angeli, i quali per servizio del divino valere esercitano la sorveglianza sulla comunità e portano a conoscenza di tutti i falli di quell’uomo. Ma se tali individui divengono più numerosi e se si radunano alla stregua delle società umane per occuparsi di affari terrestri, Dio non veglierà più su di loro. Ciò appare chiaro dalle parole del Signore presso Isaia: «Quando venite per comparirmi innanzi, io, dice egli, stornerò i miei occhi da voi e, se moltiplicherete le vostre suppliche, non vi ascolterò». Può pertanto darsi che invece della doppia assemblea, di cui abbiamo parlato, cioè di uomini santi e di angeli beati, vi sia una doppia congrega di uomini empi e di angeli malvagi. Allora gli angeli santi e gli uomini probi potrebbero dire di siffatta riunione: «Io non mi sono assiso nel sinedrio dei vanitosi e non mi associerò con quelli che commettono iniquità, e non siederò accanto agli empi».

È per questo, a mio credere, che gli abitanti di Gerusalemme e di tutta la Giudea, perché caduti in numerosi delitti, sono stati sottomessi ai loro nemici: i popoli, che avevano abbandonato la legge [di Dio], sono abbandonati e dagli angeli custodi e dagli uomini santi, che avrebbero potuto salvarli. Così si permetterà che intere assemblee soccombano talvolta alle tentazioni, affinché ciò che credano di avere sia loro tolto e, a somiglianza del fico maledetto e disseccato sino alle radici per non avere dato il suo frutta a Gesù che aveva fame, esse pure, siano inaridite e private del poco di forza vitale nella fede, che ancora avevano. Queste delucidazioni mi sono sembrate necessarie nell’esaminare il luogo della preghiera e per mostrare che il miglior posto per pregare è proprio quello, dove i santi si radunano in assemblea.

CAPITOLO XXXII

L’orientazione nella preghiera

Ora, sia pure brevemente, bisogna dire qualcosa sul punto del cielo, verso cui ci si deve rivolgere per pregare. Poiché vi sono quattro punti cardinali, il settentrione, il mezzogiorno, l’occidente e l’oriente, chi non ammetterebbe senz’altro che l’oriente intuitivamente manifesta che noi dobbiamo pregare da quel lato, significando essa, simbolicamente, l’anima con il suo sguardo rivolto alla levata della luce vera? Se qualcuno preferisce pregare guardando l’apertura della sua porta, comunque sia l’ubicazione della porta della sua casa, sostenendo che la vista del cielo per se stesso ha qualcosa di più invitante che quella dei muri, a meno che nella sua casa non vi sia l’apertura verso oriente, converrà rispondergli che trattasi di pura convenzione la costruzione delle case verso questo o quel punto cardinale, ma che per natura quello verso oriente ha titolo di preminenza sugli altri, e che il criterio della natura è preferibile a quelli della convenzione. E che è? Colui che prega in un campo non pregherà piuttosto verso l’oriente, che verso l’occidente? Se dunque per motivo così ragionevole si deve preferire l’oriente, perché non far questo in ogni luogo? Ma di tale argomento basta.

 CAPITOLO XXXIII

Classificazione della preghiera

1. Penso di dover concludere il mio dire, dopo che avrò trattato sulle forme della preghiera. Mi sembra pertanto di dovere descrivere quattro forme di preghiera, che ho trovato sparse nelle Scritture; a norma di queste bisogna che ognuno componga la sua preghiera. Tali forme sono le seguenti. Dapprima e nell’esordio della preghiera bisogna secondo le proprie forze rendere gloria a Dio per mezzo di Cristo, glorificato nello Spirito Santo, che è lodato con lui. Dopo di ciò ognuno deve far seguire azioni di grazie, rievocando i benefici largiti a tutti gli uomini e quelli personali ricevuti da Dio. Dopo l’azione di grazie deve farsi severo accusatore dei propri peccati davanti a Dio e in primo luogo domandargli guarigione e liberazione dall’abitudine che ci porta al peccato, e in secondo luogo la remissione delle colpe passate. Dopo la confessione il quarto punto, per quanta a me sembra, è la domanda dei beni grandi e celesti, particolari e collettivi, per i familiari e per gli amici. Infine la preghiera deve concludersi con la glorificazione di Dio, per mezzo di Cristo nello Spirito Santo.

2. Questi punti, come abbiamo detto, li troviamo menzionati qua e là nelle Scritture. Il tema della glorificazione si riscontra nel Salmo 103 in quelle parole: «O Signore mio Dio, sei stato magnificato in maniera sublime. Ti sei vestito di splendore e di gloria, avvolto di luce come di un manto. Tu distendi i cieli come un drappo; riempi di acque le sue stanze superiori; rendi le nubi tuo cocchio; passeggi sulle ali dei venti. Fai dei venti i tuoi nunzi veloci e del fuoco fiammeggiante i tuoi ministri; hai piantato la terra su basi solide, sicché non vacillerà per tutti i secoli venturi. Tu la ricopri di acque abissali come di una veste, le acque ondeggeranno sui monti. Al tuo grido esse fuggiranno spaurite, al fragore del tuo tuono esse tremeranno». La parte più rilevante di questo salmo risulta dalla glorificazione del Padre. Chi vuole raccogliere esempi in maggior numera, può vedere come la dossologia sia diffusa in molti luoghi [della Scrittura].

3. Per il rendimento di grazie può essere addotto come esempio un tratto del secondo libro di Samuele, dove David, dopo le promesse fattegli da Natan, è preso da stupore per i doni di Dio e parla in questi termini: «Che cosa sono io, o mio Signore, e che cosa è la casa mia, che tu mi hai amato a tal punto? Ma io mi sano fatto piccolo davanti a te, o mio Signore, e tu hai parlato riguardo della casa del tuo servo in vista di un lontano avvenire. È questa la legge dell’uomo, o mio Signore, a Signore Dio. Che altro potrà dirti David? Ora tu conosci il tuo servo, Signore; per il tuo servo hai compiuto questo e secondo il tuo cuore hai fatto conoscere al tuo servo tutta questa magnificenza, perché ti abbia ad esaltare, o Signore, o mio Signore».

4. Esempio di confessione: «Liberami da tutte le mie iniquità». E altrove: «Fetide e purulente sono le mie piaghe a causa della mia follia. Io sono avvilito e depresso oltre ogni dire; tutto il giorno mi sono aggirato nella tristezza».

Un esempio di domanda è nel salmo 21: «Non mi trascinare con gli empi e non mi perdere con quelli che operano l’iniquità»Si potrebbero citare altri testi analoghi.

È bene, dopo aver cominciato con la dossologia; finire con la dossologia, esaltando e magnificando il Padre di tutte le cose per mezzo di Gesù Cristo nella Spirito Santo «a cui sia gloria nei secoli».

 CAPITOLO XXXIV

Epilogo

Secondo le mie forze diligentemente, o verissimi fratelli nella religione di Dio, Ambrogio e Taziana, ho studiato il problema della preghiera e la preghiera [del Signore] tramandataci nei Vangeli, specialmente quello che è detto in Matteo. Non dispero, tendendo verso quello che vi è davanti e obliando quello che vi sta dietro, pregando nel frattempo per noi, di ottenere ancora maggiori e più divini pensieri su tutti questi punti da Dio munifico nel dare, e di poter trattare di questo soggetto con più magnificenza, elevazione e chiarezza. Presentemente, accogliete questo mio saggio con indulgente benevolenza.

 

LA PREGHIERA secondo ORIGENE

La preghiera

CAPITOLO I

Tutto è possibile a Dio

1. Esistono cose che alla natura razionale e mortale sono incomprensibili, a causa della loro grandezza e superiorità sull’uomo e dell’infinita trascendenza sulla nostra caduca condizione. Esse però diventano intellegibili per volontà di Dio in virtù della copiosa ed infinita grazia divina effusa sugli uomini per mezzo di Gesù Cristo – ministro di immensa grazia verso di noi – e dello Spirito cooperante. Essendo dunque impossibile alla natura umana il possesso della sapienza con cui tutto fu fatto («tutto» infatti, secondo Davide, «Dio fece nella sapienza»), da impossibile diventa possibile per mezzo del Signore Nostro Gesù Cristo «che è stato fatto da Dio sapienza per noi, e giustizia e santificazione e redenzione». «Qual uomo infatti conoscerà il consiglio di Dio? O chi potrà intendere quel che il Signore vuole? Poiché ragionamenti dei mortali sono timidi ed incerte le nostre opinioni. Infatti il corpo corruttibile grava sull’anima e la terrestre dimora deprime la mente che ha molti pensieri. E con difficoltà consideriamo le cose della terra; ma quelle del cielo, chi le scoprirà?». Chi non direbbe infatti che è impossibile all’uomo investigare le cose del cielo? Tuttavia ciò che è impossibile non lo è più per l’infinita grazia di Dio: colui che fu rapito al terzo cielo, probabilmente scoprì quel che v’era nei tre cieli, per aver udito «ineffabili parole che non è concesso a uomo udire». Chi poi potrebbe affermare che è possibile all’uomo conoscere la mente di Dio? Ma anche questa grazia Dio concede per mezzo di Cristo [lacuna] non è più la volontà del loro Signore, quando Egli insegna la volontà di Colui che vuol essere il Signore e si trasforma in amico per coloro di cui era già prima il Signore. Ma come anche nessun uomo «conosce le cose dell’uomo all’infuori dello spirito dell’uomo che è in lui, così le cose di Dio nessuno conosce se non lo Spirito di Dio». Ma se nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio, è impossibile all’uomo conoscere le cose di Dio. Ora considera come ciò sia possibile. «Noi però», dice Paolo, «abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo spirito che è da Dio affinché conosciamo le cose che ci sono state donate da Dio, anzi ne parliamo non in dotte parole di umana sapienza, ma come ammaestrati dallo Spirito».

CAPITOLO II

L’arduo compito di parlare della preghiera

1. Ora voi, Ambrogio piissimo e zelantissimo e tu, Taziana, anima così bella e così virile – per aver messo in non cale la tua natura di donna, alla maniera di quanto accadde in Sara, io ho motivo di rallegrarmi –, evidentemente non sapete perché mai, accingendomi ad un discorso sulla preghiera, abbia come premessa parlato delle cose che, impossibili per gli uomini, diventano possibili in forza della grazia di Dio. Sono persuaso che trattare della preghiera con acutezza e con riverenza in modo completo: come si deve chiedere una cosa nella preghiera e quali cose dire a Dio in essa e che momenti sono più opportuni per pregare, sia una di quelle cose, considerando la nostra debolezza, impossibili. [lacuna] colui che, per la grandezza delle rivelazioni, si guardava dall’essere stimato oltre ciò che si vedeva o sentiva di lui, confessava di non saper pregare come si deve. «Non sappiamo», dice, «chiedere con la preghiera nel modo dovuto ciò che dobbiamo chiedere». È necessario non soltanto pregare, ma pregare anche come si deve e chiedere quel che va chiesto. Comprendere infatti quel che si deve chiedere con la preghiera non sarebbe sufficiente, se non aggiungiamo come chiedere. D’altra parte che ci gioverebbe il modo di pregare, se non sapessimo con la preghiera che cosa chiedere?

Le cose da chiedere a Dio

2. Quel che si deve chiedere pregando, cioè le parole della preghiera, costituisce il primo di questi due punti; l’altro, il come pregare, è dato dalle disposizioni dell’orante. Ecco un esempio per ciò che si deve chiedere: «Chiedete le cose grandi e le piccole vi saranno aggiunte» e «Chiedete le cose celesti, anche le terrestri vi saranno aggiunte» e «Pregate per quelli che vi oltraggiano» e «Chiedete al padrone della messe, perché mandi operai alla messe» e ancora «Pregate per non cadere in tentazione» e «Pregate perché la vostra fuga non avvenga d’inverno né di sabato» e «pregando, poi, non dite molte parole» e contenuti simili. Per il modo di pregare: «voglio quindi che gli uomini preghino in ogni luogo levando pure mani senza rancori e dissensi. Analogamente anche le donne in veste adatta si ornino con modestia e sobrietà e non con trecce od oro o perle o vesti sontuose, ma secondo ciò che conviene a donne che fanno professione di pietà, per mezzo di opere buone». E sul modo di pregare, ci è di insegnamento anche questo: «se dunque offri il tuo dono all’altare e lì ti sei ricordato che tuo fratello ha qualcosa verso di te, lascia il tuo dono davanti all’altare e va’, prima riconciliati con il tuo fratello ed allora, ritornato, offri il tuo dono». Poiché, qual dono può essere inviato a Dio dalla creatura razionale più grande di una fragrante parola di preghiera, offerta da chi sa di non avere quel fetore che emana dal peccato? Vi è poi, sul modo di pregare, questo passo: «non privatevi tra di voi, se non d’accordo per il tempo da attendere alla preghiera e di nuovo ritornate insieme, perché non goda di voi Satana a causa della vostra incontinenza». Si vede quindi che non si prega come si deve se l’opera degli ineffabili misteri del matrimonio non è compiuta con rispetto, raramente, senza passione; infatti l’accordo di cui si tratta qui sopprime il disordine delle passioni, spegne l’incontinenza impedendo a Satana di godere dei mali nostri. Oltre a questi, il passo che segue insegna il modo di pregare: «se state pregando, perdonate se avete qualche cosa contro qualcuno». E quest’altro, in Paolo, indica il modo di pregare: «Ogni uomo che preghi o profetizzi a capo coperto, deturpa il suo capo, ed ogni donna che preghi o profetizzi a capo scoperto, deturpa il suo capo».

Lo Spirito interviene

3. Ma pur conoscendo Paolo tutti questi esempi e molti in più potendo trarre dalla legge, dai profeti e da quanti ne contiene il Vangelo, è con atteggiamento non pur di modestia, ma di sincerità che, nel constatare, con multiforme esegesi d’ogni particolare, dopo tutto quanto resti da sapere, che cosa dire con la preghiera e come lo si deve dire, esclama: «Non conosciamo la maniera di chiedere quanto dobbiamo chiedere nella preghiera». E vi aggiunge, onde supplisca a quel che manca nel caso di chi non sa, ma si mostra degno di veder colmata la sua insufficienza: «Lo stesso Spirito chiede a Dio con gemiti ineffabili, e colui che scruta i cuori conosce il pensiero dello Spirito, perché chiede per i santi, secondo Dio». E lo Spirito che grida nel cuore dei beati «Abbà, o Padre», che conosce bene i gemiti di questa terrestre dimora bastanti a schiacciare coloro che sono caduti o hanno trasgredito, con lamenti ineffabili chiede a Dio, accogliendo i nostri gemiti, a motivo della sua grande compassione e solidarietà con l’uomo. E per sì fatta sapienza, vedendo «umiliata a terra l’anima nostra e rinchiusa nel corpo dell’umiliazione», chiede a Dio non con gemiti qualsiasi, ma con certi ineffabili gemiti contenenti «arcane parole che non è concesso all’uomo dire». Questo Spirito poi, non bastandogli di chiedere a Dio, prolungando la preghiera, sovrachiede per coloro – io credo – che sono più che vincitori, com’era Paolo quando diceva: «Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori». Ed è verosimile che intercede appena per quelli che non sono in grado di stravincere, non tali però da essere vinti e che tuttavia vincono.

La preghiera di Giovanni

4. Affine al versetto: «Non conosciamo la maniera di chiedere quanto dobbiamo chiedere nella preghiera, ma lo Spirito con lamenti ineffabili intercede presso Dio», è l’altro: «Pregherò anche con la mente, salmeggerò con lo spirito, salmeggerò anche con la mente». Non può infatti la nostra mente pregare, se prima di essa non preghi lo spirito, ed essa stia come in suo ascolto; come neppure può salmodiare con ritmo, in dolcezza, con misura e in concento lodare il Padre in Cristo, se «lo Spirito che tutto scruta, anche gli abissi di Dio», prima non lodi e inneggi a Colui del quale scrutò gli abissi e lo comprese secondo le sue forze. Io credo che qualcuno dei discepoli di Gesù, accortosi di quanto distasse l’umana debolezza dal modo con cui si deve pregare e soprattutto avendo avuto questa percezione quando udì le profonde e grandi parole pronunziate dal Salvatore nella preghiera al Padre, abbia detto al Signore quando cessò di pregare: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli». E tutto il passo si concatena così: «E accadde che essendo a pregare in un luogo, come cessò, gli disse uno dei suoi discepoli: “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni insegnò ai suoi discepoli”». Ora, come può essere che un uomo, nutrito degli insegnamenti della legge e della lettura delle parole dei profeti e frequentatore delle sinagoghe, non sapesse affatto come pregare finché non vide in un luogo il Signore a pregare? Ma questo è assurdo a dirsi, poiché pregava certo secondo le consuetudini giudaiche; vedeva però di aver bisogno d’un maggior sapere in tema di preghiera. Che cosa allora insegnava Giovanni in fatto di preghiera ai discepoli che venivano da Gerusalemme e da tutta la Giudea e dai luoghi vicini per essere battezzati? A meno che, per essere più di un profeta, intuisse qualcosa sulla preghiera che probabilmente manifestava non a tutti quelli che si battezzavano, ma in segreto a coloro che desideravano, oltre il battesimo, diventare suoi discepoli.

La preghiera, opera dello Spirito

5. Simili preghiere veramente spirituali – poiché è lo Spirito a pregare nel cuore dei santi – e ripiene di ineffabile e mirabile dottrina sono ricordate dalla Scrittura. Per esempio, nel primo libro dei Re, c’è parte (poiché la Scrittura non la contiene tutta) della preghiera di Anna «quando moltiplicò le preghiere al cospetto del Signore, parlando nel suo cuore». Nei Salmi, il 16 s’intitola Preghiera di David e l’89 Preghiera di Mosè, l’uomo di Dio e il 101 Preghiera del povero quando sia afflitto e spanda la sua supplica al cospetto del Signore. Queste preghiere, poiché erano veramente fatte di Spirito e dallo Spirito proferite, sono piene anche dei precetti della sapienza divina, cosicché si potrebbe dire per le cose che sono in esse proclamate: «chi è saggio e le comprenderà? e chi intelligente e le saprà?».

Un argomento impegnativo

6. Poiché dunque tale è la nostra comprensione della preghiera che c’è bisogno del Padre che vi faccia luce e del suo Figlio primogenito che insegni e dello Spirito che aiuti a pensare e dire degnamente di un tanto argomento, dopo aver pregato come uomo – poiché non mi riconosco il diritto di definire la preghiera – supplico lo Spirito, prima di iniziare a parlare della preghiera, affinché io riceva una nozione quanto mai completa e spirituale, e chiare appaiano le preghiere racchiuse nel Vangelo. Bisogna dunque ormai dare inizio al discorso sulla preghiera.

CAPITOLO III

Il termine preghiera

1. Prima di tutto, il nome preghiera (euché) lo trovo, da quanto mi risulta, quando Giacobbe fuggendo l’ira del proprio fratello Esaù, si dirigeva nella Mesopotamia secondo i consigli di Isacco e Rebecca. Così ha il testo: «E fece una preghiera (euché) Giacobbe, dicendo – Se il Signore Dio sarà con me e mi custodirà in questa via che intraprendo e mi darà pane da mangiare e vestito da indossare e mi ricondurrà salvo alla casa del padre mio, il Signore sarà il mio Dio e questa pietra che alzai come monumento sarà per me casa di Dio e di tutte le cose che mi darai io ti offrirò la decima».

Preghiera come voto

2. Dove c’è anche da notare come il termine euché sia accolto spesso con un significato diverso da proseuché per indicare chi promette con «voto» di fare certe cose se otterrà da Dio certe altre. Ma il vocabolo è usato nella nostra comune accezione come lo troviamo nell’Esodo, dopo la piaga generale che è la seconda nella serie delle dieci: «Il Faraone chiamò Mosè ed Aronne e disse loro – Pregate il Signore, Egli tolga le rane da me e dal mio popolo ed io lascerò andare il popolo e sacrificherà al Signore». Se alcuno poi stenti a persuadersi che il Faraone usi la parola «pregate» dal momento che euché ha il significato ordinario (di preghiera) ed anche quello particolare (di voto), bisogna che legga ciò che segue. Il testo suona così: «Disse Mosè al Faraone – Stabiliscimi quando pregherò per te e per i tuoi servi ed il popolo tuo, che spariscano le rane da te e dal tuo popolo e dalle vostre case, e rimangano solo nel fiume».

Preghiera come tale

3. Osserviamo come nel caso delle zanzare, terza piaga, il Faraone non chiede che si faccia preghiera, né Mosè prega. Ma per le mosche, che furono la quarta, dice: «Pregate dunque per me il Signore». Dice Mosè: «quando sarò partito da te, pregherò Dio e le mosche domani se ne andranno dal Faraone e dai suoi servi e dal popolo suo». E poco dopo: «partì Mosè dal Faraone e pregò Dio». Ma di nuovo, alla quinta e sesta piaga, il Faraone non chiese di fare preghiera, né Mosè pregò. Alla settima: «Il Faraone avendo mandato a chiamare Mosè ed Aronne, disse loro – Ho peccato anche questa volta, il Signore è giusto, io e il mio popolo, invece, empi. Pregate dunque il Signore e cessino i tuoni di Dio e la grandine e il fuoco». E poco oltre: «Uscì Mosè dal Faraone fuori della città e stese le mani al Signore e i tuoni cessarono». Ora, perché non è detto «pregò» come sopra, ma «stese le mani al Signore» sarà spiegato in un momento più opportuno. E per l’ottava piaga, il Faraone dice: «E pregate il Signore Dio vostro, e allontani da me questa morte. Uscì Mosè dal Faraone e pregò Dio».

Esempi del significato di voto

4. Dicemmo che spesso il vocabolo euché non è, come nel passo relativo a Giacobbe, usato nella comune accezione. Ecco anche nel Levitico: «Parlò il Signore a Mosè dicendo – Parla ai figli di Israele e dirai loro: chi faccia voto (euchén) promettendo la sua anima al Signore, sarà stabilito il prezzo del maschio dai venti anni ai sessanta, e il suo prezzo sarà di cinquanta sicli d’argento secondo la misura del santuario». E nei Numeri: «E parlò il Signore a Mosè dicendo – Parla ai figli di Israele e dirai loro: Uomo o donna che abbiano solennemente fatto voto (euchén) di consacrare la loro santità al Signore, si asterranno dal vino e da bevanda inebriante», e quanto segue sul cosiddetto Nazireato. Quindi poco dopo: «E santificherà il suo capo in quel giorno in cui si è santificato al Signore, giorni del voto (euchés)». E di nuovo più sotto: «Questa è la legge di chi ha fatto il voto; e nel giorno in cui avrà compiuto i giorni del suo voto… ». E ancora poco oltre: «E dopo ciò colui che ha fatto il voto berrà il vino. Questa è la legge di chi ha fatto voto, il quale offra al Signore il suo dono secondo il voto fatto, oltre ciò che ha a disposizione, secondo la potenza del voto che abbia fatto secondo la legge della santificazione». E alla fine dei Numeri: «E parlò Mosè ai principi delle tribù dei figli di Israele, dicendo – Questa è la parola che ha stabilito il Signore: un uomo che abbia fatto voto al Signore, o giurato o preso una decisione per l’anima sua, non violerà la sua parola, ma tutto quanto è uscito dalla sua bocca lo farà. E una donna se avrà fatto voto al Signore e avrà preso una decisione nella casa del suo padre durante la sua giovinezza ed il padre ha sentito i suoi voti e le sue decisioni prese per l’anima sua ma non avrà detto nulla, rimarranno tutti i suoi voti come anche tutte le decisioni prese per l’anima sua». E successivamente prescrive altre cose in merito a tale donna. Secondo lo stesso significato è scritto nei Proverbi: «È una rovina per l’uomo fare sacrificio di qualche cosa propria, con temerità; dopo infatti di aver fatto voto accade di pentirsi». E nell’Ecclesiaste: «È bene non far voto piuttosto che far voto e non adempierlo». E negli Atti degli Apostoli: «Ci sono quattro uomini tra di noi che hanno un voto sopra di sé».

CAPITOLO IV

Il termine proseuché: invocazione

1. Non mi parve fuori luogo distinguere innanzitutto sulla base delle Scritture i due significati espressi dal termine euché. E lo stesso è anche di proseuché. Questo nome infatti oltre a trovarsi spesso con il comune, consueto significato di preghiera è usato anche nell’accezione di voto nel racconto di Anna. Nel I Libro dei Re: «Ed Eli sacerdote sedeva sulla sedia davanti alle porte del tempio del Signore ed ella aveva l’animo amareggiato; e invocò il Signore e piangeva con gemito e fece voto e disse – Signore degli eserciti, se ti rivolgerai a guardare la bassezza della tua serva e ti ricorderai di me e non ti dimenticherai della tua ancella e darai alla tua serva un figlio maschio, io lo darò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo».

2. Ora, qualcuno può verisimilmente dire, ponendo attenzione a quel «invocò il Signore e fece voto», che se ha fatto le due cose, cioè invocare il Signore e fare voto, forse «invocò» è posto nel significato comune per noi di preghiera; e «fece voto» nel significato con cui si trova nel Levitico e nei Numeri. Infatti l’espressione: «Lo darò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo» non è propriamente invocazione, ma voto, quale fece anche Jefte: «E fece voto Jefte al Signore e disse – Se mi darai i figli di Ammon in mano mia, chiunque sarà che uscirà dalle porte della mia casa e verrà incontro mentre ritorno in pace dai figli di Ammon, sarà per il Signore e lo offrirò in olocausto».

Invocazione, voto, preghiera

CAPITOLO V

Obiezioni sulla preghiera: è essa utile?

1. Se dunque dopo ciò è necessario, come avete comandato, esporre dapprima le opinioni di coloro i quali credono che nulla si ottiene dalle preghiere e perciò dicono che è superfluo pregare, non rifiuteremo di fare anche questo, per quanto possiamo, prendendo il nome euché nel significato più comune e più semplice [lacuna]. L’argomento invero è banale e non trova illustri rappresentanti, tanto che non si incontra affatto – tra quelli che ammettono la Provvidenza e pongono Dio al governo di tutte le cose – chi non accolga la preghiera. Tale dottrina è di coloro che sono completamente atei e negano l’esistenza di Dio, o di quelli che ammettono Dio solo di nome, ma non la sua Provvidenza. Tuttavia già la potenza dell’Avversario volendo mescolare le più empie credenze al nome di Cristo e alla dottrina del Figlio di Dio riesce a persuadere certuni che persino non si deve pregare. I sostenitori di questa tesi sono quelli che proprio non ammettono le cose sensibili, e non si servono né del battesimo, né dell’eucaristia, travisano le Scritture quasi che non esigessero un certo pregare, ma insegnassero una preghiera completamente diversa.

La prescienza di Dio renderebbe vana la preghiera

2. Queste che seguono potrebbero essere le motivazioni di coloro che respingono la preghiera, ma che pongono poi Dio al governo di tutte le cose e affermano l’esistenza della Provvidenza (per ora infatti, non mi propongo di esaminare le affermazioni di coloro che rifiutano del tutto Dio con la sua Provvidenza). Eccole: Dio conosce tutte le cose prima della loro nascita e nessuna è conosciuta da Lui per la prima volta quando appare, solo per il fatto di esistere, quasi che prima d’allora non fosse conosciuta. Che bisogno c’è dunque di indirizzare la preghiera a chi, prima ancora di pregarlo, sa ciò che a noi manca? «Sa infatti il Padre celeste di cosa abbiamo bisogno prima che noi lo preghiamo». È giusto poi che essendo il Padre il creatore di tutto, «che ama tutte le cose esistenti e nulla detesta di quel che fece», con un piano di salvezza dispensi quanto necessita a ciascuno, senza che preghi, a guisa di un padre che ha cura dei figlioletti e non attende la loro domanda. D’altronde, non sarebbero del tutto in grado di chiedere, oppure per la loro ignoranza vorrebbero spesso ottenere ciò che è in contrasto con quanto è loro utile e adatto. Noi uomini distiamo dalla mente di Dio più che non la fanciullezza dalla mente dei genitori.

La preghiera per il sole

3. È ragionevole pensare che Dio non solo preveda il futuro, ma anche lo prestabilisca, e nulla ai suoi occhi accada all’infuori di ciò che è stato preordinato. Poniamo che uno preghi perché il sole sorga: verrebbe creduto stolto, poiché chiede che accada per mezzo della sua preghiera ciò che sarebbe avvenuto anche senza pregare. Sarebbe ugualmente insensato l’uomo che credesse si avverasse per mezzo della sua preghiera ciò che assolutamente sarebbe accaduto anche se non avesse pregato. Un altro esempio: se supera ogni follia chi, per il fatto di un sole da solstizio estivo che lo molesta e lo scotta, crede che con la preghiera il sole si sposterà nelle costellazioni invernali, onde ne trarrà godimento dall’aria temperata; chiunque credesse di non soffrire per le circostanze che necessariamente accadono all’umanità, solo perché prega, sorpasserebbe ogni ragionevolezza.

Predestinati… a non essere ascoltati

4. Se poi «sono traviati i peccatori fin dal seno materno» e il giusto è segregato «fin dall’utero della madre e non essendo ancora nati, non avendo fatto né bene né male, affinché stesse fermo il proponimento di Dio secondo l’elezione, non per riguardo alle opere, ma a colui che chiamò, è detto – Il maggiore servirà al minore» Poiché se siamo peccatori fin dalla nascita, siamo traviati; se poi fummo eletti fin dal seno della nostra madre, ci toccherà la parte migliore, anche senza averla domandata. Quale preghiera infatti fece Giacobbe, se prima di nascere fu predetto che avrebbe imperato su Esaù, e il fratello gli avrebbe servito? E cosa fece di male Esaù per essere odiato prima della nascita? Per che scopo prega Mosè – come troviamo nel Salmo 89 – se Dio è il suo rifugio «prima che fossero fatti i monti e formata la terra e il mondo»?

E gli eletti non hanno bisogno di pregare

5. Ma anche di tutti quelli che si salveranno è scritto nella lettera agli Efesini che il Padre li elesse in Cristo «prima della formazione del mondo perché fossero santi ed immacolati al suo cospetto, in carità; avendoli predestinati all’adozione in figlioli per mezzo di Cristo, a gloria di Lui» pregasse mille volte, non sarebbe ascoltato. «Poiché quelli che Dio ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere l’immagine della gloria del suo Figlio; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha anche giustificati, e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati». Perché allora si turba Giosia o perché, pur pregando, si preoccupa se sarà ascoltato o no essendo stato chiamato profeta prima di molte generazioni? E non solo essendo rivelato per quanto avrebbe fatto, ma dal momento che fu preconizzato ad essere udito da molti? Giuda poi, a che scopo prega, cosicché anche la sua preghiera si cangia in peccato, essendo stato predetto fin dai tempi di Davide che avrebbe perso il suo ufficio, e sarebbe stato preso da un altro il suo posto? Ne scaturisce che, essendo Dio immutabile ed avendo previsto tutte le cose e poiché è fedele a quello che ha prestabilito, è assurdo pregare credendo di mutare la sua volontà in virtù della preghiera come fatta a chi non abbia già prestabilito, ma attende che gli giunga la singola preghiera: in tal caso non prima, ma solo in quel momento Dio fisserebbe ciò che gli è sembrato giusto.

Lo schema della trattazione

6. Inserisco a questo punto quelle parole che nella lettera a me indirizzata così suonano: primo, se Dio è conoscitore del futuro e bisogna che si avveri, vana è la preghiera; secondo, se tutto accade conforme al volere di Dio ed immutabili sono i suoi disegni, e nessuna delle cose che vuole si può mutare, è inutile pregare. Ora mi par utile, come primo assunto, esporre le seguenti considerazioni atte a rimuovere le difficoltà che sono una remora alla preghiera.

CAPITOLO VI

Moto estrinseco e moto intrinseco delle cose

1. Delle cose che si muovono, in alcune le cause del movimento risiedono fuori di loro (sono quelle inanimate e tenute insieme dall’essere disposte in un certo modo; e quelle che sono mosse per una causa fisica e spirituale, non sono mosse in virtù di quel che sono, ma soltanto per esser simili a quelle che hanno la ragion d’essere nella semplice loro costituzione; le pietre per esempio, tratte dalla cava, e il legno reciso nella radice, tenuti insieme dalla sola essenza loro, hanno il motore fuori di sé). Ma anche i corpi degli animali e le piante che si possono trasferire, quando vengono trasportati da qualcuno, non come piante o animali sono trasportati, ma come fossero pietre e legno privi della facoltà di crescere, e, quand’anche si muovessero, per il fatto di trovarsi tutti i corpi corruttibili in uno stato di precarietà, anche queste cose possederebbero di conseguenza quella specie di movimento che consiste nella corruzione. Vengono inoltre come seconde le cose mosse da un intrinseco principio o anima, e coloro che si servono con maggior proprietà di termini le chiamano anche mosse da sole. Il terzo è il movimento degli animali, che si chiama movimento spontaneo. Penso che il moto degli esseri dotati di ragione sia movimento libero. E se togliamo dall’animale quel moto spontaneo, non si può più pensare che resti un animale, ma sarà simile o alla pianta mossa dalla sola natura, o alla pietra scagliata mossa da una forza estrinseca. Ma se un essere segue il proprio movimento, poiché lo chiamammo movimento libero, è necessario che quest’essere sia razionale.

L’uomo si scopre meravigliosamente libero

2. Quelli dunque che negano in noi il libero arbitrio,necessariamente accolgono questa ben sciocca affermazione: primo, che noi non siamo esseri animati; secondo, poi, che non siamo neppure ragionevoli ma, come legati ad un agente esterno, noi stessi non ci muoviamo affatto: potremmo dire di fare per mezzo di quell’agente le cose che crediamo fare da soli. Faccia soprattutto uno attenzione alla propria esperienza e veda se non è un’affermazione irriverente quella per cui non sia lui stesso a volere, a mangiare, a camminare, ad acconsentire e accogliere qualsivoglia opinione, a respingerne altre come false! Come dunque è impossibile che l’uomo assenta a certe opinioni, anche se le rafforzi con mille ragioni e si serva di persuasivi discorsi, così è impossibile che uno sia disposto a pensare che in fatto di atti umani proprio nulla resti in suo potere. Chi infatti crede che niente si possa comprendere, o vive nel dubbio universale? Chi non rimprovera il servo avendone scoperto la figura del famiglio infedele? E v’è qualcuno che non redarguisce un figlio che non ha il dovuto rispetto per i genitori? O non biasima e riprende la donna adultera come una che commette un’azione turpe? Poiché è violenta la verità e procede fatalmente nonostante uno cerchi mille sofismi; essa ci spinge a lodare o a biasimare giacché si conserva libera e merita la lode o il biasimo da parte nostra.

La prescienza di Dio non toglie la libertà

3. Se dunque la nostra volontà è libera e possiede innumerevoli tendenze alla virtù o al vizio, a ciò che si addice o a ciò che è disdicevole, è necessario che insieme alle altre cose sia stata conosciuta da Dio prima che essa fosse fin dalla creazione e dalla fondazione del mondo, e quale doveva essere. In tutte le cose che Dio preordinò in accordo con ciò che vide di ciascuna nostra libera azione, Egli prestabilì, secondo quanto postulava ogni movimento delle cose stesse in nostro potere, quello che deve accadere in virtù della sua Provvidenza ed inoltre quello che accadrà secondo l’intreccio degli eventi. La prescienza di Dio non è che sia causa determinante delle cose future e di quelle che saranno compiute dal nostro arbitrio secondando il nostro impulso. Se infatti, poniamo, Dio non conoscesse le cose future, non per questo non potremmo fare una cosa e volerne un’altra; piuttosto segue che, dalla previsione di Dio, tutto ciò che è in nostro potere è ordinato per l’armonia dell’universo, in modo utile alla bellezza dell’insieme.

Dio mette in conto le preghiere dell’uomo

4. Se dunque Dio conosce ogni nostro libero atto,e in virtù di questa prescienza Egli dispone secondo la sua Provvidenza ciò che bene si adatta ai meriti di ognuno, e conosce precedentemente che cosa e con quale disposizione d’animo l’uomo di fede chieda pregando, ed ogni suo desiderio, è così che organizzerà tutte le cose in modo ordinato, sulla base della prescienza: questi che prega consapevole, per il fatto che mi prega, l’esaudirò; quegli, o perché non degno d’essere esaudito o perché mi ha pregato di quelle cose che né a lui giova ottenere, né a me conviene concedere, non sarà esaudito. Diciamo dunque che è proprio per la stessa preghiera che una persona sarà esaudita e l’altra no. E se alcuno si turba al pensiero che le cose siano determinate, essendo Dio infallibile conoscitore del futuro, bisogna a costui rispondere che Dio conosce di necessità l’uomo, ma che quell’uomo non vuole necessariamente né fatalmente il bene o il male, in modo da essergli precluso ogni mutamento in meglio. E ancora dice Dio: «Queste cose compirò per costui che mi pregherà, poiché è bene che l’esaudisca, se mi pregherà in sincerità e pregando non si distrarrà; mentre pregherà per poco, “darò quelle e quest’altre cose in misura più abbondante di quanto chiede o pensa” momento a cooperare alla sua salvezza e l’assista fin d’ora; a un altro io manderò per così dire un altro angelo di dignità più elevata, perché quest’uomo è destinato ad essere migliore del primo; da un terzo invece che, dopo essersi dato all’eccellente dottrina si sarà indebolito e ripiegato alquanto alle cose terrene, io allontanerò quell’ottimo soccorritore; staccatosi che sarà, come si meritava, trovandosi padrone di sé, ecco una potenza cattiva, colto il momento per tendere insidie al suo torpore, presentatasi, lo stimolerà a diversi peccati, poiché egli si è dimostrato pronto a peccare.

I disegni divini su Giosia, Giuda e Paolo

5. Così dunque potrà dire l’Ordinatore di tutte le cose: «Ecco Amos generare Giosia, che non imiterà i falli del padre, ma messosi in questa via che conduce alla virtù per opera di quelli che l’assisteranno, sarà retto e virtuoso, e abbatterà l’altare per cui Geroboamo peccò nell’innalzarlo. So pure che Giuda, mentre il Figlio mio abitava tra gli uomini, all’inizio sarà buono e virtuoso, ma in seguito devierà e cadrà nei peccati degli uomini; per questo sarà giusto che soffra di quelle tali punizioni». (Ciò previde forse per tutte le cose, ma per Giuda e gli altri misteri certamente, anche il Figlio di Dio, che ha visto, nella prospettiva del futuro, Giuda e i peccati da lui commessi; così da dire, con piena visione delle cose, prima che Giuda fosse nato, per bocca di Davide: «O Dio, non tacere la mia lode», ecc.). «Conoscendo dunque il futuro, e quale slancio avrebbe avuto al bene Paolo, disse leggendo nel mio disegno, prima che fondasse il mondo e mettesse mano all’opera della creazione: lo eleggerò e, dopo nato, lo affiderò a queste potenze ausiliatrici della salvezza degli uomini, segregandolo dal seno della madre; lasciando che all’inizio, in gioventù, con zelo (di persecuzione) misto all’ignoranza (del vero), con il pretesto di pietà perseguitasse coloro che credevano nel mio Cristo e custodisse le vesti dei lapidatori del mio servo e martire Stefano. Anche perché in seguito, deposta la giovanile baldanza, cogliendo il momento favorevole e mutatosi in meglio, non si gloriasse al mio cospetto, ma dicesse – Non sono degno d’essere chiamato apostolo, perché perseguitai la Chiesa di Dio, e presagendo la mia futura benevolenza verso di lui dopo i giovanili errori, falsati di pietà, dicesse – Ma per grazia di Dio sono quel che sono, e trattenuto dalla coscienza di quanto era stato commesso contro Cristo da lui quando era ancora giovane, non insuperbisse a motivo dell’abbondanza delle rivelazioni manifestategli per la mia benevolenza».

CAPITOLO VII

La libertà degli astri

In risposta all’obiezione circa la preghiera fatta perché il sole sorga, va detto questo: anche il sole ha una sua libera volontà lodando con la luna Dio. Dice infatti la Scrittura: «Lodatelo, sole e luna». Evidentemente anche la luna e in conseguenza tutte le stelle sono dotate di libero arbitrio: «Lodatelo, tutte voi stelle, e tu luce». Dunque – lo abbiamo detto – Dio si serve della libera volontà di ciascun essere della terra e lo ha convenientemente ordinato ad una qualche utilità di chi è sulla terra; si deve supporre quindi che per mezzo della volontà del sole, della luna e degli astri, con necessità sicurezza stabilità sapienza, abbia ordinato in armonia con tutto l’universo il cammino e il movimento delle stelle. E se la mia preghiera non è senza effetto quando è per le cose dipendenti dalla volontà altrui, tanto più è efficace allorché viene indirizzata per quello che dipende dalla libera volontà delle stelle in armoniosa danza per tutto l’universo. Se delle cose terrestri si può dire che certe immagini generate dagli oggetti circostanti provocano la nostra debolezza o la nostra inclinazione al male, così da farci compiere o dire questo o quello; delle cose celesti, invece, quale impressione può mai far deviare ed aberrare dal corso così benefico per l’universo ciascuno di questi astri? Essi hanno un’anima dotata di ragione, inaccessibili all’influenza di queste immagini e costituita di un corpo etereo e purissimo.

