Gli Ashishin, i cavalieri del Mahdi

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Di Mike Plato

Nel corso di due secoli di crociate, cavalieri francesi e guerrieri musulmani si affrontarono in campo aperto, ma una parte di entrambi gli schieramenti, in gran segreto, fraternizzarono e si incontrarono su un terreno molto diverso dal campo di battaglia: erano i Templari e gli Ashishin, conosciuti in occidente come Assassini. E’ documentato che il XVII Gran Maestro del Tempio, Guillaume de Sonnac, era legato da amicizia profonda col sultano del Cairo. Questa la verità ufficiale, ma c’era ben altro. I Templari (il cui Ordine era espressione dell’Ordine di Melkizedek in occidente, la cavalleria terrestre specchio della Cavalleria Celeste guidata dall’arcangelo Michele) erano in oriente per diversi scopi occulti, fra i quali fraternizzare con i fratelli iniziati arabi e scambiare informazioni preziose relative alla scienza sacra che entrambi coltivavano nel segreto. Nè l’ortodossia musulmana né quella cattolica sapevano che all’interno degli ordini sacri vi fossero potenti nuclei esoterici dediti all’alchimia e alla magia cerimoniale. Per due secoli, i Templari nascosero la verità del nucleo segreto noto come “Figli della Valle”, e solo quando trapelarono notizie, ancorché distorte, delle attività iniziatiche del nucleo ristretto, fu l’inizio della fine e gli squali si avventarono sul Tempio.  Analogo problema riguardava i loro “fratelli” musulmani gli “Ashishin”, noti come Ismailiti di Alamut o Batiniti (in arabo “seguaci di dottrine esoteriche”). Gli Ashishin furono l’Ordine musulmano con cui il Tempio contrasse legami di fraternità. I Vescovi di Roma non potevano tollerare che Cristiani, quali erano i Templari, avessero rapporti con infedeli islamici, né potevano capire perché ciò potesse accadere. Ma ciò accadeva, semplicemente perché questi due gruppi ermetici erano veri Fratelli in Spirito, membri segreti della “cavalleria celeste”. In verità, furono soprattutto gli Ashishin ad istruire i Templari sulla Tradizione e su tutte quelle informazioni e quei segreti ermetici che permisero un nuovo sviluppo in occidente.

La voce di Marco Polo
marcopolo.jpgMa chi erano realmente questi fantomatici Ashishin, tramandati dalla storia come implacabili killer dediti al misticismo? Nel Capitolo 31 de Il Milione, Marco Polo tratta il tema del “Prete Gianni” (1), che in un altro articolo abbiamo descritto come associabile al Re di Giustizia Melkitzedeq e al suo sacerdozio eterno (2). A questi era legato il gruppo mistico arabo degli Ashishin. Il capitolo viene denominato: “Del Veglio della Montagna e come fece il Paradiso e gli Assassini”. Vale la pena citare qualche passo per capire ancor meglio la Tradizione del Melkitzedeq, del Re di Giustizia tra gli Ashishin e le motivazioni occulte dell’Ordine. Tra parentesi ho inserito la spiegazione simbolica di alcuni passi: “Mulehet è una contrada nella quale anticamente soleva dimorare il Veglio (il Vecchio) detto della Montagna, perchè questo nome di Mulehet è come dire “luogo dove sono gli eretici”, nella lingua saracena (…). Ora vi racconteremo l’affare come Marco la intese da più uomini. Il Veglio è chiamato nella loro lingua Aloodyn (Aladino). Egli aveva fatto fare tra due montagne (le colonne del Tempio) in una valle il più bello e il più grande giardino del mondo(…). Ed in questo giardino non entrava se non colui che egli voleva fare Assassino. (…) Quando il Veglio li faceva entrare nel giardino, (…) egli faceva loro bere oppio, e quegli dormivano ben tre giorni (i tre giorni di buio). Quando i giovani si svegliavano (la rinascita), credevano di essere in paradiso. Il Veglio ha una bella e ricca corte e fa credere a quelli di quella montagna che egli era il Profeta di Dio (il Re-Sacerdote archetipale). E quando egli vuol mandare qualcuno di quei giovani in un preciso luogo, lo fa bere per addormentarlo, e lo invia fuori dal giardino. Quando quelli si svegliano e si trovano fuori, si meravigliano e sono molto tristi nel trovarsi fuori dal Paradiso, ed hanno gran voglia di tornarvi. E quando il Veglio vuole far uccidere qualcuno, sceglie l’adepto adatto allo scopo; e colui lo fa volentieri per ritornare nel paradiso (…) E quando il Veglio vuole far uccidere qualcuno, egli lo prende e dice: “Và, fa tal cosa, e questo te lo fò fare perchè ti voglio far ritornare al paradiso”. E gli Assassini vanno e lo fanno molto volentieri. Nessuno temeva la morte purchè facessero il comandamento e volontà del detto veglio, e si esponevano a ogni manifesto pericolo, disprezzando la vita presente; (…) E aveva costituito due suoi vicari (o meglio, vicariati), uno dalle parti di Damasco (cioè a Qumran, gli Esseni –) e l’altro in Kurdistan (gli Yezidi), che osservavano il medesimo ordine con li giovani che egli mandava”.

