L’IMITAZIONE DI CRISTO (TESTO INTEGRALE)

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L’IMITAZIONE DI CRISTO è, dopo la Bibbia, il testo più diffuso di tutta la letteratura cristiana occidentale. Il testo è in lingua latina e ne è sconosciuto l’autore. La rosa di nomi a cui attribuire l’opera è, sostanzialmente, ridotta a tre figure: il monaco agostiniano Tommaso da Kempis, a Jean Gerson o a Giovanni Gersen. Scritto durante il periodo medievale, oggetto dell’opera è la via da percorrere per raggiungere la perfezione ascetica, seguendo le orme di Gesù. Si contano attualmente oltre settecento manoscritti e più di tremila edizioni in oltre cento lingue. È un testo tuttora considerato di riferimento per tutte le Chiese cristiane (cattolicaprotestante e ortodossa).

 

di Tommaso da Kempis
(Thomas Hamerken, 1380-1471)

Libro I
INCOMINCIANO LE ESORTAZIONI UTILI
PER LA VITA DELLO SPIRITO
Capitolo I
L’IMITAZIONE DI CRISTO
E IL DISPREZZO DI TUTTE LE VANITA’ DEL MONDO
“Chi segue me non cammina nelle tenebre” (Gv 8,12), dice il Signore. Sono
parole di Cristo, le quali ci esortano ad imitare la sua vita e la sua condotta, se
vogliamo essere veramente illuminati e liberati da ogni cecità interiore.
Dunque, la nostra massima preoccupazione sia quella di meditare sulla vita di
Gesù Cristo. Già l’insegnamento di Cristo è eccellente, e supera quello di tutti i
santi; e chi fosse forte nello spirito vi troverebbe una manna nascosta. Ma
accade che molta gente trae un ben scarso desiderio del Vangelo dall’averlo
anche più volte ascoltato, perché è priva del senso di Cristo. Invece, chi vuole
comprendere pienamente e gustare le parole di Cristo deve fare in modo che
tutta la sua vita si modelli su Cristo. Che ti serve saper discutere
profondamente della Trinità, se non sei umile, e perciò alla Trinità tu dispiaci?
Invero, non sono le profonde dissertazioni che fanno santo e giusto l’uomo; ma
è la vita virtuosa che lo rende caro a Dio. Preferisco sentire nel cuore la
compunzione che saperla definire. Senza l’amore per Dio e senza la sua grazia,
a che ti gioverebbe una conoscenza esteriore di tutta la Bibbia e delle dottrine
di tutti i filosofi? “Vanità delle vanità, tutto è vanità” (Qo 1,2), fuorché amare
Dio e servire lui solo. Questa è la massima sapienza: tendere ai regni celesti,
disprezzando questo mondo. Vanità è dunque ricercare le ricchezze, destinate a
finire, e porre in esse le nostre speranze. Vanità è pure ambire agli onori e
montare in alta condizione. Vanità è seguire desideri carnali e aspirare a cose,
per le quali si debba poi essere gravemente puniti. Vanità è aspirare a vivere a
lungo, e darsi poco pensiero di vivere bene. Vanità è occuparsi soltanto della
vita presente e non guardare fin d’ora al futuro. Vanità è amare ciò che passa
con tutta rapidità e non affrettarsi là, dove dura eterna gioia. Ricordati spesso
di quel proverbio: “Non si sazia l’occhio di guardare, né mai l’orecchio è sazio
di udire” (Qo 1,8). Fa’, dunque, che il tuo cuore sia distolto dall’amore delle
cose visibili di quaggiù e che tu sia portato verso le cose di lassù, che non
vediamo. Giacché chi va dietro ai propri sensi macchia la propria coscienza e
perde la grazia di Dio.

Capitolo II
L’UMILE COSCIENZA DI SE’
L’uomo, per sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non si ha il
timor di Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore è più
apprezzabile di un sapiente che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli
è veramente, vada studiando i movimenti del cielo. Colui che si conosce a fondo
sente di valere ben poco in se stesso e non cerca l’approvazione degli uomini.
Dinanzi a Dio, il quale mi giudicherà per le mie azioni, che mi gioverebbe se io
anche possedessi tutta la scienza del mondo, ma non avessi l’amore? Datti pace
da una smania eccessiva di sapere: in essa, infatti, non troverai che sviamento
grande ed inganno. Coloro che sanno desiderano apparire ed essere chiamati
sapienti. Ma vi sono molte cose, la cui conoscenza giova ben poco, o non giova
affatto, all’anima. Ed è tutt’altro che sapiente colui che attende a cose diverse
da quelle che servono alla sua salvezza. I molti discorsi non appagano l’anima;
invece una vita buona rinfresca la mente e una coscienza pura dà grande fiducia
in Dio. Quanto più grande e profonda è la tua scienza, tanto più severamente
sarai giudicato, proprio partendo da essa; a meno che ancor più grande non sia
stata la santità della tua vita. Non volerti gonfiare, dunque, per alcuna arte o
scienza, che tu possegga, ma piuttosto abbi timore del sapere che ti è dato.
Anche se ti pare di sapere molte cose; anche se hai buona intelligenza, ricordati
che sono molte di più le cose che non sai.
Non voler apparire profondo (Rm 11,20;12,16); manifesta piuttosto la tua
ignoranza. Perché vuoi porti avanti ad altri, mentre se ne trovano molti più
dotti di te, e più esperti nei testi sacri? Se vuoi imparare e conoscere qualcosa,
in modo spiritualmente utile, cerca di essere ignorato e di essere considerato
un nulla. E’ questo l’insegnamento più profondo e più utile, conoscersi
veramente e disprezzarsi. Non tenere se stessi in alcun conto e avere sempre
buona e alta considerazione degli altri; in questo sta grande sapienza e
perfezione. Anche se tu vedessi un altro cadere manifestamente in peccato, o
commettere alcunché di grave, pur tuttavia non dovresti crederti migliore di
lui; infatti non sai per quanto tempo tu possa persistere nel bene. Tutti siamo
fragili; ma tu non devi ritenere nessuno più fragile di te.
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Capitolo III
L’AMMAESTRAMENTO DELLA VERITA’
Felice colui che viene ammaestrato direttamente dalla verità, così come essa è,
e non per mezzo di immagini o di parole umane; ché la nostra intelligenza e la
nostra sensibilità spesso ci ingannano, e sono di corta veduta. A chi giova
un’ampia e sottile discussione intorno a cose oscure e nascoste all’uomo; cose
per le quali, anche se le avremo ignorate, non saremo tenuti responsabili, nel
giudizio finale? Grande nostra stoltezza: trascurando ciò che ci è utile, anzi
necessario, ci dedichiamo a cose che attirano la nostra curiosità e possono
essere causa della nostra dannazione. “Abbiamo occhi e non vediamo” (Ger
5,21). Che c’importa del problema dei generi e delle specie? Colui che ascolta la
parola eterna si libera dalle molteplici nostre discussioni. Da quella sola parola
discendono tutte le cose e tutte le cose proclamano quella sola parola; essa è “il
principio” che continuo a parlare agli uomini (Gv 8,25). Nessuno capisce,
nessuno giudica rettamente senza quella parola. Soltanto chi sente tutte le cose
come una cosa sola, e le porta verso l’unità e le vede tutte nell’unità, può avere
tranquillità interiore e abitare in Dio nella pace. O Dio, tu che sei la verità
stessa, fa’ che io sia una cosa sola con te, in un amore senza fine. Spesso mi
stanco di leggere molte cose, o di ascoltarle: quello che io voglio e desidero sta
tutto in te. Tacciano tutti i maestri, tacciano tutte le creature, dinanzi a te: tu
solo parlami. Quanto più uno si sarà fatto interiormente saldo e semplice, tanto
più agevolmente capirà molte cose, e difficili, perché dall’alto egli riceverà lume
dell’intelletto. Uno spirito puro, saldo e semplice non si perde anche se si
adopera in molteplici faccende, perché tutto egli fa a onore di Dio, sforzandosi
di astenersi da ogni ricerca di sé. Che cosa ti lega e ti danneggia di più dei tuoi
desideri non mortificati? L’uomo retto e devoto prepara prima, interiormente,
le opere esterne che deve compiere. Così non saranno queste ad indurlo a
desideri volti al male; ma sarà lui invece che piegherà le sue opere alla scelta
fatta dalla retta ragione. Nessuno sostiene una lotta più dura di colui che cerca
di vincere se stesso. Questo appunto dovrebbe essere il nostro impegno:
vincere noi stessi, farci ogni giorno superiori a noi stessi e avanzare un poco
nel bene. In questa vita ogni nostra opera, per quanto buona, è commista a
qualche imperfezione; ogni nostro ragionamento, per quanto profondo,
presenta qualche oscurità. Perciò la constatazione della tua bassezza costituisce
una strada che conduce a Dio più sicuramente che una dotta ricerca filosofica.
Non già che sia una colpa lo studio, e meno ancora la semplice conoscenza
delle cose – la quale è, in se stessa, un ben ed è voluta da Dio -; ma è sempre
cosa migliore una buona conoscenza di sé e una vita virtuosa. Infatti molti
vanno spesso fuori della buona strada e non danno frutto alcuno, o scarso
frutto, di bene, proprio perché si preoccupano più della loro scienza che della
santità della loro vita. Che se la gente mettesse tanta attenzione nell’estirpare i
vizi e nel coltivare le virtù, quanta ne mette nel sollevare sottili questioni
filosofiche non ci sarebbero tanti mali e tanti scandali tra la gente; e nei
conviventi non ci sarebbe tanta dissipazione. Per certo, quando sarà giunto il
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giorno del giudizio, non ci verrà chiesto che cosa abbiamo studiato, ma
piuttosto che cosa abbiamo fatto; né ci verrà chiesto se abbiamo saputo parlare
bene, ma piuttosto se abbiamo saputo vivere devotamente. Dimmi: dove si
trovano ora tutti quei capiscuola e quei maestri, a te ben noti mentre erano in
vita, che brillavano per i loro studi? Le brillanti loro posizioni sono ora tenute
da altri; e non è detto che questi neppure si ricordino di loro. Quando erano
vivi sembravano essere un gran che; ma ora di essi non si fa parola. Oh, quanto
rapidamente passa la gloria di questo mondo! E voglia il cielo che la loro vita
sia stata all’altezza del loro sapere; in questo caso non avrebbero studiato e
insegnato invano. Quanti uomini si preoccupano ben poco di servire Iddio, e si
perdono a causa di un vano sapere ricercato nel mondo. Essi scelgono per sé la
via della grandezza, piuttosto di quella dell’umiltà; perciò si disperde la loro
mente (Rm 1,21). Grande è, in verità, colui che ha grande amore; colui che si
ritiene piccolo e non tiene in alcun conto anche gli onori più alti. Prudente è, in
verità, colui che considera sterco ogni cosa terrena, al fine di guadagnarsi
Cristo (Fil 3,8). Dotto, nel giusto senso della parola, è, in verità, colui che fa la
volontà di Dio, buttando in un canto la propria volontà.
Capitolo IV
LA PONDERATEZZA NELL’AGIRE
Non dobbiamo credere a tutto ciò che sentiamo dire; non dobbiamo affidarci a
ogni nostro impulso. Al contrario, ogni cosa deve essere valutata alla stregua
del volere di Dio, con attenzione e con grandezza d’animo. Purtroppo, degli
altri spesso pensiamo e parliamo più facilmente male che bene: tale è la nostra
miseria. Quelli che vogliono essere perfetti non credono scioccamente
all’ultimo che parla, giacché conoscono la debolezza umana, portata alla
malevolenza e troppo facile a blaterare. Grande saggezza, non essere
precipitosi nell’agire e, d’altra parte, non restare ostinatamente alle nostre
prime impressioni. Grande saggezza, perciò, non andare dietro a ogni discorso
della gente e non spargere subito all’orecchio di altri quanto abbiamo udito e
creduto. Devi preferire di farti guidare da uno migliore di te, piuttosto che
andare dietro alle tue fantasticherie; prima di agire, devi consigliarti con
persona saggia e di retta coscienza. Giacché è la vita virtuosa che rende l’uomo
l’uomo saggio della saggezza di Dio, e buon giudice in molti problemi. Quanto
più uno sarà inutilmente umile e soggetto a Dio, tanto più sarà saggio, e pacato
in ogni cosa.
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Capitolo V
LA LETTURA DEI LIBRI DI DEVOZIONE
Nei libri di devozione si deve ricercare la verità, non la bellezza della forma.
Essi vanno letti nello spirito con cui furono scritti; in essi va ricercata l’utilità
spirituale, piuttosto che l’eleganza della parola. Perciò dobbiamo leggere anche
opere semplici, ma devote, con lo stesso desiderio con cui leggiamo opere dotte
e profonde. Non lasciarti colpire dal nome dello scrittore, di minore o
maggiore risonanza; quel che ci deve indurre alla lettura deve essere il puro
amore della verità. Non cercar di sapere chi ha detto una cosa, ma bada a ciò
che è stato detto. Infatti gli uomini passano, “invece la verità del Signore resta
per sempre” (Sal 116,2); e Dio ci parla in varie maniere, “senza tener conto
delle persone” (1Pt 1,17). Spesso, quando leggiamo le Scritture, ci è di ostacolo
la nostra smania di indagare, perché vogliamo approfondire e discutere là dove
non ci sarebbe che da andare avanti in semplicità di spirito. Se vuoi trarre
profitto, leggi con animo umile e semplice, con fede. E non aspirare mai alla
fama di studioso. Ama interrogare e ascoltare in silenzio la parola dei santi. E
non essere indifferente alle parole dei superiori: esse non vengono pronunciate
senza ragione.
Capitolo VI
GLI SREGOLATI MOTI DELL’ANIMA
Ogni qual volta si desidera una cosa contro il volere di Dio, subito si diventa
interiormente inquieti. Il superbo e l’avaro non hanno mai requie; invece il
povero e l’umile di cuore godono della pienezza della pace. Colui che non è
perfettamente morto a se stesso cade facilmente in tentazione ed è vinto in
cose da nulla e disprezzabili. Colui che è debole nello spirito ed è, in qualche
modo, ancora volto alla carne e ai sensi, difficilmente si può distogliere del
tutto dalle brame terrene; e, quando pur riesce a sottrarsi a queste brame, ne
riceve tristezza. Che se poi qualcuno gli pone ostacolo, facilmente si sdegna; se,
infine, raggiunge quel che bramava, immediatamente sente in coscienza il peso
della colpa, perché ha assecondato la sua passione, la quale non giova alla pace
che cercava. Giacché la vera pace del cuore la si trova resistendo alle passioni,
non soggiacendo ad esse. Non già nel cuore di colui che è attaccato alla carne,
non già nell’uomo volto alle cose esteriori sta la pace; ma nel cuore di colui che
è pieno di fervore spirituale.
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Capitolo VII
GUARDARSI DALLE VANE SPERANZE E FUGGIRE LA SUPERBIA
Chi mette la sua fiducia negli uomini e nelle altre creature è un insensato. Chi
mette la sua fiducia negli uomini e nelle altre creature è un insensato. Non ti
rincresca di star sottoposto ad altri, per amore di Gesù Cristo, e di sembrare
un poveretto, in questo mondo. Non appoggiarti alle tue forze, ma salda la tua
speranza in Dio: se farai tutto quanto sta in te, Iddio aderirà al tuo buon volere.
Non confidare nel sapere tuo o nella capacità di un uomo purchessia, ma
piuttosto nella grazia di Dio, che sostiene gli umili e atterra i presuntuosi. Non
vantarti delle ricchezze, se ne hai, e neppure delle potenti amicizie; il tuo vanto
sia in Dio, che concede ogni cosa, ed ama dare se stesso, sopra ogni cosa. Non
gonfiarti per la prestanza e la bellezza del tuo corpo; alla minima malattia esse
si guastano e si deturpano. Non compiacerti di te stesso, a causa della tua
abilità e della tua intelligenza, affinché tu non spiaccia a Dio, a cui appartiene
tutto ciò che di buono hai sortito dalla natura. Non crederti migliore di altri,
affinché, per avventura, tu non sia ritenuto peggiore dinanzi a Dio, che ben
conosce quello che c’è in ogni uomo (cfr. Gv 2,25). Non insuperbire per le tue
opere buone, perché il giudizio degli uomini è diverso da quello di Dio, cui
spesso non piace ciò che piace agli uomini. Anche se hai qualcosa di buono,
pensa che altri abbia di meglio, cosicché tu mantenga l’umiltà. Nulla di male se
ti metti al di sotto di tutti gli altri; molto male è invece se tu ti metti al di sopra
di una sola persona. Nell’umile è pace indefettibile; nel cuore del superbo sono,
invece, continua smania e inquietudine.
Capitolo VIII
EVITARE L’ECCESSIVA FAMILIARITA’
“Non aprire il tuo cuore al primo che capita” (Sir 8,22); i tuoi problemi, trattali
invece con chi ha saggezza e timore di Dio. Cerca di stare raramente con
persone sprovvedute e sconosciute; non metterti con i ricchi per adularli; non
farti vedere volentieri con i grandi. Stai, invece, accanto alle persone umili e
semplici, devote e di buoni costumi; e con esse tratta di cose che giovino alla
tua santificazione. Non avere familiarità con alcuna donna, ma raccomanda a
Dio tutte le donne degne. Cerca di essere tutto unito soltanto a Dio e ai suoi
angeli, evitando ogni curiosità riguardo agli uomini. Mentre si deve avere
amore per tutti, la familiarità non è affatto necessaria. Capita talvolta che una
persona che non conosciamo brilli per fama eccellente; e che poi, quando essa ci
sta dinanzi, ci dia noia solo al vederla. D’altra parte, talvolta speriamo di
piacere a qualcuno, stando con lui, e invece cominciamo allora a non piacergli,
perché egli vede in noi alcunché di riprovevole.
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Capitolo IX
OBBEDIENZA E SOTTOMISSIONE
Stare sottomessi, vivere soggetti a un superiore e non disporre di sé è cosa
grande e valida. E’ molto più sicura la condizione di sudditanza, che quella di
comando. Ci sono molti che stanno sottomessi per forza, più che per amore: da
ciò traggono sofferenza, e facilmente se ne lamentano; essi non giungono a
libertà di spirito, se la loro sottomissione non viene dal profondo del cuore e
non ha radice in Dio. Corri pure di qua e di là; non troverai pace che nell’umile
sottomissione sotto la guida di un superiore. Andar sognando luoghi diversi, e
passare dall’uno all’altro, è stato per molti un inganno. Certamente ciascuno
preferisce agire a suo talento, ed è maggiormente portato verso chi gli dà
ragione. Ma, se Dio è dentro di noi, dobbiamo pur talvolta lasciar perdere i
nostri desideri, per amore della pace. C’è persona così sapiente che possa
conoscere pienamente ogni cosa? Perciò non devi avere troppa fiducia nelle tue
impressioni; devi ascoltare volentieri anche il parere degli altri. Anche se la tua
idea era giusta, ma la abbandoni per amore di Dio seguendo quella di altri, da
ciò trarrai molto profitto. Stare ad ascoltare ed accettare un consiglio – come
spesso ho sentito dire – è cosa più sicura che dare consigli. Può anche accadere
che l’idea di uno sia buona; ma è sempre segno di superbia e di pertinacia non
volersi arrendere agli altri, quando la ragionevolezza o l’evidenza lo esigano.
Capitolo X
ASTENERSI DAI DISCORSI INUTILI
Per quanto possibile, stai lontano dall’agitarsi che fa la gente. Infatti, anche se
vi si attende con purezza di intenzione, l’occuparsi delle faccende del mondo è
un grosso impaccio, perché ben presto si viene inquinati dalle vanità, e fatti
schiavi. Più di una volta vorrei essere stato zitto, e non essere andato in mezzo
alla gente. Ma perché andiamo parlando e chiacchierando così volentieri con
altri, anche se poi è raro che, quando torniamo a star zitti, non abbiamo
qualche guasto alla coscienza? Parliamo così volentieri perché, con queste
chiacchiere, cerchiamo di consolarci a vicenda, e speriamo di sollevare il nostro
animo oppresso dai vari pensieri. Inoltre molto ci diletta discorrere e
fantasticare delle cose che amiamo assai e che desideriamo, o di ciò che sembra
contrastarci. Ma spesso purtroppo tutto questo è vano e inutile; giacché una
simile consolazione esteriore va molto a scapito di quella interiore e divina.
Non dobbiamo passare il nostro tempo in ozio, ma in vigilie e in orazioni; e, se
possiamo o dobbiamo parlare, dire cose edificanti. Infatti, mentre il malvezzo e
la trascuratezza del nostro progresso spirituale ci induce facilmente a tenere
incustodita la nostra lingua, giova assai al nostro profitto interiore una devota
conversione intorno alle cose dello spirito; tanto più quando ci si unisca, nel
nome di Dio, a persone animate da pari spiritualità.
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Capitolo XI
LA CONQUISTA DELLA PACE INTERIORE E L’AMORE DEL
PROGRESSO SPIRITUALE
Se non ci volessimo impicciare di quello che dicono o di quello che fanno gli
altri, e di cose che non ci riguardano, potremmo avere una grande pace
interiore. Come, infatti, è possibile che uno mantenga a lungo l’animo
tranquillo se si intromette nelle faccende altrui, se va a cercare all’esterno i
suoi motivi di interesse, se raramente e superficialmente si raccoglie in se
stesso? Beati i semplici, giacché avranno grande pace. Perché mai alcuni santi
furono così perfetti e pieni di spirito contemplativo? Perché si sforzarono di
spegnere completamente in sé ogni desiderio terreno, cosicché – liberati e
staccati da se stessi – potessero stare totalmente uniti a Dio, con tutto il cuore.
Noi, invece, siamo troppo presi dai nostri sfrenati desideri, e troppo
preoccupati delle cose di quaggiù; di rado riusciamo a vincere un nostro
difetto, anche uno soltanto, e non siamo ardenti nel tendere al nostro continuo
miglioramento. E così restiamo inerti e tiepidi. Se fossimo, invece, totalmente
morti a noi stessi e avessimo una perfetta semplicità interiore, potremmo
perfino avere conoscenza delle cose di Dio, e fare esperienza, in qualche
misura, della contemplazione celeste. Il vero e più grande ostacolo consiste in
ciò, che non siamo liberi dalle passioni e dalle brame, e che non ci sforziamo di
entrare nella via della perfezione, che fu la via dei santi: anzi, appena
incontriamo una difficoltà, anche di poco conto, ci lasciamo troppo presto
abbattere e ci volgiamo a consolazioni terrene.
Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non abbandonare la battaglia, tosto
vedremmo venire a noi dal cielo l’aiuto del Signore. Il quale prontamente
sostiene coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia; anzi, ci procura
occasioni di lotta proprio perché ne usciamo vittoriosi. Che se facciamo
consistere il progresso spirituale soltanto in certe pratiche esteriori, tosto la
nostra religione sarà morta. Via, mettiamo la scure alla radice, cosicché,
liberati dalle passioni, raggiungiamo la pace dello spirito. Se ci strappassimo
via un solo vizio all’anno diventeremmo presto perfetti. Invece spesso ci
accorgiamo del contrario; troviamo cioè che quando abbiamo indirizzata la
nostra vita a Dio eravamo più buoni e più puri di ora, dopo molti anni di vita
religiosa. Il fervore e l’avanzamento spirituale dovrebbe crescere di giorno in
giorno; invece già sembra gran cosa se uno riesce a tener viva una particella
del fervore iniziale. Se facessimo un poco di violenza a noi stessi sul principio,
potremmo poi fare ogni cosa facilmente e gioiosamente. Certo è difficile
lasciare ciò a cui si è abituati; ancor più difficile è camminare in senso contrario
al proprio desiderio. Ma se non riesci a vincere nelle cose piccole e da poco,
come supererai quelle più gravi? Resisti fin dall’inizio alla tua inclinazione;
distaccati dall’abitudine, affinché questa non ti porti, a poco a poco, in una
situazione più ardua. Se tu comprendessi quanta pace daresti a te stesso e
quanta gioia procureresti agli altri, e vivendo una vita dedita al bene, sono
certo che saresti più sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.
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Capitolo XII
I VANTAGGI DELLE AVVERSITA’
E’ bene per noi che incontriamo talvolta difficoltà e contrarietà; queste, infatti,
richiamano l’uomo a se stesso, nel profondo, fino a che comprenda che quaggiù
egli è in esilio e che la sua speranza non va riposta in alcuna cosa di questo
mondo. E’ bene che talvolta soffriamo contraddizione e che la gente ci giudichi
male e ingiustamente, anche se le nostre azioni e le nostre intenzioni sono
buone. Tutto ciò suol favorire l’umiltà, e ci preserva dalla vanagloria. Invero,
proprio quando la gente attorno a noi ci offende e ci scredita, noi aneliamo con
maggior forza al testimone interiore, Iddio.
Dovremmo piantare noi stessi così saldamente in Dio, da non avere necessità
alcuna di andar cercando tanti conforti umani. Quando un uomo di buona
volontà soffre tribolazioni e tentazioni, o è afflitto da pensieri malvagi, allora
egli sente di aver maggior bisogno di Dio, e di non poter fare nulla di bene
senza di lui. E si rattrista e piange e prega, per il male che soffre; gli viene a
noia che la vita continui; e spera che sopraggiunga la morte (2 Cor 1,8), così da
poter scomparire e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora egli capisce che nel
mondo non può esserci completa serenità e piena pace.
Capitolo XIII
RESISTERE ALLE TENTAZIONI
Finché saremo al mondo, non potremo essere senza tribolazioni e tentazioni;
infatti sta scritto nel libro di Giobbe che la vita dell’uomo sulla terra (Gb 7,1) è
tutta una tentazione. Ognuno dovrebbe, dunque, stare attento alle tentazioni e
vigilare in preghiera (1Pt 4,7), affinché il diavolo non trovi il punto dove possa
esercitare il suo inganno; il diavolo, che mai non posa, ma va attorno cercando
chi possa divorare (1Pt 5,8). Nessuno è così avanzato nella perfezione e così
santo da non aver talvolta delle tentazioni. Andare esenti del tutto da esse non
possiamo. Tuttavia, per quanto siano moleste e gravose, le tentazioni spesso
sono assai utili; perché, a causa delle tentazioni, l’uomo viene umiliato,
purificato e istruito. I santi passarono tutti per molte tribolazioni e tentazioni,
e progredirono; invece coloro che non seppero sostenere le tentazioni si
pervertirono e tradirono. Non esiste una istituzione così perfetta, o un luogo
così nascosto, dove non si trovano tentazioni e avversità. L’uomo non è mai del
tutto esente dalla tentazione, fin che vive. Ciò per cui siamo tentati è dentro di
noi, poiché siamo nati nella concupiscenza. Se vien meno una tentazione o
tribolazione, un’altra ne sopraggiunge e c’è sempre qualcosa da sopportare,
perché abbiamo perduto il bene della nostra felicità. Molti, di fronte alle
tentazioni, cercano di fuggire, ma cadono poi in esse anche più gravemente.
Non possiamo vincere semplicemente con la fuga; ma è con la sopportazione e
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con la vera umiltà che saremo più forti di ogni nemico. Ben poco progredirà
colui che si allontana un pochino e superficialmente dalle tentazioni, senza
sradicarle: tosto ritorneranno ed egli sarà ancor peggio. Vincerai più
facilmente, a poco a poco, con una generosa pazienza e con l’aiuto di Dio; più
facilmente che insistendo cocciutamente nel tuo sforzo personale. Accogli
frequentemente il consiglio di altri, quando sei nella tentazione; e non essere
aspro con colui che è tentato, ma dagli conforto, come desidereresti fosse fatto
a te. Causa prima di ogni perversa tentazione è la mancanza di stabilità
spirituale e la scarsezza di fiducia in Dio; giacché, come una nave senza timone
viene spinta qua e là dalle onde, così l’uomo infiacchito, che abbandona i suoi
propositi, viene in vario modo tentato. Come il fuoco serve a saggiare il ferro
(Sir 31,26), così la tentazione serve a saggiare la santità di una persona (Sir
27,6). Quali possibilità ciascuno abbia in potenza, spesso non lo sappiamo; ma
la tentazione dispiega palesemente ciò che siamo. Tuttavia bisogna vigilare,
particolarmente intorno all’inizio della tentazione; poiché il nemico si vince più
facilmente se non gli si permette per nulla di varcare le porte della nostra
mente; e se gli si sbarra la strada al di là della soglia, non appena abbia bussato.
Di qui il detto: “resisti agli inizi; è troppo tardi quando si prepara la medicina”
(Ovidio, Remedia amoris, II,91). Infatti, dapprima viene alla mente un semplice
pensiero, di poi una forte immaginazione, infine un compiacimento, un impulso
cattivo e un’acquiescenza. E così, piano piano, il nemico malvagio penetra del
tutto, proprio perché non gli si è resistito all’inizio. E quanto più a lungo uno
ha tardato torpidamente a resistere, tanto più si è, via via, interiormente
indebolito, mentre il nemico è andato crescendo di forze contro di lui.
Alcuni sentono le maggiori tentazioni al principio della loro conversione a Dio;
altri invece alla fine. Alcuni sono fortemente turbati pressoché per tutta la vita;
altri sentono tentazioni piuttosto lievi: secondo quanto dispongono la sapienza
e la giustizia di Dio, le quali pesano la condizione e i meriti di ciascuno e
preordinano ogni cosa alla salvezza degli eletti. Perciò non dobbiamo lasciarci
cogliere dalla disperazione, quando siamo tentati. Dobbiamo invece, pregare
Iddio ancor più fervorosamente, affinché si degni di aiutarci in ogni tentazione;
Lui che, in verità, secondo quanto dice Paolo (1Cor 10,13), farà in modo che la
tentazione sia accompagnata dai mezzi per poterla sopportare. Abbassiamo,
dunque, in umiltà, l’anima nostra sotto la mano di Dio, quando siamo tentati e
tribolati, giacché il Signore salverà gli umili di spirito e li innalzerà (1Pt 5,6;
Sal 33,19). Quanto uno abbia progredito si dimostra nella tentazione e nella
tribolazione; qui sta il suo maggior merito; qui appare più chiaramente la sua
virtù. Non è gran cosa esser devoti e fervorosi quando non si hanno difficoltà;
sapere invece sopportare se stessi nel momento dell’avversità dà a sperare in
un grande avanzamento spirituale. Avviene che alcuni sono al riparo da grandi
tentazioni, ma sono spesso sconfitti nelle piccole tentazioni di ogni giorno; e
così, umiliati per essere caduti in cose tanto da poco, non ripongono più fiducia
in se stessi, nelle cose più grandi.
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Capitolo XIV
EVITARE I GIUDIZI TEMERARI
Rivolgi gli occhi a te stesso e stai attento a non giudicare quel che fanno gli
altri. In tale giudizio si lavora senza frutto; frequentemente ci si sbaglia e
facilmente si cade in peccato. Invece, nel giudizio e nel vaglio di se stessi, si
opera sempre fruttuosamente. Spesso giudichiamo secondo un nostro
preconcetto; e così, per un nostro atteggiamento personale, perdiamo il criterio
della verità. Se il nostro desiderio fosse diretto soltanto a Dio, non ci
lasceremmo turbare così facilmente dalla resistenza opposta dal nostro senso
umano. Di più, spesso, c’è qualcosa, già nascosto, latente in noi, o
sopravveniente dall’esterno, che ci tira di qua o di là. Molti, in tutto ciò che
fanno, cercano se stessi, senza neppure accorgersene. Sembrano essere in
perfetta pace quando le cose vanno secondo i loro desideri e i loro gusti; se,
invece, vanno diversamente, subito si agitano e si rattristano.
Avviene di frequente che nascono divergenze tra amici e concittadini, persino
tra persone pie e devote, per diversità nel modo di sentire e di pensare. Giacché
è difficile liberarsi da vecchi posizioni abituali, e nessuno si lascia tirare
facilmente fuori dal proprio modo di vedere. Così, se ti baserai sui tuoi
ragionamenti e sulla tua esperienza, più che sulla forza propria di Gesù Cristo,
raramente e stentatamente riuscirai ad essere un uomo illuminato; Dio vuole,
infatti, che noi ci sottomettiamo perfettamente a lui, e che trascendiamo ogni
nostro ragionamento grazie ad un fiammeggiante amore.
Capitolo XV
LE OPERE FATTE PER AMORE
Non si deve fare alcun male, per nessuna cosa al mondo né per compiacenza
verso chicchessia; talora, invece, per giovare a uno che ne ha bisogno, si deve
senza esitazione lasciare una cosa buona che si sta facendo, o sostituirla con
una ancora più buona: in tal modo non si distrugge l’opera buona, ma soltanto
la si trasforma in meglio. A nulla giova un’azione esterna compiuta senza
amore; invece, qualunque cosa, per quanto piccola e disprezzata essa sia, se
fatta con amore, diventa tutta piena di frutti. In verità Iddio non tiene conto
dell’azione umana in sé e per sé, ma dei moventi di ciascuno. Opera
grandemente colui che agisce con rettitudine; opera lodevolmente colui che si
pone al servizio della comunità, più che del suo capriccio. Accade spesso che ci
sembri amore ciò che è piuttosto attaccamento carnale; giacché è raro che,
sotto le nostre azioni, non ci siano l’inclinazione naturale, il nostro gusto, la
speranza di una ricompensa, il desiderio del nostro comodo. Chi ha un amore
vero e perfetto non cerca se stesso, in alcuna sua azione, ma desidera solamente
che in ogni cosa si realizzi la gloria di Dio. Di nessuno è invidioso colui che
non tende al proprio godimento, né vuole personali soddisfazioni, desiderando,
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al di là di ogni bene, di avere beatitudine in Dio. Costui non attribuisce
alcunché di buono a nessuno, ma riporta il bene totalmente a Dio; dal quale
ogni cosa procede, come dalla sua fonte e, nel quale, alla fine, tutti i santi
godono pace. Oh, chi avesse anche una sola scintilla di vera carità, per certo
capirebbe che tutto ciò che è di questa terra è pieno di vanità.
Capitolo XVI
SOPPORTARE I DIFETTI DEGLI ALTRI
Quei difetti, nostro od altrui, che non riusciamo a correggere, li dobbiamo
sopportare con pazienza, fino a che Dio non disponga altrimenti. Rifletti che,
per avventura, questa sopportazione è la cosa più utile per te, come prova di
quella pazienza, senza della quale ben poco contano i nostri meriti. Tuttavia, di
fronte a tali difficoltà, devi chiedere insistentemente che Dio si degni di venirti
in aiuto e che tu riesca a sopportarle lietamente. Se uno, ammonito una volta e
un’altra ancora, non si acquieta, cessa di litigare con lui; rimetti invece ogni
cosa in Dio, affinché in tutti noi, suoi servi, si faccia la volontà e la gloria di
Lui, che ben sa trasformare il male in bene. Sforzati di essere paziente nel
tollerare i difetti e le debolezze altrui, qualunque essi siano, giacché anche tu
presenti molte cose che altri debbono sopportare. Se non riesci a trasformare te
stesso secondo quella che pure è la tua volontà, come potrai pretendere che gli
altri si conformino al tuo desiderio? Vogliamo che gli altri siano perfetti;
mentre noi non correggiamo le nostre manchevolezze. Vogliamo che gli altri si
correggano rigorosamente; mentre noi non sappiamo correggere noi stessi. Ci
disturba una ampia libertà degli altri; mentre non sappiamo negare a noi stessi
ciò che desideriamo. Vogliamo che gli altri siano stretti entro certe regole;
mentre noi non ammettiamo di essere un po’ più frenati. In tal modo, dunque, è
chiaro che raramente misuriamo il prossimo come noi stessi. Se fossimo tutti
perfetti, che cosa avremmo da patire dagli altri, per amore di Dio? Ora, Dio
così dispone, affinché apprendessimo a portare l’uno i pesi dell’altro (Gal 6,2).
Infatti non c’è alcuno che non presenti difetti o molestie; non c’è alcuno che
basti a se stesso e che, di per sé, sia sufficientemente saggio. Occorre, dunque,
che ci sopportiamo a vicenda, che a vicenda ci consoliamo, che egualmente ci
aiutiamo e ci ammoniamo. Quanta virtù ciascuno di noi abbia, ciò appare al
momento delle avversità: non sono le occasioni che fanno fragile l’uomo, ma
esse mostrano quale esso è.
Capitolo XVII
LA VITA NEI MONASTERI
Se vuoi mantenere pace e concordia con gli altri, devi imparare a vincere
decisamente te stesso in molte cose. Non è cosa facile stare in un monastero o
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in un gruppo, e viverci senza lamento alcuno, mantenendosi fedele sino alla
morte. Beato colui che vi avrà vissuto santamente e vi avrà felicemente
compiuta la vita. Se vuoi stare saldo al tuo dovere e avanzare nel bene, devi
considerarti esule pellegrino su questa terra. Per condurre una vita di pietà,
devi farti stolto per amore di Cristo.
Poco contano l’abito e la tonsura; sono la trasformazione della vita e la
completa mortificazione delle passioni, che fanno il monaco. Chi tende ad altro
che non sia soltanto Dio e la salute dell’anima, non troverà che tribolazione e
dolore. Ancora, non avrà pace duratura chi non si sforza di essere il più piccolo,
sottoposto a tutti. Qui tu sei venuto per servire, non comandare. Ricordati che
sei stato chiamato a sopportare e a faticare, non a passare il tempo in ozio e in
chiacchiere. Qui si provano gli uomini, come si prova l’oro nel fuoco (cfr. Sir
27,6). Qui nessuno potrà durevolmente stare, se non si sarà fatto umile dal
profondo del cuore, per amore di Dio.
Capitolo XVIII
GLI ESEMPI DEI GRANDI PADRI SANTI
Guarda ai luminosi esempi dei grandi santi padri, nei quali rifulse una pietà
veramente perfetta e vedrai come sia ben poco, e quasi nulla, quello che
facciamo noi. Ahimé!, che cosa è la nostra vita, paragonata alla vita di quei
santi? Veramente santi, e amici di Cristo, costoro servirono il Signore nella
fame e nella sete; nel freddo, senza avere di che coprirsi; nel faticoso lavoro;
nelle veglie e nei digiuni; nelle preghiere e nelle pie meditazioni; spesso nelle
ingiurie e nelle persecuzioni. Quante tribolazioni, e quanto gravi, hanno patito
gli apostoli, i martiri, i testimoni della fede, le vergini e tutti gli altri che
vollero seguire le orme di Cristo; essi infatti, ebbero in odio se stessi in questo
mondo, per possedere le loro anime nella vita eterna. Quale vita rigorosa, e
piena di rinunce, vissero questi grandi padri nel deserto; quante lunghe e gravi
tentazioni ebbero a sopportare; quanto spesso furono tormentati dal diavolo;
quante ripetute e fervide preghiere offrirono a Dio; quali dure astinenze
seppero sopportare. Come furono grandi l’ardore e il fervore con i quali
mirarono al loro progresso spirituale; come fu coraggiosa la battaglia che essi
fecero per vincere i loro vizi; come fu piena e retta la loro intenzione, che essi
tennero sempre volta a Dio! Lavoravano per tutta la giornata, e la notte la
passavano in continua preghiera; ma neppure durante il lavoro veniva mai
meno in loro l’orazione interiore. Tutto il loro tempo era impiegato utilmente;
e a loro sembrava troppo corta ogni ora dedicata a Dio; ancora, per la grande
soavità della contemplazione, dimenticavano persino la necessità di rifocillare
il corpo. Rinunciavano a tutte le ricchezze, alle cariche, agli onori, alle amicizie
e alle parentele; nulla volevano avere delle cose del mondo; mangiavano
appena quanto era necessario alla vita e si lamentavano quando si dovevano
sottomettere a necessità materiali. Erano poveri di cose terrene, molto ricchi
invece di grazia e di virtù; esteriormente miserabili, ricompensati però
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interiormente dalla grazia e dalla consolazione divina; lontani dal mondo, ma
vicini a Dio, amici intimi di Dio,; si ritenevano un nulla ed erano disprezzati
dagli uomini, ma erano preziosi e cari agli occhi di Dio. Stavano in sincera
umiltà, vivevano in schietta obbedienza; camminavano in amore e sapienza: per
questo progredivano spiritualmente ogni giorno, e ottenevano tanta grazia
presso Dio. Essi sono offerti come esempio per tutti coloro che si sono dati alla
vita religiosa; essi ci devono indurre all’avanzamento nel bene, più che non ci
induca al rilassamento la schiera delle persone poco fervorose.
Quanto fu grande l’ardore di questi uomini di Dio, quando diedero inizio alle
loro istituzioni. Quale devozione nella preghiera, quale slancio nella vita, quale
rigore in esso vigoreggiò; quanto rispetto e quanta docilità sotto la regola del
maestro fiorì in tutti loro. Restano ancora certi ruderi abbandonati, ad
attestare che furono veramente uomini santi e perfetti, costoro, che con una
strenua lotta, schiacciarono il mondo. Oggi, invece, già uno è ritenuto buono se
non tradisce la fede; se riesce a sopportare con pazienza quel che gli tocca. Tale
è la nostra attuale condizione di negligente tiepidezza, che ben presto cadiamo
nel fervore iniziale; pigri e stanchi, già ci viene a noia la vita. Voglia il cielo che
in te non si vada spegnendo del tutto l’avanzamento nelle virtù; in te che
frequentemente hai avuto sotto gli occhi gli esempi dei santi.
Capitolo XIX
COME SI DEVE ADDESTRARE COLUI CHE SI E’ DATO A DIO
La vita di colui che si è dato a Dio deve essere rigogliosa di ogni virtù,
cosicché, quale egli appare esteriormente alla gente, tale sia anche
interiormente. Anzi, e a ragione, di dentro vi deve essere molto più di quanto
appare di fuori; giacché noi siamo sotto gli occhi di Dio, e a lui dobbiamo
sommo rispetto, ovunque ci troviamo; Dio, dinanzi al quale dobbiamo
camminare puri come angeli. Ogni giorno dobbiamo rinnovare il nostro
proposito e spronare noi stessi al fervore, come fossimo appena venuti, oggi,
alla vita del monastero. Dobbiamo dire: aiutami, Signore Iddio, nel mio buon
proposito e nel santo servizio che ti è dovuto; concedimi di ricominciare oggi
radicalmente, perché quel che ho fatto fin qui è nulla. Il nostro progresso
spirituale procede di pari passo con il nostro proposito.
Grande vigilanza occorre per chi vuol avanzare nel bene; ché, se cade spesso
colui che ha forti propositi, che cosa sarà di colui che soltanto di rado si
propone alcunché, e con poca fermezza? Svariati sono i modi nei quali ci accade
di abbandonare il nostro proposito; anche la semplice omissione di un solo
esercizio di pietà porta quasi sempre qualche guasto. In verità, la fermezza di
proposito dei giusti dipende, più che dalla loro saggezza, dalla grazia di Dio,
nel quale essi ripongono la loro fiducia, qualunque meta riescano a
raggiungere, giacché l’uomo propone ma chi dispone è Dio, le cui vie noi non
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conosciamo. Se talvolta, per fare del bene o per essere utili ai fratelli, si omette
un abituale esercizio di pietà, esso potrà facilmente essere recuperato più tardi;
che se, invece, quasi senza badare, lo si tralascia per malavoglia o negligenza,
ciò costituisce già una colpa, e deve essere sentito come una perdita.
Per quanto ci mettiamo tutto l’impegno possibile, sarà facile che abbiamo a
cadere ancora, in varie occasioni. Tuttavia dobbiamo fare continuamente
qualche proponimento preciso, specialmente in contrapposto a ciò che
maggiormente impedisce il nostro profitto spirituale. Cose esterne e cose
interiori sono necessarie al nostro progresso spirituale, perciò, le une come le
altre, dobbiamo esaminarle attentamente e metterle nel giusto ordine. Se non
riesci a stare sempre concentrato in te stesso, raccogliti di tempo in tempo,
almeno una volta al giorno, la mattina o la sera: la mattina per fare i tuoi
propositi, la sera per esaminare come ti sei comportato, cioè come sei stato,
nelle parole, nonché nei pensieri, con i quali forse hai più spesso offeso Dio o il
prossimo. Armati, come un soldato, contro le perversità del diavolo. Tieni a
freno la gola; così terrai più facilmente a freno ogni altra cattiva tendenza del
corpo.
Non stare mai senza far nulla: sii occupato sempre, a leggero o a scrivere, a
pregare o a meditare, o a fare qualche lavoro utile per tutti. Gli esercizi
corporali di ciascuno siano compiuti separatamente; né tutti possono
assumersene ugualmente. Se non sono esercizi di tutta la comunità, non
devono essere palesati a tutti, giacché ciò che è personale si fa con maggior
profitto nel segreto. Tuttavia guarda di non essere tardo alle pratiche
comunitarie; più pronto, invece, a quelle tue proprie. Che, compiuto
disciplinatamente e interamente il dovere imposto, se avanza tempo, ritornerai
a te stesso, come vuole la tua devozione personale. Non è possibile che tutti
abbiano a fare il medesimo esercizio, giacché a ciascuno giova qualcosa di
particolare. E poi si amano esercizi diversi secondo i momenti: alcuni ci sono
più graditi nei giorni di festa, altri nei giorni comuni. Inoltre, nel momento
della tentazione e nel momento della pacifica tranquillità, abbiamo bisogno di
esercizi ben diversi. Infine quando siamo nella tristezza ci piace pensare a certe
cose; ad, invece quando siamo nella Letizia del Signore. Nelle feste più solenni
dobbiamo rinnovare gli esercizi di pietà ed implorare con fervore più grande
l’aiuto dei santi. I nostri proponimenti devono andare da una ad altra festività,
come se in quel punto dovessimo lasciare questo mondo e giungere alla festa
eterna. Per questo, nei periodi di particolare devozione, dobbiamo prepararci
con cura, e mantenerci in più grande pietà, attenendoci più rigorosamente ai
nostri doveri, quasi stessimo per ricevere da Dio il premio delle nostre fatiche.
Che se tale premio sarà rimandato, dobbiamo convincerci che non eravamo
pienamente preparati e che non eravamo ancora degni della immensa gloria,
che ci sarà rivelata (Rm 8,18) nel tempo stabilito; e dobbiamo fare in modo di
prepararci meglio alla morte. “Beato quel servo – dice Luca evangelista – che il
padrone, al suo arrivo, avrà trovato sveglio e pronto. In verità vi dico che gli
darà da amministrare tutti i suoi beni” (Lc 12,44; cfr. Lc 12,37).
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Capitolo XX
L’AMORE DELLA SOLITUDINE E DEL SILENZIO
Cerca il tempo adatto per pensare a te e rifletti frequentemente sui benefici che
vengono da Dio. Tralascia ogni cosa umanamente attraente; medita argomenti
che ti assicurino una compunzione di spirito, piuttosto che un modo qualsiasi
di occuparti. Un sufficiente spazio di tempo, adatto per dedicarti a buone
meditazioni, lo troverai rinunciando a fare discorsi inutilmente oziosi e ad
ascoltare chiacchiere sugli avvenimenti del giorno. I più grandi santi
evitavano, per quanto possibile, di stare con la gente e preferivano stare
appartati, al servizio di Dio. E’ stato detto: ogni volta che andai tra gli uomini
ne ritornai meno uomo di prima (Seneca, Epist. VII, 3). E ne facciamo spesso
esperienza, quando stiamo a lungo a parlare con altri. Tacere del tutto è più
facile che evitare le intemperanze del discorrere, come è più facile stare chiuso
in casa che sapersi convenientemente controllare fuori casa. Perciò colui che
vuole giungere alla spiritualità interiore, deve, insieme con Gesù, ritirarsi dalla
gente. Soltanto chi ama il nascondimento sta in mezzo alla gente senza errare;
soltanto chi ama il silenzio parla senza vaneggiare; soltanto chi ama la
sottomissione eccelle senza sbagliare; soltanto chi ama obbedire comanda
senza sgarrare; soltanto colui che è certo della sua buona coscienza possiede
gioia perfetta.
Però, anche nei santi, questo senso di sicurezza ebbe fondamento nel timore di
Dio. Essi brillarono per straordinarie virtù e per grazia, ma non per questo
furono meno fervorosi e intimamente umili. Il senso di sicurezza dei cattivi
scaturisce, invece, dalla superbia e dalla presunzione; e , alla fine, si muta in
inganno di se stessi. Non sperare di avere sicurezza in questo mondo, anche se
sei ritenuto buon monaco o eremita devoto; spesso, infatti, coloro che
sembravano eccellenti agli occhi degli uomini sono stati messi nelle più gravi
difficoltà. Per molte persone è meglio dunque non essere del tutto esenti da
tentazioni ed avere sovente da lottare contro di queste, affinché non siamo
troppo sicure di sé, non abbiamo per caso a montare in superbia o addirittura a
volgersi sfrenatamente a gioie terrene. Quale buona coscienza manterrebbe
colui che non andasse mai cercando le gioie passeggere e non si lasciasse
prendere dal mondo! Quale grande pace, quale serenità avrebbe colui che
sapesse stroncare ogni vano pensiero, meditando soltanto intorno a ciò che
attiene a Dio e alla salute dell’anima, e ponendo ben fissa ogni sua speranza in
Dio! Nessuno sarà degno del gaudio celeste, se non avrà sottoposto
pazientemente se stesso al pungolo spirituale. Ora, se tu vuoi sentire dal
profondo del cuore questo pungolo, ritirati nella tua stanza, lasciando fuori il
tumulto del mondo, come sta scritto: pungolate voi stessi, nelle vostre stanze
(Sal 4,4). Quello che fuori, per lo più, vai perdendo, lo troverai nella tua cella; la
quale diventa via via sempre più cara, mentre reca noi soltanto a chi vi sta di
mal animo. Se, fin dall’inizio della tua venuta in convento, starai nella tua cella,
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e la custodirai con buona disposizione d’animo, essa diventerà per te un’amica
diletta e un conforto molto gradito.
Nel silenzio e nella quiete l’anima devota progredisce e apprende il significato
nascosto delle Scritture; nel silenzio e nella quiete trova fiumi di lacrime per
nettarsi e purificarsi ogni notte, e diventa tanto più intima al suo creatore
quanto più sta lontana da ogni chiasso mondano. Se, dunque, uno si sottrae a
conoscenti e ad amici, gli si farà vicino Iddio, con gli angeli santi. E’ cosa
migliore starsene appartato a curare il proprio perfezionamento, che fare
miracoli, dimenticando se stessi. Cosa lodevole, per colui che vive in convento,
andar fuori di rado, evitare di apparire, persino schivare la gente. Perché mai
vuoi vedere ciò che non puoi avere? “Il mondo passa, e passano i suoi desideri”
(1Gv 2,17).
I desideri dei sensi portano a vagare con la mente; ma, passato il momento, che
cosa ne ricavi se non un peso sulla coscienza e una profonda dissipazione?
Un’uscita piena di gioia prepara spesso un ritorno pieno di tristezza; una veglia
piena di letizia rende l’indomani pieno di amarezza; ogni godimento della carne
penetra con dolcezza, ma alla fine morde e uccide. Che cosa puoi vedere fuori
del monastero, che qui tu non veda? Ecco, qui hai il cielo e la terra e tutti glie
elementi dai quali sono tratte tutte le cose. Che cosa altrove potrai vedere, che
possa durare a lungo sotto questo sole? Forse credi di poterti saziare
pienamente; ma a ciò non giungerai. Ché, se anche tu vedessi tutte le cose di
questo mondo, che cosa sarebbe questo, se non un sogno senza consistenza?
Leva i tuoi occhi in alto, a Dio, e prega per i tuoi peccati e per le tue mancanze.
Lascia le vanità alla gente vana; e tu attendi invece a quello che ti ha
comandato Iddio. Chiudi dietro di te la tua porta, chiama a te Gesù, il tuo
diletto, e resta con lui nella cella; ché una sì grande pace altrove non la
troverai. Se tu non uscirai e nulla sentirai dal chiasso mondano, resterai più
facilmente in una pace perfetta. E poiché talvolta sentire cose nuove reca
piacere, occorre che tu sappia sopportare il conseguente turbamento
dell’animo.
Capitolo XXI
LA COMPUNZIONE DEL CUORE
Se vuoi fare qualche progresso conservati nel timore di Dio, senza ambire a
una smodata libertà; tieni invece saldamente a freno i tuoi sensi, senza lasciarti
andare a una stolta letizia. Abbandonati alla compunzione di cuore, e ne
ricaverai una vera devozione. La compunzione infatti fa sbocciare molte cose
buone, che, con la leggerezza di cuore, sogliono subitamente disperdersi. E’
meraviglia che uno possa talvolta trovare piena letizia nella vita terrena, se
considera che questa costituisce un esilio e se riflette ai tanti pericoli che la sua
anima vi incontra. Per leggerezza di cuore e noncuranza dei nostri difetti
spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima; anzi, spesso ridiamo
stoltamente, quando, in verità, dovremmo piangere. Non esiste infatti vera
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libertà, né santa letizia, se non nel timore di Dio e nella rettitudine di
coscienza. Felice colui che riesce a liberarsi da ogni impacci dovuto a
dispersione spirituale, concentrando tutto se stesso in una perfetta
compunzione. Felice colui che sa allontanare tutto ciò che può macchiare o
appesantire il suo spirito. Tu devi combattere da uomo: l’abitudine si vince con
l’abitudine. Se impari a non curarti della gente, questa lascerà che tu attenda
tranquillamente a te stesso. Non portare dentro di te le faccende degli altri,
non impicciarti neppure di quello che fanno le persone più in vista; piuttosto
vigila sempre e in primo luogo su di te, e rivolgi il tuo ammonimento
particolarmente a te stesso, prima che ad altre persone, anche care. Non
rattristarti se non ricevi il favore degli uomini; quello che ti deve pesare,
invece, è la constatazione di non essere del tutto e sicuramente nella via del
bene, come si converrebbe a un servo di Dio e a un monaco pieno di devozione.
E’ grandemente utile per noi, e ci dà sicurezza di spirito, non ricevere molte
gioie in questa vita; particolarmente gioie materiali. Comunque, è colpa nostra
se non riceviamo consolazioni divine o ne proviamo raramente; perché non
cerchiamo la compunzione del cuore e non respingiamo del tutto le vane
consolazioni che vengono dal di fuori. Riconosci di essere indegno della
consolazione divina, e meritevole piuttosto di molte sofferenze, Quando uno è
pienamente compunto in se stesso, ogni cosa di questo mondo gli appare
pesante e amara. L’uomo retto, ben trova motivo di pianto doloroso. Sia che
rifletta su di sé o che vada pensando agli altri, egli comprende che nessuno vive
quaggiù senza afflizioni; e quanto più severamente si giudica, tanto
maggiormente si addolora. Sono i nostri peccati e i nostri vizi a fornire materia
di giusto dolore e di profonda compunzione; peccato e vizi dai quali siamo così
avvolti e schiacciati che raramente riusciamo a guardare alle cose celesti. Se il
nostro pensiero andasse frequentemente alla morte, più che alla lunghezza
della vita, senza dubbio ci emenderemmo con maggior fervore. Di più, se
riflettessimo nel profondo del cuore alle sofferenze future dell’inferno e del
purgatorio, accetteremmo certamente fatiche e dolori, e non avremmo paura di
un duro giudizio. Invece queste cose non penetrano nel nostro animo; perciò
restiamo attaccati alle dolci mollezze, restiamo freddi e assai pigri. Spesso,
infatti, è sorta di spirituale povertà quella che facilmente invade il nostro
misero corpo. Prega dunque umilmente il Signore che ti dia lo spirito di
compunzione; e di’, con il profeta: nutrimi, o Signore, “con il pane delle lacrime;
dammi, nelle lacrime, copiosa bevanda” (Sal 79,6).
Capitolo XXII
LA MEDITAZIONE DELLA MISERIA UMANA
Dovunque tu sia e dovunque ti volga, sei sempre misera cosa; a meno che tu
non ti volga tutto a Dio. Perché resti turbato quando le cose non vanno
secondo la tua volontà e il tuo desiderio? Chi è colui che tutto ha secondo il suo
beneplacito? Non io, non tu, né alcun altro su questa terra. Non c’è persona al
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mondo, anche se è un re o un papa, che non abbia qualche tribolazione o
afflizione. E chi è dunque che ha la parte migliore? Senza dubbio colui che è
capace di sopportare qualche male per amore di Dio. Dice molta gente, debole
e malata nello spirito: guarda che vita beata conduce quel tale; come è ricco e
grande, come è potente e come è salito in alto! Ma, se poni mente ai beni eterni,
vedrai che tutte queste cose passeggere sono un nulla, anzi qualcosa di molto
insicuro e particolarmente gravoso, giacché le cose temporali non si possono
avere senza preoccupazioni e paure. Per la felicità non occorre che l’uomo
possieda beni terreni in sovrabbondanza; basta averne una modesta quantità,
giacché la vita di quaggiù è veramente una misera cosa. Quanto più uno
desidera elevarsi spiritualmente, tanto più la vita presente gli appare amara,
perché constata pienamente le deficienze dovute alla corrotta natura umana.
Invero mangiare, bere, star sveglio, dormire, riposare, lavorare, e dover
soggiacere alle altre necessità che ci impone la nostra natura, tutto ciò, in
realtà, è una miseria grande e un dolore per l’uomo religioso; il quale amerebbe
essere sciolto e libero da ogni peccato. In effetti l’uomo che vive interiormente
si sente schiacciato, come sotto un peso, dalle esigenze materiali di questo
mondo; ed è perciò che il profeta prega fervorosamente di essere liberato,
dicendo: “Signore, toglimi da queste necessità” (Sal 24,17).
Guai a quelli che non riconoscono la loro miseria. Guai, ancor più, a quelli che
amano questa vita miserabile e destinata a finire; una vita alla quale tuttavia
certa gente – anche se, lavorando o elemosinando, mette insieme appena
appena il necessario – si abbarbica, come se potesse restare quaggiù in eterno,
senza darsi pensiero del regno di Dio. Gente pazza, interiormente priva di fede;
gente sommersa dalle cose terrene, tanto da gustare solo ciò che è materiale.
Alla fine, però, constateranno, con pena, quanto poco valessero – anzi come
fossero un nulla – le cose che avevano amato. Ben diversamente, i santi di Dio,
e tutti i devoti amici di Cristo; essi non andavano dietro ai piaceri del corpo o a
ciò che rende fiorente questa vita mortale. La loro anelante tensione e tutta la
loro speranza erano per i beni eterni; il loro desiderio – per non essere tratti al
basso dall’attaccamento alle cose di quaggiù – si elevava interamente alle cose
invisibili, che non vengono meno. O fratello, non perdere la speranza di
progredire spiritualmente; ecco, ne hai il tempo e l’ora. Perché, dunque, vuoi
rimandare a domani il tuo proposito? Alzati, e comincia all’istante, dicendo: è
questo il momento di agire; è questo il momento di combattere; è questo il
momento giusto per correggersi. Quando hai dolori e tribolazioni, allora è il
momento per farti dei meriti. Giacché occorre che tu passi attraverso il “fuoco
e l’acqua” prima di giungere nel refrigerio (Sal 65,12). E se non farai violenza a
te stesso, non vincerai i tuoi vizi. Finché portiamo questo fragile corpo, non
possiamo essere esenti dal peccato, né vivere senza molestie e dolori. Ben
vorremmo aver tregua da ogni miseria; ma avendo perduto, a causa del
peccato, la nostra innocenza, abbiamo perduto quaggiù anche la vera felicità.
Perciò occorre che manteniamo in noi una ferma pazienza, nell’attesa della
misericordia divina, “fino a che sia scomparsa l’iniquità di questo mondo” (Sal
56,2) e le cose mortali “siano assunte dalla vita eterna” (2Cor 5,4). Tanto è
fragile la natura umana che essa pende sempre verso il vizio. Ti accusi oggi dei
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tuoi peccati e domani commetti di nuovo proprio ciò di cui ti sei accusato. Ti
proponi oggi di guardarti dal male, e dopo un’ora agisci come se tu non ti fossi
proposto nulla. Ben a ragione, dunque, possiamo umiliarci; né mai possiamo
avere alcuna buona opinione di noi stessi, perché siamo tanto deboli e instabili.
Inoltre, può andare rapidamente perduto per negligenza ciò che a stento, con
molta fatica, avevamo alla fine raggiunto, per grazia di Dio. E che cosa sarà di
noi alla fine, se così presto ci prende la tiepidezza? Guai a noi, se
pretendessimo di riposare tranquillamente, come se già avessimo raggiunto
pace e sicurezza, mentre, nella nostra vita, non si vede neppure un indizio di
vera santità. Occorrerebbe che noi fossimo di nuovo plasmati, quasi in un buon
noviziato, a una vita irreprensibile; in tal modo potremo sperare di
raggiungere un certo miglioramento e di conseguire un maggior profitto
spirituale.
Capitolo XXIII
LA MEDITAZIONE DELLA MORTE
Ben presto la morte sarà qui, presso di te. Considera, del resto, la tua
condizione: l’uomo oggi c’è e domani è scomparso; e quando è sottratto alla
vista, rapidamente esce anche dalla memoria. Quanto grandi sono la stoltezza e
la durezza di cuore dell’uomo: egli pensa soltanto alle cose di oggi e non
piuttosto alle cose future. In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti
comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; ché, se avrai retta la
coscienza, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal
peccato che sfuggire alla morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo
sarai domani? Il domani è una cosa non sicura: che ne sai tu se avrai un
domani? A che giova vivere a lungo, se correggiamo così poco noi stessi?
Purtroppo, non sempre una vita lunga corregge i difetti; anzi spesso accresce
maggiormente le colpe. Magari potessimo passare santamente anche una sola
giornata in questo mondo. Molti fanno il conto degli anni trascorsi dalla loro
conversione a Dio; ma scarso è sovente il frutto della loro emendazione.
Certamente morire è cosa che mette paura; ma forse è più pericoloso vivere a
lungo. Beato colui che ha sempre dinanzi agli occhi l’ora della sua morte ed è
pronto ogni giorno a morire. Se qualche volta hai visto uno morire, pensa che
anche tu dovrai passare per la stessa strada. La mattina, fa conto di non
arrivare alla sera; e quando poi si farà sera non osare sperare nel domani. Sii
dunque sempre pronto; e vivi in tal modo che, in qualunque momento, la morte
non ti trovi impreparato.
Sono molti coloro che muoiono in un istante, all’improvviso; giacché “il Figlio
dell’uomo verrà nell’ora in cui non si pensa che possa venire” (Mt 24,44; Lc
12,40). Quando sarà giunto quel momento estremo, comincerai a giudicare ben
diversamente tutta la tua vita passata, e molto ti dorrai di esser stato tanto
negligente e tanto fiacco. Quanto é saggio e prudente l’uomo che, durante la
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vita, si sforza di essere quale desidera esser trovato al momento della morte!
Ora, una piena fiducia di morire santamente la daranno il completo disprezzo
del mondo, l’ardente desiderio di progredire nelle virtù, l’amore del sacrificio, il
fervore nella penitenza, la rinuncia a se stesso e il saper sopportare ogni
avversità per amore di Cristo. Mentre sei in buona salute, molto puoi lavorare
nel bene; non so, invece, che cosa potrai fare quando sarai ammalato. Giacché
sono pochi quelli che, per il fatto di essere malati, diventano più buoni; così
come sono pochi quelli che, per il fatto di andare frequentemente in
pellegrinaggio, diventano più santi. Non credere di poter rimandare a un
tempo futuro la tua salvezza, facendo affidamento sui suffragi degli amici e dei
parenti; tutti costoro ti dimenticheranno più presto di quanto tu non creda.
Perciò, più che sperare nell’aiuto di altri, è bene provvedere ora, fin che si è in
tempo, mettendo avanti un po’ di bene. Ché, se non ti prendi cura di te stesso
ora, chi poi si prenderà cura di te? Questo è il tempo veramente prezioso; sono
questi i giorni della salvezza; è questo il tempo che il Signore gradisce (2Cor
6,2). Purtroppo, invece, questo tempo tu non lo spendi utilmente in cose
meritorie per la vita eterna. Verrà il momento nel quale chiederai almeno un
giorno o un’ora per emendarti; e non so se l’otterrai. Ecco, dunque, mio caro, di
quale pericolo ti potrai liberare, a quale pericolo ti potrai sottrarre, se sarai
stato sempre nel timore di Dio, in vista della morte. Procura di vivere ora in
modo tale che, nell’ora della morte, tu possa avere letizia, anziché paura;
impara a morire al mondo, affinché tu cominci allora a vivere con Cristo;
impara ora a disprezzare ogni cosa, affinché tu possa allora andare liberamente
a Cristo; mortifica ora il tuo corpo con la penitenza, affinché tu passa allora
essere pieno di fiducia.
Stolto, perché vai pensando di vivere a lungo, mentre non sei sicuro di avere
neppure una giornata? Quante persone sono state ingannate, inaspettatamente
tolte a questa vita! Quante volte hai sentito dire che uno è morto di ferite e un
altro è annegato; che uno, cadendo dall’alto, si è rotto la testa; che uno si è
soffocato mentre mangiava e un altro è morto mentre stava giocando? Chi
muore per fuoco, chi per spada; chi per una pestilenza, chi per un assalto dei
predoni. Insomma, comunque destino è la morte; e passa rapidamente come
un’ombra la vita umana. Chi si ricorderà di te, dopo che sarai scomparso, e chi
pregherà per te? Fai, o mio caro, fai ora tutto quello che sei in grado di fare,
perché non conosci il giorno della tua morte; né sai che cosa sarà di te dopo.
Accumula, ora, ricchezze eterne, mentre sei in tempo. Non pensare a
nient’altro che alla tua salvezza; preoccupati soltanto delle cose di Dio. Fatti
ora degli amici, venerando i santi di Dio e imitando le loro azioni, “affinché ti
ricevano nei luoghi eterni, quando avrai lasciato questa vita” (Lc 16,9).
Mantienti, su questa terra, come uno che è di passaggio; come un ospite, che
non ha a che fare con le faccende di questo mondo. Mantieni libero il tuo cuore,
e rivolto al cielo, perché non hai stabile dimora quaggiù (Eb 13,14). Al cielo
rivolgi continue preghiere e sospiri e lacrime, affinché, dopo la morte, la tua
anima sia degna di passare felicemente al Signore. Amen.
22
Capitolo XXIV
IL GIUDIZIO DIVINO E LA PUNIZIONE DEI PECCATI
In ogni cosa tieni l’occhio fisso al termine finale; tieni l’occhio, cioè, a come
comparirai dinanzi al giudice supremo; al giudice che vede tutto, non si lascia
placare con doni, non accetta scuse; e giudica secondo giustizia (cfr. Is 11,4).
Oh!, sciagurato e stolto peccatore, come potrai rispondere a Dio, il quale
conosce tutto il male che hai fatto; tu che tremi talvolta alla vista del solo volto
adirato di un uomo? Perché non pensi a quel che avverrà di te nel giorno del
giudizio, quando nessuno potrà essere scagionato e difeso da altri, e ciascuno
costituirà per se stesso un peso anche troppo grave? E’ adesso che la tua fatica
è producente; è adesso che il tuo pianto e il tuo sospiro possono piacere a Dio
ed essere esauditi; è adesso che il tuo dolore può ripagare il male compiuto e
renderti puro.
Un grave e salutare purgatorio l’ha colui che sa sopportare. Questi, ricevendo
ingiustizie, si dispiace della cattiveria altrui, più che del male patito; è pronto a
pregare per quelli che lo contrastano e perdona di cuore le loro colpe; non esita
a chiedere perdono agli altri; è più incline ad aver compassione che ad adirarsi;
fa violenza sovente a se stesso e si sforza di sottoporre interamente la carne
allo spirito. Stroncare ora i vizi e purgarsi ora dai peccati è miglior cosa che
lasciarli da purgare in futuro. Invero noi facciamo inganno a noi stessi amando
le cose carnali, contro l’ordine stabilito da Dio. Che altro divorerà, quel fuoco,
se non i tuoi peccati? Perciò, quanto più indulgi a te stesso quaggiù, seguendo
la carne, tanto più duramente pagherai poi, preparando fin d’ora materiale più
abbondante per quelle fiamme. Ciascuno sarà più gravemente punito in ciò in
cui ebbe a peccare. Colà i pigri saranno incalzati da pungoli infuocati; e i golosi
saranno tormentati da grande sete e fame. Colà sui lussuriosi e sugli amanti dei
piaceri saranno versati in abbondanza pece ardente e zolfo fetido; e gli
invidiosi, per il grande dolore, daranno in ululati, quali cani rabbiosi. Non ci
sarà vizio che non abbia il suo speciale tormento. Colà i superbi saranno pieni
di ogni smarrimento; e gli avari saranno oppressi da gravissima miseria.
Un’ora trascorsa colà, nella pena, sarà più grave di cento anni passati qui in
durissima penitenza. Nessuna tregua, colà, nessun conforto per i dannati;
mentre quaggiù talora ci si stacca dalla fatica e si gode del sollievo degli amici.
Devi darti da fare adesso, e piangere i tuoi peccati, per poter essere senza
pensiero nel giorno del giudizio. In quel giorno, infatti, i giusti staranno in
piena tranquillità in faccia a coloro che li oppressero (Sap 5,1) e li
calpesteranno. Starà come giudice colui che ora si sottomette umilmente al
giudizio degli uomini. In quel giorno, grande speranza avranno il povero e
l’umile, e sarà pieno di paura il superbo; apparirà che è stato saggio in questo
mondo colui che ha saputo essere stolto e disprezzato per amore di Cristo. In
quel giorno sarà cara ogni tribolazione che sia stata sofferta pazientemente, e
“ogni iniquità chiuderà la sua bocca” (Sal 106,42); l’uomo pio sarà nella gioia,
mentre sarà nel dolore chi è vissuto senza fede. In quel giorno il corpo
tribolato godrà più che se fosse stato nutrito di delizie; risplenderà la veste
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grossolana e quella fine sarà oscurata; una miserabile dimora sarà più
ammirata che un palazzo dorato. In quel giorno una pazienza che non sia
venuta mai meno, gioverà più che tutta la potenza della terra; la schietta
obbedienza sarà glorificata più che tutta l’astuzia del mondo. In quel giorno la
pura e retta coscienza darà più gioia che la erudita dottrina; il disprezzo delle
ricchezze varrà di più che i tesori di tutti gli uomini. In quel giorno avrai
maggior gioia da una fervente preghiera che da un pranzo prelibato; trarrai più
gioia dal silenzio che avrai mantenuto, che da un lungo parlare. In quel giorno
le opere buone varranno di più che le molte parole; una vita rigorosa è una
dura penitenza ti saranno più care di ogni piacere di questa terra.
Impara a patire un poco adesso, affinché allora tu possa essere liberato da
patimenti maggiori. Prova te stesso prima, quaggiù, per sapere di che cosa
sarai capace allora. Se adesso sai così poco patire, come potrai sopportare i
tormenti eterni? Se adesso un piccolo patimento ti rende così incapace di
sopportazione, come ti renderà la Geenna? Ecco, in verità, non le puoi avere
tutte e due, queste gioie: godere in questa vita e poi regnare con Cristo. Che ti
gioverebbe, se, fino ad oggi, tu fossi sempre vissuto tra gli onori e i piaceri, e
ora ti accadesse di morire improvvisamente? Tutto, dunque, è vanità, fuorché
amare Iddio e servire a Lui solo. E perciò, colui che ama Dio con tutto il suo
cuore non ha paura né della morte, né della condanna, né del giudizio, né
dell’inferno. Un amore perfetto porta con tutta sicurezza a Dio; chi invece
continua ad amare il peccato ha paura e – ciò non fa meraviglia – della morte e
del giudizio. Se poi non hai ancora amore bastante per star lontano dal male, è
bene che almeno la paura dell’inferno ti trattenga; in effetti, chi non tiene nel
giusto conto il timore di Dio non riuscirà a mantenersi a lungo nella via del
bene, ma cadrà ben presto nei lacci del diavolo.
