09/02/2010

LIBERI IN ETERNO

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L'UMANITA' CREDE CHE ESISTANO COSE COME LA PACE E LA GUERRA, ESPRESSE IN SENSO MONDANO. ESISTE SOLO UNO STATO DI GUERRA PERENNE, UNA GUERRA SENZA QUARTIERE. NON SO QUANTO TEMPO FA, UNA RAZZA ASTRALE AGGRESSIVA E SPINTA SOLO DA ODIO E INVIDIA, DEPORTO' ALCUNI DI NOI IN QUESTO MONDO PREPARATO PER FARCI DIMENTICARE PERSINO DI ESSERE SCHIAVI...PER TROPPO TEMPO QUESTO E' STATO DIMENTICATO. 2000 ANNI FA UN UOMO CI RIPORTO' IN VITA DALLA PAURA DI QUESTA RAZZA, CI INSEGNO' COSE STRABILIANTI, CI DISSE COME FARE PER ESPELLERE I DEMONI DALL'INTERNO E DALL'ESTERNO....

MA I DEMONI, SUOI NEMICI, CI HANNO FATTO DIMENTICARE ANCHE QUESTO, PER EVITARE IL RISCHIO CHE NOI RICORDASSIMO OGNI COSA...

IO SONO QUI PERCHE' VI ROMPIATE LA TESTA SUL MURO, PER SFASCIARVELA E RICORDARE CHI SIETE. L'UNICO MODO PER FAR EMERGERE CHI DAVVERO SIETE E' CHE VOI VE NE ANDIATE. SE NON VE NE ANDATE, SE NON VI ARRENDETE, IL PARACLITO PROMESSO NON POTRA' VENIRE A VOI. VOLETE VINCERLA QUESTA GUERRA PER LA LIBERTA'? E ALLORA ANDATEVENE, RINUNCIATE A VOI STESSI: E' INUTILE CHE VI LAMENTIATE PER TUTTA LA VITA, PERDETE TEMPO. MORITE E FATE EMERGERE IL VOSTRO ARTU' CHE E' FERITO DENTRO DI VOI...

NON DOVETE PIU NIENTE VOLERE, PIU NIENTE DESIDERARE, DOVETE DIVENTARE UN VASO VUOTO PRONTO PER L'USO DEL VOSTRO INTIMO MAESTRO, LA VOSTRA MORTE E' LA SUA VITA. VOLETE UNA VITA NORMALE E INSEGUIRE LO SPIRITO? VOI NON POTETE SERVIRE A DUE PADRONI, NON POTETE AVERE LA BOTTE PIENA E LA MOGLIE UBRIACA. DOVETE SMEMBRARVI, FARVI A PEZZI, DOVETE CONSEGNARVI ALL'OBLIO DI VOI STESSI PER POTER ESSERE QUEL CHE ERAVATE IN UN NON TEMPO,PRIMA DI ENTRARE NEL TEMPO...

MOLTI DI VOI DICONO: AHHH, IO PIU DI QUESTO NON POSSO, OHHH IO SOLO CON LA MIA RAGAZZA ANDRO' VERSO LA LIBERTA', OHH QUESTO AHHH QUELLO....

MA CHE RAZZA DI GUERRIERI SIETE? SIETE VENUTI QUI PER COMBATTERE O PER GOZZOVIGLIARE? CHI RICORDA IL FILM DARK CITY? QUANDO MARDOCK VIENE ISTRUITO CON UNA SIRINGA A COMBATTERE GLI STRANIERI, NEL MENTRE STA PER BACIARE UNA RAGAZZA, LA VOCE DELL'INTIMO MAESTRO GLI DICE: "NON C'è TEMPO PER L'AMORE, DEVI SCONFIGGERE GLI STRANIERI". NON VENGONO ESSI CHIAMATI NELLA TORAH "DEI STRANIERI"?

IO SARO' QUI CON VOI PER RICORDARVI CHI SIETE E COSA SIETE VENUTI A FARE QUI. VE LO FARO' RICORDARE A FORZA, PERCHE' SONO UNO DI QUEI MOSCONI MANDATI DA DIO IN TERRA D'EGITTO A ROMPERE LE UOVA NEL PANIERE AGLI EGIZIANI...

RICORDATE CHI SIETE...E STATE A TESTA ALTA DI FRONTE ALLA FIGLIOLANZA DEGLI ARCONTI, AGLI UOMINI MORTI. PIEGATE LA TESTA SOLO INNANZI ALL'UNICO E SOLO. VOLETE ESSERE IDIOTI COME CE NE SONO MILIARDI, O VOLETE ESSERE GLI EROI DI VOI STESSI? LO VOLETE DARE UN SENSO AD UNA VITA ALTRIMENTI SENZA SENSO? USCITE DA QUESTA GABBIA ETERNA

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08/02/2010

I DOGON E LA TRADIZIONE PRIMORDIALE

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“Ogotemmeli ha lasciato dietro di sé le parole viventi che permetteranno ad altri di riannodare il filo delle rivelazioni. L’autore si augura di rendere omaggio al primo negro della federazione occidentale che abbia rivelato al mondo dei bianchi una cosmogonia altrettanto ricca di quella di Esiodo, poeta di un mondo morto, e una metafisica che presenta il vantaggio di proiettarsi in mille riti e gesti su una scena dove si muove una folla di uomini vivi

Marcel Griuale

 

di Antonio Bonifacio

 

Nel dicembre 2005 il telescopio spaziale Hubble fotografava per la prima volta in assoluto la seconda stella del sistema di Sirio, chiamata appunto Sirio B. Invisibile ad occhio nudo e scoperta in occidente solo nel 1862 grazie ai telescopi, questa minuscola stella occupava incredibilmente già un ruolo fondamentale nella cosmogonia della tribù del Mali dei Dogon. Si tratta di un popolo molto mistico. Michel Leiris l’etnologo surrealista che prese parte alla prima spedizione in Mali guidata da Marcel Griaule scrisse su di loro: “Gli habé (gli autoctoni) hanno i piedi ben piantati a terra e sono decisi a non lasciarsi infastidire. Qui siamo ben lontani della maggior parte degli uomini incontrati finora. Tutti quei negri e bianchi conosciuti fanno l’impressione di canaglie di villani, di lugubri mattacchioni, in confronto a questa gente. Straordinaria religiosità. Tutto sembra saggio e grave. Immagine classica dell’Asia”  La cultura Dogon fu ampio oggetto di ricerca a partire dagli anni ’30 del secolo scorso da parte dell’equipe di etnologi guidata da Marcel Griaule.  I Dogon permisero allo stesso Griaule, dopo anni di ricerca, di penetrare nel loro universo “iniziatico”, confidandogli, come a un nuovo saggio della loro stessa etnia, i più recondi segreti di questa remotissima tradizione. Una delle ingiurie più rimarchevoli che i commentatori degli ultimi anni hanno rivolto a Griaule e la sua equipe, con particolare riferimento a Germaine Dieterlen, la sua più attiva collaboratrice, è stata quella di aver pilotato le risposte indigene e quindi gonfiato e sviato i dati offerti spontaneamente dai rappresentanti della cultura locale, al fine di convalidare una tesi già precostituita dai ricercatori. L’eresia di cui la coppia Griaule-Dieterlen sarebbe responsabile per gli scettici starebbe nell’avere affermato, in contrasto con ogni apparente logica, che i Dogon conoscessero il sistema stellare di Sirio nonostante le due stelle minori (sirio B e C) siano totalmente invisibili a occhio nudo (la Sirio C tra l’altro esiste solo “probabilisticamente” in quanto non è mai stata osservata visivamente fin’ora). Per smontare la possibilità che i Dogon abbiano potuto riferire di propria iniziativa qualcosa di così incredibile circa l’esistenza di una Sirio B e anche di una Sirio C, si è mosso, anni fa, anche uno dei mostri sacri dall’astrofisica e cioè Carl Sagan e con lui tutta una pletora di studiosi “scettici” che, con un accanimento davvero singolare, hanno contrastato la coppia di studiosi con una serie di motivazioni di debole consistenza e dalla natura obiettivamente congetturale, dimenticando che il lavoro della coppia costituiva il frutto di studi decennali voluti dalle istituzioni culturali francesi e pubblicati dall’Istituto di Etnologia, studi, quindi, che hanno l’imprimatur della comunità scientifica. E’ il caso di precisare che se ci si prenda la briga di leggere i vecchi lavori etnografici sui Dogon ci si rende conto, senza possibilità di equivoco, che le rappresentazioni grafiche del sistema di Sirio sono precedenti alla scoperta occidentale di Sirio B e che la mitologia che riguarda il sistema è talmente dipendente da questo “nocciolo astrale” da non renderne possibile l’estrazione dal contesto senza mandare in rovina tutta l’impalcatura di pensiero indigeno.

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Sirio B appare come un puntino alla sinistra di Sirio A. Foto Hubble

 

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il sistema siriano in un antico disegno Dogon. Sirio incontra il Sole, e le due stelle hanno una massa analoga

 

Un iniziato bianco

Per smontare la falsità della tesi degli scettici basterà semplicemente riprendere alcune dichiarazioni di Germaine Dieterlen, tratte dalla prefazione della ricercatrice al libro Dio d’acqua di Griaule.  Questi brani mostrano che la relazione tra etnologi e gli indigeni era ben differente da quella ossequiosa sottomissione ipotizzata dai detrattori di Griaule. Le successive riflessioni aiutano a inquadrare correttamente l’intero enigma dogon in una giusta prospettiva. Queste le parole della Dieterlen: “Sarà bene ora riportare l’importante avvenimento verificatosi durante la spedizione del 1947, che condusse alla stesura del presente studio (Dio d’acqua n.d.r.). Dal 1931 i Dogon avevano fornito risposte alle nostre domande e commenti alle osservazioni raccolte durante le spedizioni precedenti, in base a quella interpretazione dei fatti da essi denominata ‘la parole de face’, ossia la ‘conoscenza semplice’ che essi danno di primo acchito a qualunque ricercatore.  A questo primo livello di interpretazione si riferiscono le pubblicazioni delle informazioni ricevute prima degli studi del 1948”. Come qui si afferma apertamente, le prime informazioni sulla cultura indigena erano state ottenute già da tempo (prima di Dio d’acqua), eppure tale primigenio corpus di conoscenze deve essere considerato come a carattere elementare e introduttivo, una maschera che nascondeva il volto del vero sapere dogon. Ce lo conferma la successiva considerazione: “Ma i Dogon giunsero a riconoscere la grande perseveranza di Marcel Griaule e della sua équipe nella loro ricerca, e s’accorsero che era sempre più difficile rispondere alla molteplicità delle domande senza passare a un livello diverso. Gli anziani dei gruppi familiari del doppio villaggio di Ogol e i sacerdoti totemici più importanti della regione di Sanga s’incontrarono e decisero che si dovesse rivelare appieno al professore Griaule gli aspetti più esoterici della loro religione”. L’uso del termine “esoterico” da parte della Dieterlen, non è casuale. I Dogon da quel giorno non racconteranno cose diverse da ciò che Ogotemmeli aveva narrato nei 33 giorni in cui si articola l’incontro narrato in “Dio d’acqua”, quanto piuttosto lo stesso materiale subirà un’esegesi in profondità, verrà spiegato e ascoltato come “a un’ottava superiore”. Questo è un dato della massima importanza, in assoluto accordo alla definizione di “esoterismo” quale “lato interno della dottrina tradizionale”. I Dogon distinguono diversi livelli interpretativi della medesima “parola”, e l’ultimo livello è costituito dalla parola “chiara”, quella che illumina la coscienza. Non per nulla l’”alfabeto” dogon reca una simbologia che lo avvicina più al geroglifico che al segno grafico. Tale sistema segnico è in grado di veicolare, attraverso quattro aspetti diversi, gerarchicamente legati al grado di materializzazione della cosa descritta (da quando è nel mondo delle idee a quando diventa disegno raffigurante la realtà), l’intera “realtà” dell’oggetto cui i segni si riferiscono collegandolo al suo stato di manifestazione nel visibile. La Deterlein conclude: “La serietà e l’importanza della decisione, di fornire questa esposizione di credenze Dogon fu tanto maggiore in quanto gli anziani sapevano benissimo che così facendo aprivano la porta non solo a quei trenta giorni di informazione, ma a ricerche ulteriori e più intensive che dovevano estendersi per mesi e anni. Essi non rinnegarono mai questa decisione e noi desideriamo esprimere qui la nostra gratitudine e il nostro ringraziamento. Alla morte di Ogotemmeli, altri proseguirono l’opera”. Si può quindi affermare che il programma di rivelazione della sapienza dogon, concordato dalle autorità locali, fosse già tracciato e quindi non è possibile ipotizzare, se si è in buona fede, che quanto è stato riportato da Griaule negli anni della permanenza in Africa rechi delle “aggiunte”. Questa è una nefasta leggenda scettica; semmai è vero il contrario e quindi può affermarsi che, malgrado tutto, intorno ai Dogon si sa molto meno di quanto si potrebbe conoscere. Si prenda in considerazione il volume “Le Renard pale”, (La volpe pallida), lavoro “evoluto” sulla mitologia dogon, edito a metà degli anni 60. Esso è stato presentato non come volume di sintesi, bensì come il primo fascicolo, del primo tomo, del primo volume di una serie di indefiniti volumi successivi composti a loro volta di tomi e fascicoli. Un progetto di pubblicazione ambiziosissimo e dai contenuti veramente straordinari. Di questo enorme serbatoio di notizie è stato pubblicato solo il primo fascicolo (di ben 600 pagine!) si tratta quindi solo di una piccola percentuale del materiale che doveva essere stato raccolto nei lunghi anni trascorsi in loco. Il paradosso è che dato il carattere specialistico del testo e la sua sostanziale difficoltà di reperimento, l’esistenza di tale testo è pressoché ignorata dai detrattori di Griaule. Tuttavia attraverso questa “rimozione culturale”  si vuole eludere anche la presenza di quell’aspetto sapienziale vivente nella cultura dogon e il suo possibile riferimento ai contenuti della Tradizione primordiale. E’ forse per questi contenuti che i detrattori preferiscono concentrare la loro attenzione su tutta una serie di presunte “balle spaziali”, come se Griaule avesse proposto di considerare il fiero popolo di cui era orgoglioso ospite come parente o discendente dagli “alieni” (ciò è un’aberrazione creata da autori successivi, N.d.R.).

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maschera kanga dei Dogon indossabile solo dai circoncisi.presentano un profondo legame col simbolismo astronomico siriano
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danza Dogon con maschere kanga

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gli anziani Dogon sono depositari della conoscenza segreta

Simboli dogon

Nei lavori della coppia Dieterlen-Griaule non s’incontrano pressoché mai comparazioni tra gli istituti dogon con quelle di popoli storici, e del resto sono complessivamente rare anche quelle con le etnie limitrofe, eppure i Dogon hanno molti “parenti” dispersi spazialmente e temporalmente.    Si deve principalmente a Robert Temple, il celebre autore del libro Il Mistero di Sirio, l’ipotesi di uno stretto apparentamento del mondo dogon con quello dell’antico Egitto; tuttavia, se Temple è sulla buona strada, egli non è però l’unico ad aver notato molteplici similitudini tra le due culture. Anche Boris de Rachewiltz, uno dei pochi egittologi che si sono interessati dell’operatività “magica” della ritualità egizia, ha dimorato per lungo tempo tra i Dogon traendo la convinzione della loro diretta filiazione con una delle tradizioni appartenenti a una delle quattro scuole cosmologiche nilotiche. Purtroppo però le sue osservazioni sono rimaste allo stato di manoscritto e pertanto non è possibile esporle dettagliatamente. Esse però sono di massimo interesse proprio nello specifico filone di ricerca che lo studioso predilige. Altri studiosi comunque si trovano a condividere l’apparentamento tra i due universi culturali. Nicolas Grimal ha esteso una breve sintesi dei motivi comuni tra le due civiltà che, pur se non esaustiva, vale la pena qui di proporre:“ ..Così la figura di Anubi ricorda quello dello sciacallo incestuoso dal ruolo prometeico anteriore ai Nommo, che si ritrova nella religione dei Dogon del Mali, la cui cosmologia si articola ugualmente su otto dei fondatori. Si potrebbero anche moltiplicare questi paralleli: Amon è, tra i Dogon come in Egitto, l’ariete d’oro celeste, dalla fronte adorna di corna uncinate e di una zucca per contenere l’acqua che evoca il disco solare; Osiride ricorda il Lebè, la cui resurrezione viene annunciata dallo spuntare del miglio, mentre, con una similitudine ancora più profonda, al di là del potere creatore, secondo i dogon l’individuo è composto di un’anima e di un’energia vitale, proprio quegli elementi fondamentali dell’essere umano che gli Egiziani chiamavano ba e ka”. Questa relazione con gli egizi è presente già nella succitata conoscenza da parte dei Dogon di Sirio (cui gli egizi erano fortemente legati) da loro divise in A, B e C e che nel loro sistema non vivono di vita propria. Questi “astri” piuttosto appaiono come gli elementi indispensabili di un sistema di riferimenti in cui ogni cosa è rigorosamente interconnessa all’altra in una visione quasi “quantistica” delle relazioni funzionali presenti nel creato. Questo universo appare ai Dogon in vibrazione assoluta, e, per restare nell’esempio, le “onde” prodotte dal singolo evento, interagiscono in un reticolo infinito di possibilità con altri eventi all’apparenza estranei. Questo può spiegare come quella che essi chiamano il più piccolo dei grani, la digitaria exilis, che è il seme che si adopera dopo l’esaurimento di ogni altra scorta e che consente la sopravvivenza dell’etnia nei periodi di carestia, sia relazionata a Sirio B, la più piccola delle stelle che, grazie alla sua spaventosa pesantezza, (comprovata da osservazioni scientifiche recenti) tiene bloccato l’universo e gli impedisce di “cadere”. Esiste quindi un filo invisibile in questo incredibile sistema di relazioni che tiene insieme l’intera realtà, anche negli aspetti che appaiono più prosaici. I dogon sono una cultura in cui il caso non esiste e ogni fatto è un evento di questo mondo e contemporaneamente di altri mondi compresenti e convibranti. Solo il sapiente, dotato di profonda conoscenza, può riassumere coscientemente gli eventi prodotti nell’infinito reticolo del creato ricollegando quelle informazioni che connettono insieme la realtà visibile con quella invisibile. Una concezione dell’universo quindi intimamente legata a quella egizia dove questa interazione totale del creato è rappresenta dalla figura della dea Neith, signora dell’ordito e della trama.

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gli otto segni primordiali racchiusi nel punto infinitesimo dell'origine segno dogon per Casa

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creazione primordiale con l'aprirsi dell'uovo del mondo che crea impulsi che formano una spirale logaritmica



Zodiaco e precessione

Vi sono, inoltre, altri aspetti comuni a queste due culture, che costituiscono l’oggetto di un dibattito tutt’oggi vivo circa il valore sacrale del computo del tempo precessionale e alla sua remota antichità. Griaule alla trentatresima giornata di incontri e quindi nella conclusione del percorso di Dio d’acqua, abbozza l’idea, che mai poi abbandonerà, che i Dogon possiedano (o abbiano posseduto) uno zodiaco simile a quello della tradizione classica. Sono gli animali in cui lo studioso s’imbatte nelle sue ricerche sul mito e sul rito, a offrigli questa interpretazione e in particolare le figure dell’Ariete e del Toro solare, animali che sono presenti e con i medesimi attributi anche nella cultura egizia.  Quello che sembra sfuggire a Griaule è la circostanza che i due animali “solari” possano rappresentare, non solo un determinato segno zodiacale, quanto un’età del mondo: il simbolo del sole tra le corna starebbe a contrassegnare l’occupazione equinoziale del segno zodiacale, segno che, una volta trascorsi un paio di millenni, slitterebbe altrove e il cui posto sarebbe occupato dal segno successivo. Il sistema così delineato trova la sua omogeneità con la presenza, davvero onnipervadente, del segno dei Gemelli che occupa, nella concezione dogon, il posto originario del sistema nell’ordine cronologico prospettato. Questa collocazione sarebbe in perfetto accordo con le conclusioni offerte dal duo H. Dechend e G. de Santillana nel Mulino di Amleto in ordine al succedersi delle età del mondo a partire dall’età dei Gemelli, l’età aurea delle origini. Lo stesso Griaule era consapevole che il tramonto dell’età dei Gemelli (rappresentata dalla coppia di Nommo primordiali: “Se non fosse stato per la coppia di Nommo nessuno avrebbe potuto riorganizzare il mondo”) costituì un momento di regressione dallo stato “aureo” delle origini. Aggiungiamo, per coloro che reputano eccessivo parlare di precessione nella cultura sudanese, che esiste una serie di segni grafici, studiati da Dominique Zahan, e pubblicati negli anni ‘50 dalla rivista Africa, che contrassegnano esplicitamente il fenomeno precessionale.  Il legame dei medesimi simboli con la precessione trova specchio nella cultura egizia in queste acute osservazioni di Lucie Lamy: “…l’equinozio di primavera si trovava nel segno dei Gemelli e in Egitto c’era una monarchia duale… questo tema della dualità è ulteriormente confermato dal ritrovamento di numerosi coltelli di silice sul cui manico è scolpita la figura del prototipo della verga di Hermes, il caduceo, con i suoi serpenti gemelli…” e in ordine al succedersi dei segni successivi ”…Come può spiegarsi l’ascesa di Amon al rango più elevato attorno al 2000 a.C.. Perché proprio in quel momento Amon - il cui animale sacro è l’Ariete - soppianta completamente l’antico Montu - a cui il Toro è sacro? La risposta a questo interrogativo risulta evidente se si considera la precessione degli equinozi…”

 

Il risorto

Un altro tema di enorme importanza comparativa, cui Grimal accenna nel suo breve intervento, è il Lebé, figura semiumana delle origini che reca i tratti osiriaci del “dio” morto e resuscitato, accostamento che risulta ancor più pertinente per il particolare rapporto che queste figure ebbero con il grano. Effettivamente la vicenda del Lebé è straordinariamente poliedrica ed il suo esame accurato potrebbe aprire confronti comparativi davvero cospicui, nelle circostanze dovremo limitarci ad accennare ad alcuni di questi possibili confronti. In primo luogo, come si è detto in precedenza, si può partire dalla considerazione che il Lebè rappresentava “il più vecchio dei viventi”, una sorta di Adamo sudanese. Egli, benché non esista ancora la morte, muore o, per meglio dire, entra in uno stato simile alla morte. Per questo viene sepolto, senza riti, nel campo primordiale, quello stesso campo che contiene la testa del settimo Nommo, genio delle origini, sepolto anch’esso “morto e non morto”. Il Nommo nella tomba si rigenera in forma di serpente e, giunto in questa forma, ingoiando il Lebé dalla testa, lo rigenera a propria volta vomitandone il corpo. Tutto questo prodigioso processo avvenne in una tomba e la terra di questa tomba divenne una terra di resurrezione, una terra santa, tanto benedetta dal favore divino che i Dogon, nelle migrazioni successive agli eventi descritti, portarono con loro frammenti di questa terra e con questo lievito di purificazione formarono degli altari a forma di ombelico, centri delle nuove sedi abitative, altari aventi la stessa forma ovoidale dell’omphalos di Delfi e di Amon a Siwa e di altri sparsi per il mondo.  Non dissimile negli elementi costitutivi appare la concezione egizia. Un bassorilievo nel tempio di Philae mostra Osiride mummiforme disteso su un lettino mentre un sacerdote versa acqua sulle spighe di grano novello che, in numero di ventotto (come i giorni del mese lunare), sorgono sul corpo del dio. La lettiga di Osiride è sostenuta dai segni di potenza e vita. Questo complesso di simboli ha permesso a Boris de Rachewiltz di definire la terra tombale, benedetta dalla presenza divina, quale “serbatoio di energia fecondante” e nessuna migliore definizione potrebbe attribuirsi alla tomba del Lebé e ai successivi altari, da cui s’irraggia l’intera sistemazione del cosmo indigeno comprese le complesse istituzioni sociali. Non deve sorprendere che con una diversa composizione dei temi mitici si può agevolmente giungere al cristianesimo. Si rifletta perciò sulla grammatica dei simboli e sulla loro circolazione. Nel cristianesimo si ha una montagna centro (Golgota) sepoltura del primo uomo (Adamo) di cui rimane il solo teschio. Su questa montagna-teschio è conficcata la croce del Cristo, l’uomo che sconfiggerà la morte risorgendo e che sovente è rappresentato in maniera serpentiforme seguendo l’antica profezia descritta nell’Esodo e d’altronde questo luogo è qualificato dalla stessa croce a costituire il “centro del mondo”. Affinché il raffronto non sembri arduo, si vuole ricordare che anche il tema del sacrificio volontario è presente in entrambe le religioni in esame. Il Nommo, essere divino e figlio dell’unico Dio Amma, si fa, infatti, uccidere per poi risorgere e compiere le azioni che abbiamo descritto perché, come narra Ogotemmeli, il Nommo possa affermare: ”la mia testa è caduta a causa degli uomini per salvarli” (si legga l’articolo sulla mancanza della testa-piramidion nella piramide di Cheope, anch’essa macchina di “resurrezione” a pagina 56, N.d.R.), per questo Griaule conclude “che la stessa cristologia avrebbe interesse a studiare i dogon.” Altri confronti comparativi potrebbero aprirsi su questo evento davvero centrale della mitologia indigena. Il tema del teschio e del centro è, per esempio, alla base della fondazione dell’urbe, almeno per quanto testimonia Tito Livio il quale narra che, allorché Tarquinio Prisco, fece scavare le fondamenta per il nuovo tempio di Giove sul colle saturnio vi scoprì “caput humanum integra facie” tradotto da taluno come “testa umana con il volto intatto” mentre altri intendono l’espressione come la descrizione del ritrovamento di un “Tempio a forma di teschio” tipologia architettonica che ricorda molto i tempi primigeni di Gozo nell’arcipelago maltese. Come si può vedere il reticolo di riferimenti tra la cultura dogon e le altre tradizioni può allargarsi a dismisura.

 

 

05/02/2010

RECENSIONE su IL QUARTO TIPO

http://ilcinemaesotericodimikeplato.myblog.it/

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Entrate nel mio blog sul cinema esoterico e troverete una robusta critica al film IL QUARTO TIPO, un film assolutamente da vedere

L'UNICA E VERA VIA UNIVERSALE

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HO POTUTO VEDERE COME LA QUINTESSENZA DELLE GENTI DELLA CONOSCENZA SIANO LE GRANDI PERSONALITA' TRA I SANTI. QUESTI SONO COLORO NEI CUI CUORI SONO APPARSI LE LUCI DIVINE (tradotto NELLA CUI ANIMA SI SONO MANIFESTATE LE SANTE INTUIZIONI-ILLUMINAZIONI), E IN CUI I FUOCHI DELL'AMORE ESSENZIALE HANNO TOCCATO I LORO SPIRITI, SCIOGLIENDOLI ALLA LORO PRESENZA. HANNO GUSTATO LA DOLCEZZA DEL RICONGIUNGIMENTO, BEVUTO L'ACQUA DELLA LIMPIDEZZA, SICCHE' I FUOCHI DELL'ARDENTE DESIDERIO SI SONO RAVVIVATI NEI LORO CUORI, AL MOMENTO DEL RITORNO A LORO STESSI. HANNO PERCIO' ABBANDONATO, NELLA SUA RICERCA, I PIACERI DELL'ESISTENZA PERITURA, PER GIUNGERE AL LUOGO DOVE SGORGANO LE CONONOSCENZE DIRETTE E LE IDEE SPIRITUALI (archetipi eterni)

Questo è il prezioso insegnamento del maestro sufi Al Qaysari (XIV secolo) ne LA SCIENZA INIZIATICA. A voi meditarlo e capire una volta e per tutte quale sia la vera via in tutte le tradizioni, sintetizzata qui in quell'espressione HANNO ABBANDONATO, PER CERCARE DIO IN LORO (ovvero se stessi), I PIACERI DELL'ESISTENZA PERITURA PER RAGGIUNGERE QUELLI DELL'ETERNITA'. Ora, questo abbandono è  espresso simbolicamente nella Bibbia in più punti:

1)   IL SIGNORE DISSE AD ABRAM: VATTENE DAL TUO PAESE, DALLA TUA PATRIA E DALLA CASA DI TUO PADRE, VERSO IL PAESE CHE IO TI INDICHERO' (GENESI 12:1)

commento: il celebre Lekhlekkha (vattene) di Dio-Melkizedek  ad Abramo è l'invito a lasciare non un luogo esterno ma, sul piano morale, un modus vivendi, per abbracciare altro modus vivendi; e sul piano spirituale, abbandonare l'esclusività di questo nostro stato di coscienza, per esprimere ben altri stati di coscienza. Non più camminare nelle tenebre ma nella luce, avere rispetto, amore e timore reverenziale per la parte divina che portiamo nel nostro intimo.

2)  IL SIGNORE DISSE A MOSE: ORA VA', IO TI INVIO DAL FARAONE. FA USCIRE IL MIO POPOLO DALL'EGITTO

commento: il messaggio, seppur nella lettera apparentemente diverso, attiene allo stesso invito: abbandonare l'Egitto, simbolo della vita uman-animale, e entrare nella terra promessa. Qaysari parla di "LUOGO OVE SGORGANO LE CONOSCENZE DIRETTE E LE IDEE IMPERITURE". Questo luogo è uno stato di coscienza, cui non siamo più abituati. Ecco perchè Giacobbe, nel sogno della scala multidimensionale, afferma: QUANTO E' TERRIBILE QUESTO LUOGO (Genesi 28:17). E' un luogo dell'Intelletto, della mente, è Dio stesso in noi, la nostra immagine eterna, che ci terrorizza nel suo splendore, poichè noi siamo ormai esseri delle tenebre, ciechi.

3) Matteo 19,5 Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Luca 14,26 Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

commento: Cristo porta alle estreme conseguenze il principio del passaggio da una riva all'altra, e di fatto illumina un pò di più sulla VIA DELLA GIUSTIZIA. Dice che occorre rinnegare il padre e la madre, ossia gli ARCONTI, genitori dell'umanità carnale, e riabbracciare la moglie, ovvero l'anima, riportandola all'interno e non più cercandola all'esterno (diverranno una carne "spirituale" sola). Giunge al punto di dire che bisogna utilizzare l'ODIO, l'odio giusto e santo, l'odio per tutto ciò che non è spirituale in noi. La VIA DELL'AMORE di Melkizedek passa per l'odio e la guerra a se stessi. Se questa guerra non c'è, siamo e saremo schiavi in eterno dei nostri genitori: GLI ARCONTI. O li abbandoniamo, rinnegando la loro eredità in noi, e abbracciamo l'anima divina, oppure moriremo per l'eternità, sempre se va bene.

A proposito della guerra santa nell'intimo: vi ho sempre svelato che Yeshua, nella lingua celeste, ha il significato nascosto di GRANDE DI GUERRA. Il suo simbolo nell'antico testamento, è GIOSUE', identico nome ebraico se non fosse che noi lo pronunciamo in questo modo. GIOSUE' è simbolo dello spirito guerriero indomito che muove guerra alla natura arcontica nella nostra psiche. GIOSUE' è colui che conduce gli israeliti in terra promessa, ovvero le potenze dell'anima alla loro piena riabilitazione. Che lui sia figura del GRANDE DI GUERRA, lo mostra il Libro di Siracide 46:1:

GRANDE IN GUERRA GIOSUE' FIGLIO DI NUN...EGLI, SECONDO IL SIGNIFICATO DEL SUO NOME, FU GRANDE PER LA SALVEZZA DEGLI ELETTI DI DIO

Fu perchè sarà....commento mio. Qui vedete come lo scriba di Siracide fonda i due significati terreno  (YHWH salva) e celeste (GRANDE DI GUERRA) del gran nome Yeshua, il nome superiore ad ogni altro nome secondo Paolo (Filippesi 2:9), nome superiore ai nomi angelici (Ebrei 1:4). Ebbene, voi qui vedete come Siracide conosca anche il significato segreto di YESHUA e, fondendo i due sensi, dica: GRANDE PER LA SALVEZZA. Quindi la via è una GUERRA VIOLENTA CONTRO SE STESSI al fine di salvare la propria anima (principessa) dalle grinfie del dragone.

Se dobbiamo imitare il Cristo, dobbiamo divenire anche noi GRANDI DI GUERRA, come disse il sacerdote dei Dogon,OGOTEMMELI, a Marcel Griaule:

sii VIZE' KARANDIANG

sii UN GUERRIERO DALLA FORZA INVINCIBILE

L'inizio della Guerra Santa implica il pentimento, che è una presa di consapevolezza di essere ciò che Dio non vuole che siamo. PENTIMENTO E CONVERSIONE ci insegnò il Battista, e ciò non può che avvenire nel deserto, qualunque cosa sia il deserto

03/02/2010

LA VENDETTA SI AVVICINA A GRANDI PASSI

VOI SAPETE BENE, ORMAI, CHE MELKIZEDEK, ALIAS MEL, E' LA VENDETTA PERSONIFICATA. LUI FU CONCEPITO ED EMANATO DA DIO PER LA GRANDE VENDETTA DELLA LUCE SULLE TENEBRE (DARKNESS).

EBBENE, PROPRIO PER RINFRESCARCI LA MEMORIA, MR. VENDETTA ISPIRA UN NUOVO FILM (dopo, fra i tanti V for Vendetta), IL CUI PROTAGONISTA E' PROPRIO MEL (GIBSON). VI HO PARLATO DELLA VENDETTA FEMMINILE. LEGGETE BENE DEL NUOVO FILM "THE EDGE OF DARKNESS"...

I SEGNALI SI STANNO MOLTIPLICANDO ALL'INFINITO...E MEL STA AVVISANDO SEMPRE PIU I SUOI AVVERSARI. I SUOI AVVISI STANNO DIVENTANDO ASSORDANTI

MI PIACE QUEL "E' MEGLIO NON FARLO ARRABBIARE", e "BENTORNATO MEL". ANCHE NOI NON VEDIAMO L'ORA CHE MELKI SI ARRABBI, CHE L'IRA GIUNGA AL COLMO, E INIZI A FARE PIAZZA PULITA DI TUTTI QUESTI DEMONI CHE CI GOVERNANO DENTRO E FUORI. ANCHE NOI NON VEDIAMO L'ORA DI DIRGLI "BENTORNATO MEL, BENEDDETTO SEI TU CHE VIENE NEL NOME DELL'ALTISSIMO PER PUNIRE QUESTO MONDO BASTARDO".

IL PROTAGONISTA INTERPRETATO DA MEL SI CHIAMA CRAVEN....TO CRAVE in inglese significa: IMPLORARE, CHIEDERE CON INSISTENZA, IMPLORARE MISERICORDIA, DESIDERARE ARDENTEMENTE. COSA SUGGERISCE CIO'? CHE CON MEL BISOGNA PREGARE ALLO SFINIMENTO PERCHE' OCCORRE DESIDERARLA LA VENDETTA...E I SALMI FANNO BUON GIOCO. SENZA VENDETTA, NIENTE CORPO DI LUCE E NIENTE ETERNITA'.

A VOI LA PALLA

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01/02/2010

LA MIA VITA E' TUTTA UN MISTERO

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AMICI, MI E' ACCADUTO QUALCOSA CHE E' DESTINATO A RIMANERE UN MISTERO, BUFFO SINCERAMENTE. VENERDI SERA SONO RINCASATO E COME E' MIO SOLITO HO APERTO LA CASSETTA DELLE LETTERE. A PARTE L'ENEL E LA BANCA, HO TROVATO QUESTA BUSTA, PRIVA DI MITTENTE E AFFRANCATURA, PORTATA CHIARAMENTE A MANO.

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SONO SALITO, L'HO APERTA E DENTRO VI ERA UNA BUSTA BIANCA CHIUSA. HO APERTO ANCHE QUELLA E VI HO TROVATO euro 1000, IN PEZZI DA 100 e 50. E' DA DUE GIORNI CHE SBATTO LA TESTA. UNA COSA DEL GENERE NON SI VEDE NEANCHE NEI FILM. NON RIESCO A CAPIRE CHI POSSA ESSERE STATO. CHI LO HA FATTO HA VOLUTO RIMANERE ANONIMO. I MIEI SOSPETTI SONO CADUTI SU UNA PERSONA, CHE TUTTAVIA GIURA E SPERGIURA DI NON POTER CONCEPIRE NEANCHE L'IDEA. CHI PUO' ESSERE GIUNTO A CASA MIA E AVERMI DONATO QUESTO DENARO? E PER QUALE MOTIVO PUO' AVERLO FATTO?