 

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Non consumavano Hashish
Il regno di cui si parla nel testo è un regno metafisico, un Reame superiore associabile alla Salem biblica o alla Agartha tibetana [3], cioè la dimora ultraterrena delle anime dei Giusti. Ma esisteva anche una dimora fisica rappresentante sulla terra di questo regno metafisico, cioé Alamut (dall’arabo aluh amut, nido dell’aquila), la Rocca ritenuta imprendibile, dimora del Gran Maestro degli Ashishin, Hasan Ibn Sabbah, il rappresentante terreno del Melkitzedeq-Prete Gianni, che organizzò la fratellanza di guerrieri nel 1090 circa. Marco Polo non aveva conoscenza iniziatica sufficiente per comprendere i fini dei misteriosi e temuti Ashishin. Si limitò a tramandare notizie di seconda mano, interpretandole secondo il suo metro letterale, e altrettanto fecero altri dopo di lui. Ancora nel XIX secolo Hammer-Purgstall, in Geshichte der Assassinen proiettò sugli Ismailiti il suo odio contro le società segrete, gettando le stesse assurde accuse che in Europa si attribuivano ai Templari e ai Massoni. In tutto il libro, aleggiano espressioni come “la loro dottrina odiosa”, “la loro dottrina malvagia e immorale”, “criminali divulgatori dell’ateismo”. Si deve poi a Silvestre de Sacy, nel suo Trattato sulla Religione dei Drusi, l’erronea etimologia del termine Ashishin dal presunto consumo di ashish da parte di questi cavalieri mistici. In realtà l’uso di droghe è sempre stato vietato ai membri di una comunità esoterica. L’uso di queste sostanze non si confà al principio della “vigilanza” che contraddistingue gli iniziati e gli Ashishin non facevano certo eccezione. Molti studiosi hanno sostenuto e dimostrato in maniera convincente che le espressioni “mangiatori o consumatori di hashish” venissero utilizzate solo dai nemici degli Ismailiti, mentre non compaiono nelle fonti e nelle cronache musulmane. Tali espressioni furono usate solo nel senso dispreggiativo di “nemici” o di “persone non raccomandabili”. I vertici erano formati, in realtà, da potenti alchimisti il cui obiettivo era la trasmutazione umana.  Il termine Ashish o Ashash proverrebbe dal termine arabo “Asas”, Guardiano o Vigilante. Questo a sua volta, ritengo abbia origine da uno dei nomi di Melkizedek, “Azaz-El”, cioè “Dio Guardiano”, perché Azazel-Semeyaza era conosciuto nel Libro di Enoch come il Capo dei Vigilanti. Ciò associerebbe gli Ashashin alla Tradizione essena del Melkizedek (sebbene sul versante islamico), che essi codificavano con il termine “Vecchio della Montagna”. Non solo. Un ulteriore e importante livello di interpretazione è il termine arabo “Hazaz” o “Hasas” che significa “Forte”, in linea con l’appellativo degli esseni come i “Figli della Forza”.