CAPITOLO VIII

Condizioni irrinunciabili per una preghiera efficace

1. Non ritengo fuori luogo servirmi di un esempio un po’ particolare per esortare a pregare ed evitare che si tralasci la preghiera. Come non è possibile generare figli senza la donna e senza i mezzi procreativi, così uno non potrebbe ottenere certe cose se non pregando in un dato modo, con una conseguente disposizione di spirito, ed una particolare fede, se non ha tenuto una certa condotta anteriormente alla preghiera. Non si devono pertanto fare vane ciance, né chiedere le piccole cose, né bisogna pregare per quelle terrene o accostarsi all’orazione con pensieri agitati dall’ira. Ora, senza purità, non si riesce a comprendere come si possa attendere alla preghiera; colui che prega non può ottenere la remissione dei peccati se nel suo cuore non abbia perdonato al fratello che ha mancato e che chiede di ricevere il perdono.

Mettersi alla presenza di Dio

2. Inoltre credo che per molte vie riceva il frutto del suo pregare colui che prega nel modo dovuto o vi si applica con ogni sforzo. Innanzitutto grande aiuto ottiene chi, tutto intento in se stesso alla preghiera, si mette davanti a Dio in quello stato che conserverà nel pregare e si atteggia nel parlare a Lui come se Egli vedesse e fosse presente. Infatti, come certe immagini e ricordi degli oggetti che li hanno provocati turbano i pensieri di coloro il cui spirito è ingombrato da essi, allo stesso modo si deve credere che sia utile il ricordo di Dio presente, il quale scruta i moti reconditi dell’animo: costui deve disporsi a piacere come se fosse presente Dio e vedesse e prevenisse ogni pensiero, Lui che esamina i cuori ed esplora i reni. Che, poniamo, se poi nessun altro vantaggio ancora oltre a questo toccasse a chi abbia così disposto il suo animo alla preghiera, non si deve pensare che non sia toccato già un frutto a chi si è così devotamente atteggiato al momento di pregare. Coloro che si sono dedicati senza interruzione alla preghiera sanno per esperienza – se è stato fatto sovente – quante volte accada di esser tenuti lontani dai peccati e spinti alle buone azioni. Perché se la memoria e il ricordo di un uomo riputato e pieno di saggezza ci muovono alla sua imitazione e spesso frenano i bassi impulsi, quanto più il ricordo di Dio Padre di tutti, unito alla preghiera, giova a coloro che si sono persuasi di essersi posti alla sua presenza e di parlare a Lui che è in ascolto.

CAPITOLO IX

L’invito dell’apostolo Paolo

1. Bisogna fondare su prove scritturali quanto è stato detto, nel modo seguente: colui che prega deve elevare mani che avrà pure se perdona a tutti quelli che gli avranno recato offesa, se fa scomparire il sentimento d’ira dall’animo, né è in collera con alcuno. Parimenti, affinché la mente non sia inquinata da altri pensieri, occorre dimenticare, nel tempo in cui si prega, tutto quanto è estraneo alla preghiera (un simile stato è certamente il più felice), come insegna Paolo nella prima a Timoteo, dicendo: «Voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, levando pure mani senz’ira e senza dispute». Inoltre, la donna deve avere, massime quando prega, un ordine e un decoro in animo e in corpo; deve pensare, più che tutto, con la preghiera a venerare Dio, e cacciare dal dominio dell’anima ogni impuro e frivolo pensiero: adorna non di trecce o d’oro o di perle o di vesti sontuose, ma degli ornamenti che si confanno a una donna nunzia di pietà. Mi meraviglio se uno dubitasse di dir già beata in virtù della sola disposizione d’animo colei che tale si sarà messa a pregare. Insegnò infatti Paolo nella stessa lettera, dicendo: «Similmente le donne, in abito convenevole, con verecondia e modestia si adornino non di trecce e d’oro o di perle o di veste sontuosa ma come si conviene a donne che manifestino devozione per mezzo di opere buone».

La preghiera ci solleva dalla realtà materiale

2. Anche il profeta Davide dice che l’uomo santo, quando prega, deve avere molte altre disposizioni; ed è opportuno aggiungerle qui, perché appaia chiaramente – anche considerato in se stesso – il grandissimo vantaggio dello stato di preparazione alla preghiera da parte di chi si è dedicato a Dio. Dice dunque il Salmista: «A te che abiti nel cielo levai i miei occhi» e «Levai la mia anima a te, o Dio». Essendo infatti sollevati gli occhi della mente dall’indugiare sulle cose terrene e dal saziarsi delle immagini provenienti dagli oggetti alquanto materiali, ed essendo così in alto da distogliere lo sguardo dalle cose mortali e rivolgerlo alla pura contemplazione di Dio e parlare devotamente e convenientemente a Lui che ascolta, come non ottennero già il massimo vantaggio simili occhi che «mirarono la gloria del Signore a viso scoperto e sono trasformati nella stessa immagine, di gloria in gloria»? Giacché allora partecipano di un certo intellettuale effluvio divino, come è chiaro dal versetto: «È impressa su noi la luce del tuo volto, Signore». L’anima poi, sollevata e seguendo lo Spirito, separandosi dal corpo – né solo seguendo lo Spirito, ma essendo in Esso (come appare dalle parole: «A Te levai l’anima mia» ) – come può non diventare spirituale, deponendo essa ormai la natura propria?

Perdonare, poi pregare

3. Se il perdono è una cosa eccelsa da esserne racchiusa tutta la legge, secondo il profeta Geremia che dice: «Non questi comandamenti ho dato ai padri nostri quando uscirono dall’Egitto, ma questo ho comandato: ciascuno non serbi rancore in cuor suo al prossimo»; mettendoci invero a pregare senza rancore noi osserviamo il comandamento del Salvatore che dice: «Quando state pregando, perdonate se avete qualcosa contro qualcuno». È proprio chiaro che se preghiamo con queste disposizioni abbiamo già ottenuto il massimo vantaggio.

CAPITOLO X

Pregare senza rancore verso Dio

1. Se, per ipotesi, come è stato detto, non tien dietro alcun beneficio dalla nostra preghiera, già l’aver compreso come bisogna pregare e riuscirci è il più bel vantaggio. È evidente che colui che così prega non avrà ancora finito di pregare e starà contemplando la potenza di Colui che l’ascolta, quando sentirà: «Ecco, Io sono presente», purché abbia deposto prima di pregare tutto il suo malcontento verso la Provvidenza. Ne è prova la parola della Scrittura: «Purché tu tolga di mezzo a te la catena e cessi di stendere il dito e dire parola di mormorazione». Chi è contento di tutto quello che gli capita è libero da ogni legame e non punta il dito contro Dio che dispone ciò che vuole per la nostra prova. Non mormora neppure nel segreto dei suoi pensieri né con voce che gli uomini possono udire; questo modo di lamentarsi – proprio dei servi cattivi che non biasimano apertamente gli ordini dei padroni – hanno coloro che non osano dire proprio male a voce spiegata e a cuore aperto della Provvidenza per quel che accade; sembra che vogliano nascondere, al Signore di tutto, ciò per cui sono infastiditi. Tale mi pare il significato del versetto di Giobbe: «In tutte queste cose che accaddero, in nulla peccò Giobbe con le labbra davanti a Dio», e sulla tentazione che precedette è scritto: «In tutte queste cose che accaddero in nulla peccò Giobbe davanti a Dio». Ma l’ammonimento rivolto contro la mormorazione è nel Deuteronomio: «Bada che un’occulta parola non diventi nel tuo cuore iniquità, dicendo: si avvicina l’anno settimo», e quel che segue.

Il Verbo di Dio si unisce alle preghiere

2. Colui che così prega, dopo aver ottenuto questi vantaggi, diventa più disposto ad immedesimarsi con lo spirito del Signore che ha riempito tutta la terra e il cielo e per mezzo del profeta parla così: «Forse che Io non riempio il cielo e la terra, come dice il Signore?». Inoltre, in virtù di quella purezza di cuore cui abbiamo accennato, si unirà anche alla preghiera del Verbo di Dio che sta in mezzo persino di coloro che non lo conoscono, che non abbandona la preghiera di nessuno, che prega il Padre insieme a colui del quale è mediatore; poiché il Figlio di Dio è sommo sacerdote delle nostre suppliche e nostro difensore presso il Padre, unendosi a pregare per quelli che pregano e a invocare per quelli che domandano. Ma non pregherà – come si prega per gli amici – in favore di coloro che non sono assidui nella preghiera fatta in suo nome; non difenderà presso Dio facendo propria la causa di quelli che non gli obbediscono quando insegna che bisogna sempre pregare senza stancarsi. Sta scritto: «Narrava infatti una parabola sul dovere di pregare sempre e di non stancarsi. Vi era un giudice in una città…», ecc. E nei versetti precedenti: «E disse loro – Chi di voi avrà un amico e andrà da lui a mezzanotte, dicendogli: Amico, prestami tre pani, perché m’è giunto di viaggio in casa un mio amico e non ho niente da mettergli dinanzi», e poco dopo: «Vi dico che anche se non s’alzasse a darli perché è suo amico, levatosi almeno per la sua importunità, gliene darà quanti ne ha bisogno». Ma quanti di coloro che credono alle parole di verità di Gesù non si volgeranno prontamente a pregare, dal momento che Egli dice: «Chiedete e vi sarà dato, poiché chiunque chiede riceve»? Poiché il Padre buono dà a coloro che hanno ricevuto dal Padre lo Spirito di adozione di pane vivo – se noi lo chiediamo –, non quella pietra che l’Avversario vuole diventi cibo a Gesù e ai suoi discepoli: «E dà il Padre a quelli che lo chiedono quel che è buono, facendo cadere la pioggia a favore di coloro che lo pregano».

CAPITOLO XI

Gli angeli pregano con noi

1. Ma non solo il Sommo Sacerdote prega con coloro che sinceramente pregano, ma anche «gli angeli del cielo che godono più per un peccatore che si pente che per novantanove giusti che di pentimento non hanno bisogno», e le anime dei santi che già riposano. Ciò è manifesto dall’offerta di Dio di un sacrificio conveniente da parte di Raffaele per Tobia e Sara – infatti dopo la preghiera di entrambi «fu ascoltata», dice la Scrittura, «la preghiera dei due nel cospetto della gloria del grande Raffaele e fu mandato a guarire entrambi». Lo stesso Raffaele, dispiegando allora la sua angelica missione in conformità di un comando di Dio, verso entrambi, dice: «Ed allora quando tu e tua nuora Sara pregasti, io presentai il ricordo della vostra preghiera al cospetto del Santo», e poco oltre: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che presentano le preghiere dei santi e s’introducono al cospetto della gloria del Santo». Secondo la parola di Raffaele, dunque, «buona cosa è la preghiera con il digiuno, l’elemosina e la giustizia». Conferma l’intercessione dei santi, anche Geremia: «apparendo segnalato per età e gloria così da avere attorno a sé una maestà sì meravigliosa e splendida, e stendendo la destra e dando a Giuda una spada d’oro». Un altro santo morto prima testimonia di lui così: «Questi è Geremia profeta di Dio, colui che prega molto per il popolo e per la città santa».

La preghiera nel Corpo mistico

2. Poiché i santi avranno svelato «a faccia a faccia» la conoscenza che in questa vita è «solo come in uno specchio e per enigma», sarebbe incongruente non applicare per le altre virtù questa analogia, quando proprio colà raggiungono la perfezione le cose che quaggiù sono soltanto cominciate. La principale virtù secondo la parola di Dio è l’amore verso il prossimo; bisogna ammettere che i santi già morti la esercitano più che mai verso quelli che lottano ancora nella vita, molto più di quanto lo possono fare coloro che, essendo sottomessi alla debolezza umana, aiutano ancora nella lotta i fratelli più deboli; poiché il testo: «se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui e se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui»non si applica solo a quelli che amano i fratelli quaggiù. Ma si applica opportunamente anche all’amore di quelli che sono al di là della vita presente la parola di san Paolo: «L’ansietà per tutte le chiese. Chi è debole che io non sia debole? Chi è scandalizzato che io non arda?». Cristo stesso ha dichiarato di essere ammalato in ciascuno dei santi che sono ammalati, che è in carcere, che è nudo, straniero, che soffre la fame e la sete. Chi ignora, di coloro che hanno letto il Vangelo, che il Cristo, riferendo a Se stesso le sofferenze dei suoi credenti, soffre quel che soffrono questi?

La diaconia degli angeli

3. Se «gli angeli di Dio, avvicinatisi a Gesù, lo servivano», non bisogna pensare che questo ministero fosse per il breve tempo della sua dimora con il corpo tra gli uomini e quando si trovava ancora in mezzo ai credenti non come colui che è a tavola, ma che serve. Quanti angeli, senza dubbio, servono Gesù che vuole raccogliere a uno a uno i figli di Israele e radunare quelli che sono dispersi e salvare quelli che lo temono e lo invocano; ancor più degli Apostoli collaborano ad allargare e ad accrescere la Chiesa, cosicché Giovanni dice nell’Apocalisse che vi sono degli angeli preposti al governo della Chiesa. Infatti non per nulla gli angeli di Dio salgono e scendono sopra il Figlio dell’uomo, visibili agli occhi illuminati dalla luce della conoscenza.

È la Provvidenza a far incontrare chi prega con chi esaudisce

4. Essi dunque, nel tempo della preghiera, richiamati da colui che prega per le sue necessità, adempiono quanto è in loro potere, consapevoli della missione universale che hanno ricevuto. Serviamoci di un’immagine particolare per illustrare il nostro pensiero. Facciamo il caso di un medico che si preoccupa di esser giusto, presso un malato che ha chiesto di esser guarito; il medico possiede i mezzi per curare il male per cui l’infermo prega. È evidente che egli sarà stato mosso a curare chi lo pregava, giustamente supponendo che proprio questo era il disegno di Dio che ascoltò la preghiera di chi invocava la liberazione dal male. O ecco il caso di un uomo che possiede in abbondanza i beni della vita, generoso, ascolta la preghiera del povero che rivolge a Dio la domanda per quanto ha bisogno. Certamente, anche costui esaudirà la preghiera del povero, facendosi ministro della volontà del Padre che avvicina, nel tempo della preghiera, colui che può dare e colui che prega; non potendo, per l’essenza della sua bontà, dimenticare il bisognoso.

L’aiuto dell’angelo custode

5. Si deve credere, pertanto, che questi fatti, quando accadono, non dipendano soltanto dal caso, ma Colui «che ha contato tutti i capelli del capo» dei santi, nel momento della preghiera, ha avvicinato quasi sincronicamente chi può porgere aiuto con il dare ascolto a chi ha bisogno della sua benevolenza e chi devotamente prega. Bisogna anche pensare che talora si trovino presenti, a chi prega, gli angeli che vedono e cooperano con Dio per ottenere quanto l’orante ha chiesto. Ma anche l’angelo di ciascuno e di quelli che sono piccoli nella Chiesa, che sempre vede la faccia del Padre celeste e contempla la divinità del nostro Creatore, prega e coopera con noi, per quanto può in merito alle nostre suppliche.

CAPITOLO XII

La preghiera, dardo contro Satana

1. Oltre a ciò io credo che le parole della preghiera dei santi, essendo ripiene di potenza soprattutto quando, pregando, pregano in spirito e in intelletto; con una potenza divina, qual luce che sorge dalla mente dell’orante e procede dalla sua bocca, soffochino il veleno spirituale infuso dalle potenze avverse nella parte-guida dell’anima di quelli che trascurano di pregare e non osservano il comando: «pregate senza tregua» detto da Paolo secondo le esortazioni di Gesù. La preghiera infatti, come un dardo aguzzato dalla conoscenza, dalla ragione e dalla fede, scaturisce dall’anima dell’uomo santo che prega, ferendo a morte e a rovina gli spiriti nemici di Dio i quali vogliono avvolgerci nelle catene del peccato.

Come pregare incessantemente

2. Colui che alle obbligatorie opere unisce la preghiera e alla preghiera le convenienti azioni, incessantemente prega, poiché le opere di virtù o i comandamenti osservati sono in parte preghiera; poiché soltanto così possiamo accogliere il «pregate senza tregua» come un comando traducibile in pratica, se chiameremo tutta la vita del santo un’unica, continua, grande orazione. Parte di siffatta preghiera è quella comunemente intesa e che si deve fare non meno di tre volte tutti i giorni; ad essa allude chiaramente Daniele che pregava tre volte al giorno quando era sotto la minaccia di un pericolo tanto grande. E Pietro poi «salendo sul terrazzo della casa, verso l’ora sesta, per pregare, quando vide discendere dal cielo un recipiente calato per le quattro estremità», allora recita la seconda delle tre preghiere, che prima di lui riporta già Davide: «Al mattino ascolterai la mia voce, al mattino mi metto dinanzi a te e guardo». Anche l’ultima è indicata con queste parole: «L’alzarsi delle mie mani sia il sacrificio della sera». Ma non termineremo il tempo della notte senza questa preghiera, secondo le parole di Davide: «A mezzanotte mi alzo a lodarti per i tuoi giusti giudizi»; e Paolo, come dice negli Atti degli Apostoli, «a metà della notte, quand’era a Filippi, pregava e lodava Dio insieme a Sila, cosicché li sentivano anche i carcerati».

CAPITOLO XIII

L’esempio del Signore

1. Ora, se Gesù prega e non invano, ottenendo per mezzo della preghiera ciò che chiede – senza pregare forse non l’otterrebbe –, chi di noi trascurerebbe la preghiera? Marco infatti dice che «la mattina, essendo ancora molto buio, levatosi, uscì e se ne andò in un luogo deserto e quivi pregava». E Luca: «e avvenne che essendo egli in orazione in un certo luogo, come ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse», e altrove: «e passò la notte in orazione a Dio». Giovanni poi descrive la sua preghiera, dicendo: «queste cose disse Gesù; poi, levati gli occhi al cielo, disse – Padre, è giunta l’ora, glorifica il tuo Figlio affinché anche il tuo Figlio glorifichi te»; ancora ivi: «sapevo, invero, che sempre mi ascolti». Queste parole del Signore mostrano che chi sempre prega sempre viene esaudito.

Modelli biblici di preghiera

2. Ma che bisogno c’è di enumerare coloro che, pregando come si conviene, ottennero da Dio le più grandi grazie, potendo ciascuno scegliersi parecchi esempi dalle Scritture? Anna ottenne la nascita di Samuele che fu annoverato insieme a Mosè; siccome non aveva figli, credette e pregò il Signore; Ezechia, senza figli, e saputo da Isaia che sarebbe morto, pregò e fu compreso nella genealogia del Salvatore. Il popolo stava ormai per soccombere sotto un unico editto, frutto delle insidie di Aman: ma essendo stata ascoltata la preghiera e il digiuno di Mardocheo ed Ester, oltre alla festa di Mosè, procurarono al popolo «un giorno di letizia di Mardocheo». E anche Giuditta, avendo rivolto una santa preghiera, con l’aiuto di Dio vinse Oloferne, e una sola donna ebrea segnò con un marchio d’infamia la casa di Nabucodonosor. Anania e Azaria e Misaele, essendo stati esauditi, furono fatti degni di ricevere «il vento spirante rugiada» che impedì l’azione del fuoco. Le preghiere di Daniele fecero tacere i leoni nella fossa di Babilonia; e Giona, non disperando che sarebbe stato ascoltato dal ventre del pesce che l’aveva inghiottito, portò a termine, una volta uscito dal ventre del pesce, il resto della sua missione profetica a Ninive.

Vittorie spirituali ottenute con la preghiera

3. Anche ciascuno di noi, ricordando con gratitudine i benefici ricevuti, se volesse lodarne Dio, quanti ne avrebbe da enumerare! Quelle anime, infatti, che sono state tanto senza prole, accortesi della sterilità nelle più intime fibre dello spirito e della infecondità della mente, rese come gravide dallo Spirito Santo, in virtù di una costante preghiera, hanno generato parole salvifiche piene dei precetti di verità. D’altronde, quanti nemici non furono abbattuti, pur combattendoci con immenso numero di forze ostili e volendo staccarci dalla fede in Dio! Avendo confidato «questi nei carri, quelli invece nei cavalli, ma noi nel nome del Signore», pregando vediamo che «veramente il cavallo è fallace per salvare». Colui che ha confidato nella lode a Dio – infatti Giuditta vuol dire lode – vince spesso il capo dei nemici simboleggiato nella parola ingannevole e suasiva che getta il terrore perfino tra quelli che si credeva avessero fede. Quanti ancora, caduti in tentazioni spesso difficili a superarsi e più brucianti di qualsiasi fiamma, non riportarono sofferenza alcuna, bensì passarono completamente illesi non ricevendo neppure l’eventuale danno dell’odore del fuoco nemico. Si devono portare ulteriori esempi? Non abbiamo fatto con la preghiera tacere sovente delle fiere scatenate, altrettanti spiriti maligni e uomini cattivi, che non poterono conficcare i loro denti nelle membra divenute di Cristo? Spesso infatti per ciascuno dei santi «il Signore spezzò le mascelle dei leoni e si strussero come acqua che scorre via». Conosciamo, per la verità, di quelli che frequentemente trasgredirono i comandamenti di Dio, che in bocca alla morte infuriante fin dall’inizio contro di loro si salvarono con la penitenza da simile perdizione e non dubitarono di poter venire salvati quando già la morte li aveva in potere nel suo ventre: «E li aveva divorati la morte, nella sua forza, ma Dio di nuovo asciugò tutte le lacrime da ogni volto».

Significato allegorico delle grazie materiali

4. Quanto ho detto lo ritengo molto necessario dopo l’enumerazione di quelli che con la preghiera ricevettero un aiuto; cercando di distogliere quanti desiderano la vita spirituale che è in Cristo dal pregare per le piccole cose della terra, e di volgere quelli che mi leggeranno ai beni eccelsi di cui erano esempi i casi esposti. Giacché ogni preghiera, per ottenere quelle grazie spirituali e mistiche, è sempre fatta da colui che milita «non secondo la carne, ma mortifica gli atti della carne secondo lo spirito», poiché quelle cose, che se scrutiamo attentamente ci sono presentate per via dell’interpretazione mistica, sono preferibili ad ogni beneficio che sembra toccare a quelli che pregano secondo il senso letterale. Dobbiamo infatti aver cura che la nostra anima non diventi sterile ed infeconda, se ascoltiamo la legge spirituale con orecchie spirituali, per cessare di essere sterili ed infecondi e per venire esauditi al pari di Anna ed Ezechia; e affinché siamo liberati come Mardocheo, Ester e Giuditta dalla malvagità dei nemici spirituali che ci tendono insidie. E poiché l’Egitto è una fornace di ferro, simbolo di ogni luogo terrestre, chiunque sia sfuggito alla malizia della vita umana e non sia stato bruciato dal peccato, né abbia il cuore come un fornello infuocato, non renda minori grazie di coloro che nel fuoco provarono la rugiada! Ma anche colui che nell’aver pregato e detto: «Non abbandonare alle fiere l’anima che ti dà lode» fu esaudito e nulla soffrì da parte del serpente e del basilisco per avere, in virtù dello stesso Cristo, «camminato su essi e calpestato il leone e il drago», e valendosi del bel potere datogli da Gesù «di calcare serpenti e scorpioni e tutta la potenza del nemico» non ricevette nessuna offesa da parte di questi; costui, dico, renda grazie maggiori di Daniele perché è stato liberato da belve più terribili e nocive. Inoltre, chi sa di quale pesce è immagine quello che inghiottì Giona e ha capito che è di quello menzionato da Giobbe: «La notte maledica chi maledice quel giorno, chi sa domare il grande pesce», se mai si trovi a causa d’un fallo nel ventre del pesce, pentendosi preghi: di là uscirà; ed uscitone, perseverando nell’ubbidienza ai comandi di Dio, potrà far la profezia ai maledetti di Ninive con la benevolenza dello Spirito, ed essere a loro esca di salvezza: non disdegnerà la bontà di Dio, né domanderà che Dio perseveri nella sua severità con quelli che sono pentiti.

Gli effetti spirituali della preghiera sono i più sicuri

5. E il vantaggio più grande che poté ottenere Samuele con la preghiera, spiritualmente lo può ancor ora conseguire ognuno di coloro che sono realmente uniti a Dio, essendo divenuti degni di essere esauditi. Sta scritto infatti: «Ma adesso, fermatevi ancora e vedete questo grande prodigio che il Signore compie davanti ai vostri occhi. Non è forse oggi la mietitura del grano? Invocherò il Signore e manderà tuoni e pioggia». E poco oltre: «E invocò – è scritto – Samuele il Signore e il Signore mandò tuoni e pioggia in quel giorno». Ad ogni santo, infatti, e al vero discepolo di Gesù, il Signore dice: «Levate gli occhi vostri e mirate le campagne come già son bianche da mietere. Il mietitore riceve premio e raccoglie tutto per la vita eterna». In questo tempo della mietitura grande miracolo compie il Signore agli occhi di quelli che ascoltano i profeti; poiché se colui che è adorno dello Spirito Santo invoca il Signore, Dio dà dal cielo tuoni e pioggia irrorante l’anima, affinché chi prima era nel peccato tema molto il Signore e il ministro della benevolenza di Dio, chiaramente degno di rispetto e di venerazione in virtù della sua intercessione. Ed Elia dischiuse in seguito con la parola di Dio il cielo chiuso agli empi per tre anni e sei mesi; simile effetto ottiene sempre ciascuno di quelli che accolgono con la preghiera la pioggia dell’anima di cui, a causa del peccato, erano innanzi privi.

CAPITOLO XIV

Il contenuto della preghiera

1. Dopo questa rassegna dei vantaggi che i santi conseguirono per mezzo della preghiera, esaminiamo le parole: «Chiedete le cose grandi, le piccole vi saranno aggiunte; chiedete le celesti e vi saranno aggiunte anche quelle della terra». Tutto ciò che è simbolo ed immagine, a paragone dell’autentico e dello spirituale, è cosa piccola e terrena. Quando la parola di Dio ci invita ad imitare le preghiere dei santi affinché otteniamo realmente ciò che essi ottennero solo in figura, intende dire che i beni terrestri e piccoli non sono che l’indicazione di quelli celesti e grandi. Quasi dicesse: Voi che volete essere spirituali, chiedete colle preghiere le cose celesti e grandi, affinché, essendo stati esauditi, riceviate come esseri celesti in eredità il regno dei cieli: e, da grandi che siete, godiate dei beni più grandi. Le cose terrene e piccole, di cui abbisognate per le corporali necessità, largisca a voi il Padre nella misura del vostro bisogno.

Le quattro forme di preghiera

2. E poiché nella prima lettera di san Paolo a Timoteo quattro nomi indicano quattro cose attinenti all’argomento della preghiera, sarà utile, messoci di fronte il testo, veder di poter interpretare esattamente ciascuno dei quattro significati. Ecco le parole: «Io esorto dunque, prima di tutto, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini» ecc. Ritengo pertanto che la supplica (déesis) sia la preghiera del bisognoso, supplichevolmente innalzata per ottenere qualcosa; la preghiera poi (proseuché), quella di chi domanda cose più grandi, fatta con intenzione più elevata e per dar gloria; invece l’intercessione (énteuxis) è la domanda a Dio di qualche cosa, da parte di chi ha una certa maggior confidenza; il ringraziamento (eucharistía) infine è la testimonianza unita alla preghiera per aver ottenuto i beni da Dio che accetta in cambio il riconoscimento della grandezza – o almeno ciò che sembra tale agli occhi del beneficato – della grazia concessa.

Esempi biblici di déesis

3. Come esempio di supplica citiamo le parole che Gabriele rivolse a Zaccaria quando questi pregava per la nascita di Giovanni: «Non temere Zaccaria, perché la tua preghiera è stata esaudita; e tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio al quale porrai nome Giovanni»; e le parole dell’Esodo, dopo che fu innalzato il vitello d’oro: «E supplicò Mosè al cospetto del Signore Iddio e disse – Perché t’accendi d’ira, o Signore, verso il tuo popolo che tu hai tratto dalla terra d’Egitto, con grande potenza?»; e nel Deuteronomio: «E pregai davanti al Signore per la seconda volta, come prima, per quaranta giorni e quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa di tutti i vostri peccati che avevate commesso»

Esempi biblici di proseuché

4. Del secondo genere di preghiera abbiamo esempi in Daniele: «E Azaria stando in piedi pregò in questo modo e aprendo la sua bocca in mezzo al fuoco disse», e in Tobia: «E pregò con dolore dicendo – Giusto sei, o Signore, e tutte le tue opere, tutte le tue vie sono misericordia e verità, e giudizio vero e giusto tu profferisci nei secoli». Poiché il luogo citato in Daniele lo segnano con l’obelo per non trovarsi nell’ebraico, e il libro di Tobia lo respingono i circoncisi come non canonico, prenderò dal primo libro dei Re il passo su Anna: «E pregò il Signore e pianse con gemito e fece voto e disse – Signore degli eserciti, se guardando mirerai allabassezza della tua ancella», ecc.. Anche in Abacuc: «Preghiera del profeta Abacuc, con il canto – Signore, ho udito la tua voce e ne ebbi timore. Signore, considerai le tue opere e provai stupore. In mezzo ai due animali sarai conosciuto; nell’avvicinarsi degli anni sarai conosciuto». Questo esempio chiarisce molto bene il valore del termine preghiera come proseuché quando viene elevata dall’orante con l’intento di dar gloria. Ma anche in Giona: «Pregò Giona il Signore suo Dio, dal ventre del pesce, dicendo – Gridai nella mia tribolazione al Signore mio Dio e mi ascoltò; dal seno del sepolcro del mio gemito udisti la mia voce; mi gettasti nella profondità, nel cuore del mare e le acque mi circondarono».

Esempi biblici di énteuxis

5. Il terzo esempio lo prendiamo da san Paolo che giustamente definisce la nostra una preghiera, ma quella per lo Spirito una intercessione, essendo più potente ed avendo confidenza con Colui cui si rivolge: «Non sappiamo come chiedere ciò che abbiamo da chiedere, ma lo Spirito intercede da Dio egli stesso per noi con sospiri ineffabili. E colui che investiga i cuori conosce qual sia il pensiero dello Spirito, perché esso intercede per i santi, secondo Dio». Lo Spirito infatti chiede e chiede con insistenza, noi invece preghiamo. Esempio di intercessione sembra essere anche quella fatta da Giosuè per fermare il sole sopra Gabaoth: «Allora Giosuè parlò al Signore nel giorno in cui Dio diede l’Amorreo nelle mani d’Israele quando li schiacciò in Gabaoth e furono fiaccati dalla faccia dei figli d’Israele. E disse Giosuè – Si fermi il sole sopra Gabaoth e la luna sulla valle di Elom». E nei Giudici mi pare che Sansone intercedesse dicendo: «Muoia la mia anima insieme a quelli non della mia razza, quando scosse con forza e rovinò la casa sopra i principi e tutto il popolo che v’era». Ora, se di Giosuè e di Sansone non sta scritto che intercedettero, ma che soltanto «parlarono», questo parlare mi sembra un’intercessione, che è diversa dalla preghiera, sempre badando al significato specifico dei termini. Esempio, infine, di ringraziamento è la voce del Signore nostro, quando dice: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»

Esempi biblici di eucharistía

6. La supplica, l’intercessione e il ringraziamento pertanto non è fuor di luogo rivolgerli anche agli uomini che sono santi, ma questi ultimi, cioè l’intercessione e il ringraziamento, pure agli uomini; ma la supplica solo ai santi, se troviamo un Pietro o un Paolo che ci soccorrano, rendendoci degni di partecipare del loro potere di rimettere i peccati. Infine, se abbiamo offeso uno che non sia santo, è concesso, convintici del peccato verso di lui, supplicare anche uno come è lui, affinché conceda il perdono alla nostra offesa. Se dunque agli uomini santi si devono rivolgere queste preghiere, quanto più si deve render grazie a Cristo che così grandi benefici ci ha fatto per volontà del Padre! Così dobbiamo anche intercedere presso di Lui, come fa Stefano: «Signore, non imputar loro questo peccato», e imitando il Padre dell’epilettico, diremo: «Ti supplico, Signore, di aver pietà, del mio figlio», cioè di me stesso o di qualsiasi altro.

CAPITOLO XV

La preghiera va diretta al Padre

1. Ora, se abbiamo compreso la vera essenza della preghiera, non dobbiamo pregare mai alcuno dei mortali, neppure lo stesso Cristo, ma solo il Dio e il Padre di tutte le cose, che anche lo stesso nostro Salvatore pregava (l’abbiamo detto prima) ed insegna a noi a pregarlo. Quando infatti sentì chiedersi: «Insegnaci a pregare», non insegnò a pregare se stesso, ma il Padre; così: «Padre nostro che sei nei cieli», ecc.. Se dunque è distinto il Figlio dal Padre nella sostanza e nella persona, come si spiega altrove, allora si dovrà pregare il Figlio e non il Padre, o entrambi, o il Padre solo. Ora, pregare il Figlio e non il Padre, tutti riconosceranno che sarebbe una cosa assurda e contro l’evidenza; pregare entrambi, è chiaro che dovremmo pregare parlando al plurale: accogliete, beneficate, elargite, salvate e simili. Cosa che appare assurda da sola e nessuno è in grado di addurre un luogo scritturale a suffragio di ciò; resta quindi da pregare solo Dio, Padre di tutte le cose, ma non senza il Sommo Sacerdote che è stato costituito con giuramento dal Padre secondo la formula: «Giurò e non si pentirà: tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec».

Cristo è mediatore tra noi e il Padre

2. Poiché dunque i santi rendono grazie nelle loro preghiere a Dio, è per mezzo di Gesù Cristo che gli rendono grazie. Poiché colui che prega con zelo non deve pregare Chi già prega, ma Quegli che il Signore nostro Gesù insegnò ad invocare durante le preghiere: il Padre; così non senza il Cristo si deve rivolgere al Padre la preghiera, poiché Lui stesso ce lo mostra chiaramente, dicendo espressamente: «In verità, in verità vi dico: se chiederete qualcosa al Padre mio, ve lo darà in nome mio. Fino ad ora non avete chiesto nulla in nome mio; chiedete e riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa». Non disse infatti: «chiedete a me», o semplicemente: «chiedete al Padre», ma: «se chiederete qualcosa al Padre in mio nome ve lo darà». Poiché prima di questo insegnamento di Gesù nessuno aveva chiesto al Padre in nome del Figlio; e quel che disse Gesù: «Fino ad ora non avete chiesto nulla in nome mio» era la verità, come anche: «Chiedete e riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa».

Il verbo adorare e il suo contesto

3. Ma se alcuno pensando di dover pregare Cristo stesso, turbato dal significato del verbo – adorare –, ci porterà il passo: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio», che veramente è detto di Cristo nel Deuteronomio, si dovrà rispondere che anche la Chiesa, chiamata dal profeta la Gerusalemme, dev’essere adorata dai re e dalle regine che ne sono divenuti nutritori e nutrici. È scritto infatti: «Ecco io levo la mia mano verso le genti e solleverò il mio vessillo sulle isole e porteranno i tuoi figli in grembo e solleveranno le tue figlie sulle spalle: E saranno i re tuoi nutritori e le loro regine tue nutrici. Al cospetto della terra ti adoreranno e lambiranno la polvere dei tuoi piedi e conoscerai che io sono il Signore e non sarai confusa».

Gesù, nostro fratello, prega il Padre con noi

4. Conseguentemente, dovette dire: «Perché mi chiami buono, nessuno è buono se non Dio solo, il Padre» allorché per mezzo della rigenerazione in me avete ricevuto lo spirito di adozione e il nome di figli di Dio e di miei fratelli; considerate infatti ciò che fu detto da me per voi al Padre, per bocca di Davide: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, nel mezzo dell’assemblea, inneggerò a te”. Ora non è giusto che si preghi il fratello da parte di quelli che si stimano degni di un Padre comune. Solo al Padre insieme a me, e per mezzo mio, dovete innalzare la vostra preghiera».

CAPITOLO XVI

Al Padre va elevata con fiducia ogni forma di preghiera

1. Sentendo Gesù che parla così, rivolgiamoci a Dio per mezzo di Lui, preghiamo tutti in un modo solo e non dividiamoci sulla maniera di pregare. Se gli uni pregano il Padre, gli altri il Figlio: non è un dividerci, questo? Commettono un peccato d’ignoranza, a causa della troppa semplicità per non investigare ed esaminare, coloro che pregano il Figlio insieme al Padre o senza il Padre. Preghiamolo dunque come Dio, intercediamo presso di Lui come Padre, supplichiamolo come Signore, rendiamogli grazie come Dio, Padre e Signore, non essendo Signore degli schiavi: infatti il Padre potrebbe essere giustamente chiamato anche Signore del Figlio e Signore di quelli che per mezzo di Lui sono diventati figli. Inoltre, come «non è il Dio dei morti, ma dei vivi», così non è il Signore degli oscuri schiavi ma di coloro che inizialmente con timore, per non esser ancora adulti, furono elevati in nobiltà, ma in seguito servono con un amore più gioioso di una schiavitù in stato di paura. Vi sono infatti nell’anima dei segni, caratteristici dei servi di Dio e dei suoi figli, che vede solo Colui che scruta i cuori.

Beni celesti portano anche beni terrestri

2. Chiunque quindi chiede a Dio le cose piccole e terrene disubbidisce all’invito di domandare i beni grandi e celesti, non sapendo Dio dispensare nulla di piccolo e di terreno. Se alcuno obbietti che le grazie materiali sono state concesse ai santi in seguito alla preghiera e che il Vangelo stesso insegna che ci saranno aggiunti i beni piccoli e terreni, bisognerà rispondere così: se uno ci dà un oggetto materiale, non dobbiamo dire che quel tale ci ha dato l’ombra della cosa, poiché ha donato l’oggetto non con l’intenzione di farci due regali, dell’oggetto e dell’ombra; ma il suo proposito era di donarci l’oggetto, soltanto che con il dono della cosa noi riceviamo anche la sua ombra. Così, se eleviamo i nostri pensieri e consideriamo specialmente i doni largitici da Dio, non potremo fare a meno di riconoscere che le grazie materiali sono un semplice accompagnamento dei doni grandi, celesti, spirituali, dati a ogni santo secondo il suo bisogno o in proporzione della fede o conformemente alla volontà del donatore: questi è sapiente, anche se noi non siamo in grado di attribuire a ciascun dono una causa ed una spiegazione degne di quel gesto.

Esemplificazioni anticotestamentarie

3. L’anima di Anna, guarita da un’altra specie di sterilità, è stata quindi più feconda del suo corpo che concepì Samuele; Ezechia generò figli in Dio più con la mente che non con seme corporale; Ester e Mardocheo e il popolo furono liberati dalle insidie spirituali molto più che non da quelle di Aman e dei suoi cospiratori; Giuditta distrusse più la forza del principe che voleva uccidere la sua anima che non quella del famoso Oloferne. E chi non confesserebbe che su Anania e i suoi compagni la benedizione spirituale che giunge a tutti i santi – quella di cui parla Isacco a Giacobbe: «Dio ti doni della rugiada del cielo» – sia scesa in modo più copioso della rugiadamateriale che spense la fiamma di Nabucodonosor? E invisibili leoni che non poterono più influire in nulla sulla sua anima non chiusero la loro bocca davanti al profeta Daniele molto più dei leoni veri che tutti conosciamo per la lettura della Scrittura? E chi riuscì a sfuggire al ventre del mostro, domato da Gesù salvatore nostro, che divorava tutti i disertori di Dio, così bene come Giona, divenuto capace di ricevere, da uomo santo, lo Spirito Santo?

CAPITOLO XVII

Non infallibilmente Dio dona le grazie materiali

1. Non dobbiamo meravigliarci poi se non tutti coloro che ricevono gli oggetti cui tengono dietro per dir così simili ombre non ottengono l’ombra corrispondente; altri invece l’ottengono. Coloro che si occupano di studi sugli orologi solari e della teoria delle ombre nei corpi luminosi sanno bene che questo è il comportamento degli oggetti. Certi orologi solari, infatti, hanno l’asta priva d’ombra a una certa ora; altri invece sono, per dir così, di corta ombra, altri ancora hanno l’ombra più lunga di quelli. Non è da far meraviglia perciò se, secondo l’intenzione di Colui che dona le cose essenziali elargendo con proporzioni inafferrabili e nascoste in armonia con quelli che ricevono e con le loro condizioni, nel dono delle cose sostanziali talora quelli che le ricevono non vedano seguire affatto le ombre, talaltra non tutti gli oggetti hanno l’ombra, ma soltanto pochi; infine questa è minore in confronto di altre più grandi che tengon dietro ai propri corpi. Ora, come l’ombra del corpo, che ci sia o non ci sia, né rallegra o addolora chi cerca i raggi del sole ed ha tutto il necessario una volta che sia stato illuminato, anche se è privo dell’ombra o ne avesse di più o di meno; allo stesso modo, se noi abbiamo i beni spirituali e siamo illuminati da Dio sul possesso completo dei veri beni, non daremo più importanza a ciò che è effimero al pari dell’ombra. Giacché tutte le cose, materiali e corporee, quali esse siano, hanno la consistenza di un’ombra leggera e debole, né si possono affatto paragonare coi salutari e santi doni del Dio di tutto. Infatti, c’è paragone tra la ricchezza materiale con quella racchiusa in ogni dono di parola e in ogni scienza? Chi, se non un pazzo, confronterebbe la salute delle carni e delle ossa con una mente sana, un’anima gagliarda e pensieri in armonia? Tutte cose queste che, ben ordinate dalla Parola di Dio, fanno delle pene del corpo una graffiatura, o meno ancora.