TUTTO QUESTO E' ASSURDO

31/01/2010

L'INFLUENZA DI MICHAEL PER COMBATTERE E VINCERE IL DRAGONE

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Posto qui un interessante contributo di Francesco Corona, che i lettori di Fenix conoscono con lo pseudonimo KETHER, articolo da lui stesso concessomi. Francesco è  davvero in gamba e ci sentiamo in sintonia su molti aspetti della Tradizione. E' Gran Praeceptor e Magnum Magister del Priorato del Tempio Hierosolimitano di Michael, Commendatore della Commenda Robert de Craon di Roma, e le sue ricerche sono spesso focalizzate sulle tecniche iniziatiche cristiane, impulso derivante da una grande stima che Francesco nutre per la sapienza di Scaligero. E' esperto di Techno-Intelligence, di cui è docente presso il Ministero dell'Interno. Non è casuale che Francesco utilizzi il termine "ostacolatori" per indicare le forze sataniche corrompenti, termine utilizzato proprio da Massimo Scaligero nelle sue interessanti discettazioni sul controllo della psiche umana da parte di quelli che noi chiamiamo Arconti

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Francesco Corona

San Michele è uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia. Il nome Michele deriva dall'espressione ebraica "Mik‘ael" che significa "chi è come Dio". L'arcangelo Michele è ricordato per aver difeso la fede in Dio contro le orde di Satana. Nel calendario liturgico cattolico si festeggia come San Michele Arcangelo il 29 settembre, con San Gabriele Arcangelo e San Raffaele Arcangelo. Mik’ael è citato nella Bibbia, nel Libro di Daniele 12,1, come primo dei principi e custode del popolo di Israele. Nel Nuovo Testamento è definito come arcangelo nella Lettera di Giuda 9, mentre nell'Apocalisse di Giovanni 12,7-8 Michele è l'angelo che conduce gli angeli nella battaglia contro il drago, rappresentante il demonio, e lo sconfigge. Esso è implicitamente nominato in Giosuè 5:14-15 e in Zaccaria 3:2. Essendo qui chiamato Angelo Personale del Signore possiamo ritrovare la sua figura in Genesi 16:7 che rimanda a 1Corinzi 10:4 che a sua volta si ricollega a Esodo 3:2 e 23:21 che rimandano ad Isaia 9:5 e 63:9 per poi ritrovarsi in Giudici 2:1 e rivelarsi nel collegamento tra Malachia 3:1 e Marco 1:2Salmo 106:20 e Giovanni 1:1( testo CEI). 7) Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli conbattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8) ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9) Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli (Apocalisse 12/7-9).  Secondo differenti tradizioni religiose, Mik’ael viene definito anche con altri appellativi: Angelo del Volto, Arcangelo dell’Aria e Arcangelo del Tempo, a breve scopriremo perchè. Dai riferimenti Giovannei deduciamo che il Drago ed i suoi angeli caduti sulla terra sono di fatto i seduttori del pianeta, che quindi ci vincolano a un percorso involutivo attraverso la seduzione. Chiaramente stiamo parlando di seduzione finalizzata ad una involuzione spirituale attuata secondo due schemi ben precisi: 1) possessione diretta dei pensieri; 2)schiavitù psicologica indiretta. La prima attuata prevalentemente per via onirica durante le ore di sonno su soggetti labili e poco virtuosi ( brama, sete di potere, egoismo), la seconda attuata per mezzo degli stessi soggetti posseduti come nel punto 1,  e orientata a creare una gabbia di forme-pensiero operanti a frequenze negative create ad arte attraverso: guerre, miseria, paura, meccanicismo, sistemi wireless militari usate in ambiti civili (antenne) operanti di notte su frequenze che danneggiano le fasi di sonno REM ( http://www.tankerenemy.com/2008/12/ssss.html ), e per finire mezzi di informazione globale utilizzati in modo improprio e subliminale (http://straker-61.blogspot.com/2008_02_01_archive.html ) spesso con immagini sataniche e pornografiche contenute nei fotogrammi (http://it.geocities.com/madeinitaly_0/waltdisney.html ; http://www.ccsg.it/TopoSat.htm ) ed orientate sopratutto a danneggiare la purezza dei bambini. E’ difficile crederci, e lo scetticismo è corretto e sacrosanto, ma la realtà purtroppo è questa, e l’agire subdolo del Drago-Serpente Ostacolatore, risiede proprio nell’indifferenza e nella totale inconsapevolezza della gente. Avendo preso coscienza di tutto ciò, entra in gioco la figura di Mik’ael, nostro protettore e patrono come unico, e sottolineo unico, vincitore nella lotta contro il Drago. Mik’ael è l’ Angelo che può guardare Dio da cui l’appellativo di Angelo del Volto. La scienza moderna è finalmente giunta a comprendere come tutto l’Universo vibra , dall’atomo alla galassia, le differenti frequenze di vibrazione determinano gli stadi di aggregazione della materia, le densità specifiche e i colori in una armonia cosmica che tutto comprende e genera, definita dalla tradizione orientale come la “Frullata dell’oceano di latte”. Dopo le prime osservazioni telescopiche delle galassie (messe al bando per alcuni secoli) gli scienziati si sono posti il quesito del perché le galassie ruotano attorno ad un centro. Se prendessimo un bicchiere d’acqua e volessimo creare un vortice per mescolare ed immettere sostanze nell’acqua stessa, scopriremo di aver necessità di una forza esterna al bicchiere che gira il cucchiaino o il dito; bene questo è ciò che accade nelle galassie , l’esistenza di una forza esterna che crea il vortice animando l’intero sistema di stelle e pianeti e che certo non può essere ricondotta ad una singolarità quantistica o buco nero poichè matematicamente inconsistente. Lo scienziato che intuisce una legge fisica già muove liberamente in una sfera che supera il senso noetico, suo compito è riconoscere come possibile questa nuova esperienza senza negarla. Le antiche tradizioni religiose come quella ebraica parlavano già di schiere angeliche che presiedono i moti delle stelle e dei pianeti e che filtrano in successione gerarchica le energie dell’Altissimo. Compito nostro è riconoscere e sintonizzarsi su queste energie reali dispensate in primis da Mik’ael (colui che è come Dio e che risiede di fronte all’Altissimo per filtrare la sua energia) sottraendosi all’azione di disturbo dell’Ostacolatore. La libertà sulla Terra passa attraverso la conoscenza dei Cieli e quindi attraverso l’intersezione dei due piani quello celeste e quello terrestre all’interno del nostro cuore. L’operazione di Mik’ael risponde soltanto ad un atto interiore libero al di sopra della griglia di forme-pensiero negative create appositamente dagli ostacolatori, risponde ad un pensare predialettico origine dell’intuizione metafisica. Colui che sperimenta la corrente di Mik’ael scopre l’essenza del medium energetico attraverso un moto del respiro sottile (di tipo nasale) che fluisce nel sangue, realizzando l’unione sovrasensibile dei due piani: terreno e celeste. Concentrandosi sul proprio respiro e meditando sul moto sottile interiore alla maniera degli esicasti ( ad esempio vocalizzando il nome ebraico di Gesù) si arriva a comprendere Mik’ael come Arcangelo dell’Aria ; nel soffio ritmizzato fluiscono infatti i pensieri adamantini astratti rivolti al mondo metafisico come pensieri liberi dai sensi e quindi scevri da ogni scoria ostacolativa. La percezione arcangelica michaeliana corrisponde ad una mancata aderenza al moto del respiro come atto di brama e quindi uno svincolamento dal respiro fisico ordinario verso un respiro sovrasensibile alimentato da un moto di energia interiore sottile. Per lo sperimentatore serio lo svincolamento dal respiro fisico ordinario non crea sentimento mistico o sensazioni soggettive bensì Percezione pura dell’Essenze oltre l’ordinario percepire spazio-temporale, siamo in presenza dell’Arcangelo del Tempo. La serie temporale degli eventi planetari ed universali diviene quindi necessaria in virtù di un processo evolutivo spirituale volto alla riconnessione dell’uomo con l’intelligenza cosmica di Mik’ael: unico vincitore nella lotta contro il Drago. 

IL GESU' RIDICOLO SECONDO LA BBC

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A PROPOSITO DEL VOLTO DI GESU' CHE FU RICOSTRUITO DALLA BBC, CI DOBBIAMO RENDERE CONTO COME LA COSPIRAZIONE GLOBALE AGISCA PERFINO NEL SENSO DI DISTRUGGERE IL SACRO PRINCIPIO DELL'UOMO PERFETTO. TUTTAVIA IL SALMO 2 CI INSEGNA A RIDERE DI COSTORO, PERCHE' E' DETTO:

PERCHE' I PRINCIPATI CONGIURANO CONTRO IL SIGNORE E IL SUO MESSIA? SE NE RIDE CHI ABITA I CIELI...

E ALLORA RIDIAMO ANCHE NOI INSIEME A LUI. OGNI VOLTA CHE OSSERVO QUESTO IDENTIKIT, SGHIGNAZZO FRAGOROSAMENTE. QUEL VOLTO TRASUDA SAGGEZZA DA TUTTI I PORI. E' PROPRIO LO SGUARDO DI UN MAESTRO DI GIUSTIZIA, DI UNO TOTALMENTE ISPIRATO

30/01/2010

IL VOLTO DI GESU'

Da due millenni ci si interroga sull’aspetto di Gesù, a dispetto della massificazione del suo volto presente in tutto il mondo occidentale nelle fattezze che conosciamo. Il Gesù storico è davvero l’uomo che siamo abituati a vedere oppure vi sono elementi che ne cambiano o ne modificano l’aspetto? La ricostruzione più probabile del suo volto

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Dopo la visita del papa Benedetto XVI a Manoppello avvenuta nelll’estate del 2006, in molti si lanciarono nel pubblicizzare la reliquia riproducente il volto di Gesù conservata nella basilica come l'immagine reale di Gesù risorto. Se la Sindone era l'immagine acheropita del Messia nel sudario successiva alla Passione, la reliquia conservata nella provincia abruzzese di Chieti rappresentava la prova della sua resurrezione, avendo questa gli occhi aperti e le labbra dischiuse, in un oggetto che per molti studiosi è, come la Sindone, cioè non dipinto da mani umane. Un'idea già divulgata da padre Heinrich Pfeiffer della Pontificia Università Gregoriana, sostenitore degli studi sulla reliquia di suor Blandina Paschalis Schlömer, e da diversi anni portavoce dell’idea che proprio quella reliquia sia la Veronica, rubata dai luoghi Vaticani nel XVII secolo. In seguito alla visita del pontefice, e al consequenziale clamore suscitato dalla reliquia di Manoppello, la rivista spagnola Más Allá ha realizzato un identikit del volto del Paraclito (il nome che gli gnostici davano al Cristo) grazie all’esperto di grafica computerizzata Alejandro Bahamonde, basandosi sull’immagine presente su quel telo. Ne è scaturita una ricostruzione certamente realistica, che risponde ai canoni classici del volto di Gesù, sebbene più rotonda nell’ovale del viso. Un lavoro che potrebbe definirsi “storico”, se non fosse che la rivista suddetta non è a conoscenza degli studi del fotografo romano Roberto Falcinelli, che ha esaminato dietro permesso ufficiale il velo di Manoppello con le sue apparecchiature fotografiche fin nelle più profonde maglie del suo tessuto. Ne è scaturita una totale stroncatura della sua natura acheropita, essendo presenti sul telo tracce di colori impiegati da un ignoto artista (che Falcinelli ipotizza essere il Dürer) per realizzare un ritratto erroneamente creduto quello di Gesù e che, sempre per il Falcinelli, potrebbe essere quello del Maestro italiano Raffaello. Ne consegue che l’identikit realizzato da Bahamonde è privo di consistenza storica essendo derivato da quella che si considera, oramai a torto, la reale immagine di Gesù e che invece gli è solo somigliante.

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il volto di Mannoppello
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il volto di Gesù ricostruito da Alejandro Bahamonde

 

 

Il Gesù della BBC

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il volto neadertaliano di Gesù secondo la ricostruzione della BBC. questo sarebbe il volto di un uomo posseduto dallo Spirito Santo?
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Tentativi di ricostruire il volto del Paraclito sono stati operati anche in un passato recente. Forse la più aberrante operazione in questo senso è quella scaturita in seguito ad un programma televisivo della BBC dal titolo Son of God (Figlio di Dio) mandato in onda nel 2001. La produzione del programma coinvolse l’antropologo forense Richard Neave della Manchester University, che riprodusse il viso del Figlio di Dio impiegando la tecnica in uso per ricostruire le fattezze di un individuo coinvolto in crimini polizieschi. Neave è tuttora molto accreditato, negli ultimi vent’anni ha ricostruito dozzine di volti noti del passato, tra cui Filippo II di Macedonia e Re Mida di Frigia, e questo avrebbe dovuto garantire accuratezza al lavoro finale. Avrebbe potuto essere, in effetti, un’operazione “rivelatrice” se non fosse per il fatto che il tutto si basò su presupposti completamente aleatori che nulla avevano a che vedere con le testimonianze storiche. Infatti, il cranio usato per la ricostruzione del viso di Gesù faceva parte di un gruppo di scheletri portati alla luce nei pressi di Gerusalemme. Gli archeologi israeliani avevano identificato il cranio come quello di un ebreo del I secolo. A questo cranio, una volta studiatene le caratteristiche somatiche, furono aggiunti man mano i muscoli in creta e il tutto coperto di pelle artificiale e capelli.  Giovanna Claude Bragard, produttore del documentario disse: "Non è il viso di Gesù, perché non abbiamo lavorato col cranio di Gesù, ma è l'inizio per riconsiderare quello a cui Gesù avrebbe somigliato." Quest’affermazione servì solo a coprire il fatto che, in realtà, ciò che era stata realizzata era la ricostruzione di quello specifico ebreo del I secolo (essendo suo il cranio) e certamente non quella di Gesù. Purtroppo la ricostruzione, più vicina a un “cavernicolo ” e molto lontana dalle fattezze del Gesù, ricevette ampia eco a livello mondiale. Pierluigi Baima Bollone, esperto Sindonologo e patologo forense dell’Università Cattolica di Torino criticò apertamente il risultato di questo lavoro, ottenuto a suo dire (e noi ne conveniamo) attraverso “una selezione arbitraria di un cranio qualsiasi e che pertanto non può essere considerata quale significativa replica del viso di Cristo”. Vi sono, poi, altre considerazioni da fare su questo lavoro. Si decise di accorciare la lunghezza dei capelli e scurire la pelle perchè si pensò che “una persona con le comuni fattezze somatiche attribuite al Cristo sarebbe molto diversa da chiunque altro presente nella regione (la Galilea) dove visse e operò Gesù”. Ragion per cui viso e capelli lunghi sparirono lasciando il posto a un irrealitico “uomo preistorico” cui fu associato il nome di Gesù. Molti si chiederanno il perchè della infondatezza dei presupposti su cui si è basata la BBC, essendo Gesù un ebreo e pertanto caratterizzato da pelle scura e tratti più medio-orientali. In realtà le cose non stanno proprio in questo modo e fra breve spiegheremo il perché, essendo queste stesse motivazioni alla base dell’immagine più “veritiera” di Gesù. Intanto prendiamo atto che anche il lavoro della BBC è ancor più lontano dall’immagine di Gesu di quello recentemente realizzato da Alejandro Bahamonde per la rivista Más Allá.

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il volto di Cristo Pantocrator nel monastero di Santa Caterina sul Sinai
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icona di Cristo acheiropoietos nel museo Tretyakov a Mosca
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il volto della Sindone di Torino
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calco da Sindone
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tela ispirata alla Sindone
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ricostruzione in 3D del volto sindonico
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un'interpretazione del velo sindonico

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ritratto di Gesù ispirato alla Sindone

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volto sindonico ricostruito dalla Nasa nel 1988
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volto sindonico ricostruito dalla Nasa nel 1988
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ricostruzione 3D del volto sindonico su busto (Juan Manuel Minarro,2002)
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profilo di Cristo (Juan Manuel Minarro, 2002)
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l'opera completa di Minarro
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Minarro e il volto più aderente alla Sindone
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ulteriore ricostruzione di Minarro dalla Sindone, da cui si evince l'estrema violenza subita dal Messia
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il Cristo sindonico di Luigi Mattei
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il cristo sindonico di Luigi Mattei
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primo piano del Cristo sindonico di Luigi Mattei
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altra interpretazione sindonica



La Sindone, il termine di paragone

Per capire principalmente se Gesù avesse davvero i capelli lunghi e viso ariano, bisogna rifarsi alla storia e alle testimonianze più antiche oggi disponibili.  Le prime raffigurazioni del Cristo risentirono di alcune influenze iconografiche pagane orientali come, ad esempio, la rappresentazione del Cristo Elio, conservato nella tomba dei Giulii, in Vaticano, risalente al III sec., in cui Gesù assume le fattezze di Sol invictus: posto sul cocchio trainato da due cavalli, nella veste di dio Sole ascende allo Zenith. In un secondo momento quest’iconografia viene sostituita da un giovane imberbe nelle vesti di buon pastore o di taumaturgo. Sappiamo però che si tratta di rappresentazioni “ideali” e attinenti alla funzione spirituale del Cristo incarnato da Gesù. E’ invece nel IV secolo che sul volto di Gesù compare la barba. E’ proprio durante l’epoca teodosiana che sui sarcofagi appare la figura di un uomo con una barba non troppo lunga, baffi, con un volto lungo, i capelli che arrivano a coprire le spalle, con discriminatura centrale che divide la chioma. Questi elementi per lo studioso Paul Vignon erano insoliti per l’iconografia diffusa nell’area paleocristiana e bizantina, e fatto interessante, tali peculiarità si riscontrano anche sul viso dell’Uomo della Sindone. Ciò rappresenta una chiave di volta dell’intera questione essendo proprio la Sindone ad ispirare tale raffigurazione. Si giunge così al VI secolo quando in corrispondenza del ritrovamento del cosiddetto Mandylion di Edessa, (il termine greco deriva dall’arabo “mandil”, ovvero “panno”), che oggi si può identificare con la Sindone di Torino, in Oriente si consolida la raffigurazione di un particolare Cristo, che in queste icone assume un aspetto maestoso, con barba e baffi, il Pantocrator, il creatore del cosmo. Dunque, il ritrovamento, anche se sarebbe meglio dire “l’emergere”, di una Reliquia autentica, forse come vuole l’ipotesi storica, all’interno della mura di Edessa, oppure passata di mano in mano, generazione dopo generazione, all’interno di una giara di tipo esseno, come dimostrerebbero le analisi dei sindonologi italiani Michele Salcito e Aldo Guerreschi svolte su alcuni aloni presenti sul telo, fece scaturire l’immagine che tutti oggi conosciamo. L’autenticità della Sindone, nonostante il risultato visibilmente errato delle analisi al C-14 svolte nel 1988 che la datarono al medioevo, non solo a nostro modesto parere ma anche da parte di rinomati studiosi internazionali, non è in discussione. Questa Reliquia risale al tempo di Gesù e l’unico individuo cui può riferirsi è proprio Gesù, essendo su di essa presenti tutte le caratteristiche leggibili nel narrato evangelico, dalla fustigazione, alla corona di spine, sino alla modalità della crocifissione e della morte.

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Sansone il Nazirita, celebre per la sua lunga chioma, sinonimo di Forza
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il geroglifico di Osiride indica chiaramente un uomo lungichiomato e barbuto

Il voto di Nazireato
Inoltre è la stessa Bibbia ad indicarci la realtà dei capelli lunghi di Gesù. Gesù era chiamato in aramaico “Jeshua Nazira” che non voleva dire “Gesù di Nazaret” (autorevoli studi dimostrerebbero che il villaggio di Nazaret non era ancora sorto quando nacque Gesù. Il luogo di nascita è Betlemme, in Giudea) ma “Gesù Nazireo”. Il nazireato era un voto speciale di consacrazione al Signore i cui membri portavano obbligatoriamente i capelli lunghi (sia Sansone che Paolo ne facevano parte). La loro regola imponeva il divieto di tagliarli in quanto erano simbolo di regalità sacra e voto divino. Già in “Numeri 6.1” il Signore si rivolge a Mosé affermando “Quando un uomo o una donna farà un voto ‘speciale’, il voto di Nazireato per consacrarsi al Signore (…)” In Giudici 13.3” la nascita di Sansone è annunciata ad una donna “sterile” della tribù di Dan, proprio come avvenne tempo dopo per Gesù. Poco dopo si legge “Mai il rasosio toccherà la sua testa perché il bambino sarà un Nazireo consacrato a Dio sin dal seno materno”. Una frase applicabile anche alla posizione di Gesù, chiamato il “Figlio di Dio” e “Nazira”, quindi dotato di capelli lunghi con discriminatura centrale. Dunque Jeshua Nazira, cioè Gesù il Nazireo, essendo consacrato a Dio sin dal seno materno doveva necessariamente portare i capelli lunghi e barba. Questo particolare, come detto, era anche un simbolo nobiliare e più specificamente regale. In tutte le dinastie reali occidentali, a partire dalla sacra stirpe merovingia, i capelli dovevano necessariamente essere lunghi con discriminatura centrale e barba folta. Non si dimentichi inoltre che il cristianesimo originario ha forti attinenze con l’antica religione egizia osiridea, dove un dio muore e risorge. Gli stessi esseni, da cui il cristianesimo deriva, avevano profonde connessioni con l’Egitto e per alcuni studiosi erano i diretti eredi di quel popolo di fuoriusciti dall’Egitto a causa della restaurazione che abbattè la riforma monoteista di Akhenaton. Secondo i fratelli Sabbah, autori de I Misteri dell’Esodo (Tropea editore) questo popolo non era composto da schiavi ma dai sacerdoti di Amarna che venivano chiamati Jahud, da cui il termine Giudei. Se Gesù era il Maestro o Re di Giustizia degli Esseni allora la definizione Re dei Giudei è perfettamente calzante. Ciò spiegherebbe anche il perchè il viso di Gesù (il risorto) e il suo aspetto regale con capelli lunghi e barba, sarebbero assimilabili al geroglifico che indica il dio egizio risorto Osiride, cioè un uomo seduto di profilo con capelli lunghi e barba, il prototipo stesso dei Re nilotici. Non è fantasia. Isaia, nel Vecchio Testamento, definisce il futuro Messia con il termine ebraico “Netzer” (virgulto), sospettosamente analogo al termine egizio “Neter” che indica una divinità, di cui Osiride era la più antica. A seguito di ciò possiamo essere certi che la chioma corta e spettinata della BBC è completamente fuori luogo mentre resta valida l’immagine classica e sindonica di Gesù.  Qualcuno potrebbe obiettare che Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi al passo 11.14 affermi: “Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere?”. Ma Paolo, che aveva fatto voto di Nazireato e pertanto aveva portato i capelli lunghi, non poteva contraddire se stesso. Pertanto qui egli parla al popolo, e offre una serie di regole di buona condotta che servono solo ed esclusivamente al popolo. Infatti il voto di Nazireato era riservato agli “uomini consacrati”, di cui Paolo faceva parte, e di conseguenza non poteva essere allargato ai profani. Dunque il passo citato non smentisce quanto detto sui capelli lunghi di Gesù, bensì lo conferma. Inoltre poco dopo, circa i capelli lunghi della donna, Paolo afferma: “La chioma le è stata data a guisa di velo” (1Cor. 11.15). Questo ci permette di capire che per i Nazirei i capelli lunghi erano associati al velo, tipico elemento che identifica la sposa divina, la Iside, o Vergine Nera (i Nazirei vestivano di nero), di conseguenza il Nazireo consacrato, nella fattispece Gesù, in questo modo esprimeva in quest’elemento femminino la sua androginia, quindi la sua divinità e regalità.

Giudeo, quindi ariano
Quanto appena detto ci ha già introdotto al discorso relativo alle fattezze somatiche di Gesù inerenti il colore dei capelli e la forma del viso, caratteristiche che ne definiscono il ceppo razziale di appartenenza. Poco sopra abbiamo accennato alla fatto che Gesù non era propriamente ebreo ma più precisamente un Giudeo. La Giudea era la terra di Canaan e la terra di Canaan era l’antica terra dei Fenici, così chiamati per essere caratterizzati da viso lungo, pelle chiara e capelli rossi (al di là del fatto che la Fenice, che muore e risorge, è simbolo primario del Cristo), quindi una popolazione ariana. Nella Bibbia in 1 Maccabei  12,23 inoltre troviamo un passo in cui il re di Sparta Areo scrive al Sommo Sacerdote Onia in questi termini: “Areo, re degli Spartani, a Onia, Sommo Sacerdote, salute. Si è trovato in una scrittura riguardante gli Spartani e i Giudei, che essi sono fratelli e discendono dalla stirpe di Abramo”. Si sa che gli Spartani erano ariani dai capelli rossi. Dunque se Gesù era Re dei Giudei, era fulvo? Un ariano? Possibile? La risposta non può essere che affermativa. Non è il solo luogo di nascita a indicarlo. Egli era di stirpe reale, davidica per la precisione, come affermato da Giovanni nel suo Vangelo (Giuseppe con ogni probabilità non era un falegname ma il suo lavoro viene indicato così nei Vangeli ad indicare il suo stato di “costruttore” o “architetto”). Un re, non era solo di sangue puro, quindi non si mescolava con il popolo, ma si distingueva proprio per le sue caratteristiche ariane, come avvenuto in Egitto (Tuthmosis III e Ramses I e II erano fulvi, lo provano le loro mummie, ma con grande probabilità anche Akhenaton) e questa antica tradizione non è presente solo nel Vecchio Mondo ma passando per l’antica India, la si ritrova persino in Perù, dove gli antropologi stanno scoprendo che i sovrani Inca avevano pelle chiara e capelli rossi (forse incarnando il Dio Bianco Viracocha, descritto proveniente da occidente, con barba folta e rossa, capelli lunghi e fulvi con discriminatura centrale).Dunque, diamo un’occhiata alla stirpe davidica per capire se la Bibbia confermi quanto stiamo affermando. Se Gesù era della stirpe di David è proprio dal capostipite che bisogna iniziare. In 1 Samuele 16, il Signore parla a Samuele ordinandogli di andare da Iesse di Betlemme (ancora un importante riferimento a questa città per la scelta del luogo di nascita dell’uomo consacrato) perchè tra i figli di questi Egli si è scelto il suo Re. “Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli ma nessuno di questi “era stato scelto dal Signore” leggiamo nel narrato. Dunque Iesse disse “rimane il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge”. “Manda a prenderlo…” ordinò Samuele. “Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile aspetto. Disse il Signore: ‘Alzati e ungilo: è lui!’ (1 Sam 16.12). Dunque i primi sette figli vengono scartati perchè mancanti di quella caratteristica regale che li avrebbe rivelati “sovrani divini” alla prima occhiata, come invece accade con David. E la Bibbia è chiara nel sottolineare che è proprio l’aspetto di David a sancirlo Re divino, cioè i suoi capelli fulvi (rossi), i suoi “begli occhi” (con tutta probabilità chiari, belli proprio perchè differenti dalla norma) e “gentile aspetto” (gentile vuol dire nobile, aggraziato, elegante). Anche Salomone, figlio di David e antenato di Gesù, nel Cantico dei Cantici, descrive se stesso attraverso le parole della sua amata in questo modo: “Il mio diletto è bianco e vermiglio, riconoscibile fra mille e mille”. Dunque Salomone fa riferimento alla sua pelle chiara e ai capelli rossi che lo rendono immediatamente riconiscibile. Ma, come ha dimostrato anche l’ammiraglio Flavio Barbiero con i suoi approfonditi studi biblici, questa caratteristica regale era detenuta già da Abramo, capostipite della stirpe reale messianica, ed espressamente descritta nella Bibbia per suo nipote Esaù. Dunque, in base a ciò possiamo affermare che la descrizione di un Gesù di aspetto ariano è più che un’ipotesi ed è un dato che stranamente sembravano conoscere molti pittori medievali e rinascimentali che lo hanno così raffigurato, come il Giorgione nel “Cristo Portacroce” (1490-1500), il Bramante in “Gesù alla colonna” (1455), Michele di Ridolfo in “Battesimo e tentazione di Cristo” (1540) sino ai Preraffaelliti del XIX secolo. Dunque, stabilito che Gesù doveva avere i capelli lunghi e la barba folta, entrambe di colore rosso e che è nella Sindone che possiamo vedere il suo aspetto è possibile ricostruire un’immagine veritiera del Messia.

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ricostruzione di Juan Manuel Minarro da cui si è poi ricavato il busto della foto più sopra


Ecco com’era il suo Volto

La realizzazione di immagini tridimensionali del viso dell’Uomo della Sindone è stata impiegata dallo scultore spagnolo Juàn Manuel Miñarro Lopez nel 2002 per realizzare un identikit di come Egli appare sul Lino e di come doveva essere in vita, privo di contusioni e ferite. Non si è trattato di realizzare una rappresentazione artistica dell’Uomo attraverso la destrezza manuale dell’artista, ma dell’applicazione di un metodo di sovrapposizione che ha impiegato proprio le immagini digitali tridimensionali sviluppate in passato applicate per realizzare un modello attraverso il computer mediante il programma Live-Pix. Lo scultore ha utilizzato oltre alle immagini classiche della Sindone anche le immagini fotografiche a isodensità, quelle tridimensionali sviluppate da Whanger, da Tumbarelli e da Leo Vala. L’opera è stata possibile grazie alle tecniche di scultura, infografia, fotometria e ai numerosi studi sulla Sacra Sindone consultati. Il lavoro è stato preparato generando al computer il supporto osseo del ritratto. A questo scopo Miñarro Lopez  ha utilizzato un cranio tridimensionale, introdotto nel programma attraverso una foto digitale. L’obiettivo era quello di ottenere un cranio virtuale dell’Uomo della Sindone. Perciò bisognava trasformarlo sino a farlo combaciare perfettamente con l’immagine in positivo della Sacra Sindone. I parametri di trasformazione sono stati dati dalla ricerca della coincidenza dei punti di inserimento dei principali muscoli della mimica facciale con i corrispondenti punti ossei di inserimento. Così le parti molli del viso hanno iniziato a depositarsi sugli spigoli delle ossa. Alla fine di questo processo si è ottenuto un cranio corrispondente al tipo che doveva appartenere all’Uomo della Sindone. Quindi è iniziata la collocazione dei tratti somatici e delle loro proporzioni. Il modello in argilla, basato su questo cranio, è stato perfezionato generando al computer fotografie in negativo e in positivo del viso della Sindone, controllando la corrispondenza sulla base di meccanismi di sovrapposizione e di traslazione delle distinte sequenze di immagini sino alla corretta sovrapposizione di tutti i tratti. Per ultimare il modello delle parti molli sono state inserite sequenze di sovrapposizione delle immagini fotografiche di isodensità e quelle di Tumbarelli. Per la collocazione dei capelli e della barba Miñarro Lopez ha cercato la coincidenza di alcuni punti di riferimento, sino a raggiungere forme perimetriche accettabili. L’argilla ha permesso in qualsiasi momento la correzione e l’adattamento delle forme, sulla base delle sequenze di controllo. Per i profili sono state utilizzate le rotazioni tridimensionali del viso della Sindone realizzate da Leo Vala.  Il risultato di questo interessante lavoro è stata la scultura-identikit, realistica quasi al 100%, del viso dell’Uomo della Sindone prima in argilla, poi in bronzo, così come doveva apparire una volta deposto nel Lenzuolo e una seconda scultura-identikit del viso dell’Uomo della Sindone come doveva apparire in vita, privo di lacerazioni contusioni e ferite. La somiglianza con il Gesù che conosciamo è sorprendente.  Se a questo punto, a tale modello aggiungiamo i colori agli occhi, ai capelli e alla barba secondo le indicazioni bibliche del suo albero genealogico giudaico, allora otteniamo ciò che è forse la più realistica immagine di Gesù mai realizzata sinora. Il viso di un uomo che cambiò definitivamente la storia del mondo. Il viso del Paraclito.

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Il gesù "fenicio
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Battesimo di Gesù (Michele di Ridolfo). I capelli rossi sono evidenti
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Anche il Cristo Portacroce del Giorgione presenta i capelli rossi

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Albrecht Durer amò ritrarre se stesso come Cristo
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...e altrettanto fece Raffaello di se stesso ne La Cacciata di Eliodoro
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Il Gesù nero dei Rastafariani
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I Gesù Hollywoodiani
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il Gesù di Pasolini. non proprio secondo l'archetipo
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Il Gesù interpretato da Christian Bale. Idem come sopra
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Robert Powell del Gesù di Zeffirelli. Non lontano ma un pò troppo inglese
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Jesus Christ Superstar. Non ci siamo
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Jeremy Sisto in un Gesù produzione Rai.troppo scarmigliato e fotomodello

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Kim Rossi Stuart. Troppo bello per essere credibile (a parte il nome, le cui iniziali,guarda un pò, formano Cristo)
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Willem Dafoe in L'Ultima Tentazione di Cristo. Il Gesù più credibile nella storia del cimema, ma il volto meno credibile e troppo americano per i canoni mediorientali
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la palma d'oro del volto più aderente, persino a quello sindonico, va a Jim Caviezel, grazie all'idea di un certo MEL Gibson (credete sia un caso?)

29/01/2010

MASSONERIA LE ORIGINI SEGRETE

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1a parte dell'iniziazione al Terzo Grado (Maestro)
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2a parte dell'iniziazione al Terzo Grado

 

La storia occulta della massoneria

Per la maggioranza degli storici la frammassoneria risale al XVIII sec., quando venne resa pubblica. Ma esistono prove che questa società segreta andò materializzandosi lentamente molto prima della costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra nel 1717. Le sue origini perdute potrebbero risalire ai misteri egizi, alla sapienza sufi, all’occultismo ebraico e ai templari. Che fondamento ha questa ipotesi? Esiste una storia perduta della massoneria?

 

di Josep Guijarro

Per gli storiografi la massoneria nacque nel 1717 grazie ai pastori protestanti inglesi James Anderson e J.T. Desaguliers, ma è ovvio che i loro riti e credenze erano ispirate a leggende molto più antiche, le cui origini continuano a essere oggetto di discussione. Discendono per caso dagli Antichi Misteri Pagani, dal Tempio di Re Salomone, dai Templari o dai Massoni Operativi del Medioevo? Al British Museum sono conservati due dei documenti massonici più antichi che si conoscano. Sembra che risalgano rispettivamente al 1390 e al 1450. Il primo ha il nome di Manoscritto Regius, mentre il secondo è il Manoscritto Matthew Cooke. Questo è costituito da due parti, conosciute come “La Storia” e “Gli Incarichi Antichi”, che facevano parte delle Regole generali massoniche compilate nel 1720, e che anche James Anderson utilizzò come materiale di riferimento per la sua Costituzione di tre anni prima. Nel migliore dei casi, quindi, le prime menzioni alla massoneria risalgono al XIV sec. E’ questa l’età della potente società o esiste un’origine anteriore, mitica e misteriosa?

 

Estetica salomonica

Il pioniere degli occultisti Eliphas Levi ci ricorda una leggenda massonica che rapporta le origini di questa istituzione con un manoscritto dell’VIII sec. riguardante la costruzione del Tempio di Salomone e il suo architetto Hiram Abiff. Il mitico tempio era un autentico trattato di geometria che riproduceva nelle sue strutture simboliche i differenti piani e livelli del cosmo. La vera importanza di questa storia però è da ricercare nel punto di vista allegorico. Quindi, questa costruzione non sarebbe altro che una riproduzione della volta celeste dove il Sole è il re e l’altare punterebbe verso la costellazione dell’ariete. Cosa che risulta evidente nel testo biblico della Lettera agli Ebrei (9:24), quando si dice che «Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso…». Ancora oggi, la decorazione delle logge massoniche prevede sul soffitto una decorazione che rappresenta la volta celeste con tutt’intorno i segni dello zodiaco. La Bibbia dice che per la costruzione del Tempio di Gerusalemme furono necessari 153.300 operai, divisi gerarchicamente in tre gradi: 70.000 apprendisti, 80.000 funzionari o compagni e 3.300 maestri. La leggenda sostiene che comunicavano tra di loro con parole segrete, segni e rintocchi diversi per ogni categoria. Secondo la tradizione massonica, Hiram completò la costruzione del Tempio in 7 anni e poi venne assassinato a martellate. «Quando la costruzione del Tempio di Salomone stava per finire – spiega l’erudito di massoneria Mario Pérez Ruiz – tre compagni volevano conoscere i segreti dei maestri e in tal modo sfruttare il grado superiore. Ma, non conoscendo la parola segreta, assassinarono a martellate Hiram Abiff». Gli assassini seppellirono il cadavere lontano da Gerusalemme e Salomone ordinò che venisse cercato da 9 maestri… Che lo trovarono. Per riconoscere il luogo dove venne sepolto vi piantarono un ramo di acacia. La storia della morte di Hiram ha una relazione simbolica con quella di Osiride. L’architetto del Tempio dei giudei è stato assassinato presso la porta occidentale, dove tramonta il Sole. Nella mitologia egizia anche le Sale di Amenti, governate dal dio della morte e della reincarnazione, si trovano a Occidente. Osiride ritorna dal regno dei morti a Nord, che nella mitologia egizia è associato alla costellazione del Leone. Hiram Abiff torna dal regno dei morti tramite una stretta di mano massonica denominata “la presa del leone”. Infine, sia nei misteri massonici che in quelli egizi, il “dio” risorto viene sepolto in una collina segnalata con un albero. L’entrata al Tempio di Salomone è fiancheggiata da due colonne conosciute con il nome di Jachim e Boaz, allo stesso modo degli obelischi utilizzati allo stesso scopo all’ingresso dei principali templi egizi. Ad esempio, le iscrizioni sull’obelisco egizio che si trova a Central Park, a New York, mostrerebbero simboli massonici dei tempi di Tuthmosi III. Lawrence Gardner è convinto che Hiram Abiff  riprese il costume egizio di situare pilastri all’entrata dei templi quando pose Jachim e Boaz nel Tempio di Salomone. Il loro interno era cavo ed era stato pensato così per conservare gli archivi e i testi delle norme dei costruttori. Per gli storiografi della massoneria non è una coincidenza: «Tutta la Luce viene da Oriente; tutte le iniziazioni dall’Egitto», scrisse Cagliostro, fondatore del Rito della Massoneria Egizia. Oggi il ricordo della luce d’Egitto continua ad affascinare molti massoni, che non smettono di sognare lo splendore e la perfezione delle piramidi e dei templi della civiltà dei faraoni.

 

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I Tre Pilastri della Massoneria

 

Sufi, sabei e templari

Nonostante tutto – ci ricorda Gérald Galtier – per la maggioranza dei frammassoni, la Terra Santa è quella di Gerusalemme e ciò che andrebbe ricostruito è il tempio di questa città. In effetti, Salomone custodirebbe la chiave che permette di accedere ai segreti della frammassoneria. Già dal XVIII sec. diversi autori suggeriscono che l’origine della massoneria andrebbe cercata nei Templari. Secondo le teorie di questi studiosi, questa confraternita di monaci-guerrieri fondata nel 1118 sarebbe rimasta chiusa per 9 anni nel tempio dei giudei e dopo una rapida espansione in tutta Europa sarebbero stati responsabili del finanziamento di gran parte delle cattedrali gotiche. Per caso il movimento massonico prese le mosse dai Templari? Il celebre scrittore Robert Graves ne deduce che la massoneria fu introdotta in Europa, più precisamente in Scozia, sotto le spoglie di una confraternita di artigiani grazie ai Templari. Questo Ordine avrebbe recuperato in Terra Santa un’abbondante documentazione di origine islamica ed ebraica, cosicché alcuni specialisti percepiscono negli insegnamenti massonici una certa influenza sufi. Il traduttore delle Mille e una notte, Sir Richard Burton, definì il sufismo come il parente orientale della massoneria. Più in là si spinge Idris Shah al concludere che “Boaz” e Salomone non fossero israeliti, ma architetti sufi. Di fatto, Salomone viene venerato dall’Islam come un profeta. Ma Jorge Blaschke e Santiago Río avvertono che i sufi non sono la sua origine primigenia. Le radici dei suoi insegnamenti andrebbero cercate nei sabei, una setta di artigiani e commercianti che professavano una dottrina ellenistica attribuita a Hermes e che si insediarono nell’Alta Mesopotamia e a Nordest di Aleppo tra il IX e l’XI sec. Praticavano un comunismo iniziatico che propugnava un rituale di cameratismo, un’intesa tra corpi dello stesso mestiere. Nella sua opinione, la riforma della massoneria che venne effettuata a Londra all’inizio del XVIII sec. commise un grave errore, in quanto confuse con termini ebraici quelli saraceno, svilendo l’antica tradizione sufi.

 

Costruttori di cattedrali

Comunque, la maggioranza degli storici concordano nel fatto che gli inizi della massoneria sono radicati nelle corporazioni dei mestieri e costruttori medievali. «Parliamo di Uomini che interpretavano in un senso molto sottile questa pedagogia di massa che la Chiesa pone in atto in funzione della pietra, quest’arte illustrativa che tentava di trasmettere al popolo ciò che non poteva leggere perché non sapeva farlo – spiega Eduardo R. Calley – Quando osserviamo un portico romanico siamo di fronte a un libro che tenta di trasmettere delle cose. Nel corso della storia dell’Umanità, costruire edifici ha sempre avuto una funzione sacra perché quello che si costruiva erano i templi. Il resto non ci è rimasto. Ciò che è giunto sino a noi sono le pietre delle ziggurat, delle piramidi, dei grandi templi d’Oriente. Pertanto, c’è sempre stata una connotazione sacra nel mestiere di costruire». Nella sua opinione, questa responsabilità nel Medioevo ricadde sugli ordini monastici e, in particolare, su quello benedettino. In effetti, sotto la direzione dei grandi abati, apparivano le prime espressioni di un’architettura rinnovata che mostrerà le proprie possibilità nell’arte romanica ed esploderà in tutta la sua potenza con il gotico. Sotto la sua protezione troveremo anche le prime prove di una massoneria primitiva, frutto del rinnovamento della conoscenza e delle tecniche di costruzione. I benedettini prima e i cistercensi più tardi dominarono l’edilizia medievale. Ogni convento era una colonia dove, oltre a dedicarsi alla pratica della pietà, si studiavano le lingue, la teologia e la filosofia, ci si occupava attivamente di agricoltura e si insegnavano ed esercitavano tutti i mestieri… Gli abati tracciano i progetti e dirigono le costruzioni, stabilendo in questo modo una corrente di intelligenza tra i conventi. Se Calley è nel giusto, la spiritualità occidentale ha le sue radici nell’esoterismo giudaico-cristiano e il lavoro iniziatici di raffinare la “pietra grezza” – simbolo centrale della dottrina massonica – incontra un antecedente diretto nell’azione di “squadrare la pietra” piantata dai grandi maestri benedettini come allegoria della costruzione dell’ “Uomo spirituale”, adatto al compito di costruire sulla Terra il riflesso della Città Sacra, la mitica Gerusalemme Celeste. Cosa che è di una formidabile ironia alla luce dell’attitudine pugnace che la Chiesa ha sempre dimostrato nei confronti della massoneria. Per dimostrare ciò lo storico argentino si serve di fonti dell’epoca e di scritti storici, come un manoscritto di Wilhelm de Hirsau, uno dei più grandi abati costruttori dell’Ordine Benedettino nell’XI sec., in cui si fa riferimento al grembiule di cuoio e al suo significato profondo. Xavier Casinos assicura che i massoni godevano, inoltre, di privilegi che non avevano altri artigiani, come la libertà o franchigia di spostarsi da un luogo a un altro per effettuare il proprio lavoro. Per questo li si chiamava frammassoni (da francmasons = carpentieri liberi). Questa mobilità, ad ogni modo, diede luogo ai segni segreti, che avevano l’obiettivo di fare in modo che si riconoscessero tra di loro quando iniziavano una nuova costruzione. Durante il XVII sec. ebbe luogo il processo di transizione che portò le corporazioni di costruttori a trasformarsi nella massoneria così come la conosciamo attualmente. Vale a dire che abbandonò la propria operatività per trasformarsi in una società filosofica che manteneva buona parte della simbologia medievale, come il compasso, la squadra, il grembiule di cuoio e il filo a piombo. Con la nascita di questa massoneria speculativa, i suoi membri non dovevano più costruire una cattedrale, ma un’umanità migliore a partire dal tempio interiore di ogni massone. Il cavalier Ramsay introdusse l’ “ipotesi templare”, più adeguata alla nobiltà del XVIII sec. rispetto al carattere borghese delle corporazioni di mestieri, e diede origine al sistema conosciuto oggi come Rito Scozzese Antico e Accettato. A partire da allora, si introdusse un nuovo elemento di controversia tra chi abbracciò l’origine templare dell’istituzione come fondamento storico dell’Ordine e coloro che tentarono di sostenere l’origine nei costruttori di cattedrali.