Futuwwat, la cavalleria

Se è vero che la mistica del Graal e il segreto della Pietra alchemica furono custoditi dai “muslin” iniziati prima ancora che dai Templari, non temo di sbagliare nell’identificare negli Ashishin il segreto Ordine del Graal operante in ambito islamico e autorità iniziatica assoluta in quel preciso momento storico. E’ noto che al confronto dell’Europa dell’anno 1000, la cultura araba sembrava avanti di cinque secoli sotto diversi aspetti. Grande dev’essere stata la sorpresa dei nove primi templari quando furono ammessi in un mondo che non immaginavano così avanzato. Fu forse Hasan Ibn Sabbah, il Gran Maestro del tempio Ashishin, che Ugo de Payns e gli altri Templari fondatori conobbero come Maestro Assoluto e loro iniziatore? Lo ritengo probabile e se ne trova traccia occulta nel romanzo del ciclo del Graal, Parzival, del templare Wolfram Von Eschenback, in cui Gahmureth, figlio di una razza eletta, per compiere il suo voto di cavalleria celeste, viene posto al servizio della più alta autorità spirituale conosciuta che non era il Papa bensì il Califfo di Baghdad, dietro cui si cela il principio assoluto del Melkitzedeq, interpretato da Ibn Arabi e da tutto il sufismo come il Khalifah totalizzante (l’Uomo Cosmico), ovvero il Baruk, il nome che l’Islam esoterico dava al Re del Mondo. Ricordo che un altro nome di Baghdad è “Dar es-Salam (Casa della Pace)” che, insieme alla Jeru-Salem (la città della Pace), è il simbolo della Salem archetipica, il Regno Primordiale e Centro Spirituale Supremo del Re di Giustizia Melkitzedeq.
Gli Ashishin erano la branca militare-cavalleresca dell’Ismalismo, ma un ismailismo riformato e a forte contenuto iniziatico. Il termine arabo “futuwwat” (cavalleria) racchiude una serie di significati che nell’insieme sono gioventù, ardimento, generosità, energia, attitudine al combattimento, e annientamento del proprio ego in funzione del conseguimento di una spiritualità superiore. La varietà dei valori cavallereschi è troppo ampia per essere qui descritta. E’ anche difficile citare le oltre duecento definizioni del fondamentale “Libro della Cavalleria”, scritto intorno all’anno mille da Abd ar-Rashman as-Sulami, uno dei primi e più popolari maestri sufi della civiltà islamica. Il Fata (cavaliere) deve essere dotato di coraggio, e consapevole che il suo obiettivo ultimo è l’annullamento in Dio. La Futuwwat, la cavalleria, è un principio iniziatico–esoterico, è una via mistico-ascetica; è come scrive Abu Hafs “procedere alla distruzione degli idoli, ove l’idolo è l’uomo stesso, il suo corpo-simulacro”. Per il cavaliere iniziato musulmano, il fine era l’edificazione del tempio interiore, come per i Templari era l’edificazione della Gerusalemme Celeste interiore. Il Fata (cavaliere) era investito di questo da un Maestro Spirituale o Capo di un’organizzazione iniziatica, detto Shaykh. Lo Shaykh era sostanzialmente un “Risvegliato”. E’ un termine palesemente simile al termine “Shaqin”, che indica la “Viva Presenza di Dio”. I Sufi arabi lo chiamavano “Shaykh Pir (Saggia Guida)”.