Capitolo XXV
CORREGGERE FERVOROSAMENTE TUTTA LA NOSTRA VITA
Che tu sia attento e preciso, nel servire Iddio; ripensa frequentemente alla
ragione per la quale sei venuto qui, lasciando il mondo. Non è stato forse per
vivere in Dio e farti tutto spirito? Che tu sia, dunque, fervoroso, giacché in
breve tempo sarai ripagato dei tuoi sforzi; né avrai più, sul tuo orizzonte, alcun
timore e dolore faticherai qui per un poco, e poi troverai una grande pace, anzi,
una gioia perpetua. Se sarai costante nella fede e fervoroso nelle opere, Dio,
senza dubbio, sarà giusto e generoso nella ricompensa. Che tu mantenga la
santa speranza di giungere alla vittoria, anche se non è bene che tu ne abbia
alcuna sicurezza, per non cadere in stato di torpore o di presunzione. Una
volta, un tale, dibattuto interiormente tra il timore e la speranza, sfinito dal
doloro, si prostrò in chiesa davanti ad un altare dicendo tra sé: “Oh! Se sapessi
di poter perseverare!”. E subito, di dentro, udì una risposta, che veniva da Dio:
“Perché, se tu sapessi di poter perseverare, che cosa vorresti fare? Fallo adesso,
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quello che vorresti fare, e sarai del tutto tranquillo”. Allora, rasserenato e
confortato, egli si affidò alla volontà di Dio, e cessò in lui quella angosciosa
incertezza; egli non volle più cercar di sapere quel che sarebbe stato di lui in
futuro, e si diede piuttosto a cercare “quale fosse la volontà del Signore:
volontà di bene e di perfezione”, (Rm 12, 2) per intraprendere e portare a
compimento ogni opera buona. Dice il profeta: “Spera nel Signore e fa il bene;
abita la terra e nutriti delle sue ricchezze” (Sal 36,3).
Una sola cosa è quella che distoglie molta gente dal progresso spirituale e dal
fervoroso sforzo di correzione: lo sgomento di fronte agli ostacoli e l’asprezza
di questa lotta. Invero avanzano nelle virtù coloro che si sforzano di superare
virilmente ciò che è per essi più gravoso, e che più li contrasta; giacché proprio
là dove più si vince se stessi, mortificandosi nello spirito, più si guadagna, e
maggior grazia si ottiene. Certo che non tutti gli uomini hanno pari forze per
vincere se stessi e per mortificarsi. Tuttavia, uno che abbia tenacia e buon
volere, anche se le sue passioni sono più violente, riuscirà a progredire più di
un altro, pur buono, ma meno fervoroso nel tendere verso le virtù. Due cose
giovano particolarmente al raggiungimento di una totale emendazione: il fare
violenza a se stessi, distogliendosi dal male, a cui ciascuno è portato per natura;
e il chiedere insistentemente il bene spirituale di cui ciascuno ha maggior
bisogno. Inoltre tu devi fare in modo di evitare soprattutto ciò che più spesso
trovi brutto in altri. Da ogni parte devi saper trarre motivo di profitto
spirituale. Così, se ti capita di vedere o di ascoltare dei buoni esempi, devi
ardere dal desiderio di imitarli; se, invece, ti pare che qualcosa sia degno di
riprovazione, devi guardarti dal fare altrettanto; se talvolta l’hai fatto, procura
di emendarti. Come il tuo occhio giudica gli altri, così, a tua volta, sarai
giudicato tu dagli altri. Quale gioia e quale dolcezza, vedere dei frati pieni di
fervore e di devozione, santi nella vita interiore e nella loro condotta; quale
tristezza, invece, e quale dolore, vedere certi frati, che vanno di qua e di là,
disordinatamente, tralasciando di praticare proprio ciò per cui sono stati
chiamati! Gran danno procura, questo dimenticarsi delle promesse della
propria vocazione, volgendo i desideri a cose diverse da quelle che ci vengono
ordinate.
Ricordati della decisione che hai presa, e poni dinanzi ai tuoi occhi la figura del
crocifisso. Riflettendo alla vita di Gesù Cristo, avrai veramente di che
vergognarti, ché non hai ancora cercato di farti più simile a lui, pur essendo
stato per molto tempo nella vita di Dio. Il monaco che si addestra con intensa
devozione sulla vita santissima e sulla passione del Signore, vi troverà in
abbondanza tutto ciò che gli può essere utile e necessario; e non dovrà cercare
nulla di meglio, fuor di Gesù. Oh, come saremmo d’un colpo pienamente
addottrinati se avessimo nel nostro cuore Gesù crocifisso! Il monaco pieno di
fervore sopporta ogni cosa santamente e accetta ciò che gli viene imposto;
invece quello negligente e tiepido trova una tribolazione sull’altra ed è
angustiato per ogni verso, perché gli manca la consolazione interiore, e quella
esterna gli viene preclusa. Il monaco che vive fuori della regola va incontro a
piena rovina. Infatti chi tende ad una condizione piuttosto libera ed esente da
disciplina sarà sempre nell’incertezza, poiché ora non gli andrà una cosa, ora
25
un’altra. Come fanno gli altri monaci, così numerosi, che vivono ben
disciplinati dalla regola del convento? Escono di rado e vivono liberi da ogni
cosa; mangiano assai poveramente e vestono panni grossolani; lavorano molto
e parlano poco; vegliano fino a tarda ora e si alzano per tempo; pregano a
lungo, leggono spesso e si comportano strettamente secondo la regola. Guarda
i Certosini, i Cistercensi, e i monaci e le monache di altri Ordini, come si alzano
tutte le notti per cantare le lodi di Dio. Ora, sarebbe vergognoso che, in una
cosa tanto meritoria, tu ti lasciassi prendere dalla pigrizia, mentre un
grandissimo numero di monaci comincia i suoi canti di gioia, in unione con
Dio. Oh!, se noi non avessimo altro da fare che lodare il Signore, nostro Dio,
con tutto il cuore e con tutta la nostra voce. Oh!, se tu non avessi mai bisogno
di mangiare, di bere, di dormire; e potessi invece, lodare di continuo il Signore,
e occuparti soltanto delle cose dello spirito. Allora saresti più felice di adesso,
che sei al servizio del tuo corpo per varie necessità. E volesse il Cielo che non
ci fossero, queste necessità, e ci fossero soltanto i pasti spirituali dell’anima, che
purtroppo gustiamo ben di rado.
Quando uno sarà giunto a non cercare il proprio conforto in alcuna creatura,
allora egli comincerà a gustare perfettamente Dio; allora accetterà di buon
grado ogni cosa che possa succedere; allora non si rallegrerà, o rattristerà, per
il molto o il poco che possieda. Si rimetterà del tutto e con piena fiducia in Dio:
in Dio, che per lui sarà tutto, in ogni circostanza; in Dio, agli occhi del quale
nulla muove o va interamente perduto; in Dio, e per il quale ogni cosa vive,
servendo senza esitazione al suo comando. Abbi sempre presente che tutto
finisce e che il tempo perduto non ritorna. Non giungerai a possedere forza
spirituale, se non avrai sollecitudine e diligenza. Se comincerai ad essere
spiritualmente malato. Se invece ti darai tutto al fervore, troverai una grande
pace, e sentirai più lieve la fatica, per la grazia di Dio e per la forza dell’amore.
Tutto può, l’uomo fervido e diligente. Impresa più grande delle sudate fatiche
corporali è quella di vincere i vizi e di resistere alle passioni. E colui che non sa
evitare le piccole mancanze, cade, a poco a poco, in mancanze maggiori. Sarai
sempre felice, la sera, se avrai spesa la giornata fruttuosamente. Vigila su te
stesso, scuoti e ammonisci te stesso; checché facciano gli altri, non dimenticare
te stesso. Il tuo progresso spirituale sarà pari alla violenza che avrai fatto a te
stesso. Amen.
FINISCONO LE ESORTAZIONI UTILI PER LA VITA DELLO SPIRITO.
26
Libro II
INCOMINCIAMO LE ESORTAZIONI CHE CI INTRODUCONO
ALL’INTERIORITA’
Capitolo I
IL RACCOGLIMENTO INTERIORE
“Il regno di Dio è dentro di voi” (Lc 17,21), dice il Signore. Volgiti a Dio con
tutto il tuo cuore, lasciando questo misero mondo, e l’anima tua troverà pace.
Impara a disprezzare ciò che sta fuori di te, dandoti a ciò che è interiore, e
vedrai venire in te il regno di Dio. Esso è, appunto, “pace e letizia nello Spirito
Santo” (Rm 14,17); e non è concesso ai malvagi. Se gli avrai preparato, dentro
di te, una degna dimora, Cristo verrà a te e ti offrirà il suo conforto. Infatti
ogni lode e ogni onore, che gli si possa fare, viene dall’intimo; e qui sta il suo
compiacimento. Per chi ha spirito di interiorità è frequente la visita di Cristo; e,
con essa, un dolce discorrere, una gradita consolazione, una grande pace, e una
familiarità straordinariamente bella. Via, anima fedele, prepara il tuo cuore a
questo sposo, cosicché si degni di venire presso di te e di prendere dimora in te.
Egli dice infatti: Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e verremo a lui e
abiteremo presso di lui” (Gv 14,23). Accogli, dunque, Cristo, e non far entrare
in te nessun’altra cosa. Se avrai Cristo sarai ricco, sarai pienamente appagato.
Sarà lui a provvedere e ad agire fedelmente per te. Così non dovrai affidarti
agli uomini. Questi mutano in un momento e vengono meno rapidamente,
mentre cristo “resta in eterno” (Gv 12, 34) e sta fedelmente accanto a noi, fino
alla fine. Non dobbiamo far molto conto sull’uomo, debole e mortale, anche se
si tratta di persona che ci è preziosa e cara; né dobbiamo troppo rattristarci se
talvolta ci combatte e ci contrasta. Quelli che oggi sono con te, domani si
possono mettere contro di te; spesso si voltano come il vento.
Riponi interamente la fiducia in Dio, e sia lui il tuo timore e il tuo amore.
Risponderà lui per te, e opererà per il bene, nel modo migliore. “Non hai
stabile dimora quaggiù” (Eb 13,14); dovunque tu abbia a trovarti, sei un
forestiero e un pellegrino, né mai avrai pace se non sarai strettamente unito a
Cristo. Perché ti guardi tutto attorno quaggiù, se non è questo il luogo della
tua pace? La tua dimora deve essere tra le cose celesti; quelle terrene le devi
guardare come di passaggio. Passano tutte le cose, e con esse anche tu; vedi di
non invischiarti, per evitare di essere catturato e perire. Sia il tuo pensiero
sempre presso l’Altissimo; e la tua preghiera si diriga, senza sosta a Cristo. Che
se non riesci a meditare le profonde realtà celesti, cerca rifugio nella passione
di Cristo e prendi lieta dimora nelle sue sante ferite. Se ti sarai rifugiato, con
animo devoto, nelle ferite e nelle piaghe preziose di Gesù, sentirai un gran
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conforto nella tribolazione, e non farai molto caso del disprezzo degli uomini,
sopportando con facilità quanto si dice contro di te. Anche Cristo fu
disprezzato dagli uomini in questo mondo e, nel momento in cui ne aveva
maggior bisogno, fu abbandonato, tra sofferenze disonoranti, da quelli che lo
conoscevano e gli erano amici. Cristo volle soffrire ed essere disprezzato; e tu
osi lamentarti di qualcuno? Cristo ebbe avversari e oppositori; e tu vuoi che
tutti ti siano amici e ti facciano del bene? Come potrà essere premiata la tua
capacità di soffrire se non avrai incontrato alcuna avversità? Se non vuoi
sopportare nulla che ti si opponga, in che modo potrai essere amico di Cristo?
Se vuoi regnare con Cristo, sorreggiti in Cristo e per mezzo di Cristo. Che se,
una sola volta tu riuscissi ad entrare perfettamente nell’intimo di Gesù,
gustando un poco dell’ardente suo amore, non ti preoccuperesti per nulla di ciò
che ti piace o non ti piace; troveresti gioia, invece nelle offese che ti si fanno.
Giacché l’amore per Gesù ci porta a disprezzare noi stessi.
L’uomo che ama Gesù e la verità, l’uomo veramente interiore e libero da
desideri contrari alla suprema volontà, può volgersi a Dio senza impacci, e
innalzarsi in ispirito sopra se stesso, ricavandone una pace ricca di frutto.
Veramente saggio, e dotto di una dottrina impartita da Dio più che dagli
uomini, è colui che stima tutte le cose per quello che sono, non per quello che
se ne dice nei giudizi umani. Se uno sa procedere secondo la guida interiore,
evitando di valutare le cose secondo i criteri del mondo, non si perde nel
ricercare il luogo adatto o nell’attendere il tempo opportuno per dedicarsi ad
esercizi di devozione. Se uno ha spirito di interiorità, subito si raccoglie in se
stesso, giacché non si disperde mai del tutto nelle cose esterne. Per lui non è
un ostacolo un lavoro che gli venga imposto né una occupazione che, in quel
momento, appaia doverosa; giacché egli sa adattarsi alle situazioni, così come
esse si presentano. Colui che è intimamente aperto e rivolto al bene, non bada
alle azioni malvagie degli uomini, pur se possano apparire mirabili; infatti,
quanto più uno attira a sé le cose esteriori, tanto più resta legato, e distratto da
sé medesimo. Se tutto fosse a posto in te, e tu fossi veramente puro, ogni cosa
accadrebbe per il tuo bene e per il tuo vantaggio; che se molte cose spesso ti
sono causa i disagio o di turbamento, è proprio perché non sei ancora
perfettamente morto a te stesso e distaccato da tutto ciò che è terreno. Nulla
insozza e inceppa il cuore umano quanto un amore non ancora purificato, volto
alle cose di questo mondo; se invece tu rinunci a cercare gioia in ciò che sta
fuori di te, potrai contemplare le realtà celesti e godere frequentemente di gioia
interiore.
Capitolo II
L’UMILE SOTTOMISSIONE
Non fare gran conto di chi ti sia favorevole o contrario; piuttosto preoccupati
assai che, in ogni cosa che tu faccia, Dio sia con te. Abbi retta coscienza; Dio
sicuramente ti difenderà. Non ci sarà cattiveria che possa nuocere a colui che
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Dio vorrà aiutare. Se tu saprai tacere e sopportare, constaterai senza dubbio
l’aiuto del Signore. E’ lui che conosce il tempo e il modo di sollevarti; a lui
perciò devi rimetterti: a lui che può soccorrerci e liberarci da ogni
smarrimento. Perché ci possiamo mantenere in una più grande umiltà, è
sovente assai utile che altri conosca i nostri difetti, e che ce li rimproveri.
Quando uno si umilia per i propri difetti facilmente fa tacere gli altri, e acquieta
senza difficoltà coloro che si sono adirati contro di lui. All’umile Dio dona
protezione ed aiuto; all’umile Dio dona il suo amore e il suo conforto; verso
l’umile Dio si china; all’umile largisce tanta grazia, innalzandolo alla gloria,
perché si è fatto piccolo; all’umile Dio rivela i suoi segreti, invitandolo e
traendolo a sé con dolcezza. Così colui che umilmente ammette la propria colpa
si sente pienamente in pace, avendo egli la sua dimora in Dio, e non nel mondo.
Non credere di aver fatto alcun progresso spirituale, se non ti senti inferiore ad
ogni altro.
Capitolo III
CHI E’ COLUI CHE AMA IL BENE E LA PACE
Se, in primo luogo, manterrai te stesso nella pace, potrai dare pace agli altri;
ché l’uomo di pace è più utile dell’uomo di molta dottrina. Colui che è turbato
dalla passione trasforma anche il bene in male, pronto com’è a vedere il male
dappertutto; mentre colui che ama il bene e la pace trasforma ogni cosa in
bene. Chi è pienamente nella pace non sospetta di alcuno. Invece chi è inquieto
e turbato sta sempre in agitazione per vari sospetti. Non è tranquillo lui, né
permette agli altri di esserlo; dice sovente cose che non dovrebbe dire e
tralascia cose che più gli converrebbe fare; sta attento a ciò che dovrebbero fare
gli altri, e trascura ciò a cui sarebbe tenuto lui stesso. Sii dunque zelante,
innanzi tutto , con te stesso; solo così potrai essere giustamente zelante con il
tuo prossimo. Tu sei molto abile nel trovare giustificazioni per quello che fai e
nel farlo apparire sotto una certa luce, mentre rifiuti di accettare le
giustificazioni negli altri. Sarebbe invece più giusto che tu accusassi te stesso e
scusassi il tuo fratello. Se vuoi essere sopportato, sopporta gli altri anche tu.
Vedi quanto sei ancora lontano dal vero amore e dalla umiltà di chi non sa
adirarsi e indignarsi con alcuno, fuor che con se stesso. Non è grande merito
stare con persone buone e miti; è cosa, questa, che fa naturalmente piacere a
tutti, e nella quale tutti troviamo facile contentezza, giacché amiamo di più
quelli che ci danno ragione. E’ invece grande virtù, e lodevole comportamento,
degno di un uomo, riuscire a vivere in pace con le persone dure e cattive, che si
comportano senza correttezza e non hanno condiscendenza verso di noi. Ci
sono alcuni che stanno, essi, nella pace e mantengono pace anche con gli altri.
Ci sono invece alcuni che non stanno in pace essi, né lasciano pace agli altri:
pesanti con il prossimo, e ancor più con se stessi. Ci sono poi alcuni che stanno
essi nella pace e si preoccupano di condurre alla pace gli altri. La verità è che la
vera pace, in questa nostra misera vita, la dobbiamo far consistere nel saper
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sopportare con umiltà, piuttosto che nel non avere contrarietà. Colui che saprà
meglio sopportare, conseguirà una pace più grande. Vittorioso su se stesso e
padrone del mondo, questi è l’amico di Cristo e l’erede del cielo.
Capitolo IV
LA LIBERTA’ DI SPIRITO E LA SEMPLICITA’ DI INTENZIONE
Due sono le ali che permettono all’uomo di sollevarsi al di sopra delle cose
terrene, la semplicità e la libertà: la semplicità, necessaria nella intenzione; la
libertà, necessaria nei desideri. La semplicità tende a Dio; la libertà raggiunge
e gode Dio. Nessuna buona azione ti sarà difficile se sarai interiormente libero
da ogni desiderio non retto. E godrai pienamente di questa interiore libertà se
mirerai soltanto alla volontà di Dio e se cercherai soltanto l’utilità del
prossimo. Se il tuo cuore fosse retto, ogni cosa creata sarebbe per te specchio di
vita e libro di santa dottrina. Giacché non v’è creatura così piccola e di così
poco valore che non rappresenti la bontà di Dio. Se tu fossi interiormente
buono e puro, vedresti ogni cosa senza velame, e la comprenderesti
pienamente: è infatti il cuore puro che penetra il cielo e l’inferno. Come uno è di
dentro, così giudica di fuori. Chi è puro di cuore è tutto preso dalla gioia, per
quanta gioia è nel mondo. Se, invece, da qualche parte, ci sono tribolazioni ed
angustie, queste le avverte di più chi ha il cuore perverso. Come il ferro, messo
nel fuoco, lasciando cadere la ruggine, si fa tutto splendente, così colui che si
dà totalmente a Dio si spoglia del suo torpore e si muta in un uomo nuovo.
Quando uno comincia ad essere tiepido spiritualmente teme anche il più
piccolo travaglio, e accoglie volentieri ogni conforto che gli venga dal di fuori.
All’incontro, quando uno comincia a vincere pienamente se stesso e a
camminare veramente da uomo nella via del Signore, allora fa meno conto di
quelle cose che prima gli sembravano gravose.
Capitolo V
L’ATTENTO ESAME DI SE STESSI
Non possiamo fare troppo affidamento su noi stessi, perché spesso ci manca la
grazia e la capacità di sentire rettamente. Scarsa è la luce che è in noi, e
subitamente la perdiamo per la nostra negligenza. Spesso poi non ci
accorgiamo neppure di essere così ciechi interiormente: facciamo il male e, cosa
ancora peggiore, ci andiamo scusando. Talora siamo mossi dalla passione, e la
prendiamo per zelo; rimproveriamo negli altri piccole cose e passiamo sopra a
quelle più grosse, commesse da noi. Avvertiamo con prontezza, e pesiamo ben
bene ciò che gli altri ci fanno soffrire, ma non ci accorgiamo di quanto gli altri
soffrono per causa nostra. Chi riflettesse bene e a fondo su se stesso, non
giudicherebbe severamente gli altri. L’uomo interiore, prima di occuparsi di
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altre cose, guarda dentro di sé; e, intento diligentemente a se stesso, è portato a
tacere degli altri. Solamente se starai zitto sugli altri, guardando specialmente
a te stesso, giungerai a una vera e devota interiorità.
Se sarai tutto intento a te stesso e a Dio, ben poco ti scuoterà quello che
sentirai dal di fuori. Sei forse da qualche parte, quando non sei presente in te?
E se, dimenticando te stesso, tu avessi anche percorso il mondo intero, che
giovamento ne avresti ricavato? Se vuoi avere pace e spirituale solidità, devi
lasciar andare ogni cosa, e avere dinanzi agli occhi solamente te stesso. Grande
sarà il tuo progresso se riuscirai a mantenerti libero da ogni preoccupazione
terrena; se invece apprezzerai in qualche modo una qualsiasi cosa temporale,
farai un gran passo indietro. Nulla per te sia grande, nulla eccelso, nulla
gradito e caro, se non solamente Iddio, oppure cosa che venga da Dio.
Considera vano ogni conforto che ti venga da qualsiasi creatura. L’anima che
ama Dio disprezza tutto ciò che sia inferiore a Dio. Conforto dell’anima e vera
letizia del cuore è soltanto Dio, l’eterno, l’incommensurabile, colui che riempie
di sé l’universo.
Capitolo VI
LA GIOIA DI UNA COSCIENZA RETTA
Giusto vanto dell’uomo retto è la testimonianza della buona coscienza. Se sarai
certo, in coscienza, di aver agito rettamente, sarai sempre nella gioia. La buona
coscienza permette di sopportare tante cose ed è piena di letizia, anche nelle
avversità. Al contrario, se sentirai in coscienza di aver fatto del male, sarai
sempre timoroso ed inquieto. Dolce riposo sarà il tuo, se il cuore non avrà
nulla da rimproverarti. Non rallegrarti se non quando avrai fatto del bene. I
cattivi non godono mai di una vera letizia e non sentono mai la pace dell’anima,
giacché “non c’è pace per gli empi”, dice il Signore (Is 48,22; 57,21). E se la
gente dice: “siamo in pace, non ci accadrà alcun male (Mic 3,11), chi mai oserà
farci del male?”, non creder loro; ché improvvisa si leverà la collera di Dio, “e
quello che hanno fatto andrà in fumo, e i loro piani svaniranno” (Sal 145,4). Per
colui che ama Iddio, non è difficile trovare la propria gloria nella sofferenza,
poiché ciò significa trovarla nella croce del Signore.
La gloria data o ricevuta dagli uomini dura poco; e una certa tristezza le si
accompagna sempre. Invece la gloria dei giusti viene dalla loro coscienza, non
dalle parole della gente; la loro letizia viene da Dio ed è in Dio; la loro gioia
viene dalla verità. Colui che aspira alla gloria vera ed eterna non si preoccupa
di quella temporale; invece colui che cerca questa gloria caduca, anziché
disprezzarla dal profondo dell’animo, evidentemente ama di meno la gloria
celeste. Grande serenità di spirito possiede colui che non bada alle lodi né ai
rimproveri della gente; giacché, se ha la coscienza pulita, si sentirà facilmente
contento e tranquillo. Tu non sei maggiormente santo se ricevi delle lodi, né
31
maggiormente cattivo se ricevi dei rimproveri; sei quello che sei, e non puoi
essere ritenuto più grande di quanto tu non sia agli occhi di Dio. Se fai
attenzione a quello che tu sei in te stesso, interiormente, non baderai a ciò che
possano dire di te gli uomini. L’uomo vede in superficie, Dio invece vede nel
cuore; l’uomo guarda alle azioni esterne. Dio giudica invece le intenzioni. Agire
bene, sempre, e avere poca stima di se medesimi, è segno di umiltà di spirito;
non cercare conforto da alcuna creatura è segno di grande libertà e di fiducia
interiore. Chi non cerca per sé alcuna testimonianza dal di fuori, evidentemente
si abbandona del tutto a Dio. Infatti, come dice S. Paolo, “non riceve il premio
colui che si loda da sé, ma colui che è lodato da Dio” (2Cor 10,18). Procedere
tenendo Dio nel cuore, e non essere stretto da alcun legame che venga di fuori,
ecco la condizione dell’uomo spirituale.
Capitolo VII
L’AMORE DI GESU’ SOPRA OGNI COSA
Beato colui che comprende che cosa voglia dire amare Gesù e disprezzare se
stesso per Gesù. Si deve lasciare ogni persona amata, per colui che merita tutto
il nostro amore: Gesù esige di essere amato, lui solo, sopra ogni cosa.
Ingannevole e incostante è l’amore della creatura; fedele e durevole è l’amore di
Gesù. Chi s’attacca alla creatura cadrà con la creatura, che facilmente vien
meno; chi abbraccia Gesù troverà saldezza per sempre. Ama e tienti amico
colui che, quando tutti se ne andranno, non ti abbandonerà, né permetterà che,
alla fine, tu abbia a perire. Che tu lo voglia oppure no, dovrai un giorno
separarti da tutti; tienti dunque stretto, in vita e in morte, a Gesù, e affidati alla
fedeltà di lui, che solo ti potrà aiutare allorché gli altri ti verranno meno.
Per sua natura, Gesù, tuo amore, è tale da non permettere che tu ami altra
cosa; egli vuole possedere da solo il tuo cuore, e starvi come un re sul suo
trono. Di buon grado Gesù starà presso di te, se tu saprai liberarti
perfettamente da ogni creatura. Qualunque fiducia tu abbia posto negli uomini,
escludendo Gesù, ti risulterà quasi del tutto buttata via. Non affidarti o
appoggiarti ad una canna, che si piega al vento, perché “ogni carne è come
fieno e ogni suo splendore cadrà come il fiore del fieno” (1Pt 1,24). Se
guarderai soltanto alle esterne apparenze umane, sarai tosto ingannato. E se
cercherai consolazione e profitto negli altri, ne sentirai molto spesso un danno.
Se cercherai in ogni cosa Gesù, troverai certamente Gesù. Se invece cercherai
te stesso, troverai ancora te stesso, ma con tua rovina. Infatti, se non cerca
Gesù, l’uomo nuoce a se stesso, più che non possano nuocergli i suoi nemici e il
mondo intero.
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Capitolo VIII
L’INTIMA AMICIZIA CON GESU’
Quando è presente Gesù, tutto è per il bene, e nulla pare difficile. Invece,
quando Gesù non è presente, tutto è difficile. Quando Gesù non è presente,
tutto è difficile. Quando Gesù non parla nell’intimo, ogni consolazione vale
assai poco. Invece, se Gesù dice anche soltanto una parola, sentiamo una
grande consolazione. Forse che Maria Maddalena non balzò subitamente dal
luogo in cui stava in pianto, quando Marta le disse: “C’è qui il maestro, ti
chiama?” (Gv 11,28). Momento felice, quello in cui Gesù ci invita dal pianto al
gaudio spirituale. Come sei arido e aspro, lontano da Gesù; come sei sciocco e
vuoto se vai dietro a qualcosa d’altro, che non sia Gesù. Non è, questo, per te,
un danno più grande che perdere il mondo intero? Che cosa ti può mai dare il
mondo se non possiedi Gesù? Essere senza Gesù è un duro inferno; essere con
Gesù è un dolce paradiso. Non ci sarà nemico che possa farti del male, se avrai
Gesù presso di te. Chi trova Gesù trova un grande tesoro prezioso; anzi, trova
un bene più grande di ogni altro bene. Chi perde Gesù perde più che non si
possa dire; perde più che se perdesse tutto quanto il mondo. Colui che vive
senza Gesù è privo di tutto; colui che vive saldamente con lui è ricco di tutto.
Grande avvedutezza è saper stare vicino a Gesù; grande sapienza sapersi
tenere stretti a lui. Abbi umiltà e pace, e Gesù sarà con te; abbi devozione e
tranquillità di spirito, e Gesù starà con te. Che se comincerai a deviare verso le
cose esteriori, potrai subitamente allontanare da te Gesù, perdendo la sua
grazia; e se avrai cacciato lui, e l’avrai perduto, a chi correrai per rifugio, a chi
ti volgerai come ad amico? Senza un amico non puoi vivere pienamente; e se
non hai come amico, al di sopra di ogni altro, Gesù, sarai estremamente triste e
desolato.
E’ da stolto, dunque, quello che fai, ponendo la tua fiducia e la tua gioia in altri
che in Gesù. E’ preferibile avere il mondo intero contro di te che avere Gesù
disgustato di te. Sicché, tra tutte le persone care, caro, per sé, sia il solo Gesù;
tutti gli altri si devono amare a causa di Lui; Lui, invece, per se stesso. Gesù
Cristo, il solo che troviamo buono e fedele più di ogni altro amico, lui solo
dobbiamo amare, di amore particolare. Per lui e in lui ti saranno cari sia gli
amici che i nemici; e lo pregherai per gli uni e per gli altri, affinché tutti lo
conoscano e lo amino. Non desiderare di essere apprezzato od amato per te
stesso, poiché questo spetta soltanto a Dio, che non ha alcuno che gli somigli.
Non volere che uno si lasci prendere, nel suo cuore, tutto da te, né lasciarti
tutto prendere tu dall’amore di chicchessia. Gesù soltanto deve essere in te,
come in ognuno che ami il bene. Sii puro interiormente e libero, senza legami
con le creature. Se vuoi essere pienamente aperto a gustare “com’è soave il
Signore” (Sal 33,9), devi essere del tutto spoglio e offrire a Dio un cuore
semplice e puro.
Ma, in verità, a tanto non giungerai, se prima non sarà venuta a te la sua
grazia trascinandoti, cosicché, scacciata e gettata via ogni cosa, tu possa unirti
con Lui, da solo a solo. Quando la grazia di Dio scende sull’uomo, allora egli
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diventa capace di ogni impresa; quando invece la grazia viene meno, l’uomo
diventa misero e debole, quasi abbandonato al castigo. Ma anche così non ci si
deve lasciare abbattere; né si deve disperare. Occorre piuttosto stare
fermamente alla volontà di Dio e, qualunque cosa accada, sopportarla sempre a
lode di Gesù Cristo; giacché dopo l’inverno viene l’estate, dopo la tempesta una
grande quiete.
Capitolo IX
LA MANCANZA DI OGNI CONFORTO
Non è difficile disprezzare il conforto umano, quando abbiamo quello che viene
da Dio. Ma è cosa difficile assai saper sopportare la mancanza, sia del conforto
umano sia del conforto divino, saper accettare volonterosamente di soffrire, per
amore di Dio, la solitudine del cuore, e senza guardare i propri meriti. Che c’è
di straordinario se sei pieno di santa gioia, quando scende su di te la grazia
divina? E’, questo, un momento che è nel desiderio di tutti. Galoppa leggero
chi è sostenuto dalla grazia. Che c’è di strabiliante se non sente fatica colui che
è sostenuto dall’Onnipotente ed è condotto dalla somma guida? Di buona
voglia e prontamente accettiamo un po’ d’aiuto; difficilmente uno se la cava da
solo. Il santo martire Lorenzo seppe staccarsi da questo mondo, persino
dall’amato suo sacerdote, giacché egli disprezzò ogni cosa che gli apparisse
cara quaggiù. Egli giunse a sopportare con dolcezza che gli fosse tolto Sisto,
sommo sacerdote di Dio, che egli amava sopra ogni cosa. Per amore del
Creatore egli, dunque, superò l’amore verso un uomo; di fronte a un conforto
umano preferì la volontà di Dio. Così impara anche tu ad abbandonare, per
amore di Dio, qualche intimo e caro amico; e non sentire come cosa
intollerabile se vieni abbandonato da un amico, ben sapendo che, alla fine, tutti
dobbiamo separarci, l’uno dall’altro. Grande e lunga è la lotta che l’uomo deve
fare dentro di sé, per riuscire a superare se stesso e a porre in Dio tutto il
proprio cuore. Colui che pretende di bastare a se stesso va molto facilmente
alla ricerca di consolazioni umane. Colui invece che ama veramente Cristo e
segue volenterosamente la via della virtù non scende a tali consolazioni: egli
non cerca le dolcezze esteriori , ma cerca piuttosto di sopportare grandi prove
e dure fatiche per amore di Cristo.
Quando, dunque, Dio ti dà una consolazione spirituale, accoglila con
gratitudine. Ma comprendi bene che si tratta di un dono che ti viene da Dio,
non di qualcosa che risponda a un tuo merito. Per tale dono non devi gonfiarti
o esaltarti, né presumere vanamente di te; al contrario, per tale dono, devi farti
più umile, più prudente e più timorato in tutte le tue azioni, giacché passerà
quel momento e verrà poi la tentazione. Quando poi ti sarà tolta quella
consolazione, non disperare subitamente, ma aspetta con umiltà e pazienza di
essere visitato dall’alto: Dio può ridarti una consolazione più grande. Non è,
questa, cosa nuova né strana, per coloro che conoscono la via di Dio; questo
alterno ritmo si ebbe frequentemente nei grandi santi e negli antichi profeti.
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Ecco la ragione per la quale, mentre la grazia era presso di lui, quello
esclamava: “Nella pienezza dissi: così starò in eterno” (Sal 29,7); poi,
allontanatasi la grazia, avendo esperimentato la sua interiore condizione,
aggiungeva: “togliesti, o Dio, da me la tua faccia e sono pieno di tristezza” (Sal
29,8). Tuttavia quegli frattanto non disperava, ma pregava Iddio più
insistentemente, dicendo: “A te, Signore, innalzerò la mia voce, innalzerò la
mia preghiera al mio Dio”(Sal 29,9). Ricavava alla fine il frutto della sua
orazione, e proclamava di essere stato esaudito, con queste parole: “Il Signore
mi udì ed ebbe misericordia di me; il Signore è venuto in mio soccorso” (Sal
29,11). Come? “Mutasti – disse – il mio pianto in gioia, e mi circondasti di
letizia” (Sal 29,12). Poiché così avvenne per i grandi santi, noi deboli e poveri,
non dobbiamo disperarci, se siamo ora ferventi, ora tiepidi; ché lo spirito viene
e se ne parte, a suo piacimento. E’ per questo che il santo Giobbe diceva: “Lo
visiti alla prima luce, ma tosto lo metti alla prova” (Gb 7,18).
Su che cosa posso io fare affidamento, in chi posso io confidare? Soltanto nella
grande misericordia divina e nella speranza della grazia celeste. Persone
amanti del bene, che mi stiano vicine, devoti confratelli, amici fedeli, libri
edificanti ed eccellenti trattati, dolcezza di canti e di inni: anche se avessi tutte
queste cose, poco mi aiuterebbero e avrebbero per me ben poco sapore, quando
io fossi abbandonato dalla grazia e lasciato nella mia miseria. Allora, il rimedio
più efficace sta nel saper attendere con pazienza, sprofondandosi nella volontà
di Dio. Non ho mai trovato un uomo che avesse devozione e pietà tanto grandi
da non sentire talvolta venir meno la grazia o da non avvertire un
affievolimento del suo fervore. Non ci fu mai un santo rapito così in alto e così
illuminato, da non subire, prima o poi, la tentazione. Infatti, chi non è provato
da qualche tribolazione non è degno di una profonda contemplazione di Dio.
Ché la tentazione di oggi è segno di una divina consolazione di domani; la
quale viene, appunto, promessa a coloro che sono stati provati dalla tentazione.
A colui che avrà vinto, dice, “concederò di mangiare dell’albero della vita” (Ap
2,7). In effetti, la consolazione divina viene data affinché l’uomo sia più forte
nel sostenere le avversità; poi viene la tentazione, affinché egli non si
insuperbisca di quello stato di consolazione. Non dorme il diavolo, e la carne
non è ancor morta. Perciò non devi smettere mai di prepararti alla lotta,
perché da ogni parte ci sono nemici, che non si danno riposo.
Capitolo X
LA GRATITUDINE PER LA GRAZIA DIVINA
Perché vai cercando quiete, dal momento che sei nato per la tribolazione?
Disponiti a patire, più che ad essere consolato; a portare la croce, più che a
ricevere gioia. Anche tra coloro che vivono nel mondo, chi non sarebbe felice –
se potesse ottenerli in ogni momento – di non avere il conforto e la letizia dello
spirito, poiché le gioie spirituali superano tutti i piaceri mondani e le delizie
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materiali? Le delizie del mondo sono tutte vuote o poco buone; mentre le
delizie spirituali, esse soltanto, sono veramente piene di gioia ed innocenti,
frutto delle virtù e dono soprannaturale di Dio agli spiriti puri. In verità però
nessuno può godere a suo talento di queste divine consolazione, perché il
tempo della tentazione non dà lunga tregua. E poi una falsa libertà di spirito e
una eccessiva fiducia in se stessi sono di grande ostacolo a questa visita
dall’alto. Dio ci fa dono dandoci la consolazione della grazia; ma l’uomo
risponde in modo riprovevole se non attribuisce tutto a Dio con gratitudine. E
così non possono fluire su di noi i doni della grazia, perché non sentiamo
gratitudine per colui dal quale essa proviene e non riportiamo tutto alla sua
fonte originaria. La grazia sarà sempre dovuta a chi è giustamente grato;
mentre al superbo sarà tolto quello che suole esser dato all’umile. Non voglio
una consolazione che mi tolga la compunzione del cuore; non desidero una
contemplazione che mi porti alla superbia. Ché non tutto ciò che è alto è santo;
non tutto ciò che è soave è buono; non tutti i desideri sono puri; non tutto ciò
che è caro è gradito a Dio. Invece, accolgo con gioia una grazia che mi faccia
essere sempre più umile e timorato, e che mi renda più pronto a lasciare me
stesso. Colui che è stato formato dal dono della grazia ed ammaestrato dalla
dura sottrazione di essa, non oserà mai attribuirsi un briciolo di bene; egli
riconoscerà piuttosto di essere povero e nudo.
Da’ a Dio ciò che è di Dio, e attribuisci a te ciò che è tuo: mostrati riconoscente
a Dio per la grazia , e a te attribuisci soltanto il peccato, cosciente di meritare
una pena per la colpa commessa. Mettiti al posto più basso, e ti sarà dato il più
alto; giacché la massima elevazione non si ha che con il massimo
abbassamento. I santi più alti agli occhi di Dio sono quelli che, ai propri occhi ,
sono i più bassi; essi hanno una gloria tanto più grande quanto più si sono
sentiti umili. Ripieni della verità e della gloria celeste, non desiderano la vana
gloria di questo mondo; basati saldamente in Dio, non possono in alcun modo
insuperbire. Essi, che attribuiscono a Dio tutto quel che hanno ricevuto di
bene, non vanno cercando di essere esaltati l’uno dall’altro, ma vogliono invece
quella gloria, che viene soltanto da Dio; aspirano e sono tutti tesi a questo: che,
in loro stessi e in tutti i beati, sia lodato Iddio sopra ogni cosa. Sii dunque
riconoscente anche per la più piccola cosa; così sarai degno di ricevere doni più
grandi. La cosa più piccola sia per te come la più grande; quello che è più
disprezzabile sia per te come un dono straordinario. Se si guarda all’altezza di
colui che lo dà, nessun dono sembrerà piccolo o troppo poco apprezzabile. Non
è piccolo infatti ciò che ci viene dato dal Dio eccelso. Anche se ci desse pene e
tribolazioni, tutto questo deve esserci gradito, perché il Signore opera sempre
per la nostra salvezza, qualunque cosa permetta che ci accada. Chi vuol
conservare la grazia divina, sia riconoscente quando gli viene concessa, e
sappia sopportare quando gli viene tolta; preghi perché essa ritorni, sia
prudente ed umile affinché non abbia a perderla.
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Capitolo XI
SCARSO E’ IL NUMERO DI COLORO CHE AMANO LA CROCE DI
GESU’
Oggi, di innamorati del suo regno celeste, Gesù ne trova molti; pochi invece ne
trova di pronti a portare la sua croce. Trova molti desiderosi di consolazione,
pochi desiderosi della tribolazione, molti disposti a sedere a mensa, pochi
disposti a digiunare. Tutti desiderano godere con Lui, pochi vogliono soffrire
per Lui. Molti seguono Gesù fino alla distribuzione del pane, pochi invece fino
al momento di bere il calice della passione. Molti guardano con venerazione ai
suoi miracoli, pochi seguono l’ignominia della croce. Molti amano Iddio fin
tanto che non succedono avversità. Molti lo lodano e lo benedicono soltanto
mentre ricevono da lui qualche consolazione; ma, se Gesù si nasconde e li
abbandona per un poco, cadono in lamentazione e in grande abbattimento.
Invece coloro che amano Gesù per Gesù, non già per una qualche consolazione
propria, lo benedicono nella tribolazione e nella angustia del cuore, come nel
maggior gaudio spirituale. E anche se Gesù non volesse mai dare loro una
consolazione, ugualmente vorrebbero sempre lodarlo e ringraziarlo.
Oh!, quanta è la potenza di un amore schietto di Gesù, non commisto con alcun
interesse ed egoismo! Forse che non si debbono definire quali mercenari tutti
quelli che vanno sempre cercando consolazione? Forse che non si dimostrano
più innamorati di sé che di Cristo quelli che pensano sempre al proprio utile e
al proprio vantaggio? Dove si troverà uno che voglia servire Iddio senza
ricompensa? E’ difficile trovare chi sia spiritualmente così alto da voler essere
spogliato di ogni cosa. Invero, chi lo troverà uno veramente povero nello
spirito e distaccato da ogni creatura? Il suo pregio è come quello di cose
provenienti da lontano, dagli estremi confini della terra (Pro 31,10). Anche se
uno si spogliasse di tutte le sue sostanze (Ct 8,7), non è ancor nulla; anche se
facesse grande penitenza, è ancora poca cosa; anche se avesse appreso ogni
scienza, egli è ancora ben lungi dalla meta; anche se avesse grande virtù e
fervente devozione, ancora gli manca molto: cioè la sola cosa, che gli è
massimamente necessaria. Che cosa dunque? Che, abbandonato tutto,
abbandoni anche se stesso, ed esca totalmente da sé, senza che gli rimanga un
briciolo di amore di sé; che, dopo aver compiuto tutto quello che riconosce suo
dovere, sia persuaso di non aver fatto niente; che non faccia gran conto di ciò
che pur possa sembrare grande, ma sinceramente si proclami servo inutile,
come dice la Verità stessa: “Quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato
comandato, dite: siamo servi inutili” (Lc 17,10). Allora sì, che uno potrà essere
davvero povero e nudo spiritualmente, e dire col profeta: “Sono abbandonato e
povero” (Sal 24,16). Ma nessuno è più ricco, nessuno più potente, nessuno più
libero di costui, che sa abbandonare se stesso e ogni cosa e porsi all’ultimo
posto.
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Capitolo XII
LA VIA MAESTRA DELLA SANTA CROCE
Per molti è questa una parola dura: rinnega te stesso, prendi la tua croce e
segui Gesù (Mt 16,24; Lc 9,23). Ma sarà molto più duro sentire, alla fine,
questa parola: “allontanatevi da me maledetti, nel fuoco eterno” (Mt 25,41). In
verità coloro che ora accolgono volonterosamente la parola della croce non
avranno timore di sentire, in quel momento, la condanna eterna. Ci sarà nel
cielo questo segno della croce, quando il Signore verrà a giudicare. In quel
momento si avvicineranno, con grande fiducia, a Cristo giudice tutti i servi
della croce, quelli che in vita si conformarono al Crocefisso. Perché, dunque,
hai paura di prendere la croce, che è la via per il regno? Nella croce è la
salvezza; nella croce è la vita; nella croce è la difesa dal nemico; nella croce è il
dono soprannaturale delle dolcezze del cielo; nella croce sta la forza delle
mente e la letizia dello spirito; nella croce si assommano le virtù e si fa perfetta
la santità. Soltanto nella croce si ha la salvezza dell’anima e la speranza della
vita eterna. Prendi, dunque, la tua croce, e segui Gesù; così entrerai nella vita
eterna. Ti ha preceduto lui stesso, portando la sua croce (Gv 19,17) ed è morto
in croce per te, affinché anche tu portassi la tua croce, e desiderassi di essere
anche tu crocefisso. Infatti, se sarai morto con lui, con lui e come lui vivrai. Se
gli sarai stato compagno nella sofferenza, gli sarai compagni anche nella gloria.
Ecco, tutto dipende dalla croce, tutto è definito con la morte. La sola strada che
porti alla vita e alla vera pace interiore, è quella della santa croce e della
mortificazione quotidiana. Va’ pure dove vuoi, cerca quel che ti piace, ma non
troverai, di qua o di là, una strada più alta e più sicura della via della santa
croce. Predisponi pure ed ordina ogni cosa, secondo il tuo piacimento e il tuo
gusto; ma altro non troverai che dover sopportare qualcosa, o di buona o di
cattiva voglia troverai cioè sempre la tua croce. Infatti, o sentirai qualche
dolore nel corpo o soffrirai nell’anima qualche tribolazione interiore. Talvolta
sarà Dio ad abbandonarti, talaltra sarà il prossimo a metterti a dura prova; di
più, frequentemente, sarai tu di peso a te stesso. E non potrai trovare conforto
e sollievo in alcuno modo; ma dovrai sopportare tutto ciò fino a che a Dio
piacerà. Dio, infatti, vuole che tu impari a soffrire tribolazioni senza
consolazione, e che ti sottometta interamente a lui, facendoti più umile per
mezzo della sofferenza. Nessuno sente così profondamente la passione di
Cristo, come colui al quale sia toccato di soffrire cose simili. La croce è,
dunque, sempre pronta e ti aspetta dappertutto; dovunque tu corra non puoi
sfuggirla, poiché, in qualsiasi luogo tu giunga, porti e trovi sempre te stesso.
Volgiti verso l’alto o verso il basso, volgiti fuori o dentro di te, in ogni cosa
troverai la croce. In ogni cosa devi saper soffrire, se vuoi avere la pace interiore
e meritare il premio eterno.
Se porti la croce di buon animo, sarà essa a portarti e a condurti alla meta
desiderata, dove ogni patimento avrà quella fine che quaggiù non può aversi in
alcun modo. Se invece la croce tu la porti contro voglia, essa ti peserà;
aggraverai te stesso, e tuttavia la dovrai portare, Se scansi una croce, ne
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troverai senza dubbio un’altra, e forse più grave. Credi forse di poter sfuggire a
ciò che nessun mortale poté mai evitare? Quale santo stesse mai in questo
mondo senza croce e senza tribolazione? Neppure Gesù Cristo, nostro signore,
durante la sua vita, passò una sola ora senza il dolere della passione. “Era
necessario – diceva – che il Cristo patisse, e risorgesse da morte per entrare
nella sua gloria” (Lc 24,26 e 46). E perché mai tu vai cercando una via diversa
da questa via maestra, che è quella della santa croce? Tutta la vita di Cristo fu
croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia? Sbagli, sbagli se cerchi
qualcosa d’altro, che non sia il patire tribolazioni; perché tutta questa vita
mortale è piena di miseria e segnata tutt’intorno da croci. Spesso, quanto più
uno sarà salito in alto progredendo spiritualmente, tanto più pesanti saranno le
croci che troverà, giacché la sofferenza del suo esilio su questa terra aumenta
insieme con l’amore di Dio.
Tuttavia, costui, in mezzo a tante afflizioni, non manca di consolante sollievo,
giacché, sopportando la sua croce, sente crescere in sé un frutto grandissimo;
mentre si sottopone alla croce volontariamente, tutto il peso della tribolazione
si trasforma in sicura fiducia di conforto divino. Quanto più la carne è prostrata
da qualche afflizione, tanto più lo spirito si rafforza per la grazia interiore.
Anzi, talvolta, per amore di conformarsi alla croce di Cristo, uno si rafforza
talmente, nel desiderare tribolazioni e avversità, da non voler essere privato
del dolore e dell’afflizione giacché si sente tanto più accetto a Dio quanto più
numerosi e gravosi sono i mali che può sopportare Cristo. Non che ciò avvenga
per forza umana, ma per la grazia di Cristo; la quale tanto può e tanto fa, nella
nostra fragile carne, da farle affrontare ed amare con fervore di spirito ciò che,
per natura, essa fugge e abortisce. Non è secondo la natura umana portare e
amare la croce, castigare il corpo e ridurlo in schiavitù, fuggire gli onori,
sopportare lietamente le ingiurie, disprezzare se stesso e desiderare di essere
disprezzato; infine, soffrire avversità e patimenti, senza desiderare, in alcun
modo, che le cose vadano bene quaggiù. Se guardi alle tue forze, non potresti
far nulla di tutto questo. Ma se poni la tua fiducia in Dio, ti verrà forza dal
cielo, e saranno sottomessi al tuo comando il mondo e la carne. E neppure
avrai a temere il diavolo nemico, se sarai armato di fede e porterai per insegna
la croce di Cristo. Disponiti dunque, da valoroso e fedele servo di Cristo, a
portare virilmente la croce del tuo Signore, crocefisso per amor tuo. Preparati
a dover sopportare molte avversità e molti inconvenienti, in questa misera vita.
Così sarà infatti per te, dovunque tu sia; questo, in realtà, troverai, dovunque
tu ti nasconda. Ed è una necessità che le cose stiano così. Non c’è rimedio o
scappatoia dalla tribolazione, dal male o dal dolore, fuor di questo, che tu li
sopporti. Se vuoi essere amico del Signore ed essergli compagno, bevi
avidamente il suo calice. Quanto alle consolazioni, rimettiti a Dio: faccia lui,
con queste, come meglio gli piacerà. Ma, da parte tua, disponiti a sopportare le
tribolazioni, considerandole come le consolazioni più grandi; giacché “i
patimenti di questa nostra vita terrena”, anche se tu li dovessi, da solo,
sopportare tutti, “non sono nulla a confronto della conquista della gloria
futura” (Rm 8,18). Quando sarai giunto a questo punto, che la sofferenza ti sia
dolce e saporosa per amore di Cristo, allora potrai dire di essere a posto, perché
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avrai trovato un paradiso in terra. Invece, fino a che il patire ti sia gravoso e tu
cerchi di fuggirlo, non sarai a posto: ti terrà dietro dappertutto la serie delle
tribolazioni. Ma le cose poi andranno subito meglio, e troverai pace, se ti
sottoporrai a ciò che è inevitabile, e cioè a patire e a morire. Anche se tu fossi
innalzato fino al terzo cielo, come Paolo, non saresti affatto sicuro, con ciò, di
non dover sopportare alcuna contrarietà. “Io gli mostrerò – dice Gesù – quante
cose egli debba patire per il mio nomo” (At 9,16). Dunque, se vuoi davvero
amare il Signore e servirlo per sempre, soltanto il patire ti rimane. E magari tu
fossi degno di soffrire qualcosa per il nome di Gesù! Quale grande gloria ne
trarresti; quale esultanza ne avrebbero i santi; e quanto edificazione ne
riceverebbero tutti! Saper patire è cosa che tutti esaltano a parole; sono pochi
però quelli che vogliono patire davvero. Giustamente dovresti preferire di
patire un poco per Cristo, dal momento che molti sopportano cose più gravose
per il mondo.
Sappi per certo di dover condurre una vita che muore; sappi che si progredisce
nella vita in Dio quanto più si muore a se stessi. Nessuno infatti può
comprendere le cose del cielo, se non si adatta a sopportare le avversità per
Cristo. Nulla è più gradito a Dio, nulla è più utile per te, in questo mondo, che
soffrire lietamente per Cristo. E se ti fosse dato di scegliere, dovresti preferire
di sopportare le avversità per amore di Cristo, piuttosto che essere allietato da
molte consolazioni; giacché saresti più simile a Cristo e più conforme a tutti i
santi. Infatti, il nostro merito e il progresso della nostra condizione non
consistono nelle frequenti soavi consolazioni, ma piuttosto nelle pesanti
difficoltà e nelle tribolazioni da sopportare. Ché, se ci fosse qualcosa di meglio
e di più utile per la salvezza degli uomini, Cristo ce lo avrebbe certamente
indicato, con la parola e con l’esempio. Invece egli esortò apertamente i
discepoli che stavano con lui, e tutti coloro che desideravano mettersi al suo
seguito, dicendo: “Se uno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la
sua croce e mi segua” (Mt 16,24; Lc 9,23). Dunque, la conclusione finale,
attentamente lette e meditate tutte queste cose, sia questa, “che per entrare nel
regno di Dio, occorre passare attraverso molte tribolazioni” (At 14,22).
FINISCONO LE ESORTAZIONI CHE CI INDUCONO
ALL’INTERIORITA’.
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Libro III
INCOMINCIA IL LIBRO DELLA CONSOLAZIONE INTERIORE
Capitolo I
CRISTO PARLA INTERIORMENTE ALL’ANIMA FEDELE
“Darò ascolto a quello che stia per dire dentro di me il Signore” (Sal 84,9).
Beata l’anima che ascolta il Signore che le parla dentro, e accoglie dalla sua
bocca la parola di consolazione. Beate le orecchie che colgono la preziosa e
discreta voce di Dio, e non tengono alcun conto dei discorsi di questo mondo.
Veramente beate le orecchie che danno retta, non alla voce che risuona dal di
fuori, ma alla verità, che ammaestra dal di dentro. Beati gli occhi, che, chiusi
alle cose esteriori, sono attenti alle interiori. Beati coloro che sanno penetrare
ciò che è interiore e si preoccupano di prepararsi sempre più, con sforzo
quotidiano, a comprendere le cose arcane del cielo. Beati coloro che bramano di
dedicarsi a Dio, sciogliendosi da ogni impaccio temporale.
Comprendi tutto ciò, anima mia, e chiudi la porta dei sensi, affinché tu possa
udire quello che ti dice interiormente Iddio, tuo signore. Questo dice il tuo
diletto: “Io sono la tua salvezza” (Sal 34,3), la tua pace, la tua vita; stai accanto
a me e troverai la pace; lascia tutte le cose che passano, cerca le cose eterne.
Che altro sono le cose corporali, se non illusioni? E a che gioveranno tutte le
creature, se sarai abbandonata dal Creatore? Oh, anima mia, rinuncia a tutto e
fatti cara e fedele al tuo Creatore, così da poter raggiungere la vera
beatitudine.
Capitolo II
SI FA SENTIRE DENTRO DI NOI SENZA ALTISONANTI PAROLE
“Parla, o Signore, il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3,10). “Io sono il tuo servo;
dammi luce per apprezzare quello che tu proclami” (Sal 118,125). Disponi il
mio cuore alle parole della tua bocca; il tuo dire discenda come rugiada.
Dissero una volta a Mosè i figli di Israele: “Parlaci tu, e potremo ascoltarti;
non ci parli il Signore, affinché non avvenga che ne moriamo” (Es 20,19). Non
così, la mia preghiera, o Signore. Piuttosto, con il profeta Samuele, in umiltà e
pienezza di desiderio, io ti chiedo ardentemente: “Parla, o Signore, il tuo servo
ti ascolta” (1 Sam 3,10). Non mi parli Mosè o qualche altro profeta; parlami
invece tu, Signore Dio, che ispiri e dai luce a tutti i profeti: tu solo, senza di
loro, mi puoi ammaestrare pienamente; quelli, invece, senza di te, non
gioverebbero a nulla. Possono, è vero, far risuonare parole, ma non danno lo
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spirito; parlano bene, ma, se tu non intervieni, non accendono il cuore; lasciano
degli scritti, ma sei tu che ne mostri il significato; presentano i misteri, ma sei
tu che sveli il senso di ciò che sta dietro al simbolo; emettono ordini, ma sei tu
che aiuti ad eseguirli; indicano la strada , ma sei tu che aiuti a percorrerla. Essi
operano solamente all’esterno, ma tu prepari ed illumini i cuori; essi irrigano
superficialmente, ma tu rendi fecondi; essi fanno risuonare delle parole, ma sei
tu che aggiungi all’ascolto il potere di comprendere.
Non mi parli dunque Mosè; parlami tu, Signore mio Dio, verità eterna,
affinché, se ammonito solo esteriormente e privo di fuoco interiore, io non resti
senza vita e non mi isterilisca; affinché non mi sia di condanna la parola udita
non tradotta in pratica, conosciuta ma non amata, creduta ma non osservata.
“Parla, dunque, o Signore, il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3,10): “tu hai infatti
parole di vita eterna” (Gv 6,69). Parlami, affinché scenda un po’ di consolazione
all’anima mia, e tutta la mia vita sia purificata. E a te sia lode e onore perpetuo.
Capitolo III
DARE UMILE ASCOLTO ALLA PAROLA DI DIO, DA MOLTI NON
MEDITATA A DOVERE
Ascolta, figlio, le mie parole; parole dolcissime, più alte di tutta la dottrina dei
filosofi e dei sapienti di questo mondo. “Le mie parole sono spirito e vita” (Gv
6,63), e non vanno valutate secondo l’umano sentire. Non si debbono
convertire in vano compiacimento; ma si debbono ascoltare nel silenzio,
accogliendole con tutta umiltà e con grande amore. E dissi: “Beato colui che
sarà stato formato da te, o Signore, e da te istruito intorno alla legge, così che
gli siano alleviati i giorni del dolore” ed egli non sia desolato su questa terra
(Sal 93,12s). Io, dice il Signore, fin dall’inizio ammaestrai i profeti, e ancora non
manco di parlare a tutti. Ma molti sono sordi e duri alla mia voce. Numerosi
sono coloro che ascoltano più volentieri il mondo che Dio, e seguono più
facilmente i desideri della carne che la volontà di Dio. Il mondo promette cose
da poco e che durano ben poco; eppure ci si fa schiavi del mondo, con grande
smania. Io prometto cose grandissime ed eterne; eppure il cuore degli uomini
resta torbido. Chi mai mi obbedisce e mi serve con tanto zelo, come si serve al
mondo a ai suoi padroni? “Arrossisci, o Signore, così dice il mare” (Is 23,4). E
se vuoi sapere il perché, ascolta. Per uno scarso vantaggio si percorre un lungo
cammino; ma. Per la vita eterna, molti a stento alzano da terra un piede. Si
corre dietro ad un modesto guadagno; talora, per un soldo, si litiga
vergognosamente; per una cosa da nulla e dietro una piccola speranza non si
esita a faticare giorno e notte; ma – cosa spudorata – per un bene che non viene
meno, per un premio inestimabile, per l’onore più grande e la gloria che non ha
fine, si stenta a faticare anche un poco.
Arrossisci, dunque, servo pigro e lamentoso; ché certuni sono più pronti ad
andare alla perdizione di quanto non sia pronto tu ad andare alla vita: trovano
essi più gioia in cose false di quanta ne trovi tu nella verità. Eppure essi sono
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ben spesso traditi dalla loro speranza, mentre la mia promessa non delude
nessuno, né lascia a mani vuote colui che confida in me. Quel che ho promesso,
darò; quel che ho detto adempirò, purché uno sia rimasto costante, sino alla
fine, nel mio amore. Io sono colui che compenserà tutti i buoni e metterà
severamente alla prova tutte le persone devote. Scrivi le mie parole nel tuo
cuore e meditale attentamente; ti saranno molto utili nell’ora della tentazione.
Quello che non avrai capito alla prima lettura, lo comprenderai nel giorno in
cui io verrò a te. Due sono i modi con i quali io visito i miei eletti; la tentazione
e la consolazione. Due sono le lezioni che io do loro ogni giorno; una,
rimproverando i loro vizi, l’altra, esortandoli a rafforzare le loro virtù. Colui
che, avendo ricevuto “le mie parole, le disprezza, avrà chi lo giudica”.
Nell’ultimo giorno (Gv 12,48).
Preghiera per chiedere la grazia della devozione.
Signore mio Dio, tu sei tutto il mio bene. E io, chi sono per osare di rivolgermi
a te? Sono il tuo miserabile piccolo servo, un abietto vermiciattolo, molto più
misero e disprezzabile di quanto io stesso non capisca e non osi confessare.
Tuttavia, Signore, ricordati di me, che sono un nulla, nulla ho e nulla valgo.
Tu solo sei buono, giusto e santo; tutto puoi e ogni cosa viene da te; tutto tu
colmi, soltanto il peccatore tu lasci a mani vuote. Ricordati della tua
misericordia (Sal 24,6) e riempi il mio cuore con la tua grazia; tu, che non
permetti che resti vana la tua opera. Come potrò sopportare me stesso, in
questa misera vita, se tu non mi conforterai con la tua pietà e con la grazia?
Non distogliere da me la tua faccia, non tardare con la tua visita, non farmi
mancare la tua grazia, affinché l’anima mia non divenga per te come una terra
arida (Sal 142,6). Signore, insegnami a fare la tua volontà (Sal 142,10);
insegnami a stare degnamente e umilmente accanto a te. Tutto tu sai di me,
poiché mi conosci nell’intimo; anzi mi conoscevi prima che il mondo esistesse,
prima che io fossi nato.
Capitolo IV
INTIMAMENTE UNITI A DIO, IN SPIRITO DI VERITA’ E DI UMILTA’
Figlio, cammina alla mia presenza in spirito di verità, e cercami sempre con
semplicità di cuore. Chi cammina dinanzi a me in spirito di verità sarà protetto
dagli assalti malvagi; la verità lo farà libero da quelli che cercano di sedurlo e
dai perversi, con le loro parole infamanti. Se ti farà libero la verità, sarai libero
veramente e non terrai in alcun conto le vane parole degli uomini. E’ vero, o
Signore: ti prego, così mi avvenga, come tu dici. Mi sia maestra la tua verità;
mi custodisca e mi conduca alla meta di salvezza; mi liberi da effetti e da amori
perversi, contrari alla divina volontà. Allora camminerò con te, con grande
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libertà di spirito. Io ti insegnerò, dice la Verità, ciò che è retto e mi è gradito.
Ripensa con grande, amaro dolore, ai tuoi peccati, e non credere mai di valere
qualcosa, per opere buone che tu abbia compiuto. In realtà sei un peccatore,
irretito da molte passioni e schiavo di esse. Da te non giungi a nulla:
subitamente cadi e sei vinto; subitamente vieni sconvolto e dissolto. Non hai
nulla di che ti possa vantare; hai molto, invece, di che ti debba umiliare, giacché
sei più debole assi di quanto tu possa capire. Di tutto quello che fai, niente ti
sembri grande, prezioso e ammirevole; niente ti sembri meritevole di stima.
Alto, lodevole e desiderabile davvero ti sembri soltanto ciò che è eterno. Più di
ogni altra cosa, ti sia cara la verità eterna; e sempre ti dispiaccia la tua estrema
pochezza. Nulla devi temere, disprezzare e fuggire quanto i tuoi vizi e i tuoi
peccati; cose che ti debbono affliggere più di ogni danno materiale. Ci sono
persone che camminano al mio cospetto con animo non puro: persone che –
dimentiche di se stesse e della propria salvezza, e mosse da una certa curiosità
e superbia – vorrebbero conoscere i miei segreti, e comprendere gli alti disegni
di Dio. Costoro cadono sovente in grandi tentazioni e in grandi peccati per
quella loro superbia e curiosità, che io ho in odio. Mantieni una religiosa
riverenza dinanzi al giudizio divino, dinanzi allo sdegno dell’Onnipotente. Non
volere, dunque, sondare l’operato dell’Altissimo. Esamina invece le tue iniquità:
in quante cose hai errato e quante cose buone hai tralasciato. Ci sono alcuni
che fanno consistere la loro pietà soltanto nelle letture, nelle immagini sacre e
nelle raffigurazioni esteriori e simboliche; altri mi hanno sulla bocca, ma poco
c’è nel loro cuore. Ci sono invece altri che, illuminati nella mente e puri nei
loro affetti, anelando continuamente alle cose eterne, provano fastidio a sentir
parlare di cose terrene e soffrono ad assoggettarsi a ciò che la natura impone.
Sono questi che ascoltano ciò che dice, dentro di loro, lo spirito di verità. Il
quale li ammaestra a disprezzare le cose di questa terra e ad amare quelle del
cielo; ad abbandonare il mondo e ad aspirare, giorno e notte, al cielo.
Capitolo V
MIRABILI EFFETTI DELL’AMORE VERSO DIO
Ti benedico, o Padre celeste, padre del mio Signore Gesù Cristo, perché ti sei
degnato di ricordarti della mia miseria. Ti ringrazio, o Padre delle
misericordie, Dio di ogni consolazione (2Cor 1,3), che, con il tuo conforto,
talora mi ritempri, quantunque io ne sia totalmente indegno. In ogni momento
ti benedico e do gloria a te, con l’unigenito tuo Figlio e con lo Spirito Santo
Paraclito, per tutti i secoli. Oh!, mio Signore, che sei santo e mi ami, come
esulteranno tutte le mie viscere, quando verrai nel mio cuore! “In te è la mia
gloria, la gioia del mio cuore, la mia speranza e il mio rifugio nel giorno della
tribolazione” (Sal 3,4; 118; 111; 58,17). Poiché, però, il mio amore per te è
ancora fiacco, e deboli sono le mie forze, ho bisogno del tuo aiuto e del tuo
conforto. Vieni a me, dunque, il più spesso, e istruiscimi nella via della santità;
liberami dalle passioni malvage e risana il mio cuore da tutti gli affetti
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sregolati, cosicché, interiormente risanato e del tutto purificato, io diventi
pronto nell’amarti, forte nel patire, fermo nel perseverare. Grande cosa è
l’amore. Un bene grande, veramente. Un bene che, solo, rende leggera ogni
cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile; porta il peso, senza
fatica, e rende dolce e gustosa ogni cosa amara. Il nobile amore di Gesù spinge
ad operare grandi cose e suscita desideri di sempre maggiore perfezione.
L’amore aspira a salire in alto, senza essere trattenuto da alcunché di terreno.
Esige di essere libero e staccato da ogni affetto umano, cosicché non abbia
ostacoli a scrutare nell’intimo, non subisca impacci per interessi temporali, non
sia sopraffatto da alcuna difficoltà. Niente è più dolce dell’amore; niente è più
forte, più alto o più grande: niente, né in cielo né in terra, è più colmo di gioia,
più completo o più buono: perché l’amore nasce da Dio e soltanto in Dio, al di
sopra di tutte le cose create, può trovare riposo. Chi ama vola, corre
lietamente; è libero, e non trattenuto da nulla; dà ogni cosa per il tutto, e ha il
tutto in ogni cosa, perché trova la sua pace in quell’uno supremo, dal quale
discende e proviene tutto ciò che è buono; non guarda a ciò che gli viene
donato, ma, al di là dei doni, guarda a colui che dona. Spesso l’amore non
consce misura, in un fervore che oltrepassa ogni confine. L’amore non sente
gravezza, non tiene conto della fatica, anela a più di quanto non possa
raggiungere, non adduce a scusa la sua insufficienza, perché ritiene che ogni
cosa gli sia possibile e facile. Colui che ama può fare ogni cosa, e molte cose
compie e manda ad effetto; mentre colui che non ama viene meno e cade.
L’amore vigila; anche nel sonno, non s’abbandona; affaticato, non è prostrato;
legato, non si lascia costringere; atterrito, non si turba: erompe verso l’alto e
procede sicuro, come fiamma viva, come fiaccola ardente.
Questo mio grido l’intende appieno colui che possiede amore. Un grande grido
agli orecchi di Dio è lo slancio stesso ardente dell’anima, che esclama: Dio mio,
mio amore, tu sei interamente mio ed io sono interamente tua. Accrescimi
nell’amore, affinché io impari a gustare nell’intimo quanto l’amore è soave;
impari a sciogliermi nell’amore e ad immergermi in esso. Che io sia tutto preso
dall’amore, che mi elevi sopra me stesso, in estasi appassionata, che io canti il
canto dell’amore e che mi innalzi con te, o mio diletto; venga meno, nel lodarti,
l’anima mia, nella gioia dell’amore. Che io ti ami più che me stesso, e me stesso
soltanto per te; che in te io ami tutti coloro che ti amano veramente, come
comanda la legge dell’amore, luce che da te proviene.
L’amore è sollecito, sincero e devoto; lieto e sereno; forte e paziente; fedele e
prudente; longanime; virile e sempre dimentico di sé: ché, se uno cerca se
stesso, esce fuori dall’amore. L’amore è attento, umile e sicuro; non fiacco, non
leggero, né intento a cose vuote; sobrio, casto, costante, quieto e vigilante nei
sensi. L’amore è sottomesso, basso e disprezzato ai suoi propri occhi; devoto e
grato a Dio. In Dio confida e spera sempre, anche quando non lo sente vicino,
perché non si vive nell’amore senza dolore. Colui che non è pronto a soffrire
ogni cosa e ad ubbidire al suo Diletto, non è degno di essere chiamato uomo
d’amore; questi deve abbracciare con slancio tutte le avversità e le amarezze
per il suo Diletto, senza da ciò deflettere, qualsiasi evidenza si frapponga.
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Capitolo VI
CHI HA VERO AMORE, COME NE DA’ PROVA
Figlio, ancora non sei forte e saggio nell’amore. Perché, o Signore? Perché, per
una piccola contrarietà lasci la strada intrapresa e troppo avidamente cerchi
consolazione. Chi è forte nell’amore, regge alle tentazioni e non crede alla
suadente furbizia del nemico. Come gli sono caro nella prosperità, così gli sono
caro nelle avversità. Chi è saggio nell’amore non guarda tanto al pregio del
dono, quanto all’amore di colui che dona. Guarda più all’affetto che al prezzo, e
pone tutti i doni al di sotto della persona amata. Chi è nobile nell’amore non si
appaga nel dono, ma si appaga in me, al di sopra di qualunque dono. Se
talvolta, verso di me, o verso i miei santi, hai l’animo meno ben disposto di
quanto vorresti, non per questo tutto è perduto. Quell’amore che talora senti,
buono e dolce, è effetto della grazia presente in te; è, per così dire, un primo
assaggio della patria celeste. Ma è cosa su cui non bisogna fare troppo conto,
perché non è ferma e costante.
Segno di virtù e di grande merito, è questo: lottare quando si affacciano cattivi
impulsi dell’animo, e disprezzare le suggestioni del diavolo. Dunque non
lasciarti turbare da alcun pensiero che ti venga dal di fuori, di qualsivoglia
natura. Saldamente mantieni, invece, i tuoi propositi, con l’animo diretto a Dio.
Non è una vana illusione che, talvolta, tu sia d’un tratto portato fino
all’estremo rapimento, per poi ritornare subito alle consuete manchevolezze
spirituali; queste infatti non dipendono da te, ma le subisci contro tua voglia.
Anzi, fino a che tali manchevolezze ti disgustano, e ad esse resisti, questo è
cosa meritoria, non già rovinosa per l’anima. Sappi che l’antico avversario tenta
in ogni modo di ostacolare il tuo desiderio di bene, distogliendoti da qualsiasi
esercizio di devozione; distogliendoti, cioè dal culto dei santi, dal pio ricordo
della mia passione, dall’utile pensiero dei tuoi peccati, dalla vigilanza del tuo
cuore; infine dal fermo proponimento di progredire nella virtù. L’antico
avversario insinua molti pensieri perversi, per molestarti e spaventarti, per
distoglierti dalla preghiera e dalle sante letture. Lo disgusta che uno
umilmente si confessi; se potesse, lo farebbe disertare dalla comunione. Non
credergli, non badargli, anche se ti avrà teso sovente i lacci dell’inganno.
Ascrivile a lui, quando ti insinua cose cattive e turpi. Digli: vattene, spirito
impuro; arrossisci, miserabile. Veramente immondo sei tu, che fai entrare nei
miei orecchi cose simili. Allontanati da me, perfido ingannatore; non avrai
alcun posto in me: presso di me starà Gesù, come un combattente valoroso; e
tu sarai svergognato. Preferisco morire e patire qualsiasi pena, piuttosto che
cedere a te. Taci, ammutolisci; non ti ascolterò più, per quante insidie tu mi
possa tendere. “Il Signore è per me luce e salvezza; di chi avrò paura? (Sal
26,1). Anche se fossero eretti contro di me interi accampamenti, il mio cuore
non vacillerà (Sal 26,3). Il Signore è il mio alleato e il mio redentore” (Sal
18,15). Combatti come un soldato intrepido. E se talvolta cadi per la tua
debolezza, riprendi forza maggiore, fiducioso in una mia grazia più grande,
guardandoti però attentamente dalla vana compiacenza e dalla superbia: è a
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causa di esse che molti vengono indotti in inganno, cadendo talora in una
cecità pressoché incurabile. E’ questa rovina degli uomini superbi, stoltamente
presuntuosi, che ti deve indurre a prudenza e ad indefettibile umiltà.