 

Rosslyn e il segreto dei massoni scozzesi

Questa discussione, che va avanti da più di due secoli, è stata rinfocolata negli ultimi anni dall’apparizione di numerosi libri, tanto di carattere storico come dovuti ai difensori di questa origine templare della massoneria. Molto credono di aver trovato nella Cappella di Rosslyn il legame definitivo che unirebbe la fine dell’Ordine del Tempio e i maestri scalpellini. Secondo gli scrittori britannici Christopher Knight e Robert Lomas, il punto di partenza della frammassoneria va cercato qui, perché i membri della famiglia Saint Clair di Rosslyn divennero i Grandi Maestri ereditari delle Arti, dei Mestieri e degli Ordini di Scozia e ostentarono l’incarico di Maestri dei massoni di Scozia sino alla fine del XVIII sec. La cappella di Rosslyn si trova a 16 km da Edimburgo. Venne eretta tra il 1440 e il 1490 da William Saint Clair e le sue pareti e colonne sembrano nascondere un sapere ancestrale trasmesso trasmesso attraverso le generazioni. La relazione tra i Templari e Rosslyn risalirebbe ai tempi della prima crociata. Henry Saint Clair vi partecipò insieme al fondatore del Tempio Hugues de Payns, sposato a sua cugina Caterina. Al suo ritorno avrebbe ricevuto il titolo di barone. Anche se il suo nome non compare tra i 9 fondatori dell’Ordine del Tempio, è evidente che tra di loro mantenevano stretti vincoli. L’ipotesi di Knight e Lomas è che William Saint Clair sapesse che i manoscritti che sembrava fossero stati recuperati dai Templari nel Tempio di Salomone fossero nascosti in Scozia. Costruì Rosslyn per custodirli e fondare una Nuova Gerusalemme. Ciò naturalmente, presuppone l’ammissione che i Templari non si recarono in Terrasanta per difendere i pellegrini, ma con un proposito più esattamente archeologico che filantropico. Per questa ragione, 9 uomini (come quelli che rinvennero il corpo di Hiram) rimasero per 9 anni chiusi tra quelle mura. Molti esperti hanno condotto ricerche sulla persistenza di questa chiave numerica: il 9. Accade che la nona lettera dell’alfabeto ebraico è la Taw (la Tau greca). Questa lettera, rappresentata dal nono sephiroth cabalistico (Yesod o Fondazione) è legata al simbolismo del serpente taumaturgo e al segreto della sua sapienza. Ma, inoltre, il marchio del Tau era quello che i cainiti portavano sulla fronte quando Mosé li incontrò. Nella Cappella di Rosslyn, curiosamente, i 14 pilastri sono stati disposti in modo che gli 8 del lato Est formano la sagoma di un triplo tau. Sospetto che Hugues de Payns e i suoi 8 fratelli fondatori ignorassero i codici e il significato di ciò che trovarono nel Tempio e, per questa ragione, dovettero ricorrere all’aiuto di cabalisti ebraici e saggi islamici attraverso il loro protettore Bernardo da Chiaravalle, il riformatore dei cistercensi. Due secoli dopo la simbologia era stata svelata e messa in salvo nella Cappella di Rosslyn. Questo santuario sarebbe, quindi, una replica del Tempio di Salomone, con torri e un enorme tetto centrale di forma curva sostenuto da archi. Una ricostruzione del Tempio adornata da simbolismo nazireo (gruppo mistico giudaico facente parte dell’area essena, la cui etimologia viene da “Custode” o “Conservatore”) e templare per dare rifugio al “segreto”. Quando le logge scozzesi decisero di eleggere una Gran Loggia per la loro amministrazione, ne convennero che William Sinclair (discendente diretto per linea paterna del costruttore della cappella) doveva occupare l’incarico vitalizio di Gran Maestro.

 

Il ritorno dell’Antica Alleanza

Ben presto sorsero dei disaccordi in seno alla massoneria inglese. Dopo la fondazione della Gran Loggia di Londra si formarono due gruppi: gli “antichi” e i “moderni”. Questi ultimi erano preoccupati dal fatto che gli antichi avevano deciso di difendere il patrimonio giacobita (paladino del diritto divino dei monarchi) e dalla minaccia che ciò presupponeva per gli Hannover, di estrazione protestante. I giacobiti vedevano nella leggenda di Hiram, nel terzo grado del loro rito, un’allegoria dell’assassinio di Carlo I Stuart, così come i simboli erano stati ripresi dalla congiura tramata dai paladini di questo re per vendicare la sua morte e porre sul trono il figlio. Comunque,secondo quanto riferisce Gerard de Nerval, una versione molto simile della leggenda di Hiram si poteva ascoltare nei caffé di Istanbul sotto forma di racconti. Ciò pone un serio interrogativo sull’origine della cerimonia più importante della frammassoneria, anche se forse la fonte originale del grado di maestro risiede nelle abbazie in quanto, come ci ha chiarito Calley, esiste una notevole somiglianza tra questa cerimonia di esaltazione e i voti del monaco benedettino nella sua ultima tappa di ordinazione. Ciò significherebbe un ritorno all’Antica Alleanza con i cattolici giacobiti, i quali introdussero numerosi elementi centrali dei rituali a base templare e spiegherebbe l’abbondante presenza di ecclesiastici nella frammassoneria del XVIII sec.



Per il ritorno di un re divino

In accordo con l’attuale costituzione, il Gran Maestro della Loggia Unita d’Inghilterra deve essere un principe di sangue reale. Il sangue è un fattore importante, in quanto storicamente un altro ramo della massoneria aspettava l’arrivo del Rex Mundi, un sovrano di presunta natura divina che sarebbe stato destinato a governare il mondo.

 

di Josep Guijarro

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Carlo II Stuart

Nel 1314, dopo lo scioglimento dell’Ordine del Tempio, la Scozia si trasformò in un rifugio perfetto per i Templari che fuggivano dalla persecuzione inquisitoriale. Un re molto debole, Edoardo II, non applicava la bolla papale e i Templari fuggivano in Scozia a formare la cavalleria di Robert Bruce, il quale allora combatteva per l’indipendenza del suo paese. Quale contropartita e forma di gratitudine, Robert Bruce consegnò loro l’abbazia benedettina di Kilwinning, nel Nord della Scozia, che era il cenobio di costruttori più importante del Paese. Ciò facilitò il fatto che la massoneria operativa scozzese, vale a dire le corporazioni di costruttori, assumesse caratteristiche speciali, influenzate dalle concezioni cavalleresche dei Templari e gradualmente, nel corso dei secoli, iniziò a lasciarsi alle spalle il suo carattere operativo per trasformarsi in una massoneria speculativa, di taglio filosofico. Ciò si concretò nel 1736 con la creazione della Gran Loggia di Scozia, il cui Gran Maestro fu William Sinclair di Rosslyn. Anteriormente a questo evento, in concreto con l’esilio in Francia di Carlo II Stuart (1649-1660), si sviluppò quella che in seguito sarebbe stata conosciuta come “massoneria giacobita”, originata dalla massoneria scozzese di influenza templare, la quale si comportò come un partito politico, tentando di restaurare la Casata degli Stuart sui troni di Inghilterra e Scozia.

 

La trama giacobita

Quando gli Stuart vennero espulsi dopo la rivolta del XVII sec. dall’Inghilterra, questa tradizione templare scozzese fa ritorno in Francia. Uno dei responsabili di ciò è Andrew Michael de Ramsay, massone giacobita artefice dell’insediamento della frammassoneria francese e creatore delle prime logge nel regno. Ramsey suscitò la vanità degli aristocratici francesi assimilando la loro adesione alle logge con l’entrata in un ordine di cavalleria. Per favorire il reclutamento, questo scozzese residente in Francia affermò nel 1736 che la frammassoneria aveva la sua origine più remota nell’Antico Egitto e in Grecia. Ramsay raggiunse il suo obiettivo e l’impianto delle logge nel Paese gallo ebbe una progressione spettacolare, riunendo intorno a sé le persone più vicine al potere. Il Grande Oriente di Francia, senza dubbio la loggia più importante dell’epoca, era presieduta nel 1789 dal duca di Orleans, Luigi Filippo, che avrà un ruolo importante nel corso della Rivoluzione Francese. Il cugino del re, conosciuto in seguito con il soprannome di Filippo Uguaglianza, favorì l’usurpazione del potere che ebbe luogo in quel periodo. Quando si tentò di abbattere la monarchia e uccidere il re e la sua famiglia, la pseudofiliazione templare dei massoni risorse: si dedicarono a incoraggiare tutte le cospirazioni contro il re di Francia in nome della vendetta di Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro condannato a morte dall’Inquisizione. Secondo Eduardo Callaey, «i leader scozzesi stavano preparando un piano generale che avrebbe dovuto restaurare l’Ordine del Tempio in Europa. Grazie al successo ottenuto da Ramsay, questa nuova cavalleria voleva costituirsi in un vero e proprio Ordine chiamato a controllare la frammassoneria e – è giusto dirlo – a servirsi di essa». E, secondo Callaey, «c’è una causa per la rivendicazione templare. C’è un motivo, un’ispirazione. L’Europa del XVII sec. – sostiene – è un’Europa in armi contro l’Islam. L’ultima ondata ottomana è alle porte di Vienna quando viene fermata nel 1680». E chi c’è in prima linea in questi eserciti? Ci sono di nuovo i Buglione, i Borgogna, i Lorena… I discendenti dei protagonisti della I Crociata. E la massoneria del XVII sec. è una massoneria aristocratica che contava al suo interno molti di questi uomini. Callaey ci confessa: «Se fossi stato un Buglione, in queste battaglie contro i turchi, avrei sempre tenuto presente la figura di Goffredo…».

 

Cavalieri di Sangue Reale

Ed è importante segnalare che Goffredo di Buglione, uno dei principali leader della I Crociata, non partecipò ad essa con le stesse intenzioni di altri signori o re. Egli si imbarcò in un viaggio senza ritorno perché credeva di andare a stabilirsi in una terra che gli apparteneva a causa del suo lignaggio. Come poteva un francese pretendere di avere origini giudaiche o addirittura considerarsi discendente di Gesù? La risposta sarebbe nel patto tra Carlo Magno e il sultano Harun al-Rashid. Quest’ultimo aveva un problema con gli ebrei di Babilonia. Sappiamo che dopo la diaspora si stabilì in Mesopotamia un’importante comunità ebraica  governata da un esiliarca, vale a dire da colui che che deteneva l’eredità del sangue del re David. Nell’VIII sec. si scatena una lotta tra due presunti discendenti (due cugini) in esilio. «Al sultano avevano paralizzato il commercio – ci chiarisce Callaey – e i due esiliarci pretendono che sia proprio lui a redimere il contenzioso e a decidere quale dei due deve avere il controllo della comunità ebraica. Quindi, Harun al-Rashid ricorre a Carlo Magno e gli propone di concedere un esilio dorato a uno dei due, con un buon matrimonio, un’alleanza di sangue e un trattamento nobile e in cambio egli farà pressioni sul Califfato di Granada (frontiera occidentale dell’Islam) affinché abbassi la tensione». Quindi consegna a uno dei due, Makhir David (730-793), il contado di Narbona (riceverà il nome di Teodorico I e i titoli di Duca di Tolosa, Conte di Narbona e Principe Giudaico di Francia) e lo sposa ad Auda Martel, una principessa di sangue reale. Nei secoli seguenti, grazie a questa unione, si svilupperà tutta una linea giudaico-carolingia. «C’è qualcosa ancor più interessante – sottolinea Callaey – i carolingi, che avevano usurpato il trono dei merovingi, avevano bisogno di legittimarsi con un lignaggio divino, e perciò tale alleanza venne vista di buon occhio». Questa è, in definitiva, la ragione per cui in Narbona e nel Sud della Francia prospererà la Cabala, si stabiliranno scuole legate allo studio del Talmud e della Torah e ai cabalisti di Provenza. I carolingi ne guadagnarono l’incorporazione del leone nel loro stemma (simbolo della Casa di Giuda), che si trova in tutte le case reali europee che discendono da questo ramo giudaico-carolingio e ciò permise loro di sviluppare tutta una simbologia nella quale appaiono loro, i grandi capi della casa reale, sempre legati all’immagine del re unto.

 

Eredi del Tempio

 

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il barone di Hund

La tradizione templare, forzata alla clandestinità per quasi 400 anni, riemerse nel XVII sec. e si impose come fattore influente sulle credenze massoniche e rosacroce. Ramsay diffidava dell’influenza templare e fu Kart Gotthelf, barone di Hund, a far entrare tale influenza nella tradizione massonica con la fondazione del Rito di Stretta Osservanza. Il barone di Hund fu iniziato da Lord Kilmarnock, Gran Maestro della frammassoneria scozzese, nel 1742. Si ipotizza che quel gruppo potrebbe essere stato erede delle credenze templari importate in Scozia o addirittura dei discendenti della loggia fondata nel XIV sec. dal figlio di re Edoardo III. I suoi responsabili affermavano con convinzione che in Scozia era stata fondata, all’inizio del XVIII sec., una loggia che ebbe la sua carta di fondazione da un capitolo di Templari che era sopravvissuto a Bristol e che rimase operativo per centinaia di anni. L’Ordine aveva una chiara origine stuardista e, in ogni caso, la restaurazione templare formò parte del vasto piano della frammassoneria giacobita. Bisogna sapere che il barone di Hund ricevette gli alti gradi della massoneria nel 1743 e che in seguito affermò di essere stato iniziato in un Capitolo Templare (una struttura gerarchica) in Inghilterra da un cavaliere anonimo con il volto nascosto da un cappello con una piuma rossa. Secondo gli archivi del gruppo Stella Templum, il misterioso cavaliere in realtà era Alexander Montgomery, conte di Eglinton, anche se altri sospettano che si trattasse proprio di Carlo Stuart. Tuttavia, questi smentì sempre qualsiasi vincolo con la massoneria, nonostante l’ultimo Stuart, che morì esiliato a Roma nel 1788, sognava la creazione di un regno templare in Scozia. Chiunque fosse, sicuramente questo enigmatico personaggio diede il permesso al barone di fondare in Germania un ramo alemanno dei neotemplari. Il mito popolare ricorrente a quei tempi nei circoli occulti sosteneva che i Templari erano stati iniziati a un insegnamento gnostico trasmesso dagli Esseni, i quali a loro volta avrebbero iniziato Gesù ai misteri che secoli dopo sarebbero stati riscattati dai Templari a Gerusalemme. Di conseguenza, i neotemplari furono un intento per combinare la sapienza pagana con gli ideali cristiani.

 

Il ritorno del Rex Mundi

Ma, accanto al barone di Hund, vi era un’altra persona che rivendicava la restaurazione dei Templari in Germania.. Mi riferisco a Johann Augustus Starck. Questo professore di lingue era incappato nel templarismo massonico a San Pietroburgo. Era convinto che i Templari avessero ereditato il loro sapere occulto dalla Persia, dalla Siria, dall’Egitto e  trasmesso da una società segreta ancora in attività in Medioriente ai tempi delle crociate. La sua versione del neotemplarismo ebbe l’appoggio degli aristocratici europei, arrivando ad annoverare tra le proprie fila numerosi duchi, conti e principi. In Svezia, Gustavo III divenne suo mecenate perché credeva che fosse stato fondato da Carlo Stuart, essendo lui un paladino dei pretendenti giacobiti. Dopo la morte del barone la Stretta Osservanza si indebolì e si allontanò dalle origini templari sino a derivare nel Rito Scozzese Rettificato. Ramsay sosteneva che la massoneria era nata in Terrasanta ed era uno strumento ideologico dei crociati. E credeva che la sua missione consistesse nel costruire una comunità universale al di sopra delle nazioni, retta da Dio, basata sulla fratellanza e posta al servizio del bene e della verità. A capo di questo impero transnazionale doveva porsi un re di lignaggio divino, un discendente di Gesù, conosciuto come Rex Deus. Partendo dal presupposto che Gesù abbia avuto dei figli, i suoi discendenti si dispersero in tutta Europa e in Asia Minore nel corso dei secoli, imparentandosi con cadetti delle aristocrazie locali.Non deve sorprenderci che gli Stuart, sui quali scommettevano Ramsay e la massoneria templaria, fossero Rex Deus. Secondo le ricerche di Knight e Lomas, quando Giacomo VI di Scozia si trasferì a Londra per essere incoronato Giacomo I d’Inghilterra, portò con sé la massoneria che, a detta di questi autori, è una «variante della dottrina Rex Deus che narra la storia della ricostruzione del regno di Salomone». Sul filo di queste idee il ricercatore Tim Fallace assicura che «la massoneria è stata espressione del cristianesimo nel corso degli ultimi 2.000 anni».



L’altro impero cristiano

di Josep Guijarro

 

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sfinge all'ingresso di un tempio massonico

Gli inizi sconosciuti della massoneria, il suo collegamento segreto con i benedettini e i templari, il ruolo di questa società nella costruzione delle cattedrali e la sua evoluzione sino al XVIII sec. sono gli argomenti di El otro imperio cristiano (“L’altro impero cristiano”), l’ultimo libro dello storico argentino della massoneria Eduardo R. Callaey, presentato lo scorso giugno presso la Gran Loggia di Spagna. «La massoneria mantenne la sua impronta cristiana nel corso di tutta la sua storia; quello che accade è che nel XVIII sec., quando iniziano a svilupparsi le idee di democrazia e libertà di pensiero, la Chiesa e gli stati monarchici non potevano permettere che venisse invertita la piramide del potere». Eduardo R. Callaey appartiene da 18 anni alla massoneria. Ha presieduto 3 logge in Argentina, essendo attualmente il Gran Maestro di una di esse: la Loggia Lautaro, una delle più antiche del suo Paese e della quale fecero parte molti leader dell’indipendenza americana come José de San Martín e Bernardo O’Higgins. E circa una decina di anni fa contribuì alla fondazione dell’Accademia di Studi Massonici, un organismo accademico che intende affrontare la storia della massoneria con un criterio storiografico. «Si sta verificando una proliferazione di letteratura massonica che mischia i Templari, massoni, rosacroce e ogni sorta di setta, quando in realtà la massoneria è un fenomeno sociologico molto particolare. E’ una sorta di telone di fondo che sta dietro alla secolarizzazione attraversata dall’Occidente negli ultimi 200 anni». Callaey si è recato in Europa, precisamente in Spagna, lo scorso mese di giugno per una conferenza in occasione dell’XI Simposio Internazionale di Storia della Massoneria Spagnola, alla quale hanno partecipato un centinaio di esperti, in maggioranza cattedratici, organizzato dalle Università de La Rioja e di Saragozza. E’ stata l’occasione per incontrarlo e discutere del suo ultimo libro, L’altro impero cristiano, (inedito in Italia) che appunto tratta abbondantemente del legame tra templari e massoneria.

 

Massoneria cristiana

Questo primo volume di quella che sarà una tetralogia dal titolo “Il fattore massonico”, tenta di addentrarsi nel mondo e nella storia della massoneria al di là di qualsiasi mitologia. E’ un saggio storico, che abbraccia un arco di tempo che va dalle origini delle logge massoniche nel Medioevo sino al XVIII sec. e ha ricevuto una buona accoglienza in diversi settori associati a questa società segreta. «Quello che tento di spiegare nel libro è che le prime condanne della Chiesa contro la massoneria avvennero in un contesto politico e non clericale. In realtà, i massoni scozzesi cercavano solamente di divulgare l’idea di un cristianesimo transnazionale per superare così le divisioni che avevano decimato l’Europa con le guerre religiose». Tuttavia, «nel XIX sec. le cose cambiano. A quel punto sorge una massoneria di taglio chiaramente anticlericale. E’ il momento in cui si producono le modifiche del Gran Oriente di Francia, che abbandona, tra i propri membri, l’obbligatorietà di credere in Dio, la dottrina della trascendenza dell’anima e toglie la Bibbia dalle are delle logge che si trasformano così in altari laici». Questo fatto è molto curioso perché, apparentemente, nel mondo ha trionfato – per lo meno pubblicamente – la corrente francese, e quella scozzese rimane ignorata, mentre – secondo Callaey – in realtà «una grande percentuale di massoni nel mondo è cattolica». E confessa: «Io sono cattolico apostolico romano e l’80% dei massoni argentini sono cristiani. Il massone non è un uomo particolarmente inclinato alla religione, ma professa lo spiritualismo».

 

Monaci costruttori

In questo primo libro della tetralogia Callaey esplora il nesso tra i templari e i massoni. E ciò non è altro che l’Ordine religioso di San Benedetto, il più potente del mondo occidentale del tempo. «L’Europa era stata decimata dalle invasioni barbariche – ci spiega Callaey – e un giorno appare San Benedetto da Norcia che dice che bisogna salvare ciò che si può dell’antica cultura occidentale. Sono i monaci che si mettono a copiare i libri, a salvare i pochi busti e rovine romane e si pongono a capo della costruzione di chiese nelle abbazie. In pochi sanno che, in soli 300 anni, sono state spostate più pietre che nell’intera storia d’Egitto. Sto parlando di migliaia di cattedrali, abbazie, monasteri… E questo lavoro è stato iniziato dai benedettini» che, secondo il nostro storico, sono la vera origine germinale della massoneria. Sino a quel momento le chiese non erano nelle città. Il trasferimento delle chiese in area urbana si verifica nel periodo gotico. «Ciò implica l’inizio della secolarizzazione del fatto religioso perché, finché non apparirono le cattedrali nel centro delle città, la gente andava nei monasteri perché lì si teneva la messa». In questo contesto, «i benedettini svilupparono un’unità speciale di lavoro che erano le logge di costruttori. Costoro sono i primi a utilizzare in senso cerimoniale tutta la simbologia architettonica, compreso il grembiule di pelle, e a partire da essi si sviluppa l’iconografia massonica».

 

Simbolismo massonico

In effetti, ai grandi abati costruttori veniva consegnato un grembiule di pelle, che i documenti latini descrivono di «mirabile fattura» per distinguerli dall’operaio, il che significava che chi lo portava era un maestro costruttore.«Noi massoni molto spesso utilizziamo l’allegoria della pietra grezza. Per noi il profano che iniziamo è una pietra, un blocco appena estratto dalla cava. Ma il compito allegorico del massone è quello di erigere un tempio di virtù per la gloria del Grande Architetto dell’Universo. E’ una costruzione individuale e sociale. Ogni pietra deve incastrarsi con l’altra e il lavoro del massone è quello di trasformare la pietra grezza in una pietra cubica, capace di partecipare di questa costruzione collettiva». E sul filo di questa idea Eduardo R. Callaey fa una constatazione singolare: «Sono i benedettini che iniziano a parlare di quadrare la pietra. Loro credevano che chi costruisce un tempio deve possedere una serie di virtù ed essere cosciente del fatto che sta innalzando un tempio. Per quadrare la pietra c’è bisogno di un compasso, una livella, un filo a piombo e di tutti gli utensili che fanno parte del simbolismo massonico».

 

Frater conversus

Il problema sorge a metà dell’XI sec., quando il movimento cluniacense, prima tappa espansiva dei benedettini guadagna dimensione e peso politico tale – Carlo Magno colloca un benedettino persino a capo di York per organizzare le scuole dell’impero – da non essere sufficienti al loro progetto. «Nella misura in cui questo processo prende piede si produce una domanda di mano d’opera a causa della quantità di monasteri e abbazie che venivano costruiti simultaneamente. Quindi debbono inventare una figura che non esisteva: un laico annesso al monastero, senza voto di obbedienza né di castità, dato che aveva famiglia in paese, che prese il nome di frater conversus». Questa nuova mano d’opera laica và a integrarsi sotto l’autorità delle logge benedettine di costruttori e a organizzarsi gerarchicamente. «Così nasce la differenza tra l’apprendista e il maestro. Quest’ultimo era colui che conosceva i segreti della costruzione, che erano una cosa molto misteriosa; la scoperta delle proporzioni, della chiave di volta, dei calcoli della tensione tra le pareti e i sordini erano patrimonio dei maestri del mestiere. Ciò coincide anche con il processo storico di formazione delle confraternite di artigiani del Medioevo, quando essere maestro significava automaticamente far parte di un’altra classe sociale, di un altro ceto». I maestri quindi costituivano una corporazione molto chiusa, nelle cui confraternite non entrava un nuovo membro finché non ne moriva uno già esistente. E avevano potere politico anche nei municipi.

 

Il senso dei segni

I benedettini, quindi, inventano i segni segreti che secondo Callaey avevano lo scopo di differenziare le loro conoscenze e di conseguenza il rango ottenuto nel loro lavoro. «All’inizio gli apprendisti erano obbligati a portare la barba, e per quello ricevevano il nome di fratres barbati, mentre il maestro poteva radersi. Inoltre, erano obbligati a usare un segno che permetteva l’identificazione del loro rango. Quando qualcuno terminava di costruire un tempio in un luogo e si trasferiva altrove, eseguiva davanti all’abate il segno  quando erano completamente soli, e questi poteva in tal modo capire  se il rango dell’ultimo arrivato era quello di apprendista o di maestro». Callaey ci svela anche una radice etimologica diversa per la parola “massone”. Secondo San Isidoro di Siviglia nel suo libro Etimologie, dove è riunito tutto il sapere dell’epoca, nell’VIII sec. le impalcature venivano indicate con il vocabolo greco machion. Questo termine sarebbe passato poi al francese come maçon e all’inglese come mason, con il significato in entrambi i casi di muratore. Ancora più interessante è il rapporto tra i benedettini e la preparazione delle crociate e del successivo progetto templare.

 

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il tempio massonico di Philadelphia

 

Istigatori delle crociate

«Praticamente la totalità dei medievalisti del XX sec. conviene sul fatto che la riconquista del Santo Sepolcro fu un progetto cluniacense anteriore alle crociate. Questi monaci non solo si recarono in pellegrinaggio in Terrasanta, ma stabilirono anche, lungo tutto il percorso, abbazie e monasteri per ospitare i pellegrini. Poterono rimanere a Gerusalemme perché Carlo Magno era arrivato a stringere un patto politico molto importante con il sultano Harun al-Rashid, meticolosamente dimenticato dall’Occidente perché ha a che vedere con l’insediamento degli ebrei nel sud della Francia. E iniziarono a sviluppare il concetto di Milizia di Cristo addirittura prima di Sant’Agostino. Per loro il cavaliere era quasi un monaco. Il suo scopo aveva a che vedere più con la fede che con la guerra. E la stessa cosa accade con il fine delle crociate. Decisa da un nucleo molto ristretto di persone, nel quale uno dei personaggi più importanti era San Ugo, abate di Cluny, l’influenza benedettina fu fondamentale nella loro concezione. E vengono ideate fattivamente, proprio come le aveva suggerite papa Gregorio, alla metà dell’XI sec., con il proposito di riscattare i luoghi santi della cristianità». Va attribuita ai cluniacensi anche l’idea di un regno cristiano con base a Gerusalemme che avrebbe controllato tutto l’Occidente. Per dirlo con le parole di questo storico massone argentino: «sono i primi creatori di un progetto paneuropeo. Pertanto, quando Urbano II (un cluniacense) fa il suo famoso discorso, sono mature le condizioni politico-sociali per convocare una crociata pianificata al millimetro con il consenso di tre o quattro nobili europei, tra i quali si distingue Goffredo di Bouillon». Gli studi di Edoardo R. Callaey su questo personaggio sono rivelatori, specialmente per ciò che riguarda la fondazione dell’Ordine di Santa Maria del Monte Sion a Gerusalemme e i suoi rapporti con dei misteriosi monaci calabresi, anche loro cluniacensi, che apportarono materiale logistico alle crociate. «Il processo storico che porta alle crociate coincide con l’auge delle costruzioni romaniche e gotiche. Ragion per cui possiamo affermare che i benedettini – con i loro massoni laici (i fratelli conversi) – e i templari coesistettero nella stessa epoca sotto una regola simile e un’organizzazione di tale grandezza che sembra assurdo pensare che non vi sia stato uno spirito comune tra loro». Allo stesso modo, per questo massone argentino, «la storia della frammassoneria non è completa se non si considera il movimento cluniacense e la storia del Tempio non si risolve né si spiega senza il movimento cistercense. In entrambi i casi sullo sfondo si staglia lo spirito benedettino, l’influenza dei suoi potenti abati e una spiritualità che esce dal chiostro per penetrare profondamente nel secolare. Non può essere evitato qui il marchio perfetto della triade massonica della Sapienza, Forza e Bellezza. I tre principi essenziali della frammassoneria».

 

 

Alcuni simboli della massoneria

Squadra e compasso: Vi sono diversi livelli di interpretazione per questo importante simbolo massonico. Il principale è relativo al fatto che la squadra, quale elemento di progettazione del Grande Architetto dell’Universo può creare solo linee rette o composizioni angolari. Pertanto è associata alla terra e alla creazione del mondo materiale, al maschile. Il compasso invece puntando dal centro quale elemento cardine della progettazione, è in grado di realizzare solo linee curve e cerchi, quindi identifica il mondo celeste e la creazione spirituale, il femminile. La loro soprapposizione identifica pertanto l’equilibro dei due mondi, cielo e terra, l’individuo androgino, il rebis alchemico. Nelle sue linee la squadra e il compasso nacondono l’esagramma, il sigillo di Salomone. In base ai gradi, la squadra è posta sul compasso (I grado), quindi incrociata (II grado) e infine sotto il compasso (III grado) a indicare quale elemento domina l’individuo, materiale o spirituale, in base al suo cammmino all’interno dell’iter massonico dei tre gradi.

La stella Fiammeggiante: Indica il compagno di II grado, colui che inizia il suo cammino di risveglio e comincia a brillare di luce proprioa. la stella è infatti simbolo dell’uomo. Il fuoco rappresenta l’elemento in grado di bruciare le impurità materiali per far emergere lo Spirito.

Le due colonne: la colonna rappresenta la stabilità e l’unione tra l’alto e il basso, il cielo e la terra. Il loro nome Jachin e Boaz significa “Egli stabilirà” e “nella Forza”. Quindi la loro unione rappresenta la frase “Egli (Dio) stabilirà nella Forza” indicando la stabilità del tempio, che è l’Uomo Perfetto, attraverso la Forza di cui egli sarà epressione. Come la squadra e il compasso indicano il maschile-attivo-destro-Sole (Jachin, la Jod) e il femminile-passivo-sinistra-Luna (Boaz, la Beth), l’uomo androgino.

La Corda e i nodi: La corda cinge ogni tempio massonico. Il numero dei nodi della croda, chiamati “nodi d’amore” varia in base al grado dell’individuo. La corda, come la colonna, unisce il cielo alla terra. Essa rappresenta il cordone ombelicale che unisce l’intero corpo massonico, quale figlio, al Divino Architetto, quale Padre. I nodi sono rappresentazione dei singoli individui che formano tale unione, ma anche rappresentazione dei segreti che non possono essere sciolti (svelati).

Il pavimento a scacchi: Presente anche in molte chiese cristiane medievali, è espressione della profonda unione tra il maschile (bianco) e femminile (nero). Il massone cammina su questo pavimento dominando le due nature, avendole, in sè, equilibrate. E’ inoltre simbolo delle due energie, positiva e negativa, che creano il mondo visibile e ne sono alla base, così come il pavimento è alla base del Tempio.

La pietra grezza e la pietra cubica: La pietra è l’uomo. Il massone deve lavorare su se stesso per sgrezzarsi e divenire gradualmente la pietra cubica (elemento geometrico perfetto) in grado di costruie il tempio divino. Ogni massone è un blocco di questo tempio.

Il grembiule: Si è detto che deriva dalle corporazioni di scalpellini muratorie particolarmente dal grembiule di cuoio del loro Gran Maestro. Non è da escludere però che la tradizione possa derivare dall’antico Egitto, dove il faraone, portava sempre nelle cerimonie un grembiule con rappresentati i simboli della stabilità del tempio divino, principalmente una colonna di serpenti simile allo Djed, così come i massoni portano sul loro grembiule le colonne Jachin e Boaz. Più anagocicamente è simbolo del Corpo di Luce, come il Vello d’Oro di Giasone o la Veste Stellata del Gran Sacerdote eliopolitano.

Il Delta luminoso e l’occhio: Elemento di perfezione, espressione dell’unità trinitaria del Grande Architetto. E’ il fuoco sublimato, Spirito Vivente, che proprio perché eterno possiede un occhio che può osservare in ogni direzione, nei significati più oscuri della realtà invisibili ai profani, così come dominatore di passato, presente e futuro, che per Lui non hanno misteri, in quanto il tutto è sempre esistente, indipedentemente dalla relatività delle dimensioni del mondo.

LA MAGIA,L'ASTROLOGIA E L'ALCHIMIA DI CECCO D'ASCOLI

La biografia e gli insegnamenti di Cecco d’Ascoli, poeta occultista medievale, astrologo e mago, cercatore della Pietra Filosofale. Fu in rapporto stretto con i Fedeli d’Amore e con la Dottrina della “Sapienza Santa”. Seppe leggere il Libro della Natura. Fu condannato a morte dall’Inquisizione.


Di Anna Maria Partini

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Francesco Stabili, più noto come Cecco d’Ascoli, è uno dei personaggi più affascinanti e discussi del Medioevo. Medico, astrologo, mago e scienziato, fu anche poeta e alchimista. Nacque intorno al 1290 e morì nel 1327, condannato al rogo sotto accusa di eresia, rogo che affrontò coraggiosamente sostenendo le proprie idee fino alla fine: «L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo». Contemporaneo di Dante insegnò medicina e astrologia prima a Firenze e poi all’Università di Bologna. La cattedra di Cecco comprendeva quasi tutta la scienza dell’epoca, in quanto medicina, astronomia, astrologia, non erano ancora separate. Oltre che medico e astrologo fu scrittore e poeta. Nel campo delle lettere è noto soprattutto per aver scritto l’Acerba, poema aspro e difficile che contiene un po’ tutta la scienza dell’epoca. Infatti, vi troviamo numerose nozioni di scienza naturale che vanno dai fenomeni celesti a quelli terrestri, dalle stelle alle pietre, agli animali, alle piante. Si potrebbe definire Cecco D’Ascoli uno scienziato enciclopedista, la cui caratteristica fu soprattutto l’insegnamento e la vasta erudizione. Le opere di Cecco in latino sono: il Commento alla sfera del Sacrobosco; il Commento al De Principiis Astrologiae dell’Alcabizio (astrologo arabo del X sec.); e il De Eccentricis et Epyciclis. Altri scritti come un Commento al Centiloquio di Tolomeo e un Commento ai Prognostistici di Ippocrate sono andati dispersi. In lingua volgare ci rimangono alcuni sonetti da lui scambiati con i poeti dell’epoca (Cino da Pistoia, Petrarca, Dante) e un famoso sonetto alchemico sulla “pietra filosofale”, («Chi solvere non sa, né assottigliare…») che insieme a quello di Frate Elia («Solvete i corpi in acqua a tutti dicho»), sono famosi nella letteratura alchemica e si trovano in molti codici antichi. Poche notizie abbiamo sulla sua vita.


Un astrologo reale

Medico e astrologo di Re Roberto di Napoli, era tenuto in grande considerazione alla corte angioina. Sotto la sua guida Re Roberto divenne così esperto in astrologia da fare egli stesso previsioni sorprendenti, come quella relativa alla battaglia di Crecy (vinta da Edoardo III d’Inghilterra contro Filippo IV di Francia, nel 1346), che si svolse esattamente come era stato previsto da un oroscopo di Re Roberto. Molte sono invece le leggende sorte intorno alla sua figura. A quei tempi l’immagine dell’uomo di Scienza era spesso avvicinata a quella del “sapiente” depositario di segreti e “operatore di miracoli”. Un alone di mistero avvolse il poeta ascolano fina dalla sua nascita. Appartengono alla leggenda la costruzione di un ponte fatto in una sola notte (detto il “ponte di Cecco” o del “Diavolo”), le sue apparizioni attraverso covoni di paglia, la sua presunta sparizione dal rogo cui era stato condannato, ecc… In un codice veneto del XVII sec., sono nascoste «le meravigliose trasformazioni e le false apparenze le quali era fama che Cecco per virtù diabolica facesse vedere». Questa fama di Cecco, mago e negromante fu esaltata soprattutto nel secolo XVI, e portò al sorgere di altre leggende intorno al suo paese e alle sue arti magiche, che si erano sviluppate in base ai capi di accusa della sentenza. I racconti leggendari sulla vita e morte del Maestro Cecco, che vanno da pochi cenni a una vera e propria biografia, seppure fantastici, rimangono una delle poche fonti di notizie sulla vita dell’ascolano. A lui si attribuiva un famoso “Libro del Comando”, trovato nel fondo di una grotta, e consacrato al Lago di Pilato, con cui operava i suoi prodigi. Dei carattere magici incisi da Virgilio o da Cecco sulle pietre del lago ci parla Nicolò Peranzoni nel De Laudibus Piceni: «Ivi sono incastrati due cerchi incisi sulle pietre vicino all’argine del Lago con alcuni caratteri che dicono necessari a raggiungere l’arte magica; alcuni dicono che i abbia scritti il poeta Virgilio, altri Cecco d’Ascoli». (1). La figura di Cecco mago emerge soprattutto dagli appunti del Colocci, dotto umanista del XVI secolo di Jesi. Egli chiama Cecco «mago e operatore di miracoli», avvicinandolo al famoso mago pitagorico Apollonio di Tiana. Lo dice esperto di fisiognomia, chiromanzia e soprattutto dotato del potere di «leggere nell’animo di chi andava a consultarlo». Infatti, molti poeti del suo tempo come Cino da Pistoia, Petrarca e lo stesso Dante, si rivolgevano a lui per consiglio.