Menzogne e gnosi
Il quadro generale dell’Islam dell’XI sec. non è quello di una società monolitica comparabile al cristianesimo della stessa epoca. Se la tradizione sunnita è ortodossa e religiosa, lo sciismo ismailita si orienta verso la mistica e il sistema iniziatico-alchemico: in breve verso l’ermetismo, verso quella sacra e segreta Tradizione che punta alla fusione dell’umano col divino. Lo sciismo ismailita era l’esoterismo dell’Islam e il suo credo era il versetto coranico: “Noi proponemmo il deposito dei nostri segreti ai cieli e alla terra e ai monti. Ma solo l’uomo accettò di incaricarsene. E’ un violento e un incosciente (33:72)”. Questo verso che fu assunto anche da Pico della Mirandola come pietra di fondamento del suo De Dignitate Hominis, illustra il motivo strutturante della nascita degli Ashishin così come dei Templari: la custodia della Terra Santa, termine iniziatico per indicare la vigilanza sulla propria anima, e la difesa del deposito della Tradizione Primordiale e della scienza sacra, le cui chiavi riconducono l’uomo alla sua originaria condizione divina, riscattandolo dalla condizione di Angelo caduto nella materia. Insomma, agli inizi del secondo millennio, il sacro deposito della Tradizione fu custodito e tramandato, in medio oriente e in occidente, da due ordini a carattere cavalleresco-guerriero, onde proteggerlo con ogni mezzo necessario. Il compito fu ben assolto, pur avendo subìto i due ordini una macchinazione denigratoria senza eguali, accusati di essere adoratori del Diavolo, maghi neri o spietati killer fedeli ad un satanico “Veglio della Montagna”. Le descrizioni e le fantasie medievali di autori come Marco Polo hanno creato una leggenda che le moderne ricerche storiche stentano a dissipare, e ancor oggi molti disinformati, o avversari della gnosi sacra, perseverano nel raccontare menzogne su queste fratellanze. Al contrario, Maurice Bouisson, nel suo Magic, Its Rites and History, sebbene gli Assassini vi assumano un ruolo marginale, dedica un intero capitolo al loro Gran Maestro. L’autore suggerisce di tornare alle “teorie magiche del vicino oriente” del secolo XI, dove c’era “una fratellanza straordinaria e un mago (cioè Hasan Ibn Sabbah, il Gran Maestro N.d.A.) la cui vita non ha bisogno di essere romanticizzata”.