Eccellenza di tutto quanto è spirituale

2. Se uno ha compreso che bellezza sia mai quella della sposa amata dallo Sposo, il Verbo di Dio, l’anima cioè, fiorente di sovrumana e sovracelestiale bellezza, si vergognerà di onorare persino con il nome stesso di bellezza l’avvenenza fisica di una donna, o di un fanciullo, o di un uomo; la vera bellezza non la racchiude la carne, che è una bruttezza sola. La carne infatti è come l’erba e la sua gloria che è irradiata dalla cosiddetta bellezza delle donne e dei fanciulli viene paragonata al fiore, secondo il detto del profeta, che scrive: «Tutta la carne è come erba. L’erba si seccò e il fiore cadde, ma la parola del Signore resta in eterno». Ci sarà ancora chi chiamerà vera nobiltà quella che intendono gli uomini, dopo che ha conosciuto la nobiltà dei figli di Dio? L’intelligenza, poi, che ha ammirato lo stabile regno di Cristo, come non disprezzerà, non facendone nessun conto, ogni regno della terra? E l’esercito degli angeli, e tra questi gli arcangeli delle schiere del Signore, i Troni e le Dominazioni, i Principati e le Potestà sovracelesti, nella misura con cui riesce a comprendere la mente umana ancora avvinta al corpo, avendo mirato chiaramente, secondo che fu capace, e compreso di poter raggiungere presso il Padre un onore uguale ad essi, come non trascurerà, facendone un paragone e giudicando oscurissime e degne di nessun interesse queste cose, in verità ancor più deboli dell’ombra, che suscitano ammirazione presso gli stolti? Qualora gli venissero date tutte queste cose, non si darà più pensiero di poter raggiungere i veri Principati e le divine Potestà? Orsù, si preghi quindi per le cose sostanziali, veramente grandi e celesti; per quanto riguarda le ombre che ne tengon dietro, si lasci fare a Dio che conosce i bisogni del corpo mortale prima ancora che chiediamo.

CAPITOLO XVIII

Origene si dispone al commento del Pater

1. È sufficiente quanto abbiamo detto, trattando l’argomento della preghiera, secondo la grazia di Dio concessaci e proveniente da Lui per mezzo del suo Cristo (io spero anche nello Spirito Santo: ne converrete procedendo in questo scritto). Passeremo ormai a un successivo assunto, volendo considerare quanta potenza racchiuda la preghiera suggerita dal Signore.

La duplice redazione del «Padre nostro»

2. La prima considerazione è questa: ai più sembrerebbe che Matteo e Luca abbiano scritto una medesima formula di preghiera, affinché noi così preghiamo. Il testo di Matteo è il seguente: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo anche sulla terra. Dacci oggi il nostro pane supersostanziale e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori, e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno». Quello di Luca: «Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, da’ a noi ogni giorno il pane nostro supersostanziale e rimettici i nostri peccati, poiché anche noi li rimettiamo a ogni nostro debitore e non c’indurre in tentazione».

I differenti contesti

3. A quegli obiettori va risposto in primo luogo che le parole, anche se presentano tra loro una qualche somiglianza, sono poi per il resto chiaramente diverse come risulterà dal loro esame; secondariamente, poi, va detto che non è possibile che la medesima preghiera sia stata fatta sul monte dove «salì avendo visto le folle» quando «postosi a sedere, si accostarono a Lui i suoi discepoli ed aperta la bocca ammaestrava» (questa preghiera è in Matteo inserita nell’annuncio delle beatitudini e dei precetti relativi) e «in un certo luogo dove si trovava a pregare» e «come cessò» disse a uno dei discepoli che aveva chiesto di insegnare a pregare «come anche Giovanni insegnava ai suoi discepoli». Come è infatti possibile che le medesime parole siano pronunziate nel contesto di un lungo discorso senza ogni anteriore richiesta, in risposta alla domanda di un discepolo? Qualcuno potrebbe ancora obiettare che le due preghiere hanno lo stesso significato, come fossero una sola pronunziata, ora in un più ampio discorso ora rivolta ad un discepolo che aveva avanzato tale richiesta. Questi evidentemente non era presente allorché Gesù disse quanto Matteo riporta, o non ricordava più le cose già dette. Ma forse è meglio ritenere che siano diverse le preghiere ed abbiano alcune parti comuni. Cercando poi nel Vangelo di Marco, se esistesse un’analoga preghiera, non ne abbiamo trovato traccia.

CAPITOLO XIX

Predisposizioni alla preghiera

1. Poiché, come è stato detto, colui che prega deve innanzitutto mettersi e prepararsi in un certo modo per poi pregare, vediamo quello che il nostro Salvatore disse sulla preghiera prima della versione di Matteo: «E quando pregate, non siate come gli ipocriti perché essi amano fare orazione stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per esser veduti dagli uomini. Vi dico in verità che hanno ricevuto il loro premio. Tu invece, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel nascosto e il Padre tuo, che ti vede nel segreto, ti darà la ricompensa. E pregando non usate troppe parole, come i pagani. Pensano infatti che nelle loro molte parole saranno ascoltati. Non rassomigliate dunque a loro: poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così».

La preghiera dell’esibizionista

2. È chiaro perciò che sovente il nostro Salvatore bolla la brama di gloria come un affetto rovinoso: ciò che ripete anche qui, allontanando dal modo di pregare degli ipocriti. Opera degli ipocriti è infatti quella di voler vantare tra gli uomini pietà o magnanimità; occorre invece che, ricordandoci delle parole: «Come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?», disprezziamo ogni gloria umana anche se sembri provenire da qualche bella azione, e cercare la gloria vera e propria che viene da Colui che solo glorifica chi ne è degno, in modo a lui adeguato e oltre il merito del glorificato. Pertanto quell’azione che sarebbe stata stimata bella e lodevole si corrompe allorché crediamo di compierla per essere onorati dagli uomini e per apparire ai loro occhi. Onde non ne segue da parte di Dio ricompensa alcuna. Infatti ogni parola di verità di Gesù diventa – anche se dobbiamo dirlo a malincuore – ancora più veritiera quando viene profferita con la consueta formula di giuramento. Dice espressamente di coloro che credono di fare del bene al prossimo a motivo della fama che hanno tra gli uomini o che pregano nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti tra gli uomini: «In verità vi dico: hanno ricevuto la loro ricompensa». Il ricco infatti, di cui leggiamo in Luca, ricevette i beni nella sua vita terrena, e, per il fatto di averli già ricevuti, non poté conseguirli più dopo questa vita. Così chi ebbe la sua ricompensa con il donare a qualcuno o con il pregare, poiché non seminò in spirito ma nella carne, mieterà la corruzione, non certo la vita eterna. Orbene, semina nella carne colui che fa elemosina nelle sinagoghe, nelle strade, per essere onorato dagli uomini facendo elemosina con la tromba davanti a sé, oppure preferisce star ritto a pregare nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze, affinché, al cospetto degli uomini, sia creduto da coloro che lo vedono, un uomo pio e santo.

La preghiera del dilettante

3. Ma anche chiunque percorre la via larga e spaziosa che conduce alla perdizione, e non contiene nulla di vero e di retto ma è tutta tortuosa ed angolosa (infatti la sua linearità è in gran parte incrinata), vi sta non diversamente da colui che prega agli angoli delle piazze. Nella sua ricerca di diletto si mette non in una sola ma in parecchie piazze, nelle quali «coloro che muoiono da uomini» per essersi staccati dalla divinità esaltano e ritengono beati quelli che essi credono siano pii nelle piazze. Molti sono quelli che pregano sembrando più amanti del diletto che di Dio, comportandosi nella preghiera quasi come ubriachi nel mezzo dei simposi e tra le gozzoviglie, e stando veramente agli angoli delle piazze a pregare. Infatti chi vive secondo il piacere ed ama la via spaziosa abbandona la stretta ed angusta via di Gesù Cristo, la quale non ha curvature né segni di angoli.

CAPITOLO XX

La preghiera nella Chiesa e nella Sinagoga

1. Se poi c’è diversità tra Chiesa e Sinagoga – l’una, la Chiesa vera e propria, non ha macchia né ruga né altro di simile, ma è santa ed irreprensibile; in essa non entra né il nato da cortigiana né l’eunuco o l’evirato, nemmeno l’Egiziano o l’Idumeo i cui figli soltanto dopo la terza generazione potranno aderire alla Chiesa; né il Moabita e l’Ammonita se non alla decima generazione compresa e trascorso che sia un secolo; l’altra, la Sinagoga, è stata edificata dal centurione prima che venisse Gesù e da Lui ricevesse la testimonianza di una fede così grande che il Figlio di Dio non trovò nemmeno in Israele –, colui che ama pregare nelle Sinagoghe è simile a chi prega agli angoli delle piazze. Non così fa il santo. Infatti non soltanto si diletta di pregare, ma ama la preghiera, e non nelle Sinagoghe, ma nelle adunanze; non agli angoli delle piazze, ma nella giusta anche se stretta ed angusta via; non per esser visto dagli uomini, ma dall’occhio del Signore Iddio. È infatti il figlio maschio che pensa all’anno gradito del Signore ed osserva il comandamento che dice: «Tre volte all’anno ogni figlio maschio comparirà al cospetto del Signore Iddio».

Il nascondimento nella preghiera

2. Prestiamo particolare attenzione alle parole «per esser visti», poiché nessuna cosa è bella solo per l’apparenza, come se esistesse solo in apparenza e non nella realtà. Ingannando l’immaginazione non ci rappresenta l’oggetto fedelmente e realmente. Come nei teatri gli attori drammatici non sono quello che dicono né quello che appaiono dalla maschera loro imposta, così anche tutti quelli che simulano colle apparenze la rappresentazione della bellezza non sono giusti, ma sono i buffoni della giustizia, che interpretano da soli la loro parte nel proprio teatro che sono le sinagoghe e gli angoli delle piazze. Chi invece non è ipocrita ma, deposto ogni estraneo manto, si prepara ad esser gradito nel suo teatro di gran lunga migliore di ogni altro, entra nella propria cameretta, dove, oltre alla ricchezza accumulata, ha rinchiuso un tesoro di sapienza e di scienza. E non guardando affatto fuori, né stando a contemplare le cose esteriori, chiusa ogni porta dei sensi onde non esser tratto dalle sensazioni né dalla loro immagine ad aver oppressa la mente, prega il Padre che vede e non abbandona questo segreto tabernacolo, anzi vi pone la sua dimora insieme all’Unigenito. Dice infatti: «Io e il Padre verremo a lui e faremo dimora presso di lui». È chiaro che, se preghiamo in questo modo, intercederemo non solo presso il giusto Iddio ma anche presso Dio come Padre che non ci abbandona, essendo suoi figli, ma è presente nel nostro nascondimento e volge ad esso lo sguardo ed accresce la ricchezza della nostra cameretta, purché ne abbiamo chiusa la porta.

CAPITOLO XXI

La loquacità, nemica della preghiera

1. Pregando, tuttavia, non usiamo troppe parole, ma quelle che si confanno a Dio. E diciamo troppe parole quando, non esaminando noi stessi o i termini della preghiera che facciamo, parliamo delle cose corruttibili o di discorsi e pensieri bassi, biasimevoli, lontani dalla purità del Signore. Colui che nel pregare dice troppe parole è già nella disposizione peggiore di quelli che abbiamo detto appartenere alle sinagoghe ed in una via più pericolosa degli angoli delle piazze; poiché egli non conserva traccia di bene, anche se simulasse. Dicono troppe parole, nel senso inteso dal Vangelo, soltanto i pagani che non hanno l’idea delle cose grandi e celesti da domandare, elevando tutte le preghiere per cose materiali ed esteriori; è simile perciò al pagano che dice troppe parole colui che chiede le cose terrene al Signore che abita nei cieli e più in alto dei cieli.

Pregare bene per ottenere il vero bene

2. Chi dice molte parole pare che assomigli a chi dice vane parole e viceversa; senonché nulla in natura e nei corpi è tutt’uno, ma ciò che si crede costituisca un tutt’uno ha perduto la sua unità e viene scisso, diviso e distribuito in parecchie parti. Ora, un tutt’uno è il bene, ma ciò che è turpe costituisce pluralità; una cosa sola è la verità, molte cose il falso; integra è la vera giustizia, ma molte forme la simulano; unica è la sapienza di Dio, ma molte quelle «di questo secolo e dei principi di questo secolo, che stanno per essere annientati»; ed una la parola di Dio, molte quelle estranee a Dio. Perciò nessuno «con il molto parlare» eviterà «il peccato» e nessuno «che crede, per il suo molto dire, d’essere ascoltato» può venire ascoltato. Non diventiamo dunque simili con il nostro pregare ai pagani che dicono vane o troppe parole o fanno qualunque cosa «a somiglianza del serpente». Sa infatti il Dio dei santi, essendo Padre, di che hanno bisogno i suoi figli, perché ciò è degno del pensiero di un padre. Se qualcuno poi ignora Dio e non conosce le cose di Dio non sa neppure ciò di cui necessita. Infatti le cose peccaminose sono riservate a coloro che pensano di averne bisogno. Ma chi ha meditato sui beni che sono migliori e più divini di quelli di cui è bisognoso, poiché Dio li conosce, da Lui li otterrà. Infatti sono noti al Padre anche prima di domandarli. Ciò premesso su quanto precede la preghiera di Matteo, consideriamo ora quello che la preghierainsegna.

CAPITOLO XXII

Liberi di chiamarlo Padre

1. «Padre nostro che sei nei cieli». Converrebbe esaminare piuttosto a fondo il cosiddetto Antico Testamento semmai vi si può trovare la preghiera di uno che chiami Dio con il nome di Padre. Noi, almeno per ora, per quanto cercammo, non abbiamo trovato. Non vogliamo dire che Dio non venga chiamato Padre o che coloro i quali si sono accostati alla Parola di Dio non siano chiamati figli di Dio, ma nel senso che nella preghiera non abbiamo in alcun modo trovato quella libertà di parola dimostrata dal Salvatore nel chiamare Dio: Padre. In molti passi del Deuteronomio, per esempio, si parla di Dio come di un padre e di coloro che si accostarono alla parola di Dio come di figli: «abbandonasti Dio che ti generò e ti dimenticasti di Dio che ti nutrì». E ancora: «non è proprio egli il tuo padre che ti possedette, ti fece e ti creò»? E di nuovo: «Figli quelli in cui non c’è fede». In Isaia: «nutrii dei figli e li esaltai; ma essi mi disprezzarono». Ed in Malachia: «Il figlio onorerà il padre ed il servo il suo padrone. E se io sono padre, dov’è l’onore a me dovuto? E se sono Signore, dov’è il mio timore?».

La figliolanza in Cristo

2. Se quindi Dio è chiamato Padre, e figli coloro che sono stati generati dalla parola della fede in Lui, pure non è possibile trovare presso gli antichi il concetto di una figliolanza vera e stabile. Gli stessi luoghi che abbiamo citato, quindi, dimostrano che quelli che si dicono figli sono sottomessi, poiché secondo l’Apostolo «fin tanto che l’erede è fanciullo, non differisce in nulla dal servo, benché sia padrone di tutto ma è sotto tutori e curatori fino al tempo prestabilito dal padre» peccare perché è nato da Dio».

Il vero figlio è senza peccato

3. Se certo abbiamo compreso che cosa significhi quel che è scritto in Luca, cioè: «quando pregate dite: Padre…», temeremo, se non siamo figli legittimi, di profferire questa parola a Lui, affinché non diventiamo colpevoli oltre agli altri nostri peccati anche dell’accusa di empietà. Ecco ciò che voglio dire. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinti: «nessuno può dire – Signore Gesù, se non per lo Spirito Santo, e nessuno, parlando per lo Spirito di Dio dice – Anatema a Gesù». Egli chiama con lo stesso nome lo Spirito Santo e lo Spirito di Dio. Che cosa significhi però «dire per lo Spirito Santo: Signore Gesù» non è del tutto chiaro, poiché migliaia di ipocriti e ancor più di eterodossi e talora i demoni, sopraffatti dalla potenza insita in questo nome, usano questa parola. Nessuno pertanto oserà affermare che qualcuno di tutti questi pronunzi il nome del Signore Gesù nello Spirito Santo. Perciò non potrebbero dire: Signore Gesù, perché lo dicono solo dal fondo del cuore coloro che servono il Verbo di Dio e non proclamano oltre a Lui nessuno Signore nelle loro azioni. Se tali sono dunque quelli che dicono: «Signore Gesù», forse chiunque pecca, con la sua trasgressione, bestemmiando il Verbo divino, grida per mezzo delle opere: «Anatema Gesù!». Chi dunque appartiene a questa schiera dice: «Signore Gesù», e chi non si comporta come lui: «Anatema Gesù!»; similmente «chiunque è nato da Dio e non commette peccato», perché partecipa del seme di Dio che distoglie da ogni peccato, dice con la sua vita: «Padre nostro che sei nei cieli». E «lo stesso Spirito testimonia insieme a loro che sono figli di Dio e suoi eredi e coeredi di Cristo», poiché «avendo sofferto con lui, sperano bene di essere anche glorificati con lui». Perciò non diranno soltanto a metà «Padre nostro» costoro, il cui cuore – fonte e principio delle opere buone – «anche per mezzo delle opere crede per ottenere la giustizia, e la cui bocca fa confessione per esser salvati».

La filiazione come immagine dell’immagine

4. Pertanto ogni opera loro e pensiero e parola, conformati a Lui dal Verbo unigenito, imitano l’immagine del Dio invisibile e diventano ad immagine del Creatore «che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e gli ingiusti»; affinché ci sia in essi «l’immagine del Celeste» che è a sua volta immagine di Dio. Dunque, essendo i santi immagine dell’Immagine, poiché il Figlio è immagine, rispecchiano la filiazione, divenuti conformi non solo nel corpo di Cristo che è nella gloria del cielo, ma anche in Colui che si trova nel corpo. E diventano simili a Chi è nel suo corpo di gloria, trasformati dal rinnovamento della mente. E se tali sono, dicono interamente: «Padre nostro che sei nei cieli»; è chiaro che chi commette il peccato, come dice Giovanni nella sua lettera, «è dal diavolo, perché dal principio il diavolo pecca». E come il seme di Dio, dimorando in chi è stato generato da Lui, fa sì che non possa peccare chi si è conformato al Verbo unigenito; così in chiunque pecca risiede il seme del diavolo e mentre signoreggia sull’anima non permette a colui che lo possiede di poter operare il bene. Ma poiché «per questo è stato manifestato il Figlio di Dio, per distruggere le opere del diavolo», è possibile che coll’avvento nell’anima nostra del Verbo di Dio, distrutte le opere del diavolo, sia bandita la cattiva radice del seme e diventiamo figli di Dio.

La nostra vita è un incessante «Padre nostro»

5. Ora, non crediamo che tali espressioni ci siano state insegnate per dirle soltanto nel momento stabilito della preghiera, ma se intendiamo quanto fu spiegato da noi a commento di quel pregare senza interruzione, tutta la vita di noi oranti dica incessantemente: Padre nostro che sei nei cieli, non avendo affatto sulla terra la cittadinanza ma completamente nei cieli che sono i troni di Dio, perché il regno di Dio è fondato in tutti coloro che portano «l’immagine del Celeste»: per questo sono diventati celesti.

CAPITOLO XXIII

I cieli non sono un luogo fisico

1. Ma quando si dice che il Padre dei Santi è nei cieli, non si deve pensare che Egli sia circoscritto da figura corporea e abiti nei cieli. Poiché certamente, se è circoscritto, Dio si troverà minore dei cieli, in quanto essi lo contengono. Si deve credere che tutto sia da Lui circoscritto e contenuto coll’ineffabile potenza della sua divinità. Ma in generale gli indotti pensano che le espressioni, in quanto vengono prese alla lettera, parlino di un luogo abitato da Dio; bisogna invece interpretarle come rispondenti alle grandi e spirituali cognizioni su Dio. Ecco esempi dal Vangelo di Giovanni: «ora avanti la festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». E più avanti: «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava». E a un certo punto: «avete udito che vi ho detto – Io me ne vado e torno a voi. Se voi m’amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre». E di nuovo, dopo altre parole: «Ma ora me ne vado a Colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai?». Poiché, se queste espressioni si devono accettare come alludenti ad un luogo, è trasparente anche il significato di questa: «Gesù rispose e disse loro: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio l’amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui».

Significato spirituale della visita di Dio

2. Ma non si tratta di una venuta materiale del Padre e del Figlio in chi ama la parola di Gesù, né si deve interpretare come riferita ad un luogo; ma il Verbo di Dio, scendendo presso di noi e, data la sua dignità, umiliandosi nel trovarsi tra gli uomini, si dice che passa da questo mondo al Padre, perché noi pure lo contempliamo nella sua perfezione, ritornato nuovamente lassù alla propria pienezza dalla nostra vacuità nella quale si era come annullato. Colà anche noi, seguendolo come guida, acquistata la pienezza, ci spoglieremo di ogni vacuità. Vada dunque, dopo aver lasciato il mondo, il Verbo di Dio a Colui che lo mandò e ritorni al Padre. Anche ciò che è scritto alla fine del Vangelo di Giovanni: «Non toccarmi poiché non sono ancora salito al Padre», cerchiamo di intenderlo anche in un senso mistico, interpretando con devota intelligenza in modo più degno di Dio l’ascesa al Padre da parte del Figlio, ascesa che è più della mente che del corpo.

Contro l’antropomorfismo di Dio

3. Mi sono addentrato, pensandolo necessario, in questi particolari relativi all’invocazione «Padre nostro che sei nei cieli», per rimuovere l’idea un po’ meschina che di Dio hanno coloro che lo credono fisicamente nei cieli e per non permettere ad alcuno di affermare che Dio è in un luogo di corpi: perché ne conseguirebbe che Dio è anche corpo; avremmo come corollari i dogmi più empi: credere che Egli sia divisibile, materiale e corruttibile, perché ogni corpo è divisibile e materiale e corruttibile. Oppure, coloro che non soffrono di vacue impressioni, ma affermano di veder chiaramente, ci dicano come è possibile che un Dio simile sia di una natura diversa dalla materiale. E poiché molti testi scritturali anteriori alla venuta di Cristo con il corpo sembrano sostenere che Dio si trova in un luogo corporeo, non mi pare di uscir di argomento se ci soffermiamo brevemente anche su costoro per togliere ogni dubbio in quelli che, a causa della loro dose d’ignoranza, mi fanno circoscritto in un piccolo e angusto luogo il Dio che sta su tutte le cose. E cominciamo dal Genesi: «Adamo ed Eva», si dice, «udirono la voce del Signore Iddio che camminava nel paradiso verso il tramonto e si nascosero, Adamo e la sua moglie, dal cospetto del Signore Iddio in mezzo agli alberi del paradiso». Ci rivolgeremo a coloro che non vogliono accostarsi ai tesori della Scrittura ma neppure bussano alla sua porta: possono dimostrare che il Signore Iddio che riempie il cielo e la terra, che ha, come essi pensano, il cielo come trono materiale e la terra come sgabello ai suoi piedi, sia racchiuso da un luogo tanto angusto in confronto a tutto il cielo e la terra, cosicché quello che essi immaginano un paradiso materiale non sarebbe riempito da Dio ma sarebbe tanto più grande di Lui, per la sua grandezza, in modo che lo contiene anche a passeggiare e si sente il passo dei suoi piedi? Secondo costoro, ancora più assurdo è il fatto che Adamo ed Eva, temendo Dio a causa del loro peccato, si nascondevano dalla vista di Dio in mezzo agli alberi del paradiso; poiché non si dice che volevano nascondersi, ma che effettivamente si nascosero. E non riescono a spiegarsi il fatto che Dio interroghi Adamo dicendo: «Dove sei?».

I cieli di Dio sono i santi

4. Su questo punto abbiamo detto più che sufficientemente, commentando il libro del Genesi; senonché anche ora, per non passar completamente sotto silenzio una così importante questione, basterà ricordare le parole dette da Dio nel Deuteronomio: «Camminerò in essi ed abiterò in essi». Come infatti Egli passa tra i santi, così cammina nel paradiso; chiunque pecca si nasconde a Dio e sfugge alla sua ricerca e s’allontana dalla sua presenza; infatti anche «Caino se ne andò dal cospetto di Dio e abitò nel paese di Nod ad oriente dell’Eden». Allo stesso modo, quindi, chi abita nei santi, abita anche in cielo, sia che «cielo» significhi ogni santo che porti «l’immagine del Celeste», oppure alluda a Cristo in cui tutti i salvati sono luci e stelle del cielo, o significhi che Egli là abita in quanto ci sono i santi. È scritto infatti: «Alzai i miei occhi a te che abiti nel cielo». Ed il passo dell’Ecclesiaste: «Non affrettarti a profferir parola al cospetto di Dio, perché Dio è su nel cielo e tu in basso, sulla terra» intende mostrare la distanza di coloro che si trovano nel corpo dell’umiliazione da chi è presso gli angeli esaltati per l’aiuto dato al Verbo stesso, e presso le sante Potestà e lo stesso Cristo; non è infatti assurdo che Egli sia il vero trono del Padre, chiamato con una allegoria «cielo»; la sua Chiesa invece, chiamata «terra», sia sgabello dei suoi piedi.

Necessità del senso allegorico

5. Abbiamo aggiunto pochi passi anche dell’Antico Testamento, che si crede pongano Dio in un luogo, onde persuadere in tutti i sensi il lettore, secondo la possibilità concessaci, ad ascoltare la divina Scrittura con senso più elevato e più spirituale quando essa sembra insegnare che Dio si trovi in un luogo. Ed era conveniente mettere anche queste citazioni, in relazione con la frase «Padre nostro che sei nei cieli», per distinguere da tutte le cose generate l’essenza di Dio; giacché quelli che non ne partecipano, hanno ricevuto una certa gloria di Dio e potenza di Lui ed effluvio, per così dire, della divinità.

CAPITOLO XXIV

La santificazione del nome di Dio

1. «Sia santificato il tuo nome». Sia che si dimostri come uno non possiede ancora ciò per cui prega o che, ottenutolo ma non essendo durevole, chieda gli sia conservato, chiaramente sulla base di questa espressione noi siamo invitati a dire secondo Matteo e Luca: «Sia santificato il tuo nome», come se il nome del Padre non fosse ancora santificato. Perché allora, dirà qualcuno, l’uomo chiede che sia santificato il nome di Dio come se non lo fosse già? Esaminiamo che cosa si intenda per nome del Padre ed il valore di quel «sia santificato».

I nomi indicano altrettante qualità

2. Ora, il nome è una sintetica espressione per indicare la qualità propria di chi viene chiamato per nome. Un esempio: c’è una particolare qualità, propria dell’apostolo Paolo; una propria dell’anima, per cui essa è tale; una della mente, secondo cui può contemplare le cose; un’altra relativa al corpo, per cui esso è tale. Ciò che di queste qualità è personalissimo ed incomunicabile (non c’è infatti in natura un altro in tutto simile a Paolo) si indica pertanto con il nome di Paolo. Ma siccome per gli uomini mutano le qualità loro proprie, giustamente nella Scrittura mutano anche i nomi. Cambiando infatti la qualità di Abràm, chiamato Abraàm, e quando mutò quella di Simone, questi ebbe nome Pietro, e Saulo, persecutore di Gesù, fu chiamato Paolo. Dio invece, che è sempre invariabile ed immutabile, ha di conseguenza sempre uno stesso nome, quello di «colui che è» com’è scritto nell’Esodo, e qualche analoga definizione. Ora, poiché su Dio tutti facciamo delle congetture, formandoci un’idea di Lui, ma non tutti ne comprendiamo l’essenza (pochi infatti o, per dir così, meno ancora di pochi sono quelli che comprendono completamente la sua santità), giustamente sappiamo che la nostra concezione di Dio sarebbe che Egli è santo, affinché ne vediamo la santità nell’esser creatore, provvidente, nel giudicare, nell’eleggere, abbandonare, abbracciare e respingere, premiare o punire secondo il merito di ciascuno.

Potenza nel nome di Dio

3. Queste operazioni ed altre simili rappresentano per così dire il contrassegno della personalità di Dio, dalle Scritture chiamata, secondo me, «nome di Dio»; nell’Esodo: «Non userai invano il nome del Signore Dio tuo»; e nel Deuteronomio: «Sia atteso come pioggia il mio precetto, discendano come rugiada le mie parole, come pioggerella sull’erba, come gocce sulla verzura perché ho invocato il nome del Signore». Nei Salmi, ancora: «Ricorderanno il tuo nome per tutte le generazioni». Chi infatti adatta la nozione di Dio a ciò che non deve, usa il nome del Signore Iddio invano; e colui che può profferire parole che scendono come pioggia su chi ascolta, muovendo le anime a portare frutti, e dice parole di consolazione simili a rugiada e sparge, con la foga dei discorsi edificanti, come una pioggerella utilissima agli ascoltatori o come gocce efficacissime, è in virtù del nome che è capace di tutto questo. Considerando d’essere bisognoso che Dio termini l’opera, chiede il suo aiuto, poiché Egli è la vera fonte di quelle grazie; e chiunque penetra chiaramente nelle cose di Dio, anche se i misteri della pietà gli sembrano detti da un altro o crede di scoprirli lui, non fa che ricordarli piuttosto che imparare.

Cosa significa esaltare il nome di Dio

4. Chi prega deve pensare a queste cose e chiede che sia santificato il nome di Dio; per questo si canta nei Salmi: «Esaltiamo il suo nome tutti insieme». Ordina il profeta di raggiungere in perfetta armonia della mente e del pensiero la vera ed eccelsa conoscenza dell’essenza di Dio. Questo significa infatti esaltare il nome di Dio insieme, quando uno che ha partecipato all’effluvio della divinità con l’essere stato accolto da Dio, ed avendo signoreggiato sui nemici che non possono più rallegrarsi della sua rovina, esalta quella potenza di Dio della quale fu partecipe; questo concetto è espresso nel Salmo 29 colle parole: «Ti esalterò, o Signore, perché mi hai tratto in alto e non hai permesso che i miei nemici si rallegrassero di me». Esalta inoltre Dio colui che dedica un’abitazione in se stesso, come mostra anche la dedica del Salmo citato: «Salmo del Cantico per la inaugurazione della casa di Davide».

Una polemica sull’imperativo

5. Inoltre, a proposito del «sia santificato il tuo nome» e sull’uso degli altri imperativi, occorre dire che gli interpreti usano costantemente l’imperativo invece dell’ottativo, come si vede nei Salmi: «Ammutoliscano le labbra bugiarde che dicono insolenze contro il giusto». «Ammutoliscano» invece di “oh, se ammutolissero!” e «L’usuraio vada in cerca di tutti i suoi beni e non vi sia chi l’aiuti» detto a proposito di Giuda nel Salmo 108, che è tutto una invocazione per Giuda perché mali simili tocchino a lui. Non avendo Taziano compreso quell’«ammutoliscano» che non sempre indica un ottativo, ma talora ha la forza di un imperativo, avanzò le più empie congetture su quella parola di Dio: «Sia fatta la luce», quasi che Egli avesse desiderato più che comandato che fosse fatta la luce; perché – dice lui con empio sentimento – Dio era nella tenebra. Gli si deve rispondere, chiedendo come interprete allora anche queste parole: «Germini la terra erba del pascolo» e «si raduni l’acqua sotto il cielo» e «Producano le acque rettili animati e viventi» e «Produca la terra animali viventi». Per potersi reggere solidamente, Dio prega che si raduni in un solo luogo l’acqua posta sotto il cielo? O per partecipare di ciò che la terra germina, prega: «Germini la terra»? Che bisogno poi aveva, analogamente a quello della luce, degli acquatici, dei volatili, dei terrestri, da pregare anche per questi? E se anche per Taziano è assurdo che Dio pregasse per queste cose, enunciate in termini imperativi, perché alla stessa guisa non si deve intendere quel: «Sia fatta la luce», detto non esortativamente ma imperativamente? Mi è parso necessario, dal momento che la preghiera è detta in tono imperativo, ricordare le false interpretazioni di Taziano, per coloro che vengono ingannati e che hanno accolto la sua empia teoria. Anche noi una volta le abbiamo provate.

CAPITOLO XXV

Un regno tutto interiore

1. «Venga il tuo regno». «Se il regno di Dio», secondo il detto del Signore e Salvatore nostro, «non viene con apparato, né diranno – Eccolo qui o eccola là», ma «il regno di Dio è dentro» di noi; «vicina è infatti la parola, molto vicina, nella nostra bocca e nel nostro cuore» dimora presso di lui». E credo si intenda per regno di Dio una condizione di beatitudine dell’anima superiore e l’ordine dei saggi pensieri, e per regno di Cristo si intendano i discorsi a salvezza di chi li ascolta, e le perfette opere di giustizia e delle altre virtù: parola e giustizia è anche il Figlio di Dio. In ogni peccatore spadroneggia invece il principe di questo secolo, poiché ogni peccatore è dominato dal presente secolo malvagio, in quanto non si dà «a colui che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre» Ora, colui che è tiranneggiato dal principe di questo secolo è pure in dominio del peccato, dal momento che vuole peccare; onde Paolo comanda di non essere più sottomessi al peccato che vuole regnare su noi: «Non regni dunque il peccato nel nostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze».

Un regno sempre perfettibile

2. Ma dirà qualcuno, di fronte ad ambedue le espressioni: «sia santificato il tuo nome» e «venga il tuo regno», che, se chi prega lo fa per essere ascoltato e una qualche volta viene esaudito, quando per lui sarà santificato (abbiamo spiegato come) il nome di Dio, verrà per lui allora anche il regno di Dio. E se questo otterrà, perché converrà ancora pregare per le cose che già ci sono, come se non ci fossero ancora, dicendo: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno»? In questo caso, non dovrebbe più qualche volta dire: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno». La risposta è questa. Chi prega per ottenere il discorso della scienza e della sapienza, giustamente pregherà sempre per questi doni, anche se avrà percepito, per esser stato esaudito, più principi di sapienza e di scienza, conoscendo anche solo in parte quanto potrebbe ora possedere, mentre si manifesterà il perfetto abolendo quello che è in parte allorquando la mente si fisserà a faccia a faccia senza ostacolo dei sensi nelle cose spirituali. Allo stesso modo, per ciascuno di noi non è possibile che sia completamente santificato il nome di Dio né che si stabilisca interamente il suo regno, se non venga anche Colui che è perfetto di scienza e di sapienza, e forse lo è pure delle altre virtù. Ora, noi ci mettiamo in cammino verso la perfezione se, protendendoci «verso quelle cose che stanno dinanzi», dimentichiamo «quelle che stanno dietro».

Un regno che esclude il peccato

3. Inoltre sul regno di Dio bisogna dire ancora che come non c’è «comunanza tra la giustizia e l’iniquità» né «comunione tra la luce e le tenebre» né «armonia tra Cristo e Belial», così non può coesistere il regno del peccato con il regno di Dio. Se dunque vogliamo esser sudditi di Dio «non regni affatto il peccato nel nostro corpo mortale», né prestiamo ascolto agli inviti del peccato che chiama la nostra anima alle opere della carne e alle cose non di Dio; ma, facendo morire «le membra che sono sulla terra», portiamo i frutti dello Spirito, affinché, quasi in un paradiso spirituale, il Signore passeggi in noi e regni su di noi unicamente con il suo Cristo sedendo alla destra della potenza spirituale che noi preghiamo di ottenere, e rimanendovi finché tutti i nemici che portiamo in noi diventino «sgabello dei suoi piedi» e renda vano in noi ogni dominio e potenza e forza. Tutto ciò può avverarsi per ciascuno di noi ed essere annullato «l’ultimo nemico, la morte», perché anche di noi dica Cristo: «Dov’è il tuo pungiglione, morte? Dove, o inferno, la tua vittoria?». Quindi la nostra «corruzione» si rivesta ormai della santità e «incorruttibilità» in castità e completa purità; la nostra «mortalità» si circondi della «immortalità» del Padre, annientata che sarà la morte, cosicché noi, sotto il governo di Dio, ci troviamo senz’altro tra i tesori di rigenerazione e di risurrezione.

CAPITOLO XXVI

Diventare come quelli del cielo

1. «Sia fatta la tua volontà come nel cielo anche sulla terra». Luca dopo «Venga il tuo regno», tacendo il resto, continua: «il pane nostro supersostanziale dà a noi ogni giorno». Perciò l’espressione da noi riportata, trovandosi solo in Matteo, l’esaminiamo dopo quelle che l’hanno preceduta. Poiché ci troviamo, noi che si prega, ancora sulla terra, comprendendo che in cielo si fa la volontà di Dio da parte di tutti i celesti abitanti, preghiamo che anche noi, essendo della terra, facciamo in tutto la volontà di Dio: il che avverrà se nulla operiamo contro la sua volontà. Ora, come in cielo c’è la volontà di Dio, si compia anche per noi sulla terra; divenuti simili a quelli del cielo, poiché a somiglianza di quelli portiamo l’immagine del Celeste, erediteremo il regno dei cieli. E quelli che saranno dopo di noi in terra, pregheranno di diventare simili a noi che ormai saremo del cielo.

Significato esteso alle altre petizioni

2. Si potrebbe interpretare la parte riportata soltanto da Matteo: «come in cielo anche sulla terra» come sottintesa nelle precedenti petizioni, onde ci verrebbe comandato di dire così, pregando: «Sia santificato il tuo nome come in cielo, anche sulla terra. Venga il tuo regno come in cielo, anche sulla terra. Sia fatta la tua volontà come in cielo, anche sulla terra». Il nome di Dio, infatti, è santificato tra quelli del cielo e per loro si attua il regno di Dio ed è fatta in essi la volontà di Dio; cose tutte che mancano a quelli della terra, ma possono toccarci se, per conseguirle, ci rendiamo degni di Dio che porge ascolto a tutte queste cose.

Cristo è il cielo e la Chiesa la terra

3. Qualcuno potrebbe investigare su quel «Sia fatta la tua volontà, come in cielo anche sulla terra», dicendo:«Ma come può essere fatta la volontà di Dio in cielo, ove ci sono “gli spiriti del male”onde “anche in cielo è ebbra la spada di Dio”»? Se preghiamo che sia fatta la volontà di Dio sulla terra così come è fatta in cielo, non forse sconsideratamente chiediamo che restino sulla terra anche quelle cose per noi infeste, poiché discendono dal cielo anch’esse, per cui molti sulla terra diventano malvagi a causa degli spiriti del male che li sopraffanno e che sono nel cielo? Chi quindi interpretando allegoricamente il cielo e identificandolo nel Cristo; la terra, invece, interpretandola come la Chiesa – quale trono è infatti così degno del Padre come Cristo e quale sgabello dei piedi di Dio se non la Chiesa? –, facilmente scioglierà la questione, affermando che ognuno che appartenga alla Chiesa deve pregare di accettare la volontà paterna come l’aveva accettata Cristo che era venuto a fare la volontà del Padre suo e tutta l’aveva fatta. Può infatti chi si sia unito a Lui diventare uno spirito solo con Lui, per questo accettando la sua volontà, cosicché essa si compia in cielo come si compie anche in terra poiché «colui che si unisce al Signore – dice Paolo – è uno spirito solo con Lui». E penso che non debba essere trascurata questa interpretazione da parte di chi l’avrà un po’ attentamente considerata.

Cristo farà della terra un cielo

4. Chi invece la impugna, citerà ciò che alla fine di questo Vangelo è detto dal Signore dopo la sua risurrezione, agli undici discepoli: «Fu data a me ogni potestà come in cielo, anche sulla terra». Avendo infatti potestà sulle cose del cielo, dice di averla ricevuta anche per la terra: infatti le cose del cielo sono state illuminate anche prima da parte del Verbo, ma alla fine del mondo anche le cose della terra, per mezzo della potestà data al Figlio di Dio, imitano quelle che in cielo sono perfette e su cui ricevette la potestà il Salvatore. Vuole pertanto prendersi i discepoli come cooperatori nella preghiera al Padre, affinché, essendo state le cose della terra conformate su quelle che nel cielo sono soggette alla verità e al Verbo, con il potere che ricevette come in cielo così anche in terra, le conduca al felice fine che ha tutto quanto è a Lui soggetto. E chi interpreta che il cielo sia il Salvatore e la terra la Chiesa, facendo del cielo il primogenito di tutta la creazione, sul quale riposa il Padre come su un trono, potrebbe dedurre che è l’«uomo» di cui si rivestì e che si permeò di quella potenza del Verbo, a dire dopo la risurrezione, per il fatto di essersi umiliato e divenuto obbediente fino alla morte: «Fu dato a me ogni potere, come in cielo, anche in terra», avendo l’«umanità» del Salvatore ricevuto la potestà delle cose celesti che sono in potere dell’Unigenito, affinché sia in comunione con Lui, mescolata alla sua divinità e formi una sola cosa con Lui.

L’uomo santo ha già il cielo sulla terra

5. Poiché la seconda interpretazione non risolve il dubbio su come si faccia la volontà di Dio in cielo, dal momento che lottano gli spiriti del male celesti con quelli terrestri, si può risolvere così la questione. Colui che sta ancora sulla terra, ma ha la cittadinanza nel cielo e lassù ammassa tesori poiché ivi ha il suo cuore e porta l’immagine del Celeste, non per il posto che occupa egli non è più sulla terra, ma per le sue disposizioni interiori; e non appartiene al mondo di quaggiù, ma del cielo e di un mondo celeste migliore di quello. Anche gli spiriti del male che ancora dimorano nel cielo ma hanno la cittadinanza sulla terra e in ciò che loro s’oppone fanno guerra agli uomini e ammassano tesori sulla terra, e portano l’immagine del terreno «che è la prima delle opere del Signore fatta perché se ne dilettino gli angeli», non sono celesti né abitano nel cielo a causa della loro inclinazione al male. Quando allora si dice: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche sulla terra», non bisogna credere che siano nel cielo coloro che a causa della loro superbia precipitarono insieme a colui che cadde dal cielo a guisa di fulmine.