Profezie e magia

Da un punto di vista pratico Cecco si interessò soprattutto di medicina e magia astrologica. Egli apre e chiude il suo Commendo alla “Sfera” dichiarando la necessità per il medico di conoscere la natura delle stelle, i loro moti, i loro aspetti. Molto importante è la posizione della Luna, «essa è un segno celeste nel quale il medico può prevedere il corso della malattia». Importante è osservare la posizione della Luna per i sogni: essi sarebbero veri o falsi a secondo se la Luna è nei segni fissi o mobili. Mentre per Dante la veridicità dei sogni è dovuta alla posizione del Sole, Cecco dà quindi importanza alla posizione della Luna: «Vi è una forza nell’anima precognitiva che se è coadiuvata dalla Luna nei segni fissi viene fuori e dà sogni precognitivi» (tratto da Commento all’Alcabizio). A Cecco si attribuirono anche diverse profezie e previsioni. Il Villani riporta che: «aveva dette e rivelate per scienza d’Astrologia molte cose future, le quali si trovarono poi vere, degli andamenti del Bavaro (Ludovico) e dei fatti di Castruccio e di quelli del Duca di Calabria», (Cronaca del Villani). Cecco, pur dando una certa importanza alle previsioni, non fece oroscopi che raramente, ma si serviva delle indicazioni astrologiche soprattutto per le cure mediche dei suoi pazienti e per riequilibrare l’organismo umano con i ritmi cosmici, mediante la magia astrologica. La magia di Cecco si può far risalire alle teorie tramandate sotto il nome di Ermete Trismegisto, da lui più volte citato nei suoi scritti. Fondamento teorico della “magia astrologica” era che gli influssi astrali potevano essere canalizzati secondo le intenzioni dell’operatore. L’operatore per esempio, che voleva attrarre l’influsso di Venere, doveva conoscere le piante, le pietre, gli animali, il metallo (rame) in armonia con Venere, nonché le immagini da incidere sui talismani. In modo particolare l’influenza del cielo si riflette nelle “virtù occulte” dei talismani e degli amuleti. Essi possiedono virtù magiche per gli influssi stellari sotto cui sono stati costruiti. Il sapente astrologo (mago astrale) è colui che riesce a costruire “imagines” (disegnate o scolpite) con un rituale appropriato, capaci di avvincere i demoni, stornare le influenze negative degli astri e attrarre quelle positive. Mentre l’astrologia divinatoria implicherebbe un rigido fatalismo “l’astrologia operativa” darebbe un modo di sfuggire al fato: «Anima sapientis dominabitur astris». Nella magia astrologica di Cecco ha una certa importanza il culto astrale dei “decani” che egli chiama anche facies. Sembra che i decani fossero considerati soprattutto in razione al corpo umano; invocati mercè incantazioni, rendevano la salute alle parti inferme del corpo. Nell’Asclepio, uno dei testi ermetici più importanti, sono date istruzioni per la costruzione di talismani operativi mediante l’influenza dei “decani”. Dice infatti Ermete: «Ho disposto per te (Asclepio) le parti e le forme dei 36 decani contenuti nei segni zodiacali… se vuoi evitare le sofferenze alle quali andresti soggetto, devi incidere l’immagine e il nome (del decano) sulla pietra a esso sacra; porterai teco il talismano così fatto e avrai un benefico potente potere protettore». Attribuisce poteri terapeutici e virtù magiche alle pietre (diamanti, smeraldi, zaffiri) e ad animali simbolici (la fenice, il grifone, la salamandra).


L’insegnamento di Cecco

L’elemento magico pervade tutta l’Acerba, ma lo troviamo soprattutto nel libro IV dove dedica un lungo capitolo alle arti magiche. Distingue quattro tipi di divinazione: attraverso il fuoco (piromanzia), attraverso l’acqua (idromanzia), attraverso gli spiriti dei trapassati (negromanzia), mediante la terra (geomanzia). Secondo Cecco il momento più favorevole alla divinazione è quello della Luna piena quando gli spiriti evocati da carmi e invocazioni, danno responsi. Avverte però che certe forze non si possono controllare né evocare senza grave pericolo e senza incorrere in altre cose contrarie alla nostra Fede. Ciò è valido ancora oggi. Spirito polemico e padrone delle conoscenze dell’epoca, Cecco d’Ascoli fu un precursore di idee nuove e incitò i suoi allievi verso un modo più responsabile di essere. Come scrive all’inizio del libro IV, egli non canterà favole come Dante, ma cose reali sperimentate; mentre Dante ammonisce: «State contenti humana gente al quia», Cecco invita ad andare oltre, al chiedersi il perché delle cose: «Io voglio qui che il quare trove il quia». Vero è che l’insegnamento di Cecco sconfinava nella cosiddetta magia; ma suo scopo era mettere in luce i limiti della conoscenza razionale rispetto al valore delle scienze occulte. L’occultismo di Cecco non va confuso con quell’insieme di pratiche e superstizioni che oggi sono inclusi nella nostra scienza ufficiale. Per esempio, quando nell’Acerba ci parla dei colori dell’iride che si possono ottenere sperimentalmente facendo passare un raggio di Sole in un bicchiere d’acqua, precorre di alcuni secoli le leggi della rifrazione della luce; o quando descrive la posizione del bimbo nel grembo materno. Profondo studioso del gran Libro della Natura, sempre secondo i presupposti della scienza medievale, si accorse che accanto alle qualità manifeste delle cose, vi sono delle virtù nascoste, occulte che legano gli eventi terrestri a quelli celesti («quante sono le nature occulte a nostra umanità cieca e ignara!»). La virtù della calamita, per esempio, è celata, occulta, cioè non si manifesta senza la prova pratica. Tale qualità attrattiva è in tutti i corpi, anche nel corpo vegetale: «Sì come ferro tira calamita, così ciascuna vegetabile pianta tira l’umore proprio a sua vita». (Acerba, Libro IV, capitolo VI). Questa particolarità della calamita che agisce, pur se non visibilmente, dà modo agli alchimisti di indicare sotto questo nome le energie sottili dei corpi (“lo spirito vitale”), che essi chiamano “la nostra magnesia”.


La Pietra Filosofale

L’alchimia o Magia Trasmutatoria fu certamente al centro degli interessi di Cecco come risulta da alcuni capitoli dell’Acerba (il Bestiario, i Metalli), ma soprattutto dal suo sonetto sulla Pietra Filosofale. Il sonetto di Cecco sulla pietra filosofale nel testo originale, in volgare, si trova in vari manoscritti e figura anche in una rara stampa quattrocentina contenente la Summa di Geber (Incunabolo Silber, 1481). Lo stesso sonetto tradotto in latino è riportato anonimo e senza titolo nel Theatrum Chimicum (Lazzarus Zethzener, Argentorati, 1659, Vol. III) tra altri scritti alchemici e in un manoscritto di J. Heckius, uno dei quattro fondatori dell’Accademia di Lincei, anche qui anonimo. Non c’è dubbio che il testo latino sia una traduzione del sonetto volgare, cosa che dimostra la popolarità di Cecco alchimista tanto da tradurre in latino i suoi versi. Scopo dell’Alchimia è la realizzazione della Grande Opera, cioè la restaurazione nell’individuo degli antichi poteri regali. La prima operazione l’Adepto la deve compiere su se stesso, trasmutando i propri metalli vili in oro, cioè le facoltà comuni dell’uomo in facoltà purificate, divinizzate. Alla base dell’opera alchemica abbiamo i tre principi: Zolfo, Mercurio e Sale che si realizzano attraverso i quattro elementi: Terra (corpo), acqua (le passioni), aria (il pensiero), fuoco (la volontà). Il processo alchemico si attua attraverso tre fasi: la fase al nero, la fase al bianco, la fase al rosso. Culmine del processo alchemico è la nascita del figlio regale, del Rebis, di cui troviamo un aperto riferimento sulla “Porta Magica” di Piazza Vittorio a Roma: “Filius noster/Mortus vivit/Rex ab igne redit/Et coniugio/Gaudet occulto”. Anche nell’Acerba Cecco d’Ascoli accenna alle pratiche per trasformare la materia. Certo la materia di Cecco non è solo quella fisica, come i pianeti e le stelle non sono sempre quelli materiali; egli spesso indica per pianeti e stelle quella purezza di sentimenti e delle facoltà mentali che si può ottenere solo battendo col martello sull’incudine, come dice Cecco nel sonetto e forgiando i vari metalli (tendenze). Come la calamita attrae il ferro così ogni essere vivente (pianta vegetabile) attrae dalla terra, dall’aria e dal cielo le energie (umore o succo) necessarie alla vita. E cioè il poeta porta la nostra attenzione sull’alchemico «trasmutare in sottile lo spesso e in spesso il sottile» (spiritualizzare il corpo e corporizzare lo spirito), ossia invita l’adepto a imitare la natura, facendo consapevolmente, quanto la pianta vegetabile fa per via spontanea e inconscia. E’ però prima necessario sciogliere i misti; in ogni composto chimico, gli elementi perdono le singole caratteristiche (non tengono nel mixto gli elementi le proprie forme, Ac 4061); ma separandoli dal mixto si può arrivare alle virtù celate in esse. Per esempio, la “fissione nucleare”, scatena e libera tutte le energie (virtù) che nessuno sospetterebbe in una così piccola parte di materia. Cecco sapeva che alle “virtù occulte”, delle cose si può arrivare attraverso la via alchemica. Al suo interlocutore che gli chiede: «ora credi si possa dare a li metalli forma, se li elementi alcun giunge a desparte?» (Ac, lib. IV, Cap. VI). Egli risponde che i vari metalli si possono congiungere e separare (solve et coagula) fino a ottenere oro e argento purissimo, seguendo l’opera del laboratorio della natura, ma aggiunge che non sempre si arriva alla perfezione. Certo, come si è già detto i metalli non sono per Cecco quelli naturali, ma le varie facoltà e tendenze dell’uomo; ciò risulta evidente quando a proposito del Mercurio dice che mentre la Luna fa «l’argento… morto» (3950), «Mercurio fa il vivo senza scame»: o quando a proposito delle pietre accenna alla rugiada celeste (cfr. Liber Mutus). Sempre nel IV parlando dei metalli, ci porta a riflettere sulla fucina alchemica della natura («Devi saper che sette metalli…), che corrisponde, in senso psicologico, al laboratorio individuale, dove ognuno ha in se il materiale e la possibilità di forgiare il proprio essere interno, per ottenere oro e argento purissimo attraverso il perfezionamento di Mercurio. In alchimia è soprattutto necessario tacere. Da buon alchimista più volte nel suo poema, specie nel libro IV, Cecco esorta il suo allievo a tener la bocca chiusa («Deve ciascun odire, più che parlare… - A. 4669 -; … Convien di tacere / che non è saggio chi tutto discopre… - Ac. 4437). Più esplicito è quando parla della natura dell’intelligenza, di cui distingue due tipi: uno che si serve della parola, e l’altro che comunica direttamente dice allora: «iusto è ‘l tacere, iusto è ‘l parlare», e cioè quando si vuol comunicare “sottil cosa”, occorre saper tacere o parlare a proposito. Notiamo che questi brani alchemici dell’Acerba ci indicano Cecco d’Ascoli anche come precursore di altri poeti (Berni: L’Orlando Innamorato, Santinelli: Carlo V) che hanno trattato in versi l’argomento alchemico. E terminiamo con l’ultima terzina del sonetto sulla pietra filosofale che ci riporta alle frasi della Tavola di Smeraldo del mitico Ermete Trismargisto: «Allor vedrai fuggir la nocte oscura», corrisponde nella Tavola di Smeraldo a «ideo fugiet a te omnis obscuritas»: «Allor vedrai fuggir la nocte oscura / Et ritornar lo sol lucente et bello / Com molti fiori ornato in sua figura». Si tratta di far emergere il principio spirituale, il sole dalle Tenebre, dalla “Terra mama” che lo “fa celare”.

LA TECNOLOGIA DEGLI ANTICHI COSTRUTTORI DI MEGALITI

Uno scienziato ha compreso la tecnologia perduta degli antichi costruttori di megaliti studiando le energie elettromagnetiche, le attività sismiche, i campi gravitazionali e le anomalie magnetiche presenti nei siti megalitici e nelle strutture piramidali di tutto il mondo. I test di laboratorio confermano che l'interazione tra questi siti e l'ambiente genera trasformazioni positive e significative nelle coltivazioni. Un nuovo approccio scientifico alla soluzione di un enigma millenario.

 

di Adriano Forgione

Intervista a John Burke

0.jpgLe colline artificiali che chiamiamo mound, le piramidi di ogni epoca e civiltà, i menhir, i cromlech e in generale i monumenti megalitici del passato si ergono ancora come silenti testimonianze alla grandezza delle genti antiche. Una grandezza che non ha ancora comunicato all'uomo odierno i suoi segreti, non ha ancora svelato il come e il perché queste strutture sacre di pietra di ogni continente vennero erette in specifici luoghi appositamente scelti. Sono numerose le voci che parlano di una perduta scienza remota, di una conoscenza applicata alle pietre che combinerebbe monumenti, campi energetici e interazione biologica con gli esseri viventi. In questo coro di voci alternative un posto di rilievo spetta ad un fisico della SUNY Stony Brook con background in scienze dell'agricoltura, John Burke che nel suo saggio Seed of Knowledge, Stone of Plenty (inedito in Italia), scritto col naturalista Kaj Halberg, svela la misteriosa tecnologia dietro questi antichi siti megalitici. Ciò che Burke e Halberg hanno scoperto e misurato è sorprendente. Le loro scoperte di assoluto valore scientifico offrono prove solide al fatto che tutte queste strutture vennero erette per amplificare i campi elettromagnetici naturalmente presenti nei luoghi di costruzione. Dalle giungle del Guatemala a quelle amazzoniche, dal deserto africano alle verdi pianure del Wiltshire inglese la stessa scienza si sarebbe espressa attraverso la magneficenza e la grandiosità di queste strutture, non in momenti di abbondanza e prosperità ma sempre in momenti di crisi, di fame e di disperato bisogno di sopravvivenza e la loro costruzione fu seguita da lunghi periodi di abbondanza. John Burke ha dimostrato che queste strutture erano in grado di "focalizzare" i campi energetici per migliorare i semi e i raccolti rendendoli più vigorosi, assicurando in tal modo abbondanza e prosperità alla loro civiltà. Dunque delle "macchine", non nel vero senso della parola, ma dei catalizzatori di energia che gli antichi sciamani e sacerdoti sapevano "sentire" e incrementare con questi strumenti per favorire l'elargizione di beni grazie a queste energie "divine". Così le pietre delle piramidi, dei mound e dei megaliti divengono "convettori" di energia che dalle divinità garantivano vita al popolo. Per quanto curiosa possa sembrare Burke dimostra il tutto con la serietà e la concretezza di uno scienziato mediante test di laboratorio su semi e colture e ricreando una tecnologia che le stesse piramidi gli hanno ispirato con risultati straordinari. Oggi Burke, frequente ospite di organizzazioni e Università intorno al mondo, presenta le sue conclusioni sul funzionamento di questo antico sapere e quella che è la realizzazione di una tecnologia ispirata da quegli stessi principi e come sia in grado, attraverso i campi elettromagnetici, di incrementare le colture. L'abbiamo incontrato recentemente. Le sue tesi, esposte nell'intervista che segue, sono affascinanti e offrono un nuovo e rivoluzionario approccio al sapere degli antenati e al mistero delle antiche strutture megalitiche.

 

Adriano Forgione: Può offrire ai nostri lettori un suo profilo professionale, dato che in Italia le sue ricerche in questo settore non sono ancora note e il suo libro non è ancora stato pubblicato?

John Burke: «Per quanto mi riguarda, la mia professione sta sviluppando nuove tecnologie biologiche. Tuttavia, la mia attività preferita è studiare e misurare antiche strutture megalitiche, usando strumenti scientifici standard per verificare la presenza di energie telluriche concentrate».

 

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i mounds di Cahokia in Illinois, alle origini

A.F.: Può sintetizzare per i nostri lettori la sua teoria, su cosa si basa e da quanti anni ci lavora?

J.B.: «Negli ultimi 14 anni ho lavorato su più di 60 siti distribuiti per i vari continenti. E ho scoperto che le piramidi, Stonehenge e tutte le altre strutture megalitiche del mondo sono state costruite soprattutto in luoghi dove una speciale conformazione geologica amplifica le fluttuazioni elettromagnetiche naturali che si verificano ogni giorno ovunque nel mondo. Quindi, gli antichi costruttori megalitici concepirono e realizzarono queste strutture spesso immense in modo da poter concentrare ulteriormente tali energie. Inoltre, ho scoperto che se si guarda alla storia locale di questi posti, si scopre che di solito sono stati costruiti in periodi di scarsità di cibo. Inoltre, abbiamo piantato semi in questi luoghi in periodi di alta energia e abbiamo scoperto che crescevano più in fretta, erano molto più resistenti e finivano per produrre il doppio o il triplo del cibo per ettaro rispetto a colture cresciute in ambiente controllato in laboratorio o sempre nel sito ma lontano dalla fonte di energia».

 

A.F.: Dunque gli antichi costruirono davvero i loro monumenti sacri sopra luoghi di energia. Esistono allora le leylines e a cosa sono dovute?

«Non so proprio cosa dirle riguardo alle leylines. Sicuramente la loro natura è in accordo con i modelli che ho rilevato in giro per il mondo. Tuttavia, alcune leylines (come la famosa linea di San Michele in Inghilterra) percorrono parecchie decine di chilometri. E’ difficile immaginare le strutture geologiche con cui lavoro così lunghe e dritte in quella parte d’Inghilterra. Tuttavia, diverse volte mi è capitato di rilevare cariche elettriche insolite nell’aria in punti dove le bacchette da rabdomante hanno una forte risposta».

 

A.F.: Su quali basi o principi gli antichi basavano questa remota scienza?

«Buona domanda. Io ho rilevato l’energia presente in questi siti (sia magnetica che elettrica) usando strumenti scientifici moderni. I benefici effetti sui semi li ho compresi in quanto facevo già parte di un gruppo che stava studiando l’uso altamente tecnologico dell’energia elettromagnetica per migliorare i semi. Quindi sono stato molto fortunato a poter studiare l'argomento con il mio retroterra professionale. Per quanto riguarda gli antichi, credo che probabilmente sono stati gli sciamani i primi ad accorgersi di questo in un periodo di tempo abbastanza lungo. Prima di tutto, alcune persone sono semplicemente in grado di sentire questi campi elettromagnetici senza bisogno di alcuno strumento. Per farle soltanto due esempi, il mio libro Seeds of Knowledge mostra una magnifica serie di fotografie delle Black Hills, nel South Dakota, dove unno sciamano odierno della tradizione preagricola sioux ancora oggi riesce a rilevare e contrassegnare le anomalie magnetiche e a usarle per indurre le visioni. In secondo luogo, in Europa si è notato che i funghi (dei quali si sa che la crescita viene considerevolmente accelerata anche da debolissime correnti elettriche) sono molto più rigogliosi su quelle stesse strutture geologiche che venivano scelte per costruirvi i megaliti. E gli sciamani erano gli antichi raccoglitori di funghi. Quindi la risposta alla domanda su come trovassero questi punti di energia è semplicemente che li sentivano. E in alcuni casi hanno potuto notare che in questi punti la crescita delle piante era più veloce».

 

A.F.: Come giunsero gli antichi, secondo lei, a elaborare una scienza così perfetta? Come riuscirono a comprendere che una determinata struttura può interagire con il campo magnetico e amplificare i raccolti? Fu eredità di un’antica civiltà, l’esperienza generata da fattori casuali o si tratta di informazioni dovute a stati alterati di coscienza, che notoriamente sono la base per molte delle antiche conoscenze del passato?

«Credo che abbiano effettuato innumerevoli osservazioni, oltre ad essere andati per esclusione e all’evoluzione del disegno di queste strutture lungo i secoli. Questo processo di sviluppo può essere stato diverso nei vari continenti. Nel caso degli antichi maya, avevano alcune grotte decorate con simboli della fertilità. Nel corso di tutta la storia umana le grotte sono state considerate luoghi sacri, forse a causa del fatto che l’aria all’interno è di solito leggermente elettrificata a causa delle forze geologiche che spesso richiedono l’interazione dell’acqua e della roccia. In tutto il mondo, sono sempre state fatte offerte presso altari e luoghi sacri. Si sa che i maya a volte portavano del mais nelle loro caverne sacre per poi rimuoverlo in un secondo tempo. Ancora oggi la religione tradizionale cinese offre cibo al dio della terra, che poi viene rimosso dopo qualche giorno. Essendo un popolo pratico, a quel punto lo mangiano. E’ probabile che alcuni dei maya usassero le offerte piantandone i semi. A quel punto avranno sicuramente notato la notevole velocità della crescita, come dimostrano i miei studi e alcune fotografie presenti nel mio libro. Ben presto l’offerta avrebbe superato la domanda e sarebbero state costruite strutture più grandi con una maggiore capacità, come le piramidi dove abbiamo condotto gli esperimenti e le misurazioni con i nostri semi a Tikal, la più antica città maya».

 

A.F.: Come misuravano gli effetti del campo magnetico?

«A causa del vento solare, il campo magnetico terrestre si indebolisce ogni notte per poi riprendersi drammaticamente nelle ore immediatamente precedenti all’alba. Questo aumento all’alba viene ingrandito sostanzialmente da certe strutture geologiche che ho discusso nel dettaglio in Seeds of Knowledge. Alcune delle grandi fluttuazioni geomagnetiche che abbiamo misurato presso gli antichi siti corrispondono quantitativamente ai livelli minimi stabiliti dai neuroscienziati nei laboratori per produrre visioni in un terzo della popolazione in esperimenti di laboratorio controllati. E abbiamo misurato negli Stati Uniti anche punti rinomati per essere stati utilizzati per la ricerca di visione (HERA 78, pag.22). Quindi gli architetti megalitici non avevano bisogno di misurare i cambiamenti per trovare questi punti energetici, li potevano semplicemente sentire».

 

A.F.: Lei afferma che le costruzioni megalitiche, in tutto il mondo, venivano realizzate in momenti di crisi produttiva agricola a cui seguiva una prosperità. Su quali fonti basa questa affermazione?

«Praticamente ogni affermazione del nostro libro è circostanziata da pubblicazioni universitarie o simili. Ma passiamo brevemente in rassegna alcuni esempi provenienti da tre continenti. Nell’antico Egitto, l’eminente archeologa Jacquetta Hawkes enumera sei siccità conosciute dovute a un livello insolitamente basso del Nilo avvenute sotto il regno di Zoser, il faraone che diede inizio ai 140 anni di laboriosa costruzione che hanno prodotto tutte le grandi piramidi. Gli scienziati che hanno approfonditamente studiato i sedimenti dei laghi dell’Africa orientale hanno scoperto che il livello dell’acqua è calato nello stesso periodo a causa della diminuzione delle precipitazioni atmosferiche. Dato che questi laghi sono i maggiori apportatori di acqua per il Nilo, ne hanno concluso che spesso nel periodo della costruzione delle piramidi, il grande fiume non inondava più a sufficienza le terre circostanti per irrigarle e fertilizzarle a sufficienza in modo da produrre abbastanza cibo per tutti. Negli anni precedenti alla scoperta della rotazione delle colture e dei fertilizzanti applicati, l’impoverimento del suolo portava velocemente a un decremento della produzione di derrate alimentari. In America centrale, d’altra parte, è un fatto assodato che le popolazioni olmeche crebbero sino a mettere sotto pressione i piccoli appezzamenti di terre coltivabili dove la civiltà si era inizialmente sviluppata. A quel punto alcuni villaggi iniziarono a costruire mound, e quelli che lo fecero godettero sempre di un livello di vita più alto rispetto ad altri villaggi identici sotto ogni altro aspetto. Gli archeologi moderni che scrivono per la rivista Science sono ancora confusi da ciò. Inoltre, noi iniziamo il nostro libro discutendo un esempio simile, sebbene più drammatico, del fenomeno, quello dei maya, discendenti degli olmechi. In Europa, pubblicazioni dell’altamente rispettata English Heritage Foundation descrivono le analisi del polline nei dintorni di Silbury Hill (il più grande mound creato dall’Uomo in Europa - HERA 50, pag.70) che dimostrano che al tempo della costruzione del mound il luogo era stato abbandonato a causa dell’impoverimento del suolo. Tuttavia, diverse centinaia di agricoltori di sussistenza si trasferirono nella zona e impiegarono una stima di 14 milioni di ore di lavoro per costruire questo mound e il vicino Avebury Henge. In seguito, beni di lusso cominciarono a penetrare nell’area e la popolazione crebbe di nuovo. Questo stesso andamento di base si verificò anche in Francia e nelle Americhe, come spieghiamo in dettaglio».

 

A.F.: Lei parla delle piramidi e dei mound come “Grandi Attrattori”. Cosa significa e in che modo la forma piramidale (come quella dei mound nordamericani e delle piramidi intorno al mondo) era in grado di utilizzare il campo magnetico terrestre per incrementare i raccolti?

«Le piramidi e i mound possono diventare “attrattori” allo stesso modo in cui una collina o il campanile di una chiesa attraggono i fulmini. E’ la fisica di base che ci dice che una carica elettrica nell’aria si concentra in un punto in alto, specialmente se presenta una cima appuntita. Non è il campo magnetico ad essere manipolato da tali forme, ma la carica elettrica naturale del terreno, anche se alcune di queste cariche elettriche sono causate dal cambiamento dei campi magnetici in queste località particolari come risultato di un processo che i fisici chiamano “induzione”. Questo è lo stesso processo secondo il quale viene generata la corrente destinata alle nostre case. Quando si verifica l’aumento all’alba del nostro campo magnetico, crea una corrente elettrica nel terreno. Ciò, a sua volta, attrae aria naturalmente elettrificata di carica opposta. Quindi tutto ciò viene concentrato in cima a una collina o piramide (ecco perché la cima di una collina è il posto peggiore dove trovarsi nel corso di una tempesta). Il trucco sta nell’attrarre aria elettrificata ma non un fulmine, ecco perché molte delle piramidi non hanno una punta (l’Egitto non presenta quasi mai tempeste, quindi è una questione totalmente differente). Per quanto riguarda la forma piramidale in sé stessa, non abbiamo prove che avesse un maggiore effetto rispetto alla forma conica dei mound. Ma d’altronde potrebbe darsi che gli antichi sapevano qualcosa che noi ignoriamo. Per quanto riguarda l’effetto dell’energia elettrica sui semi causato da queste strutture, ciò richiede sei pagine di spiegazione nel libro. Quindi riassumerò il tutto dicendo che abbiamo effettuato diversi esperimenti biochimici in diversi laboratori e tutti confermano che i semi esposti a queste energie generano meno radicali liberi dannosi e e una maggiore quantità di antiossidanti quando crescono per diventare piante. . Quindi creano una pianta meno danneggiata, più efficiente e più vigorosa che risulta più resistente agli stress. Il risultato finale di questo processo è che queste piante producono più cibo. Usando semi con esposizioni simili a quelli antichi usati dai costruttori di megaliti ne è risultato che producono due o tre volte la stessa quantità di cibo per ettaro. Chiaramente ciò è abbastanza per fare una differenza decisiva nel caso di una civiltà agricola».

 

A.F.: Quindi le piramidi e i siti megalitici dell’antichità sarebbero davvero una sorta di “macchine” che utilizzavano energie magnetiche, telluriche e gravitazionali?

«Non so se “macchina” sia la parola corretta in questo caso, perché non ci sono parti che si muovono. Ma sicuramente funzionavano da strumenti automatici per le correnti e le fluttuazioni magnetiche della terra. La connessione con le anomalie gravitazionali è stata meno studiata e forse è il risultato della conformazione geologica che sta alla base di queste anomalie».

 

Quali sono stati i test scientifici che ha impiegato per confermare la sua teoria?

«Abbiamo compreso i processi biochimici coinvolti e abbiamo eseguito dei test per confermare che l’esposizione dei semi all’aria elettrificata avesse davvero avuto effetto. Uno dei test viene illustrato nel libro. Semplicemente richiede dei semi germoglianti avvolti in carta bagnata speciale posti in un’incubatrice e quindi, dopo diversi giorni di crescita, se ne misurano la lunghezza dei germogli e delle radici. Abbiamo moltiplicato questi numeri per la percentale di semi che hanno germinato e sommato i due risultati, ottenendo un singolo numero che ci mostra il coefficiente di miglioramento. Questo è un tipico test universitario (commercializzato dall’Università Statale dell’Ohio) che viene utilizzato per misurare il vigore dei semi. Abbiamo anche effettuato un saggio elettrochimico per misurare la quantità di radicali liberi e antiossidanti emessi durante la traspirazione del seme nel primo giorno di crescita. Abbiamo riscontrato le stesse differenze dei semi esposti presso siti megalitici. Il tutto indica che il seme esposto a queste energie è molto più vigoroso».

 

Chi era il popolo del vulcano? Quali relazioni esistono tra i campi elettrici della terra e le strutture megalitiche più famose dell’Inghilterra? I rislutati di laboratorio compiuti sui campioni di terreno prelevati nei centri energetici del pianeta ancora attivi, offrono uno scenario straordinario, dimostrando, a detta dello scienziato che conduce questo pionieristico studio, quanto fossero raffinate e avanzate le conoscenze degli antichi.

 

Parliamo del Messico. Perché si riferisce agli Olmechi com “popolo del vulcano”? Che relazione c’è tra il vulcano, le energie della terra e le costruzioni megalitiche di questo antico popolo?

«Gli olmechi sono originari di una zona del Messico dominata dai vulcani. Il nome “popolo del vulcano” è solo una licenza poetica per sottolineare questo concetto. I vulcani, tuttavia, sono noti per creare cariche elettriche con l’acqua che scorre attraverso le rocce sul loro versante. Sulla cima di vulcani sacri in Messico, gli scienziati hanno rilevato imponenti concentrazioni di cariche elettriche. Gli olmechi hanno costruito in varie occasioni le loro strutture megalitiche con crinali scoscesi che risalgono lungo una collina artificiale. A La Venta hanno addirittura riprodotto fedelmente un vulcano. A San Lorenzo si sono spinti persino a ricamare il mound con dei canali di drenaggio connessi a bacini di acqua piovana sulla cima. Quando aprivano le chiuse di questi bacini, l’acqua sarebbe scorsa attraverso i canali di scolo, creando una carica elettrica con un meccanismo simile a quello di un vero vulcano. I costruttori trasportavano anche pietre vulcaniche (basalto) di diverse tonnellate dalla loro terra natale sino a 96,5 km attraverso le paludi per usarle in queste strutture. Sembrerebbe che ci fossero degli effetti che avevano scoperto nella loro terra natale vulcanica che erano ansiosi di ricreare nei loro nuovi insediamenti».

 

 

E’ vero che alcuni gruppi maya odierni del Guatemala coltivano ancora le loro piantagioni al di sopra delle piramidi? Questo come può provare la sua teoria?

«Le piramidi maya sono troppo piccole perché possano essere coltivate in maniera significativa sulla loro cima. Ma abbiamo misurato l’elettrificazione dell’aria sulla sommità della più antica piramide della loro civiltà e abbiamo rilevato valori superiori persino a quelli di una tempesta! Abbiamo scoperto anche che gli agricoltori maya odierni portano ancora parte dei loro semi sulla cima delle piramidi per poi ricondurli indietro. Ciò ci ricorda quello che ci ha tramandato il gesuita francese missionario in Louisiana riguardo ai Natchez, l’ultima tribù nordamericana ad aver fatto uso di piramidi di terra. Nel 1738, scrisse al suo superiore in Francia che nessun agricoltore si sarebbe mai sognato di seminare senza prima portare i propri semi sulla cima di un mound o piramide per “certune benedizioni”. Mentre tutto ciò può sembrare superstizione religiosa e in parte lo era, il libro cita anche una delle più importanti autorità sulla religione dei nativi del Nordamerica, ricordandoci che lo scopo principe della religione dei nativi è aiutare le piantagioni a crescere meglio».

 

 

Parliamo dei vari luoghi che Lei ha trattato nel suo libro e iniziamo con un posto sacro agli antichi e ancora energeticamente attivo: Pedona, in Arizona. Tuttora accadono eventi energetici lì. Come vi interagivano gli antichi?

«Pedona potrebbe essere stata o meno un centro di ricerca della visione per gli antichi Anasazi. Nel corso di una brevissima visita, semplicemente non abbiamo trovato alcuna prova che dimostrasse una delle due ipotesi. Ciò che abbiamo scoperte è chele spirali di roccia che oggi vengono chiamate “vortici di energia” fanno davvero parte di quelle conformazioni geologiche speciali che discutiamo nel libro».

 

 

E la civiltà di Tiahuanaco? Cosa ha studiato di Tiahuanaco in relazione alla sua ricerca?

«Non ci è stato possibile visitare personalmente e prendere misurazioni a Tiahuanaco, la grande civiltà preincaica delle Ande. Ma sembra inserirsi nel modello che abbiamo riscontrato più volte in altri luoghi. Anche se non aveva un particolare porto o altri attributi che la distinguessero dai numerosi altri villaggi che si affacciavano sulle rive del Lago Titicaca, qualcosa deve essere accaduto intorno al 500 d.C. Gli abitanti iniziarono a trasportare lo stesso tipo di pietra basaltica magnetica usata dagli olmechi ,attraverso il lago dalle cave. E stiamo parlando di pietre che potevano pesare anche 60 tonnellate! Costruirono un’enorme piramide di terra ricamata dagli stessi canali di drenaggio degli olmechi. I loro contadini iniziarono a produrre il triplo del cibo necessario per la sussistenza sull’altipiano alto 3.657 m, dove oggi cresce poco o niente a causa delle condizioni molto aspre. In qualche modo, i loro semi errano più vigorosi e potevano sopportare molti più stress dei semi odierni. E dopo aver costruito questa piramide autoelettrificante divennero benestanti. L’ultimo tassello del puzzle ci rivela che le condizioni geologiche del posto doveva essere ideale per il genere di manipolazione dei semi che abbiamo rilevato altrove, e ancora oggi gli sciamani sembra che usino questa stessa energia per andare in trance. Durante la trance in qualche modo predicono come andrà il raccolto del prossimo anno».

 

 

Non si può affrontare il discorso dei megaliti e dell’antica scienza senza parlare del sud dell’Inghilterra. Cos’erano Stonehenge, la Silbury Hill e Avebury per Lei? In che modo “funzionavano”?

«Abbiamo approfonditamente misurato la Silbury Hill, il più grande mound artificiale in Europa, e anche il suo vicino, Avebury Henge, nel corso di 5 settimane nel 1993. Entrambi sono posizionati dove le zolle di gesso acquifero di medio livello incontrano il gesso acquifero di livello più basso. Questa è una combinazione perfetta per generare corrente elettrica nel terreno e concentrarla usando i fossati che circondano sia Silbury che Avebury. Abbiamo misurato tutti questi effetti in ripetute occasioni. In corrispondenza di altri cerchi megalitici sono stati trovati piccoli fori scavati nel terreno che contenevano semi di grano accuratamente mondati e portati sin lì in contenitori di ceramiche. Lo stesso tipo di fori sono stati rilevati a Stonehenge. In molti casi, essi si trovano nei punti in cui i fossati avrebbero concentrato la maggior parte della corrente elettrica nel terreno. Ciò accade perché l’elettricità scorre come l’acqua e un fossato agisce un po’ come un frangiflutti. Queste correnti elettriche telluriche scorrono principalmente nel metro più esterno di terreno, quindi scavare un fossato profondo anche soltanto un metro vuol dire bloccare il flusso. La corrente, a questo punto segue il percorso del fossato sino a un qualunque punto in cui incontrerà una minore resistenza a causa di vuoti nel fossato (dove il terreno rimane indisturbato). Lì dove si concentra maggiormente la corrente del terreno, scavavano queste piccole buche e vi ponevano i semi. A Stonehenge purtroppo sono vietati studi come i nostri oggigiorno, ma le misurazioni effettuate dagli archeologi sembrano confermare la nostra teoria riguardo al flusso della corrente del terreno e la posizione delle buche. Comunque, Stonehenge è stata utilizzata per oltre 2.000 anni ma è stata improvvisamente abbandonata quando sono stati scoperti la rotazione delle culture e i fertilizzanti, permettendo ai contadini di migliorare la loro produzione senza dover portare lì i loro semi e, presumiamo, dover pagare ammenda con una parte dei semi per questo (come si fa ancora oggi presso il più importante megalite del Sudafrica). Dopo l’entrata in uso dei fertilizzanti e della rotazione delle colture, i costruttori dei cerchi megalitici, che si erano arricchiti con il loro lavoro, scomparvero».

 

 

Parliamo ora delle piramidi egizie. Perché tante piramidi in Egitto e soprattutto nella IV Dinastia?

«La corsa alla costruzione di tutte le grandi piramidi in un periodo di 140 anni coincide con un periodo in cui il livello del Nilo stava precipitando, apportando quindi meno limo fertilizzante alla terra nella stagione delle inondazioni. Allo stesso tempo, la popolazione era in rapida crescita. Non vi era altra terra coltivabile al di fuori della valle del Nilo perché non vi era altro che deserto per centinaia di chilometri. Quindi gli egizi presero a coltivare tutta la terra che potevano nella valle del Nilo e con lo spostamento continuo verso nord delle nuove coltivazioni, si spostavano anche le piramidi. Alla fine si disposero a coltivare anche l’inospitale e paludosa terra del delta, e fu allora che le ultime grandi piramidi vennero costruite nella piana di Giza, sovrastando questi terreni agricoli del delta».

 

 

La Grande Piramide è un argomento particolare. Può spiegarci la sua progettazione e funzionamento in quanto “macchina” fatta di calcare, il perché del Benben e la sua interazione con il Khamsin, il vento di nordest?

«Credo che l’energia primaria per le piramidi egizie provenisse praticamente dallo stesso processo coinvolto nei cerchi megalitici inglesi, ossia dall’acqua che si muoveva attraverso l’arenaria (un gemello dal punto di vista chimico del gesso inglese). I geofisici sanno che ciò crea una carica elettrica negativa nella roccia che raggiungeva il suo massimo in corrispondenza del livello minimo delle acque del Nilo intorno a Maggio Giugno, quando l’acqua del fiume si infiltrava tra i banchi di arenaria che conducevano dal fiume alla piramide. Ma nello stesso periodo dell’anno un forte vento stagionale chiamato Khamsin soffia dal Sahara portando con sé una forte carica elettrica positiva. Le piramidi concentrerebbero la loro carica elettrica negativa sulla punta, dove si trova la proverbiale pietra Benben. Ci sono fondate speculazioni secondo le quali queste pietre apicali erano in origine fatte di ferro meteoritico, e se questo fosse vero, non si sarebbe potuto usare materiale migliore allo scopo. Se il voltaggio era abbastanza potente avrebbe creato uno scintillio elettrico con le molecole d’aria caricate positivamente (Nel libro elenchiamo esempi in cui ciò è avvenuto in tempi recenti in tutta la valle, da Giza e persino dalla punta della Grande Piramide). Tali scintille trasformerebbero l’azoto biologicamente inutile nell’aria in nitrato, che è l’ingrediente primario dei fertilizzanti. Le coltivazioni si trovano sottovento a questo punto. Il fertilizzante perduto quando il Nilo cessò le inondazioni venne rimpiazzato dall’aria, sottovento alle grandi piramidi. Gli hopi sono a conoscenza di un effetto simile causato dai fulmini, che è una forma più violenta di scintilla. I contadini hopi considerano la più grande fortuna che possa capitar loro che i loro campi vengano colpiti da un fulmine, che può apportare l’equivalente di due anni di fertilizzanti per un piccolo campo. Nell’antica america centrale, il dio del fulmine era anche il dio della fertilità. Quindi sappiamo che gli antichi erano a conoscenza di ciò. Non vi sono scritti antichi egizi che confermino questo scopo e uso delle piramidi, ma va ricordato che non esistono testi antichi egizi che confermino alcuno scopo o uso per nessuna delle grandi piramidi».

 

 

Lei ha affrontato anche il mistero delle “Light Balls” in relazione alla crescita dei raccolti. Può dirmi cosa sono queste sfere di luce ancora presenti nei luoghi sacri e che ruolo hanno in questa antica tecnologia a base elettromagnetica?

«Le stesse forze naturali che migliorano i semi possono a volte concentrare l’energia per fare in modo che l’aria avvampi. Le forze elettrostatiche stessono tendono a trattenere l’aria così illuminata in una sfera. I minatori tedeschi del XV sec. erano soliti cercare i depositi di minerali ricchi di metallo osservando le sfere di luce che emergevano dal terreno. Le sfere di luce in sé stesse non sono tanto una causa del miglioramento dei semi quanto un sintomo della presenza di aria elettrificata».

 

 

Quali sono stati i risultati in laboratorio della tecnologia degli antichi? Che tipo di semi sono stati ottenuti e con quali caratteristiche?

«In Guatemala abbiamo semplicemente acquistato del mais locale in una cittadina maya di collina. In Europa, gli antichi contadini dovevano ripiantare un terzo del loro raccolto come semi la stagione seguente e in Nordamerica i contadini nativi mettevano 5 semi di mais in ogni buca per assicurarsi che uno avrebbe germinato. Quindi vi era molto spazio per il miglioramento».

 

 

Questa tecnologia sarebbe ancora applicabile oggi?

«Una moderna versione “high-tech” di questo tipo di energia viene usata sui semi oggi e può migliorare sostanzialmente la tolleranza allo stress e il prodotto. E’ presente sul mercato con il marchio StressGuard®».

 

 

Su quali progetti sta lavorando ora?