Capitolo VII
PROTEGGERE LA GRAZIA SOTTO LA SALVAGUARDIA
DELL’UMILTA’
O figlio, è per te cosa assai utile e sicura tenere nascosta la grazia della
devozione; non insuperbirne, non continuare a parlarne e neppure a ripensarci
molto. Disprezza, invece, temendo questa grazia come data a uno che non ne
era degno. Non devi attaccarti troppo forte a un tale slancio devoto, che
subitamente può trasformarsi in un sentimento contrario. Nel tempo della
grazia ripensa a quanto, di solito, sei misero e povero senza la grazia. Un
progresso nella vita spirituale non lo avrai raggiunto quando avrai avuto la
grazia della consolazione, ma quando, con umiltà, abnegazione e pazienza,
avrai saputo sopportare che essa ti sia tolta. Cosicché, neppure allora, tu sia
pigro nell’amore alla preghiera o lasci cadere del tutto le abituali opere di pietà;
anzi, tu faccia volenterosamente tutto quanto è in te, come meglio potrai e
saprai, senza lasciarti andare del tutto a causa dell’aridità e dell’ansietà
spirituale che senti.
Molti, non appena accade qualcosa di male, si fanno tosto impazienti e perdono
la buona volontà. Ma le vie dell’uomo non dipendono sempre da lui. E’ Dio che
può dare e consolare, quando vuole e quanto vuole e a chi egli vuole; nella
misura che gli piacerà e non di più. Molti, poi, fattisi arditi per il fatto che
sentivano la grazia della devozione, procurarono la loro rovina: essi vollero
fare di più di quanto era nelle loro possibilità, non considerando la propria
pochezza e seguendo l’impulso del cuore piuttosto che il giudizio della ragione.
Presunsero di poter fare più di quello che era nella volontà di Dio; perciò d’un
tratto persero la grazia. Essi, che avevano posto il loro nido nel cielo,
restarono a mani vuote, abbandonati alla loro miseria; cosicché, umiliati e
spogliati, imparassero, a non volare con le loro ali, ma a star sotto le mie ali,
nella speranza. Coloro che sono ancora novellini e inesperti nella via del
Signore facilmente si ingannano e cadono, se non si attaccano al consiglio di
persone elette. E se vogliono seguire quello che loro sembra giusto, anziché
affidarsi ad altri più esperti, finiranno male, a meno che non vogliano ritrarsi
dal proprio interno. Coloro che si credono sapienti di per sé, di rado si lasciano
umilmente guidare da altri. Sennonché uno scarso sapere e una modesta
capacità di comprendere, accompagnati dall’umiltà, valgono di più di un gran
tesoro di scienza, accompagnato dal vuoto compiacimento di sé. E’ meglio per
te avere poco, piuttosto che molto; del molto potresti insuperbire.
Non agisce con sufficiente saggezza colui che, avendo la grazia, si dà
interamente alla gioia, senza pensare alla sua miseria di prima e alla purezza
che si deve aver nel timore di Dio; timore cioè di perdere quella grazia che gli
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era stata data. Così non dimostra di avere sufficiente virtù colui che, al
momento dell’avversità o in altra circostanza che lo opprima, si dispera
eccessivamente e concepisce, nei confronti, pensieri e sentimenti di fiducia
meno piena di quanto mi si dovrebbe. Al momento della lotta, si troverà spesso
estremamente abbattuto e pieno di paura proprio colui che, in tempo di quiete,
avrà voluto essere troppo sicuro. Se tu, invece, riuscissi a restare umile e
piccolo in te stesso, e a ben governare e dirigere il tuo spirito non cadresti così
facilmente nel pericolo e nel peccato. Un buon consiglio è questo, che, quando
hai nell’animo uno speciale ardore spirituale, tu consideri bene quello che potrà
accadere se verrà meno tale luce interiore. Quando poi ciò accadesse, pensa che
poi di nuovo possa tornare quella luce che per un certo tempo ti ha tolta, per
tua sicurezza e per la mia gloria. Infatti, subire una simile prova è spesso a te
più utile che godere stabilmente di una situazione tranquilla, secondo il tuo
piacere. In verità i meriti non si valutano secondo questo criterio, che uno
abbia frequenti visioni, o riceva particolari gioie interiori, o sia posto in un
grado più alto. Ma piuttosto secondo questo criterio, che uno sia radicato nella
vera umiltà e ripieno dell’amore divino; che ricerchi sempre soltanto e
interamente di rendere gloria a Dio; che consideri se stesso un nulla; che si
disprezzi veramente e preferisca perfino essere disprezzato ed umiliato dagli
altri, anziché essere onorato.
Capitolo VIII
LA BASSA OPINIONE DI SE’ AGLI OCCHI DI DIO
“Che io osi parlare al mio Signore, pure essendo polvere e cenere” (Gn 18,27).
Se avrò tenuto troppo grande opinione di me, ecco tu mi starai dinanzi e le mie
iniquità daranno testimonianza del vero, contro di me; né potrò controbattere.
Se invece mi sarò considerato cosa da poco – riducendomi a un nulla,
liberandomi da ogni reputazione di me stesso, facendomi polvere, quale sono –
la tua grazia mi sarà propizia e la tua luce sarà vicina al mio cuore. Così ogni
stima, anche minima, svanirà per sempre, sommersa nell’abisso della mia
umiltà. In tal modo, o Dio, tu mi mostri a me stesso: che cosa sono e che cosa
fui, a che giunsi. Sono un nulla ì, e neppure me ne rendo conto. Lasciato a me
stesso, ecco il nulla; tutto è manchevolezza. Se, invece, d’un tratto, tu guardi
me, immediatamente divento forte e pieno di nuova gioia. Ed è così veramente
meravigliosa questo sentirmi così improvvisamente sollevato, e così
amorosamente abbracciato da te; ché, per la mia gravezza, sono portato sempre
al basso. E’ opera, questa, del tuo amore: senza mio merito esso mi viene
incontro, mi aiuta in tante mie varie necessità, mi mette al riparo da ogni grave
pericolo e mi strappa da mali veramente innumerevoli.
Mi ero perduto, amandomi di un amore davvero non retto; invece, cercando
soltanto te, e con retto amore, ho travato, ad un tempo, e me stesso e te. Per
tale amore mi sono sprofondato ancor di più nel mio nulla; perché sei tu, che,
nella tua grande bontà, vai, nei mie confronti, al di là di ogni merito, e al di là
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di quello che io oso sperare e chiedere. Sii benedetto, o mio Dio, perché,
quantunque io non sia degno di alcun dono, la tua magnanimità e la tua infinita
bontà non cessano di largire benefici anche agli ingrati, che si sono allontanati
da te. Portaci di nuovo a te, affinché siamo pieni di gratitudine, di umiltà e di
devozione. Tu sei infatti il nostro sostegno, la nostra forza, la nostra salvezza.
Capitolo IX
RIFERIRE TUTTO A DIO, ULTIMO FINE
O figlio, se veramente desideri farti santo, devo essere io il tuo supremo ed
ultimo fine: un fine che renderà puri i tuoi affetti, troppo spesso piegati verso te
stesso e verso le creature; ed è male giacché, quando in qualche cosa cerchi te
stesso, immediatamente vieni meno ed inaridisci. Tutto devi dunque
ricondurre, in primo luogo, a me; perché tutto da me proviene. Considera ogni
cosa come emanata dal sommo bene, e perciò riferisci tutto a me, come alla sua
origine. Acqua viva attingono a me, come a fonte viva, l’umile e il grande, il
povero e il ricco. Colui che si mette al mio servizio, con spontaneità e libertà di
spirito, riceverà grazia. Invece colui che cerca onore e gloria, non in me, ma
altrove; colui che cerca diletto in ogni bene particolare non godrà di quella
gioia vera e duratura che allarga il cuore. Anzi incontrerà molti ostacoli ed
angustie.
Nulla di ciò che è buono devi ascrivere a te; nessuna capacità, devi attribuire ad
un mortale. Riconosci, invece, che tutto è di Dio, senza del quale nulla ha
l’uomo. Tutto è stato dato da me, tutto voglio riavere; e chiedo con forza che
l’uomo me ne sia grato. E’ questa la verità, che mette in fuga ogni inconsistente
vanteria. Quando verranno la grazia celeste e il vero amore, allora
scompariranno l’invidia e la grettezza del cuore; perché l’amore di Dio vince
ogni cosa e irrobustisce le forze dell’anima. Se vuoi essere saggio, poni la tua
gioia e la tua speranza soltanto in me. Infatti “nessuno è buono; buono è
soltanto Iddio” (Lc 18,19). Sia egli lodato, al di sopra di ogni cosa; e sia in ogni
cosa benedetto.
Capitolo X
DOLCE COSA, ABBANDONARE IL MONDO E SERVIRE A DIO
Parlerò ancora, e non tacerò; dirò all’orecchio del mio Dio, mio signore e mio
re, che sta nei cieli: se “è tanto grande e sovrabbondante, o Signore, la dolcezza
che hai preparato per coloro che ti temono” (Sal 30,20), che cosa sei tu, per
coloro che ti amano e per coloro che ti servono con tutto il cuore? Davvero
ineffabile è la dolcezza della tua contemplazione, che tu concedi a coloro che ti
amano. Ecco dove massimamente mostrasti la soavità del tuo amore per me:
non ero, e mi hai creato; mi ero allontanato da te, e tu mi hai ricondotto a
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servirti; infine mi hai comandato di amarti. Oh!, fonte di eterno amore, che
potrò dire di te; come mi potrò dimenticare di te, che ti sei degnato di
ricordarti di me, dopo che mi ero perduto nel marciume? Hai usato
misericordia con il tuo servo, al di là di ogni speranza; gli hai offerto grazia ed
amicizia, al di là di ogni merito. Che cosa mai potrò dare in cambio di un tal
beneficio? Giacché non a tutti è concesso di abbandonare ogni cosa, di
rinunciare al mondo e di scegliere la vita del monastero.
E’ forse gran cosa che io serva a te, al quale ogni creatura deve servire? Non
già il servirti mi deve sembrare gran cosa; piuttosto mi deve sembrare grande
e meraviglioso che tu, unendolo ad eletti tuoi servi, ti degni di accogliere quale
servo, uno come me, così misero e privo di meriti. A te appartiene chiaramente
tutto ciò che io posseggo e con cui ti servo. E invece sei tu che mi servi, più di
quanto io non serva te. Ecco, tutto fanno prontamente, secondo il tuo
comando, il cielo e la terra, che tu hai creati per servizio dell’uomo. E questo è
ancor poco; ché anche gli angeli li hai predisposti per servizio dell’uomo. Ma, al
di sopra di tutto ciò, sta il fatto che tu stesso ti sei degnato di servire l’uomo,
promettendogli in dono te stesso. E io che darò, in cambio di tutti questi
innumerevoli benefici? Potessi stare al tuo servizio tutti i giorni della mia vita;
potessi almeno riuscire a servirti degnamente per un solo giorno. In verità, a te
è dovuto ogni servizio, ogni onore e ogni lode, in eterno. In verità tu sei il mio
Signore, ed io sono il tuo misero servo, che deve porre al tuo servizio tutte le
sue forze, senza mai stancarsi di cantare le tue lodi. Questo è il mio desiderio,
questa è la mia volontà. Degnati tu di supplire alle mie deficienze.
Mettersi al tuo servizio, disprezzando ogni cosa per amor tuo, è grande onore
e grande merito. Infatti, coloro che si saranno sottoposti spontaneamente al
tuo santo servizio avranno grazia copiosa. Coloro che, per tuo amore, avranno
lasciato ogni piacere della carne troveranno la soave consolazione dello Spirito
Santo. Coloro che, per il tuo nome, saranno entrati nella via stretta, lasciando
ogni cosa mondana, conseguiranno una grande libertà interiore. Quanto è
grato e lieto questo servire a Dio, che rende l’uomo veramente libero e santo.
Quanto è benedetta la condizione del religioso servizio, che rende l’uomo
simile agli angeli: compiacenza di Dio, terrore dei demoni, esempio ai fedeli.
Con indefettibile desiderio dobbiamo, dunque, abbracciare un tale servizio, che
ci assicura il sommo bene e ci fa conseguire una gioia perenne, senza fine.
Capitolo XI
VAGLIARE E FRENARE I DESIDERI DEL NOSTRO CUORE
Figlio, tu devi imparare ancora molte cose, fin qui non bene apprese. Signore,
quali sono queste cose? Che tu indirizzi il tuo desiderio interamente secondo la
mia volontà; che tu non stia attaccato a te stesso; che ardentemente tu brami di
seguire la mia volontà. Sovente vari desideri ti accendono e urgono in te
fortemente. Ma devi riflettere se tu sia mosso dall’impulso di rendere onore a
me o non piuttosto di far piacere a te stesso. Se si tratta di me, sarai
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pienamente felice, comunque io voglia che vadano le cose; se invece c’è sotto
una qualunque tua voglia, ecco, è questo che ti impedisce e ti appesantisce.
Guardati, dunque, dal basarti troppo su un desiderio concepito senza che io sia
stato consultato; affinché poi tu non abbia a pentirti; affinché non abbia a
disgustarti ciò che dapprima ti era sembrato caro e che avevi agognato, come
preferibile sopra ogni cosa.
In verità, non ogni moto, pur se ci appare degno di approvazione, va subito
favorito; ne ogni moto che ci ripugna va respinto fin dal principio. Occorre
talvolta che tu usi il freno, anche nell’intraprendere e nel desiderare cose
buone. Ché il tuo animo potrebbe poi esser distolto da ciò, come cosa eccessiva;
o potresti ingenerare scandalo in altri, per essere andato al di là delle regole
comuni; o potresti d’un tratto cadere in agitazione perché ti si ostacola. Altra
voce, invece, occorre che tu faccia violenza a te stesso, andando virilmente
contro l’impulso dei sensi. Occorre che tu non faccia caso a ciò che la carne
desidera o non desidera, preoccupandoti piuttosto che essa, pur contro voglia,
sia sottomessa allo spirito. Occorre che la carne sia imbrigliata e costretta a
stare soggetta, fino a che non sia pronta a tutto; fino a che non sappia
accontentarsi, lieta di poche e semplici cose, senza esitare di fronte ad alcuna
difficoltà.
Capitolo XII
L’EDUCAZIONE A PATIRE E LA LOTTA CONTRO LA
CONCUPISCENZA
Signore Dio, capisco che è per me veramente necessario saper soffrire, giacché
in questo mondo accadono tante avversità. Invero, comunque io abbia disposto
per la mia tranquillità, la mia vita non può essere esente dalla lotta e dal
dolore. Così è, o figlio. Ma tale è la mia volontà: tu non devi andar cercando
una pace, che non abbia e non senta tentazione o avversità; anzi devi ritenere
per certo di avere trovato pace, anche quando sarai afflitto da varie tribolazioni
e sarai provato da varie contrarietà. Se obietterai di non riuscire ora a
sopportare tanto, come riuscirai a sostenere poi il fuoco del purgatorio? Tra
due mali, scegliere sempre il minore. Così, per poter sfuggire alle pene eterne
future, vedi di sopportare, con fermezza e per amore di Dio, i mali presenti.
Credi forse che quelli che vivono nel mondo non abbiano a patire per nulla, o
soltanto un pochino? No; questo non lo riscontrerai, nemmeno cercando tra le
persone che vivono tra gli agi più grandi. Tuttavia – mi dirai – costoro hanno
molte gioie, fanno ciò che loro più piace e alle loro tribolazioni non danno,
perciò, gran peso. Ammettiamo che le cose stiano così e che costoro abbiano
tutto ciò che vogliono. Ma quanto pensi che potrà durare? Ecco “come fumo si
disperderanno” (Sal 36,20) coloro che in questo mondo sono nell’abbondanza;
delle loro gioie di un tempo non resterà ricordo alcuno.
Di più, anche mentre sono ancora in vita, costoro non sono esenti da amarezze,
da noie e da timori. Che anzi, frequentemente, proprio dalle stesse cose dalle
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quali si ripromettono gioia, essi traggono una dolorosa pena. E giustamente
per loro ciò accade. Infatti, cercando essi ed inseguendo il piacere anche contro
l’ordine disposto da Dio, non lo raggiungono senza vergogna ed amarezza.
Come è breve, questo piacere e falso e contrario al volere di Dio; e come è
turpe. Eppure gli uomini, ebbri e ciechi, non capiscono; e, come bruti, vanno
incontro alla morte dell’anima per un piccolo piacere di questa vita corruttibile.
Ma tu, figlio, non andare dietro alle “tue concupiscenze; distogliti dal tuo
capriccio” (Sir 18,30). “Metti il tuo gaudio nel Signore; Egli ti darà ciò che il
tuo cuore domanderà” (Sal 36,4). In verità, se veramente desideri la pienezza
della gioia e della mia consolazione, ecco, la tua felicità consisterà nel disprezzo
di tutto ciò che è nel mondo e nel distacco da ogni piacere. Così ti saranno
concesse grandi consolazioni. Quanto più ti allontanerai da ogni conforto che
venga dalle creature, tanto più grandi e soavi consolazioni troverai in me. A
questo non giungerai, però, senza avere prima sofferto e faticosamente lottato.
Farà resistenza il radicato costume; ma sarà vinto poi da una abitudine
migliore. Protesterà la carne, ma sarà tenuta in freno dal fervore spirituale. Ti
istigherà, fino all’esasperazione, l’antico serpente; ma sarà messo in fuga dalla
preghiera oppure gli sarà ostacolato un facile ingresso, se ti troverà preso da
un lavoro pratico.
Capitolo XIII
METTERSI AL DI SOTTO DI TUTTI IN UMILE OBBEDIENZA,
SULL’ESEMPIO DI GESU’ CRISTO
Figlio, colui che tenta di sottrarsi all’obbedienza si sottrae anche alla grazia.
Colui che cerca il bene suo personale perde anche il bene che è proprio del
vivere in comune. Colui che non si sottopone lietamente e spontaneamente al
suo superiore, dimostra che la carne non gli obbedisce ancora perfettamente,
ma spesso recalcitra e mormora. Impara dunque a sottometterti prontamente
al tuo superiore, se vuoi soggiogare la tua carne. Infatti, il nemico di fuori lo si
vincerà più presto, se sarà stato sconfitto l’uomo interiore. Non c’è peggiore e
più insidioso nemico dell’anima tua, di te stesso, quando il corpo non si accorda
con lo spirito. Per avere vittoria sulla carne e sul sangue, devi assumere un
totale e vero disprezzo di te. Tu hai ancora invece un eccessivo e disordinato
amore di te stesso; per questo sei tanto esitante a rimetterti interamente alla
volontà degli altri.
Ma che c’è di strano, se tu, polvere e nulla, ti sottoponi a un uomo, per amore
di Dio, quando io, onnipotente ed altissimo, che dal nulla ho creato tutte le
cose per amor tuo, mi feci piccolo fino a sottopormi all’uomo? Mi sono fatto
l’ultimo e il più piccolo di tutti, proprio perché, per questo mio abbassarmi, tu
potessi vincere la tua superbia. Impara ad obbedire, tu che sei polvere; impara
ad umiliarti, tu che sei terra e fango; impara a piegarti sotto i piedi di tutti, a
disprezzare i tuoi desideri e a metterti in totale sottomissione. Insorgi
infiammato contro te stesso, e non permettere che in te si annidi la
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tumefazione della superbia. Dimostrati così basso e così piccolo che tutti
possano camminare sopra di te e possano calpestarti come il fango della strada.
Che hai da lamentare tu, uomo da nulla. Che hai tu, immondo peccatore, da
contrapporre a coloro che ti accusano; tu, che tante volte hai offeso Dio,
meritando assai spesso l’inferno? Ma, ecco, apparve preziosa al mio sguardo
l’anima tua; ecco il mio occhio ebbe compassione di te, così che, conoscendo il
mio amore, tu avessi continua gratitudine per i miei benefici ed abbracciassi,
senza esitare, un’umile sottomissione, nella paziente sopportazione dell’altrui
disprezzo.
Capitolo XIV
PENSARE ALL’OCCULTO GIUDIZIO DI DIO, PER NON
INSUPERBIRCI DEL BENE
Come tuono fai scendere sopra di me i tuoi giudizi, Signore; timore e terrore
scuotono tutte le mie ossa; l’anima mia si ritrae spaventata. Sbigottito penso
che neppure i cieli sono puri, di fronte a te. Se hai trovato dei malvagi persino
tra gli angeli e non li hai risparmiati, che cosa accadrà di me? Caddero le stelle
del cielo, ed io, che sono polvere, che cosa presumo di me? Caddero nel
profondo certuni, che sembrava avessero compiuto opere degne di lode; certuni
che mangiavano il pane degli angeli, li ho visti contentarsi delle carrube che
mangiavano i porci. Invero, non c’è santità se tu, o Signore, togli la tua mano;
la sapienza non serve a nulla, se tu cessi di reggerci; la fortezza non giova, se
tu cessi di custodirla; la castità non è sicura, se tu non la difendi; la vigilanza su
se stessi non vale, se tu non sei presente con la tua santa protezione. Infatti se
tu ci abbandoni, andiamo a fondo e moriamo; se tu, invece, ci assisti ci teniamo
ritti e viviamo. In verità, noi siamo malfermi, ma tu ci rafforzi; siamo tiepidi,
ma tu ci infiammi.
Oh!, come devo essere conscio della mia bassezza e della mia abiezione; e come
devo considerare un nulla quel poco di bene che mi possa sembrare di aver
fatto. Con quale pienezza di sottomissione devo accettare, o Signore, i tuoi
profondi giudizi, giacché mi trovo ad essere nient’altro che nulla e poi nulla. E’
cosa grande, invalicabile, questo riscontrare che di mio non c’è assolutamente
niente. Dove mai si nasconde la mia boria, dove finisce la sicurezza che
riponevo nella mia virtù. Ogni mia vuota vanteria è inghiottita nella profondità
dei tuoi giudizi sopra di me. Che cosa mai è l’uomo di fronte a te? Forse che la
creta può vantarsi nei confronti di colui che la plasma? (cfr. Is 45,9). Come può
gonfiarsi, con vane parole, colui che, in verità, nell’intimo è soggetto a Dio?
Neppure il mondo intero lo potrebbe far montare in superbia, poiché la Verità
stessa lo ha soggiogato. Neppure un elogio da parte di tutti gli uomini lo
potrebbe smuovere, poiché ha posto interamente la sua speranza in Dio: infatti,
quelli che fanno tanti elogi, ecco, non sono che nulla, e scompariranno con il
suono delle loro parole. Mentre la “parola del Signore resta in eterno” (Sal
116,2).
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Capitolo XV
COME COMPORTARCI E CHE COSA DIRE DI FRONTE A OGNI
NOSTRO DESIDERIO
Figliolo, così tu devi dire in ogni cosa: Signore, se questa è la tua volontà, così
si faccia. Signore, se questo è per tuo amore, così si faccia, nel tuo nome.
Signore, se questo ti parrà necessario per me, e lo troverai utile, fa’ che io ne
usi per il tuo onore; se invece comprenderai che questo è male per me e non
giova alla mia salvezza, toglimi questo desiderio. Infatti, non tutti i desideri
vengono dallo Spirito Santo, anche se a noi appaiono retti e buoni. E’ difficile
giudicare veramente se sia uno spirito buono, o uno spirito contrario, che ti
spinge a desiderare questa o quell’altra cosa; oppure se tu sia mosso da un
sentimento personale. Molti, che dapprima sembravano guidati da sentimento
buono, alla fine si sono trovati ingannati. Perciò ogni cosa che balza alla mente
come desiderabile sempre la si deve volere e cercare con animo pieno di timor
di Dio e con umiltà di cuore. Soprattutto, ogni cosa va rimessa a me, con
abbandono di se stessi, dicendo: Signore, tu sai cosa sia meglio per me. Si faccia
così, o altrimenti, secondo la tua volontà. Dammi quello che vuoi, e quanto
vuoi e quando vuoi. Disponi di me secondo la tua sapienza, la tua volontà e la
tua maggior gloria. Mettimi dove tu vuoi, e fai con me quello che vuoi,
liberamente. Sono nelle tue mani; fammi rigirare per ogni verso. Ecco, io sono
il tuo servo, disposto a tutto, perché non voglio vivere per me ma per te: e
volesse il cielo che ciò fosse in modo degno e perfetto.
Preghiera perché riusciamo a compiere la volontà di Dio.
Amorosissimo Gesù, dammi la tua grazia, perché “sia operante in me” (Sap
9,10) e in me rimanga sino alla fine. Dammi di desiderare e di volere ciò che
più ti è gradito, e più ti piace. La tua volontà sia la mia volontà; che io la segua
e che ad essa mi confermi pienamente; che io abbia un solo volere e disvolere
con te; che io possa desiderare o non desiderare soltanto quello che tu desideri
e non desideri. Dammi di morire a tutte le cose del mondo; fammi amare di
esser disprezzato per causa tua, e di essere dimenticato in questo mondo.
Fammi bramare sopra ogni altra cosa di avere riposo in te, e di trovare in te la
pace del cuore. Tu sei la vera pace interiore, tu sei il solo riposo; fuori di te
ogni cosa è aspra e tormentosa. “In questa pace, nella pace vera, cioè in te,
unico sommo eterno bene, avrà riposo e quiete” (Sal 4,9). Amen.
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Capitolo XVI
SOLTANTO IN DIO VA CERCATA LA VERA CONSOLAZIONE
Qualunque cosa io possa immaginare e desiderare per mia consolazione, non
l’aspetto qui, ora, ma in futuro. Ché, pure se io potessi avere e godere da solo
tutte le gioie e le delizie del mondo, certamente ciò non potrebbe durare a
lungo. Sicché, anima mia, non potrai essere pienamente consolata e
perfettamente confortata se non in Dio, che allieta i poveri e accoglie gli umili.
Aspetta un poco, anima mia, aspetta ciò che Dio ha promesso e avrai in cielo la
pienezza di ogni bene. Se tu brami disordinatamente i beni temporali, perderai
quelli eterni del cielo: dei beni di quaggiù devi avere soltanto l’uso temporaneo,
col desiderio fisso a quelli eterni. Anima mia, nessun bene di quaggiù, ti potrà
appagare perché non sei stata creata per avere soddisfazione in queste cose.
Anche se tu avessi tutti i beni del mondo, non potresti essere felice e beata,
perché è in Dio, creatore di tutte le cose, che consiste la tua completa
beatitudine e la tua felicità. Non è una felicità quale appare nella esaltazione di
coloro che amano stoltamente questo mondo, ma una felicità quale si aspettano
i buoni seguaci di Cristo; quale, talora, è pregustata, fin da questo momento, da
coloro che vivono dello spirito e dai puri di cuore, “il cui pensiero è già nei
cieli” (Fil 3,20).
Vano e di breve durata è il conforto che viene dagli uomini; santo e puro è
quello che la verità fa sentire dal di dentro. L’uomo pio si porta con sé,
dappertutto, il suo consolatore, Gesù, e gli dice: o Signore Gesù, stammi vicino
in ogni luogo e in ogni tempo. La mia consolazione sia questa, di rinunciare
lietamente ad ogni conforto umano. Che se mi verrà meno la tua consolazione,
sia per me di supremo conforto, appunto, questo tuo volere, questa giusta
prova; poiché “non durerà per sempre la tua collera e le tue minacce non
saranno eterne” (Sal 102,9).
Capitolo XVII
AFFIDARE STABILMENTE IN DIO OGNI CURA DI NOI STESSI
Figlio, lascia che io faccia con te quello che voglio: io so quello che ti è
necessario. Tu hai pensieri umani e i tuoi sentimenti seguono spesso
suggestioni umane. Signore, è ben vero quanto dici. La tua sollecitudine per
me è più grande di ogni premura che io possa avere per me stesso. In verità,
chi non rimette in te tutte le sue preoccupazioni si affida proprio al caso.
Signore, purché la mia volontà sia continuamente retta e ferma in te, fai di me
quello che ti piace. Giacché, qualunque cosa avrai fatto di me non può essere
che per il bene. Se mi vuoi nelle tenebre, che tu sia benedetto; e se mi vuoi nella
luce, che tu sia ancora benedetto. Se ti degni di darmi consolazione, che tu sia
benedetto; e se mi vuoi nelle tribolazione, che tu sia egualmente benedetto.
Figlio, se vuoi camminare con me, questo deve essere il tuo atteggiamento.
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Devi essere pronto a patire, come pronto a godere; devi lietamente essere privo
di tutto e povero, come sovrabbondante e ricco. Signore, qualunque cosa vorrai
che mi succeda, la sopporterò di buon grado per tuo amore. Con lo stesso
animo voglio accettare dalla tua mano bene e male, dolcezza e amarezza, gioia
e tristezza; e voglio renderti grazie per ogni cosa che mi accada. Preservami da
tutti i peccati, e non temerò né la morte né l’inferno. Purché tu non mi
respinga per sempre cancellandomi dal libro della vita, qualunque tribolazione
mi piombi addosso non mi farà alcun male.
Capitolo XVIII
SOPPORTARE SERENAMENTE LE MISERIE DI QUESTO MONDO
SULL’ESEMPIO DI CRISTO
Figlio, io discesi dal cielo per la tua salvezza e presi sopra di me le tue miserie,
non perché vi fossi costretto, ma per slancio d’amore; e ciò perché tu imparassi
a soffrire e a sopportare senza ribellione le miserie di questo mondo. Infatti,
dall’ora della mia nascita fino alla morte in croce, non venne mai meno in me la
forza di sopportare il dolore. Ho conosciuto grande penuria di beni terreni; ho
udito molte accuse rivolte a me; ho sopportato con dolcezza cose da far
arrossire ed ingiurie; per il bene fatto ho ricevuto ingratitudine; per i miracoli,
bestemmie; per il mio insegnamento, biasimi.
Signore, tu ben sapesti patire per tutta la tua vita, compiendo pienamente, in
tal modo, la volontà del Padre tuo; perciò è giusto che io, misero peccatore,
sappia sopportare me stesso, fin quando a te piacerà; è giusto che, per la mia
salvezza, io porti il peso di questa vita corruttibile, fino a quando tu vorrai. In
verità, anche se noi la sentiamo come un peso, la vita di quaggiù, per effetto
della tua grazia, già fu resa capace di molti meriti e più tollerabile e luminosa,
per noi, povera gente, in virtù del tuo esempio e dietro le orme dei tuoi santi.
Anzi la nostra vita è piena di consolazione, molto più di quanto non fosse al
tempo della vecchia legge, quando era ancora chiusa la porta del cielo e ancora
era nascosta la via di esso; quando erano ben pochi quelli che si davano
pensiero di cercare il regno dei cieli, e neppure i giusti, meritevoli di salvezza,
avevano potuto entrare nella patria celeste, non essendo ancora stato pagato –
prima della tua passione e della tua santa morte – il debito del peccato. Oh,
come ti debbo ringraziare per avere mostrato a me, e a tutti i tuoi seguaci, la
strada diritta e sicura verso l’eterno tuo regno! La nostra strada è la tua vita
stessa: attraverso una santa capacità di patire camminiamo verso di te, che sei
il nostro premio. Se tu non ci avessi preceduto, con questo insegnamento, chi si
prenderebbe cura di seguirti? Quanti rimarrebbero indietro assai, se non
potessero guardare al tuo esempio luminoso. Ecco, siamo ancora ben poco
fervorosi, pur dopo tanti miracoli e nonostante i tuoi ammaestramenti; che
cosa mai sarebbe di noi, se non avessimo avuto una così grande luce per
seguirti?
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Capitolo XIX
LA CAPACITA’ DI SOPPORTARE LE OFFESE E LA VERA PROVATA
PAZIENZA
Che è quello che vai dicendo, o figlio? Cessa il tuo lamento, tenendo presenti le
sofferenze mie e quelle degli altri santi. “Non hai resistito ancora fino al
sangue” (Eb 12,4). Ciò che tu soffri è poca cosa, se ti metti a confronto con
coloro che patirono tanto gravemente: così fortemente tentati, così
pesantemente tribolati, provati in vari modi e messi a dura prova. Occorre
dunque che tu rammenti le sofferenze più gravi degli altri, per imparare a
sopportare le tue, piccole. Che se piccole non ti sembrano, vedi se anche questo
non dipenda dalla tua incapacità di sopportazione. Comunque, siano piccoli o
grandi questi mali, fa’ in modo di sopportare tutto pazientemente. Il tuo agire
sarà tanto più saggio, e tanto più grande sarà il tuo merito, quanto meglio ti
sarai disposto al patire; anzi lo troverai anche più lieve, se, intimamente e
praticamente, sarai pronto e sollecito. E non dire: questo non lo posso
sopportare; non devo tollerare cose simili da una tale persona, che mi fa del
male assai, e mi rimprovera cose che non avevo neppure pensato; da un altro,
non da lui, le tollererei di buon grado, e riterrei giusto doverle sopportare. E’
una stoltezza un simile ragionamento. Esso non tiene conto della virtù della
pazienza, né di colui a cui spetta di premiarla; ma tiene conto piuttosto delle
persone e delle offese ricevute. Vero paziente non è colui che vuole sopportare
soltanto quel che gli sarà sembrato giusto, e da chi gli sarà piaciuto. Vero
paziente, invece, è colui che non guarda da quale persona egli venga messo alla
prova: se dal superiore, oppure da un suo pari, o da un inferiore; se da un uomo
buono o santo, oppure da un malvagio, o da persona che non merita nulla. Vero
paziente è colui che indifferentemente – da qualunque persona, e per quante
volte, gli venga qualche contrarietà – tutto accetta con animo grato dalla mano
di Dio; anzi lo ritiene un vantaggio grande, poiché non c’è cosa, per quanto
piccola, purché sopportata per amore di Dio, che passi senza ricompensa,
presso Dio.
Sii dunque preparato al combattimento, se vuoi ottenere vittoria. Senza lotta
non puoi giungere ad essere premiato per la tua sofferenza. Se rifiuti la
sofferenza, rifiuti anche il premio; se invece desideri essere premiato, devi
combattere da vero uomo e saper sopportare con pazienza. Come al riposo non
si giunge se non dopo aver faticato, così alla vittoria non si giunge se non dopo
aver combattuto. Oh, Signore, che mi diventi possibile, per tua grazia, quello
che mi sembra impossibile per la mia natura: tu sai che ben scarsa è la mia
capacità di soffrire, e che al sorgere di una, sia pur piccola, difficoltà, mi trovo
d’un colpo atterrato. Che mi diventi cara e desiderabile, in tuo nome, qualsiasi
prova e qualsiasi tribolazione: soffrire ed essere tribolato per amor tuo, ecco ciò
che è grandemente salutare all’anima mia.
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Capitolo XX
RICONOSCERE LA PROPRIA DEBOLEZZA E LA MISERIA DI QUESTA
NOSTRA VITA
“Confesserò contro di me il mio peccato” (Sal 31,5); a te, o Signore, confesserò
la mia debolezza. Spesso basta una cosa da nulla per abbattermi e rattristarmi:
mi propongo di comportarmi da uomo forte, ma, al sopraggiungere di una
piccola tentazione, mi trovo in grande difficoltà. Basta una cosa assolutamente
da nulla perché me ne venga una grave tentazione: mentre, fino a che non
l’avverto, mi sento abbastanza sicuro, poi, a un lieve spirare di vento, mi trovo
quasi sopraffatto. “Guarda dunque, Signore, alla mia miseria” (Sal 14,18) e alla
mia fragilità, che tu ben conosci per ogni suo aspetto; abbi pietà di me; “tirami
fuori dal fango, così che io non vi rimanga confitto” (Sal 68,15), giacendo a
terra per sempre. Quello che mi risospinge indietro e mi fa arrossire dinanzi a
te, è appunto questa mia instabilità e questa mia debolezza nel resistere alle
tentazioni. Che, pur quando ad esse non si acconsenta del tutto, già molto mi
disturba la persecuzione loro; e assai mi affligge vivere continuamente così, in
lotta. La mia debolezza mi appare in modo chiaro dal fatto che proprio i
pensieri che dovrei avere sempre in orrore sono molto più facili a piombare su
di me che ad andarsene. Voglia il Cielo, o potentissimo Dio di Israele, che, nel
tuo grande amore per le anime di coloro che hanno fede in te, tu abbia a
guardare alla fatica e alla sofferenza del tuo servo; che tu l’assista in ogni cosa a
cui si accinge. Fammi forte della divina fortezza, affinché non abbia a prevalere
in me l’uomo vecchio: questa misera carne non ancora pienamente sottomessa
allo spirito, contro la quale bisogna combattere, finché si vive in questa
miserabile vita.
Ahimé!, quale è questa vita, dove non mancano tribolazioni e miserie; dove
tutto è pieno di agguati e di nemici! Ché, se scompare un’afflizione o una
tentazione, una altra ne viene; anzi, mentre ancora dura una lotta, ne
sopraggiungono molte altre, e insospettate. Ora, come si può amare una vita
così soggetta a disgrazie e a miserie? Di più, come si può chiamare vita questa,
se da essa procedono tante morti e calamità? E invece la si ama e molta gente
va cercando in essa la propria gioia. Il mondo viene sovente accusato di essere
ingannevole e vano; ma non per questo viene facilmente abbandonato, perché
troppo prevalgono le brame terrene. Altro è ciò che induce ad amare il mondo;
altro è ciò che induce a condannarlo. Inducono ad amarlo il desiderio dell’uomo
carnale, “il desiderio degli occhi e la superbia della vita” (1 Gv 2,16); inducono
invece ad odiarlo e ad esserne disgustato le pene e le sofferenze che
giustamente conseguono a quei desideri perversi. E tuttavia – tristissima cosa –
i piaceri malvagi hanno il sopravvento in coloro che hanno l’animo rivolto al
mondo, e “considerano gioia lo stare tra le spine” (Gb 30,7); incapaci, come
sono, di vedere e di gustare la soavità di Dio e l’intima bellezza della virtù.
Quelli invece che disprezzano totalmente il mondo, e si sforzano di vivere per
Dio in santa disciplina, conoscono la divina dolcezza, che è stata promessa a chi
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sa davvero rinunciare; essi comprendono appieno quanto siano gravi gli errori
e gli inganni del mondo.
Capitolo XXI
IN DIO, AL DI SOPRA DI OGNI BENE E DI OGNI DONO, DOBBIAMO
TROVARE LA NOSTRA PACE
O anima mia, in ogni cosa e al di sopra di ogni cosa, troverai riposo, sempre,
nel Signore, perché lui stesso costituisce la pace dei santi, in eterno. Dammi,
dolcissimo e amabilissimo Gesù, di trovare quiete in te. In te, al di sopra di
ogni creatura, di ogni ben e di ogni bellezza; al di sopra di ogni gloria ed
onore, potere e autorità; al di sopra di tutto il sapere, il più penetrante; al di
sopra di ogni ricchezza e capacità; al di sopra di ogni letizia e gioia, e di ogni
fama e stima degli uomini; al di sopra di ogni dolcezza, consolazione, speranza
o promessa umana; al di sopra di ogni ambita ricompensa, di ogni dono o
favore che, dall’alto, tu possa concedere; al di sopra di ogni motivo di gaudio e
di giubilo, che mente umana possa concepire e provare; infine, al di sopra degli
Angeli, degli Arcangeli e di tutte le schiere celesti, al di sopra delle cose visibili
e delle cose invisibili, e di tutto ciò che non sia tu, Dio mio. In verità, o Signore
mio Dio, tu sei eccellentissimo su ogni cosa; tu solo sei l’altissimo e
l’onnipotente; tu solo dai ogni appagamento e pienezza e ogni dolcezza e
conforto; tu solo sei tutta la bellezza e l’amabilità; tu solo sei, più d’ogni cosa,
ricco di nobiltà e di gloria; in te sono, furono sempre e saranno, tutti quanti i
beni, compiutamente. Perciò, qualunque cosa tu mi dia, che non sia te stesso,
qualunque cosa tu mi riveli di te, o mi prometta, senza che io possa
contemplare o pienamente possedere te, è ben poco e non mi appaga. Ché, in
verità, il mio cuore non può realmente trovare quiete, e totale soddisfazione se
non riposi in te, portandosi più in alto di ogni dono e di ogni creatura.
Cristo Gesù, mio sposo tanto amato, amico vero, signore di tutte le creature,
chi mi darà ali di vera libertà, per volare e giungere a posarmi in te? Quando
mi sarà dato di essere completamente libero da me stesso e di contemplare la
tua soavità, o Signore mio Dio? Quando mi raccoglierò interamente in te,
cosicché, per amor tuo, non mi accorga di me stesso, ma soltanto di te, al di là
del limite di ogni nostro sentire e in un modo che non tutti conoscono? Ma
eccomi qui ora a piangere continuamente e a portare dolorosamente la mia
infelicità. Giacché, in questa valle di miserie, molti mali mi si parano innanzi:
sovente mi turbano, mi rattristano e mi ottenebrano; sovente mi intralciano il
cammino o me ne distolgono, tenendomi legato e impacciato, tanto da non
poter accostarmi liberamente a te, a godere del gioioso abbraccio,
costantemente aperto agli spiriti beati. Che il mio sospiro e la grande e varia
desolazione di questo mondo abbiano a commuoverti, o Gesù, splendore di
eterna gloria, conforto dell’anima pellegrina. A te è rivolta la mia faccia; senza
che io dica nulla, è il mio silenzio che ti parla. Fino a quando tarderà a venire il
mio Signore? Venga a me, che sono il suo poverello, e mi dia letizia; stenda la
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sua mano e strappi me misera da ogni angustia. Vieni, vieni: senza di te non ci
sarà una sola giornata, anzi una sola ora, gioiosa, perché la mia gioia sei tu, e
vuota è la mia mensa senza di te. Un pover’uomo, io sono, quasi chiuso in un
carcere e caricato di catene, fino a che tu non mi abbia rifatto di nuovo, con la
tua presenza illuminante, mostrandomi un volto benevolo, e fino a che tu non
mi abbia ridato la libertà. Vadano altri cercando altra cosa, invece di te,
dovunque loro piaccia. Quanto a me, nulla mi è ora gradito, nulla mi sarà mai
gradito, fuori di te, mio Dio, mia speranza e salvezza eterna. Né tacerò, o
smetterò di supplicare, fino a che non torni a me la tua grazia e la tua parola
non si faccia sentire dentro di me.
Ecco, sono qua; eccomi a te, che mi hai invocato. Le tue lacrime, il desiderio
dell’anima tua, la tua umiliazione e il pentimento del tuo cuore mi hanno
piegato e mi hanno fatto avvicinare a te. Dicevo io allora: ti avevo invocato,
Signore, avevo desiderato di godere di te, pronto a rinunciare ad ogni cosa per
te; ma eri stato tu, per primo, che mi avevi mosso a cercarti. Sii dunque
benedetto, o Signore, tu che hai usato tale bontà con questo tuo servo, secondo
la grandezza della tua misericordia. Che cosa mai potrà dire ancora, al tuo
cospetto, il tuo servo, se non parole di grande umiliazione dinanzi a te, sempre
ricordandosi della propria iniquità e della propria bassezza? Non c’è, infatti, tra
tutte le meraviglie del cielo e della terra, cosa alcuna che ti possa somigliare.
Le tue opere sono perfette, e giusti i tuoi comandi; per la tua provvidenza si
reggono tutte le cose. Sia, dunque, lode e gloria a te, o sapienza del Padre. La
mia bocca, la mia anima e insieme tutte le cose create ti esaltino e ti
benedicano.
Capitolo XXII
RICONOSCERE I MOLTI E VARI BENEFICI DI DIO
Introduci, o Signore, il mio cuore nella tua legge e insegnami a camminare nei
tuoi precetti. Fa’ che io comprenda la tua volontà; fa’ che, con grande reverenza
e con attenta riflessione, io mi rammenti, uno per uno e tutti insieme, i tuoi
benefici, così che sappia rendertene degne grazie. Per altro, so bene e confesso
di non potere, neppure minimamente, renderti i dovuti ringraziamenti di lode.
Ché io sono inferiore a tutti i beni che mi sono stati concessi. Quando penso
alla tua altezza, il mio spirito viene meno di fronte a questa immensità. Tutto
ciò che abbiamo, nello spirito e nel corpo, tutto ciò che possediamo, fuori di noi
e dentro di noi, per natura e per grazia, tutto è tuo dono; e sta a celebrare la
benevolenza, la misericordia e la bontà di colui, da cui riceviamo ogni bene.
Che se uno riceve di più e un altro di meno, tutto è pur sempre tuo: senza di te,
non possiamo avere neppure la più piccola cosa. Da un lato, chi riceve di più
non può vantarsene come di un suo merito, né innalzarsi sugli altri e schernire
chi ha di meno. Più grande e più santo è, infatti, colui che fa minor conto di se
stesso e ringrazia Dio con maggiore umiltà e devozione; più pronto a ricevere
maggiormente è colui che si ritiene più disprezzabile di tutti e si giudica più
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indegno. D’altro lati, chi riceve di meno non deve rattristarsi, non deve
indignarsi o nutrire invidia per chi ha avuto di più; deve piuttosto guardare a
te e lodare grandemente la tua bontà, perché tu largisci i tuoi doni con tanta
abbondanza e benevolenza, “senza guardare alle persone” (1Pt 1,17).
Tutto viene da te. Che tu sia, dunque, lodato per ogni cosa. Quello che sia
giusto concedere a ciascuno, lo sai tu. Perché uno abbia di meno e un altro di
più, non possiamo comprenderlo noi, ma solo tu, presso cui sono stabilmente
definiti i meriti di ciascuno. Per questo, o Signore Iddio, io considero un
grande dono anche il non avere molte di quelle cose, dalle quali vengono lodi e
onori dall’esterno, secondo il giudizio umano. Così, guardando alla sua povertà,
e alla nullità della sua persona, nessuno ne tragga un senso di oppressione, di
tristezza e di abbattimento, ma invece ne tragga consolazione e grande
serenità; perché i poveri e coloro che stanno in basso, disprezzati dal mondo,
tu, o Dio, li hai scelti come tuoi intimi amici. Una prova di questo è data dai
tuoi apostoli. Tu li hai posti come “principi su tutta la terra” (Sal 44,17); e
tuttavia essi passarono in questo mondo senza un lamento: tanto umili e
semplici, tanto lontani da ogni astuzia e malizia, che trovarono gioia anche nel
sopportare oltraggi “a causa del tuo nome” (At 5,41), abbracciando con grande
slancio quello da cui il mondo rifugge. Colui che ti ama, colui che apprezza i
tuoi doni di nulla deve esser lieto quanto di realizzare in sé la tua volontà e il
comando dei tuoi eterni decreti. Solo nel tuo volere egli deve trovare
appagamento e consolazione, tanto da desiderare di essere il più piccolo, con lo
stesso slancio con il quale altri può desiderare di essere il più grande. Colui che
ti ama deve trovare pace e contentezza nell’ultimo posto, come nel primo; deve
accettare di buon grado sia di essere disprezzato e messo in disparte, senza
gloria e senza fama, sia di essere onorato al di sopra degli altri e di emergere
nel mondo. Invero, il desiderio di fare la tua volontà e di rendere gloria a te
deve prevalere in lui su ogni altra cosa, consolandolo e allietandolo più di tutti
i doni che gli siano stati dati o gli possano essere dati.
Capitolo XXIII
LE QUATTRO COSE CHE RECANO UNA VERA GRANDE PACE
O figlio, ora ti insegnerò la via della pace e della vera libertà. Fa’, o Signore,
come tu dici; mi è gradito ascoltare il tuo insegnamento. Studiati, o figlio, di
fare la volontà di altri, piuttosto che la tua. Scegli sempre di aver meno, che
più. Cerca sempre di avere il posto più basso e di essere inferiore a tutti.
Desidera sempre, e prega, che in te si faccia interamente la volontà di Dio. Un
uomo che faccia tali cose, ecco, entra nel regno della pace e della tranquillità.
Una grande dottrina di perfezione è racchiusa, o Signore, in queste tue brevi
parole: brevi a dirsi, ma piene di significato e ricche di frutto. Che se io potessi
fedelmente custodirle, tali parole, nessun turbamento dovrebbe tanto
facilmente sorgere in me; in verità, ogni volta che mi sento inquieto od
oppresso, trovo che mi sono allontanato da questa dottrina. Ma tu, che tutto
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puoi; tu che hai sempre caro il progresso dell’anima mia, accresci sempre la tua
grazia, così che io possa adempiere alle tue parole e raggiungere la mia
salvezza.
Preghiera contro i malvagi pensieri
O Signore, mio Dio, “non allontanarti da me; Dio mio, volgiti in mio aiuto”
(Sal 70,12); ché vennero contro di me vari pensieri e grandi terrori, ad
affliggere l’anima mia. Come ne uscirò illeso, come mi aprirò un varco
attraverso di essi? Dice il Signore: io andrò innanzi a te e “abbatterò i grandi
della terra” (Is 45,2). Aprirò le porte della prigione e ti rivelerò i più profondi
segreti. O Signore, fa’ come dici; e ogni iniquo pensiero fugga dinanzi a te.
Questa è la mia speranza, questo è il mio unico conforto: in tutte le tribolazioni
rifugiarmi in te, porre la mia fiducia in te; invocarti dal profondo del mio cuore
e attendere profondamente la tua consolazione.
Preghiera per ottenere luce all’intelletto
Rischiarami, o buon Gesù, con la luce del lume interiore, e strappa ogni
tenebra dal profondo del mio cuore; frena le varie fantasie; caccia le tentazioni
che mi fanno violenza; combatti valorosamente per me e vinci queste male
bestie, dico le allettanti concupiscenze, cosicché, per la forza che viene da te, si
faccia pace, e nell’aula santa, cioè nella coscienza pura (Sal 121,7), risuoni la
pienezza della tua lode. Comanda ai venti e alle tempeste. Dì al mare “calmati”,
al vento “non soffiare”; e si farà grande bonaccia (Mt 8,26). “Manda la tua luce
e la tua verità” (Sal 52,3) a brillare sulla terra; ché terra io sono, povera e
vuota, fino a quando tu non mi illumini. Effondi dall’alto la tua grazia; irriga il
mio cuore di celeste rugiada; versa l’acqua della devozione ad irrigare la faccia
della terra, che produca buono, ottimo frutto. Innalza la mia mente schiacciata
dalla mole dei peccati; innalza alle cose celesti tutto l’animo mio, in modo che
gli rincresca di pensare alle cose di questo mondo, dopo aver gustato la
dolcezza della felicità suprema. Strappami e distoglimi dalle effimere
consolazioni che danno le creature; poiché non v’è cosa creata che possa
soddisfare il mio desiderio e darmi pieno conforto. Congiungimi a te con il
vincolo indissolubile dell’amore, poiché tu solo basti a colui che ti ama, e a
nulla valgono tutte le cose, se non ci sei tu.
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Capitolo XXIV
GUARDARSI DALL’INDAGARE CURIOSAMENTE LA VITA DEGLI
ALTRI
Figlio, non essere curioso; non prenderti inutili affanni. Che t’importa di
questo e di quello? “Tu segui me” (Gv 21,22). Che ti importa che quella
persona sia di tal fatta, o diversa, o quell’altra agisca e dica così e così? Tu non
dovrai rispondere per gli altri; al contrario renderai conto per te stesso. Di che
cosa dunque ti vai impicciando? Ecco, io conosco tutti, vedo tutto ciò che
accade sotto il sole e so la condizione di ognuno: che cosa uno pensi, che cosa
voglia, a che cosa miri la sua intenzione. Tutto deve essere, dunque, messo
nelle mie mani. E tu mantieniti in pace sicura, lasciando che altri si agiti
quanto crede, e metta agitazione attorno a sé: ciò che questi ha fatto e ciò che
ha detto ricadrà su di lui, poiché, quanto a me, non mi può ingannare.
Non devi far conto della vanità di un grande nome, né delle molte amicizie, né
del particolare affetto di varie persone: tutte cose che sviano e danno un
profondo offuscamento di spirito. Invece io sarò lieto di dirti la mia parola e di
palesarti il mio segreto, se tu sarai attento ad avvertire la mia venuta, con
piena apertura del cuore. Stai dunque in guardia, veglia in preghiera (1 Pt 4,7),
e umiliati in ogni cosa (Sir 3,20).
Capitolo XXV
IN CHE CONSISTONO LA STABILITA’ DELLA PACE INTERIORE E IL
VERO PROGRESSO SPIRITUALE
O figlio, così ho detto “io vi lascio la pace; vi dono la mia pace; non quella,
però, che dà il mondo” (Gv 14,27). Tutti tendono alla pace; non tutti però si
preoccupano di ciò che caratterizza la vera pace. La mia pace è con gli umili e i
miti di cuore; e la tua pace consisterà nel saper molto sopportare. Se mi
ascolterai e seguirai le mie parole, potrai godere di una grande pace. Che farò
dunque? In ogni cosa guarda bene a quello che fai e a quello che dici. Sia questa
la sola tua intenzione, essere caro soltanto a me; non desiderare né cercare
altro, fuori di me; non giudicare mai avventatamente quello che dicono o fanno
gli altri e non impicciarti in faccende che non ti siano state affidate. In tal modo
potrai essere meno turbato, o più raramente; ché non sentire mai turbamento
alcuno e non patire alcuna noia, nello spirito e nel corpo, non è di questa vita,
ma è condizione propria della pace eterna.
Perciò non credere di aver trovato la vera pace, soltanto perché non senti
difficoltà alcuna; non credere che tutto vada bene, soltanto perché non hai
alcuno che ti si ponga contro; non credere che tutto sia perfetto, soltanto
perché ogni cosa avviene secondo il tuo desiderio; non pensare di essere
qualcosa di grande o di essere particolarmente caro a Dio, soltanto perché ti
trovi in stato di grande e soave devozione. Non è da queste cose, infatti, che si
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distingue colui che ama veramente la virtù; non è in queste cose che consistono
il progresso e la perfezione dell’uomo. In che cosa, dunque, o Signore?
Nell’offrire te stesso, con tutto il cuore, al volere di Dio, senza cercare alcunché
di tuo, nelle piccole come nelle grandi cose, per il tempo presente come per
l’eternità; così che tu sia sempre, alla stessa maniera, imperturbabilmente, in
atto di ringraziamento, bilanciando bene tutte le cose, le prospere e le
contrarie. Quando sarai tanto forte e generoso nella fede che, pur avendo
perduta ogni consolazione interiore, saprai disporre il tuo animo a soffrire
ancor di più – senza trovare scuse, come se tu non dovessi subire tali e tanto
grandi patimenti -; anzi quando mi proclamerai giusto e mi dirai santo
qualunque sia la mia volontà, allora sì che tu camminerai nella vera e giusta
strada della pace; allora sì che avrai la sicura speranza di rivedere con gioia il
mio volto. Se poi arriverai a disprezzare pienamente te stesso, sappi che allora
godrai di pace sovrabbondante , per quanto è possibile alla tua condizione di
pellegrino su questa terra.
Capitolo XXVI
L’ECCELSA LIBERTA’ DELLO SPIRITO, FRUTTO DELL’UMILE
PREGHIERA PIU’ CHE DELLO STUDIO
O Signore, questo è il compito di chi vuole essere perfetto: non staccarsi mai
spiritualmente dal tendere alle cose celesti e passare tra le molte
preoccupazioni quasi senza affanno. E ciò non già per storditezza, ma per quel
tal privilegio, proprio di uno spirito libero, di non essere attaccato ad alcuna
cosa creata, con un affetto che sia contrario al volere di Dio. Ti scongiuro, o
mio Dio pieno di misericordia, tienimi lontano dalle preoccupazioni di questa
vita, così che esse non mi siano di troppo impaccio; tienimi lontano dalle molte
esigenze materiali, così che io non sia prigioniero del piacere; tienimi lontano
da tutto quanto è di ostacolo all’anima, così che io non finisca schiacciato da
queste difficoltà. E non voglio dire che tu mi tenga lontano soltanto dalle cose
che la vanità di questo mondo brama con pieno ardore; ma da tutte quelle
miserie che, a causa della comune maledizione dell’umanità, gravano
dolorosamente sull’anima del tuo servo, impedendole di accedere, a sua voglia,
alla libertà dello spirito.
O mio Dio, dolcezza ineffabile, muta in amarezza per me ogni piacere terrestre:
esso mi distoglie dall’amare le cose eterne e mi avvince tristemente a sé,
facendomi balenare qualcosa che, al momento, appare buono e gradito. O mio
Dio, non sia più forte di me la carne, non sia più forte di me il sangue; non mi
inganni il mondo, con la sua gloria passeggera; non mi vinca il diavolo, con la
sua astuzia. Dammi fortezza a resistere, pazienza a sopportare, costanza a
perseverare. In luogo di tutte le consolazioni del mondo, dammi la dolcissima
unzione del tuo spirito; in luogo dell’attaccamento alle cose della terra, infondi
in me l’amore della tua gloria. Ecco, per uno spirito fervoroso sono ben pesanti
e cibo e bevanda e vestito e tutte le altre cose utili a sostenere il corpo. Di
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queste cose utili fa’ che io usi moderatamente, senza attaccarmi ad esse con
desiderio eccessivo. Abbandonare tutto non si può, perché alla natura si deve
pur dare sostentamento; ma la santa legge di Dio vieta di cercare le cose
superflue e quelle che danno maggiormente piacere. Diversamente la carne si
porrebbe sfacciatamente contro lo spirito. Tra questi due estremi, mi regga la
tua mano, o Signore, te ne prego; e mi guidi, per evitare ogni eccesso.
Capitolo XXVII
PIU’ DI OGNI ALTRA COSA L’AMORE DI SE STESSO RALLENTA IL
NOSTRO PASSO VERSO IL SOMMO BENE
O figlio, per avere tutto, devi dare tutto e non più appartenerti per nulla: sappi
che l’amore di te stesso ti danneggia più di ogni altra cosa di questo mondo.
Ciascuna cosa sta più o meno fortemente a te abbracciata, a seconda dell’amore
e della passione che tu porti per essa. Ma se il tuo sarà un amore puro, libero e
conforme al volere di Dio, sarai affrancato dalla schiavitù delle cose. Non
desiderare ciò che non ti è lecito avere; non volere ciò che ti può essere
d’impaccio, privandoti della libertà interiore. Pare incredibile che tu non ti
rimetta a me, dal profondo del cuore, con tutto te stesso e con tutte le cose che
puoi desiderare ed avere. Perché ti consumi in vana tristezza? Perché ti
opprimi con inutili affanni? Sta’ al mio volere, e non subirai alcun nocumento.
Se tu andrai cercando questo o quest’altro; se vorrai essere qui oppure là, per
conseguire maggiormente il tuo comodo e il tuo piacere, non sarai mai in pace,
libero da angosce; perché in ogni cosa ci sarà qualche difetto e dappertutto ci
sarà uno che ti contrasta. Quello che giova, dunque, non è ciò che possa essere
da noi raggiunto o fatto più grande, fuori di noi; quello che giova è ciò che
viene da noi disprezzato e strappato radicalmente dal nostro cuore. E questo
va inteso non solamente della stima, del denaro o delle ricchezze, ma anche
della bramosia degli onori e del desiderio di vane lodi: tutte cose che passano,
col passare di questo mondo. Non sarà un certo luogo che ti darà sicurezza, se
ti manca il fervore spirituale. Non sarà una pace cercata fuori di te che reggerà
a lungo, se ti manca quello che è il vero fondamento della fermezza del cuore:
vale a dire se tu non sei saldamente in me. Puoi trasferirti altrove, quanto vuoi;
ma non puoi migliorare te stesso. Se, affacciandosi un’occasione, la coglierai,
troverai ancora, e ancora di più, quello che avevi fuggito.
Preghiera per ottenere la purificazione del cuore e la celeste sapienza.
O Dio, dammi vigore, con la grazia dello Spirito Santo; fa’ che il mio cuore si
liberi da ogni vano, angoscioso tormento, senza lasciarsi allettare da vari
desideri di cosa alcuna, di poco prezzo o preziosa; fa’ che io guardi tutte le cose
come passeggere, e me con esse, parimenti passeggero, poiché nulla resta
fermo, sotto il sole, qui dove tutto è “vanità e afflizione di spirito” (Qo 1,14).
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Quanto è saggio chi ragiona così. Dammi, o Signore, la celeste sapienza; così
che io apprenda a cercare e a trovare te, sopra ogni cosa; apprenda a gustare e
ad amare te, sopra ogni cosa; apprenda a considerare tutto il resto per quello
che è, secondo il posto assegnatogli dalla sapienza. Dammi la prudenza, per
saper allontanare chi mi lusinga; dammi la pazienza, per sopportare chi mi
contrasta. Perché qui è grande saggezza, nel non lasciarsi smuovere da ogni
vuota parola e nel non prestare orecchio alla sirena che perfidamente ci invita.
Cominciata in tal modo la strada, si procede in essa con sicurezza.
Capitolo XXVIII
CONTRO LE LINGUACCE DENIGRATRICI
O figlio, non sopportare di mal animo se certuni danno un cattivo giudizio su
di te e dicono, nei tuoi confronti, parole che non ascolti con piacere. Il tuo
giudizio su te stesso deve essere ancora più grave; devi credere che non ci sia
nessuno più debole di te. Se terrai conto massimamente dell’interiorità, non
darai molto peso a parole che volano; giacché, nei momenti avversi, è prudenza,
e non piccola, starsene in silenzio, volgendo l’animo a me, senza lasciarsi
turbare dal giudizio della gente. La tua pace non riposi nella parola degli
uomini. Che questi ti abbiano giudicato bene o male, non per ciò sei diverso.
Dove sta la vera pace, dove sta la vera gloria? Non forse in me? Godrà di
grande pace chi non desidera di piacere agli uomini, né teme di spiacere ad essi.
E’ appunto da un tale desiderio, contrario al volere di Dio, e da un tale vano
timore, che nascono tutti i turbamenti del cuore e tutte le deviazioni degli
affetti.
Capitolo XXIX
INVOCARE E BENEDIRE DIO NELLA TRIBOLAZIONE
“Sia sempre benedetto il tuo nome” (Tb 3,23), o Signore; tu che hai disposto
che venisse su di me questa tormentosa tentazione. Sfuggire ad essa non posso;
devo invece rifugiarmi in te, perché tu mi aiuti, mutandomela in bene.
Signore, ecco io sono nella tribolazione: non ha pace il mio cuore, anzi è assai
tormentato da questa passione. Che dirò, allora, o Padre diletto? Sono stretto
tra queste angustie; “fammi uscire salvo da un tale momento. Ma a tale
momento io giunsi” (Gv 12,27) perché, dopo essere stato fortemente abbattuto
e poi liberato per merito tuo, tu ne fossi glorificato. “Ti piaccia, o Signore, di
salvarmi tu” (Sal 39,14); infatti che cosa posso fare io nella mia miseria; dove
andrò, senza di te? Anche in questo momento di pericolo dammi di saper
sopportare; aiutami tu, o mio Dio: non avrò timore di nulla, per quanto grande
sia il peso che graverà su di me. E frattanto che dirò? O Signore, “che sia fatta
la tua volontà” (Mt 26,42). Bene le ho meritate, la tribolazione e l’oppressione;
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e ora debbo invero saperle sopportare, – e, volesse il cielo, sopportare con
pazienza – finché la tempesta sia passata e torni la bonaccia. La tua mano
onnipotente può fare anche questo, togliere da me questa tentazione o
mitigarne la violenza, affinché io non perisca del tutto: così hai già fatto più
volte con me, “o mio Dio e mia misericordia” (Sal 58,17). Quanto è a me più
difficile, tanto è più facile a te “questo cambiamento della destra dell’Altissimo”
(Sal 76,11).
Capitolo XXX
CHIEDERE L’AIUTO DI DIO, NELLA FIDUCIA DI RICEVERE LA SUA
GRAZIA
O figlio, io sono “il Signore, che consola nel giorno della tribolazione” (Na 1,7).
Vieni a me, quando sei in pena. Quello che pone maggiore ostacolo alla celeste
consolazione è proprio questo, che troppo tardi tu ti volgi alla preghiera.
Infatti, prima di rivolgere a me intense orazioni, tu vai cercando vari sollievi e
ti conforti in cose esteriori. Avviene così che nulla ti è di qualche giovamento,
fino a che tu non comprenda che sono io la salvezza di chi spera in me, e che,
fuori di me, non c’è aiuto efficace, utile consiglio, rimedio durevole. Ora,
dunque, ripreso animo dopo la burrasca, devi trovare nuovo vigore nella luce
della mia misericordia. Giacché ti sono accanto, dice il Signore, per restaurare
ogni cosa, con misura, non solo piena, ma colma. C’è forse qualcosa che per me
sia difficile; oppure somiglierò io ad uno che dice e non fa? Dov’è la tua fede?
Sta saldo nella perseveranza; abbi animo grande e virilmente forte. Verrà a te
la consolazione, al tempo suo. Aspetta me; aspetta: verrò e ti risanerò. E’ una
tentazione quella che ti tormenta; è una vana paura quella che ti atterrisce. A
che serve la preoccupazione di quel che può avvenire in futuro, se non a far sì
che tu aggiunga tristezza a tristezza? “Ad ogni giorno basta la sua pena” (Mt
6,34). Vano e inutile è turbarsi o rallegrarsi per cose future, che forse non
accadranno mai. Tuttavia, è umano lasciarsi ingannare da queste fantasie; ed è
segno della nostra pochezza d’animo lasciarsi attrarre tanto facilmente verso le
suggestioni del nemico. Il quale non bada se ti illuda o ti adeschi con cose vere
o false; non badare se ti abbatta con l’attaccamento alle cose presenti o con il
timore delle cose future. “Non si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia timore”
(Gv 14,27). Credi in me e abbi fiducia nella mia misericordia. Spesso, quando
credi di esserti allontanato da me, io ti sono accanto; spesso, quando credi che
tutto, o quasi, sia perduto, allora è vicina la possibilità di un merito più grande.
Non tutto è perduto quando accade una cosa contraria. Non giudicare secondo
il sentire umano. Non restare così schiacciato da alcuna difficoltà, da qualunque
parte essa venga; non subirla come se ti fosse tolta ogni speranza di
riemergere. Non crederti abbandonato del tutto, anche se io ti ho mandato, a
suo tempo, qualche tribolazione o se ti ho privato della sospirata consolazione.
Così, infatti, si passa nel regno dei cieli. Senza dubbio, per te e per gli altri miei
servi, essere provati dalle avversità è più utile che avere tutto a comando. Io
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conosco i pensieri nascosti; so che, per la tua salvezza, è molto bene che tu sia
lasciato talvolta privo di soddisfazione, perché tu non abbia a gonfiarti del
successo e a compiacerti di ciò che non sei. Quel che ho dato posso riprenderlo
e poi restituirlo, quando mi piacerà. Quando avrò dato, avrò dato cosa mia;
quando avrò tolto, non avrò tolto cosa tua; poiché mio è “tutto il bene che
viene dato”; mio è “ogni dono perfetto” (Gc 1,17). Non indignarti se ti avrò
mandato una gravezza o qualche contrarietà; né si prostri l’animo tuo: io ti
posso subitamente risollevare, mutando tutta la tristezza in gaudio. Io sono
giusto veramente, e degno di molta lode, anche quando opero in tal modo con
te. Se senti rettamente, se guardi alla luce della verità, non devi mai abbatterti
così, e rattristarti, a causa delle avversità, ma devi piuttosto rallegrarti e
rendere grazie; devi anzi considerare gaudio supremo questo, che io non ti
risparmi e che ti affligga delle sofferenze. “Come il padre ha amato me, così
anch’io amo voi” (Gv 15,9), dissi ai miei discepoli diletti. E, per vero, non li ho
mandati alle gioie di questo mondo, ma a grandi lotte; non li ho mandati agli
onori, ma al disprezzo; non all’ozio, ma alla fatica, non a godere tranquillità,
ma a dare molto frutto nella sofferenza. Ricordati, figlio mio, di queste parole.
Capitolo XXXI
ABBANDONARE OGNI CREATURA PER POTER TROVARE DIO
O Signore, davvero mi occorre una grazia sempre più grande, se debbo
giungere là dove nessuno né alcuna cosa creata mi potrà essere di impaccio;
infatti, finché una qualsiasi cosa mi trattenga, non potrò liberamente volare a
te. E liberamente volare a te, era appunto, l’ardente desiderio di colui che
esclamava: “Chi mi darà ali come di colomba, e volerò, e avrò pace?” (Sal 54,7).
Quale pace più grande di quella di un occhio puro? Quale libertà più grande di
quella di chi non desidera nulla di terreno? Occorre dunque passare oltre ad
ogni creatura; occorre tralasciare pienamente se stesso, uscire spiritualmente
da sé; occorre capire che tu, che hai fatto tutte le cose, non hai nulla in comune
con le creature. Chi non è libero da ogni creatura, non potrà attendere
liberamente a ciò che è divino. Proprio per questo sono ben pochi coloro che
sanno giungere alla contemplazione, perché pochi riescono a separarsi appieno
dalle cose create, destinate a perire. Per giungere a ciò, si richiede una grazia
grande, che innalzi l’anima e la rapisca più in alto di se medesima. Ché, se uno
non è elevato nello spirito e libero da ogni creatura; se non è totalmente unito
a Dio, tutto quello che sa e anche tutto quello che possiede non ha grande peso.
Sarà sempre piccolo e giacerà a terra colui che apprezza qualcosa che non sia il
solo, unico, immenso ed eterno bene. In verità ogni cosa, che non sia Dio, è un
nulla, e come un nulla va considerata. Ben differenti sono la virtù della
sapienza, propria dell’uomo illuminato e devoto, e la scienza, propria
dell’erudito e dotto uomo di studio. Giacché la sapienza che emana da Dio, e
fluisce dall’alto in noi, è di gran lunga più sublime di quella che faticosamente
si acquista con il nostro intelletto. Troviamo non poche persone che
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desiderano la contemplazione, ma poi non si preoccupano di mettere in pratica
ciò che si richiede per la contemplazione stessa; e il grande ostacolo consiste in
questo, che ci si accontenta degli indizi esterni e di ciò che cade sotto i sensi,
possedendo ben poco della perfetta mortificazione. Non so come sia, da quale
spirito siamo mossi, a quale meta tendiamo, noi che sembriamo aver fama di
spirituali: ci diamo tanta pena e ci preoccupiamo tanto di queste cose che
passano e non hanno valore alcuno, mentre a stento riusciamo, qualche rara
volta, a pensare al nostre essere interiore, in totale raccoglimento. Un
raccoglimento breve, purtroppo; dopo del quale ben presto ci buttiamo alle
cose esteriori, senza più sottoporre il nostro agire a un vaglio severo. Dove
siano posti e ristagnino i nostri affetti, noi non badiamo; e non ci disgusta che
tutto sia corrotto. Invece il grande diluvio avvenne perché “ciascuno aveva
corrotto la sua vita” (Gn 6,12). Quando, dunque, la nostra interna inclinazione
è profondamente guastata, necessariamente si guasta anche la conseguente
azione esterna, rivelatrice di scarsa forza interiore. E’ dal cuore puro che
discendono frutti di vita virtuosa. Si indaga quanto uno abbia fatto, ma non si
indaga attentamente con quanta virtù egli abbia agito. Si guarda se uno sia
stato uomo forte e ricco e nobile; se sia stato abile e valente scrittore, cantante
eccellente o bravo lavoratore; ma si tace, da parte di molti, su quanto egli sia
stato povero in spirito e paziente e mite e devoto, e quanta spiritualità interiore
egli abbia avuto. La natura bada alle cose esterne dell’uomo; la grazia si rivolge
alle cose interiori. Quella frequentemente si inganna, questa si affida a Dio per
non essere ingannata.