Anche il peccatore, se è terra, deve diventare cielo

6. E forse dicendo il Salvatore che si deve pregare affinché sia fatta la volontà del Padre come in cielo così anche sulla terra, non comanda assolutamente di fare preghiere per quelli che sono posti in luogo terrestre, affinché diventino simili a quelli che stanno in una dimora celeste, ma vuole che si chieda che tutte le cose della terra, cioè le peggiori e che hanno comunanza con le terrestri, assomiglino a quelle migliori e che hanno la cittadinanza nei cieli, essendo tutte divenute cielo. Il peccatore, infatti, dovunque si trovi, è terra in cui – data questa affinità – in qualche modo si trasformerà se non si pente; chi invece fa la volontà di Dio e non trasgredisce le spirituali leggi di salvezza, è cielo. Sia che quindi siamo ancora terra a motivo del peccato, preghiamo che anche su di noi si estenda così la volontà di Dio disposta ad emendarci, come toccò a quelli che prima di noi furono fatti cielo o sono cielo; e se agli occhi di Dio noi non siamo più considerati terra, ma cielo, chiediamo perché a somiglianza del cielo, anche sulla terra – cioè sui cattivi – si compia la volontà di Dio in ordine a quel permutarsi della terra in cielo, per cui non esista più terra ma tutto diventi cielo. Poiché se stando all’interpretazione data si fa la volontà di Dio anche in terra come è fatta in cielo, la terra non resterà più tale.Per esprimermi più chiaramente con un altro paragone: se si compie la volontà di Dio per i temperanti e similmente si compie per i dissoluti, i dissoluti diventeranno temperanti; o, se si compie la volontà di Dio per i giusti e anche per gli ingiusti, gli ingiusti saranno giusti. Per questo, qualora si faccia sulla terra anche la volontà di Dio come è fatta nel cielo, tutti saremo cielo. «La carne che non è utile ed il sangue» ad essa affine «non possono ereditare il regno di Dio», ma si dirà che lo ereditano se da carne, terra, polvere e sangue diventeranno sostanza celeste.

CAPITOLO XXVII

Quale pane si deve chiedere

1. «Il pane nostro supersostanziale da’ a noi oggi» o, secondo Luca, «il pane nostro supersostanziale da’ a noi di giorno in giorno». Poiché certuni pensano che noi siamo invitati a chiedere il pane per il corpo, è giusto che, rimossa subito la loro erronea opinione, stabiliamo la verità sul pane sostanziale. Bisogna rispondere a costoro perché mai Colui che dice di chiedere cose celesti e grandi – non essendo celeste il pane che ci viene dato per la nostra carne né grande preghiera è quella di chiederlo – ordini di elevare al Padre la supplica per quello che è terreno e piccolo, come se Dio secondo loro si fosse dimenticato dei suoi insegnamenti.

Il pane che assimila a Cristo

2. Ma noi che seguiamo il Maestro stesso che dà lezioni sul pane, ci dilungheremo alquanto sull’argomento. Dice nel Vangelo di Giovanni a coloro che erano venuti a Cafarnao a cercare di Lui: «In verità, in verità vi dico – Voi mi cercate non perché avete veduto dei segni, ma perché avete mangiato del pane e siete stati saziati». Chi infatti mangiò dei pani benedetti da Gesù e ne fu saziato, a maggior ragione cerca di comprendere più profondamente il Figlio di Dio e tende a Lui. Perciò giustamente dice quando insegna: «Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, cibo che il Figlio dell’uomo vi darà». Ora, a quelli che l’avevano ascoltato avendolo in merito interrogato, dicendo: «Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?», Gesù rispose e disse loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate a colui che egli ha mandato»; Dio infatti «mandò il suo Verbo e li guarì», riferendosi a quelli che erano malati, come sta scritto nei Salmi; con la fede nel Verbo, attuano le opere di Dio, che sono cibo duraturo per la vita eterna. Inoltre: «Il Padre mio dà a voi il pane che viene dal cielo, quello vero. Poiché il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà vita al mondo». E il pane vero è quello che ciba l’uomo vero, fatto a immagine di Dio, e chi se ne nutre diventa persino simile al Creatore. Per l’anima, che cosa c’è di più nutritivo del Verbo? Per la mente che la riceve, che cosa di più prezioso della sapienza di Dio? Che cosa ha maggior affinità con la natura razionale, se non la verità?

Cristo è il pane vero

3. E se qualcuno obietta con il dire che Cristo non potrebbe insegnare a chiedere il pane supersostanziale come se si trattasse di un altro genere di pane, badi come anche nel Vangelo di Giovanni ora si parli di una cosa diversa da Lui, ora invece come fosse Lui stesso il pane. Nel primo caso: «Mosè diede a voi il pane del cielo, non quello vero, ma il Padre mio vi dà il pane vero dal cielo»; a quelli invece che gli chiesero: «Dacci sempre di questo pane», riferendosi a Sé, risponde: «Io sono il pane di vita, chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà mai sete». E più oltre: «Io sono il pane disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane poi che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo».

Il pane della Parola

4. E poiché ogni cibo è chiamato «pane» dalla Sacra Scrittura, come appare da ciò che è scritto di Mosè: «Non mangiò pane per quaranta giorni e non bevve acqua»; inoltre varia e diversa essendo la Parola che sostanzia e non potendo tutti nutrirsi di saldi e incrollabili insegnamenti divini, volendo perciò dare un cibo per la lotta adatto ai più perfetti, dice: «Il pane che io darò è la mia carne che io darò per la vita del mondo». E più avanti: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui. Come il Padre vivente mi ha mandato ed io vivo a cagion del Padre, così chi mi mangia vivrà anche lui a cagion di me». E questo è il vero cibo, la carne di Cristo, il quale, essendo Parola, diventò carne, come sta scritto: «E la Parola divenne carne». E quando ne mangiamo e ne beviamo, allora «abitò in noi». Quando poi viene distribuito, si adempie quanto è scritto: «Vedremo la sua gloria». «Questo è il pane disceso dal cielo. Non come mangiarono i padri, e morirono. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno».

Il cibo dei perfetti

5. E Paolo, rivolgendosi ai Corinti, ancora fanciulli, che camminavano alla maniera umana, dice: «Vi ho dato del latte come bevanda, non del cibo, poiché non eravate ancora da tanto, anzi non lo siete neppure adesso, perché siete ancora carnali». E nella lettera agli Ebrei: «E siete giunti al punto che avete bisogno di latte, non di cibo solido. Infatti chiunque usi il latte, non ha esperienza della parola della giustizia, poiché è bambino, ma il cibo solido è per uomini fatti, per quelli cioè che per via dell’uso hanno i sensi esercitati a discernere il bene e il male». Io inoltre penso che anche le parole: «L’uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro, che è debole, mangia legumi» non siano principalmente dette riguardo al cibo del corpo, ma anche riferite alle parole di Dio che nutrono l’anima; giacché quello che è radicato nella fede e perfetto può prendere di tutto. Ciò significano le parole: «L’uno crede di mangiare di tutto»; a quello invece che è più debole e non interamente formato bastano alimenti di dottrina più semplice che però non infondono il completo vigore. Questo si vuole indicare con la parola: «l’altro invece che è debole, mangia legumi».

Il banchetto dei semplici

6. Sono dell’avviso che quanto è detto nei Proverbi di Salomone insegni che colui il quale a causa della sua semplicità non intende il contenuto solido e piuttosto elevato delle dottrine senza tuttavia errare nei suoi giudizi, sia migliore di colui che si rivolge alle cose con maggior zelo, profondità, e ampiezza, ma non penetra la ragione per cui tutto è in pace e in armonia. Le parole del testo sono: «È meglio essere invitato a mangiare verdure con amicizia e grazia che un vitello di stalla con odio». Spesso quindi accettammo di essere ospiti ad un familiare e semplice banchetto offerto con coscienza pura presso quelli che di più non sapevano dare, piuttosto che sedere a livello di superbi discorsi contro la scienza di Dio, che hanno sì una buona dose di probabilità ma che proclamano una dottrina diversa da quella del Padre del Signore nostro Gesù, che ha dato la legge e i profeti. Orbene, affinché per penuria di alimenti non ci ammaliamo nell’anima né agli occhi di Dio moriamo per fame della parola del Signore, chiediamo al Padre il pane vivo che è come dire supersostanziale, obbedendo all’insegnamento del Salvatore nostro, credendo e vivendo più rettamente.

Il vocabolo epioúsios, supersostanziale

7. Ma ora bisogna esaminare la parola «supersostanziale». Innanzitutto occorre sapere che il termine epioúsiosnon viene citato da nessun scrittore greco né da alcun filosofo e non è nemmeno usato nella lingua parlata dal popolo, ma sembra essere stato coniato dagli Evangelisti. Sono concordi pertanto Matteo e Luca su questa parola che riportano indifferentemente. I traduttori del testo ebraico hanno fatto la stessa cosa anche per altri termini. Infatti quale scrittore greco avrebbe usato la voce enotízou o l’altra akoutístheti, invece di eis tà óta déxai oakoúsai póiei. Un termine simile a epioúsios è scritto da Mosè, ed è parola di Dio: «E voi sarete per me il popolo eletto (perioúsios)». Ora, sembra che entrambi i termini siano formati da ousía: l’uno a significare il pane che si muta nella Sostanza, e l’altro il popolo che sta attorno alla Sostanza e comunica con essa.

Significati e valori di sostanza

8. I filosofi affermano che la sostanza propriamente detta sia il fondamento essenziale delle cose incorporee, quelle il cui essere non muta e non riceve aumento né soffre diminuzione. Diversamente si comportano le cose corporee, per cui esiste accrescimento o mancamento, per il fatto di esser labili e di aver bisogno di un qualcosa che le sostenga e le sostenti, cosicché, se a un certo punto sopraggiunge più di quanto è fuoriuscito, si ha l’accrescimento; se di meno, una perdita. Se poi alcune cose corporee non hanno nessun apporto, sono, per dir così, in pura diminuzione. Altri filosofi che suppongono la sostanza come accessoria nelle cose incorporee, ma fondamento in quelle corporee, la definiscono così: sostanza è la materia prima di cui e per cui è fatto ciò che esiste; oppure è la materia di cui constano i corpi; e quanto di consistente hanno i nomi delle cose, o il primo stadio di esistenza, indeterminato; o ciò che preesiste alle cose oppure ciò che riceve tutti i mutamenti e le alterazioni, mentre esso è senza alterazioni, secondo il proprio principio. È ancora ciò che persiste attraverso ogni alterazione e mutamento: secondo costoro poi la sostanza non ha qualità né figura, conformemente al suo principio, né possiede una grandezza prestabilita, ma s’informa ad ogni qualità, come a un posto che le si adatta. Chiamiamo propriamente qualità le forze e gli aspetti in genere, cui s’uniscono il moto e il configurarsi delle cose. Dicono che la sostanza non partecipi di nessuna qualità, a causa del suo principio; ma che sia inseparabile da qualcuna di esse per via dell’accidente o sia altrettanto in grado di ricevere tutti gli influssi dell’agente ogni volta che questo influisce e produce mutamento. Ha insita infatti una forza che tutto pervade, cosicché sarebbe causa di ogni qualità e delle operazioni inerenti. Dicono sia mutevole in tutto e per tutto, e completamente divisibile, e che ogni sostanza può aderire a qualsiasi altra, una volta unita, s’intende.

La Parola di Dio pane dell’anima

9. Ora, poiché nella nostra ricerca sulla sostanza, portativi dal pane supersostanziale e dal popolo eletto, abbiamo detto queste cose per distinguere i significati del termine sostanza; trattandosi però – lo vedemmo prima – di pane spirituale che noi dobbiamo chiedere, necessariamente crediamo che la sostanza debba essere affine a questo pane, affinché come il pane dato per il nutrimento del corpo si cambia nella sostanza di colui che se ne ciba; così il Pane vivo e disceso dal cielo, dato alla mente e all’anima, renda partecipe del proprio vigore chi si è dato per essere nutrito. Così sarà il pane supersostanziale che noi chiediamo. E inoltre, a quel modo che chi si nutre è più o meno in forze a seconda della qualità del cibo, se solido e fatto per gli atleti o a base di latte e di verdure, così è per la Parola di Dio: sia che venga somministrata come latte adatto ai fanciullini o come verdura fatta per i deboli o come carne opportuna per chi lotta, ciascuno di coloro che si nutrono, in proporzione con cui si sono disposti nei confronti del Verbo, acquista un multiforme potere, questo o quel carattere. C’è poi un cibo che è ritenuto tale, ma è nocivo; un altro che è velenoso ed un terzo che non si può prendere; tutto questo va riferito anche alla varietà delle dottrine che si credono portatrici di nutrimento. Pane supersostanziale è dunque quello adattissimo alla natura razionale ed affine alla stessa sostanza, recante salute e vigore e forza all’anima e rendendo partecipe della propria immortalità – immortale è infatti il Verbo di Dio – chi se ne ciba.

Cibo per gli angeli

10. Questo pane supersostanziale mi pare che venga chiamato nella Scrittura con altro nome «albero di vita», per cui chi «avrà allungato la mano e ne avrà preso, vivrà in eterno». E con un terzo nome tale legno è detto «sapienza di Dio» da Salomone con queste parole: «Legno di vita per chi l’abbraccia e sicuro per quelli che vi si appoggiano come al Signore». E poiché anche gli angeli si nutrono della sapienza di Dio, divenuti capaci, in virtù della contemplazione della sapienza secondo verità, ad assolvere la loro particolare missione, si legge nei Salmi che anche gli angeli se ne nutrono e con gli angeli hanno parte gli uomini di Dio, detti Ebrei, e siedono quasi allo stesso banchetto. Questo è il significato del versetto: «L’uomo si cibò del pane degli angeli». E non sia così meschina la nostra mente a credere che gli angeli abbiano sempre a nutrirsi – e con gli angeli partecipino gli uomini – di un pane materiale, quello di cui si narra che discese dal cielo su coloro che sono usciti dall’Egitto, e nemmeno credere che quel pane fosse lo stesso che mangiarono gli Ebrei insieme agli angeli, che sono spiriti ministri di Dio.

Un nutrimento comune agli angeli e ai santi

11. Mentre cerchiamo un significato di quel «pane supersostanziale», di quell’«albero della vita», di quella «sapienza di Dio», e del nutrimento comune agli uomini santi e agli angeli, non è inopportuno che citiamo anche quanto è scritto nel Genesi: «tre uomini si presentarono ad Abramo e mangiarono di tre misure di fior di farina impastata per fare i pani cotti sotto la cenere»; questo è detto in senso scopertamente figurativo, potendo i santi far parte talora del cibo spirituale e razionale non soltanto agli uomini, ma anche alle potenze divine, indubbiamente o per giovare loro o per mostrare ciò che poterono procacciarsi a loro nutrimento. Gli angeligodono e si pascono di questa dimostrazione e diventano più zelanti a recare in ogni modo aiuto per il futuro e far sì che acquisti migliore e maggiore intelligenza delle cose colui che già prima era fornito di quella dottrina che è cibo e di cui godeva, per così dire, con il nutrirsene. Non dobbiamo meravigliarci se l’uomo nutre gli angeli, quando proprio anche Cristo confessa di stare davanti alla porta a bussare, affinché entrato in casa di colui che gli ha aperto, insieme banchetti delle sue cose per dare Lui in seguito delle proprie sostanze a chi per primo ha nutrito, come gli permettevano le sue possibilità, il Figlio di Dio.

Il cibo malsano di Satana

12. Chi dunque, partecipando del pane supersostanziale, rafforza il cuore, diventa figlio di Dio; colui invece che si pasce del serpente, non è diverso dall’Etiope spirituale, ed è mutato lui stesso in serpente a causa dei lacci dell’animale; udirà così il rimprovero del Verbo anche se dice di voler essere battezzato: «Serpenti, razza di vipere, chi vi insegnò a fuggire dall’ira che verrà?». Davide così parla del corpo del serpente divorato dagli Etiopi: «Tu spezzasti il capo ai mostri marini sulle acque. Tu spezzasti il capo del serpente e lo desti in pasto al popolo degli Etiopi». E se non c’è contraddizione nel fatto che, sussistendo nella sostanza il Figlio di Dio e pure il suo Avversario, uno di essi diventi cibo del tale o del tal altro uomo, perché esitare ad ammettere che ciascuno di noi può almeno tra tutte le potenze migliori o peggiori ed anche tra gli uomini, cibarsi di tutto questo? Pietro, mentre voleva unirsi al centurione Cornelio ed a quanti si erano raccolti con lui a Cesarea, per partecipare alle genti la Parola di Dio, vede «un recipiente calato per le quattro estremità giù dal cielo, in cui era ogni genere di quadrupedi, di rettili, e fiere della terra»; quand’ecco gli venne comandato di alzarsi per ucciderli e cibarsene. «Tu sai – disse dopo aver rifiutato – che mai nulla di comune o immondo entrò nella mia bocca», ammonito così a non chiamar nessun uomo comune o immondo perché ciò che era stato purificato da Dio non doveva Pietro ritenerlo comune. Dice infatti il testo: «Le cose che Dio ha purificato non farle tu immonde». Dunque il cibo puro e quello impuro, distinti secondo la legge di Mosè con i nomi di parecchi animali posti in relazione coi diversi costumi degli esseri razionali, ci dicono che alcuni cibi sono nutrienti, altri hanno virtù contrarie, finché dopo averli purificati tutti o almeno alcuni di ogni singola specie, Dio non li renda nutrienti.

L’oggi anticipa il domani dei secoli futuri

13. E stando così le cose, e talmente grande essendo la diversità degli alimenti, uno solo è al di sopra di tutti quelli nominati: il pane supersostanziale, per cui si deve pregare onde divenirne degni e, nutriti dal Verbo divino che in principio era presso Dio, diventare Dio. Dirà qualcuno che epioúsios è formato da epiénai(sopraggiungere), cosicché noi siamo invitati a chiedere il pane adatto al secolo che verrà affinché Dio, anticipandolo, già ce lo dia, in modo da elargirci ciò che ci sarà dato in un domani, interpretando «oggi» come il secolo presente, «domani», quello venturo. Ma essendo migliore, almeno a parere mio, la prima accezione, esaminiamo il significato di sémeron del testo di Matteo, o del kath’heméran scritto in Luca. È un uso comune nelle Scritture quello di «oggi» per dire «ogni secolo»; per esempio: «Questi è il padre dei Moabiti che durano fino al giorno d’oggi» e: «Questi è il padre degli Ammoniti che durano fino al giorno d’oggi»; e ancora: «E questa voce si è divulgata tra i Giudei fino al dì d’oggi». Anche nei Salmi: «Oggi se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori». In Giosuè poi è detto in modo esplicito: «Non staccatevi dal Signore nei giorni presenti». Se dunque «oggi» significa «tutto questo secolo», forse «ieri» è il «secolo passato»; così abbiamo congetturato su quanto è scritto nei Salmi e nella lettera agli Ebrei di Paolo. Nei Salmi: «Mille anni agli occhi vostri sono come il giorno di ieri che è passato» Cristo ieri ed oggi: Egli è anche nei secoli». Non c’è da meravigliarsi se per Dio un intero secolo equivale alla durata di un solo nostro giorno, credo anzi anche di meno.

Le feste ebraiche, simboli di feste eterne

14. Bisogna inoltre considerare se quanto si dice delle feste o delle assemblee descritte per giorni o mesi o stagioni o anni si riferisce a secoli. Se infatti la legge «ha un’ombra delle cose che verranno» necessariamente i molti sabati sono l’ombra di molti giorni e le lunazioni sono poste ad intervalli di tempo, effettuate da non so quale luna in congiunzione con un certo sole. E se il primo mese ed il decimo giorno di esso fino al quattordicesimo, e la festa degli azzimi che va dal quattordicesimo al ventunesimo racchiudono l’ombra di cose che verranno, chi è sapiente e amico di Dio al punto da vedervi il primo dei molti mesi ed il suo decimo giorno, ecc.? Che bisogno c’è di parlare della festa delle sette settimane di giorni e del settimo mese il cui novilunio è il giorno delle trombe, e il decimo quello della propiziazione, essendo tutte note a Dio solo che le ha stabilite? E chi si addentrò nella mente di Cristo al punto da comprendere i sette anni della libertà dei servi degli Ebrei e della remissione dei debiti e del divieto di coltivare la terra santa? E v’è ogni sette anni una festa detta Giubileo; figurarsela fino ad un certo punto un po’ profondamente o le leggi che in essa veramente si saranno compiute non è possibile a nessuno se non a chi abbia scrutato il disegno del Padre sulla disposizione di tutti i secoli secondo i suoi ininvestigabili giudizi e le sue impercorribili vie.

Il mistero dei secoli a venire

15. Sovente nel confrontare due passi dell’Apostolo, mi venne un dubbio sulla fine dei secoli durante i quali una volta sola è apparso Gesù per cancellare i peccati: verranno ancora secoli dopo questo? I testi suonano così, quello della lettera agli Ebrei: «Ma ora una volta sola, alla fine dei secoli, con la propria immolazione è stato manifestato per annullare i peccati»; e quello della lettera agli Efesini: «Per mostrare nei secoli che verranno l’immensa ricchezza della sua grazia nella benignità verso di noi». Congetturando su così profonda materia, penso che come la fine dell’anno è l’ultimo mese dopo il quale c’è l’inizio di un altro mese; così forse quando parecchi secoli avranno colmato per così dire un anno di secoli, sarà la fine del presente secolo, dopo i quali hanno da venire certi altri secoli, il cui inizio è il secolo venturo ed in quelli futuri Dio mostrerà la ricchezza della sua grazia in benignità. Il grandissimo peccatore e bestemmiatore dello Spirito Santo, essendo stato dominato dal peccato in tutto il presente secolo ed in quello futuro dall’inizio alla fine, dopo tutto questo sarà giudicato in un modo che io ignoro.

Al di sopra dei secoli l’impegno quotidiano

16. Quindi, uno che considera queste cose e va con il pensiero alla settimana di secoli per contemplare un sabato santo; ad un mese di secoli onde veda il santo novilunio di Dio; ad un anno di secoli onde scorga anche le feste dell’anno, quando deve «ogni maschio comparire al cospetto del Signore Dio»; ad analoghi anni di siffatti secoli onde intravveda il settimo anno santo; e scorrendo con la mente sette settimane di secoli onde lodi Chi pose tali leggi, come può costui dare importanza alla più piccola parte di un’ora quotidiana di un secolo così grande? Non farà di tutto, diventato degno di questa vita, di ottenere il pane supersostanziale nel giorno di oggi, per riceverlo anche «di giorno in giorno»? Ormai, da quanto è stato detto, è chiaro il significato del «di giorno in giorno». E colui che oggi prega Dio che è dall’infinito e dura all’infinito, non solo per quanto appartiene ad «oggi», ma anche in certo modo per le necessità «di giorno in giorno» sarà capace di ottenere da «colui che può» elargire «al di là di quel che domandiamo o pensiamo», per parlare iperbolicamente, le cose che sono al di sopra di ciò che «occhio non vide, né orecchio udì, né è salito in cuor d’uomo».

Il pane nostro

17. Mi pare assai necessario aver esposto queste cose onde capire, quando preghiamo che ci venga dato dal Padre del Cristo il pane supersostanziale, le espressioni «oggi» ed anche «di giorno in giorno». Infine, se consideriamo quel «nostro» nel valore con cui è impiegato nell’ultimo Vangelo – poiché non si dice: «il nostro pane supersostanziale dà a noi oggi», ma «il nostro pane supersostanziale dà a noi di giorno in giorno» – bisogna esaminare come questo pane è «nostro». Insegna proprio l’Apostolo che sia la vita, sia la morte, sia le cose future, tutto è dei santi. Ma non è necessario parlarne ora.

CAPITOLO XXVIII

I debiti che abbiamo

1. «E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» o, come dice Luca, «e rimetti a noi i nostri peccati poiché anche noi li rimettemmo a ogni nostro debitore». E dei debiti parla anche l’Apostolo: «Rendete a tutti ciò che dovete: Il tributo a chi dovete il tributo, la gabella a chi la gabella, il timore a chi dovete il timore, l’onore a chi spetta. Non abbiate altro debito con alcuno se non d’amarvi gli uni gli altri». Siamo dunque debitori perché abbiamo non soltanto obblighi nel dare, ma anche nel dire una parola di bene e nel compiere siffatte azioni; ché anzi dobbiamo avere verso gli altri una disposizione di questo genere. Questi debiti certamente li soddisfiamo coll’adempiere i comandi della legge divina o non li soddisfiamo, disprezzando la santa parola e rimanendo quindi debitori.

E quelli che non sappiamo di avere

2. La stessa cosa bisogna pensare dei debiti verso i fratelli che sono stati rigenerati con noi in Cristo, secondo la parola della nostra religione, e verso quelli che hanno il nostro stesso padre e la stessa madre. E c’è un debito anche verso i cittadini ed un altro comune a tutti gli uomini, specialmente se sono ospiti ed hanno l’età del nostro padre; un altro debito verso quei tali che è giusto onorare come figli o fratelli. Chi quindi non soddisfa i debiti verso i fratelli, resta debitore di ciò che non ha fatto. Così pure se manchiamo agli uomini nelle cose che noi dobbiamo loro in virtù dello spirito di sapienza che si estende a tutto il genere umano, maggiore diventa il debito. Ma anche nelle cose che riguardano noi stessi, dobbiamo sì servirci del corpo, ma non consumare le carni del corpo coll’amore al piacere; dobbiamo poi dedicare una certa cura all’anima e provvedere alla vigoria del pensiero e della parola, onde sia senza il pungiglione ed utile e non affatto vana. E se noi tralasciamo i doveri che abbiamo verso noi stessi, più grave diventa questo debito.

I debiti verso Dio e gli angeli

3. Ed oltre a ciò, poiché siamo sopra ogni cosa fattura ed immagine di Dio, dobbiamo conservare verso di Lui una certa disposizione amandolo «con tutto il cuore, con tutte le forze e con tutta la mente». Qualora trascuriamo ciò, restiamo debitori verso Dio peccando contro il Signore. Chi, per questa colpa, pregherà per noi? «Se un uomo commette peccato contro un uomo, si pregherà pure per lui. Ma se pecca contro il Signore, chi pregherà per lui?», come Eli dice nel primo libro dei Re. Siamo poi anche debitori a Cristo che con il proprio sangue ci riscattò, come ogni servo è debitore a chi lo comprò del tanto denaro da questi versato. Abbiamo un debito anche verso lo Spirito Santo, che paghiamo quando «non lo contristiamo, nel quale siamo stati suggellati per il giorno della redenzione»; e non contristandolo portiamo i frutti che attende da noi: poiché ci viene in aiuto e vivifica la nostra anima. E se non sappiamo con precisione chi sia l’angelo di ciascuno di noi, che «vede il volto del Padre nei cieli», è tuttavia evidente a chi rifletta che anche verso di lui abbiamo un piccolo debito. E se noi «siamo sulla scena del mondo di fronte agli angeli e agli uomini», va tenuto presente che come colui che è in teatro deve recitare o fare quella tal parte davanti agli spettatori e, non facendola, è punito come se abbia offeso tutto il teatro, così anche noi di fronte a tutto il mondo, a tutti gli angeli e al genere umano siamo debitori di quanto, volendo, apprenderemo dalla sapienza.

Debiti particolari

4. A parte questi debiti che sono rivolti a tutti, c’è un debito della vedova cui la Chiesa provvede, un altro del diacono ed un terzo del presbitero, mentre quello del vescovo è gravissimo ed è sollecitato dal Salvatore di tutta la Chiesa, e punito se non venga sciolto. E già l’Apostolo chiamò debito quello comune tra uomo e donna, scrivendo: «Il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto e lo stesso faccia la moglie verso il marito». E soggiunge: «Non vi private l’un dell’altro». Che bisogno ho io di enumerare quanti debiti abbiamo, potendo coloro che leggono quest’opera collezionarne di propri in base a quanto s’è detto? Se non sciogliamo questi debiti, resteremo insolvibili; se li paghiamo, ne saremo liberati. Ma non è possibile che chi vive in questa vita, sia privo di debiti ogni ora della notte e del giorno.

Il pagamento dei debiti

5. E nella condizione di debitore, uno o paga o non paga. Può darsi che in questa vita si paghi il debito, ma che anche non si paghi. Ci sono di quelli che non devono più nulla a nessuno, altri invece che pagando moltissimo riescono ad estinguere una piccola parte del debito; ed altri che pagando un poco aumentano sempre più il debito. Forse c’è quello che non paga nulla, ma resta debitore di tutto. E chi ha pagato tutto così da non essere più debitore, ci impiega del tempo, avendo però bisogno di una cancellazione dei debiti precedenti e potendola ragionevolmente ottenere, se dopo un certo tempo si è comportato in modo da non aver più quel debito per cui, siccome non aveva pagato, restava vincolato. E quelle forze contrarie impresse nell’anima superiore sono il «chirografo che è sfavorevole a noi» per cui saremo giudicati, a guisa di libri scritti, per dir così, da tutti noi quando «tutti compariremo davanti al tribunale di Cristo onde ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte quando era nel corpo, secondo quel che fece sia di bene che di male». Di questi debiti se ne discorre anche nei Proverbi: «Non dare te stesso in garanzia nei debiti, vergognandotene in volto, poiché se non avrai con che soddisfare, porteranno via la coperta tua che è sotto la tua schiena».

Indulgenza verso i nostri debitori

6. Ma se sono così tanti quelli verso cui siamo indebito, certamente abbiamo pure qualcuno che debba a noi. Alcuni infatti hanno dei debiti verso di noi, perché siamo il loro prossimo; altri perché loro concittadini, oppure perché padri; alcuni devono come a figli, ed oltre a questi, come donne a mariti, o come amici ad amici. Ora, se alcuni dei moltissimi nostri debitori si fossero mostrati piuttosto trascurati nel rimettere quanto ci devono, saremmo portati a trattarli con indulgenza e senso di umanità, memori dei numerosi personali debiti in cui fummo negligenti, non solo verso gli uomini, ma anche verso Dio stesso. Ricordandoci infatti di non aver pagato i debiti che avevamo, anzi di aver commesso una frode essendo passato il tempo in cui bisognava che li avessimo estinti nei riguardi del nostro prossimo, saremo più larghi verso coloro che erano nostri debitori e non hanno soddisfatto il debito. Soprattutto se non dimentichiamo le nostre trasgressioni contro la legge di Dio e le parole d’ingiustizia pronunziate contro l’Altissimo, sia per ignoranza della verità sia per mala sopportazione degli eventi che dipendettero dalle circostanze.

La parabola del servo infido

7. Ma se non vogliamo essere più indulgenti verso coloro che ci sono debitori, soffriremo come colui che non condonò al conservo i cento denari: era stato prosciolto, secondo i fatti esposti nel Vangelo; il padrone, avendolo imprigionato, esigette da lui ciò che prima gli aveva condonato, dicendogli: «Cattivo servitore, e pigro: non dovevi aver pietà del tuo conservo come anch’io l’ebbi di te? Buttatelo in prigione, finché non renda tutto quanto deve». E soggiunse il Signore: «Così farà anche per voi il Padre celeste, se non perdonate, ciascuno, al proprio fratello dall’intimo del vostro cuore». Si devono perdonare quelli che, avendo peccato spesso verso di noi, dicono d’esser pentiti delle colpe. Infatti è scritto: «se il tuo fratello ha peccato contro te sette volte al giorno, e sette volte torna a te, dicendo – mi pento –, gli perdonerai». Non siamo aspri verso quelli che non si pentono: costoro fanno del male a se stessi: «Chi rigetta la disciplina odia se stesso». Ma anche in questi casi, occorre procurare di avere ogni attenzione per chi è completamente traviato da non accorgersi dei propri mali, ma è colmo di una ubriachezza più perniciosa di quella causata dal vino: l’ubriachezza da tenebra del male.

È in nostro potere rimettere i debiti

8. E quando Luca dice: «Rimetti a noi i nostri peccati», poiché i peccati sono i debiti che noi abbiamo ma che non paghiamo, dice la stessa cosa di Matteo, che sembra escludere chi vuole perdonare soltanto ai debitori che si pentono, e dice che è stato il Salvatore a comandare di aggiungere, pregando: «poiché anche noi li rimettemmo ad ogni nostro debitore». Certamente tutti abbiamo potere di rimettere i peccati commessi contro di noi, come appare dalle parole: «Come anche noi li rimettemmo ai nostri debitori» e dalle altre: «poiché anche noi li rimettemmo ad ogni nostro debitore». Chi ha ricevuto da Gesù il soffio dello Spirito Santo come gli Apostoli (e si può riconoscere dai frutti perché ha ricevuto lo Spirito Santo ed è diventato spirituale, essendo come il Figlio di Dio portato a fare ogni azione secondo ragione) perdona ciò che perdonerebbe Dio e non assolve i peccati che sono incurabili. Poiché è ministro di Dio – il solo che ha potere di rimettere i peccati – come lo erano i profeti perché dicevano non quello che volevano loro, ma Dio.

Quali peccati non sono rimessi

9. E si leggono queste parole nel Vangelo di Giovanni sulla remissione dei peccati operata dagli Apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo; a quelli cui rimettete i peccati, sono loro rimessi, a quelli cui li ritenete, sono stati ritenuti». Chi però accoglie senza discernimento queste parole, potrebbe rimproverare agli Apostoli di non perdonare a tutti, affinché a tutti Dio perdoni; ma di ritenere i peccati di qualcuno, cosicché per mezzo loro anche da parte di Dio sarebbero ritenuti. È utile servirci di un paragone tratto dalla Legge per poter comprendere il perdono dei peccati dato da Dio agli uomini per mezzo degli uomini stessi. I sacerdoti della Legge non possono compiere sacrifici in remissione di certe colpe di coloro in nome dei quali si offrono le vittime. Ed il sacerdote che ha il potere su certi involontari peccati od offre sacrificio per le colpe volontarie, mai sarà che offra olocausti per adulterio o deliberato omicidio o per altra più grave colpa e peccato. E così pertanto anche gli apostoli ed i sacerdoti, fatti simili agli Apostoli secondo il grande Sommo Sacerdote, avendo ricevuto la scienza della divina terapia, sanno, ammaestrati dallo Spirito, per quali peccati bisogna offrire vittime e quando ed in qual modo, e conoscono i casi in cui non si devono far sacrifici. Anche il sacerdote Eli, saputo che i figli Ofni e Finees peccavano, poiché non poteva far nulla per rimettere i loro peccati, confessa di non avere speranza che questo si possa ottenere: «Se commette peccato un uomo contro un uomo, pregheranno anche per lui; ma se pecca contro il Signore, chi pregherà per lui».

Abusi nel perdono delle colpe

10. Alcuni, arrogandosi, non so come, poteri oltre la dignità del sacerdote, forse perché non conoscono la scienza sacerdotale, si vantano di poter rimettere anche la colpa dell’idolatria e perdonare l’adulterio e la fornicazione; sciolgono persino il peccato che porta alla morte, pregando per quelli che hanno osato commetterlo. Non conoscono infatti quel che è detto: «C’è un peccato che porta alla morte, non intendo dire che si preghi per quello». Bisogna ricordare anche il fortissimo Giobbe che offriva sacrificio per i figli, dicendo: «Che i miei figli non abbiano nella loro mente il peccato di cattivi pensieri contro Dio». Infatti egli offre sacrificio per i peccati dubbi o che non sono saliti fino alle labbra.

CAPITOLO XXIX

La vita dell’uomo è tentazione

1. «E non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno». Luca non ha: «ma liberaci dal Maligno». Se il Salvatore non ci comanda di pregare per l’impossibile, mi pare che convenga investigare perché mai noi siamo invitati a pregare di non essere indotti in tentazione, quando la vita degli uomini sulla terra è tutta una tentazione. Per il fatto di essere sulla terra avvolti nella carne in lotta contro lo spirito, «la sapienza di essa è nemica a Dio, non potendo affatto sottomettersi alla legge di Dio», noi ci troviamo in tentazione.

Nessuno sfugge alla tentazione

2. Da Giobbe abbiamo appreso attraverso quelle parole: «Forse che la vita degli uomini sulla terra non è una tentazione?» che la vita umana sulla terra è una tentazione sola. La stessa verità è nel Salmo 17: «Per te sarò liberato dalla tentazione». Ma anche Paolo, scrivendo ai Corinti dice che Dio concede non di essere immuni da tentazione, ma di non venir tentati oltre le nostre forze: «Tentazione non vi ha colti se non umana; or Iddio, fedele, non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma darà insieme alla tentazione anche la via di uscirne, onde possiate sopportarla». Poiché la nostra lotta è con la carne che ha desideri contrari allo spirito e lo avversa con la vita di tutta la carne – espressione equivalente per indicare la parte che in noi domina, chiamata cuore – (qualunque sia la lotta di quanti sono tentati in umane tentazioni); oppure lottiamo come atleti provetti e temprati che ormai non hanno più guerra con il sangue e la carne, né sono provati in umane tentazioni ormai messe sotto i piedi; i nostri combattimenti sono «contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità»; orbene, non sfuggiamo alla tentazione.

Dio c’entra nella tentazione?

3. Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: «Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui – il Signore – che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi». Anche Davide, quando dice: «Molte sono le afflizioni dei giusti», conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice «perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio».

Anche gli Apostoli furono tentati

4. E se non afferriamo il significato, che sfugge ai più, del pregare per non cadere in tentazione, dobbiamo dire che gli Apostoli non erano ascoltati nella loro preghiera, poiché soffrirono innumerevoli mali in tutta la loro vita, «in molti maggiori travagli, in più numerose battiture, in prigione oltre misura, spesso nella morte». E personalmente Paolo «ricevette dai Giudei cinque volte quaranta colpi meno uno, tre volte fu battuto con le verghe, una volta fu lapidato, tre volte fece naufragio, una notte ed un giorno passò in alto mare», uomo «tribolato in tutti i modi, esitante, perseguitato, atterrato» e che confessa «fino a questo momento abbiamo fame e sete, siamo ignudi e siamo schiaffeggiati, non abbiamo stabile dimora e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo». Ora, non avendo gli Apostoli ottenuto esaudimento nella preghiera, uno che sia da meno, quale speranza ha, pregando, di essere ascoltato da Dio?

La tentazione è sempre in agguato

5. È scritto inoltre nel Salmo 25: «Provami, o Signore, e tentami; passa al fuoco i miei reni e il mio cuore». Ora, uno che non penetri nell’intenzione del Salvatore allorché invita a pregare, penserà che contrasti con quanto il nostro Signore insegnò sulla preghiera. Ma quanto mai uno ha pensato che gli uomini fossero senza tentazione, dopo averne fino in fondo compreso il motivo? E c’è forse un momento in cui si è pensato di non combattere contro il peccato? È povero quell’uomo? Stia attento «che non rubi e non spergiuri il nome di Dio». È ricco? Non disprezzi: può infatti «pur essendo pieno, diventare menzognero» e nella sua superbia dire: «Chi mi vede?». Nemmeno Paolo «ricco di ogni dono di parole e di ogni conoscenza» è esente dal pericolo di peccare d’orgoglio per questi doni; ha bisogno anzi del pungiglione di Satana che lo schiaffeggia affinché non si insuperbisca. Anche se uno si riconosca perfetto ed eviti i mali, sappia ciò che è detto nel secondo libro dei Paralipomeni, a proposito di Ezechia: che cadde dalla vetta del suo cuore superbo.

Ricchi e poveri sono accomunati nella tentazione

6. Poiché non molto abbiamo detto del povero, se uno pensa che non esista tentazione nella povertà, sappia che l’insidiatore s’aggira «per abbattere il povero e il misero» e soprattutto perché, secondo Salomone, «il povero non sostiene la minaccia». Che bisogno c’è inoltre di ricordare i molti che a causa delle ricchezze materiali non bene amministrate hanno avuto lo stesso posto insieme al ricco del Vangelo, nel luogo della pena? Ed i numerosi che, sopportando ignobilmente la povertà, con un’umile vita più da schiavi che da uomini santi, restarono delusi nella speranza del cielo? Nemmeno coloro che stanno nel mezzo di questi estremi, cioè tra la ricchezza e la povertà, solo perché posseggono moderatamente, sono completamente esenti dal peccare.

Anche i sani e i malati sono a rischio

7. Ma colui che è sano nel corpo e sta bene crede di trovarsi fuori da ogni tentazione per il fatto stesso di avere e di godere della salute. E quali altri, che non siano sani e vigorosi, commettono il peccato di «rovinare il tempio di Dio»? Non lo si oserà dire, essendo chiaro a tutti il significato di questo passo. E qual uomo che sia malato ha fuggito gli inviti a distruggere il tempio di Dio, dal momento che è in ozio per tutto il tempo della malattia e totalmente disposto ad accogliere pensieri di azioni impure? Ma che bisogno c’è di dire quanti altri pensieri lo agitano, se non sorvegli «con ogni guardia» il suo cuore? Molti, infatti, vinti dai travagli e non sapendo sopportare virilmente le malattie, si trovano ad essere allora più infermi nell’anima che nel corpo; e molti anche, vergognandosi di portare fieramente il nome di Cristo, volendo evitare il disonore, sono caduti in una vergogna eterna.

La gloria non preserva dalla tentazione

8. Però qualcuno pensa che cessi d’esser tentato perché ricevette gloria dagli uomini; ma quelle parole: «hanno dagli uomini la ricompensa», non sono forse facilmente rivolte a coloro che si insuperbiscono, come d’un tesoro, della fama di cui godono presso la maggioranza? Forse non suona come un rimprovero l’altra frase: «Come potete avere fede voi, che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?»? Ma perché dovrei enumerare i peccati di superbia di quelli che passano per nobili e lo strisciante servilismo dei cosiddetti ignobili ai piedi di coloro che si credono superiori – servilismo che è dovuto alla loro ignoranza ed allontana da Dio quelli che non hanno vera amicizia, ma simulano soltanto la cosa più bella che ci sia tra gli uomini: l’amore?