«Al momento sono coinvolto sia nel progetto del trattamento per semi StressGuard® e in una tecnologia che praticamente risulta da un’evoluzione di quella ricerca. Si tratta di uno strumento che misura obiettivamente il dolore e il sollievo nelle persone e negli animali. Esperimenti con uomini e cavalli hanno dimostrato una buona accuratezza. In questo momento l’unico modo in cui un medico può misurare il dolore è chiedere al paziente: “Su una scala da 1 a 10, quale voto darebbe al suo dolore?” (E il paziente deve sperare che il dottore gli creda). Noi speriamo che questo strumento aiuti i soggetti a dolori a ricevere la cura adeguata, in particolar modo per pazienti che non hanno l’uso della parola, come vittime di demenza, ictus e bambini appena nati.. Questi sono pazienti che non possono descrivere il loro dolore al dottore, come non possono ovviamente farlo neanche gli animali».

 

 

post scriptum

 

Le energie della piramide di Mosca

Conferme agli studi di John Burke provengono dalla Russia. Alexander Golod, direttore della Defense Enterprise di Mosca, che ha coordinato un gruppo di scienziati russi ha svolto alcuni studi più che decennali su 17 piramidi in fibra di vetro da lui progettate e fatte costruire (nessun metallo è stato impiegato). I risultati mostrano effetti significativi quanto positivi su materiali sia biologici che non biologici. La piramide maggiore fatta costruire da Golod è alta 44 metri e pesa 55 tonnellate. Alcuni risultati scientifici comunicati da Golod con le sue piramidi sono:

· Il Sistema immunitario degli organismi ha incrementato la sua efficacia  esponendosi all'energia interna della piramide di Golod (Mechinkov - Scientific Research Institute, Russian Academy of Medical Sciences);

· Le proprietà terapeutiche dei medicinali hanno aumentato l'efficacia diminuendo gli effetti collaterali (Ivanovskiy - SRI of Virology, Russian Academy of Medical Sciences);

· I semi da coltivazione posti all'interno della piramide hanno mostrato un incremento della crescita dal 30 al 100%:

· La forza dei virus e batteri patogeni si è attenuata all'esposizione della piramide;

  • Esperimenti di radiolocazione realizzati dagli scienziati con una serie di radar lavoranti nel range dei centimetri e piazzati a 60 chilometri, 32 chilometri e 30 chilometri dalla piramide, hanno mostrato l'esistenza di una colonna di energia ionica che dall'asse verticale si innalza per 2 chilometri e si espande per 500 metri.

Golod e il suo team hanno ottenuto una nutrita serie di altri risultati che in questa sede non è possibile riportare. Lo faremo presto. Per chi è interessato a raggiungere la piramide bisogna guidare per 20 chilometri fuori Mosca sino al 38° chilometro dell'autostrada Mosca-Riga.

LO SCIAMANESIMO E GLI ANTICHI MAESTRI DELL'UMANITA'

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di Graham Hancock

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L’utilizzo delle piante sacre avrebbe dato impulso alla nascita della coscienza nell’uomo che, grazie alle visioni da esse indotte, avrebbe guadagnato un’inesauribile fonte di ispirazione e conoscenza, veicolata dal contatto, che queste consentono, con entità spirituali. Graham Hancock, nel suo  libro "SCIAMANI" ci offre il risultato delle sue ricerche.

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preparazione dell'ayahuasca,bevanda sacra peruviana


La mia ultima sessione con l’ayahuasca in Perù è avvenuta con uno sciamano degli indiani Shipibo di nome Don Leonceo nel suo tambo nella giungla al di là di Iquitos. Oltre ai soliti ingredienti allucinogeni come le foglie di Psycotria viridis e le vinacce di Banisteropsis caapi, la sua ayahuasca contiene anche la datura, un’altra famosa pianta visionaria, e ha un sapore indicibilmente orrendo. Ho avuto una serie di piccole visioni, di sicuro non terrificanti. C’erano dei serpenti. Ho visto diverse volte una serie di file di piramidi verdi disposte in lunghe file rastremate. Mi sembrava di volare sopra queste strisce. Vedevo anche una sfera, un cubo e un triangolo e file di bocche di serpenti e alligatori piene di denti. Ma l’aspetto maggiormente memorabile delle mie visioni di quella notte si è sviluppato in quelli che mi sono sembrati appena alcuni secondi. Mi sembrava di essere in una stanza oscura con una porta aperta su un lato. La luce penetrava dalla porta e attraverso di essa potevo vedere un grande balcone, molto bello, che dava su quello che forse era un fiume molto ampio o un lago o persino il mare. Alla sinistra del balcone, proprio appena oltre la porta attraverso la quale stavo guardando, mi sono reso conto della presenza di una figura. Era una statua imponente, alta almeno 1,80 m e apparentemente scolpita da un unico pezzo di una pietra verde – forse giada. Lo scultore aveva riprodotto eccellentemente i dettagli delle vesti, della cintura e di qualcosa – forse una spada? – appesa ad essa. All’inizio la sorprendente scultura sembrava solo quello – un’innocua statua inanimata. Curioso di vedere di più, ho avvicinato il mio punto di vista per osservare il suo volto. Per mia somma sorpresa, la statua era per metà animale e per metà umana. Aveva il corpo di un uomo vigoroso e muscoloso ma la testa di coccodrillo, come Sobek, l’antico dio-coccodrillo egizio. E improvvisamente mi sono reso conto che era vivo – un essere vivente, un guardiano soprannaturale. A quel punto il suo sguardo girò verso di me per guardarmi, accorgendosi di me. Il suo sguardo era intelligente, ponderato, un po’ sornione ma tuttavia non minaccioso. Che cos’era quella statua vivente, quell’essere di giada? La visione scomparve…


Supernatural

Supponiamo ci sia un portale segreto in ognuna delle nostre menti i quali, se riusciamo a trovarli, possono offrirci l’accesso a livelli di realtà non fisici paralleli, abitati da esseri “soprannaturali” intelligenti, pronti a insegnarci una conoscenza vitale per la nostra specie. E supponiamo che non sia un caso che l’evoluzione ci abbia fornito una varietà di tecniche per “trovare il portale segreto” per accedere alle straordinarie informazioni e agli strani incontri che si trovano appena dall’altra parte. Scoperte e usate da migliaia di anni dagli sciamani tribali per entrare in quelli che gli psicologi moderni chiamano “stati alterati di coscienza”, queste antiche tecniche comprendono la danza e le percussioni ritmiche, la privazione del cibo e altre privazioni fisiche, la tortura autoinflitta (come nel caso della Danza del Sole degli indiani del Nordamerica, ad esempio), e – di gran lunga la più comune ed efficace – l’uso di potenti piante allucinogene come la pozione dell’ayahuasca che io ho assunto per ben 11 volte in Amazzonia come parte della ricerca per il mio nuovo libro, Supernatural (in uscita in Italia per Corbaccio il 2 novembre). Un grande mistero avvolge la prima apparizione, tra i 40.000 e i 30.000 anni fa, di un comportamento umano riconoscibilmente “moderno”. E’ in quel periodo che i reperti archeologici iniziano a testimoniare il nostro improvviso e inspiegabile sviluppo – unica tra tutte le specie animali – della cultura e della religione, delle credenze nella vita dopo la morte, delle credenze in esseri non materiali come spiriti, demoni e angeli, delle mitologie elaborate, della coscienza di noi stessi e del nostro posto nello schema delle cose. Prima di questo, tornando indietro fino all’ultimo antenato in comune con lo scimpanzè, ci sono 7 milioni di anni di noia, con l’apparizione di creature – gli antropologi li chiamano ominidi – che ci assomigliano di volta in volta di più ma che non si comportano in modi che noi riconosciamo come caratteristici dell’Uomo. Tutti i reperti che testimoniano questo periodo ci danno essenzialmente l’immagine di un noioso e quasi ridicolo copia e ricopia degli stessi modelli di comportamento e degli stessi utensili rudimentali di pietra, senza cambiamenti o innovazioni, per periodi lunghi centinaia di migliaia o persino milioni di anni. Quando si verifica un cambiamento (nella forma di un utensile, ad esempio), esso costituisce un nuovo standard da copiare e ricopiare senza innovazioni per un ulteriore infinità di tempo, sino a quando avviene un altro piccolo cambiamento. Nel corso di questo processo, interminabilmente lento, vediamo contemporaneamenteil graduale sviluppo dell’anatomia umana in direzione della nostra forma attuale: la scatola cranica si allarga, le arcate sopraccigliari si riducono, la struttura ossea diventa più gracile – e così via. Circa 196.000 anni fa, e per alcuni anche molto prima, i nostri antenati avevano raggiunto la “piena modernità anatomica”. Ciò significa che erano in ogni modo fisicamente indistinguibili dagli Uomini moderni e, fatto cruciale, che possedevano lo stesso nostro grande cervello complesso.

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David Lewis Williams


Un’evoluzione improvvisa e inspiegabile

Il mistero è nel fatto che il loro comportamento continuò a rimanere indietro rispetto al loro aspetto e alla loro neurologia moderna. Non mostravano segno di possedere una cultura, o credenze soprannaturali, o coscienza di sé, o alcun interesse nei simboli. In effetti, non vi era niente che li riguardasse che possiamo immediatamente identificare con “noi”. Ma, poco dopo i 40.000 anni fa, fu come se si fosse accesa una luce in una stanza buia e i reperti archeologici iniziano a mostrare opere d’arte bellissime e tecnicamente perfette dipinte sulle pareti delle caverne. Sorprendentemente, tutte queste diverse tradizioni artistiche, siano esse opera dei boscimani preistorici del Sudafrica di 10.000 anni fa, o i cacciatori-raccoglitori francesi di 32.000 anni fa, o gli aborigeni australiani di 20.000 anni fa, hanno molte caratteristiche in comune. Tra di esse ci sono curiosi disegni geometrici, sequenze di tratti e punti, linee ondulate e a zigzag e così via, disegnati praticamente nello stesso identico modo da cultura a cultura. Un altro notevole aspetto in comune è che tutte queste espressioni artistiche contengono rappresentazioni molto simili di esseri ovviamente “soprannaturali” il cui aspetto è una combinazione di caratteristiche umane e animali – come l’uomo dalla testa di coccodrillo della mia visione con l’ayahuasca in Perù – ad esempio rettili-umanoidi, esseri con il corpo umano e la testa di insetto, ed esseri che sono metà umani e metà felini. Tali ibridi, ampiamente rappresentati nell’arte antica non solo dell’Età della Pietra, ma anche in periodi molto più recenti, vengono chiamati tecnicamente teriantropi (dal greco therion, “animale”, e anthropos, “Uomo”). Un’altra categoria di esseri soprannaturali presenti in tutte le antiche espressioni di arte rupestre rappresentano piccoli umanoidi con gli arti corti, la testa a forma di goccia e gli occhi enormi e neri. Il professor David Lewis-Williams del Rock Art Research Institute della Witwatersrand University sudafricana, è il motore primo dietro una notevole teoria che cerca di spiegare queste somiglianze. Per farla breve, egli propone che gli artisti ampiamente separati sia nel tempo che nello spazio quali i cacciatori-raccoglitori dell’Europa di 35.000 anni fa e i boscimani preistorici del Sudafrica – ma anche artisti che ancora operano in seno alle culture sciamaniche sopravvissute sino a oggi in regioni remote come l’Amazzonia – hanno preso ispirazione per dipingere dallo stato di trance in cui erano entrati e dalle visioni che avevano avuto. Nonostante le molte differenze che ci si aspetterebbe, la loro arte ha così tanti elementi in comune perché tenterebbe di riprodurre il regno delle visioni e i suoi abitanti. Poiché condividiamo la stessa neurologia, Lewis-Williams sostiene che gli Uomini appartenenti a qualsiasi cultura vedono le stesse cose nei loro stati alterati di coscienza.


Esperienze reali?

Avendo messo alla prova profondamente la sua teoria nel mio libro Supernatural mi sono convinto che il professore sudafricano ha ampiamente ragione riguardo agli stati visionari, forse al principio indotti dall’ingestione fortuita di piante allucinogene, che avrebbero ispirato l’antica arte rupestre in tutto il mondo. E ha ragione anche nel sostenere che esaminando appropriatamente questi stati alterati di coscienza potremmo scoprire la sorgente delle prime idee religiose mai concepite dai nostri antenati. E’ esattamente a questo punto, tuttavia, che le mie idee divergono da quelle di David Lewis-Williams. Qualsiasi cosa abbiano visto gli artisti rupestri nelle loro trance, e non importa quanto devotamente abbiano creduto che ciò che avevano visto fosse vero, egli è fermo nella convinzione che l’intera ispirazione di 25.000 anni di dipinti rupestri dell’Alto Paleolitico consiste in niente più delle illusioni febbricitanti di una chimica del cervello disturbata – ossia, in allucinazioni. Nel suo Universo semplicemente non c’è posto, o bisogno, del soprannaturale, nessuno spazio per nessun tipo di Aldilà, e nessuna possibilità che entità intelligenti immateriali possano esistere. Mi accorsi che questa spiegazione non mi bastava, con l’ispirazione dell’arte rupestre e la nascita delle religioni elegantemente spiegate attraverso la chimica, con le prime introspezioni spirituali dell’umanità ridotte a mere fenomenologie di processi biologici, con il sublime in questo modo messo efficientemente in ridicolo. Aver stabilito il ruolo delle allucinazioni nell’ispirazione dell’arte rupestre è una cosa – e David Lewis-Williams, secondo me, vi è riuscito perfettamente. Ma comprendere cosa sono realmente le allucinazioni e quale ruolo hanno nell’intero spettro dell’esperienza e del comportamento umano è completamente un’altra cosa. Le draconiane leggi antidroga introdotte negli Stati Uniti 40 anni fa e in seguito imitate dalla maggioranza degli altri Paesi hanno reso quasi impossibile agli scienziati di condurre una ricerca obiettiva con volontari umani sugli allucinogeni. Solamente due studi importanti sono stati permessi dagli anni ’60. Il primo di questi è lo sperimentale lavoro di laboratorio condotto negli anni ’90 dal dottor Rick Strassmann presso l’Università del New Mexico con il DMT (dimetiltriptamina) somministrato a volontati umani e pubblicato nel 2001. Il secondo è l’immensa ricerca fenomenologia sulle esperienze allucinatorie indotte dalla droga visionaria amazzonica ayahuasca pubblicato nel 2002 dal dottor Benny Shannon, professore di psicologia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Le teorie scientifiche prevalenti, alle quali si allinea David Lewis-Williams, continuano a insegnarci che ciò che ci viene dato dalle allucinazioni non è altro che un miscuglio visionario creato dal nostro “cervello drogato” di eventi precedentemente soppressi dei nostri ricordi, esperienze di vita e retroterra culturali. Ma ciò che gli studi di Strassman e Shannon provano al di là di ogni ragionevole dubbio è che queste teorie non possono essere vere. Perché, mentre 10 persone diverse che assistono allo stesso evento nel “reale” mondo materiale di ogni giorno ne daranno 10 versioni dello stesso fatto, 10 persone differenti cui viene somministrata l’ayahuasca o il DMT tendono a descrivere strane visioni, suoni o esperienze molto simili tra loro e, cosa che ci dà ancor di più da pensare, parlano tutti di incontri con creature ultramondane molto simili tra loro che comunicano praticamente le stesse informazioni. E le scoperte di Strassman e Shannon non sono affatto un incidente isolato, almeno lo sono solamente per un periodo di tempo relativamente recente. Piuttosto, le stupefacenti coincidenze da loro rilevate servono solamente a rafforzare e confermare scoperte da lungo tempo ripudiate, operate da scienziati che hanno somministrato allucinogeni come il DMT, l’LSD, la mescalina e la psilocibina a volontari umani tra gli anni ’50 e i ’60. Anche queste prime ricerche, prontamente messe a tacere, ponevano una certa enfasi su sorprendenti e inspiegabili similitudini nelle esperienze raccontate dai volontari provenienti da paesi diversi e con retroterra culturali diversi.

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Rick Strassman


Un televisore cerebrale

Due di questi punti in comune colpiscono particolarmente perché identici a caratteristiche della tradizione dell’arte rupestre di tutto il mondo. In primo luogo, quasi tutti i volontari sia degli esperimenti più recenti che di quelli più datati hanno raccontato di aver incontrato esseri in parte animali e in parte umani – in altre parole teriantropi. Come nelle antiche pitture, ibridi rettili-umani erano particolarmente comuni, ma molto frequenti erano anche altri esseri composti come uomini con la testa di insetti o creature in parte umane in parte giaguaro (o leone, o tigre, o leopardo). Il secondo importante punto in comune tra l’arte rupestre e i racconti dei volontari di questi esperimenti è l’incontro con piccoli umanoidi intelligenti e dalla pelle grigia con teste a forma di goccia ed enormi occhi scuri – il “classico” stereotipo alieno insomma – che li sottoponevano a strani esperimenti e che a volte secondo i volontari impiantavano loro oggetti di metallo o di cristallo nei loro corpi. In effetti, talmente tanti dei volontari utilizzati nello studio dell’Università del New Mexico hanno raccontato di esperienze con i “grigi” da spingere Rick Strassman a proporre una spiegazione radicalmente nuova del fenomeno “rapimenti alieni” che ricevette molta attenzione alla fine del secolo scorso. Oltre ad essere estraibile da un gran numero di piante che crescono in tutto il mondo, pochissime persone sanno che il DMT viene prodotto naturalmente in minuscole quantità dalla ghiandola pineale, nel cervello umano. La semplice ma trascinante spiegazione di Strassman è che le persone che credono di essere state addotte dagli alieni in realtà sono affetti da una sovrapproduzione di DMT nei loro cervelli che a volte raggiunge livelli allucinatori. E’ importante sottolineare, comunque, che considerando le cosiddette esperienze di rapimenti alieni come essenzialmente di origine allucinatoria, Strassman non sostiene in realtà che l’esperienza in sé stessa sia necessariamente “irreale”. Al contrario, le prove schiaccianti che emergono dal suo studio finanziato dal governo federale lo hanno condotto a riconsiderare la sua visione della realtà e a esplorare la possibilità che gli allucinogeni non interferiscono con il cervello creando false percezioni, come molti scienziati invece sostengono. Piuttosto, egli suggerisce che possano modificare le lunghezze d’onda di ricezione del cervello, permettendo di effettuare un contatto con “mondi invisibili e i loro residenti”, non raggiungibili nel normale stato di coscienza ma non di meno assolutamente reali. Tracciando un’analogia tra il cervello e un televisore, egli osserva che ciò che il DMT sembra fare non è semplicemente regolare la luminosità, il contrasto e il colore (cosa che si potrebbe dire dell’alcohol e di altre droghe non allucinogeniche), ma piuttosto rivolgere la nostra attenzione a un canale completamente nuovo: «Il programma che guardiamo non è più la realtà di ogni giorno, su Canale Normale. Il DMT permette regolarmente di accedere ad “altri” canali. Gli altri piani di esistenza sono sempre lì. In effetti, sono proprio lì, e trasmettono tutto il tempo! Ma noi non possiamo percepirli, perché il nostro cervello non è configurato per questo; il nostro hardware ci mantiene sintonizzati su Canale Normale. Ma ci vogliono solamente un secondo o due – i pochi battiti di cuore che ci vogliono per trasportare la “molecola spirito” (il DMT) sino al cervello e cambiare canale, e aprire la nostra mente a questi altri piani di esistenza. Come può accadere? Purtroppo sono in possesso di scarse conoscenze della fisica sottostante alle teorie degli universi paralleli e della materia oscura. Quello che so, tuttavia, mi fa pensare ad essi come possibili luoghi dove il DMT potrebbe portarci…».

 

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gli esseri osservati nelle visioni ayahuaschere sono molto simili ai cd.Alieni Grigi, e agli esseri dei graffiti rupestri degli sciamani australiani Wondjina


Da sempre con noi

In breve, la teoria di Strassman spiega le similitudini nelle “allucinazioni” dei volontari provenienti da tutto il mondo non con la visione semplicistica caldeggiata da Lewis-Williams (cioè che vediamo tutti le stesse cose perché abbiamo tutti la stessa neurologia) ma con il fatto che quando siamo in stati alterati di coscienza le nostre capacità neurologiche ci permettono di esplorare lo stesso universo parallelo – o universi – e incontrarne alcuni abitanti. Nello specifico, secondo la teoria è questo il motivo per cui incontri con teriantropi e con piccoli umanoidi grigi dagli enormi occhi neri sono molto frequenti tra i volontari – non perché il nostro cervello mette insieme in qualche modo identiche fantasie altamente immaginifiche, ma perché esistono veramente esseri che ci appaiono in queste strane e particolari forme negli universi paralleli che possiamo visitare in stati alterati. Una prova importante che documento approfonditamente in Supernatural attesta che i teriantropi e gli intelligenti e spesso malevoli esseri grigi che oggi chiamiamo “alieni”, non sono in realtà niente di nuovo – come conferma la loro presenza nell’arte rupestre. Da tempi immemorabili questi esseri vengono incontrati dagli sciamani di tutto il mondo nelle loro trance allucinatorie e anche da persone comuni – che non sono sciamani praticanti – in grado di entrare spontaneamente in stati alterati di coscienza, o attraverso la fame, o attraverso la deprivazione sensoriale, o attraverso l’assunzione di allucinogeni, o con uno degli altri mezzi a disposizione. Una volta raggiunti questi stati vedono gli stessi esseri viventi riportati dall’Università del New Mexico, ma interpretati in modo naturale secondo le preoccupazioni e l’immaginario prevalenti nel loro tempo e cultura. Noi li chiamiamo “alieni” e pensiamo ai “dischi volanti” non perché abbiamo le prove inconfutabili che siano davvero extraterrestri, ma perché nel nostro tempo l’umanità ha iniziato a esplorare lo spazio intergalattico. Nell’europa preindustriale erano conosciuti come “fate”, “elfi” e “gnomi” e nelle culture tradizionali che sopravvivono ancora oggi in alcune remote parti  del mondo sono chiamati “spiriti animali”, gli “esseri di luce” e i malevoli demoni che gli sciamani incontrano quando entrano in trance e viaggiano fuori del corpo in reami paralleli. Nonostante le diverse etichette affibbiategli in diversi tempi e luoghi, ciò che cerco di dimostrare in Supernatural è che si tratta dello stesso fenomeno che si ripete da millenni e che la chiave per comprenderlo adeguatamente è nell’esplorazione razionale e pianificata degli stati alterati di coscienza attraverso i mezzi che ci ha fornito la natura e di cui gli sciamani fanno uso, per il bene dell’umanità da decine di migliaia di anni. In particolare, poiché sono stato scosso nel profondo dalle mie esperienze con l’ayahuasca e altri allucinogeni sciamanici, il libro esplora le straordinarie possibilità che riguardano l’origine della specie umana sollevate dal lavoro di Rick Strassman ma che molti scienziati non vogliono neanche prendere in considerazione e che lo stesso David Lewis-Williams scarta senza troppi scrupoli. Non potrebbe essere che il mondo spirituale e i suoi abitanti esistano davvero, che ci siano cose come i poteri soprannaturali e gli esseri non materiali e che la mente umana, in certe circostanze, possa essere liberata dal corpo e messa in grado di interagire e forse persino imparare da questi “spiriti”?


Programma Umanità

I nostri antenati potrebbero aver effettuato il loro gigantesco passo in avanti evoluzionistico degli ultimi 40.000 anni non solo a causa dei benefici effetti sociali e organizzativi dello sciamanesimo, o a causa dei poteri di espansione della mente delle droghe psicoattive, ma anche perché sono stati letteralmente aiutati e ispirati da agenti soprannaturali? I “soprannaturali” dipinti nelle grotte – e ancora accessibili oggi attraverso stati alterati di coscienza – potrebbero essere gli antichi maestri dell’umanità? Potrebbero essere stati loro a traghettarci nella nostra piena umanità? E potrebbe essere che la nostra evoluzione umana non sia solamente il cieco, senza senso processo naturale descritto da Darwin, ma qualcos’altro di più mirato e intelligente che abbiamo appena iniziato a comprendere?

UN PO' DI RIGORE NON GUASTA

ORA, CARISSIMA LA MIA SARDA, TI STRONCO E, COME PROMESSO, ELIMINO TUTTI I TUOI INTERVENTI E COMMENTI RIDICOLI. TU HAI BISOGNO DI ALTRI PROSCENI, MENTRE IO HO BISOGNO DI UN BLOG SERIO, E NON DI UNA MACCHIETTA

28/01/2010

L'ERA DELL'ACQUARIO E' INIZIATA

AMICI MIEI,

CREDEVO FOSSE UN SOGNO BANALE, POI DOPO 4 ORE IL FULMINE DELL'INTUIZIONE MI HA FATTO SALTARE IN ARIA. DEVO DARVI UN ANNUNCIO.

L'ERA DEI PESCI E' UFFICIALMENTE TERMINATA, E TERMINATO E' IL CAVALLO TRA PESCI E ACQUARIO. ABBIAMO FATTO UFFICIALMENTE INGRESSO NELl'ERA DELL'ACQUARIO, E DI QUI IN POI NE VEDREMO DELLE BELLE.

 

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STANOTTE HO SOGNATO UNA DONNA, RATTRISTATA PER LA MORTE DEL SUO PESCE ROSSO. MI DICE: "E' VISSUTO MOLTO A LUNGO". MI E' SEMBRATO UN SOGNO BANALE, AL RISVEGLIO, O COMUNQUE MI SFUGGIVA IL SIGNIFICATO.

MA ORA SO CON CERTEZZA CHE ACQUARIO DOMINERA', E l'ERA DEI MIRACOLI E' APPENA INIZIATA. GIOIAMONE TUTTI. ALLELUHYA

 

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INOLTRE, ORA VI CONSEGNO UN ALTRO BEL SEGRETO. AVETE CAPITO LA CONNESSIONE TRA IL SIMBOLO DELL'ACQUARIO, HARRY POTTER (ingl. VASAIO), E LE GIARE-VASI DI QUMRAN E NAG HAMMADI? AVETE COMPRESO CHE QUESTO SEGNO ALLUDE AL RITORNO DELL'ANTICA TRADIZIONE?

 

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E ORA OSSERVATE IL SIMBOLO ACQUATICO DELL'ACQUARIO. E' UNA M RIPETUTA ALL'INFINITO.

MICHAEL

METATRON

MELKIZEDEK

MITHRA

MAITREYA

MANI

MARDUK

MARTE

MERCURIO

MESSIA

MAESTRO

MOSTRO

MISTERIOSO

MERKAVA

MADRE (MATER -MEM)

CREDETE SIA UN CASO? CREDETE CHE SIA STATO UNO SPIRITO DI MENZOGNA AD AVERMI ANNUNCIATO LA SUA IMMINENTE MANIFESTAZIONE PER LA GRANDE VENDETTA?

"APPENA ENTRATI IN CITTA', VI VERRA' INCONTRO UN UOMO CHE PORTA UNA GIARA D'ACQUA. SEGUITELO NELLA CASA IN CUI ENTRERA'", disse Yeshua in Marco 14:13

"CHI APRI' LA BRECCIA, LI PRECEDERA'. FORZERANNO E VARCHERANNO IL PORTALE, E USCIRANNO PER ESSO. MARCERA' IL LORO RE INNANZI A LORO, E IL SIGNORE SARA' ALLA LORO TESTA" (Michea 2:13)

 


 

26/01/2010

AZAZEL?

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VOI TUTTI, ASCOLTATE CON ATTENZIONE.

DOVETE SCOLPIRVI NELLA MENTE CHE TUTTI GLI ANGELI SONO COALIZZATI CONTRO DI NOI: LASCIATE PERDERE GLI INNUMEREVOLI NEW-AGERS SERVILI ALL'IMPERO, O SEMPLICI PERFETTI IGNORANTI, CHE PARLANO DEGLI ANGELI COME DI AMICI DOLCISSIMI. UN SENTITO "VA A QUEL PAESE" A PAOLA GIOVETTI E COMPANY.

TUTTI GLI ANGELI SONO COALIZZATI CONTRO LA RAZZA UMANA, COSPIRANO CONTRO DI ESSA. ESSI SANNO CHE LA VERA RAZZA UMANA PUO' ELEVARSI A VETTE A LORO INACCESSIBILI. TENTERANNO DI IMPEDIRCELO FINO ALL'ULTIMO. VOI QUESTI ANGELI VE LI VEDETE NEI SOGNI, VI OSTACOLANO IL PASSO, NON VOGLIONO CHE VOI VI INNALZIATE. E NON SI FERMERANNO MAI...PER QUESTO ESSI SI AUTODEFINISCONO "LEGIONE": SONO NUMEROSI.

QUASI TUTTA L'ANTICA FIGLIOLANZA DI EL ELYION SI AMMUTINO'. RIMASE IN PEDI, FEDELE ALL'ALTISSIMO, SOLO UN GRUPPO DI ESSERI. IL SUO LEADER  -ORA STUPIRETE-  ERA ED E' AZAZEL; COLUI CHE IN QUESTO MONDO E' CONSIDERATO LA QUINTESSENZA DEL MALE.  "AZAZEL ERA IL SUO NOME", QUESTO MI FU DETTO DALL'INTIMO, E FU UNA RIVELAZIONE TOTALMENTE IMPREVEDIBILE E INASPETTATA PER ME. NON A CASO, AZAZEL RISULTA TRA I 200 CHE SCESERO IN ARDIS, SULL'HERMON. NOI LO CONOSCIAMO COME MELKIZEDEK, IL FEDELE, NON A CASO NOMINATO SACERDOTE DELL'ALTISSIMO, DELL'ORDINE DI EL ELYION, L'UNICO ANGELO CHE HA GIURATO DI DIFENDERCI DA QUELLA GENIA DI MALEDETTI.

LA COSA E' PIU INGARBUGLIATA DI QUANTO VOI IMMAGINIATE. DIVENTERA' PIU SEMPLICE QUANDO DECIDERETE DAVVERO DI ADERIRE CON UN PATTO D'ACCIAIO AL LEADER DEI FEDELI...E REALIZZARE NELLA VOSTRA VITA, IN OGNI ISTANTE, QUELLI CHE SONO I PARAMETRI DI PENSIERO E DI AZIONE AL MODO DI MELKIZEDEK-AZAZEL...

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JESHUA AVEVA LA LUNGA CHIOMA. UN SIMBOLO POTENTE, E UN'ALLUSIONE AD AZAZEL. LA LUNGA CHIOMA SI DICE ZAZZERA, DA UN TERMINE ANTICO "ZAZZA". ORA, NON A CASO, I CAPELLI LUNGHI DEL NAZIREO SANSONE SONO LA FORZA, E AZAZEL SIGNIFICA IN EBRAICO "DIO E' FORZA" o "FORZA DI DIO".

UN CAPRO DA IMMOLARE E UN CAPRO DA INVIARE NEL DESERTO PER ESSERE DIVORATO DA AZAZEL, DICE LEVITICO 16:8...E' DA QUEL TEMPO CHE IL CAPRO HA ASSUNTO UNA VALENZA DIABOLICO-IMMONDA, IN QUANTO ACCOSTATO AD AZAZEL. MA NON FU YESHUA IL PRIMO CAPRO SACRIFICALE A FARSI DIVORARE DA AZAZEL? ALTRIMENTI PERCHE' IN CROCE URLA "CONSUMMATUM EST- SONO CONSUMATO TOTALMENTE".

DICE LA CELEBRE CANZONE NAPOLETANA "DOVE STA ZAZA''":

"COME FA ZAZA' SENZA ISAIA"...chi? il profeta che annunciò il messia?

ZAZZA' ERANO LE COMPAGNE ITALIANE DEI SOLDATI AMERICANI DI STANZA IN ITALIA. ERGO, ZAZZA o AZAZEL E' UNO SPIRITO DI NATURA FEMMINILE, COMPAGNO DEI SOLDATI, OVVERO DEI MONACI-GUERRIERI DI STANZA IN QUESTO MONDO. LA CELEBRE CANZONE E' UN CONTINUO INVOCARE ZAZZA', CHE E' SPARITA....


PER QUESTO DICO CHE IL DIAVOLO DEI TAROCCHI SIA AZAZEL, NON A CASO CON GAMBE CAPRINE, CHE IL BAFOMET DEI TEMPLARI FOSSE AZAZEL. NON E' IL DIAVOLO CONVENZIONALE, MA IL DIAVOLO ERMETICO, CIO' CHE NOI STESSI DOBBIAMO DIVENTARE PER ABBATTERE GLI ANGELI DIAVOLI.

NOI NON VOGLIAMO ESSERE DIVORATI DAGLI ARCONTI, MA DA AZAZEL, CHE CI INFONDERA' LO SPIRITO E LA VITA ETERNA....

MI ASPETTO I SOLIDI IDIOTI CHE MI ACCUSERANNO DI VENERARE SATANA. IN REALTA' IO HO UN'AMMIRAZIONE SCONFINATA PER SATANA, MA IL SATANA DI SATANA. SPERO DI ESSERE STATO CHIARO.

E ALLA LEGIONE, IN PUBBLICO, DICO: FATE PURE, CONTINUATE NELLA VOSTRA OPERA IMMONDA...SO CHE VOI INIZIATE A TERRORIZZARVI, PERCHE' VEDETE I SEGNI INEQUIVOCABILI DEL RISVEGLIO IMMINENTE DEL MOSTRO CHE VI SOTTOMETTERA' TUTTI, CHE VI SCHIACCERA' IL CAPO. SIETE ABITUATI A DOMINARE. L'IDEA DI SOTTOMETTERVI NON VI PIACE, MA AZAZEL-MICHAEL E' TROPPO  PIU' IN ALTO DI  VOI....

LA SPEZZEREMO A MORSI QUESTA GABBIA

25/01/2010

IL PENDOLO DI FOUCAULT (ESTRATTO)

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QUI DI SEGUITO LEGGERETE TUTTO QUEL CHE DI "ESOTERICO" UMBERTO ECO HA DISSEMINATO NE "IL PENDOLO DI FOUCAULT". ALCUNE COSE SONO VERE, ALTRE NO. IL FINALE DEL LIBRO E' FIN TROPPO SQUALLIDO, MA QUI E LI' CI SONO COSE CHE POSSONO AIUTARVI NELLA COMPRENSIONE DELLA STORIA SEGRETA. ECO STUPIDO NON E' DI CERTO, E PROBABILMENTE SA PIU' DI QUEL CHE DICE. PER SCRIVERE UN LIBRO DEL GENERE, IN CUI TROVIAMO DI TUTTO A LIVELLO OCCULTISTICO, NON SI PUO' AVERE UNA SEMPLICE INFARINATURA. O FORSE MI SBAGLIO, E DICO CHE ECO SCRISSE UN POLPETTONE ATTINGENDO A PIENE MANI DALLA SUA BIBLIOTECA PERSONALE. LA CONCLUSIONE DEL ROMANZO, RIPETO, E' CIO' CHE MI LASCIA PIU' SCONCERTATO. QUI NON LA TROVERETE

 

Sullo gnosticismo e sul sesso

Siccome mi era accaduto talora, nei cortei, di accodarmi sotto l'uno o l'altro striscione per seguire una ragazza che turbava la mia immaginazione, ne trassi la conclusione che per molti dei miei compagni la militanza politica fosse un'esperienza sessuale – e il sesso era una passione. Io volevo avere solo curiosità. E vero che nel corso delle mie letture sui Templari, e sulle varie efferatezze che erano state loro attribuite, mi ero imbattuto nell'affermazione di Carpocrate che, per liberarsi della tirannia degli angeli, signori del cosmo, occorre perpetrare ogni ignominia, liberandosi dei debiti contratti con l'universo e col proprio corpo, e solo commettendo tutte le azioni l'anima può affrancarsi dalle proprie passioni, ritrovando la purezza originaria. Mentre inventavamo il Piano scoprii che molti drogati del mistero, per trovare l'illuminazione, seguono quella via. Ma Aleister Crowley, che fu definito l'uomo più perverso di tutti i tempi, e che quindi faceva tutto quel che poteva fare con devoti di ambo i sessi, ebbe secondo i suoi biografi solo donne bruttissime (immagino che anche gli uomini, da quel che scrivevano, non fossero meglio), e mi rimane il sospetto che non abbia mai fatto all'amore in modo pieno.

 

 

Sul Demiurgo

E cos'era quell'apparecchio per lo studio della fermentazione putrida, 1781, bella allusione ai puteolenti bastardi del Demiurgo? Una sequenza dí tubi vitrei che da un utero a bolla passano per sfere e condotti, sostenuti da forcelle, entro due ampolle, e dall'una trasmettono qualche essenza all'altra per serpentine che sfociano nel vuoto... Fermentazione putrida?

 

Sull'emanazione

Forse l'intero Conservatoire era un'immagine del processo infame per cui, dalla pienezza del primo principio, il Pendolo, e dal fulgore del Pleroma, di eone in eone, l'Ogdoade si sfalda e si perviene al regno cosmico, dove regna il Male. Ma allora quel serpente, e quel leone, mi stavano dicendo che il mio viaggio iniziatico – ahimè à rebours – era ormai terminato, e tra poco avrei rivisto il mondo, non come dev'essere, ma come è.


Sui Templari

La storia dei Templari mi aveva affascinato, sin da quando avevo buttato l'occhio sui primi documenti. In quell'epoca in cui si lottava contro il potere, mi indignava generosamente la storia del processo, che è indulgente definire indiziario, con cui i Templari erano stati mandati al rogo. Ma avevo scoperto ben presto che, da quando erano stati mandati al rogo, una folla di cacciatori di misteri aveva cercato di ritrovarli ovunque, e senza mai produrre una prova. Questo spreco visionario irritava la mia incredulità, e decisi di non perdere tempo coi cacciatori di misteri, attenendomi solo a fonti dell'epoca. I Templari erano un ordine monastico-cavalleresco, che esisteva in quanto era riconosciuto dalla chiesa. Se la chiesa aveva disciolto l'ordine, e lo aveva fatto sette secoli fa, i Templari non potevano più esistere, e se esistevano non erano Templari. Così avevo schedato almeno cento libri, ma alla fine ne lessi solo una trentina.


Guardai l'indice e l'introduzione. "Riguarda l'arresto dei Templari. Nel 1307 Filippo il Bello decide di arrestare tutti i Templari di Francia. Ora c'è una leggenda che dice che due giorni prima che Filippo faccia partire gli ordini di arresto, una carretta di fieno, tirata da buoi, lascia la cinta del Tempio, a Parigi, per destinazione ignota. Si dice sia un gruppo di cavalieri guidati da un certo Aumont, e costoro si rifugerebbero in Scozia, unendosi a una loggia di muratori a Kilwinning. La leggernda vuole che i cavalieri si identificassero con le compagnie di muratori che si tra-mandavano i segreti del Tempio di Salomone. Ecco, lo prevedevo. Anche costui pretende di ritrovare l'origine della massoneria in questa fuga dei Templari in Scozia... Una storia rimasticata da due secoli, fondata su fantasie. Nessuna prova, le posso buttare sul tavolo una cinquantina di libretti che raccontano la stessa faccenda, uno scopiazzato dall'altro. Guardi qui, ho aperto a caso: `La prova della spedizione scozzese sta nel fatto che ancor oggi, a seicentocinquanta anni di distanza, esistono ancora nel mondo ordini segreti che si richiamano alla Milizia del Tempio. Come spiegare altrimenti la continuità di questo retaggio?' Capisce? Com'è possibile che non esista il marchese di Carabas visto che anche il gatto con gli stivali dice di essere al suo servizio?"

 

Non erano così i cavalieri del Tempio, barbuti e fiammeggianti, con la bella croce rossa sul mantello candido, caracollanti all'ombra della loro bandiera bianca e nera, il Beauceant, intenti – e meravigliosamente – alla loro festa di morte e di ardimento, e il sudore di cui parlava san Bernardo era forse un lucore bronzeo che conferiva una nobiltà sarcastica al loro sorriso tremendo, mentre erano intenti a festeggiare così crudelmente l'addio alla vita... Leoni in guerra, come diceva Jacques de Vitry, agnelli pieni di dolcezza in pace, rudi nella battaglia, devoti nella preghiera, feroci coi nemici, benevoli ai fratelli, segnati dal bianco e dal nero del loro stendardo perché pieni di candore per gli amici dí Cristo, cupi e terribili per i suoi avversari... Patetici campioni della fede, ultimo esempio di una cavalleria al tramonto, perché comportarmi con loro come un Ariosto qualsiasi, quando avrei potuto essere il loro Joinville?


"I Templari," chiese Belbo.

"Dunque," dissi.

