Il Dies Irae di Tommaso da Celano (1200-1270) (TESTO INTEGRALE)

 

 

Questo testo anonimo, va attribuito per la maggior parte dei critici a Tommaso da Celano, biografo di San Francesco; ma c’è anche chi lo ha retrodatato al secolo XII. È uno dei testi più noti della liturgia cristiana, compreso nel messale romano come “sequenza dei morti” (si canta infatti nelle cerimonie funebri). Il componimento parrebbe riferirsi al giudizio universale, ma noi sappiamo che v’è anche e soprattutto un senso intimo, microcosmico dell’Apocalisse. Questo termine significa “rivelazione”. Tale rivelazione nel caso di Giovanni evangelista fu una visione enigmatica delle cose della fine, che poteva tranquillamente riguardare in particolare la sua anima. La divinità parla sempre a più livelli, e la rivelazione può essere un’irruzione improvvisa della voce di Dio nella tua vita, voce che distrugge tutte le false certezze e innesca una rivoluzione interiore, finalizzata ad un percorso di divinizzazione e abbandono volontario della natura umana. Una simile rivoluzione-rivelazione, seppur “lacrimosa”, come suggerisce il testo, è benedetta, perché punta dritto alla salvezza dalla Ruota del Destino in cui l’anima è intrappolata da quando ha svilito l’immagine e somiglianza divina. Quel che segue è il testo latino del Dies Irae con una traduzione che tenga conto dell’interpretazione in chiave microcosmica dell’Apocalisse. E’ molto suggestivo e risalta nella sua grandezza se sappiamo offrirgli una dimensione intima più che colletttiva

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Dies iræ dies illa,Solvet sæclum in favilla,

Teste David cum Sybilla.

Quel giorno sarà un giorno d’ira,

ridurrà lo spazio-tempo e la vecchia visione in cenere:

La Sibilla e David lo attestano.

Quantus tremor est futurus

Quando iudex est venturus,

Cuncta stricte discussurus!

Quanto panico si spargerà

Quando il Giudice Giusto si manifesterà a te

E ti svelerà la verità di questo mondo

Tuba mirum spargens sonum

Per sepulchra regionum

Coget omnes ante thronum.

Quando una voce di tromba emetterà un suono possente e severo

Sugli uomini morti allo spirito, ovunque essi siano,

e spingerà tutti gli eletti a cercare il trono divino

Mors stupebit, et natura,

Cum resurget creatura

Iudicanti responsura

I Signori della Morte si meraviglieranno e si adireranno, e anche la natura inferiore

Quando ogni essere di nuovo riemergerà alla vita spirituale

E inizierà ad auto-giudicarsi.

Liber scriptus proferetur

In quo totum continetur

Unde mundus iudicetur.

Sarà aperto dall’iniziato il libro dell’anima

In cui tutto è già contenuto

Da cui  mondo interiore sarà giudicato.

Iudex ergo cum sedebit,

Quidquid latet apparebit:

Nil inultum remanebit.

E quando il Giudice interiore infine dominerà sull’ego,

ciò che è immanifesto si vedrà

E nulla  invendicato rimarrà.

Quid sum miser tunc dicturus,

Quem patronum rogaturus,

Cum vix iustus sit securus?

Cosa allora, io povero essere, potrò dichiarare quando inizierò ad autogiudicarmi?

Qual difensore mi potrò cercare,

Se il giusto non è mai al sicuro dagli Arconti?

Rex tremendæ maiestatis

Qui salvandos salvas gratis,

Salva me, fons pietatis

Tu mio Re, mio Melkizedek di terrificante maestà,

Che salvi coloro che salvi per pura grazia,

Salvami, tu acqua di misericordia.

Recordare, Iesu pie,

Quod sum causa tuæ viæ:

Ne me perdas illa die.

Ricordati, Gesù pieno d’amore,

che sono il motivo del tuo sacrificio e tu il motivo del mio:

Fa’ sì che non mi perda in questa notte dell’anima.

Quærens me sedisti lassus,

Redemisti crucem passus:

Tantus labor non sit cassus.

A cercarmi ti sei spossato,

Crocifisso mi hai salvato:

un simile sacrificio non sia risultato invano

Iuste iudex ultionis,

Donum fac remissionis

ante diem rationis.

Oh giusto Giudice vendicatore,

sciogli il mio karma,

Prima del giorno in cui tu giudicherai tutti

Io mi giudico prima che sia tu a farlo

Ingemisco tamquam reus,

Culpa rubet vultus meus:

Supplicanti parce Deus.

Compresa la mia colpa ne sono sconvolto,

Mi  fa vergognare:

A me che ti imploro, Signore, dai ascolto.

Qui Mariam absolvisti,

Et latronem exaudisti,

Mihi quoque spem dedisti.

O tu che Maria sciogliesti dal karma

E che il ladrone esaudisti,

anche a me hai dato speranza.

Preces meæ non sunt dignæ,

Sed tu bonus fac benigne

Ne perenni cremer igne.

Indegne sono le mie preghiere,

Ma poiché bella clemenza usi avere,

Non farmi sempre possedere dal fuoco della natura inferiore.

Inter oves locum præsta

Et ab hædis me sequestra,

Statuens in parte dextra.

Un posto tra gli agnelli-prediletti riservami

E sottraimi dalla cerchia dei capri morti allo spirito,

Sicché alla tua destra possa sedermi.

Confutatis maledictis,

Flammis acribus addictis,

Voca me cum benedictis.

Siano confusi i maledetti Arconti e i loro accoliti, ,

Da aspre fiamme circondati,

Chiama me invece tra gli eletti salvati.

Oro supplex et acclinis,

Cor contritum quasi cinis:

Gere curam mei finis.

Ti prego e supplico, prostrato con la faccia a terra,

col cuore umile e pentito:

Abbi cura del mio destino.

Lacrimosa dies illa,

Qua resurget ex favilla

Iudicandus homo reus.

Pieno di pianto quel giorno sarà,

In cui dalla vecchia visione risorgerà

L’uomo colpevole che deve autogiudicarsi.

Huic ergo parce Deus:

Pie Iesu domine,

Dona eis requiem. Amen

Ma tu risparmialo, Signore,

Gesù pietoso,

Dona a lui  la pace eterna.

Il Dies Irae di Tommaso da Celano (1200-1270) (TESTO INTEGRALE)ultima modifica: 2009-02-04T15:21:00+01:00da mikeplato
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One Response

  1. Maurizio
    at |

    Bellissimo il Dies Irae… lo lo ho da tempo imparato a memoria per la densità del vero che contiene, e per il suo potere di ricondurre tutto e tutti alla loro vera essenza: un nulla peccatore.
    E’ preghiera realistica e umile in vista del nostro futuro prossimo quando, senza schermo né maschera alcuna, giungeremo al tremendo (da temere con cuore tremebondo e tuttavia confidente) incontro con la Verità in persona, Gesù Cristo, davanti al Nome al di sopra di ogni altro nome.
    Saluti, Maurizio.

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