Tentati, ma non sopraffatti

9. Dunque, come è già stato detto: «tutta la vita dell’uomo sulla terra è una tentazione»; perciò preghiamo di esser liberati dalla tentazione non nel senso di non venir tentati (che questo è impossibile, soprattutto per quelli sulla terra), ma se tentati, di non soccombere. Colui che soccombe nella tentazione, vi entra, penso, avvolto nelle sue reti in cui, per la salvezza di quelli che già erano caduti, entrò il Salvatore «osservando tra le grate», come è detto nel Cantico dei Cantici. E si rivolge a quelli che sono caduti nelle reti e sono entrati in tentazione, e dice loro, come alla sua sposa: «Levati, amica mia, bella mia, colomba mia». Questo dirò ancora, a dimostrare che ogni nostro momento è propizio per esser tentati: neppure colui che medita giorno e notte la legge di Dio e cerca di tradurre in pratica quanto è detto: «La bocca del giusto mediterà la sapienza» è lontano dall’esser tentato.

La tentazione di chi studia la Scrittura

10. C’è bisogno di nominare anche quanti, nel dedicarsi all’esegesi delle divine Scritture, interpretarono male il contenuto della Legge e dei Profeti e si cacciarono in dottrine empie ed atee, stolte e ridicole? E quelli che caddero in simili errori sono innumerevoli, mentre apparentemente non meritano il rimprovero di negligenza nei loro studi. Simile sorte toccò anche a molti interpreti degli scritti apostolici ed evangelici, che con la propria insensatezza si creano un Figlio o un Padre diversi da quello vero proclamato e conosciuto dai santi. Colui, infatti, che non ha su Dio o sul suo Cristo una cognizione conforme al vero, si è staccato dal vero Dio e dal suo Unigenito; e non è neppure vera adorazione quella per il Dio creato dalla sua follia e scambiato per Padre e Figlio. Ma poiché non si accorge della tentazione insita nell’interpretazione delle Sacre Scritture, eccone il risultato: non si arma né si aderge contro la lotta che lo sovrasta.

Dio non può esporre alla tentazione

11. Bisogna quindi pregare non d’essere senza tentazioni – cosa impossibile –, ma di non venir presi nel laccio della tentazione: destino che tocca a quanti vi sono impigliati e sono stati vinti. Poiché dunque fuori di questa Preghiera è scritto: «affinché non entriate in tentazione» (il cui significato può esser chiaro in base a quanto s’è detto), e nella Preghiera a Dio Padre noi dobbiamo dire: «Non ci indurre in tentazione»; è bene che vediamo come si possa pensare che Dio induca in tentazione colui che non ha pregato o che non è ascoltato. Chi entra in tentazione viene vinto: allora è assurdo credere che Dio tragga qualcuno in tentazione, perché equivarrebbe ad esporlo ad una sconfitta. E la stessa aporia resta, comunque uno interpreti le parole: «Pregate per non entrare in tentazione». Se infatti è male cadere in tentazione – preghiamo perché non dobbiamo soffrirne –, come non è assurdo pensare che Dio, buono, che non può portare frutti di male, getti uno in braccio ai mali?

Polemica antimarcionita

12. Sembra quindi utile fare un confronto con queste parole di Paolo nell’epistola ai Romani: «dicendosi savi, son divenuti stolti ed hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Iddio in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile e d’uccelli e di quadrupedi e di rettili; per questo Iddio li ha abbandonati nelle concupiscenze dei loro cuori alla impurtà, perché vituperassero tra loro i loro corpi». E più avanti: «Perciò Iddio li ha abbandonati a passioni infami, poiché le loro femmine hanno mutato l’uso naturale in quello che è contro natura; e similmente anche i maschi, lasciando l’uso naturale della donna, si sono infiammati». E poco oltre di nuovo: «E siccome non si sono curati di ritenere la conoscenza di Dio, Iddio li ha abbandonati ad una mente reproba, perché facessero le cose che sono sconvenienti». Senonché si devono citare tutti questi testi per coloro che operano divisioni nella divinità, e domandare loro – siccome ritengono il Padre buono del Signore nostro diverso dal Dio della legge – se Iddio, che è buono, trae in tentazione chi non ha ottenuto esaudimento dalla preghiera; e se il Padre del Signore abbandona «alle concupiscenze dei cuori» quelli che in qualche modo prima hanno peccato «all’impurità, perché vituperino tra loro i corpi»; se, come essi dicono, dimenticando di giudicarli e di punirli, «li abbandona a passioni infami ed a una mente reproba perché facciano le cose sconvenienti». Costoro sembra che si trovino nelle concupiscenze dei loro cuori, perché Dio ve li ha consegnati; che siano caduti nelle passioni infami, perché fu Dio a darli in loro potere; che siano incappati in una mente reproba, perché Dio li ha consegnati ad essa così condannati.

La tentazione è per la sazietà del peccato

13. Ma so bene che questa condizione molto li tormenta; per cui, foggiandosi un Dio diverso da quello creatore del cielo e della terra – siccome trovano nella Legge e nei Profeti molte analogie – hanno affermato che quegli che pronunziava simili parole non era buono. Ma ormai attraverso la difficoltà sollevata su quel «non c’indurre in tentazione», in suffragio del quale abbiamo citato le espressioni dell’Apostolo, dobbiamo vedere se anche noi troviamo delle soddisfacenti soluzioni a queste incongruenze. Penso che Dio si prenda cura di ciascun’anima razionale, mirando alla sua vita eterna; essa ha sempre il libero arbitrio e può di per sé trovarsi nella condizione ideale per salire fino alla vetta del bene o a discendere in vario modo, a causa della negligenza, a questo o a quell’abisso di male. Ora, poiché una guarigione rapida ed accelerata produce in certuni un senso di leggerezza sulla gravità del male in cui sono caduti, perché ritenuto facile a curarsi, cosicché dopo il ristabilimento potrebbero piombare una seconda volta nella malattia; logicamente in campo spirituale, Dio trascurerà quel crescere fino ad un certo punto del male, permettendo che trabocchi moltissimo come fosse inguaribile, affinché con questa stasi nel male, con la sazietà del peccato che hanno assaporato, essendo satolli, si accorgano del danno; ed odiando ciò che prima avevano abbracciato, possano con la guarigione godere più stabilmente della salute delle anime loro, venuta dall’essersi curati. Quale «la moltitudine che era tra i figli d’Israele arse di brama, e sedutasi piangeva, e con essa i figli d’Israele dicevano – Chi ci darà da mangiare delle carni? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei poponi, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra anima è arida. Non c’è che manna davanti ai nostri occhi» cospetto dicendo: Perché siamo noi usciti dall’Egitto?».

La pedagogia di Dio nel permettere la tentazione

14. Guardiamo dunque a questa narrazione storica, se l’abbiamo citata con profitto per sciogliere la contraddizione insita nella petizione: «non c’indurre in tentazione» e nelle parole dell’Apostolo. Avendo arso di brama la moltitudine che era tra i figli d’Israele, pianse, ed i figli d’Israele con essa. È evidente che per tutto il tempo che non ebbero desideri, non potevano sentire sazietà né esser liberati dalla sofferenza. Ma Dio che è buono ed ama gli uomini, avendo dato loro quanto bramavano, non lo fece per lasciare in essi desiderio; perciò dice che avrebbero mangiato le carni non per un giorno soltanto: ché sarebbe infatti rimasta la voglia delle carni nell’anima infiammata ed arsa, se per poco ne avessero gustato. Ma neppure per due giorni dà loro quanto desiderano; volendo invece far venir loro a nausea la brama, non sembra che prometta, ma – a chi è in grado di capire – che minacci attraverso quei doni stessi che apparentemente dispensa dicendo: «neppure cinque giorni soli passerete a mangiare le carni né il doppio o quattro volte tanto, ma mangerete al punto da cibarvi di carne per un mese intero finché dalle narici, insieme alla pestilenziale malattia, esca ciò che era creduto bello per voi, e il suo biasimevole e turpe desiderio. Lo scopo è di separarvi dalla vita senza più appetiti ed una volta usciti, come puri da ogni desiderio, ricordando attraverso quali sforzi ve ne siete liberati, far sì che non cadiate più. Un altro scopo è quello di lasciarvi cadere nei mali se – qualora ciò avvenga in lungo giro di tempo – dimenticandovi di quanto avete sofferto per colpa del desiderio, non prenderete cura di voi stessi e non accetterete la Parola che libera completamente da ogni male. In seguito, desiderando i beni della creazione, nuovamente potrete chiedere di ottenere per la seconda volta ciò che bramate; ma avendo a nausea l’oggetto dei vostri appetiti, volerete allora verso il bello e verso il cibo celeste, che avete disprezzato con il tendere alle cose peggiori».

Il peccatore è punitore di se stesso

15. Identica sorte soffriranno quindi «coloro che hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Iddio in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, e d’uccelli e di quadrupedi e di rettili» passioni infami (passioni non solo naturali, ma ripugnanti alla natura) si bruttano e s’impinguano della carne come se allora non avessero più un’anima né una mente, ma fossero una carne sola; mentre nel fuoco e nella prigione non ricevono ricompensa dell’errore, ma quasi un beneficio perché si purificano dei mali del loro errore, facendo insieme salutari sforzi propri degli amanti del piacere. Onde sono liberati da ogni lordura e sangue, in mezzo a cui insudiciandosi e deturpandosi, non potevano pensare una via di salvezza alla loro rovina. «Laverà pertanto Dio l’immondezza dei figli e delle figlie di Sion, e purificherà del sangue in mezzo a loro, con spirito di giustizia e spirito di ardore. Perché egli avanzerà come fuoco che fonde e come erba dei lavandai», lavando e purificando quanti sono bisognosi di tali rimedi per non voler Dio degno di «una loro più seria conoscenza».

Il rimanere nella tentazione favorisce la conversione

16. Vedi se appunto per questo Dio non abbia indurito il cuore del Faraone, perché egli potesse dire quello che asserì dopo d’essere stato indurito: «Giusto è il Signore, io e il mio popolo siamo empi». Per più lungo tempo aveva bisogno dell’indurimento e per più lungo tempo occorreva soffrisse alcune afflizioni perché non si giudicasse come un male l’indurimento, quando troppo presto se ne fosse liberato, e così si rendesse meritevole di indurimento maggiore. Invero se, come è detto nei Proverbi: «non ingiustamente si tendono le reti agli uccelli», Iddio ha ragione di gettarci nella rete secondo che è scritto: «Tu mi facesti cadere nella rete»; ora se anche il più trascurabile degli uccelli, il passero, non cade nella rete senza la volontà del Padre (in quanto che quello che cade nella rete vi cade per il mal uso delle ali, che gli sono state date per elevarsi), domandiamo nella nostra preghiera di nulla fare che dal retto giudizio di Dio diventiamo meritevoli di essere indotti in tentazione. In essa viene indotto chi da Dio viene abbandonato all’impurità nei desideri del suo cuore; ognuno che si abbandona a passioni ignominiose e ognuno che è abbandonato al suo animo depravato, si da fare cose sconvenienti, perché non ha dato prova di portare Dio con sé.

Utilità della tentazione

17. Ecco l’utilità della tentazione. Quello che la nostra anima ha in se ricevuto è nascosto a tutti, anche a noi stessi, tranne che a Dio. Tutto ciò è reso manifesto dalle tentazioni, affinché il nostro particolare essere non rimanga più occulto, e noi conosciamo noi stessi e con la buona volontà abbiamo coscienza delle nostre malizie, si da rendere grazie a Dio per i beni derivatici dalle tentazioni. Ci vengono le tentazioni perché si renda noto qual mai siamo e siano svelati i pensieri reconditi del nostro cuore, come ce lo indicano le parole del Signore nel libro di Giobbe e nel Deuteronomio. Ivi è scritto: «Pensi che io per altro scopo con te ho trattato se non perché tu appaia giusto?». E nel Deuteronomio: «Ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, ti ha fatto mangiare la manna e ti ha condotto nel deserto; dove abitano il serpente mordente, lo scorpione e il rettile, perché siano conosciuti i pensieri del tuo cuore».

18. E se vogliamo ricordarci ancora della storia, dobbiamo rilevare che la ragione di Eva divenne così facile all’inganno e debole nel raziocinio allorché essa, anziché obbedire a Dio, diede ascolto al serpente. Si manifestò quale era anche prima, quando il serpente le si avvicinò, dal momento che con la sua astuzia aveva scoperto la sua fragilità. Parimenti in Caino la malvagità non cominciò ad esistere quando uccise suo fratello, perché già prima Dio, il conoscitore dei cuori, non aveva rivolto gradevole sguardo a Caino e ai suoi sacrifici ; ma la sua malvagità divenne palese nel momento che tolse la vita ad Abele. Inoltre, se Noè non avesse bevuto il vino della vigna che aveva piantato e se dopo di ciò non si fosse ubriacato e non avesse scoperto le sue nudità, non si sarebbe manifestata la procacia e l’empietà di Cam riguardo a suo padre, né il rispetto e la venerazione dei suoi fratelli verso il genitore. Del pari l’insidia che Esaù tese a Giacobbe sembra originata dall’avergli rubata la benedizione del padre; ma già prima essa aveva radici nella sua anima impura e iniqua. E la radiosa purezza di cui Giuseppe era dotato, così da non essere mai sopraffatto dalla passione, ci sarebbe stata sconosciuta, se la sua padrona non si fosse invaghita di lui.

19. Nei tempi, pertanto, intermedi, mentre le tentazioni si susseguono, stiamo saldi e prepariamoci a tutto quello che ci potrà accadere, in modo che qualunque cosa sopravvenga, non ci si possa accusare di essere stati impreparati, ma invece si veda che siamo disposti nel modo più guardingo alle circostanze. Quello che ci difetta a causa dell’umana fragilità, se faremo quello che è in nostro potere, lo compirà Dio che «per coloro che lo amano fa sì che tutte le cose cooperino per il bene», cioè con coloro di cui con infallibile prescienza ha previsto quello che diventeranno.

CAPITOLO XXX

Liberaci dal maligno

1. Con la domanda: «Non ci indurre in tentazione» Luca sembra a ragione avere insegnato anche questa: «E liberaci dal maligno». Con tutta verosimiglianza il Signore con il discepolo, già progredito, usò una forma più compendiosa, mentre per la moltitudine, che aveva bisogno di istruzione più lineare, usò una forma più aperta, Dio ci libera dal maligno, non perché il nemico non ci assalga in nessuna maniera e non entri in lotta contro di noi, con le sue arti di ogni genere e per mezzo dei servitori della sua volontà, ma perché fronteggiando ogni evento possiamo riportare vittoria. Così va intesa la parola: «Numerose sono le tribolazioni dei giusti, ma da tutte egli li libera». Dio ci libera dalle tribolazioni, non perché non ci vengano più tribolazioni (anche Paolo dice: «tribolati in tutto, ma non schiacciati»), ma perché, pur essendo nella tribolazione, per il soccorso divino non siamo schiacciati. Essere nella tribolazione, secondo il modo di parlare ebraico, significa una situazione, in cui ci si viene a trovare, prescindendo dalla nostra volontà; essere schiacciato è invece uno stato, che dipende dalla nostra volontà, che si lascia vincere e sopraffare dalla tribolazione. Paolo bene ha detto: «tribolati in tutto ma non schiacciati». A mio avviso, a questa osservazione corrisponde la parola del Salmo: «Nella tribolazione tu mi hai dilatato». Infatti la gioia e la serenità dello spirito, che nel tempo delle calamità ci vengono da Dio, per l’aiuto e la presenza del Verbo divino, consolatore e salvatore, [nella Scrittura] hanno il nome di dilatazione.

2. Simile cosa è da intendere quando uno è liberato dal maligno. Dio liberò Giobbe, non perché il diavolo non ottenne licenza di affliggerlo con molteplici tentazioni (la ottenne infatti), ma perché in tutto quello che gli sopravvenne egli non peccò davanti al Signore e si mostrò giusto. Colui che aveva detto: «Forse Giobbe. teme Dio per nulla? Non hai tu alzato un riparo tutt’intorno a lui, alla sua casa e a tutto quello che gli appartiene? Non hai tu benedetto l’impresa delle sue mani, e moltiplicato il suo bestiame sulla regione? Ma tu stendi, ti prego, la mano e colpisci la sua roba: di certo ti benedirà in faccia», fu come calunniatore di Giobbe che venne coperto di vergogna. Infatti Giobbe, pur avendo sofferto tanti mali, non bestemmiò contro Dio, come aveva detto l’avversario, bensì invece, anche lasciato in balia del tentatore, continuò a benedire il Signore, E quando la moglie gli dice: «Di’ una parola contro il Signore e muori», la rimprovera con queste parole: «Tu parli proprio come una donna stolta! Certo, il bene lo riceviamo da Dio, il male non lo dobbiamo ricevere?».

Una seconda volta il diavolo dice al Signore riguardo a Giobbe: «Pelle per pelle! Quello che l’uomo possiede lo darà per la sua vita. Ma stendi la tua mano, tocca le sue ossa e la sua carne, per vedere se ti benedirà in faccia». Vinto dall’eroico campione della virtù, il diavolo si è dimostrato menzognero. Giobbe invero, benché abbia sofferto durissime prove, resistette, senza che con le labbra peccasse davanti a Dio. Sostenne vittorioso due combattimenti e non occorse che affrontasse il terzo combattimento. Il triplice combattimento era riservato al Salvatore, come è descritto dai tre evangelisti; e il Salvatore, considerato come uomo, tre volte vinse il nemico.

3. Dopo aver accuratamente esaminato e ponderato in noi stessi queste parole per poter domandare a Dio con giusto intendimento di non entrare in tentazione e di essere liberati dal maligno, siamo degni, per aver ascoltato Dio, di essere ascoltati da lui. Domandiamogli dunque, qualora siamo tentati, di non essere messi a morte; colpiti dalle infuocate frecce del maligno, di non rimanervi bruciati. Sono bruciati da esse quelli i cui cuori, secondo uno dei dodici profeti, «sono divenuti come forno». Ma non ne sono bruciati quelli che con lo scudo della fede spengono i dardi infuocati dal maligno scagliati contro di loro. Effettivamente hanno in loro fiumi di acqua zampillante verso la vita eterna, che non consentono il sopravvento del fuoco del maligno, ma lo spengono facilmente per il diluviare di pensieri divini e salutari, che sono scolpiti nell’anima di colui che con la contemplazione della verità si studia di divenire spirituale.

CAPITOLO XXXI

Come ci si dispone alla preghiera

1. Dopo di ciò non mi sembra fuori posto approfondire il problema della preghiera; trattare con maggiore penetrazione l’argomento sul contegno e sulle disposizioni che devono esserci nell’orante; sul luogo dove bisogna pregare; verso quale direzione si debba rivolgere lo sguardo. qualora qualche ostacolo non si opponga; e così pure sul tempo adatto e preferibile alla preghiera, e di altre cose consimili. [Per bene intenderei] le disposizioni sono da riferire allo spirito, il contegno invece è da riferire al corpo. Paolo, come sopra si è accennato descrive le disposizioni [interiori], quando dice che bisogna pregare «senza ira, né discussione»; si riferisce invece al contegno con quella esortazione: «levando le mani pure». Questo mi sembra ricavato dai Salmi, dove c’è questa espressione: «l’elevazione delle mie mani è come sacrificio vespertino». A proposito del luogo (dice il medesimo Apostolo): «Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo». Quanto all’orientazione, nella Sapienza di Salomone è scritto: «Affinché sia noto che bisogna precorrere il sole per renderti grazie e adorarti al riapparire della luce».

2. A mio avviso, chi si appresta a pregare, se per un po’ di tempo si impegnerà a raccogliersi internamente si renderà più pronto e attento in tutto lo svolgimento della preghiera. Del pari avverrà se scaccerà tutto quanto può distrarla e turbare i suoi pensieri; se si ricorderà per quanto gli è possibile della maestà di Colui al quale accede; se rifletterà che è vera empietà avvicinarsi a lui con disattenzione e svogliatezza, quasi con atteggiamento sprezzante; se allontanerà tutti gli elementi estranei e verrà così alla preghiera, tendendo per così dire l’anima prima delle mani, elevando a Dio lo spirito prima degli occhi; se prima di erigersi in piedi solleverà dalla terra la parte superiore del suo spirito e si presenterà davanti al Signore dell’universo; se rimuoverà da sé ogni mala ricorda che potrebbe avere di ingiustizie inferte a suo danno, come egli stesso desidera che Dio non si ricordi delle sue male azioni e dei peccati, commessi contro molti dei suoi prossimi, o ancora di tutti i falli di cui ha coscienza d’essere incorso contro la retta ragione. Non si può mettere in dubbio che, per quanta numerose passano essere le posizioni del corpo, a tutte sano da preferire quella consistente nell’elevare le mani e nel rivolgere in alto gli occhi; giacché in tal modo il corpo reca nella preghiera l’immagine delle qualità che convengono all’anima nell’orazione. Diciamo che ciò bisogna mettere in atto a meno che alcune circostanze non lo impediscano. Effettivamente in talune contingenze è consentito qualche volta pregare convenientemente stando seduti, come ad esempio quando si soffra un mal di piedi non trascurabile; oppure stando a letto a causa delle febbri, o altre simili infermità. Analogamente, se ad esempio siamo sulla nave o se il disbrigo di affari non permette di ritirarsi per la dovuta preghiera, si può pregare senza averne l’aria.

3. Conviene dunque sapere che quando uno sta per accusarsi davanti a Dio dei propri peccati, supplicandolo che glieli rimetta, è necessaria anche la genuflessione. Trova questa la sua figura in Paolo che si umilia e si sottomette, dicendo: «Perciò io piego le ginocchia davanti al Padre, da cui deriva ogni paternità in cielo e in terra». La genuflessione spirituale, così detta perché tutti gli esseri si sottomettono a Dia nel nome di Gesù e si umiliano davanti a lui, mi sembra che l’Apostolo la significhi con quella espressione: «Affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e negli abissi». Non si può pensare che corpi celesti siano così conformati da possedere ginocchia corporali, giacche è dimostrato da coloro, che di ciò accuratamente trattarono, che tali corpi sono sferici. Colui che non vuole ammettere questa tesi dovrà pure convenire che ogni membro ha la sua utilità, di modo che nulla da Dio è fatto senza finalità, a meno che egli resista con impudenza alla ragione. Incappa così in doppia difficoltà, sia chi dice che le membra del corpo sono state date inutilmente da Dio agli esseri celesti e non per attuazione di finalità specifiche, sia chi dice che le viscere e l’intestino compiono le loro funzioni proprie anche negli esseri celesti. È poi da folle pensare che questi esseri celesti, a guisa delle statue, abbiano l’apparenza umana sola alla superficie e non nella loro profondità. Tutto ciò ho messo in risalto nell’esaminare il significato della genuflessione e avendo sotto gli occhi quel passo scritturale: «Nel nome di Gesù ogni ginocchia si pieghi in cielo, sulla terra e negli abissi». La stessa cosa è scritta nel Profeta: «Ogni ginocchio si piegherà davanti a me».

Il luogo della preghiera

4. Quanto al luogo della preghiera, conviene sapere che, qualora si preghi bene, ogni luogo vi è adatto: «Dappertutto, dice il Signore, offritemi l’incenso». E: «Voglia dunque che gli uomini preghino in ogni luogo». Perché possa fare le proprie orazioni più quieto e senza distrazioni, ognuno può scegliere un luogo particolare e predisposto nella sua abitazione privata se vi è spazio, per così dire, più santo, e ivi pregare. Prima però dell’esame generale di questo luogo egli indagherà se nel posta dove si prega nulla di nefando e di contrario alla retta ragione mai sia stato commesso. Colui che così operò non soltanto se stesso, ma anche il luogo della sua preghiera personale ha resa tale che Dio distolga di là il sua sguardo. Nell’approfondire le considerazioni su tale luogo, devo dire qualche casa, che potrebbe sembrare forse incresciosa, ma che ad esaminarla accuratamente non è da disprezzare. Si tratta di sapere se sia santo e puro rivolgersi a Dio nella preghiera nella stanza dove si compie l’opera della carne, non quella contraria alle leggi ma secondo la parola dell’Apostolo, per indulgenza e non per comanda. Poiché se non può attendere alla preghiera come si conviene, se non compie là questo dovere che temporaneamente, per mutuo consenso, è d’uopo considerare anche questo, se tal luogo cioè vi si addica.

5. Aggiunge alla utilità qualche cosa di gradevole il luogo della preghiera, dove i credenti si riuniscano insieme, perché è credibile che ivi potenze angeliche partecipino alle assemblee dei credenti. Là discende la forza dello stesso Signore e Salvatore nostro, dove si radunano gli spiriti dei santi, a mio credere, quelli dei marti che ci hanno preceduto e senza dubbia anche quelli dei santi ancora in vita, benché ciò non riesca facile a dirsi come avvenga. Se degli angeli ciò si può arguire dal detto: «L’angelo. del Signore si aggirerà intorno a coloro che temono Dio e li libererà», se Giacobbe asserisce il vero non solo nei suoi riguardi, ma anche con riferimento a quelli che sono devoti a Dio, quando parla dell’«angelo che mi libera da tutti i mali», è credibile che, allorquando malti sono legittimamente riuniti per la gloria di Cristo, l’angelo di ciascuno s’aggiri intorno a ognuno di coloro che temono il Signore, se si trova con l’uomo che ha l’incarico di custodire e di dirigere, di guisa che, quando i santi sano riuniti, vi sona due chiese, quella degli uomini e quella degli angeli. Se Raffaele dice del solo Tobia di avere offerto la sua preghiera in memoriale e poi quella di Sara, che sarebbe divenuta più tardi sua nuora per il matrimonio con il giovane Tobia, che cosa conviene dire, quando s’avvera il caso che molti si riuniscono in un medesimo spirito e in un medesimo pensiero e formano un solo carpo in Cristo? Quanto alla potenza del Signore che è presente nella Chiesa, Paolo dice: «Essendo radunati voi e il mio spirito con la potenza del Signore», come se la potenza del Signore fosse non solamente con gli Efesini, ma anche con i Corinzi. Ora, se Paolo, ancora rivestito di carne corporea, ha pensato di essere portato con il suo spirito a Corinto, non è temerario pensare che i beati usciti dai loro corpi vengano in spirito, forse più celermente di colui che è nel corpo, in mezzo alle assemblee. Per tali ragioni non si devono tenere in poco conto le preghiere che si fanno nelle chiese, perché esse hanno veramente qualche casa di eccellente per chi legittimamente vi prende parte.

6. Come la potenza del Signore e lo spirito di Paolo e degli uomini che a loro assomigliano e gli angeli del Signore, che si aggirano, che attorniano i santi si riuniscono e si assembrano con coloro che si congregano in modo legittimo, bisogna darsi pensiero che, se qualcuno è indegno dell’angelo santo a causa delle colpe e delle ingiustizie commesse per disprezzo di Dio, non cada in balia di un diavolo. Un tale uomo, data che sono rari coloro che gli rassomigliano, non sfuggirà per lungo tempo alla provvidenza degli angeli, i quali per servizio del divino valere esercitano la sorveglianza sulla comunità e portano a conoscenza di tutti i falli di quell’uomo. Ma se tali individui divengono più numerosi e se si radunano alla stregua delle società umane per occuparsi di affari terrestri, Dio non veglierà più su di loro. Ciò appare chiaro dalle parole del Signore presso Isaia: «Quando venite per comparirmi innanzi, io, dice egli, stornerò i miei occhi da voi e, se moltiplicherete le vostre suppliche, non vi ascolterò». Può pertanto darsi che invece della doppia assemblea, di cui abbiamo parlato, cioè di uomini santi e di angeli beati, vi sia una doppia congrega di uomini empi e di angeli malvagi. Allora gli angeli santi e gli uomini probi potrebbero dire di siffatta riunione: «Io non mi sono assiso nel sinedrio dei vanitosi e non mi associerò con quelli che commettono iniquità, e non siederò accanto agli empi».

È per questo, a mio credere, che gli abitanti di Gerusalemme e di tutta la Giudea, perché caduti in numerosi delitti, sono stati sottomessi ai loro nemici: i popoli, che avevano abbandonato la legge [di Dio], sono abbandonati e dagli angeli custodi e dagli uomini santi, che avrebbero potuto salvarli. Così si permetterà che intere assemblee soccombano talvolta alle tentazioni, affinché ciò che credano di avere sia loro tolto e, a somiglianza del fico maledetto e disseccato sino alle radici per non avere dato il suo frutta a Gesù che aveva fame, esse pure, siano inaridite e private del poco di forza vitale nella fede, che ancora avevano. Queste delucidazioni mi sono sembrate necessarie nell’esaminare il luogo della preghiera e per mostrare che il miglior posto per pregare è proprio quello, dove i santi si radunano in assemblea.

CAPITOLO XXXII

L’orientazione nella preghiera

Ora, sia pure brevemente, bisogna dire qualcosa sul punto del cielo, verso cui ci si deve rivolgere per pregare. Poiché vi sono quattro punti cardinali, il settentrione, il mezzogiorno, l’occidente e l’oriente, chi non ammetterebbe senz’altro che l’oriente intuitivamente manifesta che noi dobbiamo pregare da quel lato, significando essa, simbolicamente, l’anima con il suo sguardo rivolto alla levata della luce vera? Se qualcuno preferisce pregare guardando l’apertura della sua porta, comunque sia l’ubicazione della porta della sua casa, sostenendo che la vista del cielo per se stesso ha qualcosa di più invitante che quella dei muri, a meno che nella sua casa non vi sia l’apertura verso oriente, converrà rispondergli che trattasi di pura convenzione la costruzione delle case verso questo o quel punto cardinale, ma che per natura quello verso oriente ha titolo di preminenza sugli altri, e che il criterio della natura è preferibile a quelli della convenzione. E che è? Colui che prega in un campo non pregherà piuttosto verso l’oriente, che verso l’occidente? Se dunque per motivo così ragionevole si deve preferire l’oriente, perché non far questo in ogni luogo? Ma di tale argomento basta.

 CAPITOLO XXXIII

Classificazione della preghiera

1. Penso di dover concludere il mio dire, dopo che avrò trattato sulle forme della preghiera. Mi sembra pertanto di dovere descrivere quattro forme di preghiera, che ho trovato sparse nelle Scritture; a norma di queste bisogna che ognuno componga la sua preghiera. Tali forme sono le seguenti. Dapprima e nell’esordio della preghiera bisogna secondo le proprie forze rendere gloria a Dio per mezzo di Cristo, glorificato nello Spirito Santo, che è lodato con lui. Dopo di ciò ognuno deve far seguire azioni di grazie, rievocando i benefici largiti a tutti gli uomini e quelli personali ricevuti da Dio. Dopo l’azione di grazie deve farsi severo accusatore dei propri peccati davanti a Dio e in primo luogo domandargli guarigione e liberazione dall’abitudine che ci porta al peccato, e in secondo luogo la remissione delle colpe passate. Dopo la confessione il quarto punto, per quanta a me sembra, è la domanda dei beni grandi e celesti, particolari e collettivi, per i familiari e per gli amici. Infine la preghiera deve concludersi con la glorificazione di Dio, per mezzo di Cristo nello Spirito Santo.

2. Questi punti, come abbiamo detto, li troviamo menzionati qua e là nelle Scritture. Il tema della glorificazione si riscontra nel Salmo 103 in quelle parole: «O Signore mio Dio, sei stato magnificato in maniera sublime. Ti sei vestito di splendore e di gloria, avvolto di luce come di un manto. Tu distendi i cieli come un drappo; riempi di acque le sue stanze superiori; rendi le nubi tuo cocchio; passeggi sulle ali dei venti. Fai dei venti i tuoi nunzi veloci e del fuoco fiammeggiante i tuoi ministri; hai piantato la terra su basi solide, sicché non vacillerà per tutti i secoli venturi. Tu la ricopri di acque abissali come di una veste, le acque ondeggeranno sui monti. Al tuo grido esse fuggiranno spaurite, al fragore del tuo tuono esse tremeranno». La parte più rilevante di questo salmo risulta dalla glorificazione del Padre. Chi vuole raccogliere esempi in maggior numera, può vedere come la dossologia sia diffusa in molti luoghi [della Scrittura].

3. Per il rendimento di grazie può essere addotto come esempio un tratto del secondo libro di Samuele, dove David, dopo le promesse fattegli da Natan, è preso da stupore per i doni di Dio e parla in questi termini: «Che cosa sono io, o mio Signore, e che cosa è la casa mia, che tu mi hai amato a tal punto? Ma io mi sano fatto piccolo davanti a te, o mio Signore, e tu hai parlato riguardo della casa del tuo servo in vista di un lontano avvenire. È questa la legge dell’uomo, o mio Signore, a Signore Dio. Che altro potrà dirti David? Ora tu conosci il tuo servo, Signore; per il tuo servo hai compiuto questo e secondo il tuo cuore hai fatto conoscere al tuo servo tutta questa magnificenza, perché ti abbia ad esaltare, o Signore, o mio Signore».

4. Esempio di confessione: «Liberami da tutte le mie iniquità». E altrove: «Fetide e purulente sono le mie piaghe a causa della mia follia. Io sono avvilito e depresso oltre ogni dire; tutto il giorno mi sono aggirato nella tristezza».

Un esempio di domanda è nel salmo 21: «Non mi trascinare con gli empi e non mi perdere con quelli che operano l’iniquità»Si potrebbero citare altri testi analoghi.

È bene, dopo aver cominciato con la dossologia; finire con la dossologia, esaltando e magnificando il Padre di tutte le cose per mezzo di Gesù Cristo nella Spirito Santo «a cui sia gloria nei secoli».

 CAPITOLO XXXIV

Epilogo

Secondo le mie forze diligentemente, o verissimi fratelli nella religione di Dio, Ambrogio e Taziana, ho studiato il problema della preghiera e la preghiera [del Signore] tramandataci nei Vangeli, specialmente quello che è detto in Matteo. Non dispero, tendendo verso quello che vi è davanti e obliando quello che vi sta dietro, pregando nel frattempo per noi, di ottenere ancora maggiori e più divini pensieri su tutti questi punti da Dio munifico nel dare, e di poter trattare di questo soggetto con più magnificenza, elevazione e chiarezza. Presentemente, accogliete questo mio saggio con indulgente benevolenza.

 

CRISTO-NADA

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30 anni…razza caucasica…capelli lunghi….è pericoloso e armato…fermatelo

(il TH-LI in TH-ey LI-ve su John Nada)

Luca (3,23): Gesù, quando cominciò a insegnare, aveva circa trent’anni.

Cristo era un figlio di FALEGNAME…..il regista di THEY LIVE è JOHN CARPENTER.

Marco 6:3 “Non è costui il carpentiere…?”

Si presume infatti che Gesù abbia probabilmente lavorato come falegname in Galilea prima dell’inizio della sua attività pubblica – o piuttosto come carpentiere, costruttore di mobili, di barche e di tetti perché il termine greco «tekton» significa più del «falegname» come lo intendiamo noi.

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THEY LIVE è UN MESSAGGIO MESSIANICO…..

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IL MALE SECONDO STANISLAS DE GUAITA

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E’ noto che nel primo Supremo Consiglio dell’Ordine Martinista figurava il Fr::: Stanislas de Guaita, esoterista di primissimo ordine mancato purtroppo assai giovane. Di famiglia nobile di antica origine italiana, il marchese de Guaita visse la parte decisiva della sua breve esistenza a Parigi, in un appartamento al numero 20 di Rue Trudaine, divenuto presto noto agli esoteristi e agli occultisti del tempo. In pochi anni, riuscì con perseveranza a creare una biblioteca personale di scienze occulte e tradizionali ineguagliata. La sua riservatezza, tratto tipico di quest’uomo aristocratico, mite e gentile, era acuita dall’oggetto dei suoi studi, e nonostante ciò, con pazienza egli riceveva ed incontrava fratelli di diversi Ordini iniziatici, e quasi naturalmente intorno a lui si formò una ristretta cerchia di discepoli.

Morì come detto giovanissimo, all’età di trentasei anni, sufficienti comunque a dare alle stampe numerosi volumi ed articoli di alto valore iniziatico e a ricoprire il ruolo di fondatore e Gran Maestro dell’Ordine Cabbalistico della R+C, da cui sarebbero transitati i Maestri più noti dell’occultismo a cavallo tra il XIX ed il XX secolo: Papus, Oswald Wirth, Marc Haven, Victor Blanchard, Sédir, Téder, Péladan e – circa mezzo secolo dopo – quel Constant Chevillon trucidato dai nazisti per essersi rifiutato di rivelare, in cambio della vita, i nomi degli appartenenti al Martinismo ed alla R+C.

In vita de Guaita fu accusato di tutto: magia nera, negromanzia, fatture… al contrario de Guaita e gli altri “compagni della ierofania” sempre furono convinti sostenitori della Luce, al punto da combattere le forze che sostenevano la tenebra, particolarmente attive nella Parigi di fine ‘800. Uno degli scopi precipui dei R+C era infatti: «la rovina degli adepti della magia nera»[1], da attuarsi attraverso il battesimo della Luce ossia la messa a nudo delle loro malefatte, sia pure senza divulgare i loro nomi profani. Tale sorte toccò ad un certo Boullan, seguace di E. Vintras, che ne “Il tempio di satana” venne letteralmente sbugiardato, anche se solo col suo nome controiniziatico di Jean-Baptiste. Quando poi Boullan morì, Huysmans che lo aveva conosciuto e ne era stato in un certo senso traviato, dichiarò che la sua morte era da imputarsi ad un maleficio di de Guaita. Il nostro R+C ottenne peraltro un’equa riparazione attraverso scuse scritte, evitando così una composizione “a mezzo spada”[2].

Oswald Wirth così lo ricorda: «le nature solari s’incarnano soltanto con reticenza e per un periodo di tempo limitato. Come Raffaello e Mozart, de Guaita doveva morire giovane […] il Maestro ispiratore, per me non è mai morto. Il suo pensiero resta il mio: con lui e grazie a lui, io aspiro ad iniziarmi al segreto delle cose». Sèdir, per indole più legato a Papus e a Maitre Philippe, così lo descrive: «Ebbene, Stanislas de Guaita, era, per diritto di nascita, il cervello potente, la volontà reale davanti al quale tremano e spariscono tutte le voluttà del Grande Serpente. Infatti, tutto il suo lavoro fu consacrato a definire ed illuminare, per mettere un giorno a nudo l’essenza, la natura e la biologia di questa forza misteriosa nel suo aspetto radicale».

La sua forza interiore fu tale che, avendo intuito l’intima essenza del male, ne scrisse a fondo allo scopo di farne comprendere agli esoteristi la ripugnante natura, ed esortandoli a meglio opporsi ad esso. “Alla Soglia del Mistero” fu il suo primo libro, ma è con “Il Serpente della Genesi” che egli indaga a fondo nelle scienze occulte al servizio della controiniziazione: questa sua opera, tripartita ne “Il tempio di satana”, “La chiave della magia nera” ed “Il problema del male”, è rimasta purtroppo incompiuta. La morte precoce di de Guaita, dopo una lunga malattia, gli impedì infatti di scrivere “Il problema del male”, le cui linee generali aveva già impostato nei suoi diari. Nell’approccio sintetico che ci siamo imposti, cercheremo qui di tratteggiare quantomeno i motivi dominanti del pensiero di de Guaita, che risente in modo particolare dell’influenza di Fabre d’Olivet ed Eliphas Levi.

  1. La bestemmia dei due assoluti.

Il primo errore concettuale che de Guaita si sforza di rettificare, assolutamente drammatico per le sue conseguenze, è quello commesso da coloro che nel Bene e nel Male vedono due principi coeterni, condannati per sempre alla lotta; questo, in effetti, è vero solo nell’ottica della manifestazione, come insegna il simbolo delle due colonne importato nel Martinismo dalla tradizione massonica. «Luce ed ombra sono le due eterne vie del mondo», come afferma Zoroastro, e la loro alternanza è la vita stessa dell’universo, poiché introduce una differenziazione in ciò che per sua natura sarebbe uniforme. Epperò trattasi di una situazione temporanea, poiché il principio oscuro è tendenzialmente recessivo: anzi, tutto sommato esso non deriva che da una “contrazione” della Luce, che vela in parte se stessa dato che «L’Unità, Fratello mio, nulla può produrre che per opposizione a se stessa»[3]. Lo stesso Fil. Inc. mette in guardia contro il rischio di attribuire al principio cattivo valore equivalente (sia pure opposto) a quello buono[4].

De Guaita vede nel simbolo della lotta tra Dei e Titani (ovvero Deva e Asura) una conferma dell’esistenza di un unico principio, che gradua se stesso per dare vita al gioco cosmico: egli scrive che «nella lotta misteriosamente rappresentata in questo profondo simbolo [cioè quella tra dei e giganti], il Bene ha trionfato perché esso è l’ordine, la norma, l’armonia, in una parola perché è il BENE; e che la causa necessaria, assolutamente prevedibile, la quale, rendendo il Male accidentale e transitorio, lo consacra al futuro annientamento, consiste nel fatto che questo rappresenta il disordine, l’arbitrio, l’anarchia e che si chiama, appunto, il MALE. […] Non si potrà negare l’esistenza del Male (quanto alla sua essenza è un’altra cosa). La sua manifestazione nell’Universo è sicuramente al di fuori di ogni dubbio, come quella del freddo in inverno e dell’ombra durante la notte. Ma viene la luce e l’ombra svanirà, viene il calore e il freddo passerà: poiché l’ombra ed il freddo non sono dotati che di un’esistenza privativa; essi mancano d’essenza propria essendo delle negazioni. Altrettanto è del male, transitorio, accidentale, contingente.