Capitolo XXXII
RINNEGARE SE STESSI E RINUNCIARE AD OGNI DESIDERIO
O figlio, se non avrai rinnegato totalmente te stesso, non potrai avere una
perfetta libertà. Infatti sono come legati, tutti coloro che portano amore alle
cose e a se stessi, pieni di bramosia e di curiosità, svagati, sempre in cerca di
mollezze. Essi vanno spesso immaginando e raffigurando, non ciò che è di
Gesù Cristo, ma ciò che è perituro; infatti ogni cosa che non è nata da Dio
scomparirà. Tieni ben ferma questa massima, breve e perfetta: tralascia ogni
cosa; rinunzia alle brame e troverai la pace. Quando avrai attentamente
meditato nel tuo cuore questa massima, e l’avrai messa in pratica, allora
comprenderai ogni cosa. O Signore, non è, questa, una faccenda che si possa
compiere in un giorno; non è un gioco da ragazzi. Che anzi in queste brevi
parole si racchiude tutta la perfezione dell’uomo di fede. O figlio, non devi
lasciarti piegare, non devi subito abbatterti, ora che hai udito quale è la strada
di chi vuole essere perfetto. Devi piuttosto sentirti spinto a cose più alte;
almeno ad aspirare ad esse col desiderio. Volesse il cielo che così fosse per te;
che tu giungessi a non amare più te stesso, e ad attenerti soltanto alla volontà
mia e di colui che ti ho mostrato quale padre. Allora tu mi saresti assai caro e la
tua vita si tramuterebbe tutta in una pace gioiosa. Ma tu hai ancora molte cose
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da abbandonare; e se non rinunzierai a tutte le cose e del tutto, per me, non
otterrai quello che chiedi. “Il mio invito è che, per farti più ricco, tu acquisti da
me l’oro colato” (Ap 3,18), vale a dire la celeste sapienza, che sovrasta tutto ciò
che è basso; che tu lasci indietro e la sapienza di questo mondo ed ogni
soddisfazione di se stesso ed ogni compiacimento degli uomini. Il mio invito è
che tu, in luogo di ciò che è ritenuto prezioso e importante in questo mondo,
acquisti una cosa disprezzante: la vera sapienza, che viene dal cielo ed appare
qui disprezzata assai, piccola e quasi lasciata in oblio. Sapienza che non
presume molto di sé, non ambisce ad essere magnificata quaggiù e viene lodata
a parole da molti, i quali, con la loro vita, le stanno invece lontani. Eppure essa
è la gemma preziosa, che i più lasciano in disparte.
Capitolo XXXIII
L’INSTABILITA’ DEL NOSTRO CUORE E LA INTENZIONE ULTIMA,
CHE DEVE ESSERE POSTA IN DIO
figlio, non ti fidare della disposizione d’animo nella quale ora ti trovi; ben
presto essa muterà in una disposizione diversa. Per tutta la vita sarai oggetto,
anche se tu non lo vuoi, a tale mutevolezza. Volta a volta, sarai trovato lieto o
triste, tranquillo o turbato, fervente oppure no, voglioso o pigro, pensoso o
spensierato. Ma colui che è ricco di sapienza e di dottrina spirituale si pone
saldamente al di sopra di tali mutevolezze, non badando a quello che senta
dentro di sé, o da che parte spiri il vento della instabilità; badando, invece, che
tutto il proposito dell’animo suo giovi al fine dovuto e desiderato. Così infatti
egli potrà restare sempre se stesso in modo irremovibile, tenendo
costantemente fisso a me, pur attraverso così vari eventi, l’occhio puro della
sua intenzione. E quanto più puro sarà l’occhio dell’intenzione, tanto più sicuro
sarà il cammino in mezzo alle varie tempeste. Ma quest’occhio puro
dell’intenzione, in molta gente, è offuscato, perché lo sguardo si volge presto a
qualcosa di piacevole che balzi dinanzi. E poi raramente si trova uno che sia
esente del tutto da questo neo, di cercare la propria soddisfazione: Come gli
Ebrei, che erano venuti, quella volta, a Betania, da Marta e Maria, “non già per
vedere Gesù, ma per vedere Lazzaro” (Gv 12,9). Occorre, dunque, che l’occhio
dell’intenzione sia purificato, reso semplice e retto; occorre che esso, al di là di
tutte le varie cose che si frappongono, sia indirizzato a me.
Capitolo XXXIV
CHI E’ RICCO D’AMORE GUSTA DIO IN TUTTO E AL DI SOPRA DI
OGNI COSA
Ecco, mio Dio e mio tutto. Che voglio di più; quale altra cosa posso io
desiderare per la mia felicità? O parola piena di dolce sapore, sapore però che
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gusta soltanto colui che ama il Verbo, non colui che ama il mondo e le cose del
mondo! Mio Dio e mio tutto. E’ detto abbastanza per chi ha intelletto; ed è una
gioia, per chi ha amore, ripeterlo spesso. In verità, se tu sei con noi, recano
gioia tutte le cose; se, invece, tu sei lontano, tutto infastidisce. Sei tu che dai
pace al cuore: una grande pace e una gioia festosa. Sei tu che fai gustare
rettamente ogni cosa e fai sì che noi ti lodiamo in tutte le cose. Senza di te
nulla ci può dare diletto durevole. Perché una cosa possa esserci gradita e
rettamente piacevole, occorre che la tua grazia non sia assente; occorre che
questa cosa sia condita del condimento della tua sapienza. C’è forse una cosa
che uno non sappia rettamente gustare, se questi ha gusto di te? E che cosa
mai potrà esserci di gioioso per uno che non ha gusto di te? Dinanzi alla tua
sapienza, scompaiono i sapienti di questo mondo; scompaiono anche coloro che
amano ciò che è carnale: tra quelli si trova una grande vanità, tra questi la
morte. Veri sapienti sono riconosciuti , all’incontro, coloro che seguono te,
disprezzando le cose di questo mondo e mortificando la carne: veri sapienti,
perché passati dalla vanità alla verità, dalla carne allo spirito. Sono questi che
sanno gustare Dio, e riconducono a lode del Creatore tutto ciò che di buono si
trova nelle creature. Diversi, molto diversi per noi, sono il gusto che dà il
Creatore e il gusto che dà la creatura; quello dell’eternità e quello del tempo;
quello della luce increata e quello della luce che viene data. O eterna luce, che
trascendi ogni luce creata, manda dall’alto un lampo splendente, che tutto
penetri nel più profondo del mio cuore! Rendi puro e lieto e limpido e vivo il
mio spirito, in tutte le sue facoltà; che esso sia intimamente unito a te, in un
gioioso abbandono. Quando, dunque, verrà quel momento beato ed atteso, in
cui tu mi appagherai pienamente con la tua presenza e sarai tutto e in tutto per
me? Fino a quando questo non mi sarà concesso, non ci sarà per me una piena
letizia. Ancora, purtroppo, vive in me l’uomo vecchio; ancora non è totalmente
crocefisso, non è morto del tutto; ancora si pone duramente, con le sue brame,
contro lo spirito; muove lotte interiori e non permette che il regno dell’anima
abbia pace. Ma “tu, che comandi alla forza del mare e plachi il moto dei flutti
(Sal 88,10), levati in mio soccorso (Sal 43,25); disperdi le genti che vogliono la
guerra (Sal 67,31)abbattile con la tua potenza” (Sal 58,12). Mostra, te ne
scongiuro, le tue opere grandi, e sarà data gloria alla tua speranza, altro rifugio
non mi è dato se non in te, Signore Dio mio.
Capitolo XXXV
IN QUESTA VITA, NESSUNA CERTEZZA DI ANDARE ESENTI DA
TENTAZIONI
O figlio, giammai, in questa vita, sarai libero dall’inquietudine: finché avrai
vita, avrai bisogno d’essere spiritualmente armato. Ti trovi tra nemici e vieni
assalito da destra e da sinistra. Perciò, se non farai uso, da una parte e
dall’altra, dello scudo della fermezza, non tarderai ad essere ferito. Di più, se
non terrai il tuo animo fisso in me, con l’unico proposito di tutto soffrire per
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amor mio, non potrai reggere l’ardore della lotta e arrivare al premio dei beati.
Tu devi virilmente passare oltre ogni cosa, e avere braccio valido contro ogni
ostacolo: “la manna viene concessa al vittorioso” (Ap 2,17), mentre una miseria
grande è lasciata a chi manca di ardore. Se vai cercando la tua pace in questa
vita, come potrai giungere alla pace eterna? Non a una piena di tranquillità, ma
a una grande sofferenza ti devi preparare. Giacché la pace vera non la devi
cercare in terra, ma nei cieli; non negli uomini, o nelle altre creature, ma
soltanto in Dio. Tutto devi lietamente sopportare, per amore di Dio: fatiche e
dolori; tentazioni e tormenti; angustie, miserie e malanni; ingiurie, biasimi e
rimproveri; umiliazioni e sbigottimenti; ammonizioni e critiche sprezzanti.
Cose, queste, che aiutano nella via della virtù e costituiscono una prova per chi
si è posto al servizio di Cristo; cose, infine, che preparano la corona del cielo.
Ché una eterna ricompensa io darò un travaglio di breve durata; e una gloria
senza fine, per una umiliazione destinata a passare. Forse tu credi di poter
sempre avere le consolazioni spirituali a tuo piacimento? Non ne ebbero
sempre neppure i miei santi; i quali soffrirono, invece, tante difficoltà e
tentazioni di ogni genere e grandi desolazioni. Sennonché, con la virtù della
sopportazione, essi si tennero sempre ritti, confidando più in Dio che in se
stessi; consci che “le sofferenze del momento presente non sono nulla a
confronto della conquista della gloria futura” (Rm 8,18). O vuoi tu avere subito
quello che molti ottennero a stento, dopo tante lacrime e tante fatiche?
“Aspetta il Signore, comportati da uomo” (Sal 26,14), e fatti forza; non
disperare, non disertare. Disponiti, invece, fermamente, anima e corpo, per la
gloria di Dio. Strabocchevole sarà la mia ricompensa. Io sarò con te in ogni
tribolazione.
Capitolo XXXVI
CONTRO I VUOTI GIUDIZI UMANI
O figlio, poni saldamente il tuo cuore nel Signore; e se la coscienza ti proclama
onesto e senza colpa, non temere il giudizio degli uomini. Cosa buona e santa è
sopportare il giudizio umano; cosa non gravosa per chi è umile di cuore e
confida in Dio, più che in se stesso. C’è molta gente che parla tanto: e, perciò,
poco è il credito che le si deve dare. Del resto, fare contenti tutti non è
possibile. Che se Paolo cercò di piacere a tutti nel Signore e si fece “tutto per
tutti” (1Cor 9,22), tuttavia non diede alcuna importanza al fatto d’essere
giudicato da questo tempo”(1Cor 4,3).
Egli operò grandemente, con tutto se stesso e con tutte le sue forze, per
l’edificazione e la salvezza del prossimo; ma non poté impedire che talvolta
fosse giudicato e persino disprezzato dagli altri. Per questo, tutto mise nelle
mani di Dio, a cui tutto è noto. Con la pazienza e con l’umiltà egli si difese
dalla sfrontatezza di quelli che dicevano iniquità o pensavano vuotaggini e
menzogne o buttavano fuori ogni cosa a loro capriccio: pur talvolta
rispondendo, perché dal suo silenzio non nascesse scandalo ai deboli.
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“Chi sei tu mai, per avere paura di un uomo mortale? ” (Is 51,12). L’uomo, oggi
c’è, e domani non lo si vede più. Temi Iddio, e non ti sgomenterai di ciò che
può farti paura da parte degli uomini. Che cosa può un uomo contro di te, con
parole e improperi? Egli nuoce a se stesso, più che a te; né potrà sfuggire al
giudizio di Dio, chiunque egli sia. Per quanto ti riguarda, tu tieni fissi gli occhi
in Dio, e “non voler opporti a lui, con parole di lamento” (“Tm 2,14). Che se, al
momento, sembra che tu soccomba e che tu sia coperto di vergogna
immeritata, non devi, per questo, sdegnarti; né devi fare che sia più piccolo il
tuo premio, per difetto di pazienza. Guarda, invece, a me, cui è dato di
strappare l’uomo da ogni ingiustizia, “rendendo a ciascuno secondo le sue
opere” (Mt 16,27; Rm 2,6).
Capitolo XXXVII
L’ASSOLUTA E TOTALE RINUNCIA A SE STESSO PER OTTENERE
LIBERTA’ DI SPIRITO
O figlio, abbandona te stesso, e mi troverai. Vivi libero da preferenze, libero da
tutto ciò che sia tuo proprio, e ne avrai sempre vantaggio; ché una grazia
sempre più grande sarà riversata sopra di te, non appena avrai rinunciato a te
stesso, senza volerti più riavere. O Signore, quante volte dovrò rinunciare, e in
quali cose dovrò abbandonare me stesso? Sempre, e in ogni momento, sia nelle
piccole come nelle grandi cose. Nulla io escludo: ti voglio trovare spogliato di
tutto. Altrimenti, se tu non fossi interiormente ed esteriormente spogliato di
ogni tua volontà, come potresti essere mio; e come potrei io essere tuo? Più
presto lo farai, più sarai felice; più completamente e sinceramente lo farai, più
mi sarai caro e tanto maggior profitto spirituale ne trarrai. Ci sono alcuni che
rinunciano a se stessi, ma facendo certe eccezioni: essi non confidano
pienamente in Dio, e perciò si affannano a provvedere a se stessi. Ci sono
alcuni che dapprima offrono tutto; ma poi, sotto i colpi della tentazione,
ritornano a ciò che è loro proprio, senza progredire minimamente nella virtù.
Alla vera libertà di un cuore puro e alla grazia della rallegrante mia intimità,
costoro non giungeranno, se non dopo una totale rinuncia e dopo una continua
immolazione; senza di che non si ha e non si avrà una giovevole unione con me.
Te l’ho detto tante volte, ed ora lo ripeto: lascia te stesso, abbandona te stesso
e godrai di grande pace interiore. Da’ il tutto per il tutto; non cercare, non
richiedere nulla; sta’ risolutamente soltanto in me, e mi possederai, avrai
libertà di spirito, e le tenebre non ti schiacceranno. A questo debbono tendere
il tuo sforzo, la tua preghiera, il tuo desiderio: a saperti spogliare di tutto ciò
che è tuo proprio, a metterti nudo al seguito di Cristo nudo, a morire a te
stesso, a vivere sempre in me. Allora i vani pensieri, i perversi turbamenti, le
inutili preoccupazioni, tutto questo scomparirà. Allora scompariranno il timore
dissennato, e ogni amore non conforme al volere di Dio.
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Capitolo XXXVIII
IL BUON GOVERNO DI SE’ NELLE COSE ESTERNE E IL RICORSO A
DIO NEI PERICOLI
O figlio, tu devi attentamente mirare a questo, che dappertutto, e in qualunque
azione ed occupazione esterna, tu rimanga interiormente libero e padrone di te;
che le cose siano tutte sotto di te, e non tu sotto di esse. Cosicché tu abbia a
dominare e governare i tuoi atti, e tu non sia come un servo o mercenario, ma
tu sia libero veramente come l’ebreo, che passa dalla servitù alla condizione di
erede e alla libertà dei figli di Dio. I figli di Dio stanno al di sopra delle cose di
questo mondo, e tengono gli occhi fissi all’eterno; guardano con l’occhio
sinistro le cose che passano, e con il destro le cose del cielo; infine non sono
attratti, così da attaccarvisi, dalle cose di questo tempo, ma traggono le cose a
sé, perché servano al bene, così come sono state disposte da Dio e istituite dal
sommo artefice. Il quale nulla lascia, in alcuna sua creatura, che non abbia il
suo giusto posto. Se, di fronte a qualunque avvenimento, non ti fermerai
all’apparenza esterna e non apprezzerai con occhio carnale tutto ciò che vedi ed
ascolti; se, all’incontro, in ogni questione, entrerai subito, come Mosè, sotto la
tenda, per avere consiglio dal Signore, udrai talvolta la risposta di Dio, e ne
uscirai istruito su molte cose di oggi e del futuro. Era solito Mosè ritornare
alla sua tenda, per dubbi e quesiti da risolvere; era solito rifugiarsi nella
preghiera, per alleviare i pericoli e le perversità degli uomini. Così anche tu
devi rifugiarti nel segreto del tuo cuore, implorando con tanta intensità l’aiuto
divino. Che se – come si legge – Giosuè e i figli di Israele furono raggirati dai
Gabaoniti, fu proprio perché non chiesero prima il responso del Signore; ma,
facendo troppo affidamento su questi allettanti discorsi, furono traditi da una
falsa benevolenza.
Capitolo XXXIX
NESSUN AFFANNO NEL NOSTRO AGIRE
O figlio, ogni tua faccenda affidala a me; al tempo giusto disporrò sempre io
per il meglio. Attieniti al mio comando e ne sentirai vantaggio. O Signore, di
gran cuore affido a te ogni cosa; poco infatti potranno giovare i miei piani.
Volesse il cielo che io non fossi tanto preso da ciò che potrà accadere in futuro,
e mi offrissi, invece, senza esitare alla tua volontà.
O figlio, capita spesso che l’uomo persegua con ardore alcunché di cui sente la
mancanza; e poi, quando l’ha raggiunto, cominci a giudicare diversamente,
perché i nostri amori non restano fermi intorno a uno stesso punto, e ci
spingono invece da una cosa all’altra. Non è una questione da nulla rinunciare
a se stessi, anche in cose di poco conto. Il vero progresso dell’uomo consiste
nell’abnegazione di sé. Pienamente libero e sereno è appunto soltanto chi
rinnega se stesso. Ecco, però, che l’antico avversario, il quale si pone contro
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tutti coloro che amano il bene, non tralascia la sua opera di tentazione; anzi,
giorno e notte, prepara gravi insidie, se mai gli riesca di far cadere nel laccio
dell’inganno qualcuno che sia poco guardingo. “Vegliate e pregate, dice i
Signore, per non entrare in tentazione” (Mt 26,41).
Capitolo XL
NULLA DI BUONO HA L’UOMO DA SE’ E DI NULLA PUO’ VANTARSI
“O Signore, che cosa è l’uomo, che tu abbia a ricordarti di lui? Che cosa è il
figlio dell’uomo, che tu venga a lui?” (Sal 8,5). Quali meriti ha mai l’uomo,
perché tu gli dia la tua grazia? O Signore, di che posso lamentarmi se mi
abbandoni; che cosa posso, a buon diritto, addurre se tu non mi concedi quello
che chiedo? Soltanto questo, in verità, posso dire, con certezza, in cuor mio:
Signore, nulla io sono, nulla posso, nulla di buono io ho da me stesso; anzi
fallisco in ogni cosa, tendendo sempre al nulla. Se non vengo aiutato da te e
plasmato interiormente, mi infiacchisco totalmente e mi abbandono. “Invece
tu, o Signore, sei sempre te stesso e tale resti in eterno” (Sal 101, 28.31),
immutabilmente buono, giusto, santo, talché fai e disponi ogni cosa con
sapienza. Io, invece, essendo più pronto a regredire che ad avanzare, non mi
mantengo sempre nella stessa condizione; che anzi “sette tempi diversi passano
sopra di me” (Dn 4, 13.20.22); anche se il mio stato può, d’un tratto, mutarsi in
meglio, non appena tu lo vuoi, e mi porgi la mano soccorritrice. Da te solo,
infatti, non già dall’uomo soccorso, mi può venire l’aiuto e il dono della
fermezza, cosicché la mia faccia non muti continuamente, e il mio cuore si
volga solo a te, e in te trovi pace. Dunque, se io fossi capace di disprezzare ogni
consolazione degli uomini – sia per conseguire maggior fervore, sia per
rispondere al bisogno di cercare te, in mancanza di chi mi possa confortare –
allora potrei fondatamente sperare nella tua grazia ed esultare del dono di una
rinnovellata consolazione. Siano rese grazie a te; a te dal quale tutto discende,
se qualcosa di buono mi accade. Ché io non sono altro che vanità, “anzi un
nulla, al tuo cospetto” (Sal 38, 6), un uomo incostante e debole. Di che cosa
posso io vantarmi; come posso pretendere di essere stimato? Forse per quel
nulla che io sono? Sarebbe vanità sempre più grande. O veramente vuota
vanteria, peste infame, massima presunzione, che distoglie dalla vera gloria,
privandoci della grazia del cielo. Giacché mentre si compiace di se stesso,
l’uomo dispiace a te; mentre ambisce ad essere lodato dagli altri, si spoglia
della vera virtù. Vera gloria, invece, e gaudio santo, è gloriarci in te, non in
noi; trovare compiacimento nel tuo nome, non nella nostra virtù; non cercare
diletto in alcuna creatura, se non per te. Sia lodato il tuo nome, non il mio;
siano esaltate le tue opere, non le mie; sia benedetto il tuo nome santo, e a me
non sia data lode alcuna da parte degli uomini. Tu sei la mia gloria e la gioia
del mio cuore; in te esulterò e mi glorierò sempre: “per nulla invece in me, se
non nella mia debolezza” (“Cor 12,5). Lasciando ai Farisei il cercare gloria gli
uni dagli altri, io cercherò quella gloria che viene solo da Dio. A confronto
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della tua gloria eterna, è vanità e stoltezza ogni lode che viene dagli uomini,
ogni onore di quaggiù, ogni mondana grandezza. O mia verità e mia
misericordia, mio Dio, Trinità beata, a te solo sia lode, onore, virtù e gloria,
per gli infiniti secoli dei secoli!
Capitolo XLI
IL DISPREZZO DI OGNI ONORE DI QUESTO MONDO
Figlio, non crucciarti se vedi che altri sono onorati ed innalzati, mentre tu sei
disprezzato ed umiliato. Drizza il tuo animo a me, nel cielo; così non ti
rattristerà il disprezzo degli uomini, su questa terra. O Signore, noi siamo
come ciechi e facilmente ci lasciamo sedurre dall’apparenza. Ma se esamino
seriamente me stesso, non c’è cosa che possa essermi fatta da alcuna creatura
che sia un torto nei miei confronti: dunque non avrei motivo di lamentarmi con
te. E’, appunto, perché spesso e gravemente ho peccato al tuo cospetto, che
qualsiasi creatura si può muovere a ragione contro di me. A me, dunque, è
giusto che si dia vergogna e disprezzo; a te invece, lode, onore e gloria. E se
non mi sarò ben predisposto a desiderare di essere disprezzato da ogni
creatura, ad essere buttato in un canto e ad essere considerato proprio un
nulla, non potrò trovare pace e serenità interiore; non potrò essere
spiritualmente illuminato e pienamente a te unito.
Capitolo XLII
LA NOSTRA PACE NON DOBBIAMO PORLA NEGLI UOMINI
O figlio, se la tua pace l’attendi da qualcuno, secondo il tuo sentimento e il
piacere di stare con lui, avrai sempre incertezza ed impacci. Se, invece, tu
ricorrerai alla verità, sempre viva e stabile, non sarai contristato per
l’abbandono da parte di un amico; neppure per la sua morte. Su di me deve
essere fondato l’amore per l’amico; in me deve essere amato chi ti appare degno
e ti è particolarmente caro in questa vita; senza di me non regge e non dura
l’amicizia; non c’è legame d’amicizia veramente puro, se non sono io ad
annodarlo. Perciò tu devi essere totalmente morto ad ogni attaccamento verso
persone che ti siano care così da preferire, per quanto sta in te, di essere privo
di ogni umana amicizia.
Tanto più ci si avvicina a Dio, quanto più ci si ritira lontano da ogni conforto
terreno. Tanto più si ascende in alto, a Dio, quanto più si entra nel profondo di
noi stessi, persuadendosi di non valere proprio nulla. Che se uno, invece,
attribuisce a sé qualcosa di buono, questi ostacola la venuta della grazia divina
il lui; giacché la grazia dello Spirito Santo cerca sempre un cuore umile. Se tu
sapessi annichilirti e uscire da ogni affetto di quaggiù, liberandoti da ogni
attaccamento di questo mondo, allora, certamente, io verrei a te, con larghezza
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di grazia; infatti, quando guardi alle creature, ti si sottrae la vista del Creatore.
Per amore del Creatore, dunque, vinci te stesso, in tutte le cose; così potrai
giungere a conoscere Dio. Se una cosa, per quanto piccola sia, la si ama e ad
essa si guarda non rettamente, questa ti ostacola la via verso il sommo Dio, e ti
corrompe.
Capitolo XLIII
CONTRO L’INUTILE SCIENZA DI QUESTO MONDO
Figlio, non ti smuovano i ragionamenti umani, per quanto eleganti e profondi;
ché “il regno di Dio non consiste nei discorsi, ma nelle virtù” (1Cor 4,20).
Guarda alle mie parole; esse infiammano i cuori e illuminano le menti;
conducono al pentimento e infondono molteplice consolazione. Che tu non
legga mai neppure una parola al fine di poter apparire più dotto e più sapiente.
Attendi, invece, alla mortificazione dei vizi; cosa che ti gioverà assai più che
essere a conoscenza di molti difficili problemi. Per quanto tu abbia molto
studiato ed appreso, dovrai sempre tornare al principio primo. Sono io “che
insegno all’uomo la sapienza” (Sal 93,10); sono io che concedo ai piccoli una
conoscenza più chiara di quella che possa essere impartita dall’uomo. Colui per
il quale sono io a parlare, avrà d’un tratto la sapienza e progredirà assai nello
spirito. Guai a coloro che vanno ricercando presso gli uomini molte strane
nozioni, e poco si preoccupano di quale sia la strada del servizio a me dovuto.
Verrà il tempo in cui apparirà il maestro dei maestri, Cristo signore degli
angeli, ad ascoltare quel che ciascuno ha da dire, cioè ad esaminare la coscienza
di ognuno. Allora Gerusalemme sarà giudicata in gran luce (Sof 1,12). Allora
ciò che si nascondeva nelle tenebre apparirà in piena chiarezza; allora verrà
meno ogni ragionamento fatto di sole parole.
Sono io che innalzo la mente umile, così da farle comprendere i molti
fondamenti della verità eterna; più che se uno avesse studiato a scuola per dieci
anni. Sono io che insegno, senza parole sonanti, senza complicazione di
opinioni diverse, senza contrapposizione di argomenti; senza solennità di
cattedra. Sono io che insegno a disprezzare le cose terrene, a rifuggire da ciò
che è contingente e a cercare l’eterno; inoltre, a rifuggire dagli onori, a
sopportare le offese, a riporre ogni speranza in me, a non desiderare nulla
all’infuori di me e ad amarmi con ardore, al di sopra di ogni cosa. In verità ci fu
chi, solo con il profondo amore verso di me, apprese le cose di Dio; e le sue
parole erano meravigliose. Abbandonando ogni cosa, egli aveva imparato assai
più che applicandosi a sottili disquisizioni. Ad alcuni rivolgo parole valevoli
per tutti; ad altri rivolgo parole particolari. Ad alcuni appaio con la mite luce di
figurazioni simboliche, ad altri rivelo i misteri con grande fulgore. La voce dei
libri è una sola, e non plasma tutti in egual modo. Io, invece, che sono maestro
interiore, anzi la verità stessa, io che scruto i cuori e comprendo i pensieri e
muovo le azioni degli uomini, vado distribuendo a ciascuno secondo che
ritengo giusto.
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Capitolo XLIV
NON CI SI DEVE ATTACCARE ALLE COSE ESTERIORI
O figlio, molte cose occorre che tu le ignori, considerandoti come morto su
questa terra, come uno per cui il mondo intero è crocifisso; molte altre cose,
occorre che tu vi passi in mezzo, senza prestare ascolto, meditando piuttosto su
ciò che costituisce la tua pace. Giova di più distogliere lo sguardo da ciò che
non approviamo, lasciando che ciascuno si tenga il suo parere, piuttosto che
metterci in accanite discussioni. Se sarai in regola con Dio e terrai conto del
suo giudizio, riporterai più facilmente la vittoria.
Signore, a che punto siamo arrivati? Ecco per una perdita nelle cose di questo
mondo, si piange; per un piccolo guadagno ci si affatica e si corre. Invece un
danno spirituale passa nell’oblio, e a stento, troppo tardi, si ritorna in sé. Ci si
preoccupa di ciò che non serve a nulla o a ben poco; e ciò che è sommamente
necessario lo si lascia da parte con negligenza. Giacché l’uomo inclina tutto
verso le cose esteriori, e beatamente vi si acquieta, se subito non si ravvede.
Capitolo XLV
NON FARE AFFIDAMENTO SU ALCUNO: LE PAROLE FACILMENTE
INGANNANO
“Aiutami, o Signore, nella tribolazione, perché è vana la salvezza che viene
dagli uomini” (Sal 59,13). Quante volte non trovai affatto fedeltà, proprio là
dove avevo creduto di poterla avere; e quante volte, invece, la trovai là dove
meno avevo creduto. Vana è, dunque, la speranza negli uomini, mentre in te, o
Dio, sta la salvezza dei giusti. Sii benedetto, o Signore mio Dio, in tutto quanto
ci accade. Deboli siamo, e malfermi; facilmente ci inganniamo e siamo
mutevoli. Quale uomo è tanto prudente e tanto attento da saper sempre
custodire se stesso, così da non cadere mai in qualche delusione e incertezza?
Ma non cadrà così facilmente colui che confida in te, o Signore, e ti cerca con
semplicità di cuore. Che se incontrerà una tribolazione, in qualunque modo sia
oppresso, subitamente ne sarà strappato da te, o sarà da te consolato, poiché tu
non abbandoni chi spera in te, fino all’ultimo. Cosa rara è un amico sicuro, che
resti tale in tutte le angustie dell’amico. Ma tu, o Signore, tu solo sei sempre
pienamente fedele: non c’è amico siffatto, fuori di te.
Quale profonda saggezza ci fu in quell’anima santa che poté dire: il mio spirito
è saldo, e fondato su Cristo! Se così fosse anche per me, non sarei tanto
facilmente agitato da timori umani, né mi sentirei ferito dalle parole. Chi può
mai prevedere ogni cosa e cautelarsi dai mali futuri? Se, spesso, anche ciò che
era previsto riesce dannoso, con quanta durezza ci colpirà ciò che è imprevisto?
Perché non ho meglio provveduto a me misero?; e perché mi sono affidato
tanto leggermente ad altri? Siamo uomini, nient’altro che fragili uomini, anche
se molti ci ritengono e ci dicono angeli. Oh, Signore, a chi crederò; a chi, se
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non a te? Tu sei la verità che non inganna e non può essere ingannata; mentre
“l’uomo è sempre bugiardo” (Sal 115,11), debole, insicuro e mutevole, specie
nelle parole, tanto che a stento ci si può fidare subito di quello che, in
apparenza, pur ci sembra buono. Con quanta sapienza tu già ci avevi ammonito
che ci dobbiamo guardare dagli uomini; che “nemici dell’uomo sono i suoi più
vicini” (Mt 10,36); che non si deve credere se uno dice: “ecco qua, ecco là!” (Mt
24,23; Mc 13,21)! Ho imparato a mie spese, e voglia il cielo che ciò mi serva per
acquistare maggiore prudenza e non ricadere nella stoltezza. Bada, mi dice
taluno, bada bene, e serba per te quel che ti dico. Ma, mentre io sto zitto zitto,
credendo che la cosa resti segreta, neppure lui riesce a tacere ciò per cui mi
aveva chiesto il silenzio: improvvisamente mi tradisce, tradendo anche se
stesso; e se ne va. Oh, Signore, difendimi da siffatte fandonie e dalla gente
stolta, cosicché io non cada nelle loro mani, e mai non commetta simili cose.
Da’ alla mia bocca una parola vera e sicura, e lontana da me il linguaggio
dell’inganno. Che io mi guardi in ogni modo da ciò che non vorrei dover
sopportare da altri.
Quanta bellezza e quanta pace, fare silenzio intorno agli altri; non credere pari
pari ad ogni cosa, né andare ripetendola; rivelare sé stesso soltanto a pochi;
cercare sempre te, che scruti i cuori, senza lasciarsi portare di qua e di là da
ogni vuoto discorso; volere che ogni cosa interiore ed esterna, si compia
secondo la tua volontà! Quale tranquillità, fuggire le apparenze umane, per
conservare la grazia celeste; non ambire a ciò che sembri assicurare
ammirazione all’esterno, e inseguire invece, con ogni sollecitudine, ciò che
assicura emendazione di vita e fervore! Di quanto danno fu, per molti, una
virtù a tutti nota e troppo presto lodata. Di quanto vantaggio fu, invece, una
grazia conservata nel silenzio, durante questa nostra fragile vita, della quale si
dice a ragione che è tutta una tentazione e una lotta!
Capitolo XLVI
AFFIDARSI A DIO QUANDO SPUNTANO PAROLE CHE FERISCONO
O figlio, sta saldo e fermo, e spera in me. Che altro sono, le parole, se non
parole?: volano al vento, ma non intaccano la pietra. Se sei in colpa, pensa ad
emendarti di buona voglia; se ti senti innocente, considera di doverle
sopportare lietamente per amor di Dio. Non è gran cosa che tu sopporti
talvolta almeno delle parole, tu che non sei capace ancora di sopportare forti
staffilate. E perché mai cose tanto da nulla ti feriscono nell’animo, se non
perché tu ragioni ancora secondo la carne e dai agli uomini più importanza di
quanto sia giusto? Solo per questo, perché hai paura che ti disprezzino, non
vuoi che ti rimproverino dei tuoi falli e cerchi di nasconderti dietro qualche
scusa. Se guardi più a fondo in te stesso, riconoscerai che il mondo e il vano
desiderio di piacere agli uomini sono ancora vivi dentro in te. Se rifuggi
dall’esser poco considerato e dall’esser rimproverato per i tuoi difetti, segno è
che non sei sinceramente umile né veramente morto al mondo, e che il mondo
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è per te crocefisso. Ascolta, invece la mia parola e non farai conto neppure di
diecimila parole umane. Ecco, anche se molte cose si potessero inventare e dire,
con malizia grande, contro di te, che male ti potrebbero fare esse, se tu le
lasciassi del tutto passare, non considerandole più che una pagliuzza? Ti
potrebbero forse strappare anche un solo capello? Chi non ha spirito di
interiorità e non tiene Iddio dinanzi ai suoi occhi, questi si lascia scuotere
facilmente da una parola offensiva. Chi invece, senza ricercare il proprio
giudizio, si affida a me, questi sarà libero dal timore degli uomini. Sono io,
infatti, il giudice, cui sono palesi tutti i segreti; io so come è andata la cosa; io
conosco, sia colui che offende sia colui che patisce l’offesa. Quella parola è
uscita da me; quel che è avvenuto, è avvenuto perché io l’ho permesso, “affinché
fossero rivelati gli intimi pensieri di tutti” (Lc 2,35). Sono io che giudicherò il
colpevole e l’innocente; ma voglio che prima siano saggiati, e l’uno e l’altro, al
mio arcano giudizio.
La testimonianza degli uomini sbaglia frequentemente. Il mio giudizio, invece,
è veritiero; resterà e non muterà. Nascosto, per lo più, o aperto via via a pochi,
esso non sbaglia né può sbagliare, anche se può sembrare ingiusto agli occhi di
chi non ha la sapienza. A me dunque si ricorra per ogni giudizio e non ci si fidi
del proprio criterio. Il giusto, infatti non resterà turbato, “qualunque cosa gli
venga” da Dio (Pro 12,21). Qualunque cosa sia stata ingiustamente portata
contro di lui, non se ne darà molto pensiero; così come non si esalterà
vanamente, se, a buon diritto, sarà scagionato da altri. Il giusto considera,
infatti, che “sono io colui che scruta i cuori e le reni” (Ap 2,23); io, che non
giudico secondo superficiale apparenza umana. Invero, sovente ai miei occhi
apparirà condannabile ciò che, secondo il giudizio umano, passa degno di lode.
O Signore Dio, “giudice giusto, forte e misericordioso” (Sal 7,12), tu che
conosci la fragilità e la cattiveria degli uomini, sii la mia forza e tutta la mia
fiducia, ché non mi basta la mia buona coscienza. Tu sai quello che io non so;
per questo avrei dovuto umiliarmi dinanzi ad ogni rimprovero e sopportarlo
con mansuetudine. Per tutte le volte che mi comportai in tal modo, perdonami,
nella tua benevolenza, e dammi di nuovo la grazia di una più grande
sopportazione. In verità, a conseguire il perdono, la tua grande misericordia mi
giova di più che non mi giovi una mia supposta santità a difesa della mia
segreta coscienza. Ché, “pur quando non sentissi di dovermi nulla
rimproverare”, non potrei per questo ritenermi giusto (1 Cor 4,4); perché, se
non fosse per la tua misericordia, “nessun vivente sarebbe giusto, al tuo
cospetto” (Sal 142,2).
Capitolo XLVII
OGNI COSA GRAVOSA VA SOPPORTATA, PER CONSEGUIRE LA
VITA ETERNA
O figlio, non lasciarti sopraffare dai compiti che ti sei assunto per amor mio;
non lasciarti mai abbattere dalle tribolazioni. In ogni evenienza ti dia, invece,
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forza e consolazione la mia promessa; ché io ben so ripagare al di là di qualsiasi
limite e misura. Non durerà a lungo la tua sofferenza quaggiù; non continuerà
per sempre il peso dei tuoi dolori. Attendi un poco, e li vedrai finire d’un tratto,
questi dolori; verrà il momento in cui fatiche ed agitazioni cesseranno. E’ poca
cosa, e dura poco, tutto ciò che passa con questa vita. Fa quel che devi; lavora
fedelmente nella mia vigna: io stesso sarò la tua ricompensa. Scrivi, leggi,
canta, piangi, taci, prega, sopporta virilmente le avversità: premio a tutto
questo, alle più grandi lotte, è la vita eterna. Sarà pace, in quell’ora che sa il
Signore. E non ci sarà giorno e notte, come adesso, ma perpetua luce, chiarità
infinita, pace ferma e sicura tranquillità. Allora non dirai: “chi mi libererà da
questo corpo di morte?” (Rm 7,24); e non esclamerai “ohimé!, quanto si
prolunga questo mio stare quaggiù” (Sal 119,5). Ché la morte sarà annientata e
vi sarà piena salvezza, senza ombra di angustia; e, intorno a te, una gioia beata,
una soave schiera gloriosa.
Oh!, se tu vedessi il premio eterno che ricevono i santi in cielo; se tu vedessi di
quanta gloria esultano ora, essi che un tempo erano ritenuti spregevoli e quasi
immeritevoli di vivere, per certo, ti getteresti subito a terra, preferendo essere
inferiore a tutti, piuttosto che eccellere anche su di un solo; non desidereresti
giorni lieti in questa vita, godendo piuttosto delle tribolazioni sopportate per
amore di Dio,; infine crederesti che il guadagno più grande consiste nell’essere
considerato un nulla tra gli uomini. Oh!, se queste cose avessero un gusto per
te e ti scendessero nel profondo del cuore, come oseresti fare anche il più
piccolo lamento? Forse che, per la vita eterna, non si deve sopportare ogni
tribolazione? Non è cosa di poco conto, perdere o guadagnare il regno di Dio.
Alza, dunque, il tuo sguardo al cielo: eccomi, insieme a tutti i miei santi, i quali
sopportano grandi lotte, nella vita di quaggiù. Ora essi sono nella gioia,
ricevono consolazione, stanno nella serenità, nella pace e nel riposo. E
resteranno con me nel regno del Padre mio, per sempre.
Capitolo XLVIII
LA VITA ETERNA E LE ANGUSTIE DELLA VITA PRESENTE
O beata dimora della città suprema, o giorno spendente dell’eternità, che la
notte non offusca; giorno perennemente irradiato dalla somma verità; giorno
sempre gioioso e sereno; giorno, per sua essenza, immutabile! Volesse il cielo
che tutte queste cose temporali finissero e che sopra di noi brillasse quel
giorno; il quale già illumina per sempre, di splendida luce, i santi, mentre, per
coloro che sono pellegrini su questa terra, esso splende soltanto da lontano e di
riflesso! Ben sanno i cittadini del cielo quanto sia piena di gioia quell’età;
lamentano gli esuli figli di Eva quanto, invece, sia grave e pesante l’età
presente. Invero, brevi e duri, pieni di dolori e di angustie, sono i giorni di
questo nostro tempo, durante i quali l’uomo è insozzato da molti peccati e
irretito da molte passioni, oppresso da molte paure, schiacciato da molti
affanni, distratto da molte curiosità, impicciato in molte cose vane, circondato
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da molti errori, atterrito da molte fatiche, appesantito dalle tentazioni,
snervato dai piaceri, afflitto dal bisogno. Oh!, quando finiranno questi mali;
quando mi libererò dalla miserevole schiavitù dei vizi; quando, nella mia mente
avrò soltanto te, o Signore, e in te troverò tutta la mia gioia; quando godrò di
libertà vera, senza alcun legame, senza alcun gravame della mente e del corpo;
quando avrò pace stabile e sicura, da nulla turbata, pace interiore ed esteriore,
pace non minacciata da alcuna parte? O buon Gesù, quando ti vedrò faccia a
faccia; quando contemplerò la gloria del tuo regno; quando sarai il tutto per me
(1Cor 15,28); quando sarò con te nel tuo regno, da te preparato dall’eternità
per i tuoi diletti? Sono qui abbandonato, povero ed esule in terra nemica, ove ci
sono continue lotte e immani disgrazie. Consola tu il mio esilio, lenisci il mio
dolore, perché ogni mio desiderio si volge a te con sospiri. Infatti qualunque
cosa il mondo mi offra come sollievo, essa mi è invece di peso. Desidero
l’intimo godimento di te, ma non mi è dato di raggiungerlo; desidero star saldo
alle cose celesti, ma le cose temporali e le passioni non mortificate mi tirano in
basso; nello spirito, voglio pormi al di sopra di tutte le cose, ma, nella carne,
sono costretto a subirle, contro mia voglia. E così, uomo infelice, combatto con
me stesso e divento un peso per me stesso (Gb 7,20), ché lo spirito tende
all’alto e la carne al basso.
Oh!, quale è l’intima mia sofferenza, quando, dentro di me, sto pensando alle
cose del cielo e, mentre prego, di colpo, mi balza davanti la turba delle cose
carnali. Dio mio, “non stare lontano da me” (Sal 70,12) e “non allontanarti in
collera dal tuo servo” (Sal 26,9). “Lancia i tuoi fulmini”, disperdi questa turba;
“lancia le tue saette e saranno sconvolte le macchinazioni del nemico” (Sal
143,6). Fa’ che i miei sentimenti siano concentrati in te; fa’ che io dimentichi
tutto ciò che appartiene al mondo; fa’ che io cacci via e disprezzi le ingannevoli
immagini con le quali ci appare il vizio. Vieni in mio aiuto, o eterna verità,
cosicché nessuna cosa vana abbia potere di smuovermi; vieni, o celeste soavità;
cosicché ogni cosa non pura fugga davanti al tuo volto. Ancora, perdonami e
assolvimi, nella tua misericordia, ogni volta che, nella preghiera, vado
pensando ad altro fuori che a te. In verità, confesso sinceramente di essere
solitamente molto distratto; ché, ben spesso, io non sono là dove
materialmente sto e seggo, ma sono invece là dove vengo portato dalla mente.
Là dove è il mio pensiero, io sono; il mio pensiero solitamente è là dove sta ciò
che io amo; è quello che fa piacere alla nostra natura, o ci è caro per abitudine,
che mi viene d’un tratto alla mente. Per questo tu, che sei la verità, dicesti
chiaramente: “dove è il tuo tesoro là è il tuo cuore” (Mt 6,21). Se amo il cielo,
volentieri penso alle cose del cielo; se amo il mondo, mi rallegro delle gioie e
mi rattristo delle avversità del mondo; se amo le cose carnali, di esse sovente
vado. Fantasticando; se amo ciò che è spirito, trovo diletto nel pensare alle cose
dello spirito. Qualunque siano le cose che io amo, di queste parlo e sento
parlare volentieri; di queste riporto a casa il ricordo. Beato invece colui che, per
te, o Signore, lascia andare tutto ciò che è creato, e che, facendo violenza alla
natura, crocifigge i desideri della carne col fervore dello Spirito: così da poterti
offrire, a coscienza tranquilla, una orazione pura; così da essere degno di
prendere parte ai cori celesti, rifiutando, dentro e fuori di sé, ogni cosa terrena.
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Capitolo XLIX
IL DESIDERIO DELLA VITA ETERNA. I GRANDI BENI PROMESSI A
QUELLI CHE LOTTANO
Figlio, quando senti, infuso dall’alto, un desiderio di eterna beatitudine; quando
aspiri ad uscire dalla povera dimora del tuo corpo, per poter contemplare il mio
splendore, senza ombra di mutamento, allarga il tuo cuore e accogli con
grande sollecitudine questa santa ispirazione. Rendi grazie senza fine alla
superna bontà, che si mostra tanto benigna con te, venendo indulgente presso
di te; ti risolleva con ardore e ti innalza con forza, cosicché, con la tua
pesantezza, tu non abbia a inclinare verso le tue cose terrene. Tutto ciò, infatti,
non lo devi ad una tua iniziativa o ad un tuo sforzo, ma soltanto al favore della
grazia di Dio, che dall’alto guarda a te. Ti sarà dato così di progredire nelle
virtù, in una sempre più grande umiltà, preparandoti alle lotte future attaccato
a me con tutto lo slancio del tuo cuore e intento a servirmi con volonteroso
fervore.
Figlio, il fuoco arde facilmente, ma senza fumo la fiamma non ascende. Così
certuni ardono dal desiderio delle cose celesti, ma non sono liberi dalla
tentazione di restare attaccati alle cose terrene; e perciò, quello che pur
avevano chiesto a Dio con tanto desiderio, non lo compiono esclusivamente per
la gloria di Dio. Tale è sovente il tuo desiderio, giacché vi hai immesso un
fermento così poco confacente: non è puro e perfetto, infatti, quello che è
inquinato dal comodo proprio. Non chiedere ciò che ti piace e ti è utile, ma
piuttosto ciò che è gradito a me e mi rende gloria. A ben vedere, al tuo
desiderio e ad ogni cosa desiderata devi preferire il mio comando, e seguirlo.
Conosco la tua brama, ho ascoltato i frequenti tuoi gemiti: già vorresti essere
nella libertà gloriosa dei figlio di Dio; già ti alletta la dimora eterna, la patria
del cielo, pienamente felice. Ma un tale momento non è ancora venuto; questo è
tuttora un momento diverso: il momento della lotta, della fatica e della prova.
Tu brami di essere ricolmo del sommo bene, ma questo non lo puoi ottenere
adesso. Sono io “aspettami, dice il Signore” (Sof 3,8), finché venga il regno di
Dio. Devi essere ancora provato qui in terra, e travagliato in vario modo.
Qualche consolazione ti sarà data talvolta; ma non ti sarà concessa una piena
sazietà. “Confortati, pertanto e sii gagliardo” (Gs 1,7), nell’agire e nel
sopportare ciò che va contro la natura. Occorre che tu ti rivesta dell’uomo
nuovo; che tu ti trasformi in un altro uomo. Occorre, ben spesso, che tu faccia
quello che non vorresti e che tu tralasci quello che vorresti. Avrà successo
quanto è voluto da altri, e quanto vuoi tu non andrà innanzi. Sarà ascoltato
quanto dicono gli altri, e quanto dici tu sarà preso per un nulla. Altri
chiederanno, e riceveranno; tu chiederai, e non otterrai. Altri saranno grandi al
cospetto degli uomini; sul tuo conto, silenzio. Ad altri sarà affidata questa o
quella faccenda; tu, invece, non sarai ritenuto utile a nulla. Da ciò la natura
uscirà talvolta contristata; e già sarà molto se sopporterai in silenzio.
In questi, e in consimili vari modi, il servo fedele del Signore viene si solito
sottoposto a prova, come sappia rinnegare e vincere del tutto se stesso. Altro,
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forse, non c’è, in cui tu debba essere così morto a te stesso, fuor che constatare
ciò che contrasta con la tua volontà, e doverlo sopportare; specialmente
allorché ti viene imposto di fare cosa che non ti sembra opportuna o utile. Non
osando opporre resistenza a un potere superiore, tu, che sei sottoposto, trovi
duro camminare al comando di altri, e lasciar cadere ogni tua volontà. Ma se
consideri, o figlio, quale sia il frutto di queste sofferenze, cioè il rapido venire
della fine e il premio, allora non troverai più alcun peso in tali sofferenze, ma
un validissimo conforto al tuo soffrire. Giacché, invece di quella scarsa volontà
che ora, da te, non sai coltivare, godrai per sempre nei cieli la pienezza della
tua volontà. Nei cieli, invero, troverai tutto ciò che vorrai, tutto ciò che potrai
desiderare; nei cieli godrai integralmente di ciò che è bene e non temerai che
esso ti venga a mancare. Nei cieli il tuo volere, a me sempre unito, a nulla
aspirerà che venga di fuori, a nulla che sia tuo proprio. Nei cieli nessuno ti farà
resistenza, nessuno si lamenterà di te, nessuno ti sarà di ostacolo e nulla si
porrà contro di te; ma tutti i desideri saranno insieme realizzati e ristoreranno
pienamente il tuo animo, appagandolo del tutto. Nei cieli, per ogni oltraggio
patito, io darò gloria; per la tristezza, un premio di lode; per l’ultimo posto, una
dimora nel regno, nei secoli. Nei cieli si vedrà il frutto dell’obbedienza; avrà
gioia il travaglio della penitenza; sarà coronata di gloria l’umile soggezione.
Ora, dunque, devi chinarti umilmente sotto il potere di ognuno, senza
preoccuparti di sapere chi sia colui che ti ha detto o comandato alcunché; bada
sommamente – sia un superiore, o uno più giovane di te o uno pari a te, a
chiederti o ad importi qualcosa – di accettare tutto come giusto, facendo in
modo di eseguirlo con buona volontà. Altri vada cercando questo, altri quello;
che uno si glori in una cosa, e un altro sia lodato mille volte per un’altra:
quanto a te, invece, non in questa o in quest’altra cosa devi trovare la tua gioia,
ma nel disprezzare te stesso, nel piacere soltanto a me e nel darmi gloria. E’
questo che devi desiderare, che in te sia glorificato sempre Iddio, “per la vita e
per la morte” (Fil 1,20).
Capitolo L
CHI E’ NELLA DESOLAZIONE DEVE METTERSI NELLE MANI DI
DIO
Signore Dio, Padre santo, che tu sia, ora e sempre, benedetto, perché come tu
vuoi così è stato fatto, e quello che fai è buono. Che in te si allieti il tuo servo,
non in se stesso o in alcunché d’altro. Tu solo sei letizia vera; tu la mia
speranza e il mio premio; tu, o Signore, la mia gioia e la mia gloria. Che cosa ha
il tuo servo , se non quello che, pur senza suo merito, ha ricevuto da te? Quello
che hai dato e hai fatto a me, tutto è tuo. “Povero io sono, e tribolato, fin dagli
anni della mia giovinezza” (Sal 87,16); talvolta l’anima mia è triste fino alle
lacrime, talvolta si turba in se stessa sotto l’incombere delle passioni. Desidero
il gaudio della pace; domando la pace dei tuoi figli, da te nutriti nello splendore
della consolazione. Se tu doni questa pace, se tu infondi questa santa letizia,
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l’anima del tuo servo sarà tutta un canto nel dar lode a te, devotamente. Se,
invece, tu ti ritrai, come fai talvolta, il tuo servo non potrà percorrere lesto la
“via dei tuoi comandamenti” (Sal 118,32). Di più, gli si piegheranno le
ginocchia, fino a toccargli il petto; per lui non sarà più come prima, ieri o ier
l’altro, quando il tuo lume gli splendeva sul capo e l’ombra delle tue ali lo
proteggeva dall’irrompere delle tentazioni.
Padre giusto e degno di perpetua lode, giunga l’ora in cui il tuo servo deve
essere provato. Padre degno di amore, è giusto che in questo momento il tuo
servo patisca un poco per te. Padre degno di eterna venerazione, giunge l’ora,
che da sempre sapevi sarebbe venuta, l’ora in cui il tuo servo – pur se
interiormente sempre vivo in te – deve essere sopraffatto da cose esteriori,
vilipeso anche ed umiliato, scomparendo dinanzi agli uomini , afflitto dalle
passioni e dalla tiepidezza; e ciò per risorgere di nuovo con te, in una aurora di
nuova luce, nello splendore dei cieli. Padre santo, così hai disposto, così hai
voluto; e come hai voluto è stato fatto. Giacché questo è il dono che tu fai
all’amico tuo, di patire e di essere tribolato in questo mondo, per amor tuo; e
ciò quante volte e da chiunque permetterai che sia fatto. Nulla accade quaggiù
senza che tu lo abbia provvidenzialmente disposto, e senza una ragione. “Cosa
buona è per me, che tu mi abbia umiliato, per farmi conoscere la tua giustizia”
(Sal 118,71) e per far sì che io abbandoni ogni orgoglio interiore e ogni
temerarietà. Cosa per me vantaggiosa, che la vergogna abbia ricoperto il mio
volto, così che, per essere consolato, io abbia a cercare te, piuttosto che gli
uomini. In tal modo imparo a temere l’imperscrutabile tuo giudizio, con il
quale tu colpisci il giusto insieme con l’empio, ma sempre con imparziale
giustizia. Siano rese grazie a te, che non sei stato indulgente verso i miei
peccati e mi hai invece scorticato con duri colpi, infliggendomi dolori e
dandomi angustie, esterne ed interiori. Nessuno, tra tutti coloro che stanno
sotto il cielo, quaggiù, mi può dare consolazione; tu solo lo puoi, o Signore mio
Dio, celeste medico delle anime, che colpisci e risani, “cacci all’inferno e da esso
ritogli” (Tb 13,2). La rigida tua regola stia sopra di me; essa mi ammaestrerà.
Padre diletto, ecco, io sono nelle tue mani; mi curvo sotto la verga, che mi
corregge. Percuotimi il dorso e il collo, affinché io indirizzi la mia vita tortuosa
secondo la tua volontà. Come tu suoli, e con giustizia, fa’ di me un devoto e
umile discepolo, pronto a camminare a ogni tuo cenno. A te affido me stesso, e
tutto ciò che è mio, per la necessaria correzione. E’ preferibile essere
aspramente rimproverato quaggiù, che nella vita futura. Tu conosci tutte le
cose, nel loro insieme e una per una; nulla rimane a te nascosto dell’animo
umano. Tu conosci le cose che devono venire, prima che esse siano, e non hai
bisogno che alcuno ti indichi o ti rammenti quello che accade su questa terra.
Tu conosci ciò che mi aiuta a progredire, e sai quanto giova la tribolazione per
togliere la ruggine dei vizi. Fa’ di me quello che ti piace, e che io, appunto,
desidero; e non voler giudicare severamente la mia vita di peccato, che nessuno
conosce più perfettamente e chiaramente di te. Fa’ che io comprenda ciò che è
da comprendere; che io ami ciò che è da amare; fa’ che io approvi ciò che
sommamente piace a te; che io apprezzi ciò che a te pare prezioso; fa’ che io
disprezzi ciò che è abietto ai tuoi occhi. Non permettere che io giudichi
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“secondo la veduta degli occhi materiali; che io non mi pronunzi secondo quel
che si sente dire” da gente profana (Is 11,3). Fa’ che io, invece, discerna le cose
esteriori e le cose spirituali in spirito di verità; fa’ che, sopra ogni cosa, io vada
sempre ricercando il tuo volere. Se il giudizio umano, basato sui sensi, sovente
trae in inganno, si ingannano anche coloro che sono attaccati alle cose del
mondo, amando soltanto le cose visibili. Forse che uno è migliore perché è
considerato qualcosa di più, nel giudizio di un altro? Quando questi lo esalta, è
un uomo fallace che inganna un uomo fallace, un essere vano che inganna un
essere vano, un cieco che inganna un cieco, un miserabile che inganna un
miserabile; quando lo elogia a vuoto, realmente lo fa vergognare ancor più.
Invero, secondo il detto dell’umile san Francesco, quanto ciascuno è ai tuoi
occhi, tanto egli è; e nulla di più.
Capitolo LI
DEDICARSI A COSE PIU’ UMILI QUANDO SI VIENE MENO NELLE
PIU’ ALTE
Tu non riesci, o figlio, a persistere in un fervoroso desiderio di virtù e restare
in un alto grado di contemplazione. Talora, a causa della colpa che è all’origine
dell’umanità, devi scendere più in basso e portare il peso di questa vita
corruttibile, pur contro voglia e con disgusto; disgusto e pesantezza di spirito,
che sentirai fino a che vestirai questo corpo mortale. Nella carne, dunque, e
sotto il peso della carne devi spesso patire, poiché non sei capace di stare
interamente e continuamente in occupazioni spirituali e nella contemplazione
di Dio. Allora devi rifugiarti in occupazioni umili e materiali e fortificarti con
azioni degne; devi attendere, con ferma fiducia, che io venga dall’alto e mi
manifesti a te; devi sopportare con pazienza il tuo esilio e la tua aridità di
spirito, fino a che io non venga di nuovo a te, liberandoti da tutte le angosce.
Invero ti farò dimenticare le tue fatiche, nel godimento della pace interiore; ti
aprirò dinanzi il campo delle Scritture, nel quale potrai cominciare a correre
con animo sollevato “la via dei mie comandamenti” (Sal 118,32). Allora dirai: “i
patimenti di questo mondo non sono nulla in confronto alla futura gloria, che
si rivelerà in noi” (R>m 8,18).
Capitolo LII
L’UOMO NON SI CREDA MERITEVOLE DI ESSERE CONSOLATO, MA
PIUTTOSTO DI ESSERE COLPITO
E’ giusto, o Signore, quello che fai con me quando mi lasci abbandonato e
desolato; perché della tua consolazione o di alcuna tua visita spirituale io non
son degno, e non lo sarei neppure se potessi versare tante lacrime quanto un
mare. Altro io non merito che di essere colpito e punito, per averti offeso,
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spesso e in grave modo, e per avere, in molte occasioni peccato grandemente.
Dunque, a conti fatti, in verità, io non sono meritevole del minimo tuo
conforto. Ma tu, Dio clemente e pietoso, per manifestare l’abbondanza della tua
bontà in copiosa misericordia, non vuoi che l’uomo, opera della tue mani,
perisca; inoltre ti degni di consolare il tuo servo, anche al di là di ogni merito,
in modo superiore all’umano: ché non somigliano ai discorsi degli uomini, le
tue parole consolatrici. O Signore, che cosa ho fatto perché tu mi abbia a
concedere qualche celeste conforto? Non rammento di aver fatto nulla di
buono; rammento invece di essere sempre stato facile al vizio e tardo
all’emendamento. Questa è la verità; non posso negarlo. Se dicessi il contrario,
tu ti porresti contro di me, e nessuno verrebbe a difendermi. Che cosa ho
meritato con i mie peccati, se non l’inferno e il fuoco eterno?
Sinceramente lo confesso, io sono meritevole di essere vituperato in tutti i
modi, e disprezzato, non già di essere annoverato tra i tuoi fedeli. Anche se
questo me lo dico con dolore, paleserò chiaramente, contro di me, per amore di
verità, i miei peccati, così da rendermi degno di ottenere più facilmente la tua
misericordia. Che dirò, colpevole quale sono, e pieno di vergogna? Non ho la
sfrontatezza di pronunziare parola; se non questa soltanto: ho peccato, Signore,
ho peccato, abbi pietà di me, dammi il tuo perdono. “Lasciami un poco; lascia
che io pianga tutto il mio dolore, prima di andare nel luogo della tenebra,
coperto dalla caligine della morte” (Gb 10,20s). Che cosa chiedi massimamente
dal colpevole, dal misero peccatore, se non che egli si penta e si umilii per le
sue colpe? Dalla sincera contrizione e dall’umiliazione interiore sboccia la
speranza del perdono, e ritrova se stessa la coscienza sconvolta; l’uomo
riacquista la grazia perduta e trova riparo dall’ira futura. Dio e l’anima
penitente si incontrano in un vicendevole santo bacio. Sacrificio a te gradito, o
Signore – sacrificio che odora, al tuo cospetto, molto più soave del profumo
dell’incenso – è l’umile sincero pentimento dei peccatori. E’ questo pure
l’unguento gradito che hai voluto fosse versato sui tuoi sacri piedi, giacché tu
non hai disprezzato “un cuore contrito ed umiliato” (Sal 50,19). In questo
sincero pentimento si trova rifugio dalla faccia minacciosa del nemico. Con
esso si ripara e si purifica tutto ciò che, da qualche parte, fu deturpato e
inquinato.
Capitolo LIII
LA GRAZIA DI DIO NON SI CONFONDE CON CIO’ CHE HA SAPORE
DI COSE TERRENE
Preziosa, o figlio, è la mia grazia; essa non tollera di essere mescolata a cose
esteriori e a consolazioni terrene. Perciò devi buttar via tutto ciò che ostacola
la grazia, se vuoi che questa sia infusa in te. Procurati un luogo appartato,
compiaciti di stare solo con te stesso, non andare cercando di chiacchierare con
nessuno; effondi, invece, la tua devota preghiera a Dio, per conservare
compunzione d’animo e purezza di coscienza. Il mondo intero, consideralo un
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nulla; alle cose esteriori anteponi l’occuparti di Dio. Ché non potresti attendere
a me, e nello stesso tempo trovare godimento nelle cose passeggere. Occorre
allontanarsi dalle persone che si conoscono e alle quali si vuole bene; occorre
tenere l’animo sgombro da ogni conforto temporale. Ecco ciò che il santo
apostolo Pietro chiede, in nome di Dio: che i seguaci di Cristo si conservino in
questo mondo “come forestieri e pellegrini” (1Pt 2,11). Quanta sicurezza in
colui che muore, senza essere legato alla terra dall’attaccamento per alcuna
cosa. Uno spirito debole, invece, non riesce a mantenere il cuore tanto
distaccato: l’uomo materiale non conosce la libertà dell’uomo interiore. Che se
uno vuole veramente essere uomo spirituale, egli deve rinunciare a tutti, ai
lontani e ai vicini; e guardarsi da se stesso più ancora che dagli altri. Se avrai
vinto pienamente te stesso, facilmente soggiogherai tutto il resto. Trionfare di
se medesimi è vittoria perfetta; giacché colui che domina se stesso – facendo sì
che i sensi obbediscano alla ragione, e la ragione obbedisca in tutto e per tutto
a Dio – questi è, in verità il vincitore di sé e signore del mondo.
Se brami elevarti a questa somma altezza, è necessario che tu cominci con
coraggio, mettendo la scure alla radice, per poter estirpare totalmente la tua
segreta inclinazione, contraria al volere di Dio e volta a te stesso e a tutto ciò
che è tuo utile materiale. Da questo vizio, dall’amore di sé, contrarissimo alla
volontà divina, deriva, si può dire, tutto quanto deve essere stroncato
radicalmente. Domato e superato questo vizio, si farà stabilmente una grande
pace e una grande serenità. Ma sono pochi quelli che si adoprano per morire
del tutto a se stessi, e per uscire pienamente da se stessi. I più restano
avviluppati, né sanno innalzarsi spiritualmente sopra di sé. Coloro che
desiderano camminare con me senza impacci debbono mortificare tutti i loro
affetti perversi e contrari all’ordine voluto da Dio, senza restare attaccati di
cupido amore personale ad alcuna creatura.
Capitolo LIV
GLI OPPOSTI IMPULSI DELLA NATURA E DELLA GRAZIA
Figlio, considera attentamente gli impulsi della natura e quelli della grazia;
come si muovono in modo nettamente contrario, ma così sottilmente che
soltanto, e a fatica, li distingue uno che sia illuminato da interiore spiritualità.
Tutti, invero, desiderano il bene e, con le loro parole e le loro azioni, tendono a
qualcosa di buono; ma, appunto per una falsa apparenza del bene, molti sono
ingannati. La natura è scaltra, trascina molta gente, seduce, inganna e mira
sempre a se stessa. La grazia, invece, cammina schietta, evita il male, sotto
qualunque aspetto esso appaia; non prepara intrighi; tutto fa soltanto per
amore di Dio, nel quale, alla fine, trova la sua quiete. La natura non vuole
morire, non vuole essere soffocata e vinta, non vuole essere schiacciata,
sopraffatta o sottomessa, né mettersi da sé sotto il giogo. La grazia, invece,
tende alla mortificazione di sé e resiste alla sensualità, desidera e cerca di
essere sottomessa e vinta; non vuole avere una sua libertà, preferisce essere
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tenuta sotto disciplina; non vuole prevalere su alcuno, ma vuole sempre vivere
restando sottoposta a Dio; è pronta a cedere umilmente a ogni creatura umana,
per amore di Dio. La natura s’affanna per il suo vantaggio, e bada all’utile che
le possa venire da altri. La grazia, invece, tiene conto di ciò che giova agli altri,
non del profitto e dell’interesse propri. La natura gradisce onori e omaggi. La
grazia, invece, ogni onore e ogni lode li attribuisce a Dio. La natura rifugge
dalla vergogna e dal disprezzo. La grazia, invece, si rallegra “di patire oltraggi
nel nome di Gesù” (At 5,41). La natura inclina all’ozio e alla tranquillità
materiale. La grazia, invece, non può stare oziosa e accetta con piacere la fatica.
La natura mira a possedere cose rare e belle, mentre detesta quelle spregevoli e
grossolane. La grazia, invece, si compiace di ciò che è semplice e modesto; non
disprezza le cose rozze, né rifugge dal vestire logori panni.
La natura guarda alle cose di questo tempo; gioisce dei guadagni e si rattrista
delle perdite di quaggiù; si adira per una piccola parola offensiva. La grazia,
invece, non sta attaccata all’oggi, ma guarda all’eternità; non si agita per la
perdita di cose materiali; non si inasprisce per una parola un po’ brusca, perché
il suo tesoro e la sua gioia li pone nel cielo dove nulla perisce. La natura è
avida, preferisce prendere che donare, ha caro ciò che è proprio e personale. La
grazia, invece, è caritatevole e aperta agli altri; rifugge dalle cose personali, si
contenta del poco, ritiene “più bello dare che ricevere” (At 20,35). La natura
tende alle creature e al proprio corpo, alla vanità e alle chiacchiere. La grazia,
invece, si volge a Dio e alle virtù; rinuncia alle creature, fugge il mondo, ha in
orrore i desideri della carne, frena il desiderio di andare di qua e di là, si
vergogna di comparire in pubblico. La natura gode volentieri di qualche svago
esteriore, nel quale trovino piacere i sensi. La grazia, invece, cerca
consolazione soltanto in Dio, e, al di sopra di ogni cosa di questo mondo, mira
a godere del sommo bene. La natura tutto fa per il proprio guadagno e il
proprio vantaggio; non può fare nulla senza ricevere nulla; per ogni favore
spera di conseguirne uno uguale o più grande, oppure di riceverne lodi e
approvazioni; desidera ardentemente che i suoi gesti e i suoi doni siano molto
apprezzati. La grazia, invece, non cerca nulla che sia passeggero e non chiede,
come ricompensa, altro premio che Dio soltanto; delle cose necessarie in questa
vita non vuole avere più di quanto le possa essere utile a conseguire le cose
eterne.
La natura si compiace di annoverare molte amicizie e parentele; si vanta della
provenienza da un luogo celebre o della discendenza da nobile stirpe; sorride ai
potenti, corteggia i ricchi ed applaude coloro che sono come lei. La grazia,
invece, ama anche i nemici; non si esalta per la quantità degli amici; non dà
importanza al luogo di origine o alla famiglia da cui discende, a meno che in
essa vi sia una virtù superiore; è ben disposta verso il povero, più che verso il
ricco; simpatizza maggiormente con la povera gente che con i potenti; sta
volentieri con le persone sincere, non già con gli ipocriti; esorta sempre le
anime buone ad ambire a “doni spirituali sempre più grandi” (1Cor 12,31), così
da assomigliare, per le loro virtù, al Figlio di Dio. La natura, di qualcosa che
manchi o che dia noia, subito si lamenta. La grazia sopporta con fermezza ogni
privazione. La natura riferisce tutto a sé; lotta per sé, discute per sé. La grazia,
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invece, riconduce tutte le cose a Dio, da cui provengono come dalla loro
origine; nulla di buono attribuisce a se stessa, non presume di sé con superbia;
non contende, non pone l’opinione propria avanti alle altre; anzi si sottomette,
in ogni suo sentimento e in ogni suo pensiero, all’eterna sapienza e al giudizio
di Dio. La natura è avida di conoscere cose segrete e vuol sapere ogni novità;
ama uscir fuori, per fare molte esperienze; desidera distinguersi e darsi da fare
in modo che ad essa possa venirne lode e ammirazione. La grazia, invece, non
si preoccupa di apprendere novità e curiosità, perché tutto il nuovo nasce da
una trasformazione del vecchio, non essendoci mai, su questa terra, nulla che
sia nuovo e duraturo. La grazia insegna, dunque, a tenere a freno i sensi, a
evitare la vana compiacenza e l’ostentazione, a tener umilmente nascosto ciò
che sarebbe degno di lode e di ammirazione, infine a tendere, in tutte le nostre
azioni e i nostri studi, al vero profitto, alla lode e alla gloria di Dio. Non vuol
far parlare di sé e delle cose sue, desiderando, invece, che, in tutti i suoi doni,
sia lodato Iddio, che tutto elargisce per puro amore.
E’, codesta grazia, una luce sovrannaturale, propriamente un dono particolare
di Dio, un segno distintivo degli eletti, una garanzia della salvezza eterna. La
grazia innalza l’uomo dalle cose terrestri all’amore del cielo e lo trasforma da
carnale in spirituale. Adunque, quanto più si tiene in freno e si vince la natura,
tanto maggior grazia viene infusa in noi; così, per mezzo di continue e nuove
manifestazioni divine, l’uomo interiore si trasforma secondo l’immagine di Dio.
Capitolo LV
LA CORRUZIONE DELLA NATURA E LA POTENZA DELLA GRAZIA
DIVINA
o Signore mio Dio, che mi hai creato a tua immagine e somiglianza, concedimi
questa grazia grande, indispensabile per la salvezza, come tu ci hai rivelato;
così che io possa superare la mia natura, tanto malvagia, che mi trae al peccato
e alla perdizione. Ché, nella mia carne, io sento, contraria alla “legge della mia
ragione, la legge del peccato” (Rm 7,23), la quale mi fa schiavo e di frequente
mi spinge ad obbedire ai sensi. E io non posso far fronte alle passioni
peccaminose, provenienti da questa legge del peccato, se non mi assiste la tua
grazia santissima, infusa nel mio cuore, che ne avvampa. Appunto una tua
grazia occorre, una grazia grande, per vincere la natura, sempre proclive al
male, fin dal principio. Infatti, per colpa del primo uomo Adamo, la natura
decadde, corrotta dal peccato; e la triste conseguenza di questa macchia passò
in tutti gli uomini, talché quella “natura”, da te creata buona e retta, ormai è
intesa come “vizio e debolezza della natura corrotta”. Così, per la libertà che le
è lasciata, la natura trascina verso il male e verso il basso. E quel poco di forza
che rimane nella natura è come una scintilla coperta dalla cenere. E’ questa la
ragione naturale, che, pur se circondata da oscurità, è ancora capace di
giudicare il bene ed il male, e di separare il vero dal falso; anche se non riesce a
compiere tutto quello che riconosce come buono, anche se non possiede la
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pienezza del lume della verità e la perfetta purezza dei suoi affetti. E’ per
questo, o mio Dio, che “nello spirito, mi compiaccio della tua legge” (Rm 7,22),
sapendo che il tuo comando è buono, giusto e santo, tale che ci invita a fuggire
ogni male e ogni peccato. Invece, nella carne, io mi sottometto alla legge del
peccato, obbedendo più ai sensi che alla ragione. E’ per questo che “volere il
bene mi è facile, ma a compiere il bene non riesco” (Rm 7,18). E’ per questo che
vado spesso proponendomi molte buone cose; ma mi manca la grazia che mi
aiuti nella mia debolezza, e mi ritiro e vengo meno anche per una piccola
difficoltà. E’ per questo che mi avviene di conoscere la via della perfezione e di
vedere con chiarezza quale debba essere la mia condotta; ma poi, schiacciato
dal peso della corruzione dell’umanità, non riesco a salire a cose più elevate.