La Grande Resurrezione
hasan.jpgHasan era un erudito, impregnato di mistica sufi e dotato di un carisma eccezionale. Il suo processo di conversione iniziò durante una “severa e pericolosa malattia”. Nel resoconto auto-biografico della sua vita, il Sar-Guzasht-i-Sayddna (Avventure del nostro Signore), Hasan scrive che durante la malattia gli sembrò che Dio desiderasse che la sua carne e il suo sangue divenissero qualcosa di diverso: “Dio cambiò la sua carne in qualcosa di meglio che la sua carne e il suo sangue in qualcosa di meglio che il suo sangue”. Si tratta del fine della Grande Opera dell’alchimia: la transustanziazione dell’anima carnale. Il pensiero di morire senza accettare questa verità rivelata e poterla compiere, fu sufficiente a farlo convertire e a riprendersi dalla sua malattia, ottenendo l’iniziazione nella Gran Loggia Ismailita, se è vero quanto documentato da Hammer-Purgstall. Hasan era un prodigio nello studio della teologia e il suo grado di erudizione sorprendente. Egli divenne Gran Maestro di Alamut nel 1162, organizzando gli Ismailiti come un vero Ordine esoterico, una Batiniyya – gli Interni o Esoterici – come da sempre vengono chiamati gli Iniziati. Fu un rivoluzionario geniale, poiché elaborò e mise in pratica la nuova dottrina (da’wa) degli IsmaIiti, che progressivamente prese il posto della vecchia dottrina fatimida del Cairo.  Nel 1164, egli proclamò la Grande Resurrezione (Qiyamat al Qyiyamat) davanti a tutti gli adepti riuniti sulla terrazza più alta di Alamut. In qualità di Imam e di Mawlana (nostro Signore), dichiarò che il vero ed eterno Imam (Guida interiore, il Melkitzedeq) è l’Hojjat supremo, il garante che risponde per la divinità inconoscibile, il Portatore di Luce e Verità in ogni tempo. Se il Corano insegna che “chi conosce sé stesso conosce il suo Signore”, analogamente gli Ismailiti di Alamut affermavano che “chi conosce sé stesso, conosce il suo Imam”, e “colui che muore senza aver conosciuto il suo Imam, muore della morte degli incoscienti”.  Gli Ismailiti di Alamut erano decisamente più avanzati spiritualmente degli Ismailiti Fatimidi. Se per questi ultimi, il profeta (Maometto) che porta la Legge era la prima autorità, per i primi la vera autorità era l’Imam interiore a cui va incontro il profeta di ogni epoca, proprio come Giovanni Battista andò incontro al Gesù del suo essere e Gesù andò incontro al Cristo. Se volessimo trasporre la dottrina di Alamut nelle vicende misteriche dei Vangeli, ne dedurremmo che Giovanni, Gesù e Cristo (uomo o profeta carnale, anima e spirito) sono il Profeta, l’Hojjat e l’Imam : tre in uno, il Trismegisto, i tre che si sintetizzano nell’Uno. La vera Guida non è il Nabi (Giovanni o Maometto), tant’è che Giovanni dice che “verrà uno dopo di me” ma l’Imam eterno nascosto in lui, il Cristo. In tal senso, non è la Legge portata dal profeta legislatore Nabi Rasul ad avere la supremazia ma la via iniziatica (walayat), che è la vera fonte della legge, perché la legge è solo l’aspetto esteriore di una dottrina eterna e immodificabile, espressione materiale ed esteriore di ben altra legge interiore che si manifesta in questo piano e si adegua alle mutazioni dei tempi. La proclamazione di Hasan implicava l’avvento di un puro Islam spirituale, libero da ogni spirito legalitario, da ogni schiavitù rispetto alla Legge religiosa (la shari’at o dogma), l’avvento di una religione personale della Resurrezione che è rinascita spirituale, poiché permette di scoprire e vivere il senso interno delle Rivelazioni profetiche. La rivoluzione di Alamut era una dichiarazione di guerra al sistema-mondo, gestito da potenti forze demoniche, attraverso un’insurrezione dello spirito contro ogni servitù, materiale o astrale che fosse. Si voleva convincere gli esseri umani che l’unico modo per sfuggire alla schiavitù delle Potenze astrali era la scienza iniziatica tesa all’unione dell’elemento umano con quello divino, e non la sterile adesione al dogma. Questa doveva essere la grande Rivoluzione proclamata da Hasan Ibn Sabbah. Non è difficile immaginare che fosse anche questo uno degli obiettivi segreti e basilari dell’attività dell’Ordine del Tempio nell’occidente cattolico, oppresso dal dogma, e ciò spiega l’intima fratellanza fra i due Ordini, aggrediti poi dalle autorità religiose e politiche, più o meno nello stesso momento storico.  Hasan Ibn Sabbah per 35 anni diresse la fratellanza dalla sua fortezza di Alamut, sul massiccio dell’Elbruz a ridosso del Mar Caspio, ove gli Assassini vivevano in uno stato di ascetismo e austerità. Mai si allontanò dalla fortezza in cui organizzò un’imponente biblioteca esoterica. Hassan era chiamato “Sayddna (Signore)” e “Shayk al Jebel (Signore della Montagna)” poiché era il Re-Sacerdote-Maestro della Comunità. Egli stava ai suoi come Melkitzedeq sta a tutti Figli della Luce dispersi in questo piano.  La fortezza, come le altre commende ismailite in Iran, venne distrutta dai Mongoli nel 1256. L’ultimo Gran Maestro, Hasan II, morì pugnalato da congiurati fedeli all’ortodossia islamica. Gli Assassini furono perseguitati e dispersi definitivamente all’inizio del ‘300, proprio mentre i fratelli templari venivano spazzati via in Europa. Ma questo non segnò affatto la fine dell’Ismailismo riformato di Alamut, il quale non fece che rientrare nella clandestinità prendendo il mantello del sufismo.

 