Attribuire un’esistenza al male, significa rifiutare un’esistenza al bene; sostenere il principio del Male significa contestare il principio del Bene, affermare l’esistenza propria del Diavolo, quale assoluto male, significa negare Dio. Infine, sostenere la coesistenza di due assoluti contrapposti, significa proferire una bestemmia in religione e una semplice assurdità in filosofia»[5].

  1. Esiste il diavolo?

Se quindi, come si è sostenuto, la credenza in una esistenza autonoma del male è figlia di ignoranza metafisica, quello che tradizionalmente viene raffigurato con la testa di capro non è altro che un concetto vitalizzato, un aborto della fantasia umana che tenta di personificare un concetto che in realtà è impersonale, cieco e addirittura malleabile per l’uomo che, per usare il gergo di Martinez de Pasqually, è stato reintegrato nelle sue primitive potestà e virtù. Nell’esoterismo dell’epoca, questo concetto era come noto simboleggiato dalla stella fiammeggiante, che quando ha la punta in su «è l’emblema dell’Uomo in tutta la forza della sua Volontà libera, capace di dominare le passioni quando l’Intelligenza domina la materia»[6] mentre con la punta in giù diventa la sagoma del capro, in una sorta di delirante oggettivazione dell’incubo passionale e sensuale.

Osservando che il termine “Shatan” viene nominato solo nei Numeri ed ha unicamente il significato di “contro” (in latino “adversus”), de Guaita getta un formidabile raggio di luce sulla questione: «Siccome satana non poteva essere, crediamo di averlo già detto, che il prototipo del nulla e della vanità odiosa, ne consegue che la caratteristica del suo dominio, l’impronta della sua presenza, la sua firma morale, insomma, presenti tutti i segni distintivi del non-essere, della miseria e dell’invidia»[7].

Peraltro, «a forza di evocare il rozzo personaggio, gli imbecilli o i furfanti che lo immaginano sotto questo aspetto tradizionale […] hanno a poco a poco realizzato il loro sogno in astrale. Aggiungiamo che ogni volta che un nuovo goeta fa appello all’immagine orrenda, evocandola con tutta l’energia creatrice della fede e l’urlo delle passioni malvagie al loro parossismo; non soltanto l’immagine gli appare, ma egli aggiunge anche all’abbozzo fluidico un nuovo tratto di vigore e definisce l’esistenza del mostro, nutrendolo della propria sostanza iperfisica. […] Irridiamo il livido simulacro che si ritrae davanti ad un soffio d’aria, si dissolve al minimo sforzo della volontà umana, e che un lampo d’intelligenza fulmina! No, questo babau non è che una larva, tra molte altre![8]». Le larve infatti sono in un certo senso «i missionari di Nahash. Rivaleggiando in inconsistenza con questo Essere formidabile, esse partecipano della sua natura ambigua – illusoria e tuttavia reale – intermedia tra il cosciente e l’incosciente, ondegiante e scintillante dall’essere al non essere»[9].

Rimandando al prossimo paragrafo per l’analisi sommaria di Nahash, osserviamo in quali termini  de Guaita si rivolge alla larva demoniaca: «tu hai un’unica giustificazione, o principe delle tenebre; il fatto che non esisti affatto! […] non sei, perlomeno, un essere cosciente: negazione astratta dell’Essere assoluto, tu hai come unica realtà psichica e volontaria quella che ti attribuisce ogni individuo perverso in cui ti incarni»[10].

  1. La natura del “serpente”.

Orbene, se come affermava de Guaita non esiste il diavolo – né come potere cosciente, né tantomeno come mostro dalla lingua biforcuta e dal piede caprino, ma solo come forza semicosciente eppure “forte di ogni forza” – resta da capire che cosa egli intendesse per Nahash, termine ebraico tradotto nella Vulgata con la dizione (secondo noi molto felice) di “serpente”. Come in altre occasioni, de Guaita si abbevera volentieri alla dottrina di Fabre d’Olivet, che presenta vari spunti d’interesse: «Nahash caratterizza propriamente quel sentimento interiore e profondo che lega l’essere alla sua stessa esistenza individuale, e che gli fa desiderare ardentemente di conservarla e di estenderla. Questo nome, che ho reso con quello di “attrazione originaria”, è stato sfortunatamente tradotto nella versione degli ellenisti con quello di serpente; ma non ha mai avuto questo significato, neppure nel linguaggio più volgare. L’ebraico ha due o tre parole, completamente diverse da quella, per designare un serpente.

Nahash è piuttosto, se posso esprimermi così, quell’egoismo radicale che porta l’essere a mettersi al centro e rapportare tutto a lui. Mosè dice che questo sentimento fu la passione travolgente dell’animalità elementare, la molla segreta o il fermento che Dio donò alla natura […] Così, secondo lo spirito del Sepher e della vera dottrina di Mosè, Nahash harim non sarà affatto un essere distinto […] bensì un impulso centrale dato alla materia, una molla nascosta, un fermento agente nella profondità delle cose»[11].

Siamo così passati da una visione manichea del Male personificato ad una metafisica un po’ meccanicistica, dove non vi è spazio per la ribellione di un Lucifero o di spiriti prevaricatori. Resta solo la Luce astrale, sul cui stampo e sotto la cui influenza si modella l’universo fisico, e l’egoismo primordiale che ha portato alla caduta di Adamo. «In un primo senso esoterico, esso [cioè il diavolo] è la Luce astrale, questo fluido implacabile che governa gli istinti; questo universale dispensatore della vita elementare, agente fatale della nascita e della morte […] Questo essere iperfisico – non cosciente dunque irresponsabile – domina da signore sullo stregone, mentre al mago obbedisce da servitore. […] occorre a tutti i costi rendersene signore se non si vuole diventare la vittima delle grandi correnti che si muovono in esso secondo leggi invariabili.

In un senso esoterico superiore, il Serpente simboleggia l’egoismo primordiale, questa misteriosa attrattiva del SE’ verso il SE’ che costituisce il principio medesimo della divisione: forza la quale, sollecitando ogni essere a isolarsi dalla unità originaria per centrarsi e compiacersi nel suo proprio IO, ha causato la caduta di Adamo[12]».

Dov’è allora il potere che ostacola la Luce? «Ovunque, dove le tenebre pesanti della negazione, offuscando la intelligenza dell’Uomo, aboliscono in lui la vita spirituale e possono annullare quel senso interiore che permette l’intuizione del Divino e il presentimento dell’Eterno, in verità satana è là sotto il suo aspetto metafisico: l’errore. Ovunque, ove la perversità corrode le anime sventurate fino a dissolvere gli intimi legami di solidarietà che le uniscono l’una all’altra; ovunque, dove lo scetticismo deprava le coscienze fino a confondere in esse le nozioni del giusto e dell’ingiusto; in verità satana è là sotto il suo aspetto psichico: l’egoismo. Ovunque, infine, ove la libera volontà dell’Uomo, inducendo la Natura (questo specchio del Divino) con le più spaventevoli menzogne e con la forza a rinnegare la gloria del suo archetipo Celeste, sostituendo la discordanza arbitraria delle cattive volontà individuali alla saggia armonia delle leggi generali; in verità satana è là sotto il suo aspetto sensibile: la bruttezza. […] E’ sempre il profilo infame di satana riflesso nei tre mondi del pensiero, del sentimento, dello spirito»[13].

  1. La Grande Opera di Reintegrazione.

Il problema dell’egoismo primordiale, che de Guaita aveva delienato nei suoi tratti essenziali già nel suo celebre “discorso iniziatico”, viene in sostanza ripreso a più riprese, fornendo ai cercatori una lettura lontanissima da quella usuale negli ambienti exoterici, dove si racconta di rettili parlanti e frutti pericolosi. «Invece di vivere felice nella sostanza materna della Natura divina e nell’Unità del Verbo – Adamo, incitato da Nahash (l’egoismo), volle conoscere ed afferrare la Natura in se stessa (nella sua essenza radicale, anteriore al lambire divino generatore dell’Essere, in ciò che Böhme chiama “sua radice tenebrosa”: in una parola, nella sua matrice prima della fecondazione). Conoscere quest’esistenza occulta, antecedente al luminoso farsi elemento; questo perno della vita possibile che vorrebbe essere, ma non è: tale è la confusa ambizione di Adamo – Eloha.

Egli si immerge imprudentemene in questo baratro, vi cerca luce, vita autonoma ed onnipotente; ma non vi trova che tenebre angosciose, bramose e sempre deluse, tormento sterile, sforzo cieco… Egli s’immerge in un nulla avido d’essere, che aspira la sua vita e di cui egli diviene la larva divorata incessantemente. Ma la provvidenza, intelligenza superiore della Natura, ha previsto questa lugubre possibilità: essa lancia un raggio creatore nell’abisso […] e lo salva»[14]. Come insegna lo stesso Fil. Inc., la caduta di Adamo si arresta allo stato della materia grossolana, la quale gli impedisce di sprofondare più in basso ed anzi è per lui un punto di appoggio per la risalita. «Così nacque la materia che fu ben presto elaborata dallo Spirito e l’Universo concreto prese una vita ascendente che risale dalla pietra fino alla cristallizzazione, fino all’uomo suscettibile di pensare, di pregare, di assentire all’intelligenza e di consacrarsi al suo simile!»[15]. Eccoci dunque sul cammino della Reintegrazione.

Non tutti sono Uomini di Desiderio: negli ambienti cd. iniziatici, al contrario vi è un gran numero di pseudo-iniziati – vere comparse del mondo dello Spirito, fuochi di paglia oppure tiepidi irrimediabili – e più controiniziati di quanto si pensi. Non si tratta sempre di individui che hanno votato la loro volontà al male; non di rado sono essi stessi vittime di antiche insicurezze, che inevitabilmente li portano ad essere di volta in volta vittime delle loro larve oppure carnefici dei Fratelli più miti, che vengono vampirizzati. I controiniziati autentici – cioè i servi del proprio ego, eventualmente personificato in un diavoletto di gusto medievale – sono grazie al G:::A:::D:::M::: individui che hanno una polarità opposta alla nostra, ed è quindi raro che li si frequenti.

Esiste, peraltro, a fianco dello stregone, il buon solitario (il nono arcano dei Tarocchi), che da buon Silenzioso Incognito lavora senza posa per sé e per il prossimo, conscio che «l’Universale Adamo è un Tutto omogeneo, un Essere vivente di cui siamo gli atomi organici e le cellule costitutive»[16]. Non è futile, alla fine di questa breve ricognizione sull’opera di de Guaita, ascoltare dalla sua viva voce qual è la Via che egli traccia per giungere all’Adeptato.

Il buon solitario è dunque l’iniziato «che mira volentieri più in alto che non ad un commercio con gli spiriti, anche con le gerarchie più gloriose. Preferendo in generale la pratica dell’Estasi a quella delle Magie cerimoniali, non si attarda molto nei riti evocatori se non nel suo periodo di sperimentazione. Si citano nondimeno delle eccezioni illustri; ma la via non è affatto senza pericolo… reintegrazione, da quaggiù, del sottomultiplo umano nell’unità divina: ecco dunque la più grande opera dell’adeptato. È lì l’ambizione del buon solitario»[17]. È evidentemente una via eroica, che richiede indole guerriera, un continuo sforzo catartico sui tre piani, una grande capacità di interiorizzazione e di disinteressato servizio al prossimo.

Come uomini che vivono nel mondo – ma che pure non sono del mondo – ci interessa infatti soprattutto la reintegrazione in senso attivo, che «equivale ad una conquista positiva del Cielo, ad una violazione dell’elemento celeste e del suo spirito collettivo[18] […] L’estasi attiva ha due gradi. Nel primo, l’Adepto penetra nell’essenza stessa della Natura eterna, che gli comunica in maniera diretta, senza simboli, la Verità-Luce. Al secondo grado egli può anche comunicare con lo Spirito puro, che lo rapisce nel Cielo ineffabile degli archetipi divini; in questo caso vi è in lui una trasfusione della Divinità–pensiero che diventa nella sua intelligenza umanità–pensante, per l’effetto di un’alchimia intima, d’una trasmutazione formidabile e inconcepibile»[19]. Come a dire che il primo grado dell’estasi mette in contatto con l’intelligenza cristica, immanente nella creazione; il secondo mette in contatto diretto con la Divinità, di cui l’uomo si riscopre essere un pensiero.

«L’opera capitale dell’iniziazione si riassume dunque, se così piace, nell’arte di diventare artificialmente un genio; con questa differenza nondimeno, che il genio naturale dà l’ispirazione in determinati momenti, più o meno frequentemente; mentre il genio acquisito è, nella sua più alta forma, la facoltà di forzare l’ispirazione e di comunicare col Grande ignoto tutte le singole volte che lo si desideri […] Così il perfetto adepto in India ssume il titolo di Yogi cioè: unito in Dio»[20].

Discorso Iniziatico 3° Grado – Stanislas De Guaita

Sei stato successivamente rivestito dei tre gradi gerarchici del nostro Ordine: ti salutiamo S:::I.::: e quando avrai trascritto e meditato i nostri quaderni, diventerai Iniziatore a tua volta. Nelle tue mani fedeli verrà affidata un’importante missione: ti incomberà l’incarico, ma anche l’onore, di formare un gruppo, di cui sarai davanti alla tua coscienza e davanti all’umanità Divina, il Padre intellettuale e all’occorrenza il Tutore morale. Purché infiammato di un autentico amore per i fratelli umani tu non cerchi mai di dissolvere i legami di solidarietà che ti collegano strettamente al Regno Umano considerato nella sua sintesi; sei di una religione suprema e veramente universale, in quanto è lei che si manifesta e s’impone (multiforme, è vero, ma essenzialmente identica a se stessa), sotto i veli di tutti i culti exoterici d’Occidente come d’Oriente. Psicologo, dai a questo sentimento il nome che vorrai: Amore, Solidarietà, Altruismo, Fratellanza, Carità. Economista o Filosofo, chiamalo tendenza al Socialismo, se vuoi, o Collettivismo o Comunismo… Le parole non sono nulla. Onoralo, Mistico, sotto il nome di Madre Divina o di Spirito Santo. Ma chiunque tu sia, non dimenticare che in tutte le religioni realmente vere e profonde, ossia basate sull’Esoterismo, la messa in opera di questo sentimento è il primo insegnamento, capitale, essenziale di questo stesso Essoterismo.
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Perseguimento sincero e disinteressato del Vero, ecco ciò che il tuo Spirito deve a se stesso fraterna mansuetudine verso gli altri uomini, ecco cosa il tuo Cuore deve al prossimo. Accettati questi due doveri, il nostro Ordine non pretende di prescrivertene altri, quantomeno in modo imperativo. Nessun ulteriore dogma filosofico o religioso è imposto alla tua fede. In quanto alla dottrina di cui abbiamo riassunto per te i principi essenziali, ti preghiamo soltanto di meditarla a volontà e senza partito preso. E’ soltanto con la persuasione che la Verità tradizionale vuole conquistarti alla sua causa. Abbiamo aperto ai tuoi occhi i sigilli del Libro; ma spetta a te compitare prima la Lettera, poi penetrare lo Spirito dei misteri che questo libro racchiude. Ti abbiamo iniziato: il ruolo dei tuoi Iniziatori deve limitarsi a questo. Se perverrai per conto tuo alla comprensione degli Arcani, meriterai il titolo di adepto; ma tieni ben presente questo: è invano che i più grandi maestri potranno rivelarti le supreme formule della scienza e del potere magico; la Verità Occulta non la si potrebbe trasmettere a parole: ciascuno deve evocarla, crearla e svilupparla in se. Tu sei Initiatus: colui che altri hanno messo sulla via; sforzati di diventare Adeptus: colui che ha conquistato la Scienza attraverso se stesso; in sostanza il figlio delle proprie opere.
Il nostro Ordine, come ti ho detto, limita le sue pretese alla speranza di fecondare i terreni fertili, seminando ovunque il buon seme: gli insegnamenti dei S:::I::: sono precisi, ma elementari. Sia che il programma ulteriore basti alla tua ambizione, sia che il tuo destino ti spinga un giorno alla soglia del tempio misterioso dove splende da secoli il luminoso deposito dell’Esoterismo Occidentale, ascolta le ultime parole dei tuoi fratelli incogniti: possano esse germogliare nel tuo spirito e fruttificare nella tua anima.
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Ti assicuro che puoi trovarvi il criterium infallibile dell’occultismo e che la Chiave di volta della sintesi esoterica è proprio là, e non altrove. Ma a cosa serve insistere, se puoi capire e vuoi credere? In caso contrario, perché insistere ancora? Sei assolutamente libero di prendere quello che mi rimane da dire come un’allegoria mistica o come una favola letteraria priva di importanza, o anche come un’audace impostura. Tu sei libero, ma Ascolta. Germogli o imputridisca il seme, seminerò!
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In principio, alla radice dell’Essere, c’è l’Assoluto. L’Assoluto – che le religioni chiamano Dio – non si può concepire, e chi pretende di definirlo snatura la sua nozione, assegnandogli dei limiti: “Un Dio definito è un Dio finito” ha detto Eliphas Levi. Ma da questo insondabile Assoluto emana eternamente la Diade androgina, costituita da due principi indissolubilmente uniti: lo spirito e Vivificatore ZOLFO e l’Anima vivente universale MERCURIO. Il mistero della loro unione costituisce il Grande Arcano del Verbo. Ebbene, il Verbo è l’uomo collettivo considerato nella sua sintesi divina, prima della sua disintegrazione. E’ l’Adamo Celeste prima della Caduta, prima che questo Essere Universale si sia modalizzato, passando dall’Unità al Numero; dall’Assoluto al Relativo; dalla collettività all’Individualismo; dall’Infinito allo Spazio e dall’Eternità al Tempo. Circa la caduta di Adamo, ecco qualche nozione dell’insegnamento tradizionale: Incitati da un impulso interiore di cui dobbiamo qui tacere la natura essenziale, impulso che Mosè chiama NAHASH, e che definiremo, se vuoi, la sete egoistica dell’esistenza individuale, un gran numero di Verbi frammentari, coscienze potenziali vagamente risvegliate a guisa di emanazione in seno al Verbo Assoluto, si separarono da quel Verbo che li conteneva. Si distaccarono infimi sottomultipli dall’Unità-madre che li aveva generati. Semplici raggi di quel sole occulto, dardeggiarono all’infinito nelle tenebre della loro individualità, che desideravano indipendente da qualsiasi principio anteriore, in una parola, autonomo. Ma siccome il raggio luminoso non esiste che di un’esistenza relativa, rispetto alla fonte che l’ha prodotto, questi verbi egualmente relativi, spogli del principio autodivino e spogli di luce propria si oscuravano man mano che si allontanavano dal Verbo assoluto. Caddero nella materia, menzogna della sostanza in delirio di obiettività, nella materia, che è al Non-Essere ciò che lo spirito è all’Essere; scesero fino all’esistenza elementare, fino all’animalità, fino al vegetale, fino al minerale. Così nacque la materia che fu ben presto elaborata dallo Spirito e l’Universo concreto prese una vita ascendente che risale dalla pietra fino alla cristallizzazione, fino all’uomo suscettibile di pensare, di pregare, di assentire all’intelligenza e di consacrarsi al suo simile! Questa ripercussione sensibile dello Spirito prigioniero, sublimando le forme progressive della Materia e della Vita per tentare di uscire dalla sua prigione – la Scienza contemporanea lo constata e lo studia sotto il nome di Evoluzione. L’Evoluzione è l’universale Redenzione dello Spirito. Evolvendo, lo Spirito risale. Ma prima di risalire, essendo lo Spirito è disceso; è quella che chiamiamo l’Involuzione. Come il sottomultiplo verbale si è fermato ad un certo punto della sua caduta? Quale forza gli ha permesso di ritornare sui propri passi? Come la coscienza intorpidita dalla sua divinità collettiva si è infine risvegliata in lui sotto il nome ancora imperfetto della Socialità? Tanti altri misteri che non possiamo neppure affrontare qui, e di cui saprai acquisire la conoscenza, se la Provvidenza è con te. Mi fermo, Ma ti abbiamo portato piuttosto lontano sulla via; eccoti munito di una bussola occulta che ti permetterà se non di non smarrirti mai, quantomeno di ritrovare sempre la dritta via.
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Questi pochi dati sono precisi circa la “grande questione” del destino umano, a te la cura di dedurne il resto e dare al problema la sua soluzione. Ma comprendi bene, fratello mio, che l’Altruismo è la sola via che conduca alla meta unica e finale – voglio dire alla reintegrazione dei sottomultipli nell’Unità Divina-; la sola dottrina che ne fornisca il mezzo, che è la lacerazione delle pastoie materiali, per l’ascensione, attraverso le gerarchie superiori, verso l’astro centrale della rigenerazione e della pace. Non dimenticare mai che l’Universale Adamo è un Tutto omogeneo, un Essere vivente di cui siamo gli atomi organici e le cellule costitutive. Viviamo tutti gli uni negli altri, gli uni attraverso gli altri; e quand’anche fossimo individualmente salvati (per parlare il linguaggio cristiano), non cesseremmo di soffrire e di lottare fino a quando tutti i nostri fratelli non saranno salvati come noi! L’Egoismo intelligente conclude dunque come ha concluso la scienza tradizionale: la fratellanza universale non è un’illusione: è un dato di fatto. Chi lavora per gli altri lavora per se. Chi uccide o ferisce il suo prossimo si ferisce o si uccide; chi lo oltraggia, insulta se stesso. Che questi termini mistici non ti spaventino; l’alta dottrina non ha nulla di arbitrario: siamo i matematici dell’ontologia, gli algebrici della metafisica.
Ricordati figlio della Terra, che la grande ambizione deve essere quella di riconquistare l’Eden zodiacale da cui non avresti mai dovuto discendere, e di rientrare infine nell’Ineffabile Unità, al di fuori della quale non sei niente, ed in seno alla quale troverai dopo tanto operare e tanti tormenti quella pace celeste, quel sonno cosciente che gli Indù conoscono con il nome di Nirvana: la suprema beatitudine dell’Onniscienza in Dio.

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Note:

[1] Cfr. S. de Guaita, Cenni su due società segrete, tradotto e adattato dal Fr. Uriel, A::: I:::.

[2] Cfr. V.E. Michelet, I compagni della Ierofania, Firenze Libri, pp. 30 ss.

[3] Teder, Rituale dell’Ordine Martinista, secondo grado.

[4] Si veda L.C. de Saint Martin, Degli errori e della verità, Ed. Conoscenza, Partizione I.

[5] S. de Guaita, Il tempio di satana, Atanòr, p. 52.

[6] Teder, Rituale dell’Ordine Martinista, terzo grado.

[7] S. de Guaita, Il tempio di satana, cit., p. 87.

[8] S. de Guaita, La chiave della magia nera, Rebis, p. 46.

[9] S. de Guaita, La chiave della magia nera, cit. p. 76.

[10] S. de Guaita, Il tempio di satana, passim.

[11] A. Fabre d’Olivet, Cain, citato in S. de Guaita, La chiave della magia nera, cit., p. 56.

[12] S. de Guaita, Il tempio di satana, cit., pp. 22-23.

[13] S. de Guaita, Il tempio di satana, cit., pp. 45-46

[14] S. de Guaita, La chiave della magia nera, cit., p. 16.

[15] S. de Guaita, Alla soglia del mistero, Rebis, pp. 129 ss.

[16] S. de Guaita, Alla soglia del mistero, loc. ult. cit.

[17] S. de Guaita, La chiave della magia nera, cit., p. 82.

[18] «Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud»  (Mt 11,12).

[19] S. de Guaita, Alla soglia del mistero, cit., pp. 144-145.

[20] S. de Guaita, Alla soglia del mistero, cit., pp. 139-140.

 

IL PROGETTO DELLA CREAZIONE

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di Adriano Forgione

La teoria del Disegno Intelligente è una nuova corrente scientifica che non accetta il darwinismo. Secondo gli scienziati che la sostengono, una forma di intelligenza ha agito in un preciso momento della storia universale per provocare i “salti evolutivi” che Darwin non è stato in grado di spiegare.

L’enigma più grande che l’Uomo deve affrontare è il mistero delle origini della vita. Il cervello umano è in grado di comprendere solo parte dell’infinita catena di eventi che ha portato alla Genesi dell’universo e della vita. È noto che tutte le grandi fedi, gli insegnamenti mistici e il pensiero filosofico hanno sempre sostenuto la Genesi come un processo di creazione ad opera di un creatore. A questa visione si oppone la moderna scienza di stampo galileiano, che considera l’evoluzione della vita come una semplice catena di eventi frutto del caso. A questo proposito, così il pontefice Benedetto XVI si espresse sul tema della Creazione: «Non c’è opposizione tra il concetto di creazione legato alla fede e l’evidenza delle scienze empiriche. (…) La natura è un libro scritto da Dio, lo credeva anche Galileo, e le successive scoperte non escludono la percezione del cosmo come un insieme ordinato». Queste parole hanno reso attuale anche in Italia una diatriba che, soprattutto negli Stati Uniti, sta tenendo banco anche nelle aule di tribunale, vale a dire la lotta tra i sostenitori dell’evoluzionismo darwiniano e quelli di una corrente alternativa di pensiero chiamata “Teoria del Disegno Intelligente”. Si tratta di un insieme di scienziati che sostengono l’inadeguatezza delle attuali teorie scientifiche relative alla nascita e all’evoluzione della vita. Più specificamente questi affermano che l’evoluzione delle specie enunciata da Darwin presenta troppi punti oscuri e che le specie viventi hanno avuto troppo poco tempo per poter evolvere nelle forme diversificate che vediamo oggi. Dunque, la risposta a queste inadeguatezze è stata la nascita del Movimento del Disegno Intelligente, i cui membri sostengono che una forma di intelligenza ha agito in un preciso momento della storia universale per provocare i “salti evolutivi” che Darwin e la sua teoria non sono stati in grado di spiegare. Non si tratta però della ridefinizione scientifica del Creazionismo biblico, né il Disegno Intelligente si esaurisce alle specie viventi. Questo, infatti, estende il progetto creativo del Disegno Intelligente all’intero universo (o multiverso). Per quanto incredibile, sono scienziati ad affermarlo, dunque le loro affermazioni vanno prese seriamente, anche in considerazione del fatto che tale Disegno Intelligente sembra sposarsi perfettamente con quanto affermano tutte le grandi tradizioni spirituali e le loro Dottrine di Sapienza.

Un’intelligenza creatrice

Uno dei sostenitori di questa visione è lo spagnolo Antonio Martinez, dottore in medicina e oftalmologia, membro dell’associazione internazionale Medici e Chirurghi per l’Integrità Scientifica il quale, in un’intervista rilasciata al giornalista David Zurdo, ha affermato: «La teoria del Disegno Intelligente si limita ad offrire un altro paradigma alla biologia, un altro modello, che si basa sulla prova che nello sviluppo delle specie viventi è intervenuta un’intelligenza non necessariamente ascrivibile ad alcun libro sacro. Semplicemente constata che la vita non si può spiegare con il fattore “caso”, con il trascorrere del tempo o con l’intervento di mutazioni. In base a ciò, la biologia deve cambiare modello, accettando che la complessità delle informazioni immagazzinate nel DNA, all’interno del nucleo di una cellula, non può essere attribuita solo a questi fattori. Dunque il Disegno Intelligente propone un nuovo sistema di intendere la biologia, non darwinista, che implica la necessità di questa intelligenza nel disegno della vita. Darwin parlava di “selezione naturale” attraverso un meccanismo per cui il più forte sopravvive. Il Neodarwinismo parla delle mutazioni alla base del meccanismo di selezione naturale. Ma oggi, con la conoscenza del materiale genetico, con la conoscenza del fatto che le leggi dell’esistenza risiedono nel carico genetico di ciascuna specie, ci troviamo di fronte a una grande domanda: come è stato possibile che una specie si sia evoluta in un’altra più complessa? Le mutazioni avanzate dai neodarwinisti non sono in grado di spiegarlo, in quanto una minima mutazione del patrimonio genetico o non produce nulla oppure produce infermità e morte. Le mutazioni positive sono una chimera teorica e non una realtà sperimentale. Non si conosce nessun meccanismo biologico che produca un incremento delle informazioni nel DNA in una specie per migliorarla». Dunque Martinez disconosce, come i suoi colleghi aderenti al nuovo paradigma, il darwinismo e i suoi meccanismi, sebbene l’Intelligenza da questi chiamata in causa non sia quella dei libri sacri. Dunque, anche il Disegno Intelligente, stando alle parole di Martinez, sebbene ascriva a un’intelligenza la genesi della Vita, non specifica di quale intelligenza si tratti, lasciando un alone irrisolto sulla sua natura, chiarendo solo che la teoria non parla di Dio, o almeno non del Dio dei libri sacri. Certo, parlare di un Creatore in termini religiosi è fuorviante, ma se pensiamo che in grandi saggi di ogni epoca hanno sempre indicato questa Intelligenza alla base del creato come un’energia unificante e attiva presente nel microcosmo e nel macrocosmo, da cui tutto ha preso e prende forma, allora le cose cambiano. Non un Dio barbuto, ma un Architetto di pura energia, un Costruttore di pura Coscienza. Vedremo più avanti come la scienza ha preso in esame proprio questa possibilità. Chi può escludere, infatti, che le mutazioni positive reputate impossibili da Martinez, avvengano invece realmente, in quanto frutto di una forma di intelligenza diversa da come la concepiamo, una forma di pura coscienza insita nella natura e nella vita stessa? Non è assioma di ogni grande Tradizione Spirituale che il regno di Dio è dentro e fuori di noi? Nel Vangelo di Tommaso troviamo scritto che «Il Regno di Dio è dentro di te e tutto intorno a te. Non è negli edifici di pietra e cemento. Spezza un legno e io ci sarò, alza una pietra e lì mi troverai». Dunque, esistono dei meccanismi sconosciuti che la scienza non riesce ancora a comprendere e studiare in quanto appartengono a sfere differenti di realtà ma che sembrano agire nella creazione e in noi. Personalmente sono certo che il Sole e le sue radiazioni (particolarmente in questi ultimi anni di straordinaria attività esplosiva) siano solo l’aspetto visibile di questo meccanismo trasformativo che agisce profondamente sul DNA, apportando mutazioni infinitesimali ma significative. I moderni Cerchi nel Grano sono testimoni e veicolatori di questi messaggi trasformativi a carattere solare, così come gli antichi egizi affermavano che Ra (il Sole) fosse l’aspetto manifesto di ciò che è immanifesto. Nell’Induismo si dice che Atman e Brahman sono UNO, dove Atman è la Coscienza individuale eterna, mentre Brahman è la Coscienza universale. Dunque, gli Antichi erano molto chiari nell’indicare la relazione tra due aspetti diversi della Grande Coscienza Unica che è alla base della Creazione, e questo come vedremo, è relazionato proprio al DNA, la sede del regno divino in noi, il punto di unione tra Coscienza individuale e Coscienza universale.

Il DNA e la geometria del Cosmo

Se andiamo a osservare la struttura stessa del DNA, ci rendiamo conto di come questa sia profondamente legata alle forme universali e macrocosmiche, a conferma di un Disegno Intelligente non solo teorizzato, ma reale, fatto di matematica e geometria all’interno della natura. Il DNA di cui stiamo parlando è infatti una doppia spirale, un binario scalare che è la matrice della Vita e che sembra possedere una coscienza insita nella sua struttura, un mediatore-matrice tra un mondo fatto di spirito e uno fatto di materia. È il DNA il messaggio nascosto nell’episodio biblico della visione di Giacobbe e della Scala Divina, su cui salivano e scendevano angeli di Genesi 28:12 «Una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala». Questa scala è proprio il DNA, con i pioli rappresentati dalle molecole nucleotidi, e gli angeli che salgono e scendono che, a mio parere, sono proprio i poteri mediatori (o messaggeri) tra il mondo spirituale di pura energia e quello materiale. Poteri che si esprimono attraverso le caratteristiche del suono e della luce: in breve attraverso le frequenze. È la scienza ad averlo confermato. Il biofisico e biologo molecolare Pjotr Garjajev e i suoi colleghi hanno studiato le qualità vibrazionali del DNA, dunque le sue frequenze, verificando che questo reagisce alle onde elettromagnetiche e a quelle luminose. Impiegando le giuste frequenze, il DNA è in grado di autoripararsi. All’interno di quest’esperimento, Garjajev e il suo team hanno affermato di aver anche scoperto che il DNA può creare delle interferenze nel vuoto, arrivando a produrre dei microtunnel spazio-temporali, equivalenti ai cosiddetti “ponti Einstein-Rosen” del macrocosmo. Ponti di connessione tra due livelli “multiversali” di esistenza, la cui funzione è del tutto analoga all’operato degli angeli (i messaggeri) nel sogno di Giacobbe. Questa relazione tra il DNA e la teoria del Disegno Intelligente è molto più che una chimera. Non solo i saggi compilatori della Bibbia ma anche gli antichi Greci conoscevano la struttura del DNA ben due millenni prima che Francis Crick e James Watson la scoprissero, e l’avevano eletta a emblema di medicina, simbolizzandola nel Caduceo di Hermes, caratterizzato da due serpenti arrotolati intorno a un bastone. Anche il Caduceo era simbolo sia di guarigione che del messaggero celeste. Dunque le antiche conoscenze e la più moderna scienza confermano le qualità multidimensionali del DNA e aggiungono ulteriore validità alla nuova teoria scientifica del Disegno Intelligente, che nel tempo non potrà non tenerne conto. Abbiamo detto infatti che il DNA è una doppia scala a chiocciola. Questa scala necessita di dieci pioli per effettuare un giro completo, esattamente come avviene per l’Albero della Vita della Cabala, che conta dieci Sephirot. Lo studioso Stephen Skinner, nel suo saggio Geometria Sacra, ha dimostrato come il progetto geometrico del DNA si apprezzi meglio se visto dall’alto. «Se osserviamo il DNA dalla verticale – afferma Skinner – la sua struttura ricorda molto la forma della lettera greca Phi (), cioè la proporzione aurea equivalente a 1,6180, e geometricamente consiste in una serie di pentagoni doppi che formano la vista assiale composita della doppia ellisse del DNA, la cui rotazione completa contiene dieci molecole di fosfato e zucchero. Il Phi è parte integrante della costruzione del pentagono e il patrono geometrico più importante della citata vista assiale del DNA, che rivela tre grandi doppi pentagrammi. Ogni pentagono crea un’intersezione con altri due, in modo tale che queste intersezioni presentano la proporzione aurea iscritta nella struttura assiale di questa molecola». Dunque, se il DNA è relazionato, attraverso la sua struttura geometrica di base, all’intera creazione ne consegue che l’Uomo è fondato su tale un Progetto Geometrico Intelligente. Non è dunque un caso se questi sia inseribile in un pentagono, visto che è il solido alla base del progetto del DNA. Non deve meravigliare, dunque, se nel corso della sua storia le civiltà hanno voluto imitare l’atto creativo divino, erigendo templi e piramidi secondo le stesse proporzioni. Questi non sono altro che simulacri della relazione vibrazionale, e per derivazione geometrica, esistente tra Dio, quale energia creante e l’Uomo, quale unico essere su questo piano che non solo contiene in sé tale potenza (solo se ne è consapevole) ma che è anche in grado di renderla manifesta. È per questo che l’Adamo Primordiale, l’indiviso, l’Essere Androgino perfetto, era l’amato e il guardiano dell’Eden. È nella Cabala che possiamo ritrovare un’ulteriore elaborazione di questo concetto. Nel Midrash ebraico è spiegato che Abramo era dapprima pagano, ma presto si rese conto dell’esistenza di un Dio unico grazie alla magnificenza del creato affermando che «L’ingegnosità del Progetto rivela l’Opera di un Progettista». Anche Filone Alessandrino in De Opificio Mundi scrisse: «Quando [Dio] concepì il disegno di fondare “la grande Città”, in una prima fase ne strutturò nella propria mente i modelli secondo cui sarebbe stata creata, componendo i quali portò a compimento prima il mondo intelligibile e poi, servendosi di esso come prototipo, quello sensibile».

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Un Universo Cosciente

Incredibile a dirsi ma questa storia sacra ha una corrispondenza proprio nella scienza più attuale, quella che oggi è sostenuta dai fautori del Disegno Intelligente. Il fisico americano Andrei Linde, come molti suoi colleghi, afferma che l’Universo, o meglio, il Multiverso, possiede un’impronta uniforme e sembra essere disegnato affinché non sia l’Uomo a doversi adattare ad esso, ma il contrario. Questo Universo sarebbe strutturato per adattarsi all’Uomo. È ciò che è conosciuto come “Principio Antropico”, divulgato per la prima volta dal fisico Brandon Carter dell’Università di Cambridge nel 1973. Carter affermò che una serie casuale di leggi avrebbe lasciato l’universo morto e oscuro e che le leggi della fisica stesse, per come le conosciamo, sono “tarate” per far emergere la vita e, dunque, l’Uomo. Un’innumerevole serie di fattori concomitanti avrebbe quindi fatto sì da permettere la vita, un numero talmente alto che è contro ogni legge statistica e ogni calcolo delle probabilità, secondo questi fisici contemporanei. «La Vita non sembra essere una componente accidentale dell’Universo – ha detto Linde – ma pare esserne il suo fine ultimo. Se solo uno di questi innumerevoli fattori fosse stato solo di poco diverso da quello che è, oggi non esisteremmo». Linde ha anche speculato che la coscienza potrebbe essere una componente fondamentale dell’Universo, proprio come lo spazio e il tempo, e questo sarebbe dimostrato dalla relazione rilevata in laboratorio tra l’osservatore e le particelle osservate: le due componenti si influenzano vicendevolmente. Ciò dimostra che tutto forma un sistema unico dove la coscienza ha la sua parte. In breve, la Creazione esiste in quanto esiste qualcuno che la osserva. Non è forse questa la ragione insita nella creazione dell’Uomo, narrata da tutte le Grandi Tradizioni Spirituali di ogni epoca e luogo, semplicemente spogliata dei suoi elementi allegorici e simbolici? Non è stato sempre detto in antico che Tutto è Uno? «Senza qualcuno che osservi l’Universo – ha affermato Linde – l’Universo non esisterebbe». È questo il significato più recondito dell’Occhio Onniveggente simbolo della tradizione Cristiana, come di altre culture ancora più antiche. Anche il fisico James Gardner si è espresso in termini simili con la sua teoria dell’Universo Autocosciente, affermando che la vita e l’intelligenza sono i primari fenomeni cosmologici e che tutti gli altri fenomeni, vale a dire ciò che la fisica definisce “costanti fondamentali” per l’Universo, sarebbero in realtà solo secondarie. Gardner ha speculato che alla base di questa creazione, nei primi momenti di vita di questo e di altri universi, vi sia stata una “forma di vita intelligente altamente evoluta” che lo ha provvisto di un “codice cosmico” (un insieme di leggi fisiche e costanti) finalizzato alla vita, in grado, una volta giunta al massimo stadio di evoluzione (consapevolezza), di ripetere il ciclo. Chi può mai essere questa forma di vita altamente evoluta alla base della creazione? Alieni? Personalmente non credo. Questi scienziati fanno come i bambini che tirano pietre con la fionda per poi nascondere la mano. Non hanno il coraggio di parlare di una forma di Coscienza Universale per paura di creare una commistione tra la loro teoria ed elementi spirituali, e vedersi derisi dalla comunità scientifica di cui fanno parte. Ma qui non si parla di Dio in termini religiosi quanto nei termini che le grandi Tradizioni libere da dogmi ci hanno tramandato, vale a dire Coscienza, dunque Informazione immortale. L’Uomo, quale essere al massimo stadio di evoluzione, si comporterebbe come il DNA, avendo come compito quello di essere l’organo riproduttivo della creazione stessa, in grado di spargere il seme della creazione e le sue costanti geometriche in lui insite. A questo punto, siamo giunti a definire quello che è lo scopo ultimo del grande Disegno Intelligente, che riunifica Scienza e Spirito, vale a dire la Coscienza/Consapevolezza. La Creazione, frutto di un’intelligenza che è Coscienza genera nuova Coscienza in forma embrionale: l’Uomo. Questi possiede i semi di questa coscienza ma li esprime solo al massimo grado evolutivo, quello di colui che ha attivato il suo Corpo di Luce e dunque diviene Pura Luce e, nuovamente, pura Coscienza. È così che questo processo si completa, è così che l’Uomo torna ad essere divino e a generare una nuova creazione. Questo è anche il significato della storia del Graal, la Coppa di Luce, che sarà conquistata da uno solo tra milioni di individui, dal campione. L’Uomo che si divinizza, che attiva il proprio Corpo di Luce, è come l’unico spermatozoo che feconda l’ovulo. Egli è gamete maschile di una nuova creazione, dove la cellula uovo è il mondo animico che così fecondato genera un nuovo essere, fatto di Pura Luce. ù

L’Esagramma e l’Universo

È proprio quest’essere divino che sembra essere il punto di arrivo della creazione, e questa creazione, di per sé multidimensionale, potrebbe essere fondata sul suo sigillo, su uno schema geometrico fondamentale che ritroviamo in gran parte delle Tradizioni di Saggezza. Queste assegnavano all’Uomo Divino un simbolo geometrico particolare, ciò che nella Cabala è chiamato Magen David, l’Esagramma o Sigillo di Salomone. Un particolare simbolo che è stato inserito anche nei progetti geometrici delle cattedrali e basiliche cristiane, così come nelle sinagoghe ebraiche e nelle moschee musulmane. Lo ritroviamo nella cultura induista, simbolo del 4° chakra, il chakra cardiaco, legato alla realizzazione completa dell’Uomo Divino. Dunque, se il Tempio è metafora dell’uomo che ha in sé la divinità, può la Creazione stessa essere Tempio di Dio e sacralizzata dalle stesse regole geometriche? Stando alla teoria di un fisico americano, Garrett Lisi, parrebbe di sì. Non è Lisi ad affermarlo ma lo desumiamo noi in base ai risultati che questi ha portato all’attenzione internazionale. Lo studioso ha delineato un modello matematico che descrive la struttura dell’Universo chiamato E8. Il modello E8 non solo spiega la sua multidimensionalità (conterebbe 248 dimensioni), ma la struttura stessa della creazione sarebbe basata sulle delle strutture geometriche che porterebbero alla definizione di una griglia energetica, su cui si è fondato l’intero cosmo. Questa griglia è un Esagramma, una sorta di Yantra. Dunque, il Disegno Intelligente, se Lisi ha ragione (la sua teoria è stata salutata come rivoluzionaria dai colleghi e sarà presto messa alla prova) contiene in sé lo stesso schema di Geometria Sacra che gli Antichi associavano al divino. La domanda sorge quindi spontanea: Essendo l’impronta genetica di Dio nel cosmo basata su questo schema, gli Antichi ne erano a conoscenza quando lo hanno replicato nei loro monumenti sacri? Da dove proviene tale sapere a noi giunto solo per trasmissione generazionale? Insomma, tutto nel creato sembra basarsi su un progetto preciso, e la teoria del Disegno Intelligente, nata in seno a un gruppo di scienziati che non accettano le teorie evolutive tradizionali, sebbene non parli di una divinità, a questa si lega indissolubilmente, per quanto involontariamente, essendo le sue acquisizioni del tutto sovrapponibili e corrispondenti al Sapere che da lontane epoche, civiltà e uomini sapienti, ci arriva: Tutto è Uno, quell’Uno è Dio e quel Dio è in noi. Adriano Forgione è Direttore del mensile FENIX, Enigmi del Sacro e della Storia. Ricercatore nell’ambito delle scuole di Conoscenza Tradizionale, è esperto simbolista e ricercatore poliedrico nel campo della storia segreta e della metastoria del genere umano. Può essere contattato a: adriano.forgione@xpublishing.it

PAOLO LO GNOSTICO

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Di Musashi

Generalmente si pensa a San Paolo come il “vero inventore” del cristianesimo quale noi lo conosciamo (Nietzsche) o più in generale come dello strenuo difensore, “apostolo”, del cristianesimo e della sua dottrina, suo convinto apologeta. Tuttavia, gli studi pionieristici di Marcello Crateri, nonché le più recenti ricerche di Elaine Pagels, hanno messo in luce il carattere tipicamente gnostico di alcune importanti lettere di Paolo di Tarso.