La tua grazia, o Signore, mi è davvero massimamente necessaria per
cominciare, portare avanti e condurre a compimento il bene: “senza di essa non
posso far nulla” (Gv 15,5), “mentre tutto posso in te” che mi dai forza, con la
tua grazia (Fil 4,13). Grazia veramente di cielo, questa; mancando la quale i
nostri meriti sono un nulla, e un nulla si devono considerare anche i doni
naturali. Abilità e ricchezza, bellezza e forza, intelligenza ed eloquenza, nulla
valgono presso di te, o Signore, se manca la grazia. Ché i doni di natura li
hanno sia i buoni che i cattivi; mentre dono proprio degli eletti è la grazia, cioè
l’amore di Dio. Rivestiti di tale grazia, gli eletti sono ritenuti degni della vita
eterna. Tutto sovrasta, questa grazia; tanto che né il dono della profezia, né il
potere di operare miracoli, né la più alta contemplazione non valgono nulla,
senza di essa. Neppure la fede, neppure la speranza, né le altre virtù sono a te
accette, senza la carità e la grazia. O grazia beata, che fai ricco di virtù chi è
povero nello spirito e fai ricco di molti beni chi è umile di cuore, vieni, discendi
in me, colmami, fin dal mattino della tua consolazione, cosicché l’anima mia
non venga meno per stanchezza e aridità interiore! Ti scongiuro, o Signore:
che io trovi grazia ai tuoi occhi. La tua gloria mi basta (2Cor 12,9), pur se non
otterrò tutto quello cui tende la natura umana. Anche se sarò tentato e
angustiato da molte tribolazioni, non temerò alcun male, finché la tua grazia
sarà con me. Essa mi dà forza, guida ed aiuto; vince tutti i nemici, è più
sapiente di tutti i sapienti. Essa è maestra di verità e di vita, luce del cuore,
conforto nell’afflizione. Essa mette in fuga la tristezza, toglie il timore,
alimenta la pietà, genera le lacrime. Che cosa sono io mai, senza la grazia, se
non un legno secco, un ramo inutile, da buttare via? “La tua grazia, dunque, o
Signore, mi preceda sempre e mi segua, e mi conceda di essere sempre pronto a
operare, per Gesù Cristo, Figlio tuo. Amen. (Messale Romano, oremus della
XVI domenica dopo Pentecoste).
Capitolo LVI
RINNEGARE SE STESSI E IMITARE CRISTO NELLA CROCE
O figlio, tu potrai trasmutarti in me, a misura che riuscirai ad uscire da te
stesso. Ché l’intimo oblio di se stessi congiunge a Dio, come la mancanza di
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desideri esterni porta la pace interiore. Io voglio che tu apprenda a rinnegare
pienamente te stesso, in adesione alla mia volontà, senza obiezioni, senza
lamentele. “Seguimi” (Mt 9,9). “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Senza la via non si cammina; senza la verità non si conosce; senza la vita non si
vive. Io sono la via che devi seguire; la verità cui devi credere; la vita che devi
sperare. Io sono la via che non si deve lasciare, la verità che non sbaglia, la vita
che non ha termine. Io sono la via diritta, la verità ultima, la vita eterna, beata,
increata. “Se rimarrai nella mia via, conoscerai la verità e la verità ti farà
libero” (Gv 8,32); così raggiungerai la vita eterna. “Vuoi entrare nella vita?
Osserva i comandamenti” (Mt 19,17). Vuoi conoscere la verità? Chiedi a me.
“Vuoi essere perfetto? Vendi ogni tua cosa” (Mt 19,21). Vuoi essere mio
discepolo? Rinnega te stesso (cfr Lc 9,23; 14,27; Mt 16,24). Vuoi avere la vita
eterna? Disprezza la vita presente. Vuoi essere esaltato in cielo? Umiliati in
questo mondo. Vuoi regnare con me? Con me porta la croce. Soltanto quelli
che si fanno servi della croce trovano la via della beatitudine e della vera luce.
O Signore Gesù, dura fu la tua vita, e disprezzata dagli uomini; fa’ che io ti
possa imitare, disprezzato dal mondo, giacché “il servo non è da più del suo
padrone, né il discepolo è da più del maestro” (Mt 10,24). Che il tuo servo si
addestri alla scuola della vita, perché in essa sta la mia salvezza e la vera
santità; qualunque cosa io legga o ascolti, fuori di essa, non mi ristora e non mi
allieta pienamente. Figlio, tutte queste cose le conosci e le hai lette; sarai beato
se le metterai in pratica. “Chi ha dinanzi agli occhi i miei comandamenti, e li
osserva, questi mi ama; e io l’amerò, mi manifesterò a lui” (Gv 24,21) e lo farò
sedere con me nel regno del Padre mio (Ap 3,21). O Signore Gesù, come hai
detto e hai promesso, così sia fatto veramente, e a me sia dato di meritarlo. Ho
ricevuto la croce, l’ho ricevuta dalla tua mano; la porterò, la porterò fino alla
morte, come tu me l’hai posta sulle spalle. In verità la vita di un santo monaco
è la croce; ma la croce è guida al paradiso. Abbiamo cominciato; non ci è lecito
tornare indietro, né lasciare ciò che abbiamo intrapreso. Via, o fratelli,
procediamo insieme: Gesù sarà con noi. Abbiamo preso questa croce per amore
di Gesù; per amore di Gesù perseveriamo nella croce. Colui che ci guida e ci
precede sarà il nostro aiuto. Ecco, il nostro re camminare avanti a noi; “egli
combatterà per noi” (2Esd 4,20). Seguiamolo con animo virile; che nessuno
abbia paura, né si lasci atterrire; che noi siamo pronti a morire
coraggiosamente nella lotta; che non abbiamo a gravare il nostro buon nome
con una delittuosa fuga (1Mac 9,10) dinanzi alla croce.
Capitolo LVII
NON CI SI DEVE ABBATTERE ECCESSIVAMENTE QUANDO SI CADE
IN QUALCHE MANCANZA
O figlio, più mi è cara l’umile sopportazione nelle avversità, che la pienezza di
devota consolazione del tempo favorevole. Perché ti rattrista una piccolezza
che venga detta contro di te? Anche se si trattasse di qualcosa di più, non
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dovresti turbarti. Lascia andare, invece. Non è cosa strana; non è la prima
volta, né sarà l’ultima, se vivrai a lungo. Tu sei molto forte fino a che nulla ti
contraria; sai persino dare buoni consigli e fare forza ad altri con le tue parole.
Ma non appena si presenta alla tua porta un’improvvisa tribolazione, consiglio
e forza ti vengono meno. Guarda alla tua grande fragilità, che hai constatata
molto spesso, di fronte a piccole contraddizioni. Pure, è per il tuo bene che
accadono simili cose; deponile, dunque, dal tuo cuore, come meglio puoi. E se
una cosa ti colpisce, non per questo ti abbatta o ti tenga legato a lungo.
Sopporta almeno con pazienza, se non ti riesce con gioia. Anche se una cosa te
la senti dire malvolentieri e ne provi indignazione, devi dominarti; non devi
permettere che dalla tua bocca esca alcunché di ingiusto, che dia scandalo ai
semplici. Ben presto l’eccitazione emotiva si placherà, e l’eterna sofferenza si
farà più lieve, con il ritorno della grazia.
Ecco, “io vivo – dice il Signore -” (Is 49,18), pronto ad aiutarti più ancora del
solito, se a me ti affiderai, devotamente invocandomi. “Tu sii più rassegnato”
(Bar 4,30); sii pronto a una maggiore sopportazione. Non è del tutto inutile che
tu ti senta tribolato e fortemente tentato: sei un uomo, e non Dio; carne, non
spirito angelico. Come potresti mantenerti sempre nel medesimo stato di virtù,
quando questo venne meno a un angelo, in cielo, e al primo uomo, nel
paradiso? Io sono “colui che solleva e libera quelli che piangono” (Gb 5,11);
colui che innalza alla mia condizione divina quelli che riconoscono la loro
debolezza. O Signore, benedetta sia la tua parola, dolce al mio orecchio “più del
miele di favo” (Sal 18,11). Che farei io mai, in così grandi tribolazioni e nelle
mie angustie, se tu non mi confortassi con le tue sante parole? Purché, alla fine,
io giunga al porto della salvezza, che importa quali e quanto grandi cose dovrò
aver patito? Concedimi un felice concepimento, un felice trapasso da questo
mondo. “Ricordati di me , o mio Dio” (2Esd 13,22) e conducimi nel tuo regno,
per retto cammino. Amen.
Capitolo LVIII
NON DOBBIAMO CERCAR DI CONOSCERE LE SUPERIORI COSE DEL
CIELO E GLI OCCULTI GIUDIZIO DI DIO
O figlio, guardati dal voler disputare delle cose del cielo e degli occulti giudizi
di Dio: perché quello è così derelitto e quell’altro è portato a un così grande
stato di grazia; ancora, perché quello viene tanto colpito e quell’altro viene
tanto innalzato. Tutto ciò va al di là di ogni umana capacità; non v’è alcun
ragionamento, non v’è alcuna disquisizione che valga a comprendere il giudizio
di Dio. Quando, dunque, una spiegazione ti viene suggerita dal nemico, oppure
certuni indiscreti la vanno cercando, rispondi con quel detto del profeta: “tu sei
giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio” (Sal 118,137); o con quest’altro:
“veri sono i giudizi di Dio, santi in se stessi” (Sal 18,10). Tu devi venerare i
miei giudizi, non discuterli, perché essi sono incomprensibili per l’intelletto
umano. Neppure devi indagare e discutere dei meriti dei beati: chi sia più santo
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o chi sia più grande nel regno dei cieli. Sono cose che danno luogo spesso a
dispute e a contese inutili e fomentano la superbia e la vanagloria; onde
nascono invidie e divisioni, giacché uno si sforza, presuntuosamente, di portare
innanzi un santo, un altro, un altro santo. Ma sono cose che, a volerle
conoscere ed indagare, non portano alcun frutto; cose che, invece sono sgradite
ai beati, poiché “io non sono un Dio di discordia ma di pace” (1Cor 14,33). Una
pace che consiste nella vera umiltà, più che nella esaltazione di sé.
Ci sono alcuni che, quasi per un geloso affetto, sono tratti verso questi o questi
altri santi, con maggior sentimento: sentimento umano, però, piuttosto che
divino. Sono io che ho fatto i santi tutti; sono io che ho elargito la grazia; sono
io che ho accordato la gloria; sono io che, conoscendo i meriti di ciascuno, sono
andato loro incontro benedicendoli nella mia bontà (Sal 20,4): io che li sapevo
eletti, prima di tutti i secoli. “Sono stato io a sceglierli dal mondo, non loro a
scegliere me” (Gv 15,16.19); sono stato io a chiamarli con la mia grazia, ad
attirarli con la mia misericordia; sono stato io a condurli attraverso varie
tentazioni, e ad infondere loro stupende consolazioni; sono stato io a dar loro
la perseveranza e a premiare le loro sofferenze. Io conosco chi è primo tra di
essi, e chi è ultimo; ma tutti li abbraccio in un amore che non ha misura. In
tutti i miei santi, a me va data la lode; sopra ogni cosa, a me va data la
benedizione; a me va dato l’onore per ciascuno di quelli che io ho fatto grandi,
con tanta gloria, ed ho predestinati, senza che ne avessero dapprima alcun
merito. Per questo chi disprezza il più piccolo dei miei santi, non onora
neppure quello che sia grande, perché “fui io a fare e il piccolo e il grande” (Sap
6,8). E chi diminuisce uno qualunque dei santi, diminuisce anche me e tutti gli
altri che sono nel regno dei cieli. Una cosa sola costituiscono tutti i beati, a
causa del vincolo dell’amore; uno è il loro sentimento, uno il loro volere, e tutti
unitamente si amano. Di più – cosa molto più eccelsa – amano me più che se
stessi e più che i propri meriti. Giacché, innalzati sopra di sé e strappati
dall’amore di sé, essi, nell’amore, si volgono totalmente verso di me; di me
godono, in me trovano pace. Non c’è nulla che li possa distogliere o tirare al
basso: colmi dell’eterna verità, ardono del fuoco di un inestinguibile amore.
Smettano, dunque, gli uomini carnali e materiali, essi che sanno apprezzare
soltanto il proprio personale piacere, di disquisire della condizione dei santi.
Essi tolgono e accrescono secondo il loro capriccio, non secondo quanto è
disposto dall’eterna verità. Molti non capiscono; soprattutto quelli che, per
scarso lume interiore, a stento sanno amare qualcuno di perfetto amore
spirituale. Molti, per naturale affetto e per umano sentimento , sono attratti
verso questi o quei santi, e concepiscono il loro atteggiamento verso i santi del
cielo come quello verso gli uomini di quaggiù; mentre c’è un divario
incolmabile tra il modo di pensare della gente lontana dalla perfezione e le
intuizioni raggiunte, per superiore rivelazione, da coloro che sono
particolarmente illuminati.
Guardati dunque, o figlio, dall’occuparti avidamente di queste cose, che vanno
al di là della possibile tua conoscenza; preoccupati e sforzati piuttosto di poterti
trovare tu nel regno dei cieli, magari anche ultimo. Ché, pure se uno sapesse
chi sia più santo di un altro o sia considerato più grande nel regno dei cieli, a
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che cosa ciò gli gioverebbe, se non ne traesse motivo di abbassarsi dinanzi a
me, levandosi poi a lodare ancor più il mio nome? Compie cosa molto più
gradita a Dio colui che pensa alla enormità dei suoi peccati, alla pochezza delle
sue virtù e a quanto egli sia lontano dalla perfezione dei santi; molto più
gradita di quella che fa colui che disputa intorno alla maggiore o minore
grandezza dei santi. E’ cosa migliore implorare i santi, con devote preghiere e
supplicarli umilmente affinché, dalla loro gloria, ci diano aiuto; migliore che
andare indagando, con inutile ricerca, il segreto della loro condizione. Essi
sono paghi, e pienamente. Magari gli uomini riuscissero a limitarsi, frenando i
loro vaniloqui. I santi non si vantano dei loro meriti; non ascrivono a sé nulla
di ciò che è buono, tutto attribuendo a me; poiché sono stato io, nel mio amore
infinito a donare ad essi ogni cosa. Di un così grande amore di Dio e di una
gioia così strabocchevole i santi sono ricolmi; ché ad essi nulla manca di gloria,
nulla può mancare di felicità. I santi, quanto più sono posti in alto nella gloria,
tanto più sono umili in se stessi, e a me più cari. Per questo trovi scritto che
“deponevano le loro corone dinanzi a Dio, cadendo faccia a terra dinanzi
all’Agnello e adorando il Vivente nei secoli dei secoli” (Ap 4,10; 5,14).
Molti cercano di sapere chi sia il maggiore nel regno di Dio, e non sanno
neppure se saranno degni di essere colà annoverati tra i più piccoli. Ed è gran
cosa essere pure il più piccolo, in cielo, dove tutti sono grandi, perché “saranno
detti – e lo saranno – figli di Dio” (Mt 5,9); “il più piccolo diventerà come mille”
(Is 60,22); “il più misero morirà di cento anni” (Is 65,20). Quando infatti i
discepoli andavano chiedendo chi sarebbe stato il maggiore nel regno dei cieli,
si sentirono rispondere così: “se non vi sarete convertiti e non vi sarete fatti
come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli; chi dunque si sarà fatto piccolo
come questo fanciullo, questi è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,3s).
Guai a coloro che non vogliono accettare di buon grado di farsi piccoli come
fanciulli: la piccola porta del regno dei cieli non permetterà loro di entrare.
Guai anche ai ricchi, che hanno quaggiù le loro consolazioni; mentre i poveri
entreranno nel regno di Dio, essi resteranno fuori, in lamenti. Godete, voi
piccoli; esultate, voi “poveri, perché il regno di Dio è vostro” (Lc 6,20); a
condizione però che voi camminiate nella verità.
Capitolo LIX
PORRE OGNI NOSTRA SPERANZA E OGNI FIDUCIA SOLTANTO IN
DIO
O Signore, che cosa è mai la fiducia che ho in questa vita. Quale è il mio più
grande conforto, tra tutte le cose che si vedono sotto il cielo? Non sei forse tu,
o Signore, mio Dio di infinita misericordia? Dove mai ho avuto bene, senza di
te; quando mai ho avuto male con te? Voglio essere povero per te, piuttosto
che ricco senza di te; voglio restare pellegrino su questa terra, con te, piuttosto
che possedere il cielo, senza di te. Giacché dove sei tu, là è cielo; e dove tu non
sei, là è morte ed inferno. Sei tu il mio desiderio ultimo; perciò io ti debbo
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seguire, con gemiti e lacrime ed alte, commosse preghiere. In una parola, non
posso avere piena fiducia in alcuno che mi venga in aiuto nelle varie necessità,
fuori che in te soltanto, mio Dio. “La mia speranza” e la mia fiducia sei tu (Sal
141,6); tu, il mio consolatore, il più fedele in ogni momento. “Ognuno va
cercando ciò che a lui giova” (Fil 2,21); e tu, o Dio, ti prefiggi soltanto la mia
salvezza e tutto volgi in bene per me. Pur quando mi esponi a varie tentazioni
e avversità, tutto questo tu lo vuoi per il mio bene, giacché quelli che tu ami usi
metterli in vario modo alla prova; e in questa prova io debbo amare e
ringraziare, non meno che quando tu mi colmi di celesti consolazioni.
In te, dunque, o Signore Dio, ripongo tutta la mia speranza; in te cerco il mio
rifugio; in te rimetto tutte le mie tribolazioni e le mie difficoltà, ché tutto trovo
debole e insicuro ciò che io vedo fuori di te. Non mi gioveranno, infatti, i molti
amici; non mi saranno di aiuto coloro che vengono a soccorrermi, per quanto
forti; non mi potranno dare un parere utile i prudenti, per quanto saggi; non mi
potranno dare conforto i libri dei sapienti; non ci sarà una preziosa ricchezza
che mi possa dare libertà; non ci sarà un luogo ameno e raccolto che mi possa
dare sicurezza, se non sarai presente tu ad aiutarmi, a confortarmi, a
consolarmi; se non sarai presente tu ad ammaestrarmi e a proteggermi. In
verità, tutte le cose che sembrano fatte per dare pace e felicità non sono nulla e
non danno realmente felicità alcuna, se non ci sei tu. Tu sei, dunque, l’ultimo
termine di ogni bene, il supremo senso della vita, la massima profondità di ogni
parola. Sperare in te sopra ogni cosa è il maggior conforto di chi si è posto al
tuo servizio. “A te sono rivolti i miei occhi (Sal 140,80); in te confido, o mio
Dio (Sal 24,1s), padre di misericordia” (2Cor 1,3). Benedici e santifica, con la
tua celeste benedizione, l’anima mia, affinché essa sia fatta tua santa dimora e
sede della eterna gloria; e nulla si trovi in questo tempio della tua grandezza,
che offenda l’occhio della tua maestà. Guarda a me, nella tua immensa bontà e
nell’abbondanza della tua misericordia; ascolta la preghiera del tuo servo, che
va peregrinando in questa terra oscura di morte. Proteggi e custodisci l’anima
di questo tuo piccolo servo, nei tanti pericoli della vita di quaggiù; dirigila con
la tua grazia per la via della pace, alla patria della eterna luce. Amen.
FINISCE IL LIBRO DELLA CONSOLAZIONE INTERIORE.
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Libro IV
INCOMINCIANO I CONSIGLI DEVOTI PER LA SANTA COMUNIONE
Parola di Cristo
“Venite a me tutti, voi che siete affaticati e oppressi; ed io vi ristorerò”, dice il
Signore (Mt 11,28).
“Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,52). “Prendete
e mangiate, questo è il mio corpo, che sarà dato per voi: fate questo in memoria
di me” (1Cor 11,24).
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me, ed io in lui” (Gv
6,57).
“Le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6,64).
Capitolo I
CON QUANTA VENERAZIONE SI DEBBA ACCOGLIERE CRISTO
Parola del discepolo
O Cristo, verità eterna. Sono queste, parole tue, anche se non pronunciate in
un solo momento, né scritte in un sol punto. E poiché sono parole tue, e
veritiere, esse devono essere accolte tutte da me con gratitudine e con fede.
Sono parole tue, pronunciate da te; ma sono anche mie, giacché le hai proferite
per la mia salvezza. E dalla tua bocca le prendo con gioia, per farle penetrare
più profondamente nel mio cuore. Parole di così grande misericordia, piene di
dolcezza e di amore, mi sollevano; ma mi atterriscono i miei peccati, e la mia
coscienza non pura mi impedisce di ricevere sì grandi misteri. La dolcezza delle
tue parole mi spinge, ma poi mi attarda il cumulo dei miei difetti. Tu mi
comandi di accostarmi a te con fiducia, se voglio stare intimamente in te; tu mi
comandi di ricevere il cibo dell’immortalità, se voglio conquistare la vita eterna
e la gloria. “Venite tutti a me – dici – voi che siete faticati e oppressi, ed io vi
ristorerò” (Mt 11,28). Dolce all’orecchio del peccatore, e piena d’intimità,
questa parola; una parola con la quale tu, o Signore Dio mio, inviti me, misero
e povero, alla comunione del tuo corpo santissimo. Ma chi sono io, o Signore,
per credermi degno di accostarmi a te? Gli immensi cieli non ti contengono, e
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tu dici: “Venite a me tutti”. Che cosa vuol dire una degnazione così
misericordiosa, un invito così pieno di amicizia? Come oserò venire, io che so
bene di non avere nulla di buono, per cui possa credermene degno? Come ti
farò entrare nella mia casa, io che molte volte ho offeso il tuo volto tanto
benigno? Gli angeli e gli arcangeli ti venerano; ti temono i santi e i beati; e tu
dici: “Venite tutti a me”. Se non fossi tu a dirlo, o Signore, chi lo crederebbe; e
se non fossi tu a comandarlo, chi avrebbe il coraggio di avvicinarsi? Ecco, Noè,
uomo giusto, lavorò cent’anni nella costruzione dell’arca, per trovare salvezza
con pochi suoi; e come potrò io, solo in un’ora, prepararmi a ricevere con
religioso timore il costruttore del mondo? Mosè, il servo tuo grande, a te
particolarmente caro, fece un’arca con legni non soggetti a marcire e la rivestì
d’oro purissimo, per riporvi le tavole della legge; ed io, putrida creatura, oserò
ricevere con tanta leggerezza te, autore della legge e datore della vita?
Salomone, il sapientissimo re d’Israele, costruì, con un lavoro di sette anni, un
tempio grandioso a lode del tuo nome; ne celebrò la dedicazione con una festa
di otto giorni e con l’offerta di mille vittime pacifiche; e collocò solennemente,
tra gioiosi suoni di tromba, l’arca dell’alleanza nel luogo per essa predisposto.
E come ti introdurrò nella mia casa, io, infelice, il più miserabile tra gli uomini;
io che, a stento, riesco a passare devotamente una mezz’ora? E fosse almeno,
una volta, una mezz’oretta passata come si deve!
O mio Dio, quanto si sforzarono di fare costoro per piacerti! Ahimé! Come è
poco quello che faccio io. Come è breve il tempo che impiego quando mi
preparo a comunicarmi: raramente tutto raccolto; ancor più raramente libero
da ogni distrazione. Mentre, alla presenza salvatrice della tua essenza divina,
non dovrebbe, di certo, affacciarsi alcun pensiero non degno di te; ed io non
dovrei lasciarmi prendere da alcuna creatura, giacché sto per ricevere nella mia
casa, non un angelo, ma il Signore degli angeli. Eppure c’è un abisso tra l’arca
dell’alleanza, con le cose sante che custodisce, e il corpo tuo purissimo, con la
sua forza indicibile; tra i sacrifici legali di allora, immagine dei sacrifici futuri, e
il tuo corpo, vittima vera, che porta a compimento tutti gli antichi sacrifici.
Perché dunque non mi infiammo di più alla tua adorabile presenza; perché non
mi preparo con cura più grande a nutrirmi della tua santità, quando quei santi
dell’Antico Testamento – patriarchi e profeti, e anche re e principi, in unione
con tutto il popolo – dimostrarono un così grande slancio devoto verso il culto
divino? Danzò il piissimo re Davide, con tutte le sue forze, la danza sacra
dinanzi all’arca di Dio, riandando col pensiero alle prove d’amore date, in
passato, da Dio ai patriarchi; apprestò strumenti vari, compose salmi e li fece
cantare in letizia, e più volte cantò lui stesso sulla cetra, mosso dalla grazia
dello Spirito Santo; istruì il popolo d’Israele a lodare Iddio con tutto il cuore, a
benedire ed esaltare ogni giorno il nome di Dio, d’una sola voce. Se allora si
viveva in così grande devozione; se di quel tempo restò il ricordo delle lodi
date a Dio davanti all’arca dell’alleanza, quanta venerazione e quanta
devozione devono essere ora in me, e in tutto il popolo cristiano, di fronte al
sacramento e nell’atto di nutrirsi del corpo di Cristo, cosa più di ogni altra
sublime? Corrono molti, fino a luoghi lontani, per vedere le reliquie dei santi e
stanno a bocca aperta a sentire le cose straordinarie compiute dai santi stessi;
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ammirano le grandi chiese; osservano e baciano le sacre ossa, avvolte in sete
intessute d’oro. Mentre qui, accanto a me, sull’altare, ci sei tu, mio Dio, santo
dei santi, il creatore degli uomini e il signore degli angeli. Spesso è la curiosità
umana che spinge a quelle visite, un desiderio di cose nuove, non mai viste; ma
se ne riporta scarso frutto di miglioramento interiore, specialmente quando il
peregrinare è così superficiale, privo di una vera contrizione. Mentre qui, nel
sacramento dell’altare, sei interamente presente tu, mio Dio, “uomo Cristo
Gesù” (1Tm 2,5); qui si riceve frutto abbondante di salvezza eterna, ogni volta
che ti accoglie degnamente e con devozione. Non una qualunque superficialità,
né la smania curiosa di vedere con i propri occhi, ci porta a questo sacramento,
ma una fede sicura, una pia speranza, un sincero amore. O Dio, invisibile
creatore del mondo, come è mirabile quello che tu fai con noi; come è soave e
misericordioso quello che concedi ai tuoi eletti, ai quali offri te stesso, come
cibo nel sacramento. Sacramento che oltrepassa ogni nostra comprensione,
trascina in modo del tutto particolare il cuore delle persone devote e infiamma
il loro amore. Anche coloro che ti seguono con pia fedeltà, coloro che regolano
tutta la loro vita al fine del perfezionamento spirituale, ricevono spesso da
questo eccelso sacramento aumento di grazia nella devozione e nell’amore della
virtù. Mirabile e nascosta, questa grazia del sacramento, che soltanto i seguaci
di Cristo conoscono, mentre non la sentono coloro che non hanno la fede e
sono asserviti al peccato. In questo sacramento è data la grazia spirituale, è
restaurata nell’anima la virtù perduta e torna l’innocenza, che era stata
deturpata dal peccato. Tanto grande è talora questa grazia che, per la pienezza
della devozione conferita, non soltanto lo spirito, ma anche il fragile corpo
sente che gli sono state date forze maggiori.
Rammarichiamoci altamente e lamentiamo la nostra tiepidezza e negligenza,
poiché non siamo tratti da un ardore più grande a ricevere Cristo, nel quale
consiste tutta la speranza e il merito della salvezza. E’ lui, infatti, “la nostra
santificazione e la nostra redenzione” (1Cor 1,30); è lui il conforto di noi che
siamo in cammino; è lui l’eterna gioia dei santi. Rammarichiamoci, dunque,
altamente che tanta gente si renda così poco conto di questo mistero di
salvezza, letizia del cielo e fondamento di tutto il mondo. Cecità e durezza del
cuore umano, non curarsi maggiormente di un dono così grande, o, godendone
tutti i giorni, finire persino col non badarvi! Se questo sacramento santissimo
si celebrasse soltanto in un certo luogo, e fosse consacrato da un solo sacerdote
in tutto il mondo, pensa da quale desiderio sarebbero tutti presi di andare in
quel luogo, a quel sacerdote, per veder celebrare i divini misteri. Ma, ecco, i
sacerdoti sono moltissimi, e Cristo viene immolato in molti luoghi; e così
quanto più è diffusa nel mondo la sacra comunione, tanto più è manifesta la
grazia e la carità di Dio verso l’uomo. Che tu sia ringraziato, o Gesù buono,
pastore eterno, che con il tuo corpo prezioso e con il tuo sangue ti sei degnato
di ristorare noi poveri ed esuli, invitandoci a ricevere questi misteri con queste
parole, uscite dalla tua stessa bocca: “venite tutti a me, voi che siete faticati ed
oppressi, ed io vi ristorerò” (Mt 11,28).
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Capitolo II
NEL SACRAMENTO SI MANIFESTANO ALL’UOMO LA GRANDE
BONTA’ E L’AMORE DI DIO
Parola del discepolo
O Signore, confidando nella tua bontà e nella tua grande misericordia, mi
appresso infermo al Salvatore, affamato e assetato alla fonte della vita, povero
al re del cielo, servo al Signore, creatura al Creatore, desolato al pietoso mio
consolatore. Ma “per qual ragione mi è dato questo, che tu venga a me?” (Lc
1,43). Chi sono io, perché tu ti doni a me; come potrà osare un peccatore di
apparirti dinanzi; come ti degnerai di venire ad un peccatore? Ché tu lo
conosci, il tuo servo; e sai bene che in lui non c’è alcunché di buono, per cui tu
gli dia tutto ciò. Confesso, dunque, la mia pochezza, riconosco la tua bontà,
glorifico la tua misericordia e ti ringrazio per il tuo immenso amore. Infatti
non è per i miei meriti che fai questo, ma per il tuo amore: perché mi si riveli
maggiormente la tua bontà, più grande mi si offra il tuo amore e l’umiltà ne
risulti più perfettamente esaltata. Poiché, dunque, questo ti è caro, e così tu
comandasti che si facesse, anche a me è cara questa tua degnazione. E voglia il
Cielo che a questo non sia di ostacolo la mia iniquità.
Gesù, pieno di dolcezza e di benignità, quanta venerazione ti dobbiamo, e
gratitudine e lode incessante, per il fatto che riceviamo il tuo santo corpo, la
cui grandezza nessuno può comprendere pienamente. Ma quali saranno i miei
pensieri in questa comunione con te, in questo avvicinarmi al mio Signore; al
mio Signore che non riesco a venerare nella misura dovuta e che tuttavia
desidero accogliere devotamente? Quale pensiero più opportuno e più salutare
di quello di abbassarmi totalmente di fronte a te, esaltando, su di me la tua
bontà infinita? Ti glorifico, o mio Dio, e ti esalto in eterno; disprezzo me
stesso, sottoponendomi a te, dal profondo della mia pochezza. Ecco, tu sei il
santo dei santi, ed io una sozzura di peccati. Ecco, tu ti abbassi verso di me, che
non sono degno neppure di rivolgerti lo sguardo. Ecco, tu vieni a me, vuoi
stare con me, mi inviti al tuo banchetto; tu mi vuoi dare il cibo celeste, mi vuoi
dare da mangiare il pane degli angeli: nient’altro, veramente, che te stesso,
“pane vivo, che sei disceso dal cielo e dai la vita al mondo (Gv 6,33.51). Se
consideriamo da dove parte questo amore, quale degnazione ci appare; quanto
profondi ringraziamenti e quante lodi ti si debbono!
Quanto fu utile per la nostra salvezza il tuo disegno, quando hai istituito
questo sacramento; come è soave e lieto questo banchetto, nel quale hai dato in
cibo te stesso! Come è ammirabile questo che tu fai; come è efficace la tua
potenza e infallibile la tua verità. Infatti, hai parlato “e le cose furono” (Sal 148,
5); e fu anche questo sacramento, che tu hai comandato. Mirabile cosa, degna
della nostra fede; cosa che oltrepassa la umana comprensione che tu, o Signore
Dio mio, vero Dio e uomo, sia tutto sotto quella piccola apparenza del pane e
del vino; e che tu sia mangiato senza essere consumato. “Tu, o Signore di
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tutti”, che, di nessuno avendo bisogno, hai voluto, per mezzo del Sacramento,
abitare fra noi (2 Mac 14,35), conserva immacolato il mio cuore e il mio corpo,
affinché io possa celebrare sovente i tuoi misteri, con lieta e pura coscienza; e
possa ricevere, a mia salvezza eterna, ciò che tu hai stabilito e istituito
massimamente a tua glorificazione e perenne memoria di te.
Rallegrati, anima mia, e rendi grazie a Dio per un dono così sublime, per un
conforto così straordinario, lasciato a te in questa valle di lacrime. In verità,
ogni qualvolta medito questo mistero e ricevi il corpo di Cristo, lavori alla tua
redenzione e ti rendi partecipe di tutti i meriti di Cristo. Mai non viene meno,
infatti, l’amore di Cristo; né si esaurisce la grandezza della sua intercessione. E’
dunque con animo sempre rinnovato che ti devi disporre a questo Sacramento;
è con attenta riflessione che devi meditare il mistero della salvezza. E quando
celebri la Messa, o l’ascolti, ciò deve apparirti un fatto così grande, così
straordinario e così pieno di gioia, come se, in quello stesso giorno, scendendo
nel seno della Vergine, Cristo si facesse uomo, patisse e morisse pendendo
dalla croce.
Capitolo III
UTILITA’ DELLA COMUNIONE FREQUENTE
Parola del discepolo
Ecco, io vengo a te, o Signore, per trarre beneficio dal tuo dono e ricevere
allegrezza al banchetto santo, “che, nella tua bontà, o Dio, hai preparato al
misero” (Sal 67,11). Ecco, quanto io posso e debbo desiderare sta tutto in te; tu
sei la mia salvezza, la redenzione, la speranza, la fortezza, la maestà e la gloria.
“Ricolma dunque oggi di letizia l’anima del tuo servo, perché, o Signore Gesù,
a te ho innalzato l’anima mia” (Sal 85,4). Ardentemente desidero ora riceverti,
con devozione e venerazione; desidero introdurti nella mia casa, per meritare,
come Zaccheo, di essere da te benedetto e di essere annoverato tra i figli
d’Abramo. L’anima mia ha fame del tuo corpo; il mio cuore arde di farsi una
cosa sola con te. Dammi in dono te stesso, e mi basta; poiché non c’è
consolazione che abbia valore, fuori di te. Non posso stare senza di te; non
riesco a vivere senza la tua presenza. E così occorre che io mi accosti
frequentemente a te, ricevendoti come mezzo della mia salvezza. Che non mi
accada di venir meno per strada, se fossi privato di questo cibo celeste. Tu
stesso, o Gesù tanto misericordioso, predicando alle folle e guarendo varie
malattie, dicesti una volta: “non li voglio mandare alle loro case digiuni, perché
non vengano meno per strada” (Mt 15,32). Fa’, dunque, la stessa cosa ora con
me; tu, che, per dare conforto ai fedeli, hai lasciato te stesso in sacramento. Sei
tu, infatti, il soave ristoro dell’anima; e chi ti mangia degnamente sarà
partecipe ed erede della gloria eterna. Poiché, dunque, io cado tanto spesso in
peccato, e intorpidisco e vengo meno tanto facilmente, è veramente necessario
101
che, pregando, confessandomi frequentemente e prendendo il santo cibo del
tuo corpo, io mi rinnovi, mi purifichi e mi infiammi; cosicché non avvenga che,
per una prolungata astinenza, io mi allontani dal mio santo proposito. In
verità, “i sensi dell’uomo, fin dall’adolescenza, sono proclivi al male” (Gn 8,21);
tosto egli cade in mali peggiori, se non lo soccorre la medicina celeste. Ed è
appunto la santa Comunione che distoglie l’uomo dal male e lo rafforza nel
bene. Che se ora sono così spesso svogliato e tiepido nella Comunione o nella
celebrazione della Messa, che cosa sarebbe di me, se non prendessi questo
rimedio e non cercassi un così grande aiuto? Anche se non mi sento sempre
degno e pienamente disposto a celebrare, farò in modo di ricevere, in tempi
opportuni, questi divini misteri e di rendermi partecipe di una grazia così
grande. Giacché la principale, anzi l’unica, consolazione dell’anima fedele –
finché va peregrinando, lontana da te, entro il corpo mortale – consiste proprio
in questo, nel ricordarsi frequentemente del suo Dio e nel ricevere, in spirito di
devozione, il suo diletto.
Oh!, meravigliosa degnazione della tua misericordia verso di noi, che tu,
Signore Dio, creatore e vivificatore di tutti gli spiriti celesti, ti abbassi a venire
in questa anima poveretta, saziando la sua fame con la tua divinità e insieme
con la tua umanità. Felice quello spirito, beata quell’anima che merita di
ricevere devotamente te, Signore e Dio, colmandosi in tal modo di gioia
interiore. Quale grande signore essa accoglie; quale amato ospite, qual
piacevole compagno riceve; quale fedele amico accetta; quale nobile e bello
sposo essa abbraccia, degno di amore più di ogni persona cara e di ogni cosa
che si possa desiderare. Tacciano dinanzi a te, o dolcissimo mio diletto, il cielo
e la terra, con tutte le loro bellezze; giacché dalla degnazione della tua
munificenza cielo e terra ricevono quanto hanno di grande e di nobile, pur non
arrivando essi alla grandezza del tuo nome, “immenso nella sua sapienza” (Sal
146,5).
Capitolo IV
MOLTI SONO I BENEFICI CONCESSI A COLORO CHE SI
COMUNICANO DEVOTAMENTE
Parola del discepolo
Signore Dio mio, “con la dolcezza delle tue benedizioni” (Sal 20,4) vieni in
soccorso a me, tuo servo, affinché io possa accostarmi degnamente e
devotamente al tuo grande sacramento. Muovi il mio cuore verso di te e
scuotimi dal mio grande torpore. “Vieni a me con la tua forza salvatrice” (Sal
105,4), cosicché io possa gustare in ispirito la tua dolcezza, insita tutta in
questo sacramento, quasi sua fonte. Apri i miei occhi, cosicché io possa
intravvedere un così grande mistero; dammi la forza di credere in esso, con
fede sicura. Tutto ciò è infatti opera delle tue mani, non opera dell’uomo; tua
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sacra istituzione, non invenzione umana. Quindi non v’è alcuno che possa da sé
solo comprendere pienamente queste cose, che superano anche l’intelligenza
degli angeli. Ed io, indegno peccatore, polvere e cenere, come potrò mai
sondare e comprendere, un così profondo e santo mistero? O Signore, nella
semplicità del mio cuore, in pienezza e sicurezza di fede e in adesione al tuo
comando, mi accosto a te con sentimenti di speranza e di devozione: credo
veramente che tu sia presente qui nel Sacramento, Dio e uomo. Tu vuoi che io
ti accolga in me, in unione d’amore. Perciò domando alla tua clemenza ed
imploro il dono di questa grazia speciale, di essere totalmente immedesimato in
te, in sovrabbondanza d’amore e di non più ricercare altra consolazione.
Giacché questo Sacramento, così alto e prezioso, è salvezza dell’anima e del
corpo e rimedio ad ogni infermità dello spirito. Per mezzo di questo
Sacramento vengono curati i miei vizi; le passioni sono frenate; le tentazioni
sono sconfitte o almeno diminuite; viene aumentata la grazia, rafforzata la
virtù cui si è posto mano, rinsaldata la fede, rinvigorita la speranza e l’amore
fatto più ardente e più grande.
O mio Dio, “tu che innalzi l’anima mia” (Sal 53,6), e ripari all’umana fragilità
con il dono di ogni consolazione interiore, tu hai concesso e ancora spesso
concedi nel Sacramento grandi benefici ai tuoi diletti che devotamente si
comunicano. Tu infondi in essi grande conforto nelle varie tribolazioni,
innalzandoli dal fondo della loro prostrazione alla speranza del tuo aiuto; tu li
ricrei interiormente e li fai risplendere con una grazia rinnovata. Così, mentre
prima della Comunione si sentivano angosciati e privi d’amore, poi, ristorati
dal cibo e dalla bevanda celeste, si trovano trasformati e migliori. E questo tu
fai generosamente con i tuoi eletti, affinché essi conoscano in verità, ed
esperimentino chiaramente, quanto siano deboli per se stessi e quale bontà e
grazia ottengano da te. Giacché, per se stessi, sono freddi, duri e mancanti di
devozione; invece, per tuo dono, sono fatti degni di essere fervorosi, alacri e
pieni di devozione. Chi mai, essendosi accostato umilmente alla fonte stessa
della soavità, non riporta anche solo un poco di dolcezza; chi mai, stando
accanto a un grande fuoco, non ne risente un po’ di calore? Ora, tu sei la fonte
sempre piena, straboccante; tu sei il fuoco sempre vivo, che mai non si
estingue. Perciò, anche se non posso attingere alla pienezza di questa fonte e
bere a sazietà, metterò ugualmente la bocca all’orlo della celeste cannella, per
prendere almeno una piccola goccia, a saziare la mia sete, onde non inaridire
del tutto. Anche se non posso essere ancora nella pienezza della beatitudine
celeste, né posso essere ardente come un cherubino o un serafino, mi sforzerò
tuttavia di perseverare nella devozione e di predisporre l’anima mia ad
impadronirsi di una, sia pur piccola, fiamma del divino incendio, nutrendosi
umilmente al sacramento della salvezza. A quello che mi manca, supplisci tu,
con benignità e misericordia, o buon Gesù, salvatore santissimo; tu che ti sei
degnato di chiamare tutti a te, dicendo: “venite a me voi tutti che siete affaticati
ed oppressi, ed io vi ristorerò (Mt 11,28). In verità io mi affatico, e suda il mio
volto; il mio cuore è tormentato da sofferenze interiori; sono oppresso dai
peccati, legato e schiacciato da molte passioni perverse. “E non c’è nessuno che
possa aiutarmi” (Sal 21,12), non c’è nessuno “che possa liberarmi e
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soccorrermi” (Sal 7,3), all’infuori di te, “Dio mio salvatore” (Sal 24,5), al quale
affido me stesso e ogni mia cosa, perché tu mi custodisca e mi conduca alla vita
eterna. Accettami a lode e gloria del tuo nome; tu che hai apprestato il tuo
corpo e il tuo sangue quale cibo e bevanda. O “Signore Dio, mia salvezza” (Sal
26,9), fa’ che nella dimestichezza del tuo mistero s’accresca lo slancio della mia
devozione.
Capitolo V
GRANDEZZA DEL SACRAMENTO E CONDIZIONE DEL SACERDOTE
Parola del Diletto
Anche se tu avessi la purezza degli angeli e la santità di San Giovanni Battista,
non saresti degno di ricevere o anche solo di toccare questo sacramento. Non
dipende infatti dai meriti degli uomini che si consacri e si tocchi il sacramento
di Cristo, e ci si nutra del pane degli angeli. Grande è l’ufficio, grande la
dignità dei sacerdoti, ai quali è dato quello che non è concesso agli angeli;
giacché soltanto i sacerdoti, ordinati regolarmente nella Chiesa, hanno il
potere di celebrare e di consacrare il corpo di Cristo. Il sacerdote, invero, è
servo di Dio: si vale della parola di Dio, per comando e istituzione di Dio. Nel
sacramento, attore primo, invisibilmente operante, è Dio, al quale è sottoposta
ogni cosa, secondo il suo volere, in obbedienza al suo comando. In questo
sublime sacramento, devi dunque credere più a Dio onnipotente che ai tuoi
sensi o ad alcun segno visibile; a questa realtà, istituita da Dio, ti devi accostare
con reverenza e con timore. “Rifletti su te stesso” e considera di chi sei stato
fatto ministro, con l’imposizione delle mani da parte del vescovo (1Tm
4,16.14). Ecco, sei stato fatto sacerdote e consacrato per celebrare. Vedi,
dunque, di offrire il sacrificio a Dio con fede, con devozione, e al tempo
conveniente; vedi di offrire te stesso, irreprensibile. Non si è fatto più leggero il
tuo carico; anzi sei ormai legato da un più stretto vincolo di disciplina e sei
tenuto a una maggiore perfezione di santità.
Il sacerdote deve essere ornato di ogni virtù e offrire agli altri l’esempio di una
vita santa; abituale suo rapporto non sia con la gente volgare secondo modi
consueti a questo mondo, ma con gli angeli in cielo o con la gente santa, in
terra. Il sacerdote, rivestito delle sacre vesti, fa le veci di Cristo,
supplichevolmente e umilmente pregando Iddio per sé e per tutto il popolo.
Egli porta, davanti e dietro, il segno della croce del Signore, perché abbia
costante ricordo della passione di Cristo; davanti, sulla casula, porta la croce,
perché guardi attentamente a quelle che sono le orme di Cristo, e abbia cura di
seguirla con fervore; dietro è pure segnato dalla croce, perché sappia
sopportare con dolcezza ogni contrarietà che gli venga da altri. Porta davanti
la croce, perché pianga i propri peccati; e la porta anche dietro, perché pianga
compassionevolmente anche i peccati commessi da altri, e sappia di essere stato
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posto tra Dio e il peccatore, non lasciandosi illanguidire nella preghiera e
nell’offerta, fin che non sia fatto degno di ottenere grazia e misericordia. Con la
celebrazione, il sacerdote rende onore a Dio, fa lieti gli angeli, dà motivo di
edificazione ai fedeli, aiuta i vivi, appresta pace ai defunti e fa di se stesso il
dispensatore di tutti i benefici divini.
Capitolo VI
INVOCAZIONE PER PREPARARSI ALLA COMUNIONE
Parola del discepolo
Quando considero, o Signore, la tua grandezza e la mia miseria, mi metto a
tremare forte e mi confondo. Ché, se non mi accosto al sacramento, fuggo la
vita; e se lo faccio indegnamente, cado nello scandalo. Che farò, o mio Dio,
“mio aiuto” (Is 50,7) e mia guida nella mia miseria? Insegnami tu la strada
sicura; mettimi dinanzi una opportuna, breve istruzione per la santa
Comunione; giacché è buona cosa conoscere con quale devozione e reverenza io
debba preparare il mio cuore a ricevere con profitto il tuo sacramento e a
celebrare un così grande, divino sacrificio.
Capitolo VII
L’ESAME DI COSCIENZA E IL PROPOSITO DI CORREGGERSI
Parola del Diletto
Sopra ogni cosa è necessario che il sacerdote di Dio si appresti a celebrare, a
toccare e a mangiare questo sacramento con somma umiltà di cuore e supplice
reverenza, con piena fede e devota intenzione di dare gloria a Dio. Esamina
attentamente la tua coscienza; rendila, per quanto ti è possibile, pura e
luminosa per mezzo del sincero pentimento e dell’umile confessione dei tuoi
peccati, cosicché nulla di grave tu abbia, o sappia di avere, che ti sia di
rimprovero e ti impedisca di accedere liberamente al Sacramento. Abbi
dispiacere di tutti i tuoi peccati in generale; e maggiormente, in particolare,
abbi dolere e pianto per le tue colpe di ogni giorno. Se poi ne hai il tempo,
confessa a Dio, nel segreto del tuo cuore, tutte le miserie delle tue passioni.
Piangi e ti rincresca di essere ancora così legato alla carne e al mondo; così
poco mortificato di fronte alle passioni e così pieno di impulsi di concupiscenza;
così poco vigilante su ciò che percepiscono di fuori i sensi, così spesso perduto
dietro a vane fantasie; così fortemente inclinato verso le cose esteriori e così
poco attento a ciò che è dentro di noi; così facile al riso e alla dissipazione e così
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restio al pianto e alla compunzione; così pronto alla rilassatezza e alle comodità
materiali, così pigro, invece, al rigore e al fervore; così avido di udire o vedere
cose nuove e belle, e così lento ad abbracciare ciò che è basso e spregevole; così
smanioso di molto possedere e così tenace nel tenere per te; così sconsiderato
nel parlare e così incapace di tacere; così disordinato nella condotta e così
avventato nell’agire; così profuso nel cibo; così sordo alla parola di Dio; così
sollecito al riposo e così tardo al lavoro; così attento alle chiacchiere, così pieno
di sonno nelle sacre veglie, compiute distrattamente affrettandone col
desiderio la fine; così negligente nell’adempiere alle Ore, così tiepido nella
celebrazione della Messa, così arido nella Comunione; così facilmente distratto,
così di rado pienamente raccolto in te stesso; così subitamente mosso all’ira,
così facile a far dispiacere agli altri; così proclive a giudicare, così severo
nell’accusare; così gioioso quando le cose ti vanno bene e così poco forte nelle
avversità; così facile nel proporti di fare molte cose buone, ma capace, invece, di
realizzarne ben poche.
Confessati e deplorati, con dolore e con grande amarezza per la tua fragilità,
questi e gli altri tuoi difetti, fa’ il fermo proponimento di correggere per
sempre la tua vita e di progredire maggiormente. Dopo di che, rimettendo a
me completamente ogni tua volontà, offri te stesso sull’altare del tuo cuore, a
gloria del mio nome, sacrificio perpetuo, affidando a me con fede il tuo corpo e
la tua anima; cosicché tu ottenga di accostarti degnamente ad offrire a Dio la
Messa e a mangiare il sacramento del mio corpo, per la tua salvezza. Non v’è
dono più appropriato; non v’è altro modo per riscattare e cancellare
pienamente i peccati, all’infuori della totale e perfetta offerta di se stessi a Dio,
nella Messa e nella Comunione, insieme con l’offerta del corpo di Cristo. Se
uno farà tutto quanto gli è possibile e si pentirà veramente, ogni volta che
verrà a me per ottenere il perdono e la grazia, “Io vivo, dice il Signore, e non
voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 33,11): “giacché
più non mi ricorderò dei suoi peccati” (Eb 10,17), ma tutti gli saranno rimessi.
Capitolo VIII
L’OFFERTA DI CRISTO SULLA CROCE E LA DONAZIONE DI NOI
STESSI
Parola del Diletto
Con le braccia stese sulla croce, tutto nudo il corpo, io offersi liberamente me
stesso a Dio Padre, per i tuoi peccati, cosicché nulla fosse in me che non si
trasformasse in sacrificio, per placare Iddio. Allo stesso modo anche tu devi
offrire a me volontariamente te stesso, con tutte le tue forze e con tutto il tuo
slancio, dal più profondo del cuore, in oblazione pura e santa. Che cosa posso io
desiderare da te più di questo, che tu cerchi di offrirti a me interamente?
Qualunque cosa tu mi dia, fuor che te stesso, l’ho per un nulla, perché io non
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cerco il tuo dono, ma te. Come non ti basterebbe avere tutto, all’infuori di me,
così neppure a me potrebbe piacere qualunque cosa tu mi dessi, senza l’offerta
di te. Offriti a me; da te stesso totalmente a Dio: così l’oblazione sarà gradita.
Ecco, io mi offersi tutto al Padre, per te; diedi persino tutto il mio corpo e il
mio sangue in cibo, perché io potessi essere tutto tuo e perché tu fossi sempre
con me. Se tu, invece, resterai chiuso in te, senza offrire volontariamente te
stesso secondo la mia volontà, l’offerta non sarebbe piena e la nostra unione
non sarebbe perfetta. Perché, se vuoi giungere alla vera libertà e avere la mia
grazia, ogni tuo atto deve essere preceduto dalla piena offerta di te stesso nelle
mani di Dio. Proprio per questo sono così pochi coloro che raggiungono la luce
e l’interiore libertà, perché non sanno rinnegare totalmente se stessi.
Immutabili sono le mie parole: se uno non avrà rinunciato a “tutto, non potrà
essere mio discepolo” (Lc 14,33). Tu, dunque, se vuoi essere mio discepolo,
offriti a me con tutto il cuore.
Capitolo IX
OFFRIRE NOI STESSI A DIO, CON TUTTO QUELLO CHE E’ IN NOI,
PREGANDO PER TUTTI
Parola del discepolo
Tue sono le cose, o Signore, quelle del cielo e quelle della terra: a te voglio,
liberamente, offrire me stesso e restare tuo per sempre. O Signore, con cuore
sincero, oggi io mi dono a te in perpetuo servizio, in obbedienza e in sacrificio
di lode perenne. Accettami, insieme con questa offerta santa del tuo corpo
prezioso, che io – alla presenza e con l’assistenza invisibile degli angeli – ora ti
faccio, per la mia salvezza e per la salvezza di tutto il popolo, O Signore,
sull’altare della tua espiazione offro a te tutti i miei peccati e le colpe da me
commesse al cospetto tuo e dei tuoi santi angeli, dal giorno in cui fui capace di
peccare fino ad oggi; affinché tutto tu accenda e consumi nel fuoco del tuo
amore, cancellando ogni macchia dei miei peccati; affinché tu purifichi la mia
coscienza da ogni colpa; affinché tu mi ridia la tua grazia, che ho perduta col
peccato, tutto perdonando e misericordiosamente accogliendomi nel bacio della
pace. Che posso io fare per i miei peccati, se non confessarli umilmente nel
pianto e pregare senza posa per avere la tua intercessione? Ti scongiuro,
dammi benevolo ascolto, mentre mi pongo dinanzi a te, o mio Dio. Grande
disgusto io provo per tutti i miei peccati; non voglio più commetterne, anzi di
essi mi dolgo e mi dorrò per tutta la vita, pronto a fare penitenza e, per quanto
io possa, a pagare per essi. Rimetti, o Signore, rimetti i miei peccati, per il tuo
santo nome: salva l’anima mia, che tu hai redenta con il tuo sangue prezioso.
Ecco, io mi affido alla tua misericordia; mi metto nelle tue mani. Opera tu con
me secondo la tua bontà, non secondo la mia perfidia e la mia iniquità. Anche
tutto quello che ho di buono, per quanto sia molto poco e imperfetto, lo offro a
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te, affinché tu lo perfezioni e lo santifichi; affinché ti sia gradito e tu voglia
accettarlo, accrescendone il valore; affinché tu voglia portarmi – inoperoso e
inutile piccolo uomo, qual sono – a un termine beato e glorioso. Offro
parimenti a te tutti i buoni desideri delle persone devote e le necessità dei
parenti e degli amici, dei fratelli e delle sorelle, di tutti i miei cari e di coloro
che, per amor tuo, fecero del bene a me o ad altri; infine di tutte le persone –
quelle ancora in vita e quelle che già hanno lasciato questo mondo – che da me
desiderarono e chiesero preghiere e sante Messe, per loro e per tutti i loro cari.
Che tutti sentano venire sopra di sé l’aiuto della tua grazia, l’abbondanza della
consolazione, la protezione dai pericoli, la liberazione dalle pene! Che tutti,
liberati da ogni male, ti rendano in letizia grazie solenni. Ancora, e in modo
speciale, ti offro preghiere e sacrifici di espiazione per quelli che mi hanno fatto
qualche torto, mi hanno cagionato dolore, mi hanno calunniato o recato danno,
mi hanno messo in difficoltà; e anche per tutti quelli ai quali io ho dato talora
motivo di tristezza e di turbamento, di dolore o di scandalo, con parole o con
fatti, consciamente oppure no, affinché tu perdoni parimenti a tutti noi i nostri
peccati e le offese vicendevoli. O Signore, strappa dai nostri cuori ogni
sospetto, ogni sdegno, ogni collera, ogni contesa e tutto ciò che possa ferire la
carità e affievolire l’amore fraterno. Abbi compassione, o Signore, di noi che
imploriamo la tua misericordia; concedi la tua grazia a noi che ne abbiamo
bisogno; fa che noi siamo fatti degni di godere della tua grazia e che possiamo
avanzare verso la vita eterna.
Capitolo X
LA SANTA COMUNIONE NON VA TRALASCIATA CON
LEGGEREZZA
Voce del Diletto
A questa sorgente della grazia e della misericordia divina, a questa sorgente
della bontà e di ogni purezza devi ricorrere frequentemente, fino a che tu non
riesca a guarire dalle tue passioni e dai tuoi vizi; fino a che tu non ottenga di
essere più forte e più vigilante contro tutte le tentazioni e gli inganni del
diavolo. Questi, il nemico, ben sapendo quale sia il beneficio e il rimedio grande
insito nella santa Comunione, tenta in ogni modo e in ogni momento di
ostacolare, per quanto può, le anime fedeli e devote, distogliendole da essa.
Taluni, infatti, quando vogliono prepararsi alla santa Comunione, subiscono i
più forti assalti del demonio. Lo spirito del male – come è detto nel libro di
Giobbe (1,6; 2,1) – viene in mezzo ai figli di Dio, per turbarli, con la consueta
sua perfidia, e per renderli troppo timorosi e perplessi, finché non abbia
affievolito il loro slancio o abbia loro strappato, di forza, la fede: nella speranza
che essi lascino del tutto la Comunione o vi si accostino con poco fervore. Ma
non ci si deve curare per nulla delle sue astuzie e delle sue suggestioni, per
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quanto turpi e terrorizzanti, Su di lui bisogna ritorcere le immaginazioni che
provengono da lui. Va disprezzato e deriso, quel miserabile. Per quanti assalti
egli compia e per quante agitazioni egli susciti, la santa Comunione non deve
essere tralasciata. Talora avviene che siano di ostacolo alla Comunione persino
una eccessiva preoccupazione di essere sufficientemente devoti e una certa
angustia dubbiosa sul confessarsi. Ma tu agisci secondo il consiglio dei saggi,
tralasciando ansie e scrupoli, che costituiscono impedimento alla grazia divina
e distruggono lo spirito di devozione. Non lasciare la santa Comunione, per
ogni piccola difficoltà o stanchezza. Ma va subito a confessarti e perdona di
cuore agli altri ogni offesa ricevuta; che se tu hai offeso qualcuno e chiedi
umilmente scusa, il Signore prontamente avrà misericordia di te.
Che giova ritardare tanto la confessione o rimandare la santa Comunione?
Purificati al più presto; sputa subito il veleno; corri a prendere il rimedio: ti
sentirai meglio che se tu avessi differito tutto ciò. Se oggi, per una piccola cosa,
rinunci, domani forse accadrà qualcosa di più grave: così ti potrebbe essere
impossibile per lungo tempo, la Comunione e potresti diventare ancora più
indegno. Scuotiti al più presto dalla stanchezza e dall’inerzia, in cui oggi ti
trovi: non serve a nulla restare a lungo nell’ansietà e tirare avanti nel
turbamento, separandoti, in tal modo, per questi quotidiani ostacoli, dalle cose
divine. Anzi è molto dannoso rimandare tanto la Comunione, perché ciò suole
anche ingenerare grave torpore. Avviene persino – cosa ben dolorosa – che
taluni, nella loro tiepidezza e leggerezza, accettino di buon grado questi ritardi
della confessione, e desiderino di ritardare così la santa Comunione, proprio
per non essere obbligati a una più severa custodia di sé. Oh!, come è scarso
l’amore, come è fiacca la devozione di coloro che rimandano tanto facilmente la
Comunione. E come è felice e caro a Dio colui che vive in modo da custodire la
sua coscienza in una tale limpidezza da essere pronto e pieno di desiderio di
comunicarsi anche ogni giorno, se gli fosse consentito e se potesse farlo senza
essere criticato. Se uno qualche volta si astiene dalla Comunione per umiltà, o
per un giusto impedimento, gli va data lode, a causa del suo rispettoso timore.
Se invece fa questo per una sorta di torpore, che si è insinuato in lui, deve
scuotersi e agire, quanto gli è possibile: il Signore aderirà al suo desiderio,
grazie alla buona volontà, alla quale Dio guarda in modo speciale.
Se, invece, uno è trattenuto da ragioni valide, ma avrà la buona volontà e la
devota intenzione di comunicarsi, costui non mancherà dei frutti del
Sacramento. Giacché ognuno che abbia spirito di devozione può, in ogni giorno
e in ogni ora, darsi salutarmente, senza che alcuno glielo impedisca, alla
comunione spirituale con Cristo; pur dovendo, in certi giorni e nel tempo
stabilito, con reverente affetto, prendere sacramentalmente in cibo il corpo del
suo Redentore, mirando più a dare lode e onore a Dio che ad avere
consolazione per sé. Infatti questo invisibile ristoro dell’anima, che è la
comunione spirituale, si ha ogni volta che uno medita con devozione il mistero
dell’incarnazione e della passione di Cristo, accendendosi di amore per lui. Chi
si prepara soltanto perché è imminente il giorno festivo, o perché la
consuetudine lo sospinge, è per lo più tutt’altro che pronto. Beato colui che si
offre a Dio in sacrificio ogni qualvolta celebra la Messa o si comunica.
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Nel celebrare, non essere né troppo prolisso né troppo frettoloso; ma osserva il
ragionevole uso, comune a coloro con i quali ti trovi a vivere. Non devi, infatti,
ingenerare in altri fastidio e noia; devi mantenere invece la via consueta,
secondo la volontà dei superiori, e badare più all’utile degli altri, che alla tua
devozione e al tuo sentimento.
Capitolo XI
IL CORPO DI CRISTO E LA SACRA SCRITTURA MASSIMAMENTE
NECESSARI ALL’ANIMA DEVOTA
Parola del discepolo
O soave Signore Gesù, quanto è dolce all’anima devota sedere alla tua mensa,
al tuo convito, nel quale le viene presentato come cibo nient’altro all’infuori di
te, unico suo amato, desiderabile più di ogni desiderio del suo cuore. Anche per
me sarebbe cosa soave sciogliermi in pianto, con profonda commozione,
dinanzi a te, e, con la Maddalena amorosa, bagnare di lacrime i tuoi piedi. Ma
dove è tanto slancio di devozione; dove è una tale profusione di lacrime sante?
Eppure, alla tua presenza e alla presenza dei tuoi angeli, dovrei ardere tutto
nell’intimo e piangere di gioia; giacché nel Sacramento ti possiedo veramente
presente, per quanto nascosto sotto altra apparenza. Infatti i miei occhi non ti
potrebbero sostenere, nella tua luce divina; anzi neppure il mondo intero
potrebbe sussistere, dinanzi al fulgore della tua maestà. Tu vieni incontro,
dunque, alla mia debolezza, nascondendoti sotto il Sacramento. Possiedo
veramente ed adoro colui che gli angeli adorano in cielo. Io lo adoro per ora
nella fede; gli angeli, invece, faccia a faccia, senza alcun velo. Io devo starmene
nel lume della fede, e camminare in essa, finché appaia il giorno dell’eterna luce
e venga meno il velo delle figure simboliche (cf. Ct 2,17; 4,6). “Quando poi
verrà il compimento di tutte le cose” (1Cor 13,10), cesserà l’uso dei segni
sacramentali. Nella gloria del cielo, i beati non hanno bisogno infatti del
rimedio dei sacramenti: il loro gaudio non ha termine, essendo essi alla
presenza di Dio, vedendo essi, faccia a faccia, la sua gloria. Passano di luce in
luce fino agli abissi della divinità, e gustano appieno il verbo di Dio fatto carne,
quale fu all’inizio e quale rimane in eterno. Conscio di queste cose
meravigliose, trovo molesta persino ogni consolazione spirituale: infatti tutto
ciò che vedo e odo quaggiù lo considero un niente, fino a che non veda
manifestamente il mio Signore, nella sua gloria. Tu mi sei testimone, o Dio,
che non c’è cosa che mi possa dare conforto, non c’è creatura che mi possa dare
contentezza, all’infuori di te, che bramo contemplare in eterno. Ma ciò non è
possibile mentre sono in questa vita mortale; e perciò occorre che mi rassegni a
una grande pazienza e mi sottometta a te in tutti i miei desideri. Anche i tuoi
santi, o Signore, che ora esultano in te nel regno dei cieli, aspettarono l’evento
della tua gloria, mentre erano in questa vita, con fede e con pazienza grande.
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Ciò che essi credettero, credo anch’io; ciò che essi sperarono, spero anch’io;
dove essi giunsero, confido, per la tua grazia, di giungere anch’io. Frattanto,
camminerò nella fede, irrobustito dagli esempi dei santi. Terrò poi, “come
conforto” (1Mac 12,9) e specchio di vita, i libri santi; soprattutto terrò, come
unico rimedio e come rifugio, il tuo Corpo santissimo.
In verità, due cose sento come massimamente necessarie per me, quaggiù;
senza di esse questa vita di miserie mi sarebbe insopportabile. Trattenuto nel
carcere di questo corpo, di due cose riconosco di avere bisogno, cioè di
alimento e di luce. E a me, che sono tanto debole, tu hai dato, appunto come
cibo il tuo santo corpo, e come lume hai posto dinanzi ai miei piedi “la tua
parola” (Sal 118,105). Poiché la parola di Dio è luce dell’anima e il tuo
Sacramento è pane di vita, non potrei vivere santamente se mi mancassero
queste due cose. Le quali potrebbero essere intese come le “due mense” (Ez
40,40) poste da una parte e dall’altra nel prezioso tempio della santa Chiesa;
una, la mensa del sacro altare, con il pane santo, il prezioso corpo di Cristo;
l’altra la mensa della legge di Dio, compendio della santa dottrina, maestra di
vera fede, e sicura guida, al di là del velo del tempio, al sancta sanctorum (Eb
6,19s; 9,3).
Ti siano, dunque, rese grazie, o Signore Gesù, che brilli di eterna luce, per
questa mensa della santa dottrina, che ci hai preparato per mezzo dei tuoi
servi, i profeti, gli apostoli e gli altri dottori. Ti siano rese grazie, Creatore e
Redentore degli uomini, che, per dimostrare al mondo intero il tuo amore, hai
preparato la grande cena, in cui disponesti come cibo, non già il simbolico
agnello, ma il tuo corpo santissimo e il tuo sangue, inebriando tutti i tuoi fedeli
al calice della salvezza e colmandoli di letizia al tuo convito: il convito che
compendia tutte le delizie del paradiso e nel quale banchettano con noi, e con
più dolce soavità, gli angeli santi. Quale grandezza, quale onore, nell’ufficio dei
sacerdoti, ai quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo;
di benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene
con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure
quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il
cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l’autore della purezza. Non una
parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del sacerdote,
che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono essere gli occhi
di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di Cristo; pure ed
elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente toccano il Creatore del
cielo e della terra. E’ proprio per i sacerdoti che è detto nella legge: “siate santi,
perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2). Onnipotente Iddio,
venga in nostro soccorso la tua grazia, affinché noi, che abbiamo assunto
l’ufficio sacerdotale, sappiamo stare intimamente vicini a te, in modo degno,
con devozione, in grande purezza di cuore e con coscienza irreprensibile. Che
se non possiamo mantenerci in così piena innocenza di vita, come dovremmo,
almeno concedi a noi di piangere sinceramente il male che abbiamo compiuto;
concedi a noi di servirti, per l’avvenire, più fervorosamente, in spirito di umiltà
e con proposito di buona volontà.
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Capitolo XII
COLUI CHE SI APPRESTA A COMUNICARSI CON CRISTO VI SI DEVE
PREPARARE CON SCRUPOLOSA DILIGENZA
Voce del Diletto
Io sono colui che ama la purezza; io sono colui che dona ogni santità. Io cerco
un cuore puro: là è il luogo del mio so. Allestisci e “apparecchia per me
un’ampia sala ove cenare (Mc 14,15; Lc 22,12), e farò la Pasqua presso di te con
i miei discepoli”. Se vuoi che venga a te e rimanga presso di te, espelli “il
vecchio fermento” (1Cor 5,7) e purifica la dimora del tuo cuore. Caccia fuori
tutto il mondo e tutto il disordine delle passioni; sta “come il passero solitario
sul tetto” (Sal 101,8) e ripensa, con amarezza di cuore, ai tuoi peccati. Invero,
colui che ama prepara al suo caro, da cui è amato, il luogo migliore e più bello:
di qui si conosce l’amorosa disposizione di chi riceve il suo diletto. Sappi
tuttavia che, per questa preparazione – anche se essa durasse un intero anno e
tu non avessi altro in mente – non potresti mai fare abbastanza con le tue sole
forze. E’ soltanto per mia benevolenza e per mia grazia, che ti viene concesso di
accostarti alla mensa: come se un poveretto fosse chiamato al banchetto di un
ricco e non avesse altro modo per ripagare quel beneficio che farsi piccolo e
rendere grazie. Fa’ dunque tutto quello che sta in te; fallo con tutta attenzione,
non per abitudine, non per costrizione. Il corpo del tuo Diletto Signore Dio,
che si degna di venire a te, accoglilo con timore, con venerazione, con amore.
Sono io ad averti chiamato; sono io ad aver comandato che così fosse fatto; sarò
io a supplire a quel che ti manca. Vieni ed accoglimi. Se ti concedo la grazia
della devozione, che tu ne sia grato al tuo Dio; te la concedo, non già per il
fatto che tu ne sia degno, ma perché ho avuto misericordia di te. Se non hai
questa devozione, e ti senti piuttosto arido, insisti nella preghiera, piangi e
bussa, senza smettere finché non avrai meritato di ricevere almeno una briciola
o una goccia della grazia di salvezza. Sei tu che hai bisogno di me, non io di te.
Sono io che vengo a santificare te e a farti migliore, non sei tu che vieni a dare
santità a me. Tu vieni per ricevere da me la santità, nell’unione con me; per
ricevere nuova grazia, nel rinnovato, ardente desiderio di purificazione. “Non
disprezzare questa grazia” (1Tm 4,14); prepara invece il tuo cuore con ogni
cura e fa’ entrare in te il tuo diletto. Ancora, occorre, non solo che tu ti
disponga a pietà, avanti la Comunione, ma anche che tu ti conservi in essa, con
ogni cura, dopo aver ricevuto il Sacramento. La vigilanza di poi non deve
essere inferiore alla devota preparazione di prima; ché tale attenta vigilanza è a
sua volta la migliore preparazione per ottenere una grazia più grande. Taluno
diventa assai mal disposto, proprio per essersi subito abbandonato a
consolazioni esteriori. Guardati dal molto parlare; tieniti appartato, a godere
del tuo Dio. E’ lui che tu possiedi; neppure il mondo intero te lo potrà togliere.
Io sono colui al quale devi darti interamente, così che tu non viva più in te, ma
in me, fuori da ogni affanno.
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Capitolo XIII
NEL SACRAMENTO L’ANIMA DEVOTA TENDA CON TUTTO SE
STESSA ALL’UNIONE CON CRISTO
Voce del discepolo
“Chi mi darà, o Signore, di trovare te solo”, di aprirti tutto il mio cuore e di
godere di te, secondo il desiderio dell’anima mia? “Allora nessuno potrebbe
offendermi” (Ct 8,1), nessuna creatura potrebbe scuotermi, e neppure sfiorarmi
con uno sguardo; ma sarai tu solo a parlarmi, ed io a te, come colui che ama
suole parlare con la persona amata, e come l’amico suole stare a mensa con
l’amico. Questo io chiedo, questo io desidero: unirmi tutto a te, distogliere il
mio cuore da tutto ciò che è creato e apprendere a gustare sempre più le cose
celesti ed eterne, grazie alla santa Comunione e alla frequente celebrazione
della Messa. Ah, Signore Dio, quando sarò interamente unito e assunto in te,
dimenticando del tutto me stesso? Tu in me ed io in te. Fa’ che possiamo
rimanere uniti così. Veramente tu sei “il mio diletto scelto tra mille” (Ct 5,10),
con il quale piacque all’anima mia di restare per tutti i giorni della vita.
Veramente tu sei colui che mi dà la pace; colui nel quale consiste la pace
suprema, il riposo vero, e fuori del quale tutto è fatica e dolore e miseria senza
fine. “Veramente tu sei il Dio nascosto” (Is 45,15); la tua conversazione non è
con i malvagi; la tua parola si rivolge agli umili e ai semplici. “Oh, quanto è
soave, o Signore, il tuo Spirito” (Sap 12,1): tu vuoi mostrare la tua benevolenza
ai tuoi figli e ti degni di ristorarli “con il pane sommamente soave che scende
dal cielo” (Sap 16,20s).