"Non si comincia mai con dunque," obiettò Diotallevi.

Feci l’atto di alzarmi. Attesi che mi implorassero. Non lo fecero. Mi se-detti eparlai.

"No, dico, la storia la sanno tutti. C'è la prima crociata, va bene? Goffredo il gran sepolcro adora e scioglie il voto, Baldovino diventa il primo re di Gerusalemme. Un regno cristiano in Terrasanta. Ma un conto è te-nere Gerusalemme, un conto il resto della Palestina, i saraceni sono stati battuti ma non eliminati. La vita da quelle parti non è facile, né per i nuovi insediati, né per i pellegrini. Ed ecco che nel 1118, sotto il regno di Baldovino II, arrivano nove personaggi, guidati da un certo Ugo de Payns, e costituiscono il primo nucleo di un Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo: un ordine monastico, ma con spada e armatura. I tre voti classici, povertà, castità, obbedienza, più quello di difesa dei pellegrini. Il re, il vescovo, tutti, a Gerusalemme, danno subito aiuti in denaro, li alloggiano, li installano nel chiostro del vecchio Tempio di Salomone. Ed ecco come diventano Cavalieri del Tempio."

"Chi sono?"

"Probabilmente Ugo e i primi otto sono degli idealisti, conquistati dalla mistica della crociata. Ma in seguito saranno dei cadetti in cerca di avventure. Il nuovo regno di Gerusalemme è un poco la California dí quei tempi, c'è da far fortuna. A casa non hanno troppe prospettive, magari c'è tra di loro qualcuno che l'ha combinata grossa. Io penso alla faccenda in termini di legione straniera. Che fai se sei nei guai? Ti fai Templare, si vedono dei posti nuovi, ci si diverte, si menano le mani, ti nutrono, ti vestono e alla fine salvi anche l'anima. Certo, dovevi essere abbastanza disperato, perché si trattava di andare nel deserto, e dormire sotto la tenda, e passare giorni e giorni senza vedere anima viva salvo che gli altri Templari e qualche faccia di turco, e cavalcare sotto il sole, e patire la sete, e sbudellare degli altri poveri diavoli..."

Mi fermai un istante. "Forse la faccio un po' troppo western. C'è probabilmente una terza fase: l'ordine è diventato potente, si cerca di farne parte anche se si ha una buona posizione in patria. Ma a quel punto essere Templare non vuoi più dire necessariamente lavorare in Terrasanta, si fa il Templare anche a casa. Storia complessa. Certe volte sembrano dei soldatacci, altre volte mostrano di avere una certa sensibilità. Per esempio, non si può dire che fossero razzisti: combattevano i musulmani, erano lì per quello, ma con spirito cavalleresco, e si ammiravano a vicenda. Quando l'ambasciatore dell'emiro di Damasco visita Gerusalemme, i Templari gli assegnano una piccola moschea, già trasformata in chiesa cristiana, perché possa fare le sue devozioni. Un giorno entra un franco che si indigna vedendo un musulmano in un luogo sacro, e lo tratta male. Ma i Templari cacciano via l'intollerante e si scusano col musulmano. Questa fraternità darmi col nemico li porterà poi alla rovina, perché al processo verranno anche accusati di avere avuto rapporti con sette esoteriche musulmane. E forse è vero, è un po' come quegli avventurieri del secolo scorso che si prendono íl mal d'Africa, non avevano un'educazione monastica regolare, non erano così sottili nel cogliere le differenze teologiche, pensateli come tanti Lawrence d'Arabia, che dopo un poco si vestono come uno sceicco... Ma poi, è difficile valutare le loro azioni, perché spesso gli storiografi cristiani come Guglielmo di Tiro non perdono occasione per denigrarli."

"Perché?"

"Perché diventano troppo potenti e troppo in fretta. Tutto succede con san Bernardo. Avete presente san Bernardo, no? Grande organizzatore, riforma l'ordine benedettino, elimina dalle chiese le decorazioni, quando un collega gli dà sui nervi, come Abelardo, lo attacca alla McCarthy, e se potesse lo farebbe salire sul rogo. Non potendolo, fa bruciare i suoi libri. Poi predica la crociata, armiamoci e partite..."

"Non le è simpatico," osservò Belbo.

"No, non lo posso soffrire, se era per me finiva in uno dei gironi brutti, altro che santo. Ma era un buon press agent di se stesso, vedi il servizio che gli fa Dante, lo nomina capo di gabinetto della Madonna. Diventa subito santo perché si è arruffianato con la gente giusta. Ma dicevo i Templari. Bernardo intuisce subito che l'idea è da coltivare, e appoggia quei nove avventurieri, trasformandoli in una Militia Christi, diciamo pure che i Templari, nella loro versione eroica, li inventa lui. Nel 1128 fa convocare un concilio a Troyes proprio per definire che cosa siano quei nuovi monaci soldati, e alcuni anni dopo scrive un elogio di questa Milizia di Cristo, e prepara una regola di settantadue articoli, divertente da leggere, perché vi si trova di tutto. Messa ogni giorno, non devono frequentare cavalieri scomunicati, però se uno di essi sollecita l'ammissione al Tempio bisogna accoglierlo cristianamente, e vedete che avevo ragione quando parlavo di legione straniera. Porteranno mantelli bianchi, semplici, senza pellicce, a meno che non siano di agnello o di montone, proibito portare calzature ricurve e sottili alla moda, si dorme in camicia e mutande, un materasso, un lenzuolo e una coperta..."

"Con quel caldo chissà che puzza..." disse Belbo.

"Quanto alla puzza ne riparleremo. La regola ha altre durezze: una stessa scodella per due, si mangia in silenzio, carne tre volte alla settimana, penitenza il venerdì, ci si alza all'alba, se il lavoro è stato faticoso viene concessa un'ora di sonno in più, ma in cambio si debbono recitare tredici pater a letto. C'è un maestro, tutta una serie di gerarchie inferiori, sino ai marescialli, agli scudieri, ai famigli e servi. Ogni cavaliere avrà tre cavalli e uno scudiero, nessuna decorazione di lusso a briglie sella e speroni, armi semplici, ma buone, vietata la caccia, tranne il leone, insomma, una vita di penitenza e di battaglia. Senza dire del voto di castità, su cui si insiste particolarmente, perché quella era gente che non stava in con-vento ma faceva la guerra, viveva in mezzo al mondo, se vogliamo chiamare mondo il verminaio che doveva essere a quei tempi la Terrasanta. Insomma, dice la regola che la compagnia di una donna è pericolosissima e che non si possono baciare che la mamma, la sorella e la zia."

Belbo nicchiò: "Be', però la zia, io sarei stato più attento.... Ma per quel che ricordo, i Templari non sono stati accusati di sodomia? C'è quel libro di Klossowski, Il Bafometto. Chi era Bafometto, una loro divinità diabolica, no?"

"Ci arrivo. Ma ragionate un momento. Facevano la vita del marinaio, mesi e mesi nel deserto. Ti trovi a casa del diavolo, è notte, ti sdrai sotto la tenda col tizio che ti ha mangiato nella stessa scodella, hai sonno freddo sete paura e vorresti la mamma. Che fai?"

"Amore virile, legione tebana," suggerì Belbo.

"Ma pensate che vita d'inferno, in mezzo ad altri armigeri che non hanno fatto il voto, quando invadono una città stuprano la moretta, ventre ambrato e occhi di velluto, che fa il Templare, tra gli aromi dei cedri del Libano? Lasciategli il moretto. Adesso capite perché si diffonde il detto ‘bere e bestemmiare come un Templare’. E un poco la storia del cappellano in trincea, ingolla grappa e bestemmia coi suoi soldati analfabeti. E bastasse. Il loro sigillo li rappresenta sempre in due, uno stretto al dorso dell'altro, su uno stesso cavallo. Perché, visto che la regola gli con-sente tre cavalli ciascuno? Dev'essere stata un'idea di Bernardo, per simboleggiare la povertà, o la duplicità del loro ruolo di monaci e cavalieri. Ma vi vedete voi l'immaginazione popolare, che dire di questi monaci che vanno a rotta di collo, uno con la pancia contro il culo dell'altro? Sa-ranno anche stati calunniati..."

"...ma certo se la sono cercata," commentò Belbo. "Sarà mica che quel san Bernardo era stupido?"

"No, stupido non lo era, ma era monaco anche lui, e a quei tempi il monaco aveva una sua strana idea del corpo... Poco fa temeva, di aver buttato la mia storia troppo sul western, ma a ripensarci bene, sentite cosa ne dice Bernardo, dei suoi cavalieri prediletti, ho con me la citazione perché vale la pena: `Evitano e aborriscono i mimi, i prestigiatori e i giocolieri, le canzoni sconvenienti e le farse, si tagliano i capelli corti, avendo appreso dall'apostolo che è un'ignominia per un uomo curare la propria capigliatura. Non li si vede mai pettinati, raramente lavati, la barba irsuta, fetidi di polvere, sporchi per le loro armature e per il caldo.'"

"Non avrei voluto soggiornare nei loro quartieri," disse Belbo.

Diotallevi sentenziò: "E sempre stato tipico dell'eremita coltivare una sana sporcizia, per umiliare il proprio corpo. Non era san Macario quello che viveva su una colonna e, quando i vermi gli cadevano di dosso, li raccoglieva e se li rimetteva sul corpo perché anch'essi, creature di Dio, avessero il loro festino?"

"Lo stilita era san Simeone," disse Belbo, "e a mio parere stava sulla colonna per sputare in testa a quelli che passavano di sotto."

"Odio lo spirito dell'illuminismo," disse Diotallevi. "In ogni caso, Macario o Simeone, c'era uno stilita coi vermi come dico io, ma non sono un'autorità in materia perché non mi occupo delle follie dei gentili."

"Erano puliti i tuoi rabbini di Gerona," disse Belbo.

"Stavano in luride stamberghe perché voi gentili li costringevate nel ghetto. I Templari invece si insozzavano per gusto."

"Non drammatizziamo," dissi. "Avete mai visto un plotone di reclute dopo una marcia? Ma ho raccontato queste cose per farvi capire la con-

traddizione del Templare. Deve essere mistico, ascetico, non mangiare, non bere, non scopare, però va per il deserto, taglia le teste ai nemici di Cristo, più ne taglia più guadagna tagliandi per il paradiso, puzza, si fa irsuto ogni giorno che passa, e poi Bernardo pretendeva che dopo aver conquistato una città non si buttasse su qualche fanciulletta o vecchietta che fosse, e che nelle notti illuni, quando com'è noto il simun soffia sul deserto, non si facesse fare qualche servizietto dal suo commilitone preferito. Come fai a essere monaco e spadaccino, sbudelli e reciti l'avemaria, non devi guardare in faccia tua cugina e poi entri in una città, dopo giorni di assedio, gli altri crociati si fottono la moglie del califfo davanti ai tuoi occhi, sulamite meravigliose si aprono íl corsetto e dicono prendimi prendimi ma lasciami la vita... E il Templare no, dovrebbe stare duro, puzzolente, irsuto come lo voleva san Bernardo, e recitar compieta... D'altra parte, basta leggersi i Retraits..."

"Che cosa erano?"

"Statuti dell'ordine, di redazione abbastanza tarda, diciamo quando già l'ordine è in pantofole. Non c'è nulla di peggio di un esercito che si annoia perché la guerra è finita. Per esempio a un certo punto si proibiscono risse, ferite a un cristiano per vendetta, commercio con una donna, calunnia del fratello. Non si deve perdere uno schiavo, incollerirsi e dire `me ne andrò dai saraceni!', smarrire per incuria un cavallo, donare un animale a eccezione di cani e gatti, partire senza permesso, spezzare il sigillo del maestro, lasciare la capitaneria di notte, prestare denaro dell'or-dine senza autorizzazione, gettare l'abito a terra per rabbia."

"Da un sistema di divieti si può capire quel che la gente fa di solito," disse Belbo, "e se ne possono trarre bozzetti di vita quotidiana."

"Vediamo," disse Dioallevi, "un Templare, irritato per chi sa cosa i fratelli gli avevano detto o fatto quella sera, se ne esce di notte senza per-messo, a cavallo, con un saracenino di scorta e tre capponi appesi alla sella, va da una ragazza di indecorosi costumi e locupletandola dei capponi ne trae occasione di illecito concubito.... Poi, durante la crapula, il moretto scappa col cavallo e il nostro Templare, più sporco sudato e irsuto che di costume, torna a casa con la coda fra le gambe e cercando di non farsi vedere passa denaro (del Tempio) al solito usuraio ebreo che attende come un avvoltoio sul trespolo..."

"Tu l'hai detto, Caifa," osservò Belbo.

"Suvvia, si va per stereotipi. Il Templare cerca di riavere, se non il moro, almeno una parvenza di cavallo. Ma un co-templare si accorge del marchingegno e alla sera (si sa, in quelle comunità l'invidia è di casa), quando tra la soddisfazione generale arriva la carne, fa pesanti allusioni. Il capitano s'insospettisce, il sospetto s'ingarbuglia, arrossisce, trae il pugnale e si butta sul compare..."

"Sul sicofante," precisò Belbo.

"Sul sicofante, ben detto, si butta sul miserabile sfregiandogli il volto. Quello mette mano alla spada, s'azzuffano indecorosamente, il capitano cerca di calmarli a piattonate, i fratelli sghignazzano..."

"Bevendo e bestemmiando come Templari..." disse Belbo.

"Giuraddio, nomedidio, poffardio, affedidio, sanguedidio!" drammatizzai.

"Senza dubbio, il nostro si altera, si... come diavolo fa un Templare quando si altera?"

"Si fa pavonazzo in volto," suggerì Belbo.

"Ecco, così come dici tu, si fa pavonazzo, si toglie l'abito e lo sbatte per terra ...."

"Tenetevi 'sta tunica di merda voi e il vostro tempio della malora!" proposi. "Anzi, dà un colpo di spada al sigillo, lo spezza e grida che lui se ne va coi saraceni."

"Ha violato almeno otto precetti in un colpo solo."

Conclusi, ad illustrare meglio la mia tesi: "Ve li vedete dei tipi così, che dicono io me ne vo coi saraceni, il giorno che il balivo del re li arresta e gli fa vedere i ferri roventi? Parla marrano, di' che ve lo mettevate nel sedere! Noi? Ma a me le vostre tenaglie mi fanno ridere, non sapete di cosa è capace un Templare, io lo metto nel sedere a voi, al papa, e se mi capita sottomano anche a re Filippo!"

"Ha confessato, ha confessato! E andata certo così," disse Belbo. "E via nelle segrete, ogni giorno una passata d'olio, così poi brucia meglio." "Come bambini," concluse Diotallevi.

"Ma insomma, questi Templari erano allora dei poveretti?" chiese Diotallevi.

"No," dissi, "è colpa mia, cercavo di vivacizzare la storia. Quello che abbiamo detto riguarda la truppa, ma l'ordine sin dall'inizio aveva ricevuto donazioni immense e a poco a poco aveva costituito capitanerie in tutta Europa. Pensate che Alfonso di Castiglia e di Aragona gli regala un intero paese, anzi, fa testamento e gli lascia il regno nel caso che dovesse morire senza eredi. I Templari non si fidano e fanno una transazione, come a dire pochi maledetti e subito, ma questi pochi maledetti sono una mezza dozzina di fortezze in Spagna. Il re del Portogallo gli dona una foresta, visto che era ancora occupata dai saraceni i Templari si buttano all'assalto, scacciano i mori, e tanto per dire fondano Coimbra. E sono solo episodi. Insomma, una parte combatte in Palestina, ma il grosso dell'or-dine si sviluppa in patria. E cosa succede? Che se qualcuno deve andare in Palestina e ha bisogno di denaro, e non si fida a viaggiare con gioielli e oro, versa ai Templari in Francia, o in Spagna, o in Italia, riceve un buono, e riscuote in Oriente."

"E la lettera di credito," disse Belbo.

"Sicuro, hanno inventato l'assegno, e prima dei banchieri fiorentini. Quindi capite, tra donazioni, conquiste a mano armata e provvigioni sulle operazioni finanziarie i Templari diventano una multinazionale. Per dirigere un'impresa del genere ci voleva gente con la testa sulle spalle. Gente che riesce a convincere Innocenzo IIad accordargli privilegi eccezionali: l'ordine può conservare tutto il bottino di guerra, e dovunque abbia beni non risponde né al re, né ai vescovi, né al patriarca di Gerusalemme, ma solo al papa. Esentati in ogni luogo dalle decime, hanno diritto di imporle essi stessi sulle terre che controllano... Insomma, è un'impresa sempre in attivo in cui nessuno può mettere il naso. Si capisce perché sono mal visti da vescovi e regnanti, e tuttavia non si può fare a meno di loro. I crociati sono dei pasticcioni, gente che parte senza sapere dove va e cosa troverà, i Templari invece da quelle parti sono di casa, sanno come trattare col nemico, conoscono il terreno e l'arte militare. L'ordine del Tempio è una cosa seria, anche se si regge sulle rodomontate delle sue truppe d'assalto."

"Ma erano rodomontate?" chiese Diotallevi.

"Spesso sì, ancora una volta si è stupiti del divario tra la loro sapienza politica e amministrativa, e il loro stile da berretto verde, tutto fegato e niente cervello. Prendiamo la storia di Ascalona..."

"Prendiamola," disse Belbo, che si era distratto per salutare con ostentata lussuria una certa Dolores.

Costei si sedette accanto a noi dicendo: "Voglio sentire la storia di Ascalona, voglio sentire."

"Dunque, un giorno il re di Francia, l'imperatore tedesco, Baldovino IIIdi Gerusalemme e i due gran maestri dei Templari e degli Ospitalieri decidono di assediare Ascalona. Partono tutti per l'assedio, il re, la corte, il patriarca, i preti con le croci e gli stendardi, gli arcivescovi di Tiro, di Nazareth, di Cesarea, insomma, una gran festa, con le tende rizzate da-vanti alla città nemica, e le orifiamme, i gran palvesi, i tamburi... Ascalona era difesa da centocinquanta torri e gli abitanti si erano preparati da tempo all'assedio, ogni casa era traforata di feritole, tante fortezze nella fortezza. Dico, i Templari, che erano così bravi, queste cose avrebbero dovuto saperle. Ma niente, tutti si eccitano, si costruiscono testuggini e torri in legno, sapete quelle costruzioni a ruote che si spingono sotto le mura nemiche e lanciano fuoco, sassi, frecce, mentre da lontano le catapulte bombardano coi macigni... Gli ascaloniti cercano di incendiare le torri, il vento gli è sfavorevole, le fiamme si attaccano alle mura, che al-meno in un punto crollano. La breccia! A questo punto tutti gli assedianti si buttano come un sol uomo, e accade il fatto strano. Il gran maestro dei Templari fa fare sbarramento, in modo che in città entrino solo i suoi. I maligni dicono che fa così affinché il saccheggio arricchisca solo il Tempio, i benigni suggeriscono che temendo un agguato volesse mandare in avanscoperta i suoi ardimentosi. In ogni caso non darei a costui da dirigere una scuola di guerra, perché quaranta Templari fanno tutta la città a centottanta all'ora, sbattono contro la cinta dal lato opposto, frenano con un gran polverone, si guardano negli occhi, si chiedono che cosa fanno lì, invertono la marcia e sfilano a rotta di collo tra i mori, che li tempestano di sassi e verrettoni dalle finestre, li massacrano tutti gran maestro compreso, chiudono la breccia, appendono alle mura i cadaveri e squadrano le fiche ai cristiani tra sghignazzamenti immondi."

"Il moro è crudele," disse Belbo.

"Come bambini," ripeté Diotallevi.

"Ma erano katanga un casino questi tuoi Templari," disse la Dolores, eccitata.

"A me fa venire in mente Tom and Jerry," disse Belbo.

Patetici campioni della fede, ultimo esempio di una cavalleria al tramonto, perché comportarmi con loro come un Ariosto qualsiasi, quando avrei potuto essere il loro Joinville? Mi vennero alla mente le pagine che dedicava loro l'autore della Storia di San Luigi, che con Luigi il Santo era andato in Terrasanta, scrivano e combattente al tempo stesso. Ormai i Templari esistevano da centocinquant'anni, di crociate se ne erano fatte abbastanza da sfiancare ogni ideale. Scomparse come fantasmi le figure eroiche della regina Melisenda e di Baldovino il re lebbroso, consumate le lotte intestine di quel Libano insanguinato sin d'allora, caduta già una volta Gerusalemme, Barbarossa affogato in Cilicia, Riccardo Cuor di Leone sconfitto e umiliato che rimpatria travestito, appunto, da Templare, la cristianità ha perso la sua battaglia, i mori hanno un senso ben diverso della confederazione tra potentati autonomi ma uniti nella difesa di una civiltà - hanno letto Avicenna, non sono ignoranti come gli europei, come si può restare per due secoli esposti a una cultura tollerante, mistica e libertina, senza cederne alle lusinghe, potendola commisurare alla cultura occidentale, rozza, becera, barbara e germanica? Sinché nel 1244 si ha l'ultima e definitiva caduta di Gerusalemme, la guerra, iniziata centocinquant'anni prima, è perduta, i cristiani dovranno cessare di por-tare le armi in una landa destinata alla pace e al profumo dei cedri del Libano, poveri Templari, a che è servita la vostra epopea? Tenerezza, melanconia, pallore di una gloria senescente, perché non darsi allora all'ascolto delle dottrine segrete dei mistici musulmani, all'accumulazione ieratica di tesori nascosti? Forse di lì nasce la leggenda dei cavalieri del Tempio, che ancora ossessiona le menti deluse e desideranti, il racconto di una potenza senza limiti che ormai non sa più su cosa esercitarsi... Eppure, già al tramonto del mito, arriva Luigi, il re santo, il re che ha per commensale 1'Aquinate, lui alla crociata ancora ci crede, malgrado due secoli di sogni e tentativi falliti per la stupidità dei vincitori, vale la pena di tentare ancora una volta? Vale la pena, dice Luigi il Santo, i Templari ci stanno, lo seguono nella disfatta, perché è il loro mestiere, come giustificare il Tempio senza la crociata? Luigi attacca dal mare Damietta, la riva nemica è tutto un rilucere di picche e alabarde e orifiamme, scudi e scimitarre, gran bella gente a vedersi, dice Joinville con cavalleria, che portano armi d'oro percosse dal sole. Luigi potrebbe attendere, decide invece di sbarcare a ogni costo. "Miei fedeli, saremo invincibili se inseparabili nella nostra carità. Se sa-remo vinti saremo dei martiri. Se trionferemo, la gloria di Dio ne sarà accresciuta.» I Templari non ci credono, ma sono stati educati ad essere dei cavalieri dell'ideale, e quella è l'immagine che debbono dare di sé. Segui-ranno il re nella sua follia mistica. Lo sbarco incredibilmente riesce, i saraceni incredibilmente lasciano Damietta, tanto che il re esita ad entrarvi perché non crede a quella fuga. Ma è vero, la città è sua e suoi ne sono í tesori e le cento moschee che subito Luigi converte in chiese del Signore. Ora si tratta di prendere una decisione: marciare su Alessandria o sul Cairo? La decisione saggia sarebbe stata Alessandria, per sottrarre all'Egitto un porto vitale. Ma c'era il cattivo genio della spedizione, il fratello del re, Roberto d'Artois, megalomane, ambizioso, assetato di gloria e subito, come ogni cadetto. Consiglia di puntare sul Cairo, cuore dell'Egitto. Il Tempio, prima prudente, ora morde il freno. Il re aveva vietato gli scontri isolati, ma è il maresciallo del Tempio ad infrangere il divieto. Vede un drappello di mammalucchi del sultano e grida: "Ora a loro, in nome di Dio, perché non posso sopportare un'onta del genere!" A Mansurah i saraceni si arroccano al di là di un fiume, i francesi cercano di costruire una diga per creare un guado, e la proteggono con le loro torri mobili, ma i saraceni conoscono dai bizantini l'arte del fuoco greco. Il fuoco greco aveva una punta grossa quanto una botte, la coda era come una grande lancia, arrivava come una folgore e sembrava un dragone che volasse per l'aria. E gettava una tale luce che nel campo ci si vedeva come di giorno. Mentre il campo cristiano è tutto una fiamma, un beduino traditore in-dica al re un guado, per trecento bisanti. Il re decide di attaccare, la tra-versata non è facile, molti annegano e son trascinati dalle acque, sulla riva opposta attendono trecento saraceni a cavallo. Ma finalmente il grosso tocca terra, e secondo gli ordini i Templari cavalcano all'avanguardia, seguiti dal conte d'Artois. I cavalieri musulmani si danno alla fuga e i Templari attendono il resto dell'esercito cristiano. Ma il conte d'Artois balza coi suoi all'inseguimento dei nemici. Allora i Templari, per non essere disonorati, si buttano anch'essi all'assalto, ma giungono solo a ridosso dell'Artois, il quale è già penetrato nel campo nemico e ha fatto strage. I musulmani si danno alla fuga verso Mansurah. Invito a nozze per l'Artois, che fa per inseguirli. I Templari cercano di fermarlo, fratello Gilles, gran comandante del Tempio, lo blandisce dicendogli che ha già compiuto un'impresa mirabile, delle più grandi mai realizzate in terra d'oltremare. Ma l'Artois, moscardino assetato di gloria, accusa di tradimento i Templari, anzi aggiunge che, se Templari e Ospitalieri avessero voluto, quella terra sarebbe già stata conquistata da molto tempo, e lui aveva dato una prova di cosa si potesse fare se si aveva sangue nelle vene. Troppo per l'onore del Tempio. Il Tempio non è secondo a nessuno, tutti si buttano verso la città, vi entrano, inseguono i nemici sino alle mura del lato opposto, e a quel punto i Templari si accorgono di aver ripetuto l'errore di Ascalona. I cristiani - Templari compresi - si sono attardati a saccheggiare il palazzo del sultano, gli infedeli si ricompattano, piombano su quella masnada ormai dispersa di avvoltoi. Ancora una volta i Templari si son fatti accecare dall'avidità? Ma altri riferiscono che prima di seguire l'Artois in città, fratello Gilles gli aveva detto con lucido stoicismo: "Signore, io e i miei fratelli non abbiamo paura e vi seguiremo. Ma sappiate che dubitiamo, e forte, che voi ed io possiamo tornare." In ogni caso l'Artois, la Dio mercé, viene ucciso, e con lui tanti altri bravi cavalieri, e duecentottanta Templari. Peggio che una disfatta, un'onta. Eppure non viene registrata come tale, neppure da Joinville: accade, è la bellezza della guerra. Sotto la penna del signor di Joinville molte di queste battaglie, o scaramucce che fossero, diventano balletti gentili, con qualche testa che rotola, e molte implorazioni al buon Signore, e qualche pianto del re per un suo fedele che spira, ma tutto come girato a colori, tra gualdrappe rosse, finimenti dorati, lampeggiare d'elmi e di spade sotto il sole giallo del de-serto, e di fronte al mare turchino, e chissà che i Templari non vivessero così la loro macelleria quotidiana. Lo sguardo di Joinville si muove dall'alto in basso o dal basso in alto, a seconda che lui cada da cavallo o vi risalga, e mette a fuoco scene isolate, il piano della battaglia gli sfugge, tutto si risolve in duello individuale, e non di rado dall'esito casuale. Joinville si lancia in aiuto del signor di Wanon, un turco lo colpisce di lancia, il cavallo cade sui ginocchi, Joinville vola in avanti oltre la testa dell'animale, si rialza con la spada in mano e messer Erardo di Siverey ("Dio l'assolva") gli fa cenno di rifugiarsi in una casa diroccata, sono letteralmente calpestati da un drappello di turchi, si rialzano indenni, raggiungono la casa, vi si asserragliano, i turchi li assalgono dall'alto con le lance. Mescer Federico di Loupey viene colpito alle spalle "e fu tale la ferita che il sangue ne sprizzava come il tappo che sbalza da una botte" e il Siverey vien preso da un fendente in mezzo al viso "sì che il naso gli cadeva sulle labbra". E via, poi arrivano gli aiuti, si esce dalla casa, ci si sposta in altra area del campo di battaglia, nuova scena, altri morti e salvataggi in extremis, preghiere ad alta voce a messer san Giacomo. E intanto grida il buon conte di Soissons, mentre dà di taglio, "signor di Joinville, lasciamo urlare codesta canaglia, per Dio, che dovremo parlarne ancora di questa giornata, quando saremo in mezzo alle dame!" E il re chiede notizie di suo fratello, il dannato conte d'Artois, e frate Henry de Ronnay, preposto dell'Ospedale, gli risponde "che ne aveva di buone, tenendo per certo che il conte d'Artois era in paradiso". Il re dice che Dio sia lodato per tutto quel che gli manda, e grosse lacrime gli cadono dagli occhi. Non è sempre balletto, per angelico e sanguinario che sia. Muore il gran maestro Guglielmo di Sonnac, arso vivo dal fuoco greco, l'esercito cristiano, dal gran lezzo dei cadaveri, e dalla scarsità dei viveri, viene colto dallo scorbuto, l'armata di san Luigi è in rotta, il re è succhiato dalla dissenteria, da doversi tagliare, per guadagnar tempo in battaglia, il fondo dei calzoni. Damietta è perduta, la regina deve trattare coi saraceni e paga cinquecentomila lire tornesi per aver salva la vita. Ma le crociate si facevano con teologale malafede. A San Giovanni d'Acri Luigi viene accolto da trionfatore e si reca ad incontrarlo tutta la città in processione, col clero e le dame e i fanciulli. I Templari la sanno più lunga e cercano di entrare in trattative con Damasco. Luigi lo viene a sapere, non sopporta di essere scavalcato, sconfessa il nuovo gran maestro di fronte agli ambasciatori musulmani, e il gran maestro si rimangia la parola data ai nemici, si inginocchia davanti al re e gli chiede scusa. Non si può dire che i cavalieri non si fossero battuti bene, e disinteressatamente, ma íl re di Francia li umilia, per riaffermare il suo potere – e per riaffermare il suo potere, mezzo secolo dopo, il suo successore Filippo li manderà al rogo. Nel 1291 San Giovanni d'Acri viene conquistata dai mori, tutti gli abitanti sono immolati. Il regno cristiano di Gerusalemme è finito. I Templari sono più ricchi, più numerosi e più potenti che mai ma, nati per combattere in Terrasanta, in Terrasanta non ci sono più.Vivono splendidamente seppelliti nelle capitanerie di tutta Europa e nel Tempio di Parigi, e sognano ancora la spianata del Tempio di Gerusalemme ai tempi della gloria, con la bella chiesa di Santa Maria in Laterano costellata di cappelle votive, bouquet di trofei, e un fervore di fu-cine, sellerie, drapperie, granai, una scuderia di duemila cavalli, un cara-collare di scudieri, aiutanti, turcopoli, le croci rosse sui mantelli bianchi, le cotte brune degli ausiliari, i messi del sultano dai grandi turbanti e da-gli elmi dorati, i pellegrini, un crocevia di belle pattuglie e di staffette, e la letizia dei forzieri, il porto da cui si dipartivano ordini e disposizioni e carichi per i castelli della madrepatria, delle isole, delle coste dell'Asia Minore... Tutto finito, i miei poveri Templari. Mi accorsi quella sera, da Pilade, ormai al quinto whisky, che Belbo mi stava provvedendo d'imperio, che avevo sognato, con sentimento (che vergogna), ma ad alta voce, e dovevo aver raccontato una storia bellissima, con passione e compassione, perché Dolores aveva gli occhi lucidi, e Diotallevi, precipitato nell'insania di una seconda acqua tonica, volgeva serafico gli occhi al cielo, ovvero al soffitto per nulla sefirotico del bar, e mormorava: "E forse erano tutto questo, anime perse e anime sante, cavallanti e cavalieri, banchieri ed eroi..."

"Certo che erano singolari," fu la silloge di Belbo. "Ma lei, Casaubon, li ama?"


Sulla gradualità dell'apprendimento e sulle permutazioni cabalistiche

"Amico mio," gli diceva Diotallevi, "non capirai mai nulla. È vero che la Torah, dico quella visibile, è solo una delle possibili permutazioni delle lettere della Torah eterna, quale Dio la concepì e la consegnò ad Adamo. E permutando nel corso dei secoli le lettere del libro si potrebbe arrivare a ritrovare la Torah originaria. Ma non è il risultato quello che conta. E il processo, la fedeltà con cui farai girare all'infinito il mulino della preghiera e della scrittura, scoprendo la verità a poco a poco. Se questa macchina ti desse subito la verità non la riconosceresti, perché il tuo cuore non sarebbe stato purificato da una lunga interrogazione. E poi, in un ufficio! Il Libro deve essere mormorato in una piccola stamberga del ghetto dove giorno per giorno apprendi ad incurvarti e a muovere le braccia strette sulle anche, e tra la mano che tiene il Libro e quella che lo sfoglia non deve esserci quasi spazio, e se ti umetti le dita le devi portare verticalmente alle labbra, come se smozzicassi pane azzimo, attento a non perderne una briciola. La parola va mangiata lentissimamente, puoi dissolverla e ricombinarla solo se la lasci sciogliere sulla lingua, e attento a non sbavarla sul caffettano, perché se una lettera evapora si spezza il filo che sta per unirti ai sefirot superiori. A questo ha dedicato la vita Abraham Abulafia, mentre il vostro santo Tommaso si affannava a trovare Dio con i suoi cinque viottoli. La sua Hokmath ha-Zeruf era al tempo stesso scienza della combinazione delle lettere e scienza della purificazione dei cuori. Logica mistica, il mondo delle lettere e del loro vorticare in permutazioni infinite è il mondo della beatitudine, la scienza della combinazione è una musica del pensiero, ma attento a muoverti con lentezza, e con cautela, perché la tua macchina potrebbe darti il delirio, e non l'estasi. Molti dei discepoli di Abulafia non hanno saputo trattenersi su quella soglia esilissima che separa la contemplazione dei nomi di Dio dalla pratica magica, dalla manipolazione dei nomi onde farne talismano, strumento di dominio sulla natura. E non sapevano, come tu non sai — e non sa la tua macchina —che ogni lettera è legata a una delle membra del corpo, e se sposti una consonante senza conoscerne il potere, uno dei tuoi arti potrebbe mutar posizione, o natura, e ti troveresti bestialmente storpiato, di fuori, per la vita, e di dentro, per l'eternità."


I Templari: arresto e processo

Un processo pieno di silenzi, contraddizioni, enigmi e stupidità. Le stupidità erano le più appariscenti, e in quanto inspiegabili coincidevano di regola con gli enigmi. In quei giorni felici credevo che la stupidità creasse enigma. L'altra sera nel periscopio pensavo che gli enigmi più terribili, per non rivelarsi come tali, si travestano da follia. Ora penso invece che il mondo sia un enigma benigno, che la nostra follia rende terribile perché pretende di interpretarlo secondo la propria verità.

 

I Templari erano rimasti senza scopo. Ovvero, avevano trasformato i mezzi in scopo, amministravano la loro immensa ricchezza. Naturale che un monarca accentratore come Filippo il Bello li vedesse di malocchio. Come si poteva tenere sotto controllo un ordine sovrano? Il gran maestro aveva il rango di un principe del sangue, comandava un esercito, amministrava un patrimonio fondiario immenso, era eletto come l'imperatore, e aveva un'autorità assoluta. Il tesoro francese non era nelle mani del re, ma era custodito nel Tempio di Parigi. I Templari erano i depositari, i procuratori, gli amministratori dí un conto corrente intestato formalmente al rè. Incassavano, pagavano, giocavano sugli interessi, si comportavano da grande banca privata, ma con tutti i privilegi e le franchigie di una banca di stato... E il tesoriere del re era un Templare. Si può regnare in queste condizioni? Se non puoi batterli, unisciti a loro. Filippo chiese di essere fatto Templare onorario. Risposta negativa. Offesa che un re si lega al dito. Allora suggerì al papa di fondere Templari e Ospitalieri e di mettere il nuovo or-dine sotto il controllo di uno dei suoi figli. Il gran maestro del Tempio, Jacques de Molay, arrivò in gran pompa da Cipro, dove ormai risiedeva come un monarca in esilio, e presentò al papa un memoriale in cui fingeva di analizzare i vantaggi, ma in realtà metteva in luce gli svantaggi della fusione. Senza pudore, Molay osservava tra l'altro che i Templari erano più ricchi degli Ospitalieri, e la fusione avrebbe impoverito gli uni per arricchire gli altri, il che sarebbe stato di grave danno alle anime dei suoi cavalieri. Molay vinse questa prima mano del gioco che stava iniziando, la pratica venne archiviata. Non rimaneva che la calunnia, e qui il re aveva buon gioco. Di voci, sui Templari, ne circolavano già da tempo. Come dovevano apparire questi "coloniali" ai buoni francesi che se li vedevano d'intorno a raccogliere decime e a non dar nulla in cambio, neppure - ormai - il proprio sangue di custodi del Santo Sepolcro? Francesi anche loro, ma non del tutto, quasi pieds noirs ovvero, come si diceva allora, poulains. Magari ostenta-vano vezzi esotici, chissà che tra loro non parlassero la lingua dei mori, a cui erano assuefatti. Erano monaci, ma davano pubblico spettacolo dei loro costumi trucibaldi, e già anni prima papa Innocenzo III era stato in-dotto a scrivere una bolla De insolentia Templariorum. Avevano fatto voto di povertà, ma si presentavano col fasto di una casta aristocratica, l'avidità dei nuovi ceti mercantili, l'improntitudine di un corpo di moschettieri. Ci vuole poco per passare alla mormorazione allusiva: omosessuali, eretici, idolatri che adorano una testa barbuta che non si sa da dove venga, ma certo non dal panteon dei buoni credenti, forse condividono i segreti degli Ismailiti, hanno commercio con gli Assassini del Veglio della Montagna. Filippo e i suoi consiglieri in qualche modo trassero partito da queste dicerie. Alle spalle di Filippo si muovono le sue anime dannate, Marigny e Nogaret. Marigny è quello che alla fine metterà le mani sul tesoro del Tempio e lo amministrerà per conto del re, in attesa che passi agli Ospitalieri, e non è chiaro chi fruisca degli interessi. Nogaret, guardasigilli del re, era stato nel 1303 lo stratega dell'incidente dí Anagni quando Sciama Colonna aveva preso a schiaffi Bonifacio VIII, e il papa ne era morto di umiliazione nel giro di un mese. A un certo punto entra in scena tale Esquieu de Floyran. Pare che, in prigione per delitti imprecisati e sull'orlo della condanna capitale, incontri in cella un Templare rinnegato, anche lui in attesa del capestro, e ne raccolga delle terribili confessioni. Floyran, in cambio dell'incolumità e di una buona somma, vende quello che sa. Quello che sa è quello che tutti ormai mormorano. Ma ormai si è passati dalla mormorazione alla deposizione in istruttoria. Il re comunica le sensazionali rivelazioni di Floyran al papa, che ora è Clemente V, colui che ha portato la sede papale ad Avignone. Il papa ci crede e non ci crede, e poi sa che non è facile mettere le mani negli affari del Tempio. Ma nel 1307 acconsente ad aprire un'inchiesta ufficiale. Molay ne è informato, ma si dichiara tranquillo. Continua a partecipare, accanto al re, alle cerimonie ufficiali, principe tra principi. Clemente V la tira per le lunghe, il re sospetta che il papa voglia dar tempo ai Templari di eclissarsi. Nulla di più falso, i Templari bevono e bestemmiano nelle loro capitanerie all'oscuro di tutto. Ed è il primo enigma. Il 14 settembre del 1307 il re invia messaggi sigillati a tutti i balivi e i siniscalchi del regno, ordinando l'arresto in massa dei Templari e la confisca dei loro beni. Tra l'invio dell'ordine e l'arresto, che avviene il 13 ottobre, passa un mese. I Templari non sospettano di nulla. La mattina del-l'arresto cadono tutti nella rete e — altro enigma — si arrendono senza colpo ferire. E si noti che nei giorni precedenti gli ufficiali del re, per essere sicuri che nulla fosse sottratto alla confisca, avevano fatto una specie di censimento del patrimonio templare, in tutto il territorio nazionale, con scuse amministrative puerili. E i Templari niente, si accomodi balivo, guardi dove vuole, come fosse a casa sua. II papa, come viene a sapere dell'arresto, tenta una protesta, ma è troppo tardi. I commissari reali han già cominciato a lavorar di ferro e corda, e molti cavalieri, sotto tortura, hanno preso a confessare. A questo punto non si può che passarli agli inquisitori, i quali non usano ancora il fuoco, ma tanto basta. I confessi confermano. E questo è il terzo mistero: è vero che tortura c'è stata, e vigorosa, se trentasei cavalieri ne muoiono, ma di questi uomini di ferro, abituati a tener testa al turco crudele, nessuno tiene testa ai balivi. A Parigi solo quattro cavalieri su centotrentotto rifiutano di confessare. Gli altri confessano tutti, compreso Jacques de Molay.