Queste osservazioni però non sono mai state tenute in gran conto perchè la biblistica di estrazione cattolica ha sempre visto nell’insegnamento di Paolo di Tarso l’insegnamento anti-gnostico per eccellenza. Inoltre, un altro elemento favorente il “mutamento di paradigma”, sia in sede propriamente filologica sia nel contesto più ampio della storia delle religioni, può essere il ritrovamento del Codice Manicheo di Colonia (Codex Manichaicus Coloniensis), che evidenzia l’influsso paolino sullo sviluppo dell’illuminazione del profeta Mani, il Vivente, fondatore della corrente manichea.

Riassumendo lo “stato dell’arte”: vi sono tracce gnostiche rilevanti e significative in alcune lettere di Paolo. Nella prima ai Colossesi (1,19) si parla di Dio come del Pleroma, usando un termine tecnico degli gnostici. Dunque, Paolo enuncia un tema tipico della teologia gnostica. Purtroppo l’infelice traduzione attuale proposta dalla Chiesa fa perdere completamente il sapore originario, e appare piuttosto edulcorata: vi si legge che in Gesù Cristo dimora la “pienezza” (non si capisce di cosa…). Si suole forse sottintendere la “pienezza divina”. Ma questo ha poco senso. Non si capisce perché parlare di pienezza, termine fra l’altro assente dalla teologia cattolica.

Se invece assumiamo l’espressione per quello che è, cioè Pleroma (come termine tecnico teologico, in effetti ancora in uso nel cristianesimo ortodosso), tutto trova pieno significato e chiarezza. Secondo la gnosi valentiniana Gesù è chiamato il “fiore del Pleroma” in quanto ultimo Eone ad essere emanato dopo la caduta. Esso sarebbe stato emanato dalla totalità degli altri eoni, da tutto il Pleroma nella sua interezza. Ecco perché in lui risiede il Pleroma. Ovviamente la traduzione “addomesticata” proposta oggi cela la malizia interpretativa per non far emergere questi significati e questi richiami. Tuttavia è di una evidenza lampante la ricchezza di significato che assume ogni singola espressione se sottoposta alla giusta esegesi.

(NOTA di Mike Plato: In più occasioni, Paolo menziona la gnosi, termine che viene IGNOBILMENTE tradotto come SCIENZA:

Romani 11,33 O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza (GNOSIS) di Dio!

1Corinzi 1,5 perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza (GNOSIS).

1Corinzi 8,7 Ma non tutti hanno questa scienza (GNOSIS) 

1Corinzi 12, a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza (GNOSIS)

Colossesi 2,3 nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (GNOSIS)

Ancora: Paolo accetta la tripartizione degli uomini tipica degli gnostici. In Corinzi 2, 11-15

“Esponiamo sì la sapienza ai perfetti (i perfetti sono, secondo la Gnosi, gli pneumatici quelli che hanno ricevuto l’iniziazione segreta cioè il Battesimo di Fuoco, N.d.R.)…ma non una sapienza di questo mondo… esponiamo una sapienza velata di mistero. [….]. L’uomo psichico (psychòs) non accoglie le cose dello Spirito: per lui sono follia e non le può intendere… L’uomo pneumatico giudica ogni cosa ma da nessuno egli è giudicato”.

Più gnostico di così…

Ancora: San Paolo nel parlare della natura del Corpo di resurrezione, lo chiama Corpo Glorioso, facendo intendere che non sarà un corpo fisico, perché “la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio” (II corinzi 3,7I corinzi 15, 50). Precisa anche che esiste una distinzione fra un il “corpo animale” e il “Corpo Spirituale” (I cor.15,44), proprio come nelle cosmologie gnostiche!

Il “corpo glorioso” paolino è un tema che non ricorre in nessun altro testo canonico: esso invece è ben presente agli autori gnostici e se ne dà ampia descrizione nella Pistis Sophia e nell’Inno alla perla. Infine quando Paolo parla del Corpo Spirituale lo chiama “seminarium” perché esso è un seme da far germogliare dentro di noi, come insegnano l’ermetismo (che parla di Hermes come genio interiore, in-genium= generato dentro) e quasi tutta la tradizione esoterica in genere.

Inoltre sembra che Paolo usasse una ben nota terminologia tipica degli gnostici per caratterizzare le potenze ostacolatici. Mentre usa raramente il termine ebraico “Satana” sembra più volte parlare di “arconti” come uno gnostico.

“Nessuno degli Arconti di questo mondo ha potuto conoscere la nostra Sapienza: se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (I Corinzi 2: 8), nonché: “La nostra lotta non è contro la carne ed il sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori (Arconti) di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell’aria”. (Efesini 6. 12 ). Da notare che i nemici qui non sono esseri del mondo infero o sotterraneo ma aerei, cioè potenze del mondo intermedio, celesti. A conferma di ciò egli li chiama Potestà e Principati cioè con i nomi che più avanti la Chiesa userà invece per definire gli ordini angelici.

Non è peregrino notare dunque che le gerarchie angeliche usualmente designate come “celesti” potessero essere intese da Paolo quali angelici diabolici servitori del Demiurgo, quello che gli Gnostici sapevano essere il falso dio dell’Antico Testamento. Se consideriamo l’insofferenza di Paolo per la Legge ebraica veterotestamentaria, ecco che il cerchio si chiude!

Il tema del Demiurgo, si badi, ricorre con una certa coerenza, anche negli scritti apocrifi attribuiti all’Apostolo: nell’Apocalisse di Paolo si fa menzione all’incontro con un vegliardo che presiede al Settimo Cielo ed incapace di guardare in alto. Secondo la buona interpretazione del Moraldi si tratterebbe del demiurgo Sebaoth, qui reso con le caratteristiche iconografiche del Dio ebraico (cfr. Apocalissi gnostiche, Adelphi.)

Ricorderei anche che uno dei primi a segnalare l’incompatibilità tra il Dio veterotestamentario e quello di cui si fa testimone il Cristo, fu il vescovo Marcione. E’ controverso ancora se Marcione debba essere considerato propriamente uno gnostico. E’ certo però che egli denuncia tutti gli aspetti del Dio ebraico che gli gnostici dichiaravano “arcontici”. Ora, Marcione, seppur ritenuto in seguito “eretico”, fu il primo a cercare di definire quali scritti cristiani fossero canonci. Nel canone egli inserì proprio le lettere di Paolo; inoltre, secondo la tradizione della Chiesa marcionita (in pratica estintasi nel VI secolo) Marcione sarebbe stato discepolo diretto di Paolo.

A ben intendere Paolo doveva essere uno gnostico che la sapeva lunga, oppure uno che condivideva buona parte di ciò che era patrimonio delle comunità cristiano-gnostiche del suo tempo. Di sicuro però fece delle scelte che lo portarono in una certa direzione che vedremo, soprattutto alla luce del materiale documentario di recente ritrovamento.

In effetti, la lotta di Paolo contro la comunità essena di Giacomo e la fazione di apostoli che lo seguiva – Filippo, Tommaso ecc… – si esprimeva nelle lettere paoline in un atteggiamento di chiusura verso certe comunità del nascente mondo cristiano, che riconoscevano l’autorità di Giacomo e che non a torto sono state identificate con le prime comunità gnostiche scontro peraltro che si concretizzò anche nel primo “concilio” di Gerusalemme (Atti, 15).

Il “gruppo di Giacomo” seguiva la corrente propriamente “essena”, mentre lo stesso Gesù, impropriamente detto “nazzareno”, era un Nazira, cioè seguace di una linea nazorea, piuttosto autonoma all’interno del mondo esseno rispetto all’ortodossia ebraica, mentre gli esseni tout court, pur essendo un ordine esoterico, erano fortemente ancorati agli aspetti dell’ortodossia formale dell’ebraismo. Così il gruppo esseno di Giacomo voleva ad esempio mantenere la circoncisione ed altre usanze religiose e formali del popolo ebraico, che poco avevano a che vedere sia con la Gnosi in senso eminente sia con le aspirazioni di una religione universalistica.

L’esoterismo nazoreo, diversamente da quello esseno, era assai più autonomo rispetto all’ortodossia formale.

La lotta latente tra Paolo e le prime comunità esseno-gnostiche, che emerge un po’ in tutte le lettere paoline, specie nella Lettera ai Galati, non era dovuta però soprattutto a motivi di ordine squisitamente teologico, tanto più che i contenuti gnostici in Paolo sono così evidenti che nessuna traduzione edulcorata può nasconderli. Qual’era dunque la linea di faglia fra le due posizioni?

Vi sono documenti come il già detto Codex Manichaicus Coloniensis, e l’Apocalisse gnostica di attribuzione paolina (sopra citata) che provano senza dubbio che sia Paolo sia i suoi avversari gnostici o esseni gnosticizzanti, basavano il proprio insegnamento su dottrine di tipo gnostico, forse già presenti in parte nella mistica giudaica del tempo, assai più che sui testi convenzionali dell’Antico Testamento.

Vi è poi, ad ulteriore sviluppo e conferma, la “pista manichea”, finora appena accennata. Si tratta cioè di riconoscere l’importanza del pensiero paolino sullo sviluppo della gnosi manichea, a cui si accennava prima. A ben guardare, questa filiazione dottrinale la segnala proprio uno studioso cattolico, teologo e storico delle religioni, l’arcivescovo Mons. Julien Ries, che segnala propriamente i debiti del manicheismo verso la predicazione e le lettere di S. Paolo, nonché la venerazione e l’emulazione di Mani nei confronti dell’Apostolo, che si riflette in tutta una serie di dati, dall’inclusione di alcune lettere di Paolo nel Canone Manicheo, sino al tema della “visio Pauli”, esperienza mistica ripetuta dallo stesso fondatore del Manicheismo.

Se si legge nel Codex Manichaicus Coloniensis ciò che afferma il vescovo manicheo Baraia, non si hanno dubbi al riguardo. Fra l’altro segnaliamo l’importanza di questo riferimento testuale perché Mani ha mutuato dalla setta cristiana degli Elcasaiti una antica tradizione che faceva risalire l’origine di certi insegnamenti segreti proprio a Paolo di Tarso. Mentre non è da escludere che gli Elcasaiti fossero una delle prime comunità cristiane a seguire Paolo, è quasi certo che Mani, in gioventù aderì alla setta elcasaita. Questa linea di collegamento è peraltro segnalato nella stessa opera di Ries.

Nello specifico, nel Codex Manichaicus Coloniensis, il manicheo Baraia riporta alcuni passi paolini contestualizzandoli nell’insegnamento esoterico dei principali testi dell’apocalittica e della mistica del tempo, che i manichei accoglievano nel loro Canone.

Riportiamo qualcuno dei passi di Paolo citati da Baraia.

Paolo nella II Lettera ai Corinzi scrive:

“Verrò di nuovo alle visioni e rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo […] che fu portato in paradiso e udì parole segrete che non è lecito agli uomini proferire” (II Cor. 12 – 2,4).

Baraia riporta anche come anche Paolo affermi di avere ricevuto egli stesso certe rivelazioni di ordine spirituale in un momento di rapimento estatico e di contatto diretto con Dio:

“Allo stesso modo in cui sappiamo che l’apostolo Paolo fu portato nel terzo cielo, come egli stesso racconta nella Lettera ai Galati”. In effetti è più probabile che il riferimento esatto fosse a Corinzi2 13, 2-4 [nota mia].

Risulta da questi passi, specie dal primo, che l’insegnamento di Gesù è un insegnamento segreto, ottenuto in stati di elevazione coscienziale se non di estasi. Tale comunque era il senso di queste parole, nell’interpretazione del Canone manicheo. E in effetti vi troviamo un tema ricorrente nella gnosi dei primi secoli, per cui l’insegnamento esoterico non è un insegnamento che può essere compreso da tutti. Solo gli “pneumatici”, dotati di una particolare qualificazione legata all’anamnesi effettiva della loro origine divina, possono giungere alla comprensione dei misteri celesti della Gnosi, qui definite dal termine paolino di parole segrete (il riferimento a parole segrete di Gesù è presente in tutte le fonti gnostiche). Questi insegnamenti segreti sarebbero dunque stati in possesso di Paolo, come degli gnostici, e in parte attraverso Paolo, in parte per rivelazione diretta ricevuta da Mani, sul modello della “visio Pauli”, sarebbero passati nella religione esoterica dei Manichei.

Del resto il nome dei seguaci dell’eresia, o meglio della religione manichea, di epoca medievale, fu quella di “pauliciani”: appunto da Paolo, essendosi conservata memoria all’interno del movimento manicheo, di questa filiazione paolina, alla luce delle conoscenze attuali assai più chiara e giustificabile che non in passato.

Se assumiamo la presenza di una vena gnostica nella primitiva predicazione paolina, dobbiamo però spiegare in cosa essa si differenzi da quella di altre correnti gnostiche e soprattutto perche essa sia stata poi facilmente assorbita dalla nascente ortodossia di quella che gli gnostici chiamavano Grande Chiesa.

Le differenze appartengono all’ordine della teologico-politico e, de relato, al ruolo che una struttura organizzata (settaria o ecclesiale) avesse nei confronti dell’escatolgia.

Paolo di Tarso volle dare alla nascente Chiesa Cristiana una struttura unitaria e gerarchica, cosa che né il gruppo esseno di Giacomo né le comunità gnostiche (più o meno “imparentate con esso) erano disposte ad accettare.

Questo è il motivo per cui l’insegnamento esoterico di Paolo è stato accettato in seno a movimenti gnostici come la Chiesa di Mani, che coniugavano il principio della Reintegrazione o restaurazione dell’ Unità primordiale con lo sforzo di creare una struttura ecclesiale organizzata, che preservasse la purezza dell’insegnamento esoterico di tutti i grandi iniziati che hanno svelato all’essere umano la via della Gnosi (fra i quali Mani inseriva Zoroastro, Buddha, Gesù e Paolo); questo approccio veniva per lo più rifiutato da numerose altre comunità gnostiche come quella che ha espresso l’Apocalisse di Pietro, ostili alla creazione della Grande Chiesa burocratica e centralizzata, statalizzata, nella consapevolezza che questo avrebbe impedito ai per i membri della comunità cristiano-gnostica di giungere in maniera autonoma alla reintegrazione pneumatica.

Mani optò per l’approccio ecclesiale “strutturato” sulla scia della teologia politica paolina, prendendo a modello il sacerdozio zoroastriano, e soprattutto il sangha buddhista, che in quei secoli andava assumendo una fisionomia marcatamente monastica. La Chiesa cristiana nascente si appoggiò invece al modello burocratico imperiale romano.

Posta così la differenziazione fra Paolo di Tarso, e dopo di lui Mani, rispetto agli altri gnostici fu prevalentemente sul fronte politico organizzativo, o più nobilmente sul versante teologico-politico di una dottrina soteriologica.

Dal II-III secolo in poi, i membri della nascente “ortodossia” (prevalentemente legati alla comunità cristiana di Roma), lasciando da parte il carattere esoterico dell’insegnamento paolino, ne ha sviluppato ed esaltato unicamente gli aspetti politici, che ben si adattavano alla svolta che si stava producendo allora e alla nascita e giustificazione di una burocrazia clericale.

L’esito di questa impostazione è stato il rafforzamento degli aspetti exoterici, del resto facilmente assimilabili in una struttura “ampia” a scapito della componente esoterica, pur ben presente sul piano dottrinale alla mente di Paolo e in grado, come abbiamo visto all’inizio, di fornire “sponde” dottrinali alla stessa scuola valentiniana, e a quella marcionita. Per converso la chiesa manichea rimase orientata come chiesa gnostica ed esoterica, anche se come struttura essa assomigliava già ad una Chiesa gerarchizzata e burocratizzata (si estendeva dalla Cina alla Spagna) più che ad una semplice “comunità”. Tuttavia rimase sempre ancorata a livelli iniziatici e con gradi di rivelazione segreta.

La cristianità ormai stabilizzatasi nella sua “ortodossia” ha invece unicamente sviluppato gli aspetti ecclesiologici della teologia paolina, dimenticando (o forse misconoscendo) gli elementi tecnicamente gnostico-esoterici.

Si noti che, secondo le osservazioni di Elaine Pagels, sarebbero proprio quelle lettere di Paolo di più certa provenienza (le sette lettere di quasi certa attribuzione paolina) a contenere i lineamenti gnostici suddetti. Mentre sarebbero le altre, più incerte per stile e contenuto, nonché quelle chiaramente pseudoepigrafiche- le cosiddette “pastorali- ad essere più in linea con la versione cattolica. In particolare le due a Timoteo e la Lettera a Tito furono degli apocrifi a lui attribuiti dai Padri della Chiesa in modo da far credere che Paolo appoggiasse la loro interpretazione piuttosto che quelle gnostiche.

Bibliografia:

The Gnostic Paul: Gnostic Exegesis of the Pauline Letters, Elaine Pagels, Fortress Press, 1975

L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo, Marcello Craveri, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996

Le Apocalissi Gnostiche, Luigi Moraldi, Adelphi, Milano 1987.

Gnosi e manicheismo, Julien Ries , Milano, Jaca Book,2010, voll. 1-2

The Cologne Mani Codex (P. Colon. inv. nr. 4780) “Concerning the Origin of His Body” Edited and translated by Arthur J. Dewey & Ron Cameron. Society of Biblical Literature Texts and Translations Series 15. Missoula MT, Scholars Press, 1979.

Der Kölner Mani – Kodex. Über das Werden sciabiche Leibes, L. Koenen Römer , Kritische Edition (Abhandlung Reinisch – Akademie der Wissenschaften der Westfälischen: Coloniensia Papyrologica 14), Opladen, Germania 1988.

Elchasai e gli Elchasaiti. Un contributo alla storia delle comunità giudeo-cristiane, L. Cirillo, Cosenza, Marra Editore 1984.

 

PERCHE’ MI CHIEDI IL NOME?

Eugen J. Pentiuc, in Jesus the Messiah in the Hebrew Bible, nota dal suo punto di vista una cosa interessante….

Se YHWH ha gia rispostò a Mosè alla domanda QUAL’E’ IL TUO NOME (risposta IO SONO COLUI CHE SONO), perché successivamente Manoah non riceve risposta dall’Angelo di YHWH cui chiede QUAL’E’ IL TUO NOME , ottenendo un laconico:

PERCHE MI CHIEDI IL NOME? ESSO è PELE’ (MISTERIOSO o MERAVIGLIOSO)….

Allora dobbiamo intenderci…..

MOSE’ LO CHIEDE ALL’ALTISSIMO E L’ALTISSIMO GLI RISPONDE CON UNA RISPOSTA ONTOLOGICA:

IO SONO…

L’ALTISSIMO NON HA BISOGNO DI UN NOME, PERCHE IL NOME SERVE PER IDENTIFICARSI……MA OLTRE LUI NON CE’ NESSUNO

MANOAH LA STA CHIEDENDO ALL’ANGELO DI YHWH, OVERRO AL SUO SE’ ETERNO, E QUELLO HA UN NOME ETERNO…..

Come è scritto:

Apocalisse 2,17 Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve.

QUINDI….SE VOLETE IL NOME VERO DEL VOSTRO ESSERE, DOVETE VINCERE. E SE VOLETE VINCERE, DOVETE PERDERE SU TUTTI I FRONTI CON LUI

NON NOMINARE IL NOME DI DIO

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La Sfida è trovare la VOCALIZZAZIONE di YHWH, perché è un nome TOTALMENTE VOCALICO…

Ne ho già parlato in passato…..

Se è un DIO CHE DISCENDE…anche la sua frequenza passa dalle note alte a quelle basse.

le vocali in senso tonale discendente sono

I
E
A
O
U

Allora occorre giocare…..e giochiamo….

cominciamo da OU che diviene U

I
E
A
U

AU diventa O (come in AURUM)

I
E

O

ALLA FINE IL NOME SACRO DA NON PRONUNCIARE MAI SECONDO IL COMANDAMENTO CHE DICE: NON NOMINARE IL MIO NOME INVANO …è…..

Fornasetti_dalla serie Tema & Variazioni_ www_fornasetti_com

La donna che invita al silenzio…ci sta dicendo anche

NON DIRE “IO”…NON LO DIRE MAI (l’indice è la I, e la bocca è la O)

ESISTE UN SOLO IO, SIGNORE DI TUTTO

LA LUCE NELLA CABALA

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di Michele C. del Re

La luce e il mondo

Le cose che ci circondano, senza luce, sono soltanto ostacoli pericolosi ed ostili; con essa il mondo prende forma ed ordine, diventa il cosmo regolato da leggi; per coglier questo non c’è bisogno di filosofia, ma basta l’esperienza quotidiana di ogni uomo, a qualunque cultura appartenga. La luce è intangibile ma presente, ritorna ogni giorno ed è inspiegabile nell’origine; da ciò, facile illazione nella mentalità pre-logica che la luce è manifestazione visibile nel mondo degli uomini e delle cose, della realtà divina ultraterrena senza forma e adimensionale; la luce dunque è il tramite tra la sfera celeste e quella sublunare, la luce dunque accompagna ogni teofania 1. Chiave di volta delle concezioni che vedono come realtà cosmica essenziale la luce, è la contrapposizione del mondo delle tenebre a quello luminoso, con due equazioni, luce-bene-vita, tenebre-male-morte.
Così, nella dottrina manichea, l’elemento caratteristico dell’essere supremo è appunto la luce, concepita come sostanza dell’essere divino. Tale sostanza luminosa, diversa dall’intelletto e dalla materialità, è espressione di Dio, “padre della luce beata” e in quanto tale, signore del regno della Luce. Ma questo regno, fatto di terra-luce e di etere-luce, si identifica, nella sua essenza, con la stessa suprema divinità, poiché esso, corpo della divinità, non è stato creato da Dio, ma è assoluto e coesistente con esso dall’eternità, è espressione della sua essenza. Se una singola parte del regno della Luce fosse nata o fosse stata creata in un dato momento, il regno della luce non potrebbe aspirare a essere assoluto. Il regno della luce non potrebbe aspirare a essere assoluto.
Il regno della Luce è illimitato da tre lati: a nord, a est e a ovest. A sud, invece, la Luce si scontra con l’Oscurità, cosicché qui la sfera di potenza del “Padre della Grandezza”, come lo chiama Mani, e l’armonia più perfetta. Le condizioni del regno delle Tenebre sono in forte contrasto con la pace che domina nel regno della Luce. Gli abitanti del mondo della Materia si scontrano, si spingono l’un l’altro, corrono pazzamente intorno. Nel suo moto vorticoso, il popolo delle Tenebre arriva, ad un certo momento, al limite superiore, dove l’oscurità confina con la luce. Guardando in alto, verso il mondo della Luce, il principe delle Tenebre e il suo popolo vengono presi da un violento desiderio di questo splendido regno e, abbandonati i loro contrasti, si consigliano sul modo di diventar partecipi della luce, di mescolarsi con la luce. I tenebrosi irrompono dal basso nel regno della Luce, così il re e padre della Luce deve difendere se stesso e il regno uscendo dal maestoso “riposo in se stesso” e dalla compiutezza del suo essere, passando da una esistenza contemplativa ad una esistenza attiva 2.
I miti poetici che si sviluppano su questa trama sono numerosi e ispirati, ma interessa comparatisticamente con il nostro tema l’idea dei due regni, dell’aggressione delle tenebre, della corrispondenza luce-bontà-essere.
Lasciando le accennate fantasmagorie del manicheismo e tacendo quelle complesse ed elaboratissime dell’emanazionismo gnostico ellenistico, ricorderò un esempio dal cuore della Palestina 3. Nella comunità di Qumran, quella conosciuta dai manoscritti del Mar Morto 4, la luce e la tenebra sono personificate: la creazione è realizzata attraverso due spiriti, quello della luce e quello del buio; su di essi è fondata ogni opera (Manuale di disciplina, 3, 25). Naturalmente questi due spiriti opereranno finché non verrà il tempo della visitazione di Dio. Il Principe della luce e l’Angelo delle tenebre, tendono a realizzare rispettivamente la giustizia-verità e l’errore-menzogna. L’Angelo delle tenebre insidia i figli della luce per portarli a distruzione. Tenebre e luce vengono così personificati, ma le denominazioni di prìncipee di angelo, salva forse il principio monoteistico, senza aprirsi al panteismo gnostico.
Si può dire, semplificando, che la concezione cabalistica della luce si trova tra queste due estreme posizioni, ma ha caratteristiche di forte originalità. L’immagine bipolare luce/buio è chiave del cosmo nella speculazione cabalistica 5. Secondo la dottrina della Cabala, l’irraggiamento luminoso ha creato l’estensione, ha creato la dimensione terrena, operando come vibrazione ordinatrice del caos.
D’altronde, nel mondo ebraico-cristiano, la luce è all’origine del mondo e delle sue vicende. La genesi segna l’inizio dell’ordine del mondo con il fiat lux. L’apparizione della luce in apertura del Vangelo di San Giovanni, annuncia il verbo 6. La potenza creatrice precedentemente nascosta nella notte dell’inconoscibile si manifesta con il comando divino che separa la luce dall’ombra, originariamente confuse, l’epifania messianica si realizza con la luce, come la potenza divina viene espressa attraverso il potere di dominare la luce, il volto di Mosè ispirato emana una luce insostenibile, e così via.
Nella Genesi confluiscono diverse narrazioni dell’origine del Cosmo. Quella che più ci interessa è la narrazione del cosiddetto documento sacerdotale poiché in essa protagonista della creazione è appunto la luce:

All’inizio Eloim creò il cielo e la terra e la terra era deserta e vuota e le tenebre si stendevano sull’abisso e il soffio di Eloim planava sulle acque. Eloim disse allora “che vi sia la luce” e la luce fu. Eloim constatò che la luce era cosa buona, Eloim poi separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. Si ebbe una sera, poi il mattino: primo giorno.
Eloim disse “che vi siano delle luci sulla volta del cielo per separare il giorno dalla notte e per servire di segno alle feste, ai giorni e agli anni e che dalla volta del cielo i luminari rischiarino la terra”, Eloim pose in essere i due luminari, il più grande per il giorno, il più piccolo per la notte e poi le stelle. Eloim li distribuì sulla volta del cielo in modo tale da rischiarare la terra per comandare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre. Eloim constatò che era buona cosa. Si ebbe così un giorno ed un nuovo mattino: quarto giorno.

Nel discorso incomparabile per grandiosità nel quale Jahvé parla a Giobbe (Gb 38, lsgg.), la luce ritorna come protagonista, segno e frutto della potenza inarrivabile di Dio:

hai mai dato tu ordine al mattino, hai mai fatto conoscere all’aurora il suo posto perché impugni le frange del mondo, ne scuota i cattivi quando tutto divenne come la rossa argilla che si tinge come un pezzo di stoffa quando ai cattivi viene ritirata la luce e il braccio che minaccia, fermato? Hai visto le porte dell’ombra? Da quale lato abita la luce e le tenebre dove risiedono, perché tu le riconduca presso di loro e tu sappia il sentiero della loro casa? 7

Arcobaleno, tra luce ed estensione

La luce si manifesta come luce raggiante, splendore, luminosità, biancore, lucore, balenio, scintillio; si diffrange nei colori. La luce, in quanto dà potere di vedere, assegna anche il potere di agire, poiché senza luce c’è soltanto incomposto movimento, non azione. Essa si manifesta attraverso entità-forme particolari come l’arcobaleno che è sostanziato di luce, ma per dir così gode già di certe caratteristiche delle cose materiali. Esso è strutturato e diviso in parti luminose diverse, è già del mondo della molteplicità, insomma. Appunto per questo l’arco celeste è un ponte tra la luce come espressione immediata, manifestazione visibile del mondo adimensionale informale e il mondo terreno fatto di materia estesa non penetrabile, non trasparente, di cose pesanti. Traccia di questa speciale realtà dell’arcobaleno sospesa tra luce e materia, è presente nel folklore: si formano diamanti e perle là dove poggia l’arco del cielo, anello di giunzione tra materia volgare e pesante e realtà celeste, secondo questo schema, che ha poi valore iniziatico:
En sof
Luce arcobaleno
perle materialità

Nella Bibbia l’arcobaleno rappresenta il ponte di salvezza: le intemperie del mondo sublunare non romperanno mai il patto di sopravvivenza che Dio vuole con l’uomo dopo il diluvio (Gn 9, 9_17): è il segno del ritorno dalla luce solo offuscata dalla tempesta, è la strada di luce solo offuscata quale Dio riversa di nuovo la sua luce sul mondo degli uomini, dopo la tempesta che ha ridato libertà sia pur limitata alle forze cieche (non per traslato, nel racconto! cieche perché non vedono, perché non contro la luce) del caos, delle acque spesse e soffocanti.
Proprio in quanto ponte tra Dio e l’uomo, l’arcobaleno simbolizza le prove della via iniziatica, quando l’iniziato si avventura a ripercorrere verso l’alto le linee di irradiazione, che si manifestano nell’arcobaleno: anche nella tradizione cabalistica è segno e via per la risalita verso Dio 8. Esso per l’uomo è un ponte stretto e pericoloso, come ogni passaggio che conduce dal greve al lieve, dalla materia ottusa e non trasparente (carente di luce) allo spirito, che non si frappone allo sguardo, ed è pertanto luminosità.

Dallo Zohar

Il cuore della Cabala è certamente il libro dello splendore, Zohar (splendore, irraggiamento) libro di segreta saggezza 9, per certi aspetti inaccessibile, che ha esercitato una immensa influenza sul pensiero ebraico e di riflesso su tutta la meditazione occidentale sui grandi problemi. “Sotto la superficie dei simboli mistici dello Zohar, i cabalisti hanno visto pulsare la vita nascosta del mondo e hanno sentito di avvicinarsi alla verità totale e profonda dell’essere” 10.
Il Libro dello splendore presenta e manifesta le idee mistiche e gnostiche della Cabala. Essa lascia da parte la filosofia intesa in senso razionalistico e realizza – senza abbandonare il richiamo costante alle fonti tradizionali bibliche, sia pure interpretate spesso in modo assai lontano dalla lettera – una visione del mondo che è madre di meraviglia, poiché anche il pensatore meno recettivo d’una cosmologia per grandi immagini, più legato ai concetti definitori e all’analisi razionale, coglie la ricchezza profonda del messaggio espresso attraverso immagini, richiami, evocazioni, colori.
E la luce inonda l’intero libro, in quanto protagonista della storia cosmica:

All’inizio quando si manifestò la volontà del Re, egli pose alcuni segni nella sfera celeste; nel ricettacolo più segreto la scura fiamma si levò dal mistero di en sof infinito come un vapore che si forma dall’adimensionale senza forma, racchiusa nell’anello di questa sfera, né bianca né nera, né rossa, né verde, né di alcun altro colore. Quando la fiamma cominciò a prendere ampiezza produsse colori irraggianti. Dal centro più segreto della fiamma nacque una polla nascosta nel segreto di en sof, e ne uscirono colori che si diffusero su tutto quello che vi era al di sotto.
La polla zampillò ma senza attraversare l’etere della sfera. Essa non poteva essere conosciuta prima che un punto supremo e segreto avesse fatto espandere la sua luce sotto l’azione dell’ultima frattura 11. Al di là di quel punto non si può conoscere nulla, perciò esso è chiamato “inizio”, ed è la prima delle dieci parole con le quali fu creato l’universo.

L’inizio Gn 1,1, dunque è luce incolore, vibrazione pura dell’essere, fatta di visibilità, di percepibilità che resta nascosta, finché misteriosamente non viene superata la sfera dell’en sof. La manifestazione della luce è rappresentata dalla mandorla che racchiude la persona divina e che irradia una vibrazione di raggi luminosi attorno a sé. Nella creazione ebraica, la mandorla è un punto ed è il nocciolo dell’immortalità. La luce poi prende caratteristiche particolari nella tradizione ebraica e non soltanto in quella e non soltanto nella cabala.

Il palazzo di luce

Il centro d’origine è un punto, cioè una realtà che anche secondo la geometria elementare è qui, ma non ha dimensioni. Attorno ad esso si svolgono come veli avvolgenti succedentisi, strati di luce sempre più spessa fino a concretizzarsi in materia: la luce più segreta (di una diafanità, di una delicatezza, di una purezza al di là di ogni concepibilità umana), espandendosi dal punto centrale diviene un palazzo di luce, quasi un involucro del centro. Anch’esso è traslucido ed irraggiante al di là di ogni possibilità di conoscenza. Il palazzo riveste il punto interiore inconoscibile; esso stesso è un irraggiamento ineffabile, ma ha tuttavia una sottilità e una diafanità minore del punto originale; attorno vi sono strato su strato ulteriori involucri. Ogni forma che si avvolge alla precedente è lieve, protettiva, ma più densa della precedente, stando allo strato più vicino al centro come la membrana al cervello umano; ed ogni membrana diviene come il cervello per lo strato successivo. Secondo lo stesso modello l’uomo in questo mondo associa cervello e membrana, spirito e corpo per un migliore ordine del mondo.

La luce e la storia del mondo

Nella speculazione cabalistica, non soltanto la creazione, ma tutta la dinamica storica del mondo è fatta dalla luce e dall’antiluce che sono le tenebre. È continuamente presente e attivo l’aspetto terreno della luce come l’aspetto celeste, anzi, sovraceleste. E Dio disse: “Fiat lux” (Gen 1,3). La luce originale che Dio creò è la luce dell’occhio, la luce che Dio mostrò ad Adamo, grazie alla quale fu capace di vedere il mondo da una estremità all’altra 12. La stessa luce che Dio mostrò a Davide che vedendola cantò le sue lodi “Quanto grande è la bontà che tu tieni in riserva per quelli che ti onorano” (Salmo 21,20). Questa è la luce con la quale Dio rivelò a Mosè la terra di Israele.
Alle generazioni peccaminose, quella di Enoch, quella del diluvio, quella della generazione della Torre di Babele, Dio dissimulò questa luce ed essi non potettero goderne; la dette a Mosè ma gliela ritirò quando Mosè si recò dal Faraone, gliela dette di nuovo quando andò sul monte Sinai. La luce del volto di Mosè era tale che i figli di Israele potevano avvicinarlo soltanto quando copriva il suo viso con un velo (Es 34,30).
Rabbi Isacco ha detto: “Con la creazione Dio illuminò il mondo da una estremità all’altra”. La luce poi fu ritirata perché i peccatori che sono al mondo non potessero goderne. Resta in riserva, viene serbata per i giusti come dice il salmo: “la luce è seminata per i giusti” (Salmo, 97, 11).
Questa luce sgorgò dalle tenebre percosse e squarciate dai colpi dell’inconoscibile. E proprio a partire dalla luce che fu nascosta per qualche via segreta furono formate le tenebre dei mondi inferiori dove risiede la luce. Queste tenebre sono chiamate notte del versetto “e le tenebre le chiamò notte” (Genesi, 1,5).

Il fuoco e le luci

Quando la luce prende concretezza di cosa acquista la dimensione delle cose terrene, si manifesta in fuoco e fiamma. Già la luce poteva essere pura vibrazione o esser colorata; la fiamma, ancor più della luce si diversifica. Del fuoco, Rabbi Simeone dice:

È scritto in un versetto ‘perché il Signore tuo Dio è un fuoco divorante’ (Deut 4,4). Secondo altri sapienti, esiste una sorta di fuoco più potente di ogni altro fuoco che divora e consuma ogni altro fuoco. Così chi ha cuore di cogliere il mistero della Santa Unità di Dio, contempli la fiamma che si eleva dal carbone ardente o da una candela.
Bisogna sempre che ci sia qualche sostanza materiale da cui si innalzi la fiamma. Nella fiamma si possono vedere due luci, una è bianca e brillante una è nera o blu. Delle due la luce bianca è la più alta e si innalza senza vacillare; al di sotto vi è una luce blu o nera sulla quale riposa la prima, come su uno zoccolo. Le due luci sono legate e indissociabili. La bianca riposa sul trono della nera. A sua volta la base nera è legata a qualche materia che è al di fuori di essa e che l’alimenta e la fa aderire alla luce bianca, al di sopra.
Qualche volta la luce blu o nera diviene rossa ma la luce di sopra resta sempre bianca.
La luce inferiore, nera che sia, blu o rossa, è tramite e legame tra la luce bianca al di sopra di essa e la sostanza materiale in basso. La luce inferiore per natura, è uno strumento di morte, di distruzione che consuma tutto ciò che le si avvicina, ma la luce che sta sopra non consuma né distrugge.

Con questa rappresentazione del misterioso legame e passaggio tra il mondo terreno dimensionale delle cose e la realtà suprema, la cabala da una chiave – naturalmente nel suo quadro spirituale di non facile acquisizione – per prospettare una soluzione, o per meglio dire per suggerire una lettura del problema cosmologico e cosmogonico, e di conseguenza una lettura dei rapporti tra il bene (legato all’assoluto, all’inconoscibile, alla luce) e il male legato al contingente, all’errore: due luci nella stessa candela, nello stesso fuoco, nella stessa fiamma. La luce bianca e la luce inferiore. La prima è divina, costruttiva, invariabile, non consuma né distrugge. Il Saggio commenta “ecco perché Mosè ha detto ‘il Signore tuo Dio è un fuoco divorante”, divora cioè tutto quello che è al di sotto di Lui. Ha detto il tuo Dio non il nostro Dio perché Mosè era tenuto nella luce celeste che non consuma né distrugge.
Anche la missione di Israele viene collegata a questo misterioso gioco di luci. Israele porta la luce blu a bruciare e ad aderire alla luce bianca; funge così da tramite, tra i due mondi.
Finalmente, in questa misteriosa strada delle luci colorate e poi bianca si aggiunge un’altra luce appena percettibile simbolo dell’essenza suprema 13.
La Cabala ha la sua scaturigine nell’interpretazione numerica e letterale dei simboli dell’alfabeto; essa ritrova nel nome YHVH il processo delle luci: nell’ultimo H si esprime la luce blu o nera, mentre nelle prime tre lettere è presente la luce bianca e scintillante. Talvolta l’H della luce blu diviene l’iniziale della parola che vuol dirmiseria, miserabilità.

Israele, Luce blu, Luce bianca, Luce impercettibile

La sensazione, a questo punto della lettura dello Zohar, è di meraviglia incantata, di desiderio di sentirne di più, ma anche di sgomento o smarrimento intellettuale, poiché ci si rende conto della inadeguatezza, come strumento di analisi, dei termini e dei concetti della tradizione razionalistica occidentale. Le parole del saggio sembrano decadere e disperdersi col loro vorticoso gioco di luci in elucubrazioni difficilmente comprensibili, ma esercitano un richiamo alla mente, offrendo una ricchezza di senso che non permette di abbandonare il campo, quasi ci trovassimo soltanto di fronte ad una costruzione fantastica o ad un semplice gioco di esempi esplicativi.
In realtà, come è stato detto tante volte, la Cabala ha un suo linguaggio che consiste in rappresentazioni ed immagini che possono essere solo con approssimazione trasprogrammate, per così dire, nell’usuale linguaggio appreso sui banchi del liceo o comunque dai libri, legato storicamente alla filosofia del mondo greco-romano. Ma non basta. È impossibile andare al di là del significato verbale delle affermazioni cabalistiche per coglierne il senso se si pretende di interpretarle con i dati e le leggi dello sperimentalismo della scienza moderna, altrettanto inadeguato dello strumentario concettuale della filosofia aristotelica. Diciamolo in termini di cabala: se il Sole si identifica con lo spirito e la sua luce è la conoscenza diretta, mentre la conoscenza lunare è razionale e riflessa, il saggio cabalista direbbe di non limitarsi alla conoscenza diretta, mentre la conoscenza lunare, qual è certo la nostra per la sua tendenza a definire e rappresentare per quantità e forza vettoriale le cose.