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Tempalri e Asshishin: Fratelli
L’Ordine degli Ashishin riposava su due poli: lo studio del Corano e della Bibbia in un’ottica ermetica (batin, livello di interpretazione spirituale) e il nobile esercizio delle armi. Sospette similitudini vi erano con l’Ordine dei Templari: rifiutavano le lettere e ponevano l’accento sul simbolo piuttosto che sulla scorza letterale, e si lanciarono nell’investigazione di tutti i territori della ricerca spirituale. L’Islam ortodosso non poteva accettare un simile orientamento. Inoltre con i Templari condividevano gli stessi tempi di manifestazione, la medesima pratica iniziatica basata su di un codice cavalleresco, l’obbedienza assoluta ad una gerarchia interna specchio di quella celeste, l’esistenza di un Ordine interno costituito da sette membri conosciuti e da sette sconosciuti. Questi sette erano il corrispondente dei sette “abdal” della scienza iniziatica sufi: i sette cieli o sette virtù risanatrici. Infine un’organizzazione similare: Refik-Cavalieri, Fedavi-Scudieri, Lassik-Sergenti, Daikebir-Priori, Dais-Gran Priori, Sheyk al Djebel-Gran Maestro. I loro colori simbolici, rosso e bianco, erano i medesimi. La sparizione dei due ordini fu quasi simultanea.
La Cerca dell’Imam rappresentava per gli ismaeliti ciò che la Cerca del Graal rappresentava per i Cavalieri mistici occidentali. Erano entrambi custodi di Pace e Giustizia. Entrambi i gruppi conoscevano il senso segreto delle sacre scritture, tenendo conto che gli Ordini studiavano Bibbia e Corano. L’intesa tra i due Ordini era strettissima, volta all’elaborazione di un sincretismo filosofico tra la mezzaluna e la croce, sul quale realizzare l’utopia della pacificazione universale che il qabalista cristiano Pico della Mirandola, qualche secolo più tardi, idealizzò con la “pax unifica”. Perfino il simbolo essenziale dei due Ordini era comune: la coppa del Graal e la coppa del Futuwwat, usata per la bevuta rituale nel banchetto iniziatico del nuovo cavaliere investito (fata). Entrambi si ricollegano alla tradizione del “cratere (coppa)” citata nel Corpo Ermetico, e alla tradizione del “calderone” celtico, tradizione che invita gli uomini di buona volontà ad immergersi in esso per emergerne trasmutati e purificati. Gli Assassini usavano indossare anche un berretto frigio rosso, segno della loro affiliazione ai più antichi misteri di Mithra e di qui a quelli iranici-zoroastriani. Cooper e Oakley, in Massoneria e Simbolismo Medievale, sostenevano non a torto che i Templari conquistarono tutti i possedimenti del Vecchio della Montagna perché avevano intuito il “coraggio soprannaturale”  degli Assassini. I fida’i (iniziati guerrieri) pare fossero ammessi nell’Ordine del Tempio e successivamente i Templari stessi accettarono le regole e le istituzioni degli Assassini che avevano sottomesso. E’ noto che i templari spagnoli, dopo i processi di condanna al Tempio, passarono in blocco ai Saraceni, anziché confluire in altri ordini occidentali. In realtà, essendo fratelli, si dovrebbe parlare di integrazione reciproca e non di sottomissione. Il libro svela anche che il templare Gauthier von Montbar era pratico degli insegnamenti misterici legati all’Islam e li trapiantò in Europa. Molti esperti sostengono l’anomalia e l’atipicità dei due ordini. Ovviamente, si tratta di Ordini legati strettamente al superiore Ordine della Luce di Melkitzedeq e ad una catena iniziatica che affonda le sue radici in un tempo remoto; ordini la cui finalità è ignota alla maggioranza, e che invece consisteva nel portare luce in un sistema ancor oggi oscuro, e destinato a continuare il filo della Tradizione Primordiale. Hammer-Purgstall, che pure aveva dissacrato gli Assassini, rivelò una notizia inaspettata che poco ha a che vedere con le menzogne narrate, ma che conferma piuttosto le reali finalità della Fratellanza. Egli affermò che le antiche dottrine esoteriche dei sacerdoti egizi furono trasferite nel medioevo agli Ismailiti di Alamut: “L’intero corpo delle pratiche occulte e dei segreti degli antichi sacerdoti egiziani come l’alchimia, la rabdomanzia, la ricerca della pietra filosofale e l’uso di talismani, furono trasferiti dall’antica accademia di Heliopoli alla “Casa o Fortezza della Scienza (il corrispondente delle Case di Vita degli egizi) degli Ismailiti”. Hammer-Purgstall rivelò che nel 1004, sotto la dinastia dei fatimidi, fu fondata la Loggia del Cairo allo scopo di preservare questi segreti. Da quel momento, il Capo (Da’i) degli Ismailiti fu sempre residente al Cairo, ove studiò anche Hasan Ibn Sabbah. Hammer-Purgstall non venne a sapere né peraltro poteva intuire, che furono gli Esseni i veri eredi dei misteri di Eliopoli. Questi misteri furono trasferiti agli Ismailiti per il tramite dei Fratelli Terapeuti egizi e della Scuola Astrale di Harràn.