Davvero “non c’è altro popolo così grande, a cui i propri dei si siano fatti così
vicini, come sei vicino tu, o Dio nostro” (Dt 4,7), a tutti i tuoi fedeli. A questi,
infatti, tu doni te stesso in salutare nutrimento, quale quotidiano conforto e
quale mezzo per volgere il cuore verso il cielo. C’è un’altra gente così gloriosa,
come il popolo cristiano? C’è, sotto il nostro cielo, una creatura da te così
amata come l’anima devota, nella quale entra Dio stesso, per nutrirla del suo
corpo di Gloria? Oh!, grazia ineffabile, degnazione meravigliosa, oh!, amore
incommensurabile, privilegio concesso agli uomini. Ma che cosa darò io al
Signore in cambio di tale grazia, di un amore così straordinario? Nulla io posso
offrire, che sia più gradito del dono totale del mio cuore al mio Dio e
dell’intima unione con lui. Allora esulterò nel profondo, quando l’anima mia
sarà perfettamente unita a Dio. Allora Dio stesso mi dirà: se tu vuoi essere con
me, io voglio essere con te. Ed io a lui risponderò: degnati, o Signore, di
restare con me; mi piace, e lo voglio, essere con te. Qui è tutto il mio desiderio,
che il mio cuore sia unito al tuo.
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Capitolo XIV
L’ARDENTE BRAMA DEL CORPO DI CRISTO IN ALCUNI DEVOTI
Parola del discepolo
“Quanto è grande, o Signore, la ricchezza della tua bontà, riservata a coloro
che ti temono” (Sal 30,20). O Signore, quando penso a certe anime devote, che
si accostano al tuo Sacramento con grandissima devozione ed amore, spesso mi
sento in colpa ed arrossisco. Al tuo altare e alla mensa della santa Comunione
io vengo infatti con tanta tiepidezza e freddezza, restando così arido e senza
slancio del cuore, non totalmente infiammato dinanzi a te, o mio Dio, e non
così fortemente attratto d’amore verso di te, come lo furono molte anime
devote. Nel loro grande desiderio della Comunione e nel palpitante loro amore,
queste anime devote non potevano trattenersi dal pianto; con la bocca del
cuore, e insieme con quella del corpo, anelavano dal profondo a te, fonte viva,
non potendo calmare o saziare la propria sete in altro modo che ricevendo il
tuo corpo, con piena letizia e con spirituale avidità. Veramente ardente, la loro
fede; tale da costituire essa stessa motivo di prova della tua presenza. Questi
devoti riconoscono davvero il loro Signore nello spezzare il pane, e il loro
cuore arde tutto per quel Gesù, che sta camminando con loro (Lc 24,30s). Da
me sono spesso ben lontani un tale slancio devoto, un amore così ardente.
Usami misericordia, o buon Gesù, dolce e benigno. Al poveretto tuo, che va
implorando, concedi di sentire, almeno qualche volta, nella santa Comunione,
un poco dell’impeto amoroso del tuo cuore; così si irrobustirà la mia fede, si
dilaterà la speranza nella tua bontà, e in me non verrà mai meno un amore che
già arde pienamente e che ha potuto gustare la manna del cielo. Ben può la tua
misericordia concedermi almeno la grazia del desiderio e venire a me
donandomi ardore di spirito, finché non giunga il giorno da te stabilito. In
verità, benché io non sia acceso da una brama così grande come quella delle
persone particolarmente a te devote, tuttavia sento, per grazia sua, di
desiderare quel desiderio, grande e ardente; prego e sospiro di essere unito a
tutti coloro che ti amano con fervore e di essere considerato della loro santa
schiera.
Capitolo XV
UMILTA’ E RINNEGAMENTO DI SE’, MEZZI PER OTTENERE LA
GRAZIA DELLA DEVOZIONE
Parola del Diletto
La grazia della devozione devi cercarla senza posa, chiederla con gran
desiderio, aspettarla con fiduciosa pazienza; devi riceverla con gratitudine e
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umilmente conservarla; con essa devi diligentemente operare; devi poi
rimetterti a Dio per il tempo e il modo di questa visita dall’alto. Quando dentro
di te non senti alcuna devozione, o ne senti ben poca, ti devi fare
particolarmente umile, ma senza abbatterti troppo, senza rattristarti oltre
misura. Quello che per lungo tempo non aveva concesso, spesso Dio lo concede
in un breve istante; quello che al principio della preghiera non aveva voluto
dare, talvolta Dio lo dà alla fine. Se questa grazia venisse data sempre
prontamente e si presentasse ogni volta che la si desidera, l’uomo, nella sua
fragilità, non la saprebbe portare. Perciò la grazia della devozione la si deve
attendere con totale fiducia e con umile pazienza. Quando non ti viene data,
oppure ti viene tolta senza che tu ne veda la ragione, danne la colpa a te stesso
e ai tuoi peccati. Talvolta è una piccola cosa che fa ostacolo alla grazia e la
nasconde: se pur piccola, e non grande cosa, possa chiamarsi ciò che impedisce
un bene così eccelso. E se questa piccola, o, meglio, grande cosa riuscirai a
rimuoverla e a vincerla del tutto, ciò che chiedevi si avvererà. In verità, non
appena ti sarai dato a Dio con tutto il tuo cuore; non appena, anziché chiedere
questo o quest’altro, ti sarai rimesso interamente a lui, ti troverai tranquillo e
in pace con te stesso, giacché nulla avrà per te sapore più gradito di ciò che
vuole Iddio.
Perciò colui che, con semplicità di cuore, avrà elevato la sua intenzione a Dio,
liberandosi da qualsiasi attaccamento non retto e da un distorto amore per le
cose di questo mondo, sarà veramente degno di ricevere la grazia e meriterà il
dono della devozione. Giacché dove trova un terreno sgombro, là il Signore
concede la sua benedizione. E tanto più rapida scende la grazia, tanto più
copiosa si riversa, tanto più in alto trasporta un cuore libero, quanto più uno
rinuncia del tutto alle cose di quaggiù, morendo a se stesso e disprezzando se
stesso. Allora, “il cuore di costui vedrà e sarà traboccante, e contemplerà e si
allargherà in Dio” (Is 60,5), poiché “con lui è la potenza del Signore” (Ez 3,14;
Lc 1,66), nelle mani del quale egli si è messo, interamente e per sempre. “Ecco,
così sarà benedetto” (Sal 127,4), colui che cerca il Signore con tutto il cuore, e
“non ha ricevuto invano la sua vita” (Sal 23,4). Della grazia grande di essere
unito a Dio egli si rende degno proprio qui, nel ricevere la santa Eucarestia;
perché non mira alla propria devozione e alla propria consolazione, e mira
invece, di là di ogni devozione o consolazione, a glorificare e ad onorare Iddio.
Capitolo XVI
MANIFESTARE A CRISTO LE NOSTRE MANCHEVOLEZZE E
CHIEDERE LA SUA GRAZIA
Parola del discepolo
O dolcissimo e amorosissimo Signore, che ora desidero devotamente ricevere,
tu conosci la mia debolezza e la miseria che mi affligge; sai quanto siano grandi
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il male e i vizi in cui giaccio e come io sia frequentemente oppresso, provato,
sconvolto e pieno di corruzione. Io vengo a te per essere aiutato, consolato e
sollevato. Parlo a colui che tutto sa e conosce ogni mio pensiero; a colui che
solo mi può pienamente confortare e soccorrere. Tu ben sai di quali beni io ho
massimamente bisogno e quanto io sono povero di virtù. Ecco che io mi metto
dinanzi a te, povero e nudo, chiedendo grazia e implorando misericordia.
Ristora questo tuo misero affamato; riscalda la mia freddezza con il fuoco del
tuo amore; rischiara la mia cecità con la luce della tua presenza. Muta per me
in amarezza tutto ciò che è terreno; trasforma in occasione di pazienza tutto
ciò che mi pesa e mi ostacola; muta in oggetto di disprezzo e di oblio ciò che è
bassa creatura. Innalza il mio cuore verso il cielo, a te, e non lasciare che mi
perda, vagando su questa terra. Sii tu solo, da questo momento e per sempre, la
mia dolce attrazione, ché tu solo sei mio cibo e mia bevanda, mio amore e mia
gioia, mia dolcezza e sommo mio bene. Potessi io infiammarmi tutto, dinanzi a
te, consumarmi e trasmutare in te, così da diventare un solo spirito con te, per
grazia di intima unione, in struggimento di ardente amore. Non permettere
che io mi allontani da te digiuno e languente, ma usa misericordia verso di me,
come tante volte l’hai usata mirabilmente con i tuoi santi. Qual meraviglia se
da te io prendessi fuoco interamente, venendo meno in me stesso, poiché tu sei
fiamma sempre viva, che mai si spegne, amore che purifica i cuori e illumina le
menti?
Capitolo XVII
L’ARDENTE AMORE E L’INTENSO DESIDERIO DI RICEVERE
CRISTO
Parola del discepolo
Con devozione grandissima e con ardente amore, con tutto lo slancio di un
cuore appassionato, io desidero riceverti, o Signore, come ti desiderarono, nella
Comunione, molti santi e molti devoti, a te massimamente graditi per la santità
della loro vita e per la loro infiammata pietà. O mio Dio, amore eterno che sei
tutto il mio bene, la mia felicità senza fine, io bramo riceverti con intenso
desiderio e con venerazione grandissima, quale mai poté avere o sentire santo
alcuno. Anche se non sono degno di sentire tutta quella devozione, tuttavia ti
offro tutto lo slancio del mio cuore, come se io solo avessi tutti quegli accesi
desideri, che tanto ti sono graditi. Ché anzi, tutto quel che un animo devoto
può concepire e desiderare, tutto questo io lo porgo e lo offro a te, con estrema
venerazione in pio raccoglimento. Nulla voglio tenere per me, ma voglio
immolarti me stesso e tutto quello che ho, con scelta libera e altamente gioiosa.
Signore, mio Dio, mio creatore e redentore, io desidero riceverti oggi con
quella amorosa venerazione, con quei sentimenti di lode e di onore, di giusta
gratitudine e d’amore, con quella fede e speranza e purità di cuore, con i quali ti
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desiderò e ti ricevette la santissima Madre tua, la gloriosa Vergine Maria,
quando, all’Angelo che le annunciava il mistero dell’Incarnazione, rispose, in
devota umiltà: “Ecco la schiava del Signore; sia fatto a me secondo la tua
parola” (Lc 1,38). E come il tuo precursore Giovanni Battista, il più grande tra
tutti i santi, alla tua presenza, sobbalzò di gioia, nel gaudio dello Spirito Santo,
mentre era ancora nel grembo della madre; e come di poi, scorgendo Gesù
camminare tra la gente, disse con slancio devoto, abbassando grandemente se
stesso: “l’amico dello sposo, che gli sta accanto e lo ascolta, gioisce
profondamente alla sua voce” (Gv 3,29), così anch’io bramo di essere acceso di
santo e grande desiderio e di darmi a te con tutto il mio cuore. Per questo ti
presento e ti offro i sentimenti di giubilo, gli ardenti moti del cuore, gli alti
pensieri, le luci superne e le visioni celesti di tutte le anime devote; e mi unisco
– per me stesso e per coloro che a me si raccomandano nella preghiera – alle
lodi perfette che tutte le creature ti rendono e ti renderanno, in cielo e in terra,
affinché da tutti tu sia giustamente celebrato e glorificato per sempre. Accetta,
o Signore Dio mio, i miei voti e il mio desiderio di darti infinite lodi e copiose
benedizioni, quali giustamente a te si debbono, per la grandezza della tua
ineffabile potenza. Tutto questo io ti dono ora, e voglio donarti ogni giorno e
in ogni tempo, invocando con caloroso preghiera tutti gli spiriti celesti e tutti i
tuoi fedeli a unirsi a me nel renderti grazie e nel darti lode. Tutti i “popoli, le
stirpi e le nazioni” diano lode a te (Dn 7,14), esaltino il nome tuo, santo e
soave, con sommo giubilo ed ardente devozione. E quanti celebrano il tuo
altissimo Sacramento con venerazione e pietà, e lo ricevono con pienezza di
fede, possano trovare grazia e misericordia presso di te. Che essi si degnino di
ricordarsi di questo poveretto, quando, raggiunta la desiderata devozione e
nutriti della salutare unione con te, lasciano la sacra mensa celeste, piene di
consolazione e mirabilmente ristorati.
Capitolo XVIII
L’UOMO NON SI PONGA AD INDAGARE, CON ANIMO CURIOSO,
INTRONO AL SACRAMENTO, MA SI FACCIA UMILE IMITATORE DI
CRISTO E SOTTOMETTA I SUOI SENSI ALLA SANTA FEDE
Parola del Diletto
Se non vuoi essere sommerso nell’abisso del dubbio, devi guardarti
dall’indagare, con inutile curiosità intorno a questo altissimo Sacramento.
“Colui che pretende di conoscere la maestà di Dio, sarà schiacciato dalla
grandezza di lui” (Pro 25,27). Dio può fare cose più grandi di quanto l’uomo
possa capire All’uomo è consentita soltanto una pia ed umile ricerca della
verità, sempre pronta ad essere illuminata, e desiderosa di muoversi entro i
salutari insegnamenti dei Padri. Beata la semplicità, che tralascia le ardue
strade delle disquisizioni e prosegue nel sentiero piano e sicuro dei
117
comandamenti di Dio. Sono molti quelli che, volendo indagare cose troppo
sublimi, perdettero la fede. Da te si esigono fede e schiettezza di vita, non
altezza d’intelletto e capacità di penetrare nei misteri di Dio. Tu, che non riesci
a conoscere e a comprendere ciò che sta più in basso di te, come potresti capire
ciò che sta sopra di te? Sottomettiti a Dio, sottometti i tuoi sensi alla fede, e ti
sarà dato lume di conoscenza, quale e quanto potrà esserti utile e necessario.
Taluni subiscono forti tentazioni circa la fede e il Sacramento; sennonché, non
a loro se ne deve fare carico, bensì al nemico. Non soffermarti su queste cose;
non voler discutere con i tuoi stessi pensieri, né rispondere ai dubbi insinuati
dal diavolo. Credi, invece alle parole di Dio; affidati ai santi e ai profeti (2Cor
20,20), e fuggirà da te l’infame nemico. Che il servo di Dio sopporti tali cose,
talora è utile assai. Il diavolo non sottopone alle tentazioni quelli che non
hanno fede, né i peccatori, che ha già sicuramente in sua mano; egli tenta,
invece, tormenta, in vario modo, le persone credenti e devote.
Procedi, dunque, con schietta e ferma fede; accostati al Sacramento con umile
venerazione. Rimetti tranquillamente a Dio, che tutto può, quanto non riesci a
comprendere: Iddio non ti inganna; mentre si inganna colui che confida troppo
in se stesso. Dio cammina accanto ai semplici, si rivela agli umili, “dà lume
d’intelletto ai piccoli” (Sal 118,130), apre la mente ai puri di cuore; e ritira la
grazia ai curiosi e ai superbi. La ragione umana è debole e può sbagliare,
mentre la fede vera non può ingannarsi. Ogni ragionamento, ogni nostra
ricerca deve andare dietro alla fede; non precederla, né indebolirla. Ecco,
predominano allora la fede e l’amore, misteriosamente operanti in questo
santissimo ed eccellentissimo Sacramento. Il Dio eterno, immenso ed
onnipotente, fa cose grandi e imperscrutabili, in cielo e in terra; e a noi non è
dato investigare le meravigliose sue opere. Ché, se le opere di Dio fossero tali
da poter essere facilmente comprese dalla ragione umana, non si potrebbero
dire meravigliose e ineffabili.
FINISCE IL LIBRO DEI CONSIGLI DEVOTI PER LA SANTA
COMUNIONE.
IKTHYS

L’IMITAZIONE DI CRISTO è, dopo la Bibbia, il testo più diffuso di tutta la letteratura cristiana occidentale. Il testo è in lingua latina e ne è sconosciuto l’autore. La rosa di nomi a cui attribuire l’opera è, sostanzialmente, ridotta a tre figure: il monaco agostiniano Tommaso da Kempis, a Jean Gerson o a Giovanni Gersen. Scritto durante il periodo medievale, oggetto dell’opera è la via da percorrere per raggiungere la perfezione ascetica, seguendo le orme di Gesù. Si contano attualmente oltre settecento manoscritti e più di tremila edizioni in oltre cento lingue. È un testo tuttora considerato di riferimento per tutte le Chiese cristiane (cattolicaprotestante e ortodossa).

 

di Tommaso da Kempis
(Thomas Hamerken, 1380-1471)

Libro I
INCOMINCIANO LE ESORTAZIONI UTILI
PER LA VITA DELLO SPIRITO
Capitolo I
L’IMITAZIONE DI CRISTO
E IL DISPREZZO DI TUTTE LE VANITA’ DEL MONDO
“Chi segue me non cammina nelle tenebre” (Gv 8,12), dice il Signore. Sono
parole di Cristo, le quali ci esortano ad imitare la sua vita e la sua condotta, se
vogliamo essere veramente illuminati e liberati da ogni cecità interiore.
Dunque, la nostra massima preoccupazione sia quella di meditare sulla vita di
Gesù Cristo. Già l’insegnamento di Cristo è eccellente, e supera quello di tutti i
santi; e chi fosse forte nello spirito vi troverebbe una manna nascosta. Ma
accade che molta gente trae un ben scarso desiderio del Vangelo dall’averlo
anche più volte ascoltato, perché è priva del senso di Cristo. Invece, chi vuole
comprendere pienamente e gustare le parole di Cristo deve fare in modo che
tutta la sua vita si modelli su Cristo. Che ti serve saper discutere
profondamente della Trinità, se non sei umile, e perciò alla Trinità tu dispiaci?
Invero, non sono le profonde dissertazioni che fanno santo e giusto l’uomo; ma
è la vita virtuosa che lo rende caro a Dio. Preferisco sentire nel cuore la
compunzione che saperla definire. Senza l’amore per Dio e senza la sua grazia,
a che ti gioverebbe una conoscenza esteriore di tutta la Bibbia e delle dottrine
di tutti i filosofi? “Vanità delle vanità, tutto è vanità” (Qo 1,2), fuorché amare
Dio e servire lui solo. Questa è la massima sapienza: tendere ai regni celesti,
disprezzando questo mondo. Vanità è dunque ricercare le ricchezze, destinate a
finire, e porre in esse le nostre speranze. Vanità è pure ambire agli onori e
montare in alta condizione. Vanità è seguire desideri carnali e aspirare a cose,
2
per le quali si debba poi essere gravemente puniti. Vanità è aspirare a vivere a
lungo, e darsi poco pensiero di vivere bene. Vanità è occuparsi soltanto della
vita presente e non guardare fin d’ora al futuro. Vanità è amare ciò che passa
con tutta rapidità e non affrettarsi là, dove dura eterna gioia. Ricordati spesso
di quel proverbio: “Non si sazia l’occhio di guardare, né mai l’orecchio è sazio
di udire” (Qo 1,8). Fa’, dunque, che il tuo cuore sia distolto dall’amore delle
cose visibili di quaggiù e che tu sia portato verso le cose di lassù, che non
vediamo. Giacché chi va dietro ai propri sensi macchia la propria coscienza e
perde la grazia di Dio.
Capitolo II
L’UMILE COSCIENZA DI SE’
L’uomo, per sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non si ha il
timor di Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore è più
apprezzabile di un sapiente che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli
è veramente, vada studiando i movimenti del cielo. Colui che si conosce a fondo
sente di valere ben poco in se stesso e non cerca l’approvazione degli uomini.
Dinanzi a Dio, il quale mi giudicherà per le mie azioni, che mi gioverebbe se io
anche possedessi tutta la scienza del mondo, ma non avessi l’amore? Datti pace
da una smania eccessiva di sapere: in essa, infatti, non troverai che sviamento
grande ed inganno. Coloro che sanno desiderano apparire ed essere chiamati
sapienti. Ma vi sono molte cose, la cui conoscenza giova ben poco, o non giova
affatto, all’anima. Ed è tutt’altro che sapiente colui che attende a cose diverse
da quelle che servono alla sua salvezza. I molti discorsi non appagano l’anima;
invece una vita buona rinfresca la mente e una coscienza pura dà grande fiducia
in Dio. Quanto più grande e profonda è la tua scienza, tanto più severamente
sarai giudicato, proprio partendo da essa; a meno che ancor più grande non sia
stata la santità della tua vita. Non volerti gonfiare, dunque, per alcuna arte o
scienza, che tu possegga, ma piuttosto abbi timore del sapere che ti è dato.
Anche se ti pare di sapere molte cose; anche se hai buona intelligenza, ricordati
che sono molte di più le cose che non sai.
Non voler apparire profondo (Rm 11,20;12,16); manifesta piuttosto la tua
ignoranza. Perché vuoi porti avanti ad altri, mentre se ne trovano molti più
dotti di te, e più esperti nei testi sacri? Se vuoi imparare e conoscere qualcosa,
in modo spiritualmente utile, cerca di essere ignorato e di essere considerato
un nulla. E’ questo l’insegnamento più profondo e più utile, conoscersi
veramente e disprezzarsi. Non tenere se stessi in alcun conto e avere sempre
buona e alta considerazione degli altri; in questo sta grande sapienza e
perfezione. Anche se tu vedessi un altro cadere manifestamente in peccato, o
commettere alcunché di grave, pur tuttavia non dovresti crederti migliore di
lui; infatti non sai per quanto tempo tu possa persistere nel bene. Tutti siamo
fragili; ma tu non devi ritenere nessuno più fragile di te.
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Capitolo III
L’AMMAESTRAMENTO DELLA VERITA’
Felice colui che viene ammaestrato direttamente dalla verità, così come essa è,
e non per mezzo di immagini o di parole umane; ché la nostra intelligenza e la
nostra sensibilità spesso ci ingannano, e sono di corta veduta. A chi giova
un’ampia e sottile discussione intorno a cose oscure e nascoste all’uomo; cose
per le quali, anche se le avremo ignorate, non saremo tenuti responsabili, nel
giudizio finale? Grande nostra stoltezza: trascurando ciò che ci è utile, anzi
necessario, ci dedichiamo a cose che attirano la nostra curiosità e possono
essere causa della nostra dannazione. “Abbiamo occhi e non vediamo” (Ger
5,21). Che c’importa del problema dei generi e delle specie? Colui che ascolta la
parola eterna si libera dalle molteplici nostre discussioni. Da quella sola parola
discendono tutte le cose e tutte le cose proclamano quella sola parola; essa è “il
principio” che continuo a parlare agli uomini (Gv 8,25). Nessuno capisce,
nessuno giudica rettamente senza quella parola. Soltanto chi sente tutte le cose
come una cosa sola, e le porta verso l’unità e le vede tutte nell’unità, può avere
tranquillità interiore e abitare in Dio nella pace. O Dio, tu che sei la verità
stessa, fa’ che io sia una cosa sola con te, in un amore senza fine. Spesso mi
stanco di leggere molte cose, o di ascoltarle: quello che io voglio e desidero sta
tutto in te. Tacciano tutti i maestri, tacciano tutte le creature, dinanzi a te: tu
solo parlami. Quanto più uno si sarà fatto interiormente saldo e semplice, tanto
più agevolmente capirà molte cose, e difficili, perché dall’alto egli riceverà lume
dell’intelletto. Uno spirito puro, saldo e semplice non si perde anche se si
adopera in molteplici faccende, perché tutto egli fa a onore di Dio, sforzandosi
di astenersi da ogni ricerca di sé. Che cosa ti lega e ti danneggia di più dei tuoi
desideri non mortificati? L’uomo retto e devoto prepara prima, interiormente,
le opere esterne che deve compiere. Così non saranno queste ad indurlo a
desideri volti al male; ma sarà lui invece che piegherà le sue opere alla scelta
fatta dalla retta ragione. Nessuno sostiene una lotta più dura di colui che cerca
di vincere se stesso. Questo appunto dovrebbe essere il nostro impegno:
vincere noi stessi, farci ogni giorno superiori a noi stessi e avanzare un poco
nel bene. In questa vita ogni nostra opera, per quanto buona, è commista a
qualche imperfezione; ogni nostro ragionamento, per quanto profondo,
presenta qualche oscurità. Perciò la constatazione della tua bassezza costituisce
una strada che conduce a Dio più sicuramente che una dotta ricerca filosofica.
Non già che sia una colpa lo studio, e meno ancora la semplice conoscenza
delle cose – la quale è, in se stessa, un ben ed è voluta da Dio -; ma è sempre
cosa migliore una buona conoscenza di sé e una vita virtuosa. Infatti molti
vanno spesso fuori della buona strada e non danno frutto alcuno, o scarso
frutto, di bene, proprio perché si preoccupano più della loro scienza che della
santità della loro vita. Che se la gente mettesse tanta attenzione nell’estirpare i
vizi e nel coltivare le virtù, quanta ne mette nel sollevare sottili questioni
filosofiche non ci sarebbero tanti mali e tanti scandali tra la gente; e nei
conviventi non ci sarebbe tanta dissipazione. Per certo, quando sarà giunto il
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giorno del giudizio, non ci verrà chiesto che cosa abbiamo studiato, ma
piuttosto che cosa abbiamo fatto; né ci verrà chiesto se abbiamo saputo parlare
bene, ma piuttosto se abbiamo saputo vivere devotamente. Dimmi: dove si
trovano ora tutti quei capiscuola e quei maestri, a te ben noti mentre erano in
vita, che brillavano per i loro studi? Le brillanti loro posizioni sono ora tenute
da altri; e non è detto che questi neppure si ricordino di loro. Quando erano
vivi sembravano essere un gran che; ma ora di essi non si fa parola. Oh, quanto
rapidamente passa la gloria di questo mondo! E voglia il cielo che la loro vita
sia stata all’altezza del loro sapere; in questo caso non avrebbero studiato e
insegnato invano. Quanti uomini si preoccupano ben poco di servire Iddio, e si
perdono a causa di un vano sapere ricercato nel mondo. Essi scelgono per sé la
via della grandezza, piuttosto di quella dell’umiltà; perciò si disperde la loro
mente (Rm 1,21). Grande è, in verità, colui che ha grande amore; colui che si
ritiene piccolo e non tiene in alcun conto anche gli onori più alti. Prudente è, in
verità, colui che considera sterco ogni cosa terrena, al fine di guadagnarsi
Cristo (Fil 3,8). Dotto, nel giusto senso della parola, è, in verità, colui che fa la
volontà di Dio, buttando in un canto la propria volontà.
Capitolo IV
LA PONDERATEZZA NELL’AGIRE
Non dobbiamo credere a tutto ciò che sentiamo dire; non dobbiamo affidarci a
ogni nostro impulso. Al contrario, ogni cosa deve essere valutata alla stregua
del volere di Dio, con attenzione e con grandezza d’animo. Purtroppo, degli
altri spesso pensiamo e parliamo più facilmente male che bene: tale è la nostra
miseria. Quelli che vogliono essere perfetti non credono scioccamente
all’ultimo che parla, giacché conoscono la debolezza umana, portata alla
malevolenza e troppo facile a blaterare. Grande saggezza, non essere
precipitosi nell’agire e, d’altra parte, non restare ostinatamente alle nostre
prime impressioni. Grande saggezza, perciò, non andare dietro a ogni discorso
della gente e non spargere subito all’orecchio di altri quanto abbiamo udito e
creduto. Devi preferire di farti guidare da uno migliore di te, piuttosto che
andare dietro alle tue fantasticherie; prima di agire, devi consigliarti con
persona saggia e di retta coscienza. Giacché è la vita virtuosa che rende l’uomo
l’uomo saggio della saggezza di Dio, e buon giudice in molti problemi. Quanto
più uno sarà inutilmente umile e soggetto a Dio, tanto più sarà saggio, e pacato
in ogni cosa.
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Capitolo V
LA LETTURA DEI LIBRI DI DEVOZIONE
Nei libri di devozione si deve ricercare la verità, non la bellezza della forma.
Essi vanno letti nello spirito con cui furono scritti; in essi va ricercata l’utilità
spirituale, piuttosto che l’eleganza della parola. Perciò dobbiamo leggere anche
opere semplici, ma devote, con lo stesso desiderio con cui leggiamo opere dotte
e profonde. Non lasciarti colpire dal nome dello scrittore, di minore o
maggiore risonanza; quel che ci deve indurre alla lettura deve essere il puro
amore della verità. Non cercar di sapere chi ha detto una cosa, ma bada a ciò
che è stato detto. Infatti gli uomini passano, “invece la verità del Signore resta
per sempre” (Sal 116,2); e Dio ci parla in varie maniere, “senza tener conto
delle persone” (1Pt 1,17). Spesso, quando leggiamo le Scritture, ci è di ostacolo
la nostra smania di indagare, perché vogliamo approfondire e discutere là dove
non ci sarebbe che da andare avanti in semplicità di spirito. Se vuoi trarre
profitto, leggi con animo umile e semplice, con fede. E non aspirare mai alla
fama di studioso. Ama interrogare e ascoltare in silenzio la parola dei santi. E
non essere indifferente alle parole dei superiori: esse non vengono pronunciate
senza ragione.
Capitolo VI
GLI SREGOLATI MOTI DELL’ANIMA
Ogni qual volta si desidera una cosa contro il volere di Dio, subito si diventa
interiormente inquieti. Il superbo e l’avaro non hanno mai requie; invece il
povero e l’umile di cuore godono della pienezza della pace. Colui che non è
perfettamente morto a se stesso cade facilmente in tentazione ed è vinto in
cose da nulla e disprezzabili. Colui che è debole nello spirito ed è, in qualche
modo, ancora volto alla carne e ai sensi, difficilmente si può distogliere del
tutto dalle brame terrene; e, quando pur riesce a sottrarsi a queste brame, ne
riceve tristezza. Che se poi qualcuno gli pone ostacolo, facilmente si sdegna; se,
infine, raggiunge quel che bramava, immediatamente sente in coscienza il peso
della colpa, perché ha assecondato la sua passione, la quale non giova alla pace
che cercava. Giacché la vera pace del cuore la si trova resistendo alle passioni,
non soggiacendo ad esse. Non già nel cuore di colui che è attaccato alla carne,
non già nell’uomo volto alle cose esteriori sta la pace; ma nel cuore di colui che
è pieno di fervore spirituale.
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Capitolo VII
GUARDARSI DALLE VANE SPERANZE E FUGGIRE LA SUPERBIA
Chi mette la sua fiducia negli uomini e nelle altre creature è un insensato. Chi
mette la sua fiducia negli uomini e nelle altre creature è un insensato. Non ti
rincresca di star sottoposto ad altri, per amore di Gesù Cristo, e di sembrare
un poveretto, in questo mondo. Non appoggiarti alle tue forze, ma salda la tua
speranza in Dio: se farai tutto quanto sta in te, Iddio aderirà al tuo buon volere.
Non confidare nel sapere tuo o nella capacità di un uomo purchessia, ma
piuttosto nella grazia di Dio, che sostiene gli umili e atterra i presuntuosi. Non
vantarti delle ricchezze, se ne hai, e neppure delle potenti amicizie; il tuo vanto
sia in Dio, che concede ogni cosa, ed ama dare se stesso, sopra ogni cosa. Non
gonfiarti per la prestanza e la bellezza del tuo corpo; alla minima malattia esse
si guastano e si deturpano. Non compiacerti di te stesso, a causa della tua
abilità e della tua intelligenza, affinché tu non spiaccia a Dio, a cui appartiene
tutto ciò che di buono hai sortito dalla natura. Non crederti migliore di altri,
affinché, per avventura, tu non sia ritenuto peggiore dinanzi a Dio, che ben
conosce quello che c’è in ogni uomo (cfr. Gv 2,25). Non insuperbire per le tue
opere buone, perché il giudizio degli uomini è diverso da quello di Dio, cui
spesso non piace ciò che piace agli uomini. Anche se hai qualcosa di buono,
pensa che altri abbia di meglio, cosicché tu mantenga l’umiltà. Nulla di male se
ti metti al di sotto di tutti gli altri; molto male è invece se tu ti metti al di sopra
di una sola persona. Nell’umile è pace indefettibile; nel cuore del superbo sono,
invece, continua smania e inquietudine.
Capitolo VIII
EVITARE L’ECCESSIVA FAMILIARITA’
“Non aprire il tuo cuore al primo che capita” (Sir 8,22); i tuoi problemi, trattali
invece con chi ha saggezza e timore di Dio. Cerca di stare raramente con
persone sprovvedute e sconosciute; non metterti con i ricchi per adularli; non
farti vedere volentieri con i grandi. Stai, invece, accanto alle persone umili e
semplici, devote e di buoni costumi; e con esse tratta di cose che giovino alla
tua santificazione. Non avere familiarità con alcuna donna, ma raccomanda a
Dio tutte le donne degne. Cerca di essere tutto unito soltanto a Dio e ai suoi
angeli, evitando ogni curiosità riguardo agli uomini. Mentre si deve avere
amore per tutti, la familiarità non è affatto necessaria. Capita talvolta che una
persona che non conosciamo brilli per fama eccellente; e che poi, quando essa ci
sta dinanzi, ci dia noia solo al vederla. D’altra parte, talvolta speriamo di
piacere a qualcuno, stando con lui, e invece cominciamo allora a non piacergli,
perché egli vede in noi alcunché di riprovevole.
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Capitolo IX
OBBEDIENZA E SOTTOMISSIONE
Stare sottomessi, vivere soggetti a un superiore e non disporre di sé è cosa
grande e valida. E’ molto più sicura la condizione di sudditanza, che quella di
comando. Ci sono molti che stanno sottomessi per forza, più che per amore: da
ciò traggono sofferenza, e facilmente se ne lamentano; essi non giungono a
libertà di spirito, se la loro sottomissione non viene dal profondo del cuore e
non ha radice in Dio. Corri pure di qua e di là; non troverai pace che nell’umile
sottomissione sotto la guida di un superiore. Andar sognando luoghi diversi, e
passare dall’uno all’altro, è stato per molti un inganno. Certamente ciascuno
preferisce agire a suo talento, ed è maggiormente portato verso chi gli dà
ragione. Ma, se Dio è dentro di noi, dobbiamo pur talvolta lasciar perdere i
nostri desideri, per amore della pace. C’è persona così sapiente che possa
conoscere pienamente ogni cosa? Perciò non devi avere troppa fiducia nelle tue
impressioni; devi ascoltare volentieri anche il parere degli altri. Anche se la tua
idea era giusta, ma la abbandoni per amore di Dio seguendo quella di altri, da
ciò trarrai molto profitto. Stare ad ascoltare ed accettare un consiglio – come
spesso ho sentito dire – è cosa più sicura che dare consigli. Può anche accadere
che l’idea di uno sia buona; ma è sempre segno di superbia e di pertinacia non
volersi arrendere agli altri, quando la ragionevolezza o l’evidenza lo esigano.
Capitolo X
ASTENERSI DAI DISCORSI INUTILI
Per quanto possibile, stai lontano dall’agitarsi che fa la gente. Infatti, anche se
vi si attende con purezza di intenzione, l’occuparsi delle faccende del mondo è
un grosso impaccio, perché ben presto si viene inquinati dalle vanità, e fatti
schiavi. Più di una volta vorrei essere stato zitto, e non essere andato in mezzo
alla gente. Ma perché andiamo parlando e chiacchierando così volentieri con
altri, anche se poi è raro che, quando torniamo a star zitti, non abbiamo
qualche guasto alla coscienza? Parliamo così volentieri perché, con queste
chiacchiere, cerchiamo di consolarci a vicenda, e speriamo di sollevare il nostro
animo oppresso dai vari pensieri. Inoltre molto ci diletta discorrere e
fantasticare delle cose che amiamo assai e che desideriamo, o di ciò che sembra
contrastarci. Ma spesso purtroppo tutto questo è vano e inutile; giacché una
simile consolazione esteriore va molto a scapito di quella interiore e divina.
Non dobbiamo passare il nostro tempo in ozio, ma in vigilie e in orazioni; e, se
possiamo o dobbiamo parlare, dire cose edificanti. Infatti, mentre il malvezzo e
la trascuratezza del nostro progresso spirituale ci induce facilmente a tenere
incustodita la nostra lingua, giova assai al nostro profitto interiore una devota
conversione intorno alle cose dello spirito; tanto più quando ci si unisca, nel
nome di Dio, a persone animate da pari spiritualità.
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Capitolo XI
LA CONQUISTA DELLA PACE INTERIORE E L’AMORE DEL
PROGRESSO SPIRITUALE
Se non ci volessimo impicciare di quello che dicono o di quello che fanno gli
altri, e di cose che non ci riguardano, potremmo avere una grande pace
interiore. Come, infatti, è possibile che uno mantenga a lungo l’animo
tranquillo se si intromette nelle faccende altrui, se va a cercare all’esterno i
suoi motivi di interesse, se raramente e superficialmente si raccoglie in se
stesso? Beati i semplici, giacché avranno grande pace. Perché mai alcuni santi
furono così perfetti e pieni di spirito contemplativo? Perché si sforzarono di
spegnere completamente in sé ogni desiderio terreno, cosicché – liberati e
staccati da se stessi – potessero stare totalmente uniti a Dio, con tutto il cuore.
Noi, invece, siamo troppo presi dai nostri sfrenati desideri, e troppo
preoccupati delle cose di quaggiù; di rado riusciamo a vincere un nostro
difetto, anche uno soltanto, e non siamo ardenti nel tendere al nostro continuo
miglioramento. E così restiamo inerti e tiepidi. Se fossimo, invece, totalmente
morti a noi stessi e avessimo una perfetta semplicità interiore, potremmo
perfino avere conoscenza delle cose di Dio, e fare esperienza, in qualche
misura, della contemplazione celeste. Il vero e più grande ostacolo consiste in
ciò, che non siamo liberi dalle passioni e dalle brame, e che non ci sforziamo di
entrare nella via della perfezione, che fu la via dei santi: anzi, appena
incontriamo una difficoltà, anche di poco conto, ci lasciamo troppo presto
abbattere e ci volgiamo a consolazioni terrene.
Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non abbandonare la battaglia, tosto
vedremmo venire a noi dal cielo l’aiuto del Signore. Il quale prontamente
sostiene coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia; anzi, ci procura
occasioni di lotta proprio perché ne usciamo vittoriosi. Che se facciamo
consistere il progresso spirituale soltanto in certe pratiche esteriori, tosto la
nostra religione sarà morta. Via, mettiamo la scure alla radice, cosicché,
liberati dalle passioni, raggiungiamo la pace dello spirito. Se ci strappassimo
via un solo vizio all’anno diventeremmo presto perfetti. Invece spesso ci
accorgiamo del contrario; troviamo cioè che quando abbiamo indirizzata la
nostra vita a Dio eravamo più buoni e più puri di ora, dopo molti anni di vita
religiosa. Il fervore e l’avanzamento spirituale dovrebbe crescere di giorno in
giorno; invece già sembra gran cosa se uno riesce a tener viva una particella
del fervore iniziale. Se facessimo un poco di violenza a noi stessi sul principio,
potremmo poi fare ogni cosa facilmente e gioiosamente. Certo è difficile
lasciare ciò a cui si è abituati; ancor più difficile è camminare in senso contrario
al proprio desiderio. Ma se non riesci a vincere nelle cose piccole e da poco,
come supererai quelle più gravi? Resisti fin dall’inizio alla tua inclinazione;
distaccati dall’abitudine, affinché questa non ti porti, a poco a poco, in una
situazione più ardua. Se tu comprendessi quanta pace daresti a te stesso e
quanta gioia procureresti agli altri, e vivendo una vita dedita al bene, sono
certo che saresti più sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.
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Capitolo XII
I VANTAGGI DELLE AVVERSITA’
E’ bene per noi che incontriamo talvolta difficoltà e contrarietà; queste, infatti,
richiamano l’uomo a se stesso, nel profondo, fino a che comprenda che quaggiù
egli è in esilio e che la sua speranza non va riposta in alcuna cosa di questo
mondo. E’ bene che talvolta soffriamo contraddizione e che la gente ci giudichi
male e ingiustamente, anche se le nostre azioni e le nostre intenzioni sono
buone. Tutto ciò suol favorire l’umiltà, e ci preserva dalla vanagloria. Invero,
proprio quando la gente attorno a noi ci offende e ci scredita, noi aneliamo con
maggior forza al testimone interiore, Iddio.
Dovremmo piantare noi stessi così saldamente in Dio, da non avere necessità
alcuna di andar cercando tanti conforti umani. Quando un uomo di buona
volontà soffre tribolazioni e tentazioni, o è afflitto da pensieri malvagi, allora
egli sente di aver maggior bisogno di Dio, e di non poter fare nulla di bene
senza di lui. E si rattrista e piange e prega, per il male che soffre; gli viene a
noia che la vita continui; e spera che sopraggiunga la morte (2 Cor 1,8), così da
poter scomparire e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora egli capisce che nel
mondo non può esserci completa serenità e piena pace.
Capitolo XIII
RESISTERE ALLE TENTAZIONI
Finché saremo al mondo, non potremo essere senza tribolazioni e tentazioni;
infatti sta scritto nel libro di Giobbe che la vita dell’uomo sulla terra (Gb 7,1) è
tutta una tentazione. Ognuno dovrebbe, dunque, stare attento alle tentazioni e
vigilare in preghiera (1Pt 4,7), affinché il diavolo non trovi il punto dove possa
esercitare il suo inganno; il diavolo, che mai non posa, ma va attorno cercando
chi possa divorare (1Pt 5,8). Nessuno è così avanzato nella perfezione e così
santo da non aver talvolta delle tentazioni. Andare esenti del tutto da esse non
possiamo. Tuttavia, per quanto siano moleste e gravose, le tentazioni spesso
sono assai utili; perché, a causa delle tentazioni, l’uomo viene umiliato,
purificato e istruito. I santi passarono tutti per molte tribolazioni e tentazioni,
e progredirono; invece coloro che non seppero sostenere le tentazioni si
pervertirono e tradirono. Non esiste una istituzione così perfetta, o un luogo
così nascosto, dove non si trovano tentazioni e avversità. L’uomo non è mai del
tutto esente dalla tentazione, fin che vive. Ciò per cui siamo tentati è dentro di
noi, poiché siamo nati nella concupiscenza. Se vien meno una tentazione o
tribolazione, un’altra ne sopraggiunge e c’è sempre qualcosa da sopportare,
perché abbiamo perduto il bene della nostra felicità. Molti, di fronte alle
tentazioni, cercano di fuggire, ma cadono poi in esse anche più gravemente.
Non possiamo vincere semplicemente con la fuga; ma è con la sopportazione e
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con la vera umiltà che saremo più forti di ogni nemico. Ben poco progredirà
colui che si allontana un pochino e superficialmente dalle tentazioni, senza
sradicarle: tosto ritorneranno ed egli sarà ancor peggio. Vincerai più
facilmente, a poco a poco, con una generosa pazienza e con l’aiuto di Dio; più
facilmente che insistendo cocciutamente nel tuo sforzo personale. Accogli
frequentemente il consiglio di altri, quando sei nella tentazione; e non essere
aspro con colui che è tentato, ma dagli conforto, come desidereresti fosse fatto
a te. Causa prima di ogni perversa tentazione è la mancanza di stabilità
spirituale e la scarsezza di fiducia in Dio; giacché, come una nave senza timone
viene spinta qua e là dalle onde, così l’uomo infiacchito, che abbandona i suoi
propositi, viene in vario modo tentato. Come il fuoco serve a saggiare il ferro
(Sir 31,26), così la tentazione serve a saggiare la santità di una persona (Sir
27,6). Quali possibilità ciascuno abbia in potenza, spesso non lo sappiamo; ma
la tentazione dispiega palesemente ciò che siamo. Tuttavia bisogna vigilare,
particolarmente intorno all’inizio della tentazione; poiché il nemico si vince più
facilmente se non gli si permette per nulla di varcare le porte della nostra
mente; e se gli si sbarra la strada al di là della soglia, non appena abbia bussato.
Di qui il detto: “resisti agli inizi; è troppo tardi quando si prepara la medicina”
(Ovidio, Remedia amoris, II,91). Infatti, dapprima viene alla mente un semplice
pensiero, di poi una forte immaginazione, infine un compiacimento, un impulso
cattivo e un’acquiescenza. E così, piano piano, il nemico malvagio penetra del
tutto, proprio perché non gli si è resistito all’inizio. E quanto più a lungo uno
ha tardato torpidamente a resistere, tanto più si è, via via, interiormente
indebolito, mentre il nemico è andato crescendo di forze contro di lui.
Alcuni sentono le maggiori tentazioni al principio della loro conversione a Dio;
altri invece alla fine. Alcuni sono fortemente turbati pressoché per tutta la vita;
altri sentono tentazioni piuttosto lievi: secondo quanto dispongono la sapienza
e la giustizia di Dio, le quali pesano la condizione e i meriti di ciascuno e
preordinano ogni cosa alla salvezza degli eletti. Perciò non dobbiamo lasciarci
cogliere dalla disperazione, quando siamo tentati. Dobbiamo invece, pregare
Iddio ancor più fervorosamente, affinché si degni di aiutarci in ogni tentazione;
Lui che, in verità, secondo quanto dice Paolo (1Cor 10,13), farà in modo che la
tentazione sia accompagnata dai mezzi per poterla sopportare. Abbassiamo,
dunque, in umiltà, l’anima nostra sotto la mano di Dio, quando siamo tentati e
tribolati, giacché il Signore salverà gli umili di spirito e li innalzerà (1Pt 5,6;
Sal 33,19). Quanto uno abbia progredito si dimostra nella tentazione e nella
tribolazione; qui sta il suo maggior merito; qui appare più chiaramente la sua
virtù. Non è gran cosa esser devoti e fervorosi quando non si hanno difficoltà;
sapere invece sopportare se stessi nel momento dell’avversità dà a sperare in
un grande avanzamento spirituale. Avviene che alcuni sono al riparo da grandi
tentazioni, ma sono spesso sconfitti nelle piccole tentazioni di ogni giorno; e
così, umiliati per essere caduti in cose tanto da poco, non ripongono più fiducia
in se stessi, nelle cose più grandi.
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Capitolo XIV
EVITARE I GIUDIZI TEMERARI
Rivolgi gli occhi a te stesso e stai attento a non giudicare quel che fanno gli
altri. In tale giudizio si lavora senza frutto; frequentemente ci si sbaglia e
facilmente si cade in peccato. Invece, nel giudizio e nel vaglio di se stessi, si
opera sempre fruttuosamente. Spesso giudichiamo secondo un nostro
preconcetto; e così, per un nostro atteggiamento personale, perdiamo il criterio
della verità. Se il nostro desiderio fosse diretto soltanto a Dio, non ci
lasceremmo turbare così facilmente dalla resistenza opposta dal nostro senso
umano. Di più, spesso, c’è qualcosa, già nascosto, latente in noi, o
sopravveniente dall’esterno, che ci tira di qua o di là. Molti, in tutto ciò che
fanno, cercano se stessi, senza neppure accorgersene. Sembrano essere in
perfetta pace quando le cose vanno secondo i loro desideri e i loro gusti; se,
invece, vanno diversamente, subito si agitano e si rattristano.
Avviene di frequente che nascono divergenze tra amici e concittadini, persino
tra persone pie e devote, per diversità nel modo di sentire e di pensare. Giacché
è difficile liberarsi da vecchi posizioni abituali, e nessuno si lascia tirare
facilmente fuori dal proprio modo di vedere. Così, se ti baserai sui tuoi
ragionamenti e sulla tua esperienza, più che sulla forza propria di Gesù Cristo,
raramente e stentatamente riuscirai ad essere un uomo illuminato; Dio vuole,
infatti, che noi ci sottomettiamo perfettamente a lui, e che trascendiamo ogni
nostro ragionamento grazie ad un fiammeggiante amore.
Capitolo XV
LE OPERE FATTE PER AMORE
Non si deve fare alcun male, per nessuna cosa al mondo né per compiacenza
verso chicchessia; talora, invece, per giovare a uno che ne ha bisogno, si deve
senza esitazione lasciare una cosa buona che si sta facendo, o sostituirla con
una ancora più buona: in tal modo non si distrugge l’opera buona, ma soltanto
la si trasforma in meglio. A nulla giova un’azione esterna compiuta senza
amore; invece, qualunque cosa, per quanto piccola e disprezzata essa sia, se
fatta con amore, diventa tutta piena di frutti. In verità Iddio non tiene conto
dell’azione umana in sé e per sé, ma dei moventi di ciascuno. Opera
grandemente colui che agisce con rettitudine; opera lodevolmente colui che si
pone al servizio della comunità, più che del suo capriccio. Accade spesso che ci
sembri amore ciò che è piuttosto attaccamento carnale; giacché è raro che,
sotto le nostre azioni, non ci siano l’inclinazione naturale, il nostro gusto, la
speranza di una ricompensa, il desiderio del nostro comodo. Chi ha un amore
vero e perfetto non cerca se stesso, in alcuna sua azione, ma desidera solamente
che in ogni cosa si realizzi la gloria di Dio. Di nessuno è invidioso colui che
non tende al proprio godimento, né vuole personali soddisfazioni, desiderando,
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al di là di ogni bene, di avere beatitudine in Dio. Costui non attribuisce
alcunché di buono a nessuno, ma riporta il bene totalmente a Dio; dal quale
ogni cosa procede, come dalla sua fonte e, nel quale, alla fine, tutti i santi
godono pace. Oh, chi avesse anche una sola scintilla di vera carità, per certo
capirebbe che tutto ciò che è di questa terra è pieno di vanità.
Capitolo XVI
SOPPORTARE I DIFETTI DEGLI ALTRI
Quei difetti, nostro od altrui, che non riusciamo a correggere, li dobbiamo
sopportare con pazienza, fino a che Dio non disponga altrimenti. Rifletti che,
per avventura, questa sopportazione è la cosa più utile per te, come prova di
quella pazienza, senza della quale ben poco contano i nostri meriti. Tuttavia, di
fronte a tali difficoltà, devi chiedere insistentemente che Dio si degni di venirti
in aiuto e che tu riesca a sopportarle lietamente. Se uno, ammonito una volta e
un’altra ancora, non si acquieta, cessa di litigare con lui; rimetti invece ogni
cosa in Dio, affinché in tutti noi, suoi servi, si faccia la volontà e la gloria di
Lui, che ben sa trasformare il male in bene. Sforzati di essere paziente nel
tollerare i difetti e le debolezze altrui, qualunque essi siano, giacché anche tu
presenti molte cose che altri debbono sopportare. Se non riesci a trasformare te
stesso secondo quella che pure è la tua volontà, come potrai pretendere che gli
altri si conformino al tuo desiderio? Vogliamo che gli altri siano perfetti;
mentre noi non correggiamo le nostre manchevolezze. Vogliamo che gli altri si
correggano rigorosamente; mentre noi non sappiamo correggere noi stessi. Ci
disturba una ampia libertà degli altri; mentre non sappiamo negare a noi stessi
ciò che desideriamo. Vogliamo che gli altri siano stretti entro certe regole;
mentre noi non ammettiamo di essere un po’ più frenati. In tal modo, dunque, è
chiaro che raramente misuriamo il prossimo come noi stessi. Se fossimo tutti
perfetti, che cosa avremmo da patire dagli altri, per amore di Dio? Ora, Dio
così dispone, affinché apprendessimo a portare l’uno i pesi dell’altro (Gal 6,2).
Infatti non c’è alcuno che non presenti difetti o molestie; non c’è alcuno che
basti a se stesso e che, di per sé, sia sufficientemente saggio. Occorre, dunque,
che ci sopportiamo a vicenda, che a vicenda ci consoliamo, che egualmente ci
aiutiamo e ci ammoniamo. Quanta virtù ciascuno di noi abbia, ciò appare al
momento delle avversità: non sono le occasioni che fanno fragile l’uomo, ma
esse mostrano quale esso è.
Capitolo XVII
LA VITA NEI MONASTERI
Se vuoi mantenere pace e concordia con gli altri, devi imparare a vincere
decisamente te stesso in molte cose. Non è cosa facile stare in un monastero o
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in un gruppo, e viverci senza lamento alcuno, mantenendosi fedele sino alla
morte. Beato colui che vi avrà vissuto santamente e vi avrà felicemente
compiuta la vita. Se vuoi stare saldo al tuo dovere e avanzare nel bene, devi
considerarti esule pellegrino su questa terra. Per condurre una vita di pietà,
devi farti stolto per amore di Cristo.
Poco contano l’abito e la tonsura; sono la trasformazione della vita e la
completa mortificazione delle passioni, che fanno il monaco. Chi tende ad altro
che non sia soltanto Dio e la salute dell’anima, non troverà che tribolazione e
dolore. Ancora, non avrà pace duratura chi non si sforza di essere il più piccolo,
sottoposto a tutti. Qui tu sei venuto per servire, non comandare. Ricordati che
sei stato chiamato a sopportare e a faticare, non a passare il tempo in ozio e in
chiacchiere. Qui si provano gli uomini, come si prova l’oro nel fuoco (cfr. Sir
27,6). Qui nessuno potrà durevolmente stare, se non si sarà fatto umile dal
profondo del cuore, per amore di Dio.
Capitolo XVIII
GLI ESEMPI DEI GRANDI PADRI SANTI
Guarda ai luminosi esempi dei grandi santi padri, nei quali rifulse una pietà
veramente perfetta e vedrai come sia ben poco, e quasi nulla, quello che
facciamo noi. Ahimé!, che cosa è la nostra vita, paragonata alla vita di quei
santi? Veramente santi, e amici di Cristo, costoro servirono il Signore nella
fame e nella sete; nel freddo, senza avere di che coprirsi; nel faticoso lavoro;
nelle veglie e nei digiuni; nelle preghiere e nelle pie meditazioni; spesso nelle
ingiurie e nelle persecuzioni. Quante tribolazioni, e quanto gravi, hanno patito
gli apostoli, i martiri, i testimoni della fede, le vergini e tutti gli altri che
vollero seguire le orme di Cristo; essi infatti, ebbero in odio se stessi in questo
mondo, per possedere le loro anime nella vita eterna. Quale vita rigorosa, e
piena di rinunce, vissero questi grandi padri nel deserto; quante lunghe e gravi
tentazioni ebbero a sopportare; quanto spesso furono tormentati dal diavolo;
quante ripetute e fervide preghiere offrirono a Dio; quali dure astinenze
seppero sopportare. Come furono grandi l’ardore e il fervore con i quali
mirarono al loro progresso spirituale; come fu coraggiosa la battaglia che essi
fecero per vincere i loro vizi; come fu piena e retta la loro intenzione, che essi
tennero sempre volta a Dio! Lavoravano per tutta la giornata, e la notte la
passavano in continua preghiera; ma neppure durante il lavoro veniva mai
meno in loro l’orazione interiore. Tutto il loro tempo era impiegato utilmente;
e a loro sembrava troppo corta ogni ora dedicata a Dio; ancora, per la grande
soavità della contemplazione, dimenticavano persino la necessità di rifocillare
il corpo. Rinunciavano a tutte le ricchezze, alle cariche, agli onori, alle amicizie
e alle parentele; nulla volevano avere delle cose del mondo; mangiavano
appena quanto era necessario alla vita e si lamentavano quando si dovevano
sottomettere a necessità materiali. Erano poveri di cose terrene, molto ricchi
invece di grazia e di virtù; esteriormente miserabili, ricompensati però
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interiormente dalla grazia e dalla consolazione divina; lontani dal mondo, ma
vicini a Dio, amici intimi di Dio,; si ritenevano un nulla ed erano disprezzati
dagli uomini, ma erano preziosi e cari agli occhi di Dio. Stavano in sincera
umiltà, vivevano in schietta obbedienza; camminavano in amore e sapienza: per
questo progredivano spiritualmente ogni giorno, e ottenevano tanta grazia
presso Dio. Essi sono offerti come esempio per tutti coloro che si sono dati alla
vita religiosa; essi ci devono indurre all’avanzamento nel bene, più che non ci
induca al rilassamento la schiera delle persone poco fervorose.
Quanto fu grande l’ardore di questi uomini di Dio, quando diedero inizio alle
loro istituzioni. Quale devozione nella preghiera, quale slancio nella vita, quale
rigore in esso vigoreggiò; quanto rispetto e quanta docilità sotto la regola del
maestro fiorì in tutti loro. Restano ancora certi ruderi abbandonati, ad
attestare che furono veramente uomini santi e perfetti, costoro, che con una
strenua lotta, schiacciarono il mondo. Oggi, invece, già uno è ritenuto buono se
non tradisce la fede; se riesce a sopportare con pazienza quel che gli tocca. Tale
è la nostra attuale condizione di negligente tiepidezza, che ben presto cadiamo
nel fervore iniziale; pigri e stanchi, già ci viene a noia la vita. Voglia il cielo che
in te non si vada spegnendo del tutto l’avanzamento nelle virtù; in te che
frequentemente hai avuto sotto gli occhi gli esempi dei santi.
Capitolo XIX
COME SI DEVE ADDESTRARE COLUI CHE SI E’ DATO A DIO
La vita di colui che si è dato a Dio deve essere rigogliosa di ogni virtù,
cosicché, quale egli appare esteriormente alla gente, tale sia anche
interiormente. Anzi, e a ragione, di dentro vi deve essere molto più di quanto
appare di fuori; giacché noi siamo sotto gli occhi di Dio, e a lui dobbiamo
sommo rispetto, ovunque ci troviamo; Dio, dinanzi al quale dobbiamo
camminare puri come angeli. Ogni giorno dobbiamo rinnovare il nostro
proposito e spronare noi stessi al fervore, come fossimo appena venuti, oggi,
alla vita del monastero. Dobbiamo dire: aiutami, Signore Iddio, nel mio buon
proposito e nel santo servizio che ti è dovuto; concedimi di ricominciare oggi
radicalmente, perché quel che ho fatto fin qui è nulla. Il nostro progresso
spirituale procede di pari passo con il nostro proposito.
Grande vigilanza occorre per chi vuol avanzare nel bene; ché, se cade spesso
colui che ha forti propositi, che cosa sarà di colui che soltanto di rado si
propone alcunché, e con poca fermezza? Svariati sono i modi nei quali ci accade
di abbandonare il nostro proposito; anche la semplice omissione di un solo
esercizio di pietà porta quasi sempre qualche guasto. In verità, la fermezza di
proposito dei giusti dipende, più che dalla loro saggezza, dalla grazia di Dio,
nel quale essi ripongono la loro fiducia, qualunque meta riescano a
raggiungere, giacché l’uomo propone ma chi dispone è Dio, le cui vie noi non
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conosciamo. Se talvolta, per fare del bene o per essere utili ai fratelli, si omette
un abituale esercizio di pietà, esso potrà facilmente essere recuperato più tardi;
che se, invece, quasi senza badare, lo si tralascia per malavoglia o negligenza,
ciò costituisce già una colpa, e deve essere sentito come una perdita.
Per quanto ci mettiamo tutto l’impegno possibile, sarà facile che abbiamo a
cadere ancora, in varie occasioni. Tuttavia dobbiamo fare continuamente
qualche proponimento preciso, specialmente in contrapposto a ciò che
maggiormente impedisce il nostro profitto spirituale. Cose esterne e cose
interiori sono necessarie al nostro progresso spirituale, perciò, le une come le
altre, dobbiamo esaminarle attentamente e metterle nel giusto ordine. Se non
riesci a stare sempre concentrato in te stesso, raccogliti di tempo in tempo,
almeno una volta al giorno, la mattina o la sera: la mattina per fare i tuoi
propositi, la sera per esaminare come ti sei comportato, cioè come sei stato,
nelle parole, nonché nei pensieri, con i quali forse hai più spesso offeso Dio o il
prossimo. Armati, come un soldato, contro le perversità del diavolo. Tieni a
freno la gola; così terrai più facilmente a freno ogni altra cattiva tendenza del
corpo.
Non stare mai senza far nulla: sii occupato sempre, a leggero o a scrivere, a
pregare o a meditare, o a fare qualche lavoro utile per tutti. Gli esercizi
corporali di ciascuno siano compiuti separatamente; né tutti possono
assumersene ugualmente. Se non sono esercizi di tutta la comunità, non
devono essere palesati a tutti, giacché ciò che è personale si fa con maggior
profitto nel segreto. Tuttavia guarda di non essere tardo alle pratiche
comunitarie; più pronto, invece, a quelle tue proprie. Che, compiuto
disciplinatamente e interamente il dovere imposto, se avanza tempo, ritornerai
a te stesso, come vuole la tua devozione personale. Non è possibile che tutti
abbiano a fare il medesimo esercizio, giacché a ciascuno giova qualcosa di
particolare. E poi si amano esercizi diversi secondo i momenti: alcuni ci sono
più graditi nei giorni di festa, altri nei giorni comuni. Inoltre, nel momento
della tentazione e nel momento della pacifica tranquillità, abbiamo bisogno di
esercizi ben diversi. Infine quando siamo nella tristezza ci piace pensare a certe
cose; ad, invece quando siamo nella Letizia del Signore. Nelle feste più solenni
dobbiamo rinnovare gli esercizi di pietà ed implorare con fervore più grande
l’aiuto dei santi. I nostri proponimenti devono andare da una ad altra festività,
come se in quel punto dovessimo lasciare questo mondo e giungere alla festa
eterna. Per questo, nei periodi di particolare devozione, dobbiamo prepararci
con cura, e mantenerci in più grande pietà, attenendoci più rigorosamente ai
nostri doveri, quasi stessimo per ricevere da Dio il premio delle nostre fatiche.
Che se tale premio sarà rimandato, dobbiamo convincerci che non eravamo
pienamente preparati e che non eravamo ancora degni della immensa gloria,
che ci sarà rivelata (Rm 8,18) nel tempo stabilito; e dobbiamo fare in modo di
prepararci meglio alla morte. “Beato quel servo – dice Luca evangelista – che il
padrone, al suo arrivo, avrà trovato sveglio e pronto. In verità vi dico che gli
darà da amministrare tutti i suoi beni” (Lc 12,44; cfr. Lc 12,37).
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Capitolo XX
L’AMORE DELLA SOLITUDINE E DEL SILENZIO
Cerca il tempo adatto per pensare a te e rifletti frequentemente sui benefici che
vengono da Dio. Tralascia ogni cosa umanamente attraente; medita argomenti
che ti assicurino una compunzione di spirito, piuttosto che un modo qualsiasi
di occuparti. Un sufficiente spazio di tempo, adatto per dedicarti a buone
meditazioni, lo troverai rinunciando a fare discorsi inutilmente oziosi e ad
ascoltare chiacchiere sugli avvenimenti del giorno. I più grandi santi
evitavano, per quanto possibile, di stare con la gente e preferivano stare
appartati, al servizio di Dio. E’ stato detto: ogni volta che andai tra gli uomini
ne ritornai meno uomo di prima (Seneca, Epist. VII, 3). E ne facciamo spesso
esperienza, quando stiamo a lungo a parlare con altri. Tacere del tutto è più
facile che evitare le intemperanze del discorrere, come è più facile stare chiuso
in casa che sapersi convenientemente controllare fuori casa. Perciò colui che
vuole giungere alla spiritualità interiore, deve, insieme con Gesù, ritirarsi dalla
gente. Soltanto chi ama il nascondimento sta in mezzo alla gente senza errare;
soltanto chi ama il silenzio parla senza vaneggiare; soltanto chi ama la
sottomissione eccelle senza sbagliare; soltanto chi ama obbedire comanda
senza sgarrare; soltanto colui che è certo della sua buona coscienza possiede
gioia perfetta.
Però, anche nei santi, questo senso di sicurezza ebbe fondamento nel timore di
Dio. Essi brillarono per straordinarie virtù e per grazia, ma non per questo
furono meno fervorosi e intimamente umili. Il senso di sicurezza dei cattivi
scaturisce, invece, dalla superbia e dalla presunzione; e , alla fine, si muta in
inganno di se stessi. Non sperare di avere sicurezza in questo mondo, anche se
sei ritenuto buon monaco o eremita devoto; spesso, infatti, coloro che
sembravano eccellenti agli occhi degli uomini sono stati messi nelle più gravi
difficoltà. Per molte persone è meglio dunque non essere del tutto esenti da
tentazioni ed avere sovente da lottare contro di queste, affinché non siamo
troppo sicure di sé, non abbiamo per caso a montare in superbia o addirittura a
volgersi sfrenatamente a gioie terrene. Quale buona coscienza manterrebbe
colui che non andasse mai cercando le gioie passeggere e non si lasciasse
prendere dal mondo! Quale grande pace, quale serenità avrebbe colui che
sapesse stroncare ogni vano pensiero, meditando soltanto intorno a ciò che
attiene a Dio e alla salute dell’anima, e ponendo ben fissa ogni sua speranza in
Dio! Nessuno sarà degno del gaudio celeste, se non avrà sottoposto
pazientemente se stesso al pungolo spirituale. Ora, se tu vuoi sentire dal
profondo del cuore questo pungolo, ritirati nella tua stanza, lasciando fuori il
tumulto del mondo, come sta scritto: pungolate voi stessi, nelle vostre stanze
(Sal 4,4). Quello che fuori, per lo più, vai perdendo, lo troverai nella tua cella; la
quale diventa via via sempre più cara, mentre reca noi soltanto a chi vi sta di
mal animo. Se, fin dall’inizio della tua venuta in convento, starai nella tua cella,
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e la custodirai con buona disposizione d’animo, essa diventerà per te un’amica
diletta e un conforto molto gradito.
Nel silenzio e nella quiete l’anima devota progredisce e apprende il significato
nascosto delle Scritture; nel silenzio e nella quiete trova fiumi di lacrime per
nettarsi e purificarsi ogni notte, e diventa tanto più intima al suo creatore
quanto più sta lontana da ogni chiasso mondano. Se, dunque, uno si sottrae a
conoscenti e ad amici, gli si farà vicino Iddio, con gli angeli santi. E’ cosa
migliore starsene appartato a curare il proprio perfezionamento, che fare
miracoli, dimenticando se stessi. Cosa lodevole, per colui che vive in convento,
andar fuori di rado, evitare di apparire, persino schivare la gente. Perché mai
vuoi vedere ciò che non puoi avere? “Il mondo passa, e passano i suoi desideri”
(1Gv 2,17).
I desideri dei sensi portano a vagare con la mente; ma, passato il momento, che
cosa ne ricavi se non un peso sulla coscienza e una profonda dissipazione?
Un’uscita piena di gioia prepara spesso un ritorno pieno di tristezza; una veglia
piena di letizia rende l’indomani pieno di amarezza; ogni godimento della carne
penetra con dolcezza, ma alla fine morde e uccide. Che cosa puoi vedere fuori
del monastero, che qui tu non veda? Ecco, qui hai il cielo e la terra e tutti glie
elementi dai quali sono tratte tutte le cose. Che cosa altrove potrai vedere, che
possa durare a lungo sotto questo sole? Forse credi di poterti saziare
pienamente; ma a ciò non giungerai. Ché, se anche tu vedessi tutte le cose di
questo mondo, che cosa sarebbe questo, se non un sogno senza consistenza?
Leva i tuoi occhi in alto, a Dio, e prega per i tuoi peccati e per le tue mancanze.
Lascia le vanità alla gente vana; e tu attendi invece a quello che ti ha
comandato Iddio. Chiudi dietro di te la tua porta, chiama a te Gesù, il tuo
diletto, e resta con lui nella cella; ché una sì grande pace altrove non la
troverai. Se tu non uscirai e nulla sentirai dal chiasso mondano, resterai più
facilmente in una pace perfetta. E poiché talvolta sentire cose nuove reca
piacere, occorre che tu sappia sopportare il conseguente turbamento
dell’animo.
Capitolo XXI
LA COMPUNZIONE DEL CUORE
Se vuoi fare qualche progresso conservati nel timore di Dio, senza ambire a
una smodata libertà; tieni invece saldamente a freno i tuoi sensi, senza lasciarti
andare a una stolta letizia. Abbandonati alla compunzione di cuore, e ne
ricaverai una vera devozione. La compunzione infatti fa sbocciare molte cose
buone, che, con la leggerezza di cuore, sogliono subitamente disperdersi. E’
meraviglia che uno possa talvolta trovare piena letizia nella vita terrena, se
considera che questa costituisce un esilio e se riflette ai tanti pericoli che la sua
anima vi incontra. Per leggerezza di cuore e noncuranza dei nostri difetti
spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima; anzi, spesso ridiamo
stoltamente, quando, in verità, dovremmo piangere. Non esiste infatti vera
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libertà, né santa letizia, se non nel timore di Dio e nella rettitudine di
coscienza. Felice colui che riesce a liberarsi da ogni impacci dovuto a
dispersione spirituale, concentrando tutto se stesso in una perfetta
compunzione. Felice colui che sa allontanare tutto ciò che può macchiare o
appesantire il suo spirito. Tu devi combattere da uomo: l’abitudine si vince con
l’abitudine. Se impari a non curarti della gente, questa lascerà che tu attenda
tranquillamente a te stesso. Non portare dentro di te le faccende degli altri,
non impicciarti neppure di quello che fanno le persone più in vista; piuttosto
vigila sempre e in primo luogo su di te, e rivolgi il tuo ammonimento
particolarmente a te stesso, prima che ad altre persone, anche care. Non
rattristarti se non ricevi il favore degli uomini; quello che ti deve pesare,
invece, è la constatazione di non essere del tutto e sicuramente nella via del
bene, come si converrebbe a un servo di Dio e a un monaco pieno di devozione.
E’ grandemente utile per noi, e ci dà sicurezza di spirito, non ricevere molte
gioie in questa vita; particolarmente gioie materiali. Comunque, è colpa nostra
se non riceviamo consolazioni divine o ne proviamo raramente; perché non
cerchiamo la compunzione del cuore e non respingiamo del tutto le vane
consolazioni che vengono dal di fuori. Riconosci di essere indegno della
consolazione divina, e meritevole piuttosto di molte sofferenze, Quando uno è
pienamente compunto in se stesso, ogni cosa di questo mondo gli appare
pesante e amara. L’uomo retto, ben trova motivo di pianto doloroso. Sia che
rifletta su di sé o che vada pensando agli altri, egli comprende che nessuno vive
quaggiù senza afflizioni; e quanto più severamente si giudica, tanto
maggiormente si addolora. Sono i nostri peccati e i nostri vizi a fornire materia
di giusto dolore e di profonda compunzione; peccato e vizi dai quali siamo così
avvolti e schiacciati che raramente riusciamo a guardare alle cose celesti. Se il
nostro pensiero andasse frequentemente alla morte, più che alla lunghezza
della vita, senza dubbio ci emenderemmo con maggior fervore. Di più, se
riflettessimo nel profondo del cuore alle sofferenze future dell’inferno e del
purgatorio, accetteremmo certamente fatiche e dolori, e non avremmo paura di
un duro giudizio. Invece queste cose non penetrano nel nostro animo; perciò
restiamo attaccati alle dolci mollezze, restiamo freddi e assai pigri. Spesso,
infatti, è sorta di spirituale povertà quella che facilmente invade il nostro
misero corpo. Prega dunque umilmente il Signore che ti dia lo spirito di
compunzione; e di’, con il profeta: nutrimi, o Signore, “con il pane delle lacrime;
dammi, nelle lacrime, copiosa bevanda” (Sal 79,6).
Capitolo XXII
LA MEDITAZIONE DELLA MISERIA UMANA
Dovunque tu sia e dovunque ti volga, sei sempre misera cosa; a meno che tu
non ti volga tutto a Dio. Perché resti turbato quando le cose non vanno
secondo la tua volontà e il tuo desiderio? Chi è colui che tutto ha secondo il suo
beneplacito? Non io, non tu, né alcun altro su questa terra. Non c’è persona al
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mondo, anche se è un re o un papa, che non abbia qualche tribolazione o
afflizione. E chi è dunque che ha la parte migliore? Senza dubbio colui che è
capace di sopportare qualche male per amore di Dio. Dice molta gente, debole
e malata nello spirito: guarda che vita beata conduce quel tale; come è ricco e
grande, come è potente e come è salito in alto! Ma, se poni mente ai beni eterni,
vedrai che tutte queste cose passeggere sono un nulla, anzi qualcosa di molto
insicuro e particolarmente gravoso, giacché le cose temporali non si possono
avere senza preoccupazioni e paure. Per la felicità non occorre che l’uomo
possieda beni terreni in sovrabbondanza; basta averne una modesta quantità,
giacché la vita di quaggiù è veramente una misera cosa. Quanto più uno
desidera elevarsi spiritualmente, tanto più la vita presente gli appare amara,
perché constata pienamente le deficienze dovute alla corrotta natura umana.