La luce e il sacrificio

E le domande che si pone il saggio cabalista sono le stesse che continuiamo a porci noi razionalisti, viandanti sulla stessa strada, anche se con altri abiti mentali. Un esempio soltanto: il sacrificio, il mistero del sacrificio, perché, quale ne è il senso? La nostra logica raziocinante non dà risposta; anche nella Cabala costituisce problema cogliere il senso di questa soppressione rituale di un essere vivente. La strada alla risposta non si limita a considerazioni scientifico-naturalistiche; esso viene riportato al discorso delle luci:

Il fumo che si eleva infiamma la luce blu che si unisce allora alla luce bianca e così la candela è tutta intera illuminata da una sola ed unica fiamma poiché è natura della luce blu di annientare quello che entra in contatto con essa in basso, il fuoco discende e consuma l’olocausto ed è questo che rivela che la Catena è completa. La lue blu aderisce in questo caso alla luce bianca divorando la carne e il sacrificio in basso. La pace regna nei mondi perché si ricostituisce la catena. Quando la luce blu ha divorato ogni cosa in basso il canto e la preghiera dei sacerdoti e di fedeli formano una catena per cui vi è una sola luce che rischiara il mondo.

Olocausto, fumo, luce blu, luce bianca. Il continuum del mondo

Insomma, il fascino che esercita lo Zohar e in genere le opere maggiori della Cabala viene da questo: nella riflessione aristotelica, tomistica e kantiana che sono fondamento metodologico prima che contenutistico della nostra cultura, e più in particolare, della nostra speculazione filosofica, i due mondi, quello della spiritualità e quello della materialità sono nettamente distintie si accetta pacificamente la dicotomia res estensa/res cogitans cartesiana quasi fosse un dogma inattaccabile.
La Cabala non crede in questa separazione e si pone alla ricercatezza attenta del legame tra pensiero e materia; tra queste due entità che vengono colte come modi diversi dell’essere, necessariamente deve esservi un ponte, una sostanza di passaggio e collegamento. Il ponte è la luce, come si è visto, luce che tra l’altro nella nostra scienza moderna ha due aspetti, energia ondulatoria e massa materiale. Sebbene io sia estremamente diffidente nei confronti di paralleli tra dati della scienza naturalistica e ricerca spirituale, è certamente soprendente questa inafferrabilità fisico-matematica della luce la quale sembra assumere nella scienza altri aspetti per così dire metafisici se è vero che nessun corpo potrebbe mai superare la velocità della luce, se è vero quindi che raggiungerla vuol dire annichilirsi, certo, questa distinzione così netta tra ciò che non si tocca e la materia comincia a sembrare meno sicura.

Idee e cose, princìpi e luce

D’altronde si ritrova in una certa tradizione collaterale, non accettata per così dire dal pensiero ufficiale, il modo di procedere intellettuale che conduce a dubitare della dicotomia del mondo. Scriveva Artaud 14, con una penetrazione del campo nebbioso di incertezza tra cose e astrazioni, che impone di riportarne il brano:

“Vi sono veramente dei princìpi? Voglio dire dei princìpi separati e che esistono dietro le cose? O, in altri termini, gli dèi della nomenclatura pagana hanno un’esistenza meno affermata e meno valida che i princìpi di cui ci serviamo per pensare? E questa domanda ne fa sorgere un’altra: Vi sono nello spirito dell’uomo delle facoltà veramente separate?
Ci si può del resto chiedere se un principio sia altro che una semplice facilitazione verbale; e questo riconduce alla questione di sapere se vi è qualche cosa al di fuori dello spirito che pensa, e se, nell’assoluto, dei princìpi esistano come realtà o come esseri che ripartiscono le loro energie.
In qual misura, e per quanto in alto si risalga verso l’origine delle cose, dei princìpi, viventi come realtà separate, sfuggono a un giuoco dello spirito intorno ai princìpi? E vi sono nell’uomo stesso delle specie di facoltà-princìpi che avrebbero una esistenza distinta e potrebbero vivere separate?
Ma se nella continuità, nella durata, nello spazio, nel cielo in alto e nell’inferno in basso, i princìpi vivono separati, essi non vivono come princìpi, ma come organismi determinati.
L’energia creatrice è una parola, ma che rende possibili le cose eccitandole col sostegno del proprio fuoco-essenziale. E come nel mondo creato ci sono tutte le qualità della materia, tutti gli aspetti della possibilità, degli elementi che si contano per mezzo di numeri e si misurano per mezzo della loro densità, così il flusso creatore che prende fuoco a contatto con le cose – e ogni colpo di fuoco della vita sulle cose equivale a un pensiero – questo flusso negli organismi chiusi, e che vanno dalla nostra grossolanità materiale alla più improbabile sottigliezza, compone ciò che chiamiamo Esseri, e che non sono altro che dei soffi nella durata.

Le fonti del sapere

Naturalmente la cabala è lontana dalla mentalità scientifico-naturalistica anche per il richiamo costante e necessario al testo sacro, considerato fonte di scienza: oltre i testi già citati, ricordiamo che la Cabala costruisce la sua interpretazione sul buio che colpisce gli egiziani e non il popolo eletto (Es 21,23), sull’episodio della colonna di fuoco che conduce il popolo eletto fuori dell’Egitto (Es 13, 21; 14,19, 2; Salmi 78, 14) e sui brani in cui le scritture ripetutamente associano la luce con il Creatore:

O Jahvé mio Signore hai provato di essere veramente grande; Tu ti sei avvolto nella dignità e nello splendore e la luce è il Tuo ornamento (Salmi, 14, 1-2).

Mi apparve una figura di uomo, da quelli che parevano i suoi fianchi in su lo vedevo splendere come l’elettro, come una visione di fuoco all’interno e intorno a sé e dai fianchi verso il basso mi sembrava pure una figura di fuoco con uno splendore tutto attorno assai simile allo splendore dell’arcobaleno che appare nelle nubi in un giorno di pioggia (Ezec 1, 27, 28).

La luce del giorno (Gb 35,12,15) è la nemica dei malvagi:

da che vivi hai tu comandato al mattino? hai tu additato all’aurora il suo posto ond’ella serri i lembi della terra e ne scacci i malvagi? si trasforma allora come la creta di un sigillo e si presenta con un vestimento ed è sottratta agli empi la loro luce e il braccio eretto è spezzato.

La luce, la luna

Nel discusso e spesso frainteso Tramonto dell’Occidente si metteva in evidenza che il senso che noi uomini del 2000 diamo ad una scultura gotica è profondamente diverso dal senso che le dava l’uomo del medio evo, nonostante che se usiamo un metro, le misure sono ovviamente le stesse per noi e per lo scalpellino medievale che si preparava a scolpire la pietra.
È lo stesso per la luce, se vogliamo. La luce per noi è necessariamente inquadrata in un mondo di scienza naturale necessariamente inquadrata in un mondo di scienza naturale per il quale deve avere delle spiegazioni galileiane, mentre nella visione cabalistica la luce ha valore come si è detto di anello di congiunzione tra il mondo senza dimensioni o informale e il mondo delle tre dimensioni.
In quel quadro di idee, è profondamente erroneo parlare di simbolismo della luce, se per simbolo si intende una sorta di appiglio analogico per spiegare un fenomeno. La luce è un segno, e attraverso il momento intuitivo, proprio dell’arte ma non ad essa esclusivo, arriviamo anche noi a cogliere il senso della luce, senso restato vivo in alcune espressioni apparentemente insignificanti del nostro parlar quotidiano.
Certo venire alla luce (per nascere) è espressione in cui luce è qualcosa di più della gelida lampada elettrica della sala parto odierna. Chi dice luce del volto, o racconta la gioia dell’uomo dicendo gli si illuminò il volto vuol esprimere certamente qualcosa di più del fascio di luce di un riflettore da teatro. Mille altre espressioni ritrovano questa luce come momento di penetrazione dello spirituale oltre la soglia della materia.In questa visione della luce, non così aliena alla nostra Gestaltspirituale, l’aspetto più ambiguo e di più difficile interpretazione è quello del buio della notte, (del quale fa parte, anche se per schiarirlo) la luce della Luna, luce sì, ma inestricabilmente connessa alle tenebre.
In questa visione si inserisce l’antica tradizione della Luna la quale nei tempi più antichi quando riappare durante il mese scatena la gioia dell’uomo, sicché nelTalmud si parla della Luna che si rinnova e si ricorda che i buoni un giorno ringiovaniranno come fa la Luna; poi la meditazione si sposta sulla deficienza della Luna nell’alternanza delle sue fasi, tanto che in una spiegazione del Talmud, si afferma che Dio ha menomato la luna che originariamente aveva la stessa luminosità del Sole. Dio proclama di sacrificargli una vittima, in espiazione del fatto che Egli ha ridotto la Luna 15.
La Luna come la Shechinah come la Luna riacquista la luminosità e poi decade di nuovo fino a uno stadio di completa oscurità, di povertà. La redenzione potri riportare la luna ad uno splendore originario. È insomma la luce della Luna quella più vicina alla luce della grande crisi del distacco di Adamo dal Creatore e dal suo giardino. La perfetta scomparsa della luna rappresenta la discesa nelle terre dell’esilio e l’esperienza dei terrori. La Luna nuova è anche il momento però in cui inizia la meditazione sul Messia, che nella visione cabalistica è evidentemente riconquista della luce:

Da nord si eleva il vento, una scintilla scaturisce dalla forza del nord dal fuoco di Dio e colpisce sotto l’ala l’Arcangelo Gabriele e il suo grido sveglia i galli a mezzanotte. Da quel momento fino all’alba il pio si dedica allo studio della Torah.

Ed è l’ora della Luna, la mezzanotte, contrapposta al mezzogiorno, quella in cui si svolge una veglia praticata dal circolo dei cabalisti dello Zohar 16: a mezzanotte Dio entra in paradiso per andare a passeggio con i giusti, a mezzanotte si svolge un dialogo, che giunge fino all’unione mistica, tra Dio e la Shekinah.

Il riflesso di luce

Nello Zohar il processo della creazione corre dall’assoluto purezza immateriale alla progressiva materializzazione del mondo. Nella dottrina lurianica, in ogni livello della emanazione si ritrova non soltanto la luce diretta, la luce che proviene dal centro luminoso dell’en sof, ma anche la luce diretta, la luce che proviene dal centro luminoso dell’en sof, ma anche la luce che proviene dal centro luminoso dell’en sof, ma anche la luce riflessa in direzione opposta, la luce riflessa dunque risale, per così dire lungo la catena della emanazione, cioè tende a ritornare all’originale sorgente. In ogni sefirah esiste quindi un doppio corso della luce. Se il raggio viene filtrato verso il basso, dal basso però viene un riflesso verso l’alto. La struttura globale del mondo dell’emanazione come di ciascuna parte di esso dunque è costituita dalla simultanea attività della luce diretta e della luce riflessa.
La ritrazione consiste nel fatto che prima ancora di porre in essere l’universo da sé stesso attraverso l’emanazione di luce, il creatore compie un ritrarsi da sé stesso in sé stesso e si crea quindi uno spazio vuoto. Questo spazio vuoto (infinitesimale per en sof) è invece l’immensità tridimensionale nella quale si realizza l’intero en sof, nel sistema lurianico diviene un punto di vuoto; l’idea della ritrazione e della luce riflessa, aspetto uguale e contrario alla luce primordiale, fa parte dell’essenza divina. Forze, luci ed attributi destinati ad esser resi manifesti più tardi (includendo anche le forze di risposta, di pietà e di giudizio) erano già presenti in uno stato indifferenziato di realtà indistinta all’interno di en sof, ove pietà e giudizio sono naturalmente soltanto le radici nascoste e potenziali delle forze corrispondenti che divengono manifeste ed esistenti nel mondo: “la radice del divino giudizio non era riconoscibile come tale, era dissolta nell’abisso infinito dell’essenza divina come un grano di sale nell’oceano”.
Come il popolo va in esilio, così en sof si ritrae; nello spazio vuoto lasciato dalla sua luce creatrice, che illumina lo spazio primordiale della creazione e agisce sulla residua che mette in movimento il processo cosmico secondo la struttura ordinata delle dieci Sefiroth.
La dottrina della ritrazione è basata – come scrive Scholem – su un’asserzione semplice, crudamente naturalistica: come è possibile per il mondo esistere se l’en sof, la divinità infinita l’occupa tutto quanto? Se la luce di en sof si trova in ogni dove, quale spazio resta? Evidentemente Dio, nel proiettarsi al di fuori riduce, ritrae la propria nascosta essenza. Il processo di ritrazione e di emanazione è l’ultima realtà della creazione. I due princìpi, le due forze, agiscono e reagiscono per cui si può in qualche modo pensare ad una sorta di ritmico respiro del Dio vivente attraverso appunto il chiudersi e l’aprirsi, il ritrarsi e l’emanare.
La suprema manifestazione prodotta dal primo raggio di luce, cioè dalla linea diretta che penetra nello spazio primordiale è l’uomo primordiale Adam Kadmon. Da questo essere che non è niente altro che il modo di esistenza delle luci naturali dello spazio primordiale si formano varie luci con un processo che è descritto in termini simbolici come spezzare i vasi o morte di re.
Per cogliere il senso di questi termini è necessario far presente che il vaso è il contenitore usato dall’artigiano e quindi le Sefiroth sono vasi contenitori, nel senso che sono gli strumenti usati da Dio emanante nel processo della creazione 17.

Luce attiva e luce resistente

Elaborata da Natan di Gaza che riprende la dottrina lurianica dello zimzum insistendo su alcuni aspetti della luce. All’inizio in en sof vi sono due specie di luci o aspetti che possono essere chiamati attributi in senso spinoziano. La luce pensante e la luce non pensante. La prima è diretta, è focalizzata allo scopo della creazione, ma nella infinita ricchezza dello en sof – scrive Scholem – ci sono forze o princìpi che non sono diretti alla creazione e il cui unico scopo è sapere che cosa essi sono e restare dove sono.
Questa è la luce non pensante che è estranea al processo creativo.
Quando per la formazione del processo di nascita dell’universo distinto da Dio, la luce pensante si ritrae per lasciar spazio alla creazione stessa, alle altre essenze, la luce non pensante che rimane nell’assoluto totale perché non ha preso parte alla dinamica creativa, resiste per così dire, si oppone, fa da inerzia nei confronti del trattamento negativo e allora attraverso un paradossale meccanismo essa diviene ostile e distruttiva quindi il potere del male è in definitiva fondato e non radicato nella luce non creativa di Dio. La dualità della forma e della materia prende dunque un nuovo aspetto, ambedue sono fondate in Dio. La luce non pensante non è male in sé stessa ma prende questo aspetto perché si oppone all’esistenza di ogni cosa che non sia en sof e pertanto è posta, si pone a distruggere strutture prodotte dalla luce pensante. Così l’infinità riempita con la luce non pensante, mescolata con qualche residuo della luce pensante restata dopo zimzum è chiamata Golem, la materia primordiale senza forma. L’intero processo della creazione procede pertanto dalla dialettica di due luci, in altre parole attraverso la dialettica praticata nel vero en sof.
Così la luce senza pensiero costruisce strutture di sua propria natura, il mondo demonico il cui solo intento è di distruggere che cosa la luce pensante ha prodotto. Queste forze sono chiamate i serpenti che si svolgono e si avvolgono nel grandi abisso. I poteri satanici chiamati nel Zohar sitra ara, ‘altra parte’ non sono niente altro che l’altra luce dell’en sof.
Dunque anche la dottrina così elaborata di Sabatay Zevi evidenzia il grande problema della sussistenza del male, ma per la prima volta esso viene visto come una parte di Dio cioè la parte che si oppone alla creazione non quindi come un principio creato, come accade nel cattolicesimo e nel cristianesimo in genere, non quindi come nella gnosi dualistica nella quale ha capacità di Dio anche il male e soltanto al di là dei due poteri si pone la abraxas inconoscibile che in quanto è il tutto non può non comprendere ogni forza.
Dunque la resistenza della luce senza pensiero alla attualizzazione della luce che contiene pensiero deriva dal fatto che l’unico impulso della luce senza pensiero è quella che niente esista all’infuori di en sof. Ad ogni stadio della creazione si rinnova la lotta tra le due luci.
Per la dottrina della contrazione nel pensiero lurianico “egli contrasse la sua luce quasi come un pugno in concordanza con le sue proprie misure e il mondo era lasciato nel buio e in quelle tenebre egli innalzò rocce e acque scure. In altri termini la creazione non viene intesa come concentrazione di un potere di Dio in un luogo, ma come ritrazione da un luogo. Il luogo dove egli si ritira è puramente un punto a paragone della sua infinità ma comprende dal nostro punto di vista ogni livello di esistenza sia spirituale sia corporeo. Questo punto è lo spazio primordiale chiamato tehiru 18.
Ma il punto dal quale Dio si è ritratto ha in sé un residuo per così dire di luce che è come la goccia d’olio che resta nella bottiglia quando essa è vuota e la hyle la materia prima su cui si svolge la creazione è proprio questa, rescimu, questo residuo del fondo della bottiglia.
Per la dottrina più comune 19, viene lasciato uno spazio libero e questo spazio libero è riempito da un raggio di luce dell’en sof; là, per forza naturale si crea l’Adamo che precede tutta la creazione. Lo sviluppo avviene in forma di circoli concentrici e questa luce è lo stesso en sof o è una sostanza diversa. I cabalisti distinguono le loro posizioni, ma su ciò rinviamo alle analisi storiche della cavala, limitandoci a dire che dall’Adam Kadmon creatosi si proiettano luci, alcune onnidirezionali, sfericamente irraggiantisi, altre che procedono linearmente, come raggi unidirezionali; queste si concretizzano poi nella forma delle lettere. Si collegano così due aspetti tipici della speculazione cabalistica, quello relativo ai segni alfabetici e numerici con quello della luce.

Le Sefiroth

I cabalisti pongono dieci forze operative, Sefiroth, di natura divina emanate (ma il termine è già troppo definitorio); l’energia di ciascuna delle Sefiroth si rivolge verso l’alto attraverso la pietas cabalistica positiva e verso il basso per la forza negativa del peccato. Questa è la linea di fondo della dottrina segreta.
Per denominare e descrivere le Sefiroth vengono utilizzati i termini allegorico simbolici, biblici e della tradizione rabbinica. L’intera Bibbia ebraica non è più studiata come narrazione storica, bensì viene interpretata – decifrata, se così si può dire – come velata esposizione del processo dinamico delle Sefiroth. I simboli delle Sefiroth sono numerosi e variati nella Cabala classica che poi si ricollega al libro dello splendore.
Nel mondo, che è immagine somigliante a Dio, le Sefiroth costituiscono una costellazione che ripercorre la forma umana 20. Al di sotto v’è il mondo degli esseri singoli, il mondo degli angeli e degli spiriti, poi il piano dell’essere materiale. Il processo della emanazione conduce dunque dall’unità al molteplice. Il senso e lo scopo della meditazione e della prassi cabalistica è appunto la risalita fino all’unità ripercorrendo i gradi della emanazione.

L’attesa messianica

Nella Cabala, nel tardo medio evo e dell’evo moderno l’attesa messianica prende sempre più spazio e l’uomo spera che la fine della storia possa essere in qualche modo sollecitata se non provocata dall’uomo con le grandi operazioni cabalistiche. Da questo orientamento operativo, si svolge in alcuni circoli una volgarizzazione semplificativa; dalla dottrina segreta nasce una nuova generale teologia ebraica, talvolta con aspetti superstiziosi e/o di magia operativa 21, la cosiddetta Cabala pratica.
I cabalisti come Luria e i suoi discepoli esercitano un notevole influsso in questo senso. Il tema dell’origine del male, del destino dell’anima, specialmente il problema del Messia, luce che si espone alle tenebre, è al centro degli interessi. Dopo il movimento messianico forte e tragico dei Sabatiani del 1600, lo studio della Cabala ritorna ad essere compito di circoli ristretti, anche se gli eventi storici vengono spesso interpretati da molti credenti sulle tracce dei principi cabalistici 22.

Luce di paradiso, luce di cabala

Non prendo posizione in questa sede, per non perdere il filo del discorso, sui problemi dei rapporti tra la speculazione cabalistica e le concezioni di Dante, che hanno fatto versare fiumi di inchiostro per l’eventuale iniziazione di Dante alla setta d’amore; certo il modo in cui Dante presenta la parte alta del cielo dove v’è sublime contatto tra Dio e la realtà del paradiso (che non è fuori del mondo, bensì fa parte di un continuum fino all’altro polo, quello satanico), è quanto meno di una analogia impressionante con la visione dell’en sof e del mondo che intorno all’en sof si raccoglie. Resta naturalmente la distinzione di fondo per la quale Dante si preoccupa costantemente di parlare di creazione esterna, di distinzione netta, di distanza infinita tra creato e creatore, mentre questa distinzione non è così chiaramente proclamata nel pensiero della Cabala, poiché le creature sono scalarmente meno divine, per dir così, quindi non sono sentite così diverse da Dio, tanto che si arriva, come s’è detto, nella Cabala Lurianica, a vedere un movimento di ritrazione dell’assoluto per lasciar spazio alla sua creatura, in un eterno respiro del cosmo Dio/universo.
Nel canto XXVIII del Paradiso, Dante vede “un punto quindi che irraggiava lume acuto / sì che il viso che egli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume”. Intorno a questo punto che irradia luce così potente che l’occhio si abbaglia e deve chiudersi a causa della intensità, intorno a questo punto che non ha dimensioni, si avviluppa un alone che è un cerchio di fuoco che gira con velocità immensa e poi successivamente si presentano i diversi cerchi angelici che in qualche modo sono sempre più – se si vuole – materiali tanto che aumenta la loro grandezza e diminuisce la loro velocità e luminosità. La struttura cosmologica, come si vede, ha parecchi punti di consonanza con quella dell’alta Cabala 23.
Di solito, invero, si pone l’accento sulla organizzazione geometrica di questo mondo dantesco. Sembra particolarmente significativo, invece, questa proiezione della luce dal punto luminoso di Dio, senza dimensione, alle diverse forme di realtà.
E l’accostarsi di Dante a Dio è ripercorrere verso l’alto la strada delle Sefirot, se si accoglie l’analogia cabalistica. Nel canto XXX del Paradiso, alla soglia dell’empireo nell’incerta attesa “immersi nel silenzio più profondo e in una luce che ha il carattere indefinito di quella del cielo prima dell’alba”, Beatrice annuncia che Dante è uscito dal primo grande cielo per entrare nell’empireo che è pura luce, l’occhio viene dapprima abbacinato, poi acquista forza visiva incommensurabilmente superiore, per cogliere Dio 24.
Nella visione dantesca, il passaggio tra il creatore ed il creato, quindi (in terminicabalistici) il contatto tra l’en sof e ciò che è al di fuori avviene attraverso il fulgore, fulgore che non è puramente intellettuale ma è di partecipazione, tanto che viene definito come amore, come compresenza.
Dante con una nuova ‘luce degli occhi’ vede il mondo come lume “in forma di rivera / fluvido di fulgore infra due rive / dipinte di mirabil primavera”. È inutile certo ripercorrere le dottissime disquisizioni teologiche che si sono svolte attorno a questi punti.

Lume è lassù che visibile fece
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
e si distende in circular figura
in tanto che la sua circonferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
Fassi di raggio tutta sua potenza
riflesso al sommo del mobile primo
che prende quindi vivere e potenza.

Una visione, quella dantesca, della gerarchia degli esseri, dal punto sublime adimensionale tutto-luce, agli astri sublimi, alla umanità anelante al cielo, al mondo organico sottoposto a ferree leggi, alla bruta materia disorganizzata, lontana dal punto centrale, tenebrosa. Così questi versi difficili e apparentemente lambiccati a prima lettura, diventano di chiaro significato una volta che si tenga presente la dottrina cabalistica: luce come sostanza e come energia trasmettitrice del potere, della verità, della vita.

Il senso odierno della cabala

Ma qual è il senso di quel ‘modo di pensiero’ (così definirei la cabala; infatti metodo è un modo che richiede una procedura prestabilita, atteggiamento è troppo poco determinato in senso finalistico conoscitivo) per il nostro Zeitgeist che dà forma all’attuale figura di mondo?
“Il nostro mondo, scriveva Sergio Quinzio 25, è ormai radicalmente secolarizzato, carico di tecnica, di nichilismo e quindi assolutamente disincantato”. Quanto scrive non vale per il mondo spirituale percorso da forze non soltanto geometriche e secolari, ma è vero per la nostra scienza, che addirittura si va disumanizzando (staccandosi dall’uomo, in senso proprio, non solo inaridendosi!) visto che la ricerca sfugge sempre più all’essere umano per essere praticamente portata avanti dai computer.
Quale che sia l’estensione del fenomeno, vi è una alternativa a questo totale disincanto, che teniamo per vero perché efficace fondamento d’una scienza potente ed operativa qual è l’attuale, ma paradossalmente vissuto come menzogna perché assolutamente non appagante?
Una delle possibili alternative è certamente quella del reincanto, quello della rilettura in chiave di forze affascinanti (direi: di magia) dell’immenso universo; è la strada che viene seguita dalle mitologie dei nuovi gruppi religiosi, sorgano essi fuori o all’interno delle grandi religioni.

Il pensiero mitico

Ma forse vi è una terza strada tra il pensiero disincantato e la visione magica del mondo. La terza strada – seguo ancora Quinzio che si ispira a Givone – la terza strada è il pensiero tragico, il pensiero mitico nel quale sussistono conflitti e contraddizioni. “In tale pensiero incanto e disincanto, tecnica e poesia, identità e differenza, finito ed infinito, vengono pensati insieme. In realtà è la grande strada imboccata da Hölderlin e da altri autori che hanno sentito questa tragicità del pensiero; se la verità implica il suo contrario, se può convivere il momento dell’incanto col momento del nichilismo e della tecnica secolarizzata, resta la gioia dell’osservazione che è nel fondo anche di ogni tragedia”.
Sotto questo profilo, riprende senso la via della Cabala come visione della luce che si diffonde nel cosmo che anzi costituisce il cosmo, in qualche modo restringendo addirittura il posto di Dio; non si tratta di ridurre col godimento estetico l’ansia, essenziale all’uomo, d’osservare, di sapere; piuttosto, a questo nostro tragico pensiero nel quale convive la nostalgia del mondo incantato, la tecnica e il nichilismo, la cabala può dare l’intuizione meravigliosa dell’armonia del cosmo, ritrovare il cantuccio lasciatoci da Dio nel suo ritrarsi, che nulla gli toglie (ritrarsi di un punto adimensionale, non riduce lo spazio di Dio), ma dona a noi un espandibile universo.
La Cabala e il suo fiorire di luci presenta un mondo – l’espressione è di H. Corbin in il paradosso del monoteismo – che può essere indicato come mondo immaginale. In qualche modo, riassume Quinzio, “tra il mondo della percezione sensibile e il mondo astratto dell’intelletto c’è l’intermondo dell’immagine, luogo dove i corpi si spiritualizzano e gli spiriti prendono corpo, luogo del realismo visionario della manifestazione teofanica”.
Soltanto quando ci si rende conto dell’esistenza degli angeli, cioè l’esistenza delle gerarchie divine, se vogliamo, delle Sefiroth, si ritrova la controparte celeste dell’uomo, quella archetipica angelica.
Devo confessare che Corbin per me esplicita una sensazione che ho sempre provato nel pensare ai massimi problemi: il monoteismo esoterico (chiamiamolo filosofico, per approssimazione; forse razionalistico?) è in qualche modo ancora idolatrico in quanto vuole afferrare Dio e la sua forza (che anzi, propriamente non è ancora forza e luce, è pre-forza e pre-luce: ha/è in sé forza e luce), vuole com-prendere l’assoluto trascendente e inconoscibile, come se fosse un oggetto osservabile ed apprensibile. Sotto questa prospettiva non appare così paradossale e assurda la tesi della necessità degli angeli, sostenuta dal Corbin nel suo paradosso 26.
In altri termini, si può ritrovare attraverso la luce della Cabala, quella natura che oggi è soltanto un oggetto di preoccupazione per gli esiti catastrofici che minacciano la vita, ridotta dunque a strumento tecnico della nostra salute, vagheggiata come un ambiente ‘pulito’ in cui abitare comodamente e senza pericoli.
Forse dobbiamo ritrovare, attraverso la via della tenebra e della luce, quel senso “di tremebonda venerazione, di sacra paura di fronte al maestoso, insondabile mistero della potenza soverchiante della natura, in cui vita e morte, ordine e sopraffazione si alternano e si mescolano senza fine”.
Ma non è più possibile, secondo Quinzio, raggiungere questa meta. Io credo invece che la battaglia contro la disperazione tecnica, la disperazione nichilistica che ci sovrasta, possa avvenire in questa fine di millennio proprio con l’arma della contemplazione – contemplazione critica, consapevole dello stridore con gli assiomi della nostra scienza/tecnica potentissima – della luce della Cabala che in questo mondo fatto soltanto di forze insensatamente operanti, cieche e solo causalistiche, ci racconta di un Dio che ritira un poco il suo luogo, per lasciare un angolo dell’immensità anche all’uomo, all’interno dell’assoluto en sof. E quest’angolo, Egli inonda di luce, di stelle, d’arcobaleni.
Beninteso, lettore che mi hai seguito lungo la strada del pensiero tragico o mitico, non parlo di ingenua fede, così difficile per il nostro Zeitgeist critico (il grande Pan è morto, e non soltanto il grande Pan), ma di un impegno esistenziale. Mi accontento di fronte al mistero, di un commitment guardingo, fondato sulla certezza che il raggio di luce non ha soltanto fotoni e vibrazioni, ma è anche lume degli occhi. Questo, la fisica quantistica non può togliercelo, né può toglierci gli arcobaleni, le stelle, i luminari del cielo 27.


Note

  1.  Benoist K., Signes, symboles et mytes, Parigi 1978: La luce è dunque energia: nelle credenze del sufismo il cuore dell’uomo è come una lanterna di vetro nel quale si trova la sua coscienza più segreta sotto forma di una lampada accesa dalla luce dello spirito. Per un dotto esame biblico e storico-teologico dal punto di vista cattolico, vedi J. Ratzinger, Licht, in Handbuch theologischer Grundbegriffe, Monaco 1970.
  2.  Widengren G., Il manicheismo, Milano 1964.
  3.  Rinvio a Raffaello Del Re, in E. Zeller e R. Mondolfo, La filosofia dei Greci, Firenze 1979.
  4.  Shubert K., The dead sea community, Londra 1960.
  5.  La Cabala – propriamente ricezione, tradizione – espressione originale del pensiero, designa un orientamento speculativo che si sviluppa nella cultura ebraica del sud della Francia, della Spagna del nord, dal tardo XIII secolo.
    Essa si fonda su una visione del mondo che in prima approssimazione può essere definita neoplatonica ma che comunque viene sviluppata con riferimento costante alle fonti tradizionali, la Bibbia, il Talmud e la Midrach; la ricerca cabalistica vuole rispondere alla domanda ultima, quella che chiede di spiegare, di mostrare ed anche di giustificare il rapporto tra la realtà assoluta trascendente (en sof) e il mondo che ci circonda contingente e pieno di difetti.
    Mi limito a richiamare l’opera di Sholem G., Kabbalah, New York 1988, con riferimenti alla amplissima letteratura.
  6.  l Vangelo giovanneo viene letto spesso in termini assai vicini a quelli della cabala; v’è naturalmente da intendersi, poiché negli autori cristiani si tratta la luce come simbolo più che come segno, come immagine non come realtà. Resta l’obiettivo fatto che Giovanni vede la storia cosmica come lotta tra luce e tenebre. “La vera luce è una energia increata vivente che ritma i giorni della nuova genesi, Dio è luce (Gv 1, 5-7); Essa si irradia per l’azione di Gesù, come l’energia-luce si irradia nel mondo materiale per mezzo dei grandi luminari (J. Goettmann, Saint Jean, évangile de la nouvelle Genèse, Parigi 1982).
    P. Teilhard De Chardin, La messe sur le monde, scrive: “siamo dominati dall’illusione tenace che il fuoco sorge dalla profondità della terra… si deve rovesciare la visione… All’inizio non c’era il freddo e le tenebre, c’era il fuoco, spirito bruciante, fuoco fondamentale e personale, è la luce preesistente che pazientemente ed infallibilmente elimina le nostre ombre”.
  7.  Cfr. Bottero J., Naissance de Dieu, Parigi 1986; Nordio M., (a cura di), La genesi, Milano 1977.
  8.  Benoist, Signes, cit., 58. Budda si manifesta nel mondo degli uomini discendono i sette gradini, i sette colori, dell’arcobaleno.
  9.  In Zohar, The book of splendor, New York 1990, una scelta curata da G. Sholem.
  10.  A. e K. Toaff, Il libro dello splendore (scelta, con introd.), Pordenone 1994.
  11.  Questo punto primordiale è stato spesso riportato all’atomo di massa nulla e di energia infinita del big-bang, che la scienza fisico-matematica pone all’inizio temporale del mondo. Nonostante il fascino di questi parallelismi, mi attengo al principio che si tratta di espressioni che hanno unità di misura tra loro incommen- surabili. Potrei aggiungere che le teorie scientifiche cambiano per adattarsi alle nuove scoperte, le immagini come questa della luce segreta sono immutabili nella loro capacità evocativa.
  12.  In un discorso di Gesù (Mt 6, 22-23) si segue la tradizione (presente anche in altri passi del Vangelo) della luce. “L’occhio è lume del corpo, se dunque l’occhio tuo è sano tutto il tuo corpo sarà illuminato, ma se l’occhio tuo è guasto tutta la tua persona sarà illuminato, ma se l’occhio tuo è guasto tutta la tua persona sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che in te è tenebre, quanto grandi saranno queste tenebre?” In tale brano no solo si richiama la dicotomia tenebre-luce, ma si considera ovvio un modo di intendere la luce cui la cabala darà grande rilievo operativo: l’occhio non è solo recettore passivo ma è esso stesso lume per la persona, è un anello della lunga catena che dalla spiritualità dell’en sof conduce allo spessore materiale delle tenebre fitte.
  13.  La scienza naturalistica è partita dalla stessa osservazione della fiamma, che effettivamente si divide in parti diverse, più o meno calde, più o meno vivide di luce. Naturalmente queste parti della fiamma sono determinate dalla percentuale d’ossigeno, dai moti convettori, etc., basta accendere un becco Bunsen e variare il rapporto conbustibile / comburente per rendersene conto. Le risposte di chi non si limita ad osservare la fiamma soltanto come addensamento di particelle in combustione sono due: la fiamma è soltanto una immagine analogica, che permette di comprendere per somiglianza il processo spirituale; questa è la risposta spiritualistica, per la quale la fiamma è un esempio come un altro. Per la cabala, la spiegazione scientifico – naturalistica è una descrizione, una definizione; la realtà della fiamma è quella del ponte tra adimensionale e dimensionale.
  14.  Artaud A., Eliogabalo, l’anarchico incoronato, Milano 1977.
  15.  Scholem, Kab, 186 sgg. Quando la Luna era collegata al Sole, essa era luminosa di luce propria. Quando si separò dall’astro del giorno, l’impero delle sue proprie regioni, il suo rango nella scala degli esseri divenne inferiore e così pure la sua luce.
  16.  Scholem, Kab, 187.
  17.  Il sabatianismo, sconvolgente e tragico movimento messianico che al di là degli esiti storici arricchì d’un fermento di idee la religiosità mistica (G. Scholem,Sabatai Sovi, il messia mistico, Princeton 1989) si fonda sull’idea della ritrazione e ristorazione, della cabala Iurianica: il messia riconduce lungo il sentiero di luce alla realtà suprema. L’abiura di Sabbatai per taluni discepoli rientra in questo flusso e riflusso di luci dirette e riflesse.
  18.  Scholem, Kab, 129.
  19.  Scholem, Kab, 231.
  20.  I Sefirah, corona è la suprema manifestazione della divinità trascendente, è volontà e pensiero di Dio, II Sefirah è la saggezza divina, la ancora indifferenziata idea della Torah, III sinistra è la intuizione, meglio dire penetrazione, nelle idee dei segni numerici e letterali; essa ha già una nota di concretezza, poiché manifesta l’essere nei simboli alfabetici, La triade dei più alti Sefiroth costituisce una unità in sé. Le sottostanti sette Sefiroth si suddividono sotto questa triade in una colonna destra, sinistra e media. IV destra Abramo, assoluta Grazia, V sinistra Isacco la assoluta forza; Vi Giacobbe la Torah scritta, la VII di destra e l’VIII di sinistra hanno minor portata, IX e X si trovano di nuovo sulla colonna del centro, XI è la legittimità, cioè la colonna del mondo, il princìpio maschile, mentre X, signoria regale, rappresenta la comunità di Israele, la Torah centrale, il princìpio femminile.
  21.  Per la cabala numerologica, rinvio a M. C. Del Re, La divination informatique, Parigi 1994.
  22.  Per la comprensione del movimento che sembra abbia ritrovato forza e significato nella teologia della terra promessa di alcuni gruppi israeliani, rinvio ancora, in prima istanza, alla ricerca di Scholem, 1897-1992, ricca di informazioni e sensibile al messaggio della linea di pensiero cabalistica. È restaurazione della base della fiamma che porta all’ineffabile luminosità, o è soltanto un aggregato politico? Ma non questo il tema che ci siamo proposti.
  23.  Richiamo soltanto le classiche ricerche di Gabriele Rossetti, La Beatrice di Dante, Roma 1988, riedita dalla Atanòr, che meritoriamente ripubblica classici altrimenti introvabili; L. Valli, Dante e i fedeli d’amore, Roma 1928.
  24.  Ricominciò: Noi siamo usciti fore
    del maggior corpo al ciel che è pura luce,
    luce intellettual piena d’amore.
    Come subito lampo che discetti
    gli spiriti visivi sicché priva
    dall’atto l’occhio dei più forti obietti,
    così ne circonfulse luce viva
    e lasciommi fasciato di tal velo
    nel suo fulgor che nulla m’appariva.
    Sempre l’amor che queta questo cielo
    accoglie in sé con siffatta salute
    per far disposto a sua fiamma il candelo.
  25.  In Radici ebraiche del moderno, Milano 1990, p. 178.
  26.  Quinzio, Radici, 164.
  27.  “Immaginosamente, la luce gnostica, la coscienza dei sensi, è ben altra cosa dalla combinazione di fotoni, dalla luce fisica. La luce gnostica è una illuminazione per partecipazione al senso. I fotoni apportano la luce soltanto ad un essere illuminato o illuminabile dalla partecipazione al senso e alla propria memoria del senso. I fotoni non hanno in loro stessi niente di luminoso, lo spazio se non coltooda occhi viventi è altrettanto buio del centro della terra, anche se è pieno di informazioni in ciascun angolo… Qui dovrei aprire il discorso sulla scienza neo-gnostica, per la quale, almeno per ora, rinvio a R. Ruyer, La gnosis de Princeton, Parigi 1974, dal significativo sottotitolo, des savants à la recherche d’une religion. Anche nella tradizione cattolica e ortodossa troviamo però interpretazioni assai vicine allo spirito, mi sembra, della luce cabalistica, salva l’idea del Cristo come persona. Commentando il passo giovanneo Egli è la vera luce, che illumina ogni uomo, venendo nel mondo, versetto che per la sesta ed ultima volta usa iltermine ‘luce’ (“secondo un procedimento giovanneo, il sesto e ultimo uso d’una parola essenziale designa il Cristo nell’attività che dà il suo senso all’insieme del testo), J. Goettman, cit., scrive “figlio del padre delle luci, luce di luce, il verbo è fonte e legge di tutte le altre luci, Egli luce increata, luce autentica… La luce, che era nel mondo creato da essa, viene nel mondo presso i suoi, quindi 1 – la luce fisica fotonica è materia, 2 – la luce di vita che ci permetta di vederla è l’intelligenza, 3 – la luce del verbo incarnato è quella reale, che sconfigge le tenebre.

MADRE NOSTRA

Madre nostra che sei nelle tenebre del nostro oblio
risplenda il ricordo della santità del tuo nome,
riscaldi il soffio del risveglio del tuo regno
tutti i viandanti senza patria,
rinnovi il risorgere della tua volontà
l’eterna fedeltà fin nel profondo delle membra,
sia accolto oggi il tuo pensiero vivente nel cuore degli uomini,
che invocano il tuo perdono
per la colpa di averti dimenticata,
e sono pronti a lottare contro le tentazioni del mondo
che ti hanno condotta a vivere nelle tenebre,
affinché attraverso l’azione del Figlio
l’infinito dolore del Padre sia placato,
nella liberazione di tutti gli esseri,
dalla sventura di averti abbandonata.
Perché in te trovano rifugio, infinita saggezza e misericordia
tutti e tutto, nel cerchio del cosmo.
Amen (Valentin Tomberg)