Assassini dell’Ego
I gradi di iniziazione degli Ashishin erano nove, in accordo con le nove emanazioni corrispondenti alle nove Sephiroth dell’Albero della qabala (3) e alle nove gerarchie celesti della Tradizione. La maggior parte dei membri iniziati erano Da’i, ma in proporzione, la maggior parte degli Ismailiti nel loro insieme appartenevano al settimo gruppo, ai Fida’i. La ben nota fedeltà dei Fida’i, chiamati Martiri, Devoti o Angeli Sterminatori (in senso interiore), ispirò molte leggende. In effetti, i Fida’i iniziati erano i veri “Assassini”, semplicemente perché essi si ispiravano alla figura di Michele, Sacerdote sacrificatore. L’assassinio (martirio) era compiuto nei confronti di sé stessi per far emergere la propria luce interiore e riconquistare lo stato edenico perduto. I fratelli sufi davano a questo processo il nome di Fanà (auto-annientamento) e lo rappresentavano con la grande guerra santa Jiadh da combattere contro gli istinti, le passioni e i vizi della bestia (anima carnale). Per questo Marco Polo, senza capire di cosa parlasse, parlava della promessa fatta da lo Veglio agli assassini di tornare nel Paradiso a missione compiuta, quella stessa missione che fu compiuta da Gesù sacrificatore e sacrificato a sé stesso attraverso l’iter alchemico della Croce. Il pensiero gnostico degli Ismailiti Ashishin puntava decisamente sulla distinzione tra essoterico e il suo senso nascosto, l’esoterico; e poiché questo è superiore a quello, in quanto dalla sua comprensione dipende il progresso spirituale dell’adepto, l’essoterico non è altro che un guscio che va frantumato una volta per tutte. Se l’adepto spirituale agisce in accordo con il senso nascosto spirituale, gli obblighi della scrittura sono aboliti per lui, liberandosi anche dal destino (karma). Le verità esoteriche (haqa’iq), venivano interpretate dal successore di ciascun Profeta Maggiore chiamato Wasi o da un Sami (colui che è silenzioso), il cui compito era di spiegare il batin, il senso occulto delle Scritture e della Legge. Ogni Legato a sua volta era seguito da una serie di sette Imam, il settimo dei quali diventava il successivo Profeta Messaggero della serie. Questa serie ciclica si sarebbe dovuta concludere con l’avvento del Mahdi, l’ultimo dei Profeti Messaggeri, che avrebbe dovuto rendere pubblica la dottrina esoterica, inaugurando un’èra di pura conoscenza spirituale. La teologia ismailita aveva dunque un carattere profetico-apocalittico, alla maniera degli Esseni. Le haqa’iq trascendevano la ragione umana; esse derivavano dalle dottrine gnostiche, e consideravano il mondo fisico e spirituale in termini neo-platonici.  L’apocalisse, per gli Ismailiti come per gli esoteristi illuminati, non è semplicemente il compimento di una prospettiva escatologica, ma è un’insurrezione dello Spirito contro ogni servitù. In effetti, l’apocalisse (rinnovamento) è in primo luogo qualcosa di interiore. Gli iniziati Ashishin puntavano al risveglio, e questa era la loro personale apocalisse. I Templari agiranno sullo stesso solco, sulla base del principio esposto da Gesù, in Giovanni 12:24: “Se il chicco di grano non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto…Chi ama la sua vita, la perde; chi la odia, la guadagnerà per la vita eterna”. Il vero cavaliere spirituale rinuncia alla sua vita per un bene più grande. Questa era la grandezza dei Cavalieri di Hasan Ibn, Sabbah, grandezza che solo coloro che percorrono lo stesso itinerario spirituale possono comprendere.

Gli Ashishin, i cavalieri del Mahdiultima modifica: 2009-03-15T16:19:00+01:00da mikeplato
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2 Responses

  1. lleyton-isterix
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    Ho completato la procedura di creazione account e sono stato rimbalzato a questo post, non so se funzioni ma provo a scrivere.

  2. Pahlavi savoia Garro
    at |

    concordo ed attendo, essendo sttato consacrato sia all’Altisimo ( linee a stola scerdotale sul collo e sullo sterno ed a sette anni, circa, una consacrazione nizarita, ben visibile sulla fronte.
    http://www.palhevisavoia.org.

    Sperando,…..Grazie! Pahlavi Savoia Garro nato a Theran il 12 11 1957, Per lo stato italiano Ivano Tassone.

    brescia 2 otobre 2009

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