Invero mangiare, bere, star sveglio, dormire, riposare, lavorare, e dover
soggiacere alle altre necessità che ci impone la nostra natura, tutto ciò, in
realtà, è una miseria grande e un dolore per l’uomo religioso; il quale amerebbe
essere sciolto e libero da ogni peccato. In effetti l’uomo che vive interiormente
si sente schiacciato, come sotto un peso, dalle esigenze materiali di questo
mondo; ed è perciò che il profeta prega fervorosamente di essere liberato,
dicendo: “Signore, toglimi da queste necessità” (Sal 24,17).
Guai a quelli che non riconoscono la loro miseria. Guai, ancor più, a quelli che
amano questa vita miserabile e destinata a finire; una vita alla quale tuttavia
certa gente – anche se, lavorando o elemosinando, mette insieme appena
appena il necessario – si abbarbica, come se potesse restare quaggiù in eterno,
senza darsi pensiero del regno di Dio. Gente pazza, interiormente priva di fede;
gente sommersa dalle cose terrene, tanto da gustare solo ciò che è materiale.
Alla fine, però, constateranno, con pena, quanto poco valessero – anzi come
fossero un nulla – le cose che avevano amato. Ben diversamente, i santi di Dio,
e tutti i devoti amici di Cristo; essi non andavano dietro ai piaceri del corpo o a
ciò che rende fiorente questa vita mortale. La loro anelante tensione e tutta la
loro speranza erano per i beni eterni; il loro desiderio – per non essere tratti al
basso dall’attaccamento alle cose di quaggiù – si elevava interamente alle cose
invisibili, che non vengono meno. O fratello, non perdere la speranza di
progredire spiritualmente; ecco, ne hai il tempo e l’ora. Perché, dunque, vuoi
rimandare a domani il tuo proposito? Alzati, e comincia all’istante, dicendo: è
questo il momento di agire; è questo il momento di combattere; è questo il
momento giusto per correggersi. Quando hai dolori e tribolazioni, allora è il
momento per farti dei meriti. Giacché occorre che tu passi attraverso il “fuoco
e l’acqua” prima di giungere nel refrigerio (Sal 65,12). E se non farai violenza a
te stesso, non vincerai i tuoi vizi. Finché portiamo questo fragile corpo, non
possiamo essere esenti dal peccato, né vivere senza molestie e dolori. Ben
vorremmo aver tregua da ogni miseria; ma avendo perduto, a causa del
peccato, la nostra innocenza, abbiamo perduto quaggiù anche la vera felicità.
Perciò occorre che manteniamo in noi una ferma pazienza, nell’attesa della
misericordia divina, “fino a che sia scomparsa l’iniquità di questo mondo” (Sal
56,2) e le cose mortali “siano assunte dalla vita eterna” (2Cor 5,4). Tanto è
fragile la natura umana che essa pende sempre verso il vizio. Ti accusi oggi dei
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tuoi peccati e domani commetti di nuovo proprio ciò di cui ti sei accusato. Ti
proponi oggi di guardarti dal male, e dopo un’ora agisci come se tu non ti fossi
proposto nulla. Ben a ragione, dunque, possiamo umiliarci; né mai possiamo
avere alcuna buona opinione di noi stessi, perché siamo tanto deboli e instabili.
Inoltre, può andare rapidamente perduto per negligenza ciò che a stento, con
molta fatica, avevamo alla fine raggiunto, per grazia di Dio. E che cosa sarà di
noi alla fine, se così presto ci prende la tiepidezza? Guai a noi, se
pretendessimo di riposare tranquillamente, come se già avessimo raggiunto
pace e sicurezza, mentre, nella nostra vita, non si vede neppure un indizio di
vera santità. Occorrerebbe che noi fossimo di nuovo plasmati, quasi in un buon
noviziato, a una vita irreprensibile; in tal modo potremo sperare di
raggiungere un certo miglioramento e di conseguire un maggior profitto
spirituale.
Capitolo XXIII
LA MEDITAZIONE DELLA MORTE
Ben presto la morte sarà qui, presso di te. Considera, del resto, la tua
condizione: l’uomo oggi c’è e domani è scomparso; e quando è sottratto alla
vista, rapidamente esce anche dalla memoria. Quanto grandi sono la stoltezza e
la durezza di cuore dell’uomo: egli pensa soltanto alle cose di oggi e non
piuttosto alle cose future. In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti
comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; ché, se avrai retta la
coscienza, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal
peccato che sfuggire alla morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo
sarai domani? Il domani è una cosa non sicura: che ne sai tu se avrai un
domani? A che giova vivere a lungo, se correggiamo così poco noi stessi?
Purtroppo, non sempre una vita lunga corregge i difetti; anzi spesso accresce
maggiormente le colpe. Magari potessimo passare santamente anche una sola
giornata in questo mondo. Molti fanno il conto degli anni trascorsi dalla loro
conversione a Dio; ma scarso è sovente il frutto della loro emendazione.
Certamente morire è cosa che mette paura; ma forse è più pericoloso vivere a
lungo. Beato colui che ha sempre dinanzi agli occhi l’ora della sua morte ed è
pronto ogni giorno a morire. Se qualche volta hai visto uno morire, pensa che
anche tu dovrai passare per la stessa strada. La mattina, fa conto di non
arrivare alla sera; e quando poi si farà sera non osare sperare nel domani. Sii
dunque sempre pronto; e vivi in tal modo che, in qualunque momento, la morte
non ti trovi impreparato.
Sono molti coloro che muoiono in un istante, all’improvviso; giacché “il Figlio
dell’uomo verrà nell’ora in cui non si pensa che possa venire” (Mt 24,44; Lc
12,40). Quando sarà giunto quel momento estremo, comincerai a giudicare ben
diversamente tutta la tua vita passata, e molto ti dorrai di esser stato tanto
negligente e tanto fiacco. Quanto é saggio e prudente l’uomo che, durante la
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vita, si sforza di essere quale desidera esser trovato al momento della morte!
Ora, una piena fiducia di morire santamente la daranno il completo disprezzo
del mondo, l’ardente desiderio di progredire nelle virtù, l’amore del sacrificio, il
fervore nella penitenza, la rinuncia a se stesso e il saper sopportare ogni
avversità per amore di Cristo. Mentre sei in buona salute, molto puoi lavorare
nel bene; non so, invece, che cosa potrai fare quando sarai ammalato. Giacché
sono pochi quelli che, per il fatto di essere malati, diventano più buoni; così
come sono pochi quelli che, per il fatto di andare frequentemente in
pellegrinaggio, diventano più santi. Non credere di poter rimandare a un
tempo futuro la tua salvezza, facendo affidamento sui suffragi degli amici e dei
parenti; tutti costoro ti dimenticheranno più presto di quanto tu non creda.
Perciò, più che sperare nell’aiuto di altri, è bene provvedere ora, fin che si è in
tempo, mettendo avanti un po’ di bene. Ché, se non ti prendi cura di te stesso
ora, chi poi si prenderà cura di te? Questo è il tempo veramente prezioso; sono
questi i giorni della salvezza; è questo il tempo che il Signore gradisce (2Cor
6,2). Purtroppo, invece, questo tempo tu non lo spendi utilmente in cose
meritorie per la vita eterna. Verrà il momento nel quale chiederai almeno un
giorno o un’ora per emendarti; e non so se l’otterrai. Ecco, dunque, mio caro, di
quale pericolo ti potrai liberare, a quale pericolo ti potrai sottrarre, se sarai
stato sempre nel timore di Dio, in vista della morte. Procura di vivere ora in
modo tale che, nell’ora della morte, tu possa avere letizia, anziché paura;
impara a morire al mondo, affinché tu cominci allora a vivere con Cristo;
impara ora a disprezzare ogni cosa, affinché tu possa allora andare liberamente
a Cristo; mortifica ora il tuo corpo con la penitenza, affinché tu passa allora
essere pieno di fiducia.
Stolto, perché vai pensando di vivere a lungo, mentre non sei sicuro di avere
neppure una giornata? Quante persone sono state ingannate, inaspettatamente
tolte a questa vita! Quante volte hai sentito dire che uno è morto di ferite e un
altro è annegato; che uno, cadendo dall’alto, si è rotto la testa; che uno si è
soffocato mentre mangiava e un altro è morto mentre stava giocando? Chi
muore per fuoco, chi per spada; chi per una pestilenza, chi per un assalto dei
predoni. Insomma, comunque destino è la morte; e passa rapidamente come
un’ombra la vita umana. Chi si ricorderà di te, dopo che sarai scomparso, e chi
pregherà per te? Fai, o mio caro, fai ora tutto quello che sei in grado di fare,
perché non conosci il giorno della tua morte; né sai che cosa sarà di te dopo.
Accumula, ora, ricchezze eterne, mentre sei in tempo. Non pensare a
nient’altro che alla tua salvezza; preoccupati soltanto delle cose di Dio. Fatti
ora degli amici, venerando i santi di Dio e imitando le loro azioni, “affinché ti
ricevano nei luoghi eterni, quando avrai lasciato questa vita” (Lc 16,9).
Mantienti, su questa terra, come uno che è di passaggio; come un ospite, che
non ha a che fare con le faccende di questo mondo. Mantieni libero il tuo cuore,
e rivolto al cielo, perché non hai stabile dimora quaggiù (Eb 13,14). Al cielo
rivolgi continue preghiere e sospiri e lacrime, affinché, dopo la morte, la tua
anima sia degna di passare felicemente al Signore. Amen.
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Capitolo XXIV
IL GIUDIZIO DIVINO E LA PUNIZIONE DEI PECCATI
In ogni cosa tieni l’occhio fisso al termine finale; tieni l’occhio, cioè, a come
comparirai dinanzi al giudice supremo; al giudice che vede tutto, non si lascia
placare con doni, non accetta scuse; e giudica secondo giustizia (cfr. Is 11,4).
Oh!, sciagurato e stolto peccatore, come potrai rispondere a Dio, il quale
conosce tutto il male che hai fatto; tu che tremi talvolta alla vista del solo volto
adirato di un uomo? Perché non pensi a quel che avverrà di te nel giorno del
giudizio, quando nessuno potrà essere scagionato e difeso da altri, e ciascuno
costituirà per se stesso un peso anche troppo grave? E’ adesso che la tua fatica
è producente; è adesso che il tuo pianto e il tuo sospiro possono piacere a Dio
ed essere esauditi; è adesso che il tuo dolore può ripagare il male compiuto e
renderti puro.
Un grave e salutare purgatorio l’ha colui che sa sopportare. Questi, ricevendo
ingiustizie, si dispiace della cattiveria altrui, più che del male patito; è pronto a
pregare per quelli che lo contrastano e perdona di cuore le loro colpe; non esita
a chiedere perdono agli altri; è più incline ad aver compassione che ad adirarsi;
fa violenza sovente a se stesso e si sforza di sottoporre interamente la carne
allo spirito. Stroncare ora i vizi e purgarsi ora dai peccati è miglior cosa che
lasciarli da purgare in futuro. Invero noi facciamo inganno a noi stessi amando
le cose carnali, contro l’ordine stabilito da Dio. Che altro divorerà, quel fuoco,
se non i tuoi peccati? Perciò, quanto più indulgi a te stesso quaggiù, seguendo
la carne, tanto più duramente pagherai poi, preparando fin d’ora materiale più
abbondante per quelle fiamme. Ciascuno sarà più gravemente punito in ciò in
cui ebbe a peccare. Colà i pigri saranno incalzati da pungoli infuocati; e i golosi
saranno tormentati da grande sete e fame. Colà sui lussuriosi e sugli amanti dei
piaceri saranno versati in abbondanza pece ardente e zolfo fetido; e gli
invidiosi, per il grande dolore, daranno in ululati, quali cani rabbiosi. Non ci
sarà vizio che non abbia il suo speciale tormento. Colà i superbi saranno pieni
di ogni smarrimento; e gli avari saranno oppressi da gravissima miseria.
Un’ora trascorsa colà, nella pena, sarà più grave di cento anni passati qui in
durissima penitenza. Nessuna tregua, colà, nessun conforto per i dannati;
mentre quaggiù talora ci si stacca dalla fatica e si gode del sollievo degli amici.
Devi darti da fare adesso, e piangere i tuoi peccati, per poter essere senza
pensiero nel giorno del giudizio. In quel giorno, infatti, i giusti staranno in
piena tranquillità in faccia a coloro che li oppressero (Sap 5,1) e li
calpesteranno. Starà come giudice colui che ora si sottomette umilmente al
giudizio degli uomini. In quel giorno, grande speranza avranno il povero e
l’umile, e sarà pieno di paura il superbo; apparirà che è stato saggio in questo
mondo colui che ha saputo essere stolto e disprezzato per amore di Cristo. In
quel giorno sarà cara ogni tribolazione che sia stata sofferta pazientemente, e
“ogni iniquità chiuderà la sua bocca” (Sal 106,42); l’uomo pio sarà nella gioia,
mentre sarà nel dolore chi è vissuto senza fede. In quel giorno il corpo
tribolato godrà più che se fosse stato nutrito di delizie; risplenderà la veste
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grossolana e quella fine sarà oscurata; una miserabile dimora sarà più
ammirata che un palazzo dorato. In quel giorno una pazienza che non sia
venuta mai meno, gioverà più che tutta la potenza della terra; la schietta
obbedienza sarà glorificata più che tutta l’astuzia del mondo. In quel giorno la
pura e retta coscienza darà più gioia che la erudita dottrina; il disprezzo delle
ricchezze varrà di più che i tesori di tutti gli uomini. In quel giorno avrai
maggior gioia da una fervente preghiera che da un pranzo prelibato; trarrai più
gioia dal silenzio che avrai mantenuto, che da un lungo parlare. In quel giorno
le opere buone varranno di più che le molte parole; una vita rigorosa è una
dura penitenza ti saranno più care di ogni piacere di questa terra.
Impara a patire un poco adesso, affinché allora tu possa essere liberato da
patimenti maggiori. Prova te stesso prima, quaggiù, per sapere di che cosa
sarai capace allora. Se adesso sai così poco patire, come potrai sopportare i
tormenti eterni? Se adesso un piccolo patimento ti rende così incapace di
sopportazione, come ti renderà la Geenna? Ecco, in verità, non le puoi avere
tutte e due, queste gioie: godere in questa vita e poi regnare con Cristo. Che ti
gioverebbe, se, fino ad oggi, tu fossi sempre vissuto tra gli onori e i piaceri, e
ora ti accadesse di morire improvvisamente? Tutto, dunque, è vanità, fuorché
amare Iddio e servire a Lui solo. E perciò, colui che ama Dio con tutto il suo
cuore non ha paura né della morte, né della condanna, né del giudizio, né
dell’inferno. Un amore perfetto porta con tutta sicurezza a Dio; chi invece
continua ad amare il peccato ha paura e – ciò non fa meraviglia – della morte e
del giudizio. Se poi non hai ancora amore bastante per star lontano dal male, è
bene che almeno la paura dell’inferno ti trattenga; in effetti, chi non tiene nel
giusto conto il timore di Dio non riuscirà a mantenersi a lungo nella via del
bene, ma cadrà ben presto nei lacci del diavolo.
Capitolo XXV
CORREGGERE FERVOROSAMENTE TUTTA LA NOSTRA VITA
Che tu sia attento e preciso, nel servire Iddio; ripensa frequentemente alla
ragione per la quale sei venuto qui, lasciando il mondo. Non è stato forse per
vivere in Dio e farti tutto spirito? Che tu sia, dunque, fervoroso, giacché in
breve tempo sarai ripagato dei tuoi sforzi; né avrai più, sul tuo orizzonte, alcun
timore e dolore faticherai qui per un poco, e poi troverai una grande pace, anzi,
una gioia perpetua. Se sarai costante nella fede e fervoroso nelle opere, Dio,
senza dubbio, sarà giusto e generoso nella ricompensa. Che tu mantenga la
santa speranza di giungere alla vittoria, anche se non è bene che tu ne abbia
alcuna sicurezza, per non cadere in stato di torpore o di presunzione. Una
volta, un tale, dibattuto interiormente tra il timore e la speranza, sfinito dal
doloro, si prostrò in chiesa davanti ad un altare dicendo tra sé: “Oh! Se sapessi
di poter perseverare!”. E subito, di dentro, udì una risposta, che veniva da Dio:
“Perché, se tu sapessi di poter perseverare, che cosa vorresti fare? Fallo adesso,
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quello che vorresti fare, e sarai del tutto tranquillo”. Allora, rasserenato e
confortato, egli si affidò alla volontà di Dio, e cessò in lui quella angosciosa
incertezza; egli non volle più cercar di sapere quel che sarebbe stato di lui in
futuro, e si diede piuttosto a cercare “quale fosse la volontà del Signore:
volontà di bene e di perfezione”, (Rm 12, 2) per intraprendere e portare a
compimento ogni opera buona. Dice il profeta: “Spera nel Signore e fa il bene;
abita la terra e nutriti delle sue ricchezze” (Sal 36,3).
Una sola cosa è quella che distoglie molta gente dal progresso spirituale e dal
fervoroso sforzo di correzione: lo sgomento di fronte agli ostacoli e l’asprezza
di questa lotta. Invero avanzano nelle virtù coloro che si sforzano di superare
virilmente ciò che è per essi più gravoso, e che più li contrasta; giacché proprio
là dove più si vince se stessi, mortificandosi nello spirito, più si guadagna, e
maggior grazia si ottiene. Certo che non tutti gli uomini hanno pari forze per
vincere se stessi e per mortificarsi. Tuttavia, uno che abbia tenacia e buon
volere, anche se le sue passioni sono più violente, riuscirà a progredire più di
un altro, pur buono, ma meno fervoroso nel tendere verso le virtù. Due cose
giovano particolarmente al raggiungimento di una totale emendazione: il fare
violenza a se stessi, distogliendosi dal male, a cui ciascuno è portato per natura;
e il chiedere insistentemente il bene spirituale di cui ciascuno ha maggior
bisogno. Inoltre tu devi fare in modo di evitare soprattutto ciò che più spesso
trovi brutto in altri. Da ogni parte devi saper trarre motivo di profitto
spirituale. Così, se ti capita di vedere o di ascoltare dei buoni esempi, devi
ardere dal desiderio di imitarli; se, invece, ti pare che qualcosa sia degno di
riprovazione, devi guardarti dal fare altrettanto; se talvolta l’hai fatto, procura
di emendarti. Come il tuo occhio giudica gli altri, così, a tua volta, sarai
giudicato tu dagli altri. Quale gioia e quale dolcezza, vedere dei frati pieni di
fervore e di devozione, santi nella vita interiore e nella loro condotta; quale
tristezza, invece, e quale dolore, vedere certi frati, che vanno di qua e di là,
disordinatamente, tralasciando di praticare proprio ciò per cui sono stati
chiamati! Gran danno procura, questo dimenticarsi delle promesse della
propria vocazione, volgendo i desideri a cose diverse da quelle che ci vengono
ordinate.
Ricordati della decisione che hai presa, e poni dinanzi ai tuoi occhi la figura del
crocifisso. Riflettendo alla vita di Gesù Cristo, avrai veramente di che
vergognarti, ché non hai ancora cercato di farti più simile a lui, pur essendo
stato per molto tempo nella vita di Dio. Il monaco che si addestra con intensa
devozione sulla vita santissima e sulla passione del Signore, vi troverà in
abbondanza tutto ciò che gli può essere utile e necessario; e non dovrà cercare
nulla di meglio, fuor di Gesù. Oh, come saremmo d’un colpo pienamente
addottrinati se avessimo nel nostro cuore Gesù crocifisso! Il monaco pieno di
fervore sopporta ogni cosa santamente e accetta ciò che gli viene imposto;
invece quello negligente e tiepido trova una tribolazione sull’altra ed è
angustiato per ogni verso, perché gli manca la consolazione interiore, e quella
esterna gli viene preclusa. Il monaco che vive fuori della regola va incontro a
piena rovina. Infatti chi tende ad una condizione piuttosto libera ed esente da
disciplina sarà sempre nell’incertezza, poiché ora non gli andrà una cosa, ora
25
un’altra. Come fanno gli altri monaci, così numerosi, che vivono ben
disciplinati dalla regola del convento? Escono di rado e vivono liberi da ogni
cosa; mangiano assai poveramente e vestono panni grossolani; lavorano molto
e parlano poco; vegliano fino a tarda ora e si alzano per tempo; pregano a
lungo, leggono spesso e si comportano strettamente secondo la regola. Guarda
i Certosini, i Cistercensi, e i monaci e le monache di altri Ordini, come si alzano
tutte le notti per cantare le lodi di Dio. Ora, sarebbe vergognoso che, in una
cosa tanto meritoria, tu ti lasciassi prendere dalla pigrizia, mentre un
grandissimo numero di monaci comincia i suoi canti di gioia, in unione con
Dio. Oh!, se noi non avessimo altro da fare che lodare il Signore, nostro Dio,
con tutto il cuore e con tutta la nostra voce. Oh!, se tu non avessi mai bisogno
di mangiare, di bere, di dormire; e potessi invece, lodare di continuo il Signore,
e occuparti soltanto delle cose dello spirito. Allora saresti più felice di adesso,
che sei al servizio del tuo corpo per varie necessità. E volesse il Cielo che non
ci fossero, queste necessità, e ci fossero soltanto i pasti spirituali dell’anima, che
purtroppo gustiamo ben di rado.
Quando uno sarà giunto a non cercare il proprio conforto in alcuna creatura,
allora egli comincerà a gustare perfettamente Dio; allora accetterà di buon
grado ogni cosa che possa succedere; allora non si rallegrerà, o rattristerà, per
il molto o il poco che possieda. Si rimetterà del tutto e con piena fiducia in Dio:
in Dio, che per lui sarà tutto, in ogni circostanza; in Dio, agli occhi del quale
nulla muove o va interamente perduto; in Dio, e per il quale ogni cosa vive,
servendo senza esitazione al suo comando. Abbi sempre presente che tutto
finisce e che il tempo perduto non ritorna. Non giungerai a possedere forza
spirituale, se non avrai sollecitudine e diligenza. Se comincerai ad essere
spiritualmente malato. Se invece ti darai tutto al fervore, troverai una grande
pace, e sentirai più lieve la fatica, per la grazia di Dio e per la forza dell’amore.
Tutto può, l’uomo fervido e diligente. Impresa più grande delle sudate fatiche
corporali è quella di vincere i vizi e di resistere alle passioni. E colui che non sa
evitare le piccole mancanze, cade, a poco a poco, in mancanze maggiori. Sarai
sempre felice, la sera, se avrai spesa la giornata fruttuosamente. Vigila su te
stesso, scuoti e ammonisci te stesso; checché facciano gli altri, non dimenticare
te stesso. Il tuo progresso spirituale sarà pari alla violenza che avrai fatto a te
stesso. Amen.
FINISCONO LE ESORTAZIONI UTILI PER LA VITA DELLO SPIRITO.
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Libro II
INCOMINCIAMO LE ESORTAZIONI CHE CI INTRODUCONO
ALL’INTERIORITA’
Capitolo I
IL RACCOGLIMENTO INTERIORE
“Il regno di Dio è dentro di voi” (Lc 17,21), dice il Signore. Volgiti a Dio con
tutto il tuo cuore, lasciando questo misero mondo, e l’anima tua troverà pace.
Impara a disprezzare ciò che sta fuori di te, dandoti a ciò che è interiore, e
vedrai venire in te il regno di Dio. Esso è, appunto, “pace e letizia nello Spirito
Santo” (Rm 14,17); e non è concesso ai malvagi. Se gli avrai preparato, dentro
di te, una degna dimora, Cristo verrà a te e ti offrirà il suo conforto. Infatti
ogni lode e ogni onore, che gli si possa fare, viene dall’intimo; e qui sta il suo
compiacimento. Per chi ha spirito di interiorità è frequente la visita di Cristo; e,
con essa, un dolce discorrere, una gradita consolazione, una grande pace, e una
familiarità straordinariamente bella. Via, anima fedele, prepara il tuo cuore a
questo sposo, cosicché si degni di venire presso di te e di prendere dimora in te.
Egli dice infatti: Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e verremo a lui e
abiteremo presso di lui” (Gv 14,23). Accogli, dunque, Cristo, e non far entrare
in te nessun’altra cosa. Se avrai Cristo sarai ricco, sarai pienamente appagato.
Sarà lui a provvedere e ad agire fedelmente per te. Così non dovrai affidarti
agli uomini. Questi mutano in un momento e vengono meno rapidamente,
mentre cristo “resta in eterno” (Gv 12, 34) e sta fedelmente accanto a noi, fino
alla fine. Non dobbiamo far molto conto sull’uomo, debole e mortale, anche se
si tratta di persona che ci è preziosa e cara; né dobbiamo troppo rattristarci se
talvolta ci combatte e ci contrasta. Quelli che oggi sono con te, domani si
possono mettere contro di te; spesso si voltano come il vento.
Riponi interamente la fiducia in Dio, e sia lui il tuo timore e il tuo amore.
Risponderà lui per te, e opererà per il bene, nel modo migliore. “Non hai
stabile dimora quaggiù” (Eb 13,14); dovunque tu abbia a trovarti, sei un
forestiero e un pellegrino, né mai avrai pace se non sarai strettamente unito a
Cristo. Perché ti guardi tutto attorno quaggiù, se non è questo il luogo della
tua pace? La tua dimora deve essere tra le cose celesti; quelle terrene le devi
guardare come di passaggio. Passano tutte le cose, e con esse anche tu; vedi di
non invischiarti, per evitare di essere catturato e perire. Sia il tuo pensiero
sempre presso l’Altissimo; e la tua preghiera si diriga, senza sosta a Cristo. Che
se non riesci a meditare le profonde realtà celesti, cerca rifugio nella passione
di Cristo e prendi lieta dimora nelle sue sante ferite. Se ti sarai rifugiato, con
animo devoto, nelle ferite e nelle piaghe preziose di Gesù, sentirai un gran
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conforto nella tribolazione, e non farai molto caso del disprezzo degli uomini,
sopportando con facilità quanto si dice contro di te. Anche Cristo fu
disprezzato dagli uomini in questo mondo e, nel momento in cui ne aveva
maggior bisogno, fu abbandonato, tra sofferenze disonoranti, da quelli che lo
conoscevano e gli erano amici. Cristo volle soffrire ed essere disprezzato; e tu
osi lamentarti di qualcuno? Cristo ebbe avversari e oppositori; e tu vuoi che
tutti ti siano amici e ti facciano del bene? Come potrà essere premiata la tua
capacità di soffrire se non avrai incontrato alcuna avversità? Se non vuoi
sopportare nulla che ti si opponga, in che modo potrai essere amico di Cristo?
Se vuoi regnare con Cristo, sorreggiti in Cristo e per mezzo di Cristo. Che se,
una sola volta tu riuscissi ad entrare perfettamente nell’intimo di Gesù,
gustando un poco dell’ardente suo amore, non ti preoccuperesti per nulla di ciò
che ti piace o non ti piace; troveresti gioia, invece nelle offese che ti si fanno.
Giacché l’amore per Gesù ci porta a disprezzare noi stessi.
L’uomo che ama Gesù e la verità, l’uomo veramente interiore e libero da
desideri contrari alla suprema volontà, può volgersi a Dio senza impacci, e
innalzarsi in ispirito sopra se stesso, ricavandone una pace ricca di frutto.
Veramente saggio, e dotto di una dottrina impartita da Dio più che dagli
uomini, è colui che stima tutte le cose per quello che sono, non per quello che
se ne dice nei giudizi umani. Se uno sa procedere secondo la guida interiore,
evitando di valutare le cose secondo i criteri del mondo, non si perde nel
ricercare il luogo adatto o nell’attendere il tempo opportuno per dedicarsi ad
esercizi di devozione. Se uno ha spirito di interiorità, subito si raccoglie in se
stesso, giacché non si disperde mai del tutto nelle cose esterne. Per lui non è
un ostacolo un lavoro che gli venga imposto né una occupazione che, in quel
momento, appaia doverosa; giacché egli sa adattarsi alle situazioni, così come
esse si presentano. Colui che è intimamente aperto e rivolto al bene, non bada
alle azioni malvagie degli uomini, pur se possano apparire mirabili; infatti,
quanto più uno attira a sé le cose esteriori, tanto più resta legato, e distratto da
sé medesimo. Se tutto fosse a posto in te, e tu fossi veramente puro, ogni cosa
accadrebbe per il tuo bene e per il tuo vantaggio; che se molte cose spesso ti
sono causa i disagio o di turbamento, è proprio perché non sei ancora
perfettamente morto a te stesso e distaccato da tutto ciò che è terreno. Nulla
insozza e inceppa il cuore umano quanto un amore non ancora purificato, volto
alle cose di questo mondo; se invece tu rinunci a cercare gioia in ciò che sta
fuori di te, potrai contemplare le realtà celesti e godere frequentemente di gioia
interiore.
Capitolo II
L’UMILE SOTTOMISSIONE
Non fare gran conto di chi ti sia favorevole o contrario; piuttosto preoccupati
assai che, in ogni cosa che tu faccia, Dio sia con te. Abbi retta coscienza; Dio
sicuramente ti difenderà. Non ci sarà cattiveria che possa nuocere a colui che
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Dio vorrà aiutare. Se tu saprai tacere e sopportare, constaterai senza dubbio
l’aiuto del Signore. E’ lui che conosce il tempo e il modo di sollevarti; a lui
perciò devi rimetterti: a lui che può soccorrerci e liberarci da ogni
smarrimento. Perché ci possiamo mantenere in una più grande umiltà, è
sovente assai utile che altri conosca i nostri difetti, e che ce li rimproveri.
Quando uno si umilia per i propri difetti facilmente fa tacere gli altri, e acquieta
senza difficoltà coloro che si sono adirati contro di lui. All’umile Dio dona
protezione ed aiuto; all’umile Dio dona il suo amore e il suo conforto; verso
l’umile Dio si china; all’umile largisce tanta grazia, innalzandolo alla gloria,
perché si è fatto piccolo; all’umile Dio rivela i suoi segreti, invitandolo e
traendolo a sé con dolcezza. Così colui che umilmente ammette la propria colpa
si sente pienamente in pace, avendo egli la sua dimora in Dio, e non nel mondo.
Non credere di aver fatto alcun progresso spirituale, se non ti senti inferiore ad
ogni altro.
Capitolo III
CHI E’ COLUI CHE AMA IL BENE E LA PACE
Se, in primo luogo, manterrai te stesso nella pace, potrai dare pace agli altri;
ché l’uomo di pace è più utile dell’uomo di molta dottrina. Colui che è turbato
dalla passione trasforma anche il bene in male, pronto com’è a vedere il male
dappertutto; mentre colui che ama il bene e la pace trasforma ogni cosa in
bene. Chi è pienamente nella pace non sospetta di alcuno. Invece chi è inquieto
e turbato sta sempre in agitazione per vari sospetti. Non è tranquillo lui, né
permette agli altri di esserlo; dice sovente cose che non dovrebbe dire e
tralascia cose che più gli converrebbe fare; sta attento a ciò che dovrebbero fare
gli altri, e trascura ciò a cui sarebbe tenuto lui stesso. Sii dunque zelante,
innanzi tutto , con te stesso; solo così potrai essere giustamente zelante con il
tuo prossimo. Tu sei molto abile nel trovare giustificazioni per quello che fai e
nel farlo apparire sotto una certa luce, mentre rifiuti di accettare le
giustificazioni negli altri. Sarebbe invece più giusto che tu accusassi te stesso e
scusassi il tuo fratello. Se vuoi essere sopportato, sopporta gli altri anche tu.
Vedi quanto sei ancora lontano dal vero amore e dalla umiltà di chi non sa
adirarsi e indignarsi con alcuno, fuor che con se stesso. Non è grande merito
stare con persone buone e miti; è cosa, questa, che fa naturalmente piacere a
tutti, e nella quale tutti troviamo facile contentezza, giacché amiamo di più
quelli che ci danno ragione. E’ invece grande virtù, e lodevole comportamento,
degno di un uomo, riuscire a vivere in pace con le persone dure e cattive, che si
comportano senza correttezza e non hanno condiscendenza verso di noi. Ci
sono alcuni che stanno, essi, nella pace e mantengono pace anche con gli altri.
Ci sono invece alcuni che non stanno in pace essi, né lasciano pace agli altri:
pesanti con il prossimo, e ancor più con se stessi. Ci sono poi alcuni che stanno
essi nella pace e si preoccupano di condurre alla pace gli altri. La verità è che la
vera pace, in questa nostra misera vita, la dobbiamo far consistere nel saper
29
sopportare con umiltà, piuttosto che nel non avere contrarietà. Colui che saprà
meglio sopportare, conseguirà una pace più grande. Vittorioso su se stesso e
padrone del mondo, questi è l’amico di Cristo e l’erede del cielo.
Capitolo IV
LA LIBERTA’ DI SPIRITO E LA SEMPLICITA’ DI INTENZIONE
Due sono le ali che permettono all’uomo di sollevarsi al di sopra delle cose
terrene, la semplicità e la libertà: la semplicità, necessaria nella intenzione; la
libertà, necessaria nei desideri. La semplicità tende a Dio; la libertà raggiunge
e gode Dio. Nessuna buona azione ti sarà difficile se sarai interiormente libero
da ogni desiderio non retto. E godrai pienamente di questa interiore libertà se
mirerai soltanto alla volontà di Dio e se cercherai soltanto l’utilità del
prossimo. Se il tuo cuore fosse retto, ogni cosa creata sarebbe per te specchio di
vita e libro di santa dottrina. Giacché non v’è creatura così piccola e di così
poco valore che non rappresenti la bontà di Dio. Se tu fossi interiormente
buono e puro, vedresti ogni cosa senza velame, e la comprenderesti
pienamente: è infatti il cuore puro che penetra il cielo e l’inferno. Come uno è di
dentro, così giudica di fuori. Chi è puro di cuore è tutto preso dalla gioia, per
quanta gioia è nel mondo. Se, invece, da qualche parte, ci sono tribolazioni ed
angustie, queste le avverte di più chi ha il cuore perverso. Come il ferro, messo
nel fuoco, lasciando cadere la ruggine, si fa tutto splendente, così colui che si
dà totalmente a Dio si spoglia del suo torpore e si muta in un uomo nuovo.
Quando uno comincia ad essere tiepido spiritualmente teme anche il più
piccolo travaglio, e accoglie volentieri ogni conforto che gli venga dal di fuori.
All’incontro, quando uno comincia a vincere pienamente se stesso e a
camminare veramente da uomo nella via del Signore, allora fa meno conto di
quelle cose che prima gli sembravano gravose.
Capitolo V
L’ATTENTO ESAME DI SE STESSI
Non possiamo fare troppo affidamento su noi stessi, perché spesso ci manca la
grazia e la capacità di sentire rettamente. Scarsa è la luce che è in noi, e
subitamente la perdiamo per la nostra negligenza. Spesso poi non ci
accorgiamo neppure di essere così ciechi interiormente: facciamo il male e, cosa
ancora peggiore, ci andiamo scusando. Talora siamo mossi dalla passione, e la
prendiamo per zelo; rimproveriamo negli altri piccole cose e passiamo sopra a
quelle più grosse, commesse da noi. Avvertiamo con prontezza, e pesiamo ben
bene ciò che gli altri ci fanno soffrire, ma non ci accorgiamo di quanto gli altri
soffrono per causa nostra. Chi riflettesse bene e a fondo su se stesso, non
giudicherebbe severamente gli altri. L’uomo interiore, prima di occuparsi di
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altre cose, guarda dentro di sé; e, intento diligentemente a se stesso, è portato a
tacere degli altri. Solamente se starai zitto sugli altri, guardando specialmente
a te stesso, giungerai a una vera e devota interiorità.
Se sarai tutto intento a te stesso e a Dio, ben poco ti scuoterà quello che
sentirai dal di fuori. Sei forse da qualche parte, quando non sei presente in te?
E se, dimenticando te stesso, tu avessi anche percorso il mondo intero, che
giovamento ne avresti ricavato? Se vuoi avere pace e spirituale solidità, devi
lasciar andare ogni cosa, e avere dinanzi agli occhi solamente te stesso. Grande
sarà il tuo progresso se riuscirai a mantenerti libero da ogni preoccupazione
terrena; se invece apprezzerai in qualche modo una qualsiasi cosa temporale,
farai un gran passo indietro. Nulla per te sia grande, nulla eccelso, nulla
gradito e caro, se non solamente Iddio, oppure cosa che venga da Dio.
Considera vano ogni conforto che ti venga da qualsiasi creatura. L’anima che
ama Dio disprezza tutto ciò che sia inferiore a Dio. Conforto dell’anima e vera
letizia del cuore è soltanto Dio, l’eterno, l’incommensurabile, colui che riempie
di sé l’universo.
Capitolo VI
LA GIOIA DI UNA COSCIENZA RETTA
Giusto vanto dell’uomo retto è la testimonianza della buona coscienza. Se sarai
certo, in coscienza, di aver agito rettamente, sarai sempre nella gioia. La buona
coscienza permette di sopportare tante cose ed è piena di letizia, anche nelle
avversità. Al contrario, se sentirai in coscienza di aver fatto del male, sarai
sempre timoroso ed inquieto. Dolce riposo sarà il tuo, se il cuore non avrà
nulla da rimproverarti. Non rallegrarti se non quando avrai fatto del bene. I
cattivi non godono mai di una vera letizia e non sentono mai la pace dell’anima,
giacché “non c’è pace per gli empi”, dice il Signore (Is 48,22; 57,21). E se la
gente dice: “siamo in pace, non ci accadrà alcun male (Mic 3,11), chi mai oserà
farci del male?”, non creder loro; ché improvvisa si leverà la collera di Dio, “e
quello che hanno fatto andrà in fumo, e i loro piani svaniranno” (Sal 145,4). Per
colui che ama Iddio, non è difficile trovare la propria gloria nella sofferenza,
poiché ciò significa trovarla nella croce del Signore.
La gloria data o ricevuta dagli uomini dura poco; e una certa tristezza le si
accompagna sempre. Invece la gloria dei giusti viene dalla loro coscienza, non
dalle parole della gente; la loro letizia viene da Dio ed è in Dio; la loro gioia
viene dalla verità. Colui che aspira alla gloria vera ed eterna non si preoccupa
di quella temporale; invece colui che cerca questa gloria caduca, anziché
disprezzarla dal profondo dell’animo, evidentemente ama di meno la gloria
celeste. Grande serenità di spirito possiede colui che non bada alle lodi né ai
rimproveri della gente; giacché, se ha la coscienza pulita, si sentirà facilmente
contento e tranquillo. Tu non sei maggiormente santo se ricevi delle lodi, né
31
maggiormente cattivo se ricevi dei rimproveri; sei quello che sei, e non puoi
essere ritenuto più grande di quanto tu non sia agli occhi di Dio. Se fai
attenzione a quello che tu sei in te stesso, interiormente, non baderai a ciò che
possano dire di te gli uomini. L’uomo vede in superficie, Dio invece vede nel
cuore; l’uomo guarda alle azioni esterne. Dio giudica invece le intenzioni. Agire
bene, sempre, e avere poca stima di se medesimi, è segno di umiltà di spirito;
non cercare conforto da alcuna creatura è segno di grande libertà e di fiducia
interiore. Chi non cerca per sé alcuna testimonianza dal di fuori, evidentemente
si abbandona del tutto a Dio. Infatti, come dice S. Paolo, “non riceve il premio
colui che si loda da sé, ma colui che è lodato da Dio” (2Cor 10,18). Procedere
tenendo Dio nel cuore, e non essere stretto da alcun legame che venga di fuori,
ecco la condizione dell’uomo spirituale.
Capitolo VII
L’AMORE DI GESU’ SOPRA OGNI COSA
Beato colui che comprende che cosa voglia dire amare Gesù e disprezzare se
stesso per Gesù. Si deve lasciare ogni persona amata, per colui che merita tutto
il nostro amore: Gesù esige di essere amato, lui solo, sopra ogni cosa.
Ingannevole e incostante è l’amore della creatura; fedele e durevole è l’amore di
Gesù. Chi s’attacca alla creatura cadrà con la creatura, che facilmente vien
meno; chi abbraccia Gesù troverà saldezza per sempre. Ama e tienti amico
colui che, quando tutti se ne andranno, non ti abbandonerà, né permetterà che,
alla fine, tu abbia a perire. Che tu lo voglia oppure no, dovrai un giorno
separarti da tutti; tienti dunque stretto, in vita e in morte, a Gesù, e affidati alla
fedeltà di lui, che solo ti potrà aiutare allorché gli altri ti verranno meno.
Per sua natura, Gesù, tuo amore, è tale da non permettere che tu ami altra
cosa; egli vuole possedere da solo il tuo cuore, e starvi come un re sul suo
trono. Di buon grado Gesù starà presso di te, se tu saprai liberarti
perfettamente da ogni creatura. Qualunque fiducia tu abbia posto negli uomini,
escludendo Gesù, ti risulterà quasi del tutto buttata via. Non affidarti o
appoggiarti ad una canna, che si piega al vento, perché “ogni carne è come
fieno e ogni suo splendore cadrà come il fiore del fieno” (1Pt 1,24). Se
guarderai soltanto alle esterne apparenze umane, sarai tosto ingannato. E se
cercherai consolazione e profitto negli altri, ne sentirai molto spesso un danno.
Se cercherai in ogni cosa Gesù, troverai certamente Gesù. Se invece cercherai
te stesso, troverai ancora te stesso, ma con tua rovina. Infatti, se non cerca
Gesù, l’uomo nuoce a se stesso, più che non possano nuocergli i suoi nemici e il
mondo intero.
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Capitolo VIII
L’INTIMA AMICIZIA CON GESU’
Quando è presente Gesù, tutto è per il bene, e nulla pare difficile. Invece,
quando Gesù non è presente, tutto è difficile. Quando Gesù non è presente,
tutto è difficile. Quando Gesù non parla nell’intimo, ogni consolazione vale
assai poco. Invece, se Gesù dice anche soltanto una parola, sentiamo una
grande consolazione. Forse che Maria Maddalena non balzò subitamente dal
luogo in cui stava in pianto, quando Marta le disse: “C’è qui il maestro, ti
chiama?” (Gv 11,28). Momento felice, quello in cui Gesù ci invita dal pianto al
gaudio spirituale. Come sei arido e aspro, lontano da Gesù; come sei sciocco e
vuoto se vai dietro a qualcosa d’altro, che non sia Gesù. Non è, questo, per te,
un danno più grande che perdere il mondo intero? Che cosa ti può mai dare il
mondo se non possiedi Gesù? Essere senza Gesù è un duro inferno; essere con
Gesù è un dolce paradiso. Non ci sarà nemico che possa farti del male, se avrai
Gesù presso di te. Chi trova Gesù trova un grande tesoro prezioso; anzi, trova
un bene più grande di ogni altro bene. Chi perde Gesù perde più che non si
possa dire; perde più che se perdesse tutto quanto il mondo. Colui che vive
senza Gesù è privo di tutto; colui che vive saldamente con lui è ricco di tutto.
Grande avvedutezza è saper stare vicino a Gesù; grande sapienza sapersi
tenere stretti a lui. Abbi umiltà e pace, e Gesù sarà con te; abbi devozione e
tranquillità di spirito, e Gesù starà con te. Che se comincerai a deviare verso le
cose esteriori, potrai subitamente allontanare da te Gesù, perdendo la sua
grazia; e se avrai cacciato lui, e l’avrai perduto, a chi correrai per rifugio, a chi
ti volgerai come ad amico? Senza un amico non puoi vivere pienamente; e se
non hai come amico, al di sopra di ogni altro, Gesù, sarai estremamente triste e
desolato.
E’ da stolto, dunque, quello che fai, ponendo la tua fiducia e la tua gioia in altri
che in Gesù. E’ preferibile avere il mondo intero contro di te che avere Gesù
disgustato di te. Sicché, tra tutte le persone care, caro, per sé, sia il solo Gesù;
tutti gli altri si devono amare a causa di Lui; Lui, invece, per se stesso. Gesù
Cristo, il solo che troviamo buono e fedele più di ogni altro amico, lui solo
dobbiamo amare, di amore particolare. Per lui e in lui ti saranno cari sia gli
amici che i nemici; e lo pregherai per gli uni e per gli altri, affinché tutti lo
conoscano e lo amino. Non desiderare di essere apprezzato od amato per te
stesso, poiché questo spetta soltanto a Dio, che non ha alcuno che gli somigli.
Non volere che uno si lasci prendere, nel suo cuore, tutto da te, né lasciarti
tutto prendere tu dall’amore di chicchessia. Gesù soltanto deve essere in te,
come in ognuno che ami il bene. Sii puro interiormente e libero, senza legami
con le creature. Se vuoi essere pienamente aperto a gustare “com’è soave il
Signore” (Sal 33,9), devi essere del tutto spoglio e offrire a Dio un cuore
semplice e puro.
Ma, in verità, a tanto non giungerai, se prima non sarà venuta a te la sua
grazia trascinandoti, cosicché, scacciata e gettata via ogni cosa, tu possa unirti
con Lui, da solo a solo. Quando la grazia di Dio scende sull’uomo, allora egli
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diventa capace di ogni impresa; quando invece la grazia viene meno, l’uomo
diventa misero e debole, quasi abbandonato al castigo. Ma anche così non ci si
deve lasciare abbattere; né si deve disperare. Occorre piuttosto stare
fermamente alla volontà di Dio e, qualunque cosa accada, sopportarla sempre a
lode di Gesù Cristo; giacché dopo l’inverno viene l’estate, dopo la tempesta una
grande quiete.
Capitolo IX
LA MANCANZA DI OGNI CONFORTO
Non è difficile disprezzare il conforto umano, quando abbiamo quello che viene
da Dio. Ma è cosa difficile assai saper sopportare la mancanza, sia del conforto
umano sia del conforto divino, saper accettare volonterosamente di soffrire, per
amore di Dio, la solitudine del cuore, e senza guardare i propri meriti. Che c’è
di straordinario se sei pieno di santa gioia, quando scende su di te la grazia
divina? E’, questo, un momento che è nel desiderio di tutti. Galoppa leggero
chi è sostenuto dalla grazia. Che c’è di strabiliante se non sente fatica colui che
è sostenuto dall’Onnipotente ed è condotto dalla somma guida? Di buona
voglia e prontamente accettiamo un po’ d’aiuto; difficilmente uno se la cava da
solo. Il santo martire Lorenzo seppe staccarsi da questo mondo, persino
dall’amato suo sacerdote, giacché egli disprezzò ogni cosa che gli apparisse
cara quaggiù. Egli giunse a sopportare con dolcezza che gli fosse tolto Sisto,
sommo sacerdote di Dio, che egli amava sopra ogni cosa. Per amore del
Creatore egli, dunque, superò l’amore verso un uomo; di fronte a un conforto
umano preferì la volontà di Dio. Così impara anche tu ad abbandonare, per
amore di Dio, qualche intimo e caro amico; e non sentire come cosa
intollerabile se vieni abbandonato da un amico, ben sapendo che, alla fine, tutti
dobbiamo separarci, l’uno dall’altro. Grande e lunga è la lotta che l’uomo deve
fare dentro di sé, per riuscire a superare se stesso e a porre in Dio tutto il
proprio cuore. Colui che pretende di bastare a se stesso va molto facilmente
alla ricerca di consolazioni umane. Colui invece che ama veramente Cristo e
segue volenterosamente la via della virtù non scende a tali consolazioni: egli
non cerca le dolcezze esteriori , ma cerca piuttosto di sopportare grandi prove
e dure fatiche per amore di Cristo.
Quando, dunque, Dio ti dà una consolazione spirituale, accoglila con
gratitudine. Ma comprendi bene che si tratta di un dono che ti viene da Dio,
non di qualcosa che risponda a un tuo merito. Per tale dono non devi gonfiarti
o esaltarti, né presumere vanamente di te; al contrario, per tale dono, devi farti
più umile, più prudente e più timorato in tutte le tue azioni, giacché passerà
quel momento e verrà poi la tentazione. Quando poi ti sarà tolta quella
consolazione, non disperare subitamente, ma aspetta con umiltà e pazienza di
essere visitato dall’alto: Dio può ridarti una consolazione più grande. Non è,
questa, cosa nuova né strana, per coloro che conoscono la via di Dio; questo
alterno ritmo si ebbe frequentemente nei grandi santi e negli antichi profeti.
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Ecco la ragione per la quale, mentre la grazia era presso di lui, quello
esclamava: “Nella pienezza dissi: così starò in eterno” (Sal 29,7); poi,
allontanatasi la grazia, avendo esperimentato la sua interiore condizione,
aggiungeva: “togliesti, o Dio, da me la tua faccia e sono pieno di tristezza” (Sal
29,8). Tuttavia quegli frattanto non disperava, ma pregava Iddio più
insistentemente, dicendo: “A te, Signore, innalzerò la mia voce, innalzerò la
mia preghiera al mio Dio”(Sal 29,9). Ricavava alla fine il frutto della sua
orazione, e proclamava di essere stato esaudito, con queste parole: “Il Signore
mi udì ed ebbe misericordia di me; il Signore è venuto in mio soccorso” (Sal
29,11). Come? “Mutasti – disse – il mio pianto in gioia, e mi circondasti di
letizia” (Sal 29,12). Poiché così avvenne per i grandi santi, noi deboli e poveri,
non dobbiamo disperarci, se siamo ora ferventi, ora tiepidi; ché lo spirito viene
e se ne parte, a suo piacimento. E’ per questo che il santo Giobbe diceva: “Lo
visiti alla prima luce, ma tosto lo metti alla prova” (Gb 7,18).
Su che cosa posso io fare affidamento, in chi posso io confidare? Soltanto nella
grande misericordia divina e nella speranza della grazia celeste. Persone
amanti del bene, che mi stiano vicine, devoti confratelli, amici fedeli, libri
edificanti ed eccellenti trattati, dolcezza di canti e di inni: anche se avessi tutte
queste cose, poco mi aiuterebbero e avrebbero per me ben poco sapore, quando
io fossi abbandonato dalla grazia e lasciato nella mia miseria. Allora, il rimedio
più efficace sta nel saper attendere con pazienza, sprofondandosi nella volontà
di Dio. Non ho mai trovato un uomo che avesse devozione e pietà tanto grandi
da non sentire talvolta venir meno la grazia o da non avvertire un
affievolimento del suo fervore. Non ci fu mai un santo rapito così in alto e così
illuminato, da non subire, prima o poi, la tentazione. Infatti, chi non è provato
da qualche tribolazione non è degno di una profonda contemplazione di Dio.
Ché la tentazione di oggi è segno di una divina consolazione di domani; la
quale viene, appunto, promessa a coloro che sono stati provati dalla tentazione.
A colui che avrà vinto, dice, “concederò di mangiare dell’albero della vita” (Ap
2,7). In effetti, la consolazione divina viene data affinché l’uomo sia più forte
nel sostenere le avversità; poi viene la tentazione, affinché egli non si
insuperbisca di quello stato di consolazione. Non dorme il diavolo, e la carne
non è ancor morta. Perciò non devi smettere mai di prepararti alla lotta,
perché da ogni parte ci sono nemici, che non si danno riposo.
Capitolo X
LA GRATITUDINE PER LA GRAZIA DIVINA
Perché vai cercando quiete, dal momento che sei nato per la tribolazione?
Disponiti a patire, più che ad essere consolato; a portare la croce, più che a
ricevere gioia. Anche tra coloro che vivono nel mondo, chi non sarebbe felice –
se potesse ottenerli in ogni momento – di non avere il conforto e la letizia dello
spirito, poiché le gioie spirituali superano tutti i piaceri mondani e le delizie
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materiali? Le delizie del mondo sono tutte vuote o poco buone; mentre le
delizie spirituali, esse soltanto, sono veramente piene di gioia ed innocenti,
frutto delle virtù e dono soprannaturale di Dio agli spiriti puri. In verità però
nessuno può godere a suo talento di queste divine consolazione, perché il
tempo della tentazione non dà lunga tregua. E poi una falsa libertà di spirito e
una eccessiva fiducia in se stessi sono di grande ostacolo a questa visita
dall’alto. Dio ci fa dono dandoci la consolazione della grazia; ma l’uomo
risponde in modo riprovevole se non attribuisce tutto a Dio con gratitudine. E
così non possono fluire su di noi i doni della grazia, perché non sentiamo
gratitudine per colui dal quale essa proviene e non riportiamo tutto alla sua
fonte originaria. La grazia sarà sempre dovuta a chi è giustamente grato;
mentre al superbo sarà tolto quello che suole esser dato all’umile. Non voglio
una consolazione che mi tolga la compunzione del cuore; non desidero una
contemplazione che mi porti alla superbia. Ché non tutto ciò che è alto è santo;
non tutto ciò che è soave è buono; non tutti i desideri sono puri; non tutto ciò
che è caro è gradito a Dio. Invece, accolgo con gioia una grazia che mi faccia
essere sempre più umile e timorato, e che mi renda più pronto a lasciare me
stesso. Colui che è stato formato dal dono della grazia ed ammaestrato dalla
dura sottrazione di essa, non oserà mai attribuirsi un briciolo di bene; egli
riconoscerà piuttosto di essere povero e nudo.
Da’ a Dio ciò che è di Dio, e attribuisci a te ciò che è tuo: mostrati riconoscente
a Dio per la grazia , e a te attribuisci soltanto il peccato, cosciente di meritare
una pena per la colpa commessa. Mettiti al posto più basso, e ti sarà dato il più
alto; giacché la massima elevazione non si ha che con il massimo
abbassamento. I santi più alti agli occhi di Dio sono quelli che, ai propri occhi ,
sono i più bassi; essi hanno una gloria tanto più grande quanto più si sono
sentiti umili. Ripieni della verità e della gloria celeste, non desiderano la vana
gloria di questo mondo; basati saldamente in Dio, non possono in alcun modo
insuperbire. Essi, che attribuiscono a Dio tutto quel che hanno ricevuto di
bene, non vanno cercando di essere esaltati l’uno dall’altro, ma vogliono invece
quella gloria, che viene soltanto da Dio; aspirano e sono tutti tesi a questo: che,
in loro stessi e in tutti i beati, sia lodato Iddio sopra ogni cosa. Sii dunque
riconoscente anche per la più piccola cosa; così sarai degno di ricevere doni più
grandi. La cosa più piccola sia per te come la più grande; quello che è più
disprezzabile sia per te come un dono straordinario. Se si guarda all’altezza di
colui che lo dà, nessun dono sembrerà piccolo o troppo poco apprezzabile. Non
è piccolo infatti ciò che ci viene dato dal Dio eccelso. Anche se ci desse pene e
tribolazioni, tutto questo deve esserci gradito, perché il Signore opera sempre
per la nostra salvezza, qualunque cosa permetta che ci accada. Chi vuol
conservare la grazia divina, sia riconoscente quando gli viene concessa, e
sappia sopportare quando gli viene tolta; preghi perché essa ritorni, sia
prudente ed umile affinché non abbia a perderla.
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Capitolo XI
SCARSO E’ IL NUMERO DI COLORO CHE AMANO LA CROCE DI
GESU’
Oggi, di innamorati del suo regno celeste, Gesù ne trova molti; pochi invece ne
trova di pronti a portare la sua croce. Trova molti desiderosi di consolazione,
pochi desiderosi della tribolazione, molti disposti a sedere a mensa, pochi
disposti a digiunare. Tutti desiderano godere con Lui, pochi vogliono soffrire
per Lui. Molti seguono Gesù fino alla distribuzione del pane, pochi invece fino
al momento di bere il calice della passione. Molti guardano con venerazione ai
suoi miracoli, pochi seguono l’ignominia della croce. Molti amano Iddio fin
tanto che non succedono avversità. Molti lo lodano e lo benedicono soltanto
mentre ricevono da lui qualche consolazione; ma, se Gesù si nasconde e li
abbandona per un poco, cadono in lamentazione e in grande abbattimento.
Invece coloro che amano Gesù per Gesù, non già per una qualche consolazione
propria, lo benedicono nella tribolazione e nella angustia del cuore, come nel
maggior gaudio spirituale. E anche se Gesù non volesse mai dare loro una
consolazione, ugualmente vorrebbero sempre lodarlo e ringraziarlo.
Oh!, quanta è la potenza di un amore schietto di Gesù, non commisto con alcun
interesse ed egoismo! Forse che non si debbono definire quali mercenari tutti
quelli che vanno sempre cercando consolazione? Forse che non si dimostrano
più innamorati di sé che di Cristo quelli che pensano sempre al proprio utile e
al proprio vantaggio? Dove si troverà uno che voglia servire Iddio senza
ricompensa? E’ difficile trovare chi sia spiritualmente così alto da voler essere
spogliato di ogni cosa. Invero, chi lo troverà uno veramente povero nello
spirito e distaccato da ogni creatura? Il suo pregio è come quello di cose
provenienti da lontano, dagli estremi confini della terra (Pro 31,10). Anche se
uno si spogliasse di tutte le sue sostanze (Ct 8,7), non è ancor nulla; anche se
facesse grande penitenza, è ancora poca cosa; anche se avesse appreso ogni
scienza, egli è ancora ben lungi dalla meta; anche se avesse grande virtù e
fervente devozione, ancora gli manca molto: cioè la sola cosa, che gli è
massimamente necessaria. Che cosa dunque? Che, abbandonato tutto,
abbandoni anche se stesso, ed esca totalmente da sé, senza che gli rimanga un
briciolo di amore di sé; che, dopo aver compiuto tutto quello che riconosce suo
dovere, sia persuaso di non aver fatto niente; che non faccia gran conto di ciò
che pur possa sembrare grande, ma sinceramente si proclami servo inutile,
come dice la Verità stessa: “Quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato
comandato, dite: siamo servi inutili” (Lc 17,10). Allora sì, che uno potrà essere
davvero povero e nudo spiritualmente, e dire col profeta: “Sono abbandonato e
povero” (Sal 24,16). Ma nessuno è più ricco, nessuno più potente, nessuno più
libero di costui, che sa abbandonare se stesso e ogni cosa e porsi all’ultimo
posto.
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Capitolo XII
LA VIA MAESTRA DELLA SANTA CROCE
Per molti è questa una parola dura: rinnega te stesso, prendi la tua croce e
segui Gesù (Mt 16,24; Lc 9,23). Ma sarà molto più duro sentire, alla fine,
questa parola: “allontanatevi da me maledetti, nel fuoco eterno” (Mt 25,41). In
verità coloro che ora accolgono volonterosamente la parola della croce non
avranno timore di sentire, in quel momento, la condanna eterna. Ci sarà nel
cielo questo segno della croce, quando il Signore verrà a giudicare. In quel
momento si avvicineranno, con grande fiducia, a Cristo giudice tutti i servi
della croce, quelli che in vita si conformarono al Crocefisso. Perché, dunque,
hai paura di prendere la croce, che è la via per il regno? Nella croce è la
salvezza; nella croce è la vita; nella croce è la difesa dal nemico; nella croce è il
dono soprannaturale delle dolcezze del cielo; nella croce sta la forza delle
mente e la letizia dello spirito; nella croce si assommano le virtù e si fa perfetta
la santità. Soltanto nella croce si ha la salvezza dell’anima e la speranza della
vita eterna. Prendi, dunque, la tua croce, e segui Gesù; così entrerai nella vita
eterna. Ti ha preceduto lui stesso, portando la sua croce (Gv 19,17) ed è morto
in croce per te, affinché anche tu portassi la tua croce, e desiderassi di essere
anche tu crocefisso. Infatti, se sarai morto con lui, con lui e come lui vivrai. Se
gli sarai stato compagno nella sofferenza, gli sarai compagni anche nella gloria.
Ecco, tutto dipende dalla croce, tutto è definito con la morte. La sola strada che
porti alla vita e alla vera pace interiore, è quella della santa croce e della
mortificazione quotidiana. Va’ pure dove vuoi, cerca quel che ti piace, ma non
troverai, di qua o di là, una strada più alta e più sicura della via della santa
croce. Predisponi pure ed ordina ogni cosa, secondo il tuo piacimento e il tuo
gusto; ma altro non troverai che dover sopportare qualcosa, o di buona o di
cattiva voglia troverai cioè sempre la tua croce. Infatti, o sentirai qualche
dolore nel corpo o soffrirai nell’anima qualche tribolazione interiore. Talvolta
sarà Dio ad abbandonarti, talaltra sarà il prossimo a metterti a dura prova; di
più, frequentemente, sarai tu di peso a te stesso. E non potrai trovare conforto
e sollievo in alcuno modo; ma dovrai sopportare tutto ciò fino a che a Dio
piacerà. Dio, infatti, vuole che tu impari a soffrire tribolazioni senza
consolazione, e che ti sottometta interamente a lui, facendoti più umile per
mezzo della sofferenza. Nessuno sente così profondamente la passione di
Cristo, come colui al quale sia toccato di soffrire cose simili. La croce è,
dunque, sempre pronta e ti aspetta dappertutto; dovunque tu corra non puoi
sfuggirla, poiché, in qualsiasi luogo tu giunga, porti e trovi sempre te stesso.
Volgiti verso l’alto o verso il basso, volgiti fuori o dentro di te, in ogni cosa
troverai la croce. In ogni cosa devi saper soffrire, se vuoi avere la pace interiore
e meritare il premio eterno.
Se porti la croce di buon animo, sarà essa a portarti e a condurti alla meta
desiderata, dove ogni patimento avrà quella fine che quaggiù non può aversi in
alcun modo. Se invece la croce tu la porti contro voglia, essa ti peserà;
aggraverai te stesso, e tuttavia la dovrai portare, Se scansi una croce, ne
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troverai senza dubbio un’altra, e forse più grave. Credi forse di poter sfuggire a
ciò che nessun mortale poté mai evitare? Quale santo stesse mai in questo
mondo senza croce e senza tribolazione? Neppure Gesù Cristo, nostro signore,
durante la sua vita, passò una sola ora senza il dolere della passione. “Era
necessario – diceva – che il Cristo patisse, e risorgesse da morte per entrare
nella sua gloria” (Lc 24,26 e 46). E perché mai tu vai cercando una via diversa
da questa via maestra, che è quella della santa croce? Tutta la vita di Cristo fu
croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia? Sbagli, sbagli se cerchi
qualcosa d’altro, che non sia il patire tribolazioni; perché tutta questa vita
mortale è piena di miseria e segnata tutt’intorno da croci. Spesso, quanto più
uno sarà salito in alto progredendo spiritualmente, tanto più pesanti saranno le
croci che troverà, giacché la sofferenza del suo esilio su questa terra aumenta
insieme con l’amore di Dio.
Tuttavia, costui, in mezzo a tante afflizioni, non manca di consolante sollievo,
giacché, sopportando la sua croce, sente crescere in sé un frutto grandissimo;
mentre si sottopone alla croce volontariamente, tutto il peso della tribolazione
si trasforma in sicura fiducia di conforto divino. Quanto più la carne è prostrata
da qualche afflizione, tanto più lo spirito si rafforza per la grazia interiore.
Anzi, talvolta, per amore di conformarsi alla croce di Cristo, uno si rafforza
talmente, nel desiderare tribolazioni e avversità, da non voler essere privato
del dolore e dell’afflizione giacché si sente tanto più accetto a Dio quanto più
numerosi e gravosi sono i mali che può sopportare Cristo. Non che ciò avvenga
per forza umana, ma per la grazia di Cristo; la quale tanto può e tanto fa, nella
nostra fragile carne, da farle affrontare ed amare con fervore di spirito ciò che,
per natura, essa fugge e abortisce. Non è secondo la natura umana portare e
amare la croce, castigare il corpo e ridurlo in schiavitù, fuggire gli onori,
sopportare lietamente le ingiurie, disprezzare se stesso e desiderare di essere
disprezzato; infine, soffrire avversità e patimenti, senza desiderare, in alcun
modo, che le cose vadano bene quaggiù. Se guardi alle tue forze, non potresti
far nulla di tutto questo. Ma se poni la tua fiducia in Dio, ti verrà forza dal
cielo, e saranno sottomessi al tuo comando il mondo e la carne. E neppure
avrai a temere il diavolo nemico, se sarai armato di fede e porterai per insegna
la croce di Cristo. Disponiti dunque, da valoroso e fedele servo di Cristo, a
portare virilmente la croce del tuo Signore, crocefisso per amor tuo. Preparati
a dover sopportare molte avversità e molti inconvenienti, in questa misera vita.
Così sarà infatti per te, dovunque tu sia; questo, in realtà, troverai, dovunque
tu ti nasconda. Ed è una necessità che le cose stiano così. Non c’è rimedio o
scappatoia dalla tribolazione, dal male o dal dolore, fuor di questo, che tu li
sopporti. Se vuoi essere amico del Signore ed essergli compagno, bevi
avidamente il suo calice. Quanto alle consolazioni, rimettiti a Dio: faccia lui,
con queste, come meglio gli piacerà. Ma, da parte tua, disponiti a sopportare le
tribolazioni, considerandole come le consolazioni più grandi; giacché “i
patimenti di questa nostra vita terrena”, anche se tu li dovessi, da solo,
sopportare tutti, “non sono nulla a confronto della conquista della gloria
futura” (Rm 8,18). Quando sarai giunto a questo punto, che la sofferenza ti sia
dolce e saporosa per amore di Cristo, allora potrai dire di essere a posto, perché
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avrai trovato un paradiso in terra. Invece, fino a che il patire ti sia gravoso e tu
cerchi di fuggirlo, non sarai a posto: ti terrà dietro dappertutto la serie delle
tribolazioni. Ma le cose poi andranno subito meglio, e troverai pace, se ti
sottoporrai a ciò che è inevitabile, e cioè a patire e a morire. Anche se tu fossi
innalzato fino al terzo cielo, come Paolo, non saresti affatto sicuro, con ciò, di
non dover sopportare alcuna contrarietà. “Io gli mostrerò – dice Gesù – quante
cose egli debba patire per il mio nomo” (At 9,16). Dunque, se vuoi davvero
amare il Signore e servirlo per sempre, soltanto il patire ti rimane. E magari tu
fossi degno di soffrire qualcosa per il nome di Gesù! Quale grande gloria ne
trarresti; quale esultanza ne avrebbero i santi; e quanto edificazione ne
riceverebbero tutti! Saper patire è cosa che tutti esaltano a parole; sono pochi
però quelli che vogliono patire davvero. Giustamente dovresti preferire di
patire un poco per Cristo, dal momento che molti sopportano cose più gravose
per il mondo.
Sappi per certo di dover condurre una vita che muore; sappi che si progredisce
nella vita in Dio quanto più si muore a se stessi. Nessuno infatti può
comprendere le cose del cielo, se non si adatta a sopportare le avversità per
Cristo. Nulla è più gradito a Dio, nulla è più utile per te, in questo mondo, che
soffrire lietamente per Cristo. E se ti fosse dato di scegliere, dovresti preferire
di sopportare le avversità per amore di Cristo, piuttosto che essere allietato da
molte consolazioni; giacché saresti più simile a Cristo e più conforme a tutti i
santi. Infatti, il nostro merito e il progresso della nostra condizione non
consistono nelle frequenti soavi consolazioni, ma piuttosto nelle pesanti
difficoltà e nelle tribolazioni da sopportare. Ché, se ci fosse qualcosa di meglio
e di più utile per la salvezza degli uomini, Cristo ce lo avrebbe certamente
indicato, con la parola e con l’esempio. Invece egli esortò apertamente i
discepoli che stavano con lui, e tutti coloro che desideravano mettersi al suo
seguito, dicendo: “Se uno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la
sua croce e mi segua” (Mt 16,24; Lc 9,23). Dunque, la conclusione finale,
attentamente lette e meditate tutte queste cose, sia questa, “che per entrare nel
regno di Dio, occorre passare attraverso molte tribolazioni” (At 14,22).
FINISCONO LE ESORTAZIONI CHE CI INDUCONO
ALL’INTERIORITA’.
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Libro III
INCOMINCIA IL LIBRO DELLA CONSOLAZIONE INTERIORE
Capitolo I
CRISTO PARLA INTERIORMENTE ALL’ANIMA FEDELE
“Darò ascolto a quello che stia per dire dentro di me il Signore” (Sal 84,9).
Beata l’anima che ascolta il Signore che le parla dentro, e accoglie dalla sua
bocca la parola di consolazione. Beate le orecchie che colgono la preziosa e
discreta voce di Dio, e non tengono alcun conto dei discorsi di questo mondo.
Veramente beate le orecchie che danno retta, non alla voce che risuona dal di
fuori, ma alla verità, che ammaestra dal di dentro. Beati gli occhi, che, chiusi
alle cose esteriori, sono attenti alle interiori. Beati coloro che sanno penetrare
ciò che è interiore e si preoccupano di prepararsi sempre più, con sforzo
quotidiano, a comprendere le cose arcane del cielo. Beati coloro che bramano di
dedicarsi a Dio, sciogliendosi da ogni impaccio temporale.
Comprendi tutto ciò, anima mia, e chiudi la porta dei sensi, affinché tu possa
udire quello che ti dice interiormente Iddio, tuo signore. Questo dice il tuo
diletto: “Io sono la tua salvezza” (Sal 34,3), la tua pace, la tua vita; stai accanto
a me e troverai la pace; lascia tutte le cose che passano, cerca le cose eterne.
Che altro sono le cose corporali, se non illusioni? E a che gioveranno tutte le
creature, se sarai abbandonata dal Creatore? Oh, anima mia, rinuncia a tutto e
fatti cara e fedele al tuo Creatore, così da poter raggiungere la vera
beatitudine.
Capitolo II
SI FA SENTIRE DENTRO DI NOI SENZA ALTISONANTI PAROLE
“Parla, o Signore, il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3,10). “Io sono il tuo servo;
dammi luce per apprezzare quello che tu proclami” (Sal 118,125). Disponi il
mio cuore alle parole della tua bocca; il tuo dire discenda come rugiada.
Dissero una volta a Mosè i figli di Israele: “Parlaci tu, e potremo ascoltarti;
non ci parli il Signore, affinché non avvenga che ne moriamo” (Es 20,19). Non
così, la mia preghiera, o Signore. Piuttosto, con il profeta Samuele, in umiltà e
pienezza di desiderio, io ti chiedo ardentemente: “Parla, o Signore, il tuo servo
ti ascolta” (1 Sam 3,10). Non mi parli Mosè o qualche altro profeta; parlami
invece tu, Signore Dio, che ispiri e dai luce a tutti i profeti: tu solo, senza di
loro, mi puoi ammaestrare pienamente; quelli, invece, senza di te, non
gioverebbero a nulla. Possono, è vero, far risuonare parole, ma non danno lo
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spirito; parlano bene, ma, se tu non intervieni, non accendono il cuore; lasciano
degli scritti, ma sei tu che ne mostri il significato; presentano i misteri, ma sei
tu che sveli il senso di ciò che sta dietro al simbolo; emettono ordini, ma sei tu
che aiuti ad eseguirli; indicano la strada , ma sei tu che aiuti a percorrerla. Essi
operano solamente all’esterno, ma tu prepari ed illumini i cuori; essi irrigano
superficialmente, ma tu rendi fecondi; essi fanno risuonare delle parole, ma sei
tu che aggiungi all’ascolto il potere di comprendere.
Non mi parli dunque Mosè; parlami tu, Signore mio Dio, verità eterna,
affinché, se ammonito solo esteriormente e privo di fuoco interiore, io non resti
senza vita e non mi isterilisca; affinché non mi sia di condanna la parola udita
non tradotta in pratica, conosciuta ma non amata, creduta ma non osservata.
“Parla, dunque, o Signore, il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3,10): “tu hai infatti
parole di vita eterna” (Gv 6,69). Parlami, affinché scenda un po’ di consolazione
all’anima mia, e tutta la mia vita sia purificata. E a te sia lode e onore perpetuo.