"Ma cosa confessano?" chiese Belbo.

"Confessano esattamente quello che c'era già scritto nell'ordine di arresto. Pochissime variazioni nelle deposizioni, almeno in Francia e in Italia. Invece in Inghilterra, dove nessuno vuole veramente processarli, nelle deposizioni appaiono le accuse canoniche, ma attribuite a testimoni estranei all'ordine, che parlano solo per sentito dire. Insomma, i Templari confessano solo dove qualcuno vuole che confessino e solo quello che si vuole che confessino."

"Normale processo inquisitorio. Ne abbiamo visti altri," osservò Belbo.

"Eppure il comportamento degli accusati è bizzarro. I capi d'accusa sono che i cavalieri durante i loro riti d'iniziazione rinnegavano tre volte Cristo, sputavano sul crocifisso, venivano denudati e baciati in posteriori parte spine dorsi, vale a dire sul sedere, sull'ombelico e poi sulla bocca, in humane dignitatis opprobrium; infine si davano a concubito reciproco, dice il testo, l'uno con l'altro. L'orgia. Poi gli veniva mostrata la testa di un idolo barbuto, ed essi dovevano adorarlo. Ora, che cosa rispondono gli accusati quando sono messi di fronte a queste contestazioni? Geoffroy de Charney, quello che poi morirà sul rogo con Molay, dice che sì, gli è capitato, ha rinnegato Cristo, ma con la bocca, non con íl cuore, e non si ricorda se ha sputato sul crocifisso perché quella sera si andava di fretta. Quanto al bacio sul sedere, anche questo gli è accaduto, e ha udito il precettore d'Alvernia dire che in fondo era meglio unirsi coi fratelli che compromettersi con una donna, ma lui però non ha mai commesso peccati carnali con altri cavalieri. Quindi, sì, ma era quasi un gioco, nessuno ci prestava veramente fede, gli altri lo facevano, io no, ci stavo per educazione. Jacques de Molay, il gran maestro, non l'ultimo della banda, dice che quando gli han dato il crocifisso da sputarci, lui ha fatto finta e ha sputato per terra. Ammette che le cerimonie d'iniziazione fossero dí questo genere, ma — guarda caso — non lo saprebbe dire con esattezza perché lui durante la sua carriera aveva iniziato pochissimi fratelli. Un altro dice che ha baciato il maestro, ma non sul culo, solo sulla bocca, ma però il maestro aveva baciato lui sul culo. Alcuni confessano più del necessario, non solo rinnegavano Cristo ma affermavano che era un criminale, nega-vano la verginità di Maria, sul crocifisso ci avevano persino orinato, non solo il giorno della loro iniziazione, ma anche durante la settimana santa, non credevano ai sacramenti, non si limitavano ad adorare il Bafometto, adoravano persino il diavolo sotto forma di gatto..."

Altrettanto grottesco, se pure meno incredibile, il balletto che inizia a questo punto tra il re e il papa. Il papa vuole prendere in mano la faccenda, il re preferisce condurre a termine íl processo da solo, il papa vorrebbe sopprimere l'ordine solo provvisoriamente, condannando i colpevoli, e poi restaurandolo nella primitiva purezza, il re vuole che lo scandalo dilaghi, che il processo coinvolga l'ordine nel suo complesso e lo porti allo smembramento definitivo, politico e religioso, certo, ma soprattutto finanziario.A un certo punto appare un documento che è un capolavoro. Dei maestri in teologia stabiliscono che non si deve concedere ai condannati un difensore, per impedire che ritrattino: visto che han confessato, non c'è neppure da istruire un processo, il re deve procedere d'ufficio, il processo si fa' quando il caso è dubbio, e qui di dubbio non ce n'è. "Perché allora dar loro un difensore se non per difendere i loro errori confessi, dato che l'evidenza dei fatti rende il crimine notorio?" Ma siccome si rischia che il processo sfugga al re e passi nelle mani del papa, il re e Nogaret mettono in piedi un caso clamoroso che coinvolge il vescovo di Troyes, accusato di stregoneria, su delazione di un misterioso mestatore, tale Noffo Dei. Poi si scoprirà che Dei aveva mentito — e sarà impiccato — ma frattanto sul povero vescovo si sono rovesciate accuse pubbliche di sodomia, sacrilegio, usura. Le stesse colpe dei Templari. Forse il re vuole mostrare ai figli di Francia che la chiesa non ha il diritto di giudicare i Templari, perché non va immune dalle loro macchie, oppure lancia semplicemente un avvertimento al papa. E una storia oscura, un gioco di polizie e servizi segreti, di infiltrazioni e delazioni... Il papa è messo alle strette e acconsente ad interrogare settantadue Templari, i quali confermano le confessioni rese sotto tortura. Il papa però tien conto del loro pentimento e gioca la carta dell'abiura, per poterli perdonare. E qui succede qualcosa d'altro — che costituiva un punto da risolvere per la mia tesi, ed ero dilaniato tra fonti contraddittorie: il papa ha appena ottenuto a fatica, e finalmente, la custodia dei cavalieri, che subito li restituisce al re. Non ho mai capito cosa fosse successo. Molay ritratta le confessioni rese, Clemente gli offre l'occasione di difendersi e gli invia tre cardinali per interrogarlo, Molay il 26 novembre del 1309 assume una sdegnosa difesa dell'ordine e della sua purezza, giungendo a minacciare gli accusatori, poi viene avvicinato da un inviato del re, Guillaume de Plaisans, che egli crede suo amico, riceve qualche oscuro consiglio e il 28 dello stesso mese rilascia una deposizione timidissima e vaga, dice di essere un cavaliere povero e senza cultura, e si limita a elencare i meriti (or-mai remoti) del Tempio, le elemosine che ha fatto, il tributo di sangue dato in Terrasanta e così via. Per soprammercato arriva il Nogaret, che ricorda come il Tempio abbia avuto contatti, più che amichevoli, col Saladino: siamo all'insinuazione di un reato di alto tradimento. Le giustificazioni di Molay sono penose, in questa deposizione l'uomo, provato ormai da due anni di carcere, sembra uno straccio, ma uno straccio si era mostrato anche subito dopo l'arresto. A una terza deposizione, nel marzo dell'anno seguente, Molay adotta un'altra strategia: non parla, e non parlerà se non di fronte al papa. Colpo di scena, e questa volta si passa al dramma epico. Nell'aprile del 1310 cinquecentocinquanta Templari chiedono di essere ascoltati in di-fesa dell'ordine, denunciano le torture a cui erano stati sottoposti i con-fessi, negano e dimostrano inconcepibili tutte le accuse. Ma il re e Nogaret conoscono il loro mestiere. Alcuni Templari ritrattano? Meglio, debbono essere dunque considerati recidivi e spergiuri, ovvero relapsi – terribile accusa a quei tempi – perché negano protervamente quello che ave-vano già ammesso. Si può anche perdonare chi confessa e si pente, ma non chi non si pente perché ritratta la confessione e dice, spergiurando, di non aver nulla di cui pentirsi. Cinquantaquattro ritrattatori spergiuri vengono condannati a morte. Facile pensare alla reazione psicologica degli altri arrestati. Chi con-fessa rimane vivo in galera, e chi vivrà vedrà. Chi non confessa, o peggio ritratta, va sul rogo. I cinquecento ritrattatori ancora in vita ritrattano la ritrattazione. Il calcolo dei pentiti fu quello vincente, perché nel 1312 coloro che non avevano confessato furono condannati alla prigione perpetua mentre i confessi vennero perdonati. A Filippo non interessava un massacro, voleva solo smembrare l'ordine. I cavalieri liberati, ormai distrutti nel corpo e nello spirito dopo quattro o cinque anni di carcere, defluiscono silenziosamente in altri ordini, vogliono solo esser dimenticati, e questa scomparsa, questa cancellazione peserà a lungo sulla leggenda della sopravvivenza clandestina dell'ordine. Molay continua a chiedere di essere ascoltato dal papa. Clemente in-dice un concilio a Vienne, nel 1311, ma non convoca Molay. Sancisce la soppressione dell'ordine e ne assegna i beni agli Ospitaleri, anche se per il momento li amministra il re. Passano altri tre anni, alla fine si raggiunge un accordo col papa, e il 19 marzo del 1314, sul sagrato di Notre-Dame, Molay viene condannato a vita. Udendo questa sentenza, Molay ha un sussulto di dignità. Aveva atteso che il papa gli permettesse di scolparsi, si sente tradito. Sa benissimo che se ritratta ancora una volta sarà anche lui spergiuro e recidivo. Cosa passa nel suo cuore, dopo quasi sette anni in attesa di giudizio? Ritrova il coraggio dei suoi maggiori? Decide che, ormai distrutto, con la prospettiva di finire i suoi giorni murato vivo e disonorato, tanto vale affrontare una bella morte? Protesta l'innocenza sua e dei suoi fratelli. I Templari hanno commesso un solo delitto, dice: per viltà hanno tradito il Tempio. Lui non ci sta. Nogaret si frega le mani: a pubblico delitto, pubblica condanna, e definitiva, con procedura d'urgenza. Come Molay si era comportato anche il precettore di Normandia, Geoffroy di Charnay. Il re decide in giornata: si erige un rogo sulla punta dell'isola della Cité. Al tramonto, Molay e Charnay sono bruciati. La tradizione vuole che il gran maestro prima di morire avesse profetizzato la rovina dei suoi persecutori. In effetti il papa, il re e Nogaret sarebbero morti entro l'anno. Quanto a Marigny, dopo la scomparsa del re sarà sospettato di malversazioni. I suoi nemici lo accuseranno di stregone-ria e lo faranno impiccare. Molti incominciano a pensare a Molay come a un martire. Dante riecheggerà lo sdegno di molti per la persecuzione dei Templari. Qui finisce la storia e inizia la leggenda. Uno dei suoi capitoli vuole che uno sconosciuto, il giorno in cui Luigi XVI viene ghigliottinato, salga sul patibolo e gridi: "Jacques de Molay, sei stato vendicato!"

 

"Ma insomma," disse Belbo alla fine, "chi erano i Templari? Prima ce li ha presentati come sergenti di un film di John Ford, poi come dei sudicioni, quindi come cavalieri di una miniatura, poi ancoa come banchieri di Dio che si facevano i loro sporchi affari, poi ancora come un esercito in rotta, poi come adepti di una setta luciferina, infine come martiri del libero, pensiero... Chi erano?"

"Ci sarà pure una ragione per cui sono diventati un mito. Erano probabilmente tutte queste cose insieme. Che cos'è stata la chiesa cattolica, potrebbe chiedersi uno storico marziano del tremila, quelli che si facevano mangiare dai leoni o quelli che ammazzavano gli eretici? Tutto insieme."

"Ma insomma, quelle cose, le hanno fatte o no?"

"La cosa più divertente è che i loro seguaci, voglio dire i neotemplaristi di epoche diverse, dicono di sì. Le giustificazioni sono molte. Prima tesi, si trattava di riti goliardici: vuoi diventare Templare, mostra che hai un paio di coglioni così, sputa sul crocifisso e vediamo se Dio ti fulmina, come entri in questa milizia devi darti mani e piedi ai fratelli, fatti baciare sul culo. Seconda tesi, venivano invitati a rinnegare Cristo per vedere come se la sarebbero cavata quando i saraceni li avessero presi. Spiegazione idiota, perché non si educa qualcuno a resistere alla tortura facendogli fare, sia pure simbolicamente, quello che il torturatore gli richiederà. Terza tesi: i Templari in oriente erano entrati in contatto con eretici manichei che disprezzavano la croce, perché era lo strumento della tortura del Signore, e predicavano che occorre rinunciare al mondo e scoraggiare il matrimonio e la procreazione. Idea vecchia, tipica di molte eresie dei primi secoli, che passerà ai catari - e c'è tutta una tradizione che vuole i Templari imbevuti di catarismo. E allora si capirebbe il perché della sodomia, anche solo simbolica. Poniamo che i cavalieri fossero entrati in contatto con questi eretici: non erano certo degli intellettuali, un po' per ingenuità, un po' per snobismo e per spirito di corpo, si creano un loro Folclore personale, che li distingue dagli altri crociati. Praticano dei riti come gesti di riconoscimento, senza chiedersi che cosa significhino."

"Ma quel Bafometto lì?"

"Guardi, in molte deposizioni si parla di una figura Baffometi, ma potrebbe trattarsi di un errore del primo scrivano e, se i verbali sono manipolati, il primo errore si sarebbe riprodotto in tutti i documenti. In altri casi qualcuno ha parlato di Maometto (istud caput vester deus est, et vester Mahumet), e questo vorrebbe dire che i Templari avevano creato una loro liturgia sincretistica. In alcune deposizioni si dice anche che furono invitati a invocare `yalla', che doveva essere Allah. Ma i musulmani non veneravano immagini di Maometto, e quindi da chi mai sarebbero stati influenzati i Templari? Le deposizioni dicono che molti hanno visto queste teste, talora invece di una testa è un idolo intero, in legno, coi capelli crespi, coperto d'oro, e ha sempre una barba. Pare che gli inquirenti trovino queste teste e le mostrino agli inquisiti, ma insomma, delle teste non rimane traccia, tutti le hanno viste, nessuno le ha viste. Come la storia del gatto, chi lo ha visto grigio, chi lo ha visto rosso, chi lo ha visto nero. Ma immaginatevi un interrogatorio col ferro rovente: hai visto un gatto durante l'iniziazione? E come no, una fattoria templare, con tutti i raccolti da salvare dai topi, doveva essere piena di gatti. A quei tempi, in Europa, il gatto non era molto comune come animale domestico, mentre in Egitto sì. Chissà che i Templari non avessero tenuto gatti in casa, contro gli usi della brava gente, che li considerava animali sospetti. E così avviene per le teste di Bafometto, forse erano reliquiari in forma di testa, all'epoca si usava. Naturalmente c'è chi sostiene che il Bafometto era una figura alchemica."

"L'alchimia c'entra sempre," disse Diotallevi con convinzione, "i Templari probabilmente conoscevano il segreto della fabbricazione dell'oro."

"Certo che lo conoscevano," disse Belbo. "Si assale una città saracena, si sgozzano donne e bambini, si arraffa tutto quello che capita sottomano. La verità è che tutta questa storia è un gran casino."

"E forse avevano un casino nella testa, capite, cosa gliene importava dei dibattiti dottrinali? La Storia è piena di storie di questi corpi scelti che si creano il loro stile, un po' spaccone, un po' mistico, neppure loro sapevano bene che cosa facevano. Naturalmente c'è poi l'interpretazione esoterica, loro sapevano benissimo tutto, erano adepti dei misteri orientali, e persino il bacio sul culo aveva un significato iniziatico."

"Mi spieghi un poco il significato iniziatico del bacio sul sedere," disse Diotallevi.

"Certi esoteristi moderni ritengono che i Templari si rifacessero a dottrine indiane. Il bacio sul culo sarebbe servito a risvegliare il serpente Kundalini, una forza cosmica che risiede nella radice della spina dorsale,

nelle ghiandole sessuali, e che una volta risvegliato raggiunge la ghiandola pineale..."

"Quella di Cartesio?"

"Credo, e lì dovrebbe aprire nella fronte un terzo occhio, quello della

visione diretta nel tempo e nello spazio. Per questo si ricerca ancora il segreto dei Templari."

"Filippo il Bello avrebbe dovuto bruciare gli esoteristi moderni, non quei poveretti."

"Sì, ma gli esoteristi moderni non hanno una lira."

"Ma guardi lei che storie si debbono sentire," concluse Belbo. "Adesso capisco perché questi Templari ossessionano tanti dei miei matti."

"Credo che sia un poco la sua storia dell'altra sera. Tutta la loro vicenda è un sillogismo contorto. Comportati da stupido e diventerai impenetrabile per l'eternità. Abracadabra, Manel Tekel Phares, Pape Satan Pape Satan Aleppe, le vierge le vivace et le bel aujourd'hui, ogni volta che un poeta, un predicatore, un capo, un mago hanno emesso-borborigmi insignificanti, l'umanità spende secoli a decifrare il loro messaggio.

I Templari rimangono indecifrabili a causa della loro confusione mentale. Per questo tanti li venerano."

"Spiegazione positivistica," disse Diotallevi.

"Sì," dissi, "forse sono un positivista. Con una bella operazione chirurgica alla ghiandola pineale i Templari avrebbero potuto diventare Ospita-fieri, vale a dire persone normali. La guerra corrompe i circuiti cerebrali,

deve essere il rumore delle cannonate, o del fuoco greco... Guardi i generali."

Era l'una. Diotallevi, inebriato dall'acqua tonica, ciondolava. Ci salutammo. Mi ero divertito. E anche loro. Non sapevamo ancora che stavamo iniziando a giocare col fuoco greco, che brucia, e consuma.
... "La storia ufficiale," sorrise amaramente il colonnello, "è quella che scrivono i vincitori. Secondo la storia ufficiale gli uomini come me non esistono. No, sotto la vicenda della carretta c'è altro. Il nucleo segreto si trasferisce in un centro tranquillo e di lì inizia a costituire la sua rete clan-destina. Da questa evidenza sono partito io. Da anni, ancora prima della guerra, mi chiedevo sempre dove fossero finiti questi fratelli in eroismo. Quando mi ritirai a vita privata decisi finalmente di cercare una pista. Perché in Francia era avvenuta la fuga della carretta, in Francia dovevo trovare il luogo della riunione originaria del nucleo clandestino. Dove?"

Aveva senso del teatro. Belbo e io volevamo ora sapere dove. Non trovammo di meglio che dire: "Dica."

"Lo dico. Dove nascono i Templari? Da dove viene Ugo de Payns? Dalla Champagne, vicino a Troyes. E ín Champagne governa Ugo de Champagne che pochi anni dopo, nel 1125, li raggiunge a Gerusalemme. Poi torna a casa e pare che si metta in contatto con l'abate di Cîteaux, e lo aiuta a iniziare nel suo monastero la lettura e la traduzione di certi testi ebraici. Pensino, i rabbini dell'alta Borgogna vengono invitati a Cîteaux, dai benedettini bianchi, e di chi? di san Bernardo, a studiare chi sa quali testi che Ugo ha trovato in Palestina. E Ugo offre ai monaci di san Bernardo una foresta, a Bar-sur-Aube, dove sorgerà Clairvaux. E che cosa fa san Bernardo?"

"Diventa il sostenitore dei Templari »dissi.

"E perché? Ma lo sa che fa diventare i Templari più potenti dei benedettini? Che ai benedettini proibisce i ricevere terre e case in regalo e le terre e le case le fa dare ai Templari? Ha mai visto la Forét d'Orient vicino a Troyes? Una cosa immensa, una capitaneria dopo l'altra. E intanto i cavalieri in Palestina non combattono, lo sa? Si installano nel Tempio, e invece di ammazzare i musulmani ci fanno amicizia. Prendono contatto con i loro iniziati. Insomma, san Bernardo, con l'appoggio economico dei

conti di Champagne, costituisce un ordine che in Terrasanta entra in contatto con le sette segrete arabe ed ebraiche. Una direzione sconosciuta pianifica le crociate per far vivere l'ordine, e non il contrario, e costituisce una rete di potere che si sottrae alla giurisdizione reale... Io non sono un uomo di scienza, sono un uomo d'azione. Invece di far troppe congetture, ho fatto quello che tanti studiosi, troppo verbosi, non hanno mai fatto. Sono andato là da dove i Templari venivano e dove avevano la loro base da due secoli, dove potevano nuotare come pesci nell'acqua..."

"Il presidente Mao dice che il rivoluzionario deve stare tra il popolo come un pesce nell'acqua," dissi.

"Bravo il suo presidente. I Templari, che stavano preparando una rivoluzione ben più grande di quella dei suoi comunisti col codino..." "Non hanno più il codino."

"No? Peggio per loro. I Templari, dicevo, non potevano non cercare rifugio in Champagne. A Payns? A Troyes? Nella Foresta d'Oriente? No. Payns era ed è un borgo di quattro case, e allora ci sarà stato al massimo un castello. Troyes era una città, troppa gente del re intorno. La foresta, templare per definizione, era il primo posto dove le guardie reali sarebbero andate a cercarli, come fecero. No: Provins, mi dissi. Se c'era un luogo, doveva essere Provins!"

«Perché Provins?''

"Mai stato a Provins? Luogo magico, anche oggi lo si sente, ci vada. Luogo magico, ancora tutto profumato di segreti. Per intanto, nell'undicesimo secolo è sede del conte di Champagne, e rimane zona franca dove il potere centrale non può mettere il naso. I Templari vi sono di casa, ancora oggi c'è una strada intitolata a loro. Chiese, palazzi, una rocca che domina tutta la pianura, e soldi, circolazione di mercanti, fiere, confusione in cui ci si può confondere. Ma soprattutto, e dai tempi preistorici, gallerie. Una rete di gallerie che si estende sotto tutta la collina, vere e proprie catacombe, alcune le può visitare ancora oggi. Posti dove se qualcuno si riunisce in segreto, anche se i nemici vi penetrano, i congiurati possono disperdersi in pochi secondi, e Dio sa dove, e se conoscono bene i condotti sono già usciti da chissà quale parte, sono rientrati dalla parte opposta, felpati come gatti, e sono arrivati alle spalle degli invasori, e li fanno fuori al buio. Dio mio, assicuro, signori miei, quelle gallerie sembrano fatte per i commandos, rapidi ed invisibili, ci si insinua nella notte, pugnale tra i denari, due bombe a mano, e gli altri a far la morte del topo, perdio!"

Gli scintillavano gli occhi. "Capiscono che nascondiglio favoloso può essere Provins? Un nucleo segreto che si riunisce nel sottosuolo, e tutta la gente del luogo che se vede non parla. Gli uomini del re arrivano anche a Provins, certo, arrestano i Templari che si mostrano in superficie, e li portano a Parigi. Reynaud de Provins subisce la tortura ma non parla. Secondo il piano segreto, è chiaro, doveva farsi arrestare per far credere che Provins fosse stata bonificata, ma doveva al tempo stesso lanciare un segnale: Provins non molla. Provins, il luogo dei nuovi Templari sotterranei... Gallerie che portano da edificio a edificio, si finge di entrare in un deposito di grano o in un fondaco e sí fuoriesce in una chiesa. Gallerie costruite con pilastri e volte in muratura, ogni casa della città alta ha ancor oggi una cantina, con le volte ogivali, ce ne saranno più di cento, ogni cantina, che dico, ogni sala sotterranea era l'ingresso di uno dei condotti."

"Congetture," dissi.

«No, signor Casaubon. Prove. Lei non ha visto le gallerie di Provins. Sale e sale, nel cuore della terra, piene di graffiti. Si trovano per lo più in quelle che gli speleologi chiamano alveoli laterali. Sono raffigurazioni ieratiche, di origine druidica. Graffite prima dell'arrivo dei romani. Cesare passava di sopra, e qui si tramava la resistenza, l'incantesimo, l'agguato. E ci sono i simboli dei catari, sissignori, i catari non erano solo in Provenza, quelli di Provenza sono stati distrutti, quelli della Champagne sono sopravvissuti in segreto e si riunivano qui, in queste catacombe dell'eresia. Centottantatré ne furono bruciati in superficie, e gli altri sopravvissero qui. Le cronache li definivano come bougres et manichéens — guarda caso, i bougres erano i bogomili, catari di origine bulgara, le dice nulla la parola bougre in francese? Alle origini voleva dire sodomita, perché si diceva che i catari bulgari avessero questo vizietto..." Fece una risatina imbarazzata. "E chi viene accusato di questo stesso vizietto? Loro, i Templari... Curioso, vero?"

"Sino a un certo punto," dissi, "a quei tempi se si voleva far fuori un eretico lo si accusava di sodomia..."

"Certo, e non pensi che io pensi che i Templari... Suvvia, erano uomini d'arme, a noi uomini d'arme piacciono le belle donne, anche se avevano pronunciato i voti l'uomo è uomo. Ma ricordo questo perché non credo che sia un caso che in un ambiente templare abbiano trovato rifugio eretici catari, e in ogni caso i Templari avevano imparato da loro come si usavano i sotterranei."

"Ma insomma," disse Belbo, " le sue sono ancora solo ipotesi..."

"Ipotesi di partenza. Le ho detto le ragioni per cui mi sono messo a esplorare Provins. Adesso veniamo alla storia vera e propria. Al centro di Provins c'è un grande edificio gotico, la Grange-aux-Dîmes, il granaio delle decime, e loro sanno che uno dei punti di forza dei Templari era che essi raccoglievano direttamente le decime senza dover nulla allo stato. Sotto, come dappertutto, una rete di sotterranei, oggi in pessimo stato. Bene, mentre frugavo negli archivi di Provins, mi capita tra le mani un giornale locale del 1894. Vi si racconta che due dragoni, i cavalieri Camille Laforge di Tours e Edouard Ingolf di Pietroburgo (proprio così, di Pietroburgo), stavano visitando alcuni giorni prima la Grange con il guardiano, ed erano discesi in una delle sale sotterranee, al secondo piano sotto la superficie del suolo, quando il guardiano, per dimostrare che esistevano altri piani soggiacenti, picchiò col piede per terra e si sentirono echi e rimbombi. Il cronista loda gli ardimentosi dragoni che si muniscono di lanterne e corde, entrano in chissà quali gallerie come fanciulli in miniera, strisciando sui gomiti, e si insinuano per misteriosi condotti. E arrivano, dice il giornale, ad una grande sala, con un bel camino, e un pozzo al centro. Calano una corda con una pietra e scoprono che il pozzo è profondo undici metri... Tornano una settimana dopo con delle orde più robuste, e mentre gli altri due tengono la corda, Ingolf si cala nel pozzo e scorge una grande camera dalle pareti di pietra, dieci metri per dieci, e alta cinque. A turno scendono anche gli altri due, e si rendono conto di essere al terzo piano sotto la superficie del suolo, a trenta metri di profondità. Cosa vedano e facciano i tre in quella sala non si sa. Il cronista confessa che quando si è recato a controllare sul posto, non ha avuto la forza di calarsi nel pozzo. La storia mi eccitò, e mi venne voglia di visitare il posto. Ma dalla fine del secolo scorso a oggi molti sotterranei erano crollati, e se pure quel pozzo era mai esistito, chissà dove si trovava ora. Mi balenò per il capo che i dragoni avessero trovato laggiù qualche cosa. Avevo letto proprio in quei giorni un libro sul segreto di Rennesle-Chàteau, anche quella una vicenda in cui in qualche modo c'entrano i Templari. Un curato senza soldi e senza avvenire, mentre procede al restauro di una vecchia chiesa in un paesino di duecento anime, alza una pietra del pavimento del coro e trova un astuccio con manoscritti antichissimi, dice. Solo manoscritti? Non si sa bene che cosa succede, ma negli anni che seguono costui diventa immensamente ricco, spende e spande, conduce vita dissipata, va sotto processo ecclesiastico... E se a uno dei dragoni o a entrambi fosse accaduto qualche cosa di simile? Dopo Besujeu l'Ordine non ha mai cessato un istante di sussistere e noi conosciamo dopo Aumont una sequenza ininterrotta di Grandi Maestri dell'ordine sino ai giorni nostri e, se il nome e la sede del vero Gran Maestro e dei veri Superiori che reggono l'Ordine e dirigono oggi i suoi sublimi lavori è un mistero che è conosciuto solo dai veri illuminati, tenuto in un segreto impenetrabile, è perché l'ora dell'Ordine non è ancora venuta e i tempi non si sono compiuti.. (Manoscritto del 1760, in G.A. Schiffmann, Die Entstehung der Rittergrade in der Freimauerei um die Mitre des XVIII Jahrhunderts, Lipsia, Zeche1,1882, pp. 178-190)

"Signori! Tutta la mistica templare, dal processo in poi, si incentra intorno al progetto di vendicare Jacques de Molay. Io non tengo in gran conto i riti massonici, ma essi, caricatura borghese della cavalleria templare, ne sono pur sempre un riflesso, per quanto degenerato. E uno dei gradi della massoneria di rito scozzese è quello di Cavaliere Kadosch, in ebraico cavaliere della vendetta."

"Va bene, i Templari si dispongono alla vendetta. E poi?"

"Quanto tempo dovrà prendere questo piano di vendetta? ll messaggio cifrato ci aiuta a capire il messaggio in lingua. Sono richiesti sei cavalieri per sei volte in sei luoghi, trentasei divisi in sei gruppi. Poi si dice ‘Ogni volta venti’, e qui c'è qualcosa che non è chiaro ma che nella trascrizione di Ingolf sembra essere una a. Ciascuna volta venti anni, ne ho dedotto, per sei volte, centoventi anni. Se seguiamo il resto del messaggio troviamo un elenco di sei luoghi, o di sei compiti da svolgere. Si parti di una ‘ordonation’, un piano, un progetto, un procedimento da seguire. E si dice che i primi debbono andare a un donjon o castello, i secondi in un altro posto, e così via sino al sesto. Quindi il documento ci dice che dovrebbero esserci altri sei documenti ancora sigillati, sparsi in luoghi diversi, e mi pare evidente che i sigilli si debbano aprire l'uno dopo l'altro, e a distanza di centoventi anni l'uno dall'altro..."

"Ma perché ogni volta venti anni?" chiese Diotallevi.

"Questi cavalieri della vendetta debbono compiere una missione in un determinato luogo ogni centoventi anni. Si tratta di una forma di staffetta. È chiaro che dopo la notte del 1344 sei cavalieri partono e ciascuno va in uno dei sei posti previsti dal piano. Ma il guardiano del primo sigillo non può certo rimanere in vita per centoventi anni. È da intendersi che ogni guardiano di ogni sigillo deve rimanere in carica venti anni, e poi passare il comando a un successore. Venti anni è un termine ragionevole, sei guardiani per sigillo, per venti anni ciascuno, garantiscono che al centoventesimo anno il custode del sigillo possa leggere un'istruzione, poniamo, e passarla al primo dei guardiani del secondo sigillo. Ecco perché il messaggio si esprime al plurale, vadano i primi colà, vadano secondi costà... Ogni luogo è per così dire controllato, nell'arco di centoventi anni, da sei cavalieri. Facciano il conto, dal primo al sesto luogo ci sono cinque passaggi, che prendono seicento anni. Aggiunga seicento a 1344 e viene fuori 1944. Il che è confermato anche dall'ultima riga. Chiaro come il sole."

 

Sul credere

Cioè, mi pentii di essere stato credulo. Mi ero fatto prendere da una passione della mente. Tale è la credulità. Non è che l'incredulo non debba credere a nulla. Non crede a tutto. Crede a una cosa per volta, e a una seconda solo se in qualche modo di-scende dalla prima. Procede in modo miope, metodico, non azzarda orizzonti. Di due cose che non stiano insieme, crederle tutte e due, e con l'idea che da qualche parte ve ne sia una terza, occulta, che le unisce, questa è la credulità. L'incredulità non esclude la curiosità, la conforta. Diffidente delle catene di idee, delle idee amavo la polifonia. Basta non crederci, e due idee — entrambe false — possono collidere creando un buon intervallo o un diabolus in musica. Non rispettavo le idee su cui altri scommettevano la vita, ma due o tre idee che non rispettavo potevano fare melodia. O ritmo, meglio se jazz.

 

Sul Graal

"Lei dice che c'entra anche il Graal?» s'informò Belbo.

"Naturalmente. E non sono io a dirlo. Su cosa sia la leggenda del Gratti non credo di dovermi dilungare, sto parlando con persone colte. I cavalieri della tavola rotonda, la ricerca mistica di questo oggetto prodigioso, che per alcuni sarebbe la coppa che raccolse il sangue di Gesù, portata in Francia da Giuseppe d'Arimatea, per altri una pietra dai misteriosi poteri. Sovente il Graal appare come luce sfolgorante... Si tratta di un cimbalo, che sta per qualche forza, per qualche sorgente dà immensa energia. Dà nutrimento, guarisce ferite, accieca, fulmina ... Un raggio laser? Qualcuno ha pensato alla pietra filosofale degli alchimisti, ma se così anche fosse, che cos'è stata la pietra filosofale se non il simbolo di qualche energia cosmica? La letteratura in proposito è sterminata, ma si índividuaao facilmente alcuni segnali inconfutabili. Se loro leggono il Parzival di Wolfram von Eschenbach vedranno che il Graal vi appare come custodito in un castello di Templari! Eschenbach era un iniziato? Un imprudente che ha rivelato qualcosa che era meglio tacere? Ma non basta. Questo Graal custodito dai Templari è definito come una pietre cauta dal cielo: lapis exillis. Non si sa se significhi pietra dal cielo (‘ex coelis’) o che vien dall’esilio. In ogni caso è qualcosa che viene da lontano, e qualcuno ha suggerito che avrebbe potuti essere un meteorite. Per quel che ci riguarda, ci siamo: una Pietra. Qualsiasi cosa fosse il Graal, per i Templari simbolízza l'oggetto o il fine del piano."

"Scusi," dissi, "la, logica del documento vorrebbe che al sesto appuntamento i cavalieri dovessero trovarsi presso o sopra una pietra, non trovare tetra."

"Altra sottile ambiguità, altra luminosa analogia mistica! Certamente il sesto appuntamento è su una pietra, e vedremo dove, ma su quella pietra, ormai compiutasi la trasmissione del piano e l'apertura dei sei sigilli, i cavalieri sapranno dove trovare la Pietra! Che è poi il gioco evangelico, tu sei Pietro e questa pietra... Sulla pietra troverete la Pietra."

"Non può essere che essere così," disse Belbo. "Prego, proceda. Casaubon, non interrompa sempre. Siamo ansiosi di conoscere il resto."

"Dunque," disse il colonnello, "il riferimento evidente al Graal mi ha fatto a lungo pensare che il tesoro fosse Immenso deposito di materiale radioattivo, magari caduto da altri pianeti. Considerino per esempio, nella leggenda, la misteriosa ferita di re Amfortas... Sembra un radiologo che si sia esposto troppo... E infatti non lo si deve toccare. Perché? Pensino all'emozione che i Templari debbono aver provato quando sono arrivati sulle rive del mar Morto, loro lo sanno, acque bituminose pesantissime, su cui si galleggia come sughero, e con proprietà curative... Potrebbero aver scoperto in Palestina un deposito di radio, di uranio, che hanno capito di non poter sfruttare subito. I rapporti tra il Graal, i Templari e i catari sono stati studiati scientificamente da un valoroso ufficiale tedesco, parlo di Otto Rahn, un Obersturmbannführer delle SS che ha dedicato la vita a meditare con alto rigore sulla natura europea ed ariana del Graal - non voglio dire come e perché perse la vita nel 1939, ma c'è chi asserisce... be', posso dimenticare quel che accadde a Ingolf?... Rahn ci mostra i rapporti tra il Vello d'Oro degli Argonauti e il Graal... insomma è evi-dente che c'è un legame tra il Graal mistico della leggenda, la pietra filosofale (lapis!) e quella sorgente di potenza immensa a cui aspiravano i fedeli di Hitter alla vigilia della guerra, e sino all'ultimo respiro. Notino che in una versione della leggenda gli Argonauti vedono una coppa, dico una coppa, planare al di sopra della Montagna del Mondo con l'Albero della Luce. Gli Argonauti trovano il Vello d'Oro e la loro nave viene portata per incantesimo in piena Via Lattea, nell'emisfero boreale dove con la Croce, il Triangolo e l'Altare domina e afferma la mira luminosa del Dio eterno. Il triangolo simboleggia la Trinità divina, la croce il divino Sacrificio d'amore e l'altare è la Tavola della Cena, che portava la Coppa della Resurrezione. È evidente l'origine celtica e ariana di tutti questi simboli.»

Il colonnello sembrava preso dalla stessa esaltazione eroica che aveva spinto al supremo sacrificio il suo obersturmunddrang o come diavolo si chiamava. Occorreva riportarlo alla realtà.

"La conclusione?" chiesi.

"Signor Casaubon, non la vede coi suoi occhi? Si è parlato del Graal come Pietra Luciferina, avvicinandolo alla figura del Bafometto. Il Graal è una fonte di energia, i Templari erano i custodi di un segreto energetico, e tracciano il loro piano. Dove si stabiliranno le sedi ignote? Qui, signori miei," e il colonnello ci guardò con aria complice, come se stessimo cospirando insieme, "io avevo una pista, errata ma utile. Un autore che doveva aver orecchiato qualche segreto, Charles-Louis Cadet-Gassicourt (guarda caso, la sua opera appariva nella bibliotechina di Ingolf scrive nel 1797 un libro, Le tombeau de Jacques Molay ou le secret des conspirateurs à ceux qui veulent tout savoir, e sostiene che Molay, prima di morire, costituisce quattro logge segrete, a Parigi, in Scozia, a Stoccolma e a Napoli. Queste quattro logge avrebbero dovuto sterminare tutti i monarchi e distruggere la potenza del papa. D'accordo, Gassicourt era un esaltato, ma io sono partito dalla sua idea per stabilire dove veramente i Templari potevano collocare le loro sedi segreti. Non avrei potuto comprendere gli enigmi del messaggio se non avessi avito un'idea fida, natotele. Ma l'avevo, ed era la persuasione, fandats su innumerevoli evidenze, che lo spirito templare era. di ispirazione celtica, druidica: era lo spiriti dell'arianesimo nordica che la tradizione ident ifica con l'isola di Avalon, sede della vera civiltà iperborea. Sapranno che vari autori hanno identificato Avalon col giardino delle Esperidi, con la Ultima Thule e con 1a Colchide del Vello d'Oro. Non a caso il più grande ordine cavalleresco della storia è il Tosan d'Oro. Col che diventa chiaro che casa celi l’espressione ‘Castello’. E il castello iperboreo dove i Templari custodivano il Graal, probabilmente il Monsalvato della leggenda."

Fece una pausa. Voleva che pendessimo dalle sue labbra. Pendevamo.

"Veniamo al secondo comando: i guardiani del sigillo. dovranno andare là dove ci sono colui o coloro che hanno fatto qualcosa con il pane. Di per sé 1'indicaaíone è chiarissima: il Graal è la coppa del sangue di Cristo, il pane è la carne di Cristo, il luogo dove si è mangiato il pane è il luogo dell'Ultima Cena, a Gerusalemme. Impossibile pensare che i Templari, anche dopo la riconquista saracena, non avessero conservato una base segreta laggiù. A esser franco, all’inizio mi disturbava questo elemento giudlaico in un piano che sta interamente sotto il segno di una mitologia ariana. Poi ci ho ripensato, siamo noi che continuiamo a considerare Gesù come espressione detta religiosità giudaica, perché così ci ripete la chiesa di Roma. I Templari sapevano benissimo che Gesù è un mito cetico. Tutto il racconto evangelico è un'allegoria ermetica, resurrezione dopo essersi dissolto nelle viscere della terra eccetera eccetera. Cristo altro non è che l’Elisir degli alchimisti. D’altra parte tutti sanno che la trinità è nozione ariana, ed ecco perché tutta la regola templare, acuta da un druida come san Bernardo, è dominata dal numero tre.

Il colonnello aveva bevuto un altro sorso d'acqua. Era rauco. "E veniamo alla terza tappa, il Rifugio. È il Tibet."

"E perché il Tibet?"

"Ma perché, anzitutto, von Eschenbach racconta che i Templari abbandonano l'Europa e trasportano il Graal in India. La culla della stirpe ariana. Il rifugio è ad Agarttha. Loro avranno sentito parlare di Agarttha, sede cal re del mondo, la città sotterranea da cui i Signori del Mondo do-minano e dirigono le vicende della storia umana. I Templari hanno costruito uno dei loro centri segreti là alle radici stesse della loro spiritualità. Loro conosceranno i rapporti tra il regno di Agarttha e la Sinarchia..."

"Veramente no…"

"Megli così ci sono segreti che uccidono. Non divaghiamo. In ogni caso tutti sanno che Agarttha è stato fondato seimila anni fa, all'inizio dell’epoca del Kali-Yuga, nella quale stiamo ancora vivendo. Il compito degli ordini cavallereschi è sempre stato quello di mantenere il rapporto con questo centro segreto, la comunicazione attiva tra la saggezza d’Oriente e la saggezza d’Occidente. E a questo punto è chiaro dove debba avvenire il quarto appuntamento, in un altro dei santuari druidici, la città della Vergine, e cioè la cattedrale di Chartres. Chartres rispetto a Provins si trova dall'altro lato del fiume principale dalle de Frame, la Senna."

Non riuscivamo più a seguire il nostro interlocutore: "Ma che cosa c'entra Chartres nel suo percorso celtico e druidico?"

"Ma da dove credono che venga l'idea della Vergine? Le primi vergini che appaiono in Europa sono le vergini nere dei celti. San Bernardo da giovane stava in ginocchio, nella chiesa di Saint Voirles, davanti a una vergine nera ed essa spremette dal seno tre gocce di latte che caddero sulle labbra del futuro fondatore dei Templari. Di lì i romanzi del Graal, per creare una copertura alle crociate, e le crociate per ritrovare il Graal. I benedettini sono gli eredi dei druidi, lo sanno tutti."

"Ma dove sono queste vergini nere?"

"Fatte scomparire da chi voleva inquinare la tradizione nordica e trasformare la religiosità celtica nella religiosità mediterranea, inventando il mito di Maria di Nazareth. Oppure travestite, snaturate, come le tante madonne nere che ancora si espongono al fanatismo delle masse. Ma se si va a leggere bene le immagini delle cattedrali, come ha fatto il grande Fulcanelli, si vede che questa storia è raccontata a chiare lettere e a chiare lettere viene rappresentato il rapporto che lega le vergini celtiche alla tradizione alchemica di origine templare, che farà della vergine nera il simbolo della materia prima su cui lavorano i cercatori di quella pietra filosofale che, lo si è visto, altro non è che il Graal. E ora riflettano da dove è giunta l'ispirazione a quell'altro grande iniziato dai druidi, Maometto, per la pietra nera della Mecca. A Chartres qualcuno ha murato la cripta che mette in comunicazione con il sito sotterraneo dove sta ancora la statua pagana originaria, ma a cercar bene potete ancora trovare una vergine nera, Notre-Dame du Pillier, scolpita da un canonico odinista. La statua stringe in mano il cilindro magico delle grandi sacerdotesse di Odino e alla sua sinistra è scolpito il calendario magico dove apparivano — dico purtroppo apparivano, perché queste sculture non si sono salvate dal vandalismo dei canonici ortodossi — gli animali sacri dell'odinismo, il cane, l'aquila, il leone, l'orso bianco e il lupo mannaro. D'altra parte non è sfuggito a nessuno tra gli studiosi dell'esoterismo gotico che sempre a Chartres appare una statua che reca in mano la coppa del Graal. Eh, signori miei, se si sapesse ancora leggere la cattedrale di Chartres non secondo le guide turistiche cattoliche apostoliche e romane, ma sapendo vedere, dico vedere con gli occhi della Tradizione, la vera storia che quella rocca di Erec racconta..."

"E adesso arriviamo ai popelicans. Chi sono?"

"Sono i catari. Uno degli appellativi dati agli eretici era popelicani o popelicant. I catari di Provenza sono stati distrutti, non sarò così ingenuo da pensare a un appuntamento tra le rovine di Montsegur, ma la setta non è morta, c'è tutta una geografia del catarismo occulto da cui nascono persino Dante, gli Stilnovisti, la setta dei Fedeli d'Amore. Il quinto appuntamento è da qualche parte nell'Italia settentrionale o nella Francia meridionale."

"E l'ultimo appuntamento?»

"Ma qual è la più antica, la più sacra, la più stabile delle pietre celtiche, il santuario della divinità solare, l'osservatorio privilegiato da cui, giunti alla fine del piano, i discendenti dei Templari di Provins possono confrontare, ormai riuniti, i segreti celati dai sei sigilli e scoprire infine il modo di sfruttare l'immenso potere consentito dal possesso del Santo Graal? Ma è in Inghilterra, è il cerchio magico di Stonehenge! E che altro?»

"O basta là," disse Belbo. Solo un piemontese può capire l'animo con cui si pronuncia questa espressione di educata stupefazione. Nessuno dei suoi equivalenti in altra lingua o dialetto (non mi dica, dis donc, are you kidding?) può rendere il sovrano senso di disinteresse, il fatalismo coi cui essa riconferma l'indefettibile persuasione che gli altri siano, e irrimediabilmente, figli di una divinità maldestra.

Ma il colonnello non era piemontese, e parve lusingato dalla reazione di Belbo.

"Eh sì. Ecco il piano, ecco l'ordonation, nella sua mirabile semplicità e coerenza. E notino, prendano una carta dell'Europa e dell'Asia, traccino la linea di sviluppo del piano, dal nord dove sta il Castello a Gerusalemme, da Gerusalemme ad Agarttha, da Agarttha a Chartres, da Chartres ai bordi del Mediterraneo e di lì a Stonehenge. Ne verrà fuori un uaccîato, una runa pressapoco di questa forma.»

"E allora?" chiese Belbo.

"E allora è la stessa runa che connette idealmente alcuni dei principali centri dell'esoterismo temer, Arnie" Troyes, regno di San Bernardo ai bordi della Fôret d'Orient, Reims, Chartres, Rennes-le-Château e il Mont Saint-Michel, luogo di antichissimo culto druidico. E questo stesso disegno ricorda la costellazione della Vergine!"

"Mi diletto di astronomia," disse timidamente Diotallevi, "e per quanto ricordo la Vergine ha un disegno diverso e conta, mi pare, undici stelle…"

Il colonnello sorrise con indulgenza: "Signori, signori, sanno meglio di dipende da come si tracciano le linee, e si può avere un carro o un’orsa, a piacere, e come è difficile decidere se una stella stia fuori o dentro una costellazione. Si rivedano la Vergine, fissino la Spica come punto inferiore, corrispondente alla costa provenzale, identifichino solo cinque stelle, e la rassomiglianza fra i tracciati sarà impressionante."

"Basta decidere quali stelle scartare," disse Belbo.

"Appunto," confermò il colonnello.

"Senta," disse Belbo "come può escludere che gli incontri siano avvenuti regolarmente e che i cavalieri siano già al lavoro senza che lo sappiamo?"

"Non ne colgo i sintomi, e mi permetta di aggiungere 'purtroppo'. ll piano si è interrotto e forse coloro che dovevano portarlo a termine non ci sono più , i gruppi dei trentasei si sono dissolti nel corso di qualche catastrofe mondiale. Ma un gruppo di animosi che avesse le informazioni giuste potrebbe riprendere le fila della trama. Quel qualcosa è ancora 1à. E io sto cercando gli uomini giusti. Per questo voglio pubblicare il libro, per stimolare delle reazioni. E contemporaneamente cerco di pormi in contatto con persone che possano aiutarmi a cercare la risposta nei meandri del sapere tradizionale. Oggi ho voluto incontrare il massimo esperto in materia. Ma ahimè, pur essendo un luminare, non ha saputo dirmi nulla, anche se si è molto interessato alla mia storia e mi ha promesso una prefazione... "


Sul raccogliere ciò che è smembrato

Ma nel suo senso più alto il sincretismo è il riconoscimento di un'unica Tradizione, che attraversa e nutre tutte le religioni, tutti i saperi, tutte le filosofie. Il saggio non è colui che discrimina, è colui che mette insieme i brandelli di luce da dovunque provengano...


Sulla Rosacroce

"Dice che nel 1614 appare in Germania uno scritto anonimo Allgemeine und general Reformation, ovvero Riforma generale e comune dell'universo intero, seguito dalla Fama Fraternitatis dell'Onorevole Confraternita della Rosa-Croce, indirizzato a tutti i sapienti e i sovrani d'Europa, insieme a una breve risposta del Signor Haselmeyer che per questo motivo è stato gettato in carcere dai Gesuiti e messo ai ferri su una galera. Ora dato alle stampe e reso noto a tutti i cuori sinceri. Edito a Cassel da Wilhelm Wessel."

"Non è un po' lungo?"

"Pare che nel Seicento i titoli fossero tutti così. Li scriveva Lina Wertmuller. È un'opera satirica, una favola su una riforma generale dell'umanità, e per di più copiata in parte dai Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalmi. Ma contiene un opuscolo, un libello, un manifesto di una dozzina di paginette, la Fama Fraternitatis, che verrà ripubblicata a parte l'anno dopo, contemporaneamente a un altro manifesto, questa volta in latino, la Confessio fraternitatis Roseae Crucis, ad eruditos Europae. In entrambi la Confraternita dei Rosa-Croce si presenta e parla del proprio fondatore, un misterioso C.R. Solo dopo, e da altre fonti, si appurerà o si deciderà che si tratta di un certo Christian Rosencreutz."

"Perché lì non c'è il nome completo?"

"Guarda, è tutto uno spreco di iniziali, qui nessuno è nominato per intero, si chiamano tutti G.G.M.P.I. e chi proprio ha un nomignolo affettuoso si chiama P.D. Si raccontano gli anni di formazione di C.R., che prima visita il Santo Sepolcro, poi fa vela per Damasco, poi passa in Egitto, e di lì a Fez, che all'epoca doveva essere uno dei santuari della saggezza musulmana. Laggiù il nostro Christian, che già sapeva greco e latino, apprende le lingue orientali, la fisica, la matematica, le scienze della natura, e accumula tutta la saggezza millenaria degli arabi e degli africani, sino alla Cabbala e alla magia, traducendo anzi in latino un misterioso Liber M, e conosce così tutti i segreti del macro e dei microcosmo. E da due secoli che va di moda tutto quello che è orientale, specie se non si capisce cosa dica."

"Fanno sempre così. Affamati, frustrati, sfruttati? Chiedete la coppa del mistero! Tieni..." E mi arrotolava una cartina. "E di quella buona." "Vedi che vuoi smemorare anche tu."

"Ma io so che è chimica, e basta. Non c'è mistero, sballa anche chi non sa l'ebraico. Vieni qui."

"Aspetta. Poi il Rosencreutz passa in Spagna e anche lì fa bottino delle più occulte dottrine, e dice che si avvicina sempre di più sempre di più al Centro di ogni sapere. E nel corso di questi viaggi, che per un intellettuale dell'epoca rappresentavano veramente un trip di saggezza totale, capisce che bisogna fondare in Europa una società che indirizzi i governanti lungo le vie della sapienza e dei bene."



"Allora, come si evince, il Rosencreutz è nato nel 1378 e muore nel 1484, alla bella età di centosei anni e non è difficile intuire che la confraternita segreta abbia contribuito non poco a quella Riforma che nel 1615 festeggiava il suo centenario. Tanto è vero che nello stemma di Lutero c'è una rosa é una croce."

"Bella fantasia."

"Volevi che Lutero mettesse nello stemma una giraffa in fiamme o un orologio liquefatto? Ciascuno è figlio del proprio tempo. Ho capito di chi sono figlio io, sta' zitta, lasciami andare avanti. Verso il 1604 i Rosa-Croce, mentre restaurano parte del loro palazzo o castello segreto, trovano una lapide in cui era conficcato un grande chiodo. Estraggono il chiodo, cade una parte del muro, appare una porta, su cui è scritto a grandi lettere POST CXX ANNOS PATEBO..."

L'avevo già appreso dalla lettera di Belbo, ma non potei evitare di reagire: "Dio mio..."

"Cosa succede?"

"È come un documento dei Templari che... È una storia che non ti ho mai raccontato, di un certo colonnello..."

"E allora? I Templari han copiato dai Rosa-Croce."

"Ma i Templari vengono prima."

"E allora i Rosa-Croce han copiato dai Templari."

"Amore, senza di te andrei in cortocircuito."

"Amore, ti ha rovinato quell'Agliè. Stai aspettando la rivelazione."

"Io? Io non mi aspetto niente!"

"Meno male, attento all'oppio dei popoli."

"El pueblo unido jamàs sera vencido."

"Ridi, ridi tu. Vai avanti, fammmi sentire cosa dicevano quei cretini."

"Quei cretini hanno imparato tutto in Africa, non hai sentito?"

"Quelli in Africa stavano già incominciando a impacchettarci e a mandarci qui."

"Ringrazia il cielo. Potevi nascere a Pretoria." La baciavo e proseguivo. "Oltre la porta si scopre un sepolcro a sette lati e sette angoli, illuminato prodigiosamente da un sole artificiale. Nel mezzo, un altare rotondo, ornato da vari motti o emblemi, del tipo NEQUAQUAM VACUUM..."

"Ne quà qua? Firmato Donald Duck?"

"È latino, hai presente? Vuol dire il vuoto non esiste."

"Meno male, altrimenti sai che orrore."

"Mi accenderesti il ventilatore, animula vagula blandula?"

"Ma è inverno."

"Per voi dell'emisfero sbagliato, amore. Siamo in luglio, abbi pazienza, accendi il ventilatore, non è perché io sono il maschio, è che sta dalla tua parte. Grazie. Insomma, sotto l'altare si ritrova il corpo intatto del fondatore. In mano tiene un Libro I, ricolmo di infinita sapienza, e peccato che il mondo non lo possa conoscere – dice il manifesto - altrimenti gulp, wow, brr, sguisssh!"

"Ahi."

"Dicevo. Il manifesto termina promettendo un immenso tesoro tutto ancora da scoprire e stupende rivelazioni sui rapporti tra macrocosmo e microcosmo. Non illudetevi che siamo alchimisti da quattro soldi e chevi insegniamo a produrre l'oro. È cosa da bricconi e noi vogliamo di meglio e miriamo più in alto, in tutti i sensi. Stiamo diffondendo questa Fama in cinque lingue, per non dire della Confessio, prossimamente su questo schermo. Attendiamo risposte e giudizi da dotti e ignoranti. Scriveteci, telefonate, diteci i vostri nomi, vediamo se siete degni di partecipare ai nostri segreti, di cui vi abbiamo dato solo un pallido assaggio. Sub umbra alarum tuarum Iehova."

"Che dice?»

"È la frase di congedo. Passo e chiudo. Insomma, sembra che ai Rosa-Croce scappi di far sapere quello che essi hanno appreso, e aspettino solo di trovare l'interlocutore giusto. Ma non una parola su quel che sanno."

"Come quel tipo con la sua foto, quell'inserzione sulla rivista che abbiamo visto in aereo: se mi mandate dieci dollari vi insegno il segreto per diventare milionari."

"Ma lui non mente. Lui il segreto lo ha scoperto. Come me."

"E una storia incredibile. I manifesti escono in un'epoca in cui testi del genere pullulavano, tutti cercano un rinnova-mento, un secolo d'oro, un paese di cuccagna dello spirito. Chi scartabella nei testi magici, chi fa sudar fornelli a preparar metalli, chi cerca di dominare le stelle, chi elabora alfabeti segreti e lingue universali. Q, Praga Rodolfo Ii trasforma la corte in un laboratorio alchemico, invita Comenio e John Dee, l'astrologo della corte d'Inghilterra che aveva rivelato tutti i segreti del cosmo in poche paginette di una Monas Ierogliphica, giuro che si intitola così, monas significa monade."

"E che ho detto?"

"Il medico di Rodolfo II è quel Michael Maier che scrive un libro di emblemi visivi e musicali, l'Atalanta Fugiens, una festa di uova filosofali, dragoni che si mordono la coda, sfingi, nulla è luminoso quanto la cifra segreta, tutto è geroglifico di qualcosa d'altro. Ti rendi conto, Galileo butta le pietre dalla Torre di Pisa, Richelieu gioca a Monopoli con mezza Europa, e qui tutti girano a occhi spalancati per leggere le segnature del mondo: me la contate bella voi, altro che la caduta dei gravi, qui sotto (anzi, qui sopra) c'è ben altro. Adesso ve lo dico: abracadabra. Torricelli costruiva il barometro e questi facevano balletti, giochi d'acqua e fuochi d'artificio nell'Hortus Palatinus di Heidelberg. E stava per scoppiare la guerra dei trent'anni."

"Chissà come era contenta Madre Coraggio."

"Ma anche loro non se la spassavano sempre. L'elettore palatino nel '19 accetta la corona di Boemia, credo che lo faccia perché muore dalla voglia di regnare su Praga città magica, e invece gli Asburgo un anno dopo lo inchiodano alla Montagna Bianca, a Praga si massacrano i protestanti, a Comenío gli bruciano la casa, la biblioteca, gli ammazzano la moglie e il figlio, e lui scappa di corte in corte a ripetere com'era grande e piena di speranze l'idea dei Rosa-Croce."

"E poverino anche lui, volevi che si consolasse col barometro? Ma scusa un attimo, sai che noi donne non afferriamo tutto subito come voi: chi ha scritto i manifesti?"

"Qui sta il bello, non si sa. Lasciami capire, grattami la rosacroce... no, tra le due scapole, no più su, no più a sinistra, ecco, Il. Dunque, in questo ambiente tedesco ci sono dei personaggi incredibili. Ecco Simon Studion che scrive la Naometria, un trattato occulto sulle misure del Tempio di Salomone, Heinrich Khunrath che scrive un Amphitheatrum sapientiae aeternae, pieno di allegorie con alfabeti ebraici, e caverne cabalistiche che devono aver ispirato gli autori della Fama. Costoro sono probabilmente degli amici di una di queste diecimila conventicole di utopisti della rinascita cristiana. La voce pubblica vuole che l'autore sia un certo Johann Valentin Andreae, l'anno dopo pubblicherà Le nozze chimiche di Christian Rosencreutz, ma l'aveva scritto da giovane, quindi l'idea dei Rosa-Croce gli girava in testa da tempo. Ma intorno a lui a Tubinga c'erano altri entusiasti, sognavano la repubblica di Cristianopoli, forse si sono messi tutti insieme. Ma pare lo abbiano fatto per scherzo, per gioco, non pensavano affatto di creare il pandemonio che han creato. Andreae passerà poi la vita a giurare che i manifesti non li aveva scritti lui, che comunque era un lusus, un ludibrium, una goliardata, ci rimette la reputazione accademica, si arrabbia, dice che i Rosa-Croce se anche c'erano erano tutti impostori. Ma niente. Non appena i manifesti escono sembra che la gente non aspettasse altro. I dotti di tutta Europa scrivono davvero ai Rosa-Croce, e siccome non sanno dove trovarli mandano lettere aperte, opuscoli, libri a stampa. Maier pubblica subito lo stesso anno un Arcana arcanissima dove non nomina i Rosa-Croce ma tutti son convinti che parli di loro e ne sappia più di quel che vuol dire. Alcuni millantano, dicono che avevano già letto la Fama in manoscritto. Io non credo fosse cosa da poco a quell'epoca preparare un libro, magari con incisioni, ma Robert Fludd nello stesso 1615 (e scrive in Inghilterra e stampa a Leida, calcola anche il tempo dei viaggi per le bozze) mette in circolazione una Apologia compendiaria Fraternitatem de Rosea Cruce suspicionis et infamiis maculis aspersam, veritatem quasi Fluctibus abluens et abstergens, per difendere i Rosa-Croce e liberarli dai sospetti, dalle `macchie' di cui sono stati gratificati — e questo vuoi dire che stava già infuriando un dibattito tra Boemia, Germania, Inghilterra, Olanda, tutto con corrieri a cavallo ed eruditi itineranti."

"E i Rosa-Croce?"

"Silenzio di tomba. Post centoventi annos patebo un cavolo. Osservano dal nulla del loro palazzo. Credo che sia proprio il loro silenzio a eccitare gli animi. Se non rispondono vuol dire che ci sono davvero. Nel 1617 Fludd scrive un Tractatus apologeticus integritatem societatis de Rosea Cruce defendens, e un certo Aloisius Marlianus dice che è giunto il momento di svelare il segreto dei Rosa-Croce."

"E lo svela."

"Figurati. Lo complica. Perché scopre che se si sottrae da 1618 i 188 anni promessi dai Rosa-Croce si ottiene i1 1430 che è l'anno in cui viene istituito l'ordine del Toson d'Oro."

"E che c'entra?"

"Non capisco i 188 anni perché dovrebbero essere 120, ma quando vuoi fare sottrazioni e addizioni mistiche il conto torna sempre. Quanto al Toson d'Oro, è il Vello d'Oro degli Argonauti, e ho saputo da fonte sicura che ha qualcosa a che vedere col Santo Graal, e quindi se mi per-metti anche con i Templari. Ma non è finita. Tra '17 e '19 Fludd, che evidentemente pubblicava più di Barbara Cartland, dà alle stampe altri quattro libri, tra cui la sua Utriusque cosmi historia, qualcosa come brevi cenni sull'universo, illustrato, tutto rosa e croce. Maier prende il coraggio a due mani e pubblica il suo Silentium post clamores e sostiene che la confraternita esiste, non solo è legata al Toson d'Oro ma anche all'ordine della Giarrettiera. Però lui è persona troppo umile per esservi accolto. Figurati i dotti d'Europa. Se quelli non accolgono neppure Maier, si tratta di una cosa davvero esclusiva. E quindi tutte le mezze calze fanno carte false per essere ammessi. Tutti a dire che i Rosa-Croce ci sono, tutti a confessare di non averli mai visti, tutti a scrivere come per fissare un appuntamento, per piatire un'udienza, nessuno è così sfacciato da dire io lo sono, alcuni dicono che non esistono perché non sono stati contattati, altri dicono che esistono proprio per essere contattati.

"E i Rosa-Croce zitti."

"Come pesci."

"Apri la bocca. Ti ci vuole della mamaia."

"Delizia. Intanto inizia la guerra dei trent'anni e Johann Valentin An dreae scrive una Turns Babel per promettere che entro l'anno sarà sconfitto l'Anticristo, mentre un certo Mundus scrive un Tintinnabulum sophorum..."

"Che bello il tintinnabulum!"

"... dove non capisco che cavolo dice, ma è certo che Campanella o chi per lui interviene nella Monarchia Spagnola e dice che tutta la faccenda rosacrociana è un divertimento di menti corrotte... E poi basta, tra il 1621 e 1623 tutti smettono."

"Così?"

"Così. Si sono stancati. Come i Beatles. Però solo in Germania. Perché sembra la storia di una nube tossica. Si sposta in Francia. Una bella mattina del 1623 sui muri di Parigi appaiono dei manifesti Rosa-Croce che avvertono i buoni cittadini che i deputati del collegio principale della confraternita si sono trasferiti laggiù e sono pronti ad aprire le iscrizioni. Però secondo un'altra versione i manifesti dicono chiaro chiaro che si tratta di trentasei invisibili sparsi per il mondo in gruppi di sei, e che hanno il potere di rendere invisibili i loro adepti... Cribbio, di nuovo i trentasei..."

"Quali?"

"Quelli del mio documento dei Templari."

"Gente senza fantasia. E poi?"

"E poi ne nasce una follia collettiva, chi li difende, chi li vuoi conoscere, chi li accusa di diabolismo, alchimia ed eresia, con Astarotte che interviene a renderli ricchi, potenti, capaci di spostarsi a volo da un luogo all'altro, insomma, lo scandalo del giorno."

"Furbi, i Rosa-Croce. Non c'è niente come un lancio a Parigi per diventare di moda."

"Sembra che tu abbia ragione perché sta a sentire cosa succede, mamma mia che epoca. Cartesio, proprio lui, negli anni precedenti era stato in Germania e li aveva cercati, ma dice il suo biografo che non li aveva trovati perché, lo sappiamo, giravano sotto false spoglie. Quando torna a Parigi, dopo l'apparizione dei manifesti, apprende che tutti lo considerano un Rosa-Croce. Con l'aria che tirava, non era una bella nomea, e dava noia anche al suo amico Mersenne, che contro i Rosa-Croce stava già tuonando trattandoli come miserabili, sovversivi, maghi, cabalisti, intenti a seminare dottrine perverse. E allora cosa ti fa il Cartesio? Si fa vedere in giro, dappertutto dove può. E poiché tutti lo vedono, ed è innegabile, e segno che non è invisibile, dunque non è Rosa-Croce."

"Questo è metodo."

"Certo non bastava negare. Così come avevano messo le cose, se uno ti veniva davanti e ti diceva buonasera, sono un Rosa-Croce, era segno che non lo era. Il Rosa-Croce che si rispetta non lo dice. Anzi, lo nega a gran voce."

"Però non si può dire che chi afferma di non essere un Rosa-Croce lo sia, perché io dico che non lo sono, ma non per questo lo sono." "Però il negarlo e già indizio sospetto."

"No. Perché cosa fa il Rosa-Croce quando ha capito che la gente non crede a chi dice di esserlo e sospetta chi dice di non esserlo? Incomincia a dire di esserlo per far credere di non esserlo."

"Diamine. Allora d'ora in poi tutti quelli che dicono di essere Rosa Croce mentono, e quindi lo sono davvero! Ah no no, Amparo, non ca-diamo nella loro trappola. Loro hanno spie dappertutto, persino sotto questo letto, e quindi oramai sanno che noi sappiamo. Quindi dicono che non lo sono."

"Amore, adesso ho paura."

"Stai calma, amore, ci sono qui io che sono stupido, quando dicono di non esserlo io credo che lo siano, e così li smaschero subito. Il Rosa Croce smascherato diventa innocuo, e lo fai uscire dalla finestra agitando il giornale."

"E Agliè? Lui cerca di farci credere che e il conte di San Germano. Evidentemente affinché noi pensiamo che non lo sia. Dunque è Rosa-Croce. O no?"

"Senti Amparo, mettiamoci a dormire?"

"Ah no, adesso voglio sentire la fine.»

"Spappolamento generale. Tutti Rosa-Croce. Nel '27 Francis Bacon scrive la Nuova Atlantide e i lettori pensano che lui parli del paese dei Rosa-Croce anche se non li nomina mai. Il povero Johann Valentin Andreae muore continuando a spergiurare che o non era stato lui o se era stato lui aveva detto per ridere, ma ormai la cosa è fatta. Avvantaggiati dal fatto di non esserci, i Rosa-Croce sono dappertutto."

"Come Dio."

"Adesso che mi ci fai pensare... Vediamo, Matteo, Luca, Marco e Giovanni sono una banda di buontemponi che si riuniscono da qualche parte e decidono di fare una gara, inventano un personaggio, stabiliscono pochi fatti essenziali e poi via, per il resto ciascuno è libero e poi si vede chi ha fatto meglio. Poi i quattro racconti finiscono in mano agli amici che cominciano a sdottorare, Matteo e abbastanza realista ma insiste troppo con quella faccenda del messia, Marco non è male ma un po' disordinato, Luca è elegante, bisogna ammetterlo, Giovanni esagera con la filosofia... ma insomma i libri piacciono, girano di mano in mano, quando i quattro si accorgono di quello che sta succedendo è troppo tardi, Paolo ha già incontrato Gesù sulla via di Damasco, Plinio inizia la sua inchiesta per ordine dell'imperatore preoccupato, una legione di apocrifi fanno finta di saperla lunga anche loro... toi, apocryphe lecteur, mon semblable, mon frère... Pietro si monta la testa, si prende sul serio, Giovanni minaccia di dire la verità, Pietro e Paolo Io fanno catturare, lo incatenano nell'isola di Patmos e il poveretto incomincia ad aver le traveggole, vede le cavallette sulla spalliera del letto, fate tacere quelle trombe, da dove viene tutto questo sangue... E gli altri a dire che beve, che è l'arteriosclerosi:.. E se fosse andata davvero così?"

"È andata così. Leggi Feuerbach invece dei tuoi libracci."

"Amparo, è l'alba."

"Siamo matti."

"L'aurora dalle dita di rosacroce carezza dolcemente le onde..." "Si, fai così. E Yemanjà, senti, essa viene."

"Fammi dei ludibrio...."

"Oh il Tintinnabulum!"

"Sei la mia Atalanta Fugiens..."

"Oh la Turris Babel..."

"Voglio gli Arcana Arcanissima, il Vello d'Oro, pallido e rosa come una conchiglia marina...."

"Sss... Silentium post clamores," disse.

"Anche i Rosa-Croce, ora? Il suo desiderio di sapere è insaziabile, amico mio. Ma non presti orecchio a quei folli. Parlano tutti di documenti inoppugnabili, ma nessuno li ha mai mostrati. Quel Bramanti lo conosco. Abita a Milano, salvo che gira il mondo a diffondere il suo verbo. E innocuo, ma crede ancora a Kiesewetter. Legioni di rosicruciani si appoggiano a quella pagina del Theatrum Chemicum. Ma se va a consultarlo — e modestamente fa parte della mia piccola biblioteca milanese la citazione non c'è."

"Un buffone, il signor Kiesewetter."

"Citatissimo. È che anche gli occultisti ottocenteschi sono stati vittime dello spirito del positivismo: una cosa è vera solo se la si può provare. Veda il dibattito sul Corpus Hermeticum. Quando fu introdotto in Europa nel Quattrocento, Pico della Mirandola, Ficino e tante altre persone di grande saggezza, videro la verità: esso doveva essere opera di una sapienza antichissima, anteriore agli egizi, anteriore allo stesso Mosè, perché vi si trovano già delle idee che dopo sarebbero state enunciate da Platone e da Gesù."

"Come dopo? Sono gli stessi argomenti di Bramanti su Dante massone. Se il Corpus ripete le idee di Platone e di Gesù significa che è stato scritto dopo di loro!"

"Vede? Anche lei. E infatti questo fu l'argomento dei filologi moderni, che vi aggiunsero anche fumose analisi linguistiche per mostrare che il Corpus era stato scritto tra il secondo e il terzo secolo della nostra era. Come dire che Cassandra era nata dopo Omero perché glà sapeva che Troia sarebbe stata distrutta. E illusione moderna credere che il tempo sia una successione lineare e orientata, che va da A verso B. Può anche andare da B verso A, e l'effetto produce la causa... Che cosa vuol dire venire prima e venire dopo? Quella sua bellissima Amparo viene prima o dopo i suoi confusi antenati? E troppo splendida — se permette un giudizio spassionato a chi potrebbe essere suo padre. Dunque viene prima. Essa è l'origine misteriosa di ciò che ha contribuito a crearla."

"Ma a questo punto..."

"È il concetto di `questo punto' che è sbagliato. I punti sono posti dalla scienza, dopo Parmenide, per stabilire da dove a dove qualcosa si muove. Nulla si muove, e c'è un punto solo, il punto da cui si generano in uno stesso istante tutti gli altri punti. L'ingenuità degli occultisti ottocenteschi, e di quelli del nostro tempo, è di dimostrare la verità della verità coi metodi della menzogna scientifica. Non bisogna ragionare secondo la logica del tempo, ma secondo la logica della Tradizione. Tutti i tempi si simboleggiano tra loro, e dunque il Tempio invisibile dei Rosa-Croce esiste ed è esistito in ogni tempo, indipendentemente dai flussi della storia, della vostra storia. Il tempo della rivelazione ultima non è il tempo degli orologi. I suoi legami si stabiliscono nel tempo della 'storia sottile' dove i prima e i dopo della scienza contano assai poco."

"Ma insomma, tutti quelli che sostengono l'eternità dei Rosa-Croce..."

"Buffoni scientisti perché cercano di provare quello che si deve invece sapere, senza dimostrazione. Crede che i fedeli che vedremo domani sera sappiano o siano in grado di dimostrare tutto quello che gli ha detto Kardec? Sanno perché sono disposti a sapere. Se tutti avessimo conservato questa sensibilità al segreto, saremmo abbacinati di rivelazioni. Non è necessario volere, basta essere disposti."

"Ma insomma, e mi scusi se sono banale. I Rosa-Croce esistono o no?" "Che cosa significa esistere?"

"Faccia lei."

"La Grande Fraternità Bianca, li chiami Rosa-Croce, li chiami cavalleria spirituale di cui i Templari sono incarnazione occasionale, è una coorte di saggi, pochi, pochissimi eletti, che viaggia attraverso la storia dell'umanità per preservare un nucleo di sapienza eterna. La storia non si sviluppa a caso. Essa e opera dei Signori del Mondo, a cui nulla sfugge. Naturalmente i Signori del Mondo si difendono attraverso il segreto. E quindi ogni qual volta troverà qualcuno che si dice Signore, o Rosa-Croce, o Templare, costui mentirà. Essi vanno cercati altrove."

"Ma allora questa storia continua all'infinito?"

"È così. Ed è l'astuzia dei Signori."

"Ma che cosa vogliono che la gente sappia?"

"Che c'è un segreto. Altrimenti perché vivere, se tutto fosse così come appare?"

"E qual è il segreto?"

"Quello che le religioni rivelate non hanno saputo dire. Il segreto sta oltre."


Nelle Nozze Chimiche, scritte da Andreae in epoca giovanile, e quindi prima dei manifesti (anche se appaiono nel 1616), si menzionavano tre maestosi templi, i tre luoghi che avrebbero già dovuto essere noti.

Però mi rendevo conto che invece i due manifesti parlavano, sì, negli stessi termini, ma come se si fosse verificato qualcosa di inquietante.

Per esempio, perché tanta insistenza sul fatto che il tempo fosse giunto, che fosse giunto il momento, malgrado il nemico avesse posto in opera tutte le sue astuzie perché l'occasione non si realizzasse? Quale occasione? Si diceva che la meta finale di C.R. era Gerusalemme, ma che non aveva potuto arrivarci. Perché? Si lodavano gli arabi perché essi si scambiavano messaggi, mentre in Germania i dotti non sapevano aiutarsi l'uno con l'altro. E si accennava a "un gruppo più grosso che vuole il pascolo tutto per sé". Qui non solo si parlava di qualcuno che stava cercando di stravolgere il Piano per perseguire un interesse particolare, ma anche di uno stravolgimento effettivo.

La Fama diceva che all'inizio qualcuno aveva elaborato una scrittura magica (ma certo, il messaggio di Provins) ma che l'orologio di Dio batte ogni minuto "mentre il nostro non riesce a suonare neppure le ore". Chi aveva mancato ai battiti dell'orologio divino, chi non aveva saputo arrivare a un certo punto nel momento giusto? Si accennava a un nucleo originario di fratelli che avrebbero potuto rivelare una filosofia segreta, ma avevano deciso di disperdersi per il mondo.

I manifesti denunciavano un disagio, un'incertezza, un senso di smarrimento. I fratelli delle prime linee di successione avevano fatto in modo di essere sostituiti ciascuno "da un successore degno", ma "essi avevano stabilito di tener segreto... il luogo della loro sepoltura e ancor oggi non sappiamo dove siano sepolti."

A che cosa si alludeva? Che cosa non si sapeva? Di quale "sepolcro" mancava l'indirizzo? Era evidente che i manifesti erano stati scritti perché una qualche informazione era andata perduta, e si faceva appello a chi per caso la conoscesse, affinché si facesse vivo.

Il finale della Fama era inequivocabile: "Chiediamo nuovamente a tutti i dotti in Europa... di considerare con animo benevolo la nostra offerta... di farci sapere le loro riflessioni... Perché anche se per ora non abbiamo rivelato i nostri nomi... chiunque ci farà pervenire il proprio nome potrà conferire con noi a viva voce, o — se vi fosse qualche impedimento — per iscritto."

Esattamente quello che si proponeva di fare il colonnello pubblicando la sua storia. Costringere qualcuno a uscire dal silenzio.

C'era un stato un salto, una pausa, una parentesi, una smagliatura. Nel sepolcro di R.C. non c'era scritto soltanto post 120 annos patebo, per rammentare il ritmo degli appuntamenti, stava anche scritto Nequaquam vacuum. Non "il vuoto non esiste", bensì "non dovrebbe esistere il vuoto". E invece si era creato un vuoto che doveva essere riempito!


Ma ancora una volta mi chiedevo: perché questo discorso veniva fatto in Germania, dove semmai la quarta linea doveva semplicemente attendere con santa pazienza che venisse il proprio turno? I tedeschi non potevano dolersi — nel 1614 — di un appuntamento mancato a Marienburg, perché l'appuntamento di Marienburg era previsto per il 1704!

Solo una conclusione era possibile: i tedeschi recriminavano che non si fosse verificato l'appuntamento precedente!

Ecco la chiave! I tedeschi della quarta linea si stavano lamentando che gli inglesi della seconda linea avessero perso i francesi della terza linea! Ma certo. Si potevano individuare nel testo allegorie di una trasparenza addirittura puerile: si apre il sepolcro di C.R. e vi si trovano le firme dei fratelli del primo e del secondo circolo, ma non del terzo! Portoghesi e inglesi sono lì, ma dove sono i francesi?

Insomma, i due manifesti Rosa-Croce alludevano, a saperli leggere, al fatto che gli inglesi avevano perduto i francesi. E secondo quello che noi avevamo stabilito gli inglesi erano gli unici a sapere dove avrebbero potuto trovare i francesi, e i francesi gli unici a sapere dove trovare í tedeschi. Ma anche se nel 1704 i francesi avessero scovato i tedeschi, si sarebbero presentati senza i due terzi di quel che dovevano consegnare.

I Rosa-Croce escono allo scoperto, rischiando quel che rischiano, perché quello è l'unico modo di salvare il Piano.


Sulle cronologia esoterica

1645 Londra: Ashmole fonda l'Invisible College, d'ispirazione rosacrociana. 1662 Dall'Invisible College nasce la Royal Society, e dalla Royal Society, come tutti sanno, la Massoneria.

1666 Parigi: Académie des Sciences.

1707 Nasce Claude-Louis de Saint Germain, se davvero è nato.

1717 Creazione di una Grande Loggia Londinese.

1721 Anderson stende le Costituzioni della massoneria inglese. Iniziato a Londra, Pietro il Grande fonda una loggia in Russia.

1730 Montesquieu di passaggio a Londra viene iniziato.

1737 Ramsay asserisce l'origine templare della massoneria. Origine del Rito Scozzese, d'ora in poi in lotta con la Grande Loggia Londinese.

1738 Federico, allora principe ereditario di Prussia, viene iniziato. Sarà il protettore degli enciclopedisti.

1740 Nascono intorno a questi anni in Francia varie logge: gli Ecossais Fidèles di Tolosa, il Souverain Conseil Sublime, la Mère Loge Ecossaise du Grand Globe Frangais, il Collège des Sublimes Princes du Royal Secret di Bordeaux, la Cour des Souverains Commandeurs du Tempie di Carcassonne, i Philadelphes di Narbona, il Chapitre des Rose-Croix di Montpellier, i Sublimes Elus de la Vérité...

1743 Prima apparizione pubblica del conte di San Germano. A Lione nasce il grado di Cavaliere Kadosch, che deve vendicare i Templari.

1753 Willermoz fonda la loggia della Parfaite Amitié.

1754 Martines de Pasqually fonda íl Tempio degli Elus Cohen (o forse lo fa nel 1760).

1756 Il barone von Hund fonda la Stretta Osservanza Templare. Qualcuno dice che sia ispirata da Federico II di Prussia. Vi si parla per la prima volta dei Superiori Sconosciuti. Qualcuno insinua che i Superiori Sconosciuti siano Federico e Voltaire.

1758 Arriva a Parigi San Germano e offre i suoi servizi al re come chimico esperto in tinture. Frequenta la Pompadour.

1759 Si formerebbe un Conseil des Empereurs d'Orient et d'Occident che tre anni dopo stenderebbe le Constitutions et règiement de Bordeaux da cui prenderebbe origine il Rito Scozzese Antico e Accettato (che però non appare ufficialmente che nel 1801). Tipico del rito scozzese sarà la moltiplicazione degli alti gradi sino a trentatré.

1760 San Germano in un'ambigua missione diplomatica in Olanda. Deve fuggire, viene arrestato a Londra e poi rilasciato. Dom Pernety fonda gli Illuminati di Avignone. Martines de Pasqually fonda i Chevaliers Magons Elus de 1'Univers.

1762 San Germano in Russia.

1763 Casanova incontra San Germano in Belgio: si fa chiamare de Surmont, e trasforma una moneta in oro.

Willermoz fonda il Souverain Chapitre des Chevaliers de l'Aigle Noire Rose-Croix.