Capitolo III
DARE UMILE ASCOLTO ALLA PAROLA DI DIO, DA MOLTI NON
MEDITATA A DOVERE
Ascolta, figlio, le mie parole; parole dolcissime, più alte di tutta la dottrina dei
filosofi e dei sapienti di questo mondo. “Le mie parole sono spirito e vita” (Gv
6,63), e non vanno valutate secondo l’umano sentire. Non si debbono
convertire in vano compiacimento; ma si debbono ascoltare nel silenzio,
accogliendole con tutta umiltà e con grande amore. E dissi: “Beato colui che
sarà stato formato da te, o Signore, e da te istruito intorno alla legge, così che
gli siano alleviati i giorni del dolore” ed egli non sia desolato su questa terra
(Sal 93,12s). Io, dice il Signore, fin dall’inizio ammaestrai i profeti, e ancora non
manco di parlare a tutti. Ma molti sono sordi e duri alla mia voce. Numerosi
sono coloro che ascoltano più volentieri il mondo che Dio, e seguono più
facilmente i desideri della carne che la volontà di Dio. Il mondo promette cose
da poco e che durano ben poco; eppure ci si fa schiavi del mondo, con grande
smania. Io prometto cose grandissime ed eterne; eppure il cuore degli uomini
resta torbido. Chi mai mi obbedisce e mi serve con tanto zelo, come si serve al
mondo a ai suoi padroni? “Arrossisci, o Signore, così dice il mare” (Is 23,4). E
se vuoi sapere il perché, ascolta. Per uno scarso vantaggio si percorre un lungo
cammino; ma. Per la vita eterna, molti a stento alzano da terra un piede. Si
corre dietro ad un modesto guadagno; talora, per un soldo, si litiga
vergognosamente; per una cosa da nulla e dietro una piccola speranza non si
esita a faticare giorno e notte; ma – cosa spudorata – per un bene che non viene
meno, per un premio inestimabile, per l’onore più grande e la gloria che non ha
fine, si stenta a faticare anche un poco.
Arrossisci, dunque, servo pigro e lamentoso; ché certuni sono più pronti ad
andare alla perdizione di quanto non sia pronto tu ad andare alla vita: trovano
essi più gioia in cose false di quanta ne trovi tu nella verità. Eppure essi sono
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ben spesso traditi dalla loro speranza, mentre la mia promessa non delude
nessuno, né lascia a mani vuote colui che confida in me. Quel che ho promesso,
darò; quel che ho detto adempirò, purché uno sia rimasto costante, sino alla
fine, nel mio amore. Io sono colui che compenserà tutti i buoni e metterà
severamente alla prova tutte le persone devote. Scrivi le mie parole nel tuo
cuore e meditale attentamente; ti saranno molto utili nell’ora della tentazione.
Quello che non avrai capito alla prima lettura, lo comprenderai nel giorno in
cui io verrò a te. Due sono i modi con i quali io visito i miei eletti; la tentazione
e la consolazione. Due sono le lezioni che io do loro ogni giorno; una,
rimproverando i loro vizi, l’altra, esortandoli a rafforzare le loro virtù. Colui
che, avendo ricevuto “le mie parole, le disprezza, avrà chi lo giudica”.
Nell’ultimo giorno (Gv 12,48).
Preghiera per chiedere la grazia della devozione.
Signore mio Dio, tu sei tutto il mio bene. E io, chi sono per osare di rivolgermi
a te? Sono il tuo miserabile piccolo servo, un abietto vermiciattolo, molto più
misero e disprezzabile di quanto io stesso non capisca e non osi confessare.
Tuttavia, Signore, ricordati di me, che sono un nulla, nulla ho e nulla valgo.
Tu solo sei buono, giusto e santo; tutto puoi e ogni cosa viene da te; tutto tu
colmi, soltanto il peccatore tu lasci a mani vuote. Ricordati della tua
misericordia (Sal 24,6) e riempi il mio cuore con la tua grazia; tu, che non
permetti che resti vana la tua opera. Come potrò sopportare me stesso, in
questa misera vita, se tu non mi conforterai con la tua pietà e con la grazia?
Non distogliere da me la tua faccia, non tardare con la tua visita, non farmi
mancare la tua grazia, affinché l’anima mia non divenga per te come una terra
arida (Sal 142,6). Signore, insegnami a fare la tua volontà (Sal 142,10);
insegnami a stare degnamente e umilmente accanto a te. Tutto tu sai di me,
poiché mi conosci nell’intimo; anzi mi conoscevi prima che il mondo esistesse,
prima che io fossi nato.
Capitolo IV
INTIMAMENTE UNITI A DIO, IN SPIRITO DI VERITA’ E DI UMILTA’
Figlio, cammina alla mia presenza in spirito di verità, e cercami sempre con
semplicità di cuore. Chi cammina dinanzi a me in spirito di verità sarà protetto
dagli assalti malvagi; la verità lo farà libero da quelli che cercano di sedurlo e
dai perversi, con le loro parole infamanti. Se ti farà libero la verità, sarai libero
veramente e non terrai in alcun conto le vane parole degli uomini. E’ vero, o
Signore: ti prego, così mi avvenga, come tu dici. Mi sia maestra la tua verità;
mi custodisca e mi conduca alla meta di salvezza; mi liberi da effetti e da amori
perversi, contrari alla divina volontà. Allora camminerò con te, con grande
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libertà di spirito. Io ti insegnerò, dice la Verità, ciò che è retto e mi è gradito.
Ripensa con grande, amaro dolore, ai tuoi peccati, e non credere mai di valere
qualcosa, per opere buone che tu abbia compiuto. In realtà sei un peccatore,
irretito da molte passioni e schiavo di esse. Da te non giungi a nulla:
subitamente cadi e sei vinto; subitamente vieni sconvolto e dissolto. Non hai
nulla di che ti possa vantare; hai molto, invece, di che ti debba umiliare, giacché
sei più debole assi di quanto tu possa capire. Di tutto quello che fai, niente ti
sembri grande, prezioso e ammirevole; niente ti sembri meritevole di stima.
Alto, lodevole e desiderabile davvero ti sembri soltanto ciò che è eterno. Più di
ogni altra cosa, ti sia cara la verità eterna; e sempre ti dispiaccia la tua estrema
pochezza. Nulla devi temere, disprezzare e fuggire quanto i tuoi vizi e i tuoi
peccati; cose che ti debbono affliggere più di ogni danno materiale. Ci sono
persone che camminano al mio cospetto con animo non puro: persone che –
dimentiche di se stesse e della propria salvezza, e mosse da una certa curiosità
e superbia – vorrebbero conoscere i miei segreti, e comprendere gli alti disegni
di Dio. Costoro cadono sovente in grandi tentazioni e in grandi peccati per
quella loro superbia e curiosità, che io ho in odio. Mantieni una religiosa
riverenza dinanzi al giudizio divino, dinanzi allo sdegno dell’Onnipotente. Non
volere, dunque, sondare l’operato dell’Altissimo. Esamina invece le tue iniquità:
in quante cose hai errato e quante cose buone hai tralasciato. Ci sono alcuni
che fanno consistere la loro pietà soltanto nelle letture, nelle immagini sacre e
nelle raffigurazioni esteriori e simboliche; altri mi hanno sulla bocca, ma poco
c’è nel loro cuore. Ci sono invece altri che, illuminati nella mente e puri nei
loro affetti, anelando continuamente alle cose eterne, provano fastidio a sentir
parlare di cose terrene e soffrono ad assoggettarsi a ciò che la natura impone.
Sono questi che ascoltano ciò che dice, dentro di loro, lo spirito di verità. Il
quale li ammaestra a disprezzare le cose di questa terra e ad amare quelle del
cielo; ad abbandonare il mondo e ad aspirare, giorno e notte, al cielo.
Capitolo V
MIRABILI EFFETTI DELL’AMORE VERSO DIO
Ti benedico, o Padre celeste, padre del mio Signore Gesù Cristo, perché ti sei
degnato di ricordarti della mia miseria. Ti ringrazio, o Padre delle
misericordie, Dio di ogni consolazione (2Cor 1,3), che, con il tuo conforto,
talora mi ritempri, quantunque io ne sia totalmente indegno. In ogni momento
ti benedico e do gloria a te, con l’unigenito tuo Figlio e con lo Spirito Santo
Paraclito, per tutti i secoli. Oh!, mio Signore, che sei santo e mi ami, come
esulteranno tutte le mie viscere, quando verrai nel mio cuore! “In te è la mia
gloria, la gioia del mio cuore, la mia speranza e il mio rifugio nel giorno della
tribolazione” (Sal 3,4; 118; 111; 58,17). Poiché, però, il mio amore per te è
ancora fiacco, e deboli sono le mie forze, ho bisogno del tuo aiuto e del tuo
conforto. Vieni a me, dunque, il più spesso, e istruiscimi nella via della santità;
liberami dalle passioni malvage e risana il mio cuore da tutti gli affetti
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sregolati, cosicché, interiormente risanato e del tutto purificato, io diventi
pronto nell’amarti, forte nel patire, fermo nel perseverare. Grande cosa è
l’amore. Un bene grande, veramente. Un bene che, solo, rende leggera ogni
cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile; porta il peso, senza
fatica, e rende dolce e gustosa ogni cosa amara. Il nobile amore di Gesù spinge
ad operare grandi cose e suscita desideri di sempre maggiore perfezione.
L’amore aspira a salire in alto, senza essere trattenuto da alcunché di terreno.
Esige di essere libero e staccato da ogni affetto umano, cosicché non abbia
ostacoli a scrutare nell’intimo, non subisca impacci per interessi temporali, non
sia sopraffatto da alcuna difficoltà. Niente è più dolce dell’amore; niente è più
forte, più alto o più grande: niente, né in cielo né in terra, è più colmo di gioia,
più completo o più buono: perché l’amore nasce da Dio e soltanto in Dio, al di
sopra di tutte le cose create, può trovare riposo. Chi ama vola, corre
lietamente; è libero, e non trattenuto da nulla; dà ogni cosa per il tutto, e ha il
tutto in ogni cosa, perché trova la sua pace in quell’uno supremo, dal quale
discende e proviene tutto ciò che è buono; non guarda a ciò che gli viene
donato, ma, al di là dei doni, guarda a colui che dona. Spesso l’amore non
consce misura, in un fervore che oltrepassa ogni confine. L’amore non sente
gravezza, non tiene conto della fatica, anela a più di quanto non possa
raggiungere, non adduce a scusa la sua insufficienza, perché ritiene che ogni
cosa gli sia possibile e facile. Colui che ama può fare ogni cosa, e molte cose
compie e manda ad effetto; mentre colui che non ama viene meno e cade.
L’amore vigila; anche nel sonno, non s’abbandona; affaticato, non è prostrato;
legato, non si lascia costringere; atterrito, non si turba: erompe verso l’alto e
procede sicuro, come fiamma viva, come fiaccola ardente.
Questo mio grido l’intende appieno colui che possiede amore. Un grande grido
agli orecchi di Dio è lo slancio stesso ardente dell’anima, che esclama: Dio mio,
mio amore, tu sei interamente mio ed io sono interamente tua. Accrescimi
nell’amore, affinché io impari a gustare nell’intimo quanto l’amore è soave;
impari a sciogliermi nell’amore e ad immergermi in esso. Che io sia tutto preso
dall’amore, che mi elevi sopra me stesso, in estasi appassionata, che io canti il
canto dell’amore e che mi innalzi con te, o mio diletto; venga meno, nel lodarti,
l’anima mia, nella gioia dell’amore. Che io ti ami più che me stesso, e me stesso
soltanto per te; che in te io ami tutti coloro che ti amano veramente, come
comanda la legge dell’amore, luce che da te proviene.
L’amore è sollecito, sincero e devoto; lieto e sereno; forte e paziente; fedele e
prudente; longanime; virile e sempre dimentico di sé: ché, se uno cerca se
stesso, esce fuori dall’amore. L’amore è attento, umile e sicuro; non fiacco, non
leggero, né intento a cose vuote; sobrio, casto, costante, quieto e vigilante nei
sensi. L’amore è sottomesso, basso e disprezzato ai suoi propri occhi; devoto e
grato a Dio. In Dio confida e spera sempre, anche quando non lo sente vicino,
perché non si vive nell’amore senza dolore. Colui che non è pronto a soffrire
ogni cosa e ad ubbidire al suo Diletto, non è degno di essere chiamato uomo
d’amore; questi deve abbracciare con slancio tutte le avversità e le amarezze
per il suo Diletto, senza da ciò deflettere, qualsiasi evidenza si frapponga.
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Capitolo VI
CHI HA VERO AMORE, COME NE DA’ PROVA
Figlio, ancora non sei forte e saggio nell’amore. Perché, o Signore? Perché, per
una piccola contrarietà lasci la strada intrapresa e troppo avidamente cerchi
consolazione. Chi è forte nell’amore, regge alle tentazioni e non crede alla
suadente furbizia del nemico. Come gli sono caro nella prosperità, così gli sono
caro nelle avversità. Chi è saggio nell’amore non guarda tanto al pregio del
dono, quanto all’amore di colui che dona. Guarda più all’affetto che al prezzo, e
pone tutti i doni al di sotto della persona amata. Chi è nobile nell’amore non si
appaga nel dono, ma si appaga in me, al di sopra di qualunque dono. Se
talvolta, verso di me, o verso i miei santi, hai l’animo meno ben disposto di
quanto vorresti, non per questo tutto è perduto. Quell’amore che talora senti,
buono e dolce, è effetto della grazia presente in te; è, per così dire, un primo
assaggio della patria celeste. Ma è cosa su cui non bisogna fare troppo conto,
perché non è ferma e costante.
Segno di virtù e di grande merito, è questo: lottare quando si affacciano cattivi
impulsi dell’animo, e disprezzare le suggestioni del diavolo. Dunque non
lasciarti turbare da alcun pensiero che ti venga dal di fuori, di qualsivoglia
natura. Saldamente mantieni, invece, i tuoi propositi, con l’animo diretto a Dio.
Non è una vana illusione che, talvolta, tu sia d’un tratto portato fino
all’estremo rapimento, per poi ritornare subito alle consuete manchevolezze
spirituali; queste infatti non dipendono da te, ma le subisci contro tua voglia.
Anzi, fino a che tali manchevolezze ti disgustano, e ad esse resisti, questo è
cosa meritoria, non già rovinosa per l’anima. Sappi che l’antico avversario tenta
in ogni modo di ostacolare il tuo desiderio di bene, distogliendoti da qualsiasi
esercizio di devozione; distogliendoti, cioè dal culto dei santi, dal pio ricordo
della mia passione, dall’utile pensiero dei tuoi peccati, dalla vigilanza del tuo
cuore; infine dal fermo proponimento di progredire nella virtù. L’antico
avversario insinua molti pensieri perversi, per molestarti e spaventarti, per
distoglierti dalla preghiera e dalle sante letture. Lo disgusta che uno
umilmente si confessi; se potesse, lo farebbe disertare dalla comunione. Non
credergli, non badargli, anche se ti avrà teso sovente i lacci dell’inganno.
Ascrivile a lui, quando ti insinua cose cattive e turpi. Digli: vattene, spirito
impuro; arrossisci, miserabile. Veramente immondo sei tu, che fai entrare nei
miei orecchi cose simili. Allontanati da me, perfido ingannatore; non avrai
alcun posto in me: presso di me starà Gesù, come un combattente valoroso; e
tu sarai svergognato. Preferisco morire e patire qualsiasi pena, piuttosto che
cedere a te. Taci, ammutolisci; non ti ascolterò più, per quante insidie tu mi
possa tendere. “Il Signore è per me luce e salvezza; di chi avrò paura? (Sal
26,1). Anche se fossero eretti contro di me interi accampamenti, il mio cuore
non vacillerà (Sal 26,3). Il Signore è il mio alleato e il mio redentore” (Sal
18,15). Combatti come un soldato intrepido. E se talvolta cadi per la tua
debolezza, riprendi forza maggiore, fiducioso in una mia grazia più grande,
guardandoti però attentamente dalla vana compiacenza e dalla superbia: è a
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causa di esse che molti vengono indotti in inganno, cadendo talora in una
cecità pressoché incurabile. E’ questa rovina degli uomini superbi, stoltamente
presuntuosi, che ti deve indurre a prudenza e ad indefettibile umiltà.
Capitolo VII
PROTEGGERE LA GRAZIA SOTTO LA SALVAGUARDIA
DELL’UMILTA’
O figlio, è per te cosa assai utile e sicura tenere nascosta la grazia della
devozione; non insuperbirne, non continuare a parlarne e neppure a ripensarci
molto. Disprezza, invece, temendo questa grazia come data a uno che non ne
era degno. Non devi attaccarti troppo forte a un tale slancio devoto, che
subitamente può trasformarsi in un sentimento contrario. Nel tempo della
grazia ripensa a quanto, di solito, sei misero e povero senza la grazia. Un
progresso nella vita spirituale non lo avrai raggiunto quando avrai avuto la
grazia della consolazione, ma quando, con umiltà, abnegazione e pazienza,
avrai saputo sopportare che essa ti sia tolta. Cosicché, neppure allora, tu sia
pigro nell’amore alla preghiera o lasci cadere del tutto le abituali opere di pietà;
anzi, tu faccia volenterosamente tutto quanto è in te, come meglio potrai e
saprai, senza lasciarti andare del tutto a causa dell’aridità e dell’ansietà
spirituale che senti.
Molti, non appena accade qualcosa di male, si fanno tosto impazienti e perdono
la buona volontà. Ma le vie dell’uomo non dipendono sempre da lui. E’ Dio che
può dare e consolare, quando vuole e quanto vuole e a chi egli vuole; nella
misura che gli piacerà e non di più. Molti, poi, fattisi arditi per il fatto che
sentivano la grazia della devozione, procurarono la loro rovina: essi vollero
fare di più di quanto era nelle loro possibilità, non considerando la propria
pochezza e seguendo l’impulso del cuore piuttosto che il giudizio della ragione.
Presunsero di poter fare più di quello che era nella volontà di Dio; perciò d’un
tratto persero la grazia. Essi, che avevano posto il loro nido nel cielo,
restarono a mani vuote, abbandonati alla loro miseria; cosicché, umiliati e
spogliati, imparassero, a non volare con le loro ali, ma a star sotto le mie ali,
nella speranza. Coloro che sono ancora novellini e inesperti nella via del
Signore facilmente si ingannano e cadono, se non si attaccano al consiglio di
persone elette. E se vogliono seguire quello che loro sembra giusto, anziché
affidarsi ad altri più esperti, finiranno male, a meno che non vogliano ritrarsi
dal proprio interno. Coloro che si credono sapienti di per sé, di rado si lasciano
umilmente guidare da altri. Sennonché uno scarso sapere e una modesta
capacità di comprendere, accompagnati dall’umiltà, valgono di più di un gran
tesoro di scienza, accompagnato dal vuoto compiacimento di sé. E’ meglio per
te avere poco, piuttosto che molto; del molto potresti insuperbire.
Non agisce con sufficiente saggezza colui che, avendo la grazia, si dà
interamente alla gioia, senza pensare alla sua miseria di prima e alla purezza
che si deve aver nel timore di Dio; timore cioè di perdere quella grazia che gli
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era stata data. Così non dimostra di avere sufficiente virtù colui che, al
momento dell’avversità o in altra circostanza che lo opprima, si dispera
eccessivamente e concepisce, nei confronti, pensieri e sentimenti di fiducia
meno piena di quanto mi si dovrebbe. Al momento della lotta, si troverà spesso
estremamente abbattuto e pieno di paura proprio colui che, in tempo di quiete,
avrà voluto essere troppo sicuro. Se tu, invece, riuscissi a restare umile e
piccolo in te stesso, e a ben governare e dirigere il tuo spirito non cadresti così
facilmente nel pericolo e nel peccato. Un buon consiglio è questo, che, quando
hai nell’animo uno speciale ardore spirituale, tu consideri bene quello che potrà
accadere se verrà meno tale luce interiore. Quando poi ciò accadesse, pensa che
poi di nuovo possa tornare quella luce che per un certo tempo ti ha tolta, per
tua sicurezza e per la mia gloria. Infatti, subire una simile prova è spesso a te
più utile che godere stabilmente di una situazione tranquilla, secondo il tuo
piacere. In verità i meriti non si valutano secondo questo criterio, che uno
abbia frequenti visioni, o riceva particolari gioie interiori, o sia posto in un
grado più alto. Ma piuttosto secondo questo criterio, che uno sia radicato nella
vera umiltà e ripieno dell’amore divino; che ricerchi sempre soltanto e
interamente di rendere gloria a Dio; che consideri se stesso un nulla; che si
disprezzi veramente e preferisca perfino essere disprezzato ed umiliato dagli
altri, anziché essere onorato.
Capitolo VIII
LA BASSA OPINIONE DI SE’ AGLI OCCHI DI DIO
“Che io osi parlare al mio Signore, pure essendo polvere e cenere” (Gn 18,27).
Se avrò tenuto troppo grande opinione di me, ecco tu mi starai dinanzi e le mie
iniquità daranno testimonianza del vero, contro di me; né potrò controbattere.
Se invece mi sarò considerato cosa da poco – riducendomi a un nulla,
liberandomi da ogni reputazione di me stesso, facendomi polvere, quale sono –
la tua grazia mi sarà propizia e la tua luce sarà vicina al mio cuore. Così ogni
stima, anche minima, svanirà per sempre, sommersa nell’abisso della mia
umiltà. In tal modo, o Dio, tu mi mostri a me stesso: che cosa sono e che cosa
fui, a che giunsi. Sono un nulla ì, e neppure me ne rendo conto. Lasciato a me
stesso, ecco il nulla; tutto è manchevolezza. Se, invece, d’un tratto, tu guardi
me, immediatamente divento forte e pieno di nuova gioia. Ed è così veramente
meravigliosa questo sentirmi così improvvisamente sollevato, e così
amorosamente abbracciato da te; ché, per la mia gravezza, sono portato sempre
al basso. E’ opera, questa, del tuo amore: senza mio merito esso mi viene
incontro, mi aiuta in tante mie varie necessità, mi mette al riparo da ogni grave
pericolo e mi strappa da mali veramente innumerevoli.
Mi ero perduto, amandomi di un amore davvero non retto; invece, cercando
soltanto te, e con retto amore, ho travato, ad un tempo, e me stesso e te. Per
tale amore mi sono sprofondato ancor di più nel mio nulla; perché sei tu, che,
nella tua grande bontà, vai, nei mie confronti, al di là di ogni merito, e al di là
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di quello che io oso sperare e chiedere. Sii benedetto, o mio Dio, perché,
quantunque io non sia degno di alcun dono, la tua magnanimità e la tua infinita
bontà non cessano di largire benefici anche agli ingrati, che si sono allontanati
da te. Portaci di nuovo a te, affinché siamo pieni di gratitudine, di umiltà e di
devozione. Tu sei infatti il nostro sostegno, la nostra forza, la nostra salvezza.
Capitolo IX
RIFERIRE TUTTO A DIO, ULTIMO FINE
O figlio, se veramente desideri farti santo, devo essere io il tuo supremo ed
ultimo fine: un fine che renderà puri i tuoi affetti, troppo spesso piegati verso te
stesso e verso le creature; ed è male giacché, quando in qualche cosa cerchi te
stesso, immediatamente vieni meno ed inaridisci. Tutto devi dunque
ricondurre, in primo luogo, a me; perché tutto da me proviene. Considera ogni
cosa come emanata dal sommo bene, e perciò riferisci tutto a me, come alla sua
origine. Acqua viva attingono a me, come a fonte viva, l’umile e il grande, il
povero e il ricco. Colui che si mette al mio servizio, con spontaneità e libertà di
spirito, riceverà grazia. Invece colui che cerca onore e gloria, non in me, ma
altrove; colui che cerca diletto in ogni bene particolare non godrà di quella
gioia vera e duratura che allarga il cuore. Anzi incontrerà molti ostacoli ed
angustie.
Nulla di ciò che è buono devi ascrivere a te; nessuna capacità, devi attribuire ad
un mortale. Riconosci, invece, che tutto è di Dio, senza del quale nulla ha
l’uomo. Tutto è stato dato da me, tutto voglio riavere; e chiedo con forza che
l’uomo me ne sia grato. E’ questa la verità, che mette in fuga ogni inconsistente
vanteria. Quando verranno la grazia celeste e il vero amore, allora
scompariranno l’invidia e la grettezza del cuore; perché l’amore di Dio vince
ogni cosa e irrobustisce le forze dell’anima. Se vuoi essere saggio, poni la tua
gioia e la tua speranza soltanto in me. Infatti “nessuno è buono; buono è
soltanto Iddio” (Lc 18,19). Sia egli lodato, al di sopra di ogni cosa; e sia in ogni
cosa benedetto.
Capitolo X
DOLCE COSA, ABBANDONARE IL MONDO E SERVIRE A DIO
Parlerò ancora, e non tacerò; dirò all’orecchio del mio Dio, mio signore e mio
re, che sta nei cieli: se “è tanto grande e sovrabbondante, o Signore, la dolcezza
che hai preparato per coloro che ti temono” (Sal 30,20), che cosa sei tu, per
coloro che ti amano e per coloro che ti servono con tutto il cuore? Davvero
ineffabile è la dolcezza della tua contemplazione, che tu concedi a coloro che ti
amano. Ecco dove massimamente mostrasti la soavità del tuo amore per me:
non ero, e mi hai creato; mi ero allontanato da te, e tu mi hai ricondotto a
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servirti; infine mi hai comandato di amarti. Oh!, fonte di eterno amore, che
potrò dire di te; come mi potrò dimenticare di te, che ti sei degnato di
ricordarti di me, dopo che mi ero perduto nel marciume? Hai usato
misericordia con il tuo servo, al di là di ogni speranza; gli hai offerto grazia ed
amicizia, al di là di ogni merito. Che cosa mai potrò dare in cambio di un tal
beneficio? Giacché non a tutti è concesso di abbandonare ogni cosa, di
rinunciare al mondo e di scegliere la vita del monastero.
E’ forse gran cosa che io serva a te, al quale ogni creatura deve servire? Non
già il servirti mi deve sembrare gran cosa; piuttosto mi deve sembrare grande
e meraviglioso che tu, unendolo ad eletti tuoi servi, ti degni di accogliere quale
servo, uno come me, così misero e privo di meriti. A te appartiene chiaramente
tutto ciò che io posseggo e con cui ti servo. E invece sei tu che mi servi, più di
quanto io non serva te. Ecco, tutto fanno prontamente, secondo il tuo
comando, il cielo e la terra, che tu hai creati per servizio dell’uomo. E questo è
ancor poco; ché anche gli angeli li hai predisposti per servizio dell’uomo. Ma, al
di sopra di tutto ciò, sta il fatto che tu stesso ti sei degnato di servire l’uomo,
promettendogli in dono te stesso. E io che darò, in cambio di tutti questi
innumerevoli benefici? Potessi stare al tuo servizio tutti i giorni della mia vita;
potessi almeno riuscire a servirti degnamente per un solo giorno. In verità, a te
è dovuto ogni servizio, ogni onore e ogni lode, in eterno. In verità tu sei il mio
Signore, ed io sono il tuo misero servo, che deve porre al tuo servizio tutte le
sue forze, senza mai stancarsi di cantare le tue lodi. Questo è il mio desiderio,
questa è la mia volontà. Degnati tu di supplire alle mie deficienze.
Mettersi al tuo servizio, disprezzando ogni cosa per amor tuo, è grande onore
e grande merito. Infatti, coloro che si saranno sottoposti spontaneamente al
tuo santo servizio avranno grazia copiosa. Coloro che, per tuo amore, avranno
lasciato ogni piacere della carne troveranno la soave consolazione dello Spirito
Santo. Coloro che, per il tuo nome, saranno entrati nella via stretta, lasciando
ogni cosa mondana, conseguiranno una grande libertà interiore. Quanto è
grato e lieto questo servire a Dio, che rende l’uomo veramente libero e santo.
Quanto è benedetta la condizione del religioso servizio, che rende l’uomo
simile agli angeli: compiacenza di Dio, terrore dei demoni, esempio ai fedeli.
Con indefettibile desiderio dobbiamo, dunque, abbracciare un tale servizio, che
ci assicura il sommo bene e ci fa conseguire una gioia perenne, senza fine.
Capitolo XI
VAGLIARE E FRENARE I DESIDERI DEL NOSTRO CUORE
Figlio, tu devi imparare ancora molte cose, fin qui non bene apprese. Signore,
quali sono queste cose? Che tu indirizzi il tuo desiderio interamente secondo la
mia volontà; che tu non stia attaccato a te stesso; che ardentemente tu brami di
seguire la mia volontà. Sovente vari desideri ti accendono e urgono in te
fortemente. Ma devi riflettere se tu sia mosso dall’impulso di rendere onore a
me o non piuttosto di far piacere a te stesso. Se si tratta di me, sarai
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pienamente felice, comunque io voglia che vadano le cose; se invece c’è sotto
una qualunque tua voglia, ecco, è questo che ti impedisce e ti appesantisce.
Guardati, dunque, dal basarti troppo su un desiderio concepito senza che io sia
stato consultato; affinché poi tu non abbia a pentirti; affinché non abbia a
disgustarti ciò che dapprima ti era sembrato caro e che avevi agognato, come
preferibile sopra ogni cosa.
In verità, non ogni moto, pur se ci appare degno di approvazione, va subito
favorito; ne ogni moto che ci ripugna va respinto fin dal principio. Occorre
talvolta che tu usi il freno, anche nell’intraprendere e nel desiderare cose
buone. Ché il tuo animo potrebbe poi esser distolto da ciò, come cosa eccessiva;
o potresti ingenerare scandalo in altri, per essere andato al di là delle regole
comuni; o potresti d’un tratto cadere in agitazione perché ti si ostacola. Altra
voce, invece, occorre che tu faccia violenza a te stesso, andando virilmente
contro l’impulso dei sensi. Occorre che tu non faccia caso a ciò che la carne
desidera o non desidera, preoccupandoti piuttosto che essa, pur contro voglia,
sia sottomessa allo spirito. Occorre che la carne sia imbrigliata e costretta a
stare soggetta, fino a che non sia pronta a tutto; fino a che non sappia
accontentarsi, lieta di poche e semplici cose, senza esitare di fronte ad alcuna
difficoltà.
Capitolo XII
L’EDUCAZIONE A PATIRE E LA LOTTA CONTRO LA
CONCUPISCENZA
Signore Dio, capisco che è per me veramente necessario saper soffrire, giacché
in questo mondo accadono tante avversità. Invero, comunque io abbia disposto
per la mia tranquillità, la mia vita non può essere esente dalla lotta e dal
dolore. Così è, o figlio. Ma tale è la mia volontà: tu non devi andar cercando
una pace, che non abbia e non senta tentazione o avversità; anzi devi ritenere
per certo di avere trovato pace, anche quando sarai afflitto da varie tribolazioni
e sarai provato da varie contrarietà. Se obietterai di non riuscire ora a
sopportare tanto, come riuscirai a sostenere poi il fuoco del purgatorio? Tra
due mali, scegliere sempre il minore. Così, per poter sfuggire alle pene eterne
future, vedi di sopportare, con fermezza e per amore di Dio, i mali presenti.
Credi forse che quelli che vivono nel mondo non abbiano a patire per nulla, o
soltanto un pochino? No; questo non lo riscontrerai, nemmeno cercando tra le
persone che vivono tra gli agi più grandi. Tuttavia – mi dirai – costoro hanno
molte gioie, fanno ciò che loro più piace e alle loro tribolazioni non danno,
perciò, gran peso. Ammettiamo che le cose stiano così e che costoro abbiano
tutto ciò che vogliono. Ma quanto pensi che potrà durare? Ecco “come fumo si
disperderanno” (Sal 36,20) coloro che in questo mondo sono nell’abbondanza;
delle loro gioie di un tempo non resterà ricordo alcuno.
Di più, anche mentre sono ancora in vita, costoro non sono esenti da amarezze,
da noie e da timori. Che anzi, frequentemente, proprio dalle stesse cose dalle
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quali si ripromettono gioia, essi traggono una dolorosa pena. E giustamente
per loro ciò accade. Infatti, cercando essi ed inseguendo il piacere anche contro
l’ordine disposto da Dio, non lo raggiungono senza vergogna ed amarezza.
Come è breve, questo piacere e falso e contrario al volere di Dio; e come è
turpe. Eppure gli uomini, ebbri e ciechi, non capiscono; e, come bruti, vanno
incontro alla morte dell’anima per un piccolo piacere di questa vita corruttibile.
Ma tu, figlio, non andare dietro alle “tue concupiscenze; distogliti dal tuo
capriccio” (Sir 18,30). “Metti il tuo gaudio nel Signore; Egli ti darà ciò che il
tuo cuore domanderà” (Sal 36,4). In verità, se veramente desideri la pienezza
della gioia e della mia consolazione, ecco, la tua felicità consisterà nel disprezzo
di tutto ciò che è nel mondo e nel distacco da ogni piacere. Così ti saranno
concesse grandi consolazioni. Quanto più ti allontanerai da ogni conforto che
venga dalle creature, tanto più grandi e soavi consolazioni troverai in me. A
questo non giungerai, però, senza avere prima sofferto e faticosamente lottato.
Farà resistenza il radicato costume; ma sarà vinto poi da una abitudine
migliore. Protesterà la carne, ma sarà tenuta in freno dal fervore spirituale. Ti
istigherà, fino all’esasperazione, l’antico serpente; ma sarà messo in fuga dalla
preghiera oppure gli sarà ostacolato un facile ingresso, se ti troverà preso da
un lavoro pratico.
Capitolo XIII
METTERSI AL DI SOTTO DI TUTTI IN UMILE OBBEDIENZA,
SULL’ESEMPIO DI GESU’ CRISTO
Figlio, colui che tenta di sottrarsi all’obbedienza si sottrae anche alla grazia.
Colui che cerca il bene suo personale perde anche il bene che è proprio del
vivere in comune. Colui che non si sottopone lietamente e spontaneamente al
suo superiore, dimostra che la carne non gli obbedisce ancora perfettamente,
ma spesso recalcitra e mormora. Impara dunque a sottometterti prontamente
al tuo superiore, se vuoi soggiogare la tua carne. Infatti, il nemico di fuori lo si
vincerà più presto, se sarà stato sconfitto l’uomo interiore. Non c’è peggiore e
più insidioso nemico dell’anima tua, di te stesso, quando il corpo non si accorda
con lo spirito. Per avere vittoria sulla carne e sul sangue, devi assumere un
totale e vero disprezzo di te. Tu hai ancora invece un eccessivo e disordinato
amore di te stesso; per questo sei tanto esitante a rimetterti interamente alla
volontà degli altri.
Ma che c’è di strano, se tu, polvere e nulla, ti sottoponi a un uomo, per amore
di Dio, quando io, onnipotente ed altissimo, che dal nulla ho creato tutte le
cose per amor tuo, mi feci piccolo fino a sottopormi all’uomo? Mi sono fatto
l’ultimo e il più piccolo di tutti, proprio perché, per questo mio abbassarmi, tu
potessi vincere la tua superbia. Impara ad obbedire, tu che sei polvere; impara
ad umiliarti, tu che sei terra e fango; impara a piegarti sotto i piedi di tutti, a
disprezzare i tuoi desideri e a metterti in totale sottomissione. Insorgi
infiammato contro te stesso, e non permettere che in te si annidi la
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tumefazione della superbia. Dimostrati così basso e così piccolo che tutti
possano camminare sopra di te e possano calpestarti come il fango della strada.
Che hai da lamentare tu, uomo da nulla. Che hai tu, immondo peccatore, da
contrapporre a coloro che ti accusano; tu, che tante volte hai offeso Dio,
meritando assai spesso l’inferno? Ma, ecco, apparve preziosa al mio sguardo
l’anima tua; ecco il mio occhio ebbe compassione di te, così che, conoscendo il
mio amore, tu avessi continua gratitudine per i miei benefici ed abbracciassi,
senza esitare, un’umile sottomissione, nella paziente sopportazione dell’altrui
disprezzo.
Capitolo XIV
PENSARE ALL’OCCULTO GIUDIZIO DI DIO, PER NON
INSUPERBIRCI DEL BENE
Come tuono fai scendere sopra di me i tuoi giudizi, Signore; timore e terrore
scuotono tutte le mie ossa; l’anima mia si ritrae spaventata. Sbigottito penso
che neppure i cieli sono puri, di fronte a te. Se hai trovato dei malvagi persino
tra gli angeli e non li hai risparmiati, che cosa accadrà di me? Caddero le stelle
del cielo, ed io, che sono polvere, che cosa presumo di me? Caddero nel
profondo certuni, che sembrava avessero compiuto opere degne di lode; certuni
che mangiavano il pane degli angeli, li ho visti contentarsi delle carrube che
mangiavano i porci. Invero, non c’è santità se tu, o Signore, togli la tua mano;
la sapienza non serve a nulla, se tu cessi di reggerci; la fortezza non giova, se
tu cessi di custodirla; la castità non è sicura, se tu non la difendi; la vigilanza su
se stessi non vale, se tu non sei presente con la tua santa protezione. Infatti se
tu ci abbandoni, andiamo a fondo e moriamo; se tu, invece, ci assisti ci teniamo
ritti e viviamo. In verità, noi siamo malfermi, ma tu ci rafforzi; siamo tiepidi,
ma tu ci infiammi.
Oh!, come devo essere conscio della mia bassezza e della mia abiezione; e come
devo considerare un nulla quel poco di bene che mi possa sembrare di aver
fatto. Con quale pienezza di sottomissione devo accettare, o Signore, i tuoi
profondi giudizi, giacché mi trovo ad essere nient’altro che nulla e poi nulla. E’
cosa grande, invalicabile, questo riscontrare che di mio non c’è assolutamente
niente. Dove mai si nasconde la mia boria, dove finisce la sicurezza che
riponevo nella mia virtù. Ogni mia vuota vanteria è inghiottita nella profondità
dei tuoi giudizi sopra di me. Che cosa mai è l’uomo di fronte a te? Forse che la
creta può vantarsi nei confronti di colui che la plasma? (cfr. Is 45,9). Come può
gonfiarsi, con vane parole, colui che, in verità, nell’intimo è soggetto a Dio?
Neppure il mondo intero lo potrebbe far montare in superbia, poiché la Verità
stessa lo ha soggiogato. Neppure un elogio da parte di tutti gli uomini lo
potrebbe smuovere, poiché ha posto interamente la sua speranza in Dio: infatti,
quelli che fanno tanti elogi, ecco, non sono che nulla, e scompariranno con il
suono delle loro parole. Mentre la “parola del Signore resta in eterno” (Sal
116,2).
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Capitolo XV
COME COMPORTARCI E CHE COSA DIRE DI FRONTE A OGNI
NOSTRO DESIDERIO
Figliolo, così tu devi dire in ogni cosa: Signore, se questa è la tua volontà, così
si faccia. Signore, se questo è per tuo amore, così si faccia, nel tuo nome.
Signore, se questo ti parrà necessario per me, e lo troverai utile, fa’ che io ne
usi per il tuo onore; se invece comprenderai che questo è male per me e non
giova alla mia salvezza, toglimi questo desiderio. Infatti, non tutti i desideri
vengono dallo Spirito Santo, anche se a noi appaiono retti e buoni. E’ difficile
giudicare veramente se sia uno spirito buono, o uno spirito contrario, che ti
spinge a desiderare questa o quell’altra cosa; oppure se tu sia mosso da un
sentimento personale. Molti, che dapprima sembravano guidati da sentimento
buono, alla fine si sono trovati ingannati. Perciò ogni cosa che balza alla mente
come desiderabile sempre la si deve volere e cercare con animo pieno di timor
di Dio e con umiltà di cuore. Soprattutto, ogni cosa va rimessa a me, con
abbandono di se stessi, dicendo: Signore, tu sai cosa sia meglio per me. Si faccia
così, o altrimenti, secondo la tua volontà. Dammi quello che vuoi, e quanto
vuoi e quando vuoi. Disponi di me secondo la tua sapienza, la tua volontà e la
tua maggior gloria. Mettimi dove tu vuoi, e fai con me quello che vuoi,
liberamente. Sono nelle tue mani; fammi rigirare per ogni verso. Ecco, io sono
il tuo servo, disposto a tutto, perché non voglio vivere per me ma per te: e
volesse il cielo che ciò fosse in modo degno e perfetto.
Preghiera perché riusciamo a compiere la volontà di Dio.
Amorosissimo Gesù, dammi la tua grazia, perché “sia operante in me” (Sap
9,10) e in me rimanga sino alla fine. Dammi di desiderare e di volere ciò che
più ti è gradito, e più ti piace. La tua volontà sia la mia volontà; che io la segua
e che ad essa mi confermi pienamente; che io abbia un solo volere e disvolere
con te; che io possa desiderare o non desiderare soltanto quello che tu desideri
e non desideri. Dammi di morire a tutte le cose del mondo; fammi amare di
esser disprezzato per causa tua, e di essere dimenticato in questo mondo.
Fammi bramare sopra ogni altra cosa di avere riposo in te, e di trovare in te la
pace del cuore. Tu sei la vera pace interiore, tu sei il solo riposo; fuori di te
ogni cosa è aspra e tormentosa. “In questa pace, nella pace vera, cioè in te,
unico sommo eterno bene, avrà riposo e quiete” (Sal 4,9). Amen.
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Capitolo XVI
SOLTANTO IN DIO VA CERCATA LA VERA CONSOLAZIONE
Qualunque cosa io possa immaginare e desiderare per mia consolazione, non
l’aspetto qui, ora, ma in futuro. Ché, pure se io potessi avere e godere da solo
tutte le gioie e le delizie del mondo, certamente ciò non potrebbe durare a
lungo. Sicché, anima mia, non potrai essere pienamente consolata e
perfettamente confortata se non in Dio, che allieta i poveri e accoglie gli umili.
Aspetta un poco, anima mia, aspetta ciò che Dio ha promesso e avrai in cielo la
pienezza di ogni bene. Se tu brami disordinatamente i beni temporali, perderai
quelli eterni del cielo: dei beni di quaggiù devi avere soltanto l’uso temporaneo,
col desiderio fisso a quelli eterni. Anima mia, nessun bene di quaggiù, ti potrà
appagare perché non sei stata creata per avere soddisfazione in queste cose.
Anche se tu avessi tutti i beni del mondo, non potresti essere felice e beata,
perché è in Dio, creatore di tutte le cose, che consiste la tua completa
beatitudine e la tua felicità. Non è una felicità quale appare nella esaltazione di
coloro che amano stoltamente questo mondo, ma una felicità quale si aspettano
i buoni seguaci di Cristo; quale, talora, è pregustata, fin da questo momento, da
coloro che vivono dello spirito e dai puri di cuore, “il cui pensiero è già nei
cieli” (Fil 3,20).
Vano e di breve durata è il conforto che viene dagli uomini; santo e puro è
quello che la verità fa sentire dal di dentro. L’uomo pio si porta con sé,
dappertutto, il suo consolatore, Gesù, e gli dice: o Signore Gesù, stammi vicino
in ogni luogo e in ogni tempo. La mia consolazione sia questa, di rinunciare
lietamente ad ogni conforto umano. Che se mi verrà meno la tua consolazione,
sia per me di supremo conforto, appunto, questo tuo volere, questa giusta
prova; poiché “non durerà per sempre la tua collera e le tue minacce non
saranno eterne” (Sal 102,9).
Capitolo XVII
AFFIDARE STABILMENTE IN DIO OGNI CURA DI NOI STESSI
Figlio, lascia che io faccia con te quello che voglio: io so quello che ti è
necessario. Tu hai pensieri umani e i tuoi sentimenti seguono spesso
suggestioni umane. Signore, è ben vero quanto dici. La tua sollecitudine per
me è più grande di ogni premura che io possa avere per me stesso. In verità,
chi non rimette in te tutte le sue preoccupazioni si affida proprio al caso.
Signore, purché la mia volontà sia continuamente retta e ferma in te, fai di me
quello che ti piace. Giacché, qualunque cosa avrai fatto di me non può essere
che per il bene. Se mi vuoi nelle tenebre, che tu sia benedetto; e se mi vuoi nella
luce, che tu sia ancora benedetto. Se ti degni di darmi consolazione, che tu sia
benedetto; e se mi vuoi nelle tribolazione, che tu sia egualmente benedetto.
Figlio, se vuoi camminare con me, questo deve essere il tuo atteggiamento.
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Devi essere pronto a patire, come pronto a godere; devi lietamente essere privo
di tutto e povero, come sovrabbondante e ricco. Signore, qualunque cosa vorrai
che mi succeda, la sopporterò di buon grado per tuo amore. Con lo stesso
animo voglio accettare dalla tua mano bene e male, dolcezza e amarezza, gioia
e tristezza; e voglio renderti grazie per ogni cosa che mi accada. Preservami da
tutti i peccati, e non temerò né la morte né l’inferno. Purché tu non mi
respinga per sempre cancellandomi dal libro della vita, qualunque tribolazione
mi piombi addosso non mi farà alcun male.
Capitolo XVIII
SOPPORTARE SERENAMENTE LE MISERIE DI QUESTO MONDO
SULL’ESEMPIO DI CRISTO
Figlio, io discesi dal cielo per la tua salvezza e presi sopra di me le tue miserie,
non perché vi fossi costretto, ma per slancio d’amore; e ciò perché tu imparassi
a soffrire e a sopportare senza ribellione le miserie di questo mondo. Infatti,
dall’ora della mia nascita fino alla morte in croce, non venne mai meno in me la
forza di sopportare il dolore. Ho conosciuto grande penuria di beni terreni; ho
udito molte accuse rivolte a me; ho sopportato con dolcezza cose da far
arrossire ed ingiurie; per il bene fatto ho ricevuto ingratitudine; per i miracoli,
bestemmie; per il mio insegnamento, biasimi.
Signore, tu ben sapesti patire per tutta la tua vita, compiendo pienamente, in
tal modo, la volontà del Padre tuo; perciò è giusto che io, misero peccatore,
sappia sopportare me stesso, fin quando a te piacerà; è giusto che, per la mia
salvezza, io porti il peso di questa vita corruttibile, fino a quando tu vorrai. In
verità, anche se noi la sentiamo come un peso, la vita di quaggiù, per effetto
della tua grazia, già fu resa capace di molti meriti e più tollerabile e luminosa,
per noi, povera gente, in virtù del tuo esempio e dietro le orme dei tuoi santi.
Anzi la nostra vita è piena di consolazione, molto più di quanto non fosse al
tempo della vecchia legge, quando era ancora chiusa la porta del cielo e ancora
era nascosta la via di esso; quando erano ben pochi quelli che si davano
pensiero di cercare il regno dei cieli, e neppure i giusti, meritevoli di salvezza,
avevano potuto entrare nella patria celeste, non essendo ancora stato pagato –
prima della tua passione e della tua santa morte – il debito del peccato. Oh,
come ti debbo ringraziare per avere mostrato a me, e a tutti i tuoi seguaci, la
strada diritta e sicura verso l’eterno tuo regno! La nostra strada è la tua vita
stessa: attraverso una santa capacità di patire camminiamo verso di te, che sei
il nostro premio. Se tu non ci avessi preceduto, con questo insegnamento, chi si
prenderebbe cura di seguirti? Quanti rimarrebbero indietro assai, se non
potessero guardare al tuo esempio luminoso. Ecco, siamo ancora ben poco
fervorosi, pur dopo tanti miracoli e nonostante i tuoi ammaestramenti; che
cosa mai sarebbe di noi, se non avessimo avuto una così grande luce per
seguirti?
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Capitolo XIX
LA CAPACITA’ DI SOPPORTARE LE OFFESE E LA VERA PROVATA
PAZIENZA
Che è quello che vai dicendo, o figlio? Cessa il tuo lamento, tenendo presenti le
sofferenze mie e quelle degli altri santi. “Non hai resistito ancora fino al
sangue” (Eb 12,4). Ciò che tu soffri è poca cosa, se ti metti a confronto con
coloro che patirono tanto gravemente: così fortemente tentati, così
pesantemente tribolati, provati in vari modi e messi a dura prova. Occorre
dunque che tu rammenti le sofferenze più gravi degli altri, per imparare a
sopportare le tue, piccole. Che se piccole non ti sembrano, vedi se anche questo
non dipenda dalla tua incapacità di sopportazione. Comunque, siano piccoli o
grandi questi mali, fa’ in modo di sopportare tutto pazientemente. Il tuo agire
sarà tanto più saggio, e tanto più grande sarà il tuo merito, quanto meglio ti
sarai disposto al patire; anzi lo troverai anche più lieve, se, intimamente e
praticamente, sarai pronto e sollecito. E non dire: questo non lo posso
sopportare; non devo tollerare cose simili da una tale persona, che mi fa del
male assai, e mi rimprovera cose che non avevo neppure pensato; da un altro,
non da lui, le tollererei di buon grado, e riterrei giusto doverle sopportare. E’
una stoltezza un simile ragionamento. Esso non tiene conto della virtù della
pazienza, né di colui a cui spetta di premiarla; ma tiene conto piuttosto delle
persone e delle offese ricevute. Vero paziente non è colui che vuole sopportare
soltanto quel che gli sarà sembrato giusto, e da chi gli sarà piaciuto. Vero
paziente, invece, è colui che non guarda da quale persona egli venga messo alla
prova: se dal superiore, oppure da un suo pari, o da un inferiore; se da un uomo
buono o santo, oppure da un malvagio, o da persona che non merita nulla. Vero
paziente è colui che indifferentemente – da qualunque persona, e per quante
volte, gli venga qualche contrarietà – tutto accetta con animo grato dalla mano
di Dio; anzi lo ritiene un vantaggio grande, poiché non c’è cosa, per quanto
piccola, purché sopportata per amore di Dio, che passi senza ricompensa,
presso Dio.
Sii dunque preparato al combattimento, se vuoi ottenere vittoria. Senza lotta
non puoi giungere ad essere premiato per la tua sofferenza. Se rifiuti la
sofferenza, rifiuti anche il premio; se invece desideri essere premiato, devi
combattere da vero uomo e saper sopportare con pazienza. Come al riposo non
si giunge se non dopo aver faticato, così alla vittoria non si giunge se non dopo
aver combattuto. Oh, Signore, che mi diventi possibile, per tua grazia, quello
che mi sembra impossibile per la mia natura: tu sai che ben scarsa è la mia
capacità di soffrire, e che al sorgere di una, sia pur piccola, difficoltà, mi trovo
d’un colpo atterrato. Che mi diventi cara e desiderabile, in tuo nome, qualsiasi
prova e qualsiasi tribolazione: soffrire ed essere tribolato per amor tuo, ecco ciò
che è grandemente salutare all’anima mia.
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Capitolo XX
RICONOSCERE LA PROPRIA DEBOLEZZA E LA MISERIA DI QUESTA
NOSTRA VITA
“Confesserò contro di me il mio peccato” (Sal 31,5); a te, o Signore, confesserò
la mia debolezza. Spesso basta una cosa da nulla per abbattermi e rattristarmi:
mi propongo di comportarmi da uomo forte, ma, al sopraggiungere di una
piccola tentazione, mi trovo in grande difficoltà. Basta una cosa assolutamente
da nulla perché me ne venga una grave tentazione: mentre, fino a che non
l’avverto, mi sento abbastanza sicuro, poi, a un lieve spirare di vento, mi trovo
quasi sopraffatto. “Guarda dunque, Signore, alla mia miseria” (Sal 14,18) e alla
mia fragilità, che tu ben conosci per ogni suo aspetto; abbi pietà di me; “tirami
fuori dal fango, così che io non vi rimanga confitto” (Sal 68,15), giacendo a
terra per sempre. Quello che mi risospinge indietro e mi fa arrossire dinanzi a
te, è appunto questa mia instabilità e questa mia debolezza nel resistere alle
tentazioni. Che, pur quando ad esse non si acconsenta del tutto, già molto mi
disturba la persecuzione loro; e assai mi affligge vivere continuamente così, in
lotta. La mia debolezza mi appare in modo chiaro dal fatto che proprio i
pensieri che dovrei avere sempre in orrore sono molto più facili a piombare su
di me che ad andarsene. Voglia il Cielo, o potentissimo Dio di Israele, che, nel
tuo grande amore per le anime di coloro che hanno fede in te, tu abbia a
guardare alla fatica e alla sofferenza del tuo servo; che tu l’assista in ogni cosa a
cui si accinge. Fammi forte della divina fortezza, affinché non abbia a prevalere
in me l’uomo vecchio: questa misera carne non ancora pienamente sottomessa
allo spirito, contro la quale bisogna combattere, finché si vive in questa
miserabile vita.
Ahimé!, quale è questa vita, dove non mancano tribolazioni e miserie; dove
tutto è pieno di agguati e di nemici! Ché, se scompare un’afflizione o una
tentazione, una altra ne viene; anzi, mentre ancora dura una lotta, ne
sopraggiungono molte altre, e insospettate. Ora, come si può amare una vita
così soggetta a disgrazie e a miserie? Di più, come si può chiamare vita questa,
se da essa procedono tante morti e calamità? E invece la si ama e molta gente
va cercando in essa la propria gioia. Il mondo viene sovente accusato di essere
ingannevole e vano; ma non per questo viene facilmente abbandonato, perché
troppo prevalgono le brame terrene. Altro è ciò che induce ad amare il mondo;
altro è ciò che induce a condannarlo. Inducono ad amarlo il desiderio dell’uomo
carnale, “il desiderio degli occhi e la superbia della vita” (1 Gv 2,16); inducono
invece ad odiarlo e ad esserne disgustato le pene e le sofferenze che
giustamente conseguono a quei desideri perversi. E tuttavia – tristissima cosa –
i piaceri malvagi hanno il sopravvento in coloro che hanno l’animo rivolto al
mondo, e “considerano gioia lo stare tra le spine” (Gb 30,7); incapaci, come
sono, di vedere e di gustare la soavità di Dio e l’intima bellezza della virtù.
Quelli invece che disprezzano totalmente il mondo, e si sforzano di vivere per
Dio in santa disciplina, conoscono la divina dolcezza, che è stata promessa a chi
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sa davvero rinunciare; essi comprendono appieno quanto siano gravi gli errori
e gli inganni del mondo.
Capitolo XXI
IN DIO, AL DI SOPRA DI OGNI BENE E DI OGNI DONO, DOBBIAMO
TROVARE LA NOSTRA PACE
O anima mia, in ogni cosa e al di sopra di ogni cosa, troverai riposo, sempre,
nel Signore, perché lui stesso costituisce la pace dei santi, in eterno. Dammi,
dolcissimo e amabilissimo Gesù, di trovare quiete in te. In te, al di sopra di
ogni creatura, di ogni ben e di ogni bellezza; al di sopra di ogni gloria ed
onore, potere e autorità; al di sopra di tutto il sapere, il più penetrante; al di
sopra di ogni ricchezza e capacità; al di sopra di ogni letizia e gioia, e di ogni
fama e stima degli uomini; al di sopra di ogni dolcezza, consolazione, speranza
o promessa umana; al di sopra di ogni ambita ricompensa, di ogni dono o
favore che, dall’alto, tu possa concedere; al di sopra di ogni motivo di gaudio e
di giubilo, che mente umana possa concepire e provare; infine, al di sopra degli
Angeli, degli Arcangeli e di tutte le schiere celesti, al di sopra delle cose visibili
e delle cose invisibili, e di tutto ciò che non sia tu, Dio mio. In verità, o Signore
mio Dio, tu sei eccellentissimo su ogni cosa; tu solo sei l’altissimo e
l’onnipotente; tu solo dai ogni appagamento e pienezza e ogni dolcezza e
conforto; tu solo sei tutta la bellezza e l’amabilità; tu solo sei, più d’ogni cosa,
ricco di nobiltà e di gloria; in te sono, furono sempre e saranno, tutti quanti i
beni, compiutamente. Perciò, qualunque cosa tu mi dia, che non sia te stesso,
qualunque cosa tu mi riveli di te, o mi prometta, senza che io possa
contemplare o pienamente possedere te, è ben poco e non mi appaga. Ché, in
verità, il mio cuore non può realmente trovare quiete, e totale soddisfazione se
non riposi in te, portandosi più in alto di ogni dono e di ogni creatura.
Cristo Gesù, mio sposo tanto amato, amico vero, signore di tutte le creature,
chi mi darà ali di vera libertà, per volare e giungere a posarmi in te? Quando
mi sarà dato di essere completamente libero da me stesso e di contemplare la
tua soavità, o Signore mio Dio? Quando mi raccoglierò interamente in te,
cosicché, per amor tuo, non mi accorga di me stesso, ma soltanto di te, al di là
del limite di ogni nostro sentire e in un modo che non tutti conoscono? Ma
eccomi qui ora a piangere continuamente e a portare dolorosamente la mia
infelicità. Giacché, in questa valle di miserie, molti mali mi si parano innanzi:
sovente mi turbano, mi rattristano e mi ottenebrano; sovente mi intralciano il
cammino o me ne distolgono, tenendomi legato e impacciato, tanto da non
poter accostarmi liberamente a te, a godere del gioioso abbraccio,
costantemente aperto agli spiriti beati. Che il mio sospiro e la grande e varia
desolazione di questo mondo abbiano a commuoverti, o Gesù, splendore di
eterna gloria, conforto dell’anima pellegrina. A te è rivolta la mia faccia; senza
che io dica nulla, è il mio silenzio che ti parla. Fino a quando tarderà a venire il
mio Signore? Venga a me, che sono il suo poverello, e mi dia letizia; stenda la
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sua mano e strappi me misera da ogni angustia. Vieni, vieni: senza di te non ci
sarà una sola giornata, anzi una sola ora, gioiosa, perché la mia gioia sei tu, e
vuota è la mia mensa senza di te. Un pover’uomo, io sono, quasi chiuso in un
carcere e caricato di catene, fino a che tu non mi abbia rifatto di nuovo, con la
tua presenza illuminante, mostrandomi un volto benevolo, e fino a che tu non
mi abbia ridato la libertà. Vadano altri cercando altra cosa, invece di te,
dovunque loro piaccia. Quanto a me, nulla mi è ora gradito, nulla mi sarà mai
gradito, fuori di te, mio Dio, mia speranza e salvezza eterna. Né tacerò, o
smetterò di supplicare, fino a che non torni a me la tua grazia e la tua parola
non si faccia sentire dentro di me.
Ecco, sono qua; eccomi a te, che mi hai invocato. Le tue lacrime, il desiderio
dell’anima tua, la tua umiliazione e il pentimento del tuo cuore mi hanno
piegato e mi hanno fatto avvicinare a te. Dicevo io allora: ti avevo invocato,
Signore, avevo desiderato di godere di te, pronto a rinunciare ad ogni cosa per
te; ma eri stato tu, per primo, che mi avevi mosso a cercarti. Sii dunque
benedetto, o Signore, tu che hai usato tale bontà con questo tuo servo, secondo
la grandezza della tua misericordia. Che cosa mai potrà dire ancora, al tuo
cospetto, il tuo servo, se non parole di grande umiliazione dinanzi a te, sempre
ricordandosi della propria iniquità e della propria bassezza? Non c’è, infatti, tra
tutte le meraviglie del cielo e della terra, cosa alcuna che ti possa somigliare.
Le tue opere sono perfette, e giusti i tuoi comandi; per la tua provvidenza si
reggono tutte le cose. Sia, dunque, lode e gloria a te, o sapienza del Padre. La
mia bocca, la mia anima e insieme tutte le cose create ti esaltino e ti
benedicano.
Capitolo XXII
RICONOSCERE I MOLTI E VARI BENEFICI DI DIO
Introduci, o Signore, il mio cuore nella tua legge e insegnami a camminare nei
tuoi precetti. Fa’ che io comprenda la tua volontà; fa’ che, con grande reverenza
e con attenta riflessione, io mi rammenti, uno per uno e tutti insieme, i tuoi
benefici, così che sappia rendertene degne grazie. Per altro, so bene e confesso
di non potere, neppure minimamente, renderti i dovuti ringraziamenti di lode.
Ché io sono inferiore a tutti i beni che mi sono stati concessi. Quando penso
alla tua altezza, il mio spirito viene meno di fronte a questa immensità. Tutto
ciò che abbiamo, nello spirito e nel corpo, tutto ciò che possediamo, fuori di noi
e dentro di noi, per natura e per grazia, tutto è tuo dono; e sta a celebrare la
benevolenza, la misericordia e la bontà di colui, da cui riceviamo ogni bene.
Che se uno riceve di più e un altro di meno, tutto è pur sempre tuo: senza di te,
non possiamo avere neppure la più piccola cosa. Da un lato, chi riceve di più
non può vantarsene come di un suo merito, né innalzarsi sugli altri e schernire
chi ha di meno. Più grande e più santo è, infatti, colui che fa minor conto di se
stesso e ringrazia Dio con maggiore umiltà e devozione; più pronto a ricevere
maggiormente è colui che si ritiene più disprezzabile di tutti e si giudica più
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indegno. D’altro lati, chi riceve di meno non deve rattristarsi, non deve
indignarsi o nutrire invidia per chi ha avuto di più; deve piuttosto guardare a
te e lodare grandemente la tua bontà, perché tu largisci i tuoi doni con tanta
abbondanza e benevolenza, “senza guardare alle persone” (1Pt 1,17).
Tutto viene da te. Che tu sia, dunque, lodato per ogni cosa. Quello che sia
giusto concedere a ciascuno, lo sai tu. Perché uno abbia di meno e un altro di
più, non possiamo comprenderlo noi, ma solo tu, presso cui sono stabilmente
definiti i meriti di ciascuno. Per questo, o Signore Iddio, io considero un
grande dono anche il non avere molte di quelle cose, dalle quali vengono lodi e
onori dall’esterno, secondo il giudizio umano. Così, guardando alla sua povertà,
e alla nullità della sua persona, nessuno ne tragga un senso di oppressione, di
tristezza e di abbattimento, ma invece ne tragga consolazione e grande
serenità; perché i poveri e coloro che stanno in basso, disprezzati dal mondo,
tu, o Dio, li hai scelti come tuoi intimi amici. Una prova di questo è data dai
tuoi apostoli. Tu li hai posti come “principi su tutta la terra” (Sal 44,17); e
tuttavia essi passarono in questo mondo senza un lamento: tanto umili e
semplici, tanto lontani da ogni astuzia e malizia, che trovarono gioia anche nel
sopportare oltraggi “a causa del tuo nome” (At 5,41), abbracciando con grande
slancio quello da cui il mondo rifugge. Colui che ti ama, colui che apprezza i
tuoi doni di nulla deve esser lieto quanto di realizzare in sé la tua volontà e il
comando dei tuoi eterni decreti. Solo nel tuo volere egli deve trovare
appagamento e consolazione, tanto da desiderare di essere il più piccolo, con lo
stesso slancio con il quale altri può desiderare di essere il più grande. Colui che
ti ama deve trovare pace e contentezza nell’ultimo posto, come nel primo; deve
accettare di buon grado sia di essere disprezzato e messo in disparte, senza
gloria e senza fama, sia di essere onorato al di sopra degli altri e di emergere
nel mondo. Invero, il desiderio di fare la tua volontà e di rendere gloria a te
deve prevalere in lui su ogni altra cosa, consolandolo e allietandolo più di tutti
i doni che gli siano stati dati o gli possano essere dati.
Capitolo XXIII
LE QUATTRO COSE CHE RECANO UNA VERA GRANDE PACE
O figlio, ora ti insegnerò la via della pace e della vera libertà. Fa’, o Signore,
come tu dici; mi è gradito ascoltare il tuo insegnamento. Studiati, o figlio, di
fare la volontà di altri, piuttosto che la tua. Scegli sempre di aver meno, che
più. Cerca sempre di avere il posto più basso e di essere inferiore a tutti.
Desidera sempre, e prega, che in te si faccia interamente la volontà di Dio. Un
uomo che faccia tali cose, ecco, entra nel regno della pace e della tranquillità.
Una grande dottrina di perfezione è racchiusa, o Signore, in queste tue brevi
parole: brevi a dirsi, ma piene di significato e ricche di frutto. Che se io potessi
fedelmente custodirle, tali parole, nessun turbamento dovrebbe tanto
facilmente sorgere in me; in verità, ogni volta che mi sento inquieto od
oppresso, trovo che mi sono allontanato da questa dottrina. Ma tu, che tutto
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puoi; tu che hai sempre caro il progresso dell’anima mia, accresci sempre la tua
grazia, così che io possa adempiere alle tue parole e raggiungere la mia
salvezza.
Preghiera contro i malvagi pensieri
O Signore, mio Dio, “non allontanarti da me; Dio mio, volgiti in mio aiuto”
(Sal 70,12); ché vennero contro di me vari pensieri e grandi terrori, ad
affliggere l’anima mia. Come ne uscirò illeso, come mi aprirò un varco
attraverso di essi? Dice il Signore: io andrò innanzi a te e “abbatterò i grandi
della terra” (Is 45,2). Aprirò le porte della prigione e ti rivelerò i più profondi
segreti. O Signore, fa’ come dici; e ogni iniquo pensiero fugga dinanzi a te.
Questa è la mia speranza, questo è il mio unico conforto: in tutte le tribolazioni
rifugiarmi in te, porre la mia fiducia in te; invocarti dal profondo del mio cuore
e attendere profondamente la tua consolazione.
Preghiera per ottenere luce all’intelletto
Rischiarami, o buon Gesù, con la luce del lume interiore, e strappa ogni
tenebra dal profondo del mio cuore; frena le varie fantasie; caccia le tentazioni
che mi fanno violenza; combatti valorosamente per me e vinci queste male
bestie, dico le allettanti concupiscenze, cosicché, per la forza che viene da te, si
faccia pace, e nell’aula santa, cioè nella coscienza pura (Sal 121,7), risuoni la
pienezza della tua lode. Comanda ai venti e alle tempeste. Dì al mare “calmati”,
al vento “non soffiare”; e si farà grande bonaccia (Mt 8,26). “Manda la tua luce
e la tua verità” (Sal 52,3) a brillare sulla terra; ché terra io sono, povera e
vuota, fino a quando tu non mi illumini. Effondi dall’alto la tua grazia; irriga il
mio cuore di celeste rugiada; versa l’acqua della devozione ad irrigare la faccia
della terra, che produca buono, ottimo frutto. Innalza la mia mente schiacciata
dalla mole dei peccati; innalza alle cose celesti tutto l’animo mio, in modo che
gli rincresca di pensare alle cose di questo mondo, dopo aver gustato la
dolcezza della felicità suprema. Strappami e distoglimi dalle effimere
consolazioni che danno le creature; poiché non v’è cosa creata che possa
soddisfare il mio desiderio e darmi pieno conforto. Congiungimi a te con il
vincolo indissolubile dell’amore, poiché tu solo basti a colui che ti ama, e a
nulla valgono tutte le cose, se non ci sei tu.
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Capitolo XXIV
GUARDARSI DALL’INDAGARE CURIOSAMENTE LA VITA DEGLI
ALTRI
Figlio, non essere curioso; non prenderti inutili affanni. Che t’importa di
questo e di quello? “Tu segui me” (Gv 21,22). Che ti importa che quella
persona sia di tal fatta, o diversa, o quell’altra agisca e dica così e così? Tu non
dovrai rispondere per gli altri; al contrario renderai conto per te stesso. Di che
cosa dunque ti vai impicciando? Ecco, io conosco tutti, vedo tutto ciò che
accade sotto il sole e so la condizione di ognuno: che cosa uno pensi, che cosa
voglia, a che cosa miri la sua intenzione. Tutto deve essere, dunque, messo
nelle mie mani. E tu mantieniti in pace sicura, lasciando che altri si agiti
quanto crede, e metta agitazione attorno a sé: ciò che questi ha fatto e ciò che
ha detto ricadrà su di lui, poiché, quanto a me, non mi può ingannare.
Non devi far conto della vanità di un grande nome, né delle molte amicizie, né
del particolare affetto di varie persone: tutte cose che sviano e danno un
profondo offuscamento di spirito. Invece io sarò lieto di dirti la mia parola e di
palesarti il mio segreto, se tu sarai attento ad avvertire la mia venuta, con
piena apertura del cuore. Stai dunque in guardia, veglia in preghiera (1 Pt 4,7),
e umiliati in ogni cosa (Sir 3,20).
Capitolo XXV
IN CHE CONSISTONO LA STABILITA’ DELLA PACE INTERIORE E IL
VERO PROGRESSO SPIRITUALE
O figlio, così ho detto “io vi lascio la pace; vi dono la mia pace; non quella,
però, che dà il mondo” (Gv 14,27). Tutti tendono alla pace; non tutti però si
preoccupano di ciò che caratterizza la vera pace. La mia pace è con gli umili e i
miti di cuore; e la tua pace consisterà nel saper molto sopportare. Se mi
ascolterai e seguirai le mie parole, potrai godere di una grande pace. Che farò
dunque? In ogni cosa guarda bene a quello che fai e a quello che dici. Sia questa
la sola tua intenzione, essere caro soltanto a me; non desiderare né cercare
altro, fuori di me; non giudicare mai avventatamente quello che dicono o fanno
gli altri e non impicciarti in faccende che non ti siano state affidate. In tal modo
potrai essere meno turbato, o più raramente; ché non sentire mai turbamento
alcuno e non patire alcuna noia, nello spirito e nel corpo, non è di questa vita,
ma è condizione propria della pace eterna.
Perciò non credere di aver trovato la vera pace, soltanto perché non senti
difficoltà alcuna; non credere che tutto vada bene, soltanto perché non hai
alcuno che ti si ponga contro; non credere che tutto sia perfetto, soltanto
perché ogni cosa avviene secondo il tuo desiderio; non pensare di essere
qualcosa di grande o di essere particolarmente caro a Dio, soltanto perché ti
trovi in stato di grande e soave devozione. Non è da queste cose, infatti, che si
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distingue colui che ama veramente la virtù; non è in queste cose che consistono
il progresso e la perfezione dell’uomo. In che cosa, dunque, o Signore?
Nell’offrire te stesso, con tutto il cuore, al volere di Dio, senza cercare alcunché
di tuo, nelle piccole come nelle grandi cose, per il tempo presente come per
l’eternità; così che tu sia sempre, alla stessa maniera, imperturbabilmente, in
atto di ringraziamento, bilanciando bene tutte le cose, le prospere e le
contrarie. Quando sarai tanto forte e generoso nella fede che, pur avendo
perduta ogni consolazione interiore, saprai disporre il tuo animo a soffrire
ancor di più – senza trovare scuse, come se tu non dovessi subire tali e tanto
grandi patimenti -; anzi quando mi proclamerai giusto e mi dirai santo
qualunque sia la mia volontà, allora sì che tu camminerai nella vera e giusta
strada della pace; allora sì che avrai la sicura speranza di rivedere con gioia il
mio volto. Se poi arriverai a disprezzare pienamente te stesso, sappi che allora
godrai di pace sovrabbondante , per quanto è possibile alla tua condizione di
pellegrino su questa terra.
Capitolo XXVI
L’ECCELSA LIBERTA’ DELLO SPIRITO, FRUTTO DELL’UMILE
PREGHIERA PIU’ CHE DELLO STUDIO
O Signore, questo è il compito di chi vuole essere perfetto: non staccarsi mai
spiritualmente dal tendere alle cose celesti e passare tra le molte
preoccupazioni quasi senza affanno. E ciò non già per storditezza, ma per quel
tal privilegio, proprio di uno spirito libero, di non essere attaccato ad alcuna
cosa creata, con un affetto che sia contrario al volere di Dio. Ti scongiuro, o
mio Dio pieno di misericordia, tienimi lontano dalle preoccupazioni di questa
vita, così che esse non mi siano di troppo impaccio; tienimi lontano dalle molte
esigenze materiali, così che io non sia prigioniero del piacere; tienimi lontano
da tutto quanto è di ostacolo all’anima, così che io non finisca schiacciato da
queste difficoltà. E non voglio dire che tu mi tenga lontano soltanto dalle cose
che la vanità di questo mondo brama con pieno ardore; ma da tutte quelle
miserie che, a causa della comune maledizione dell’umanità, gravano
dolorosamente sull’anima del tuo servo, impedendole di accedere, a sua voglia,
alla libertà dello spirito.
O mio Dio, dolcezza ineffabile, muta in amarezza per me ogni piacere terrestre:
esso mi distoglie dall’amare le cose eterne e mi avvince tristemente a sé,
facendomi balenare qualcosa che, al momento, appare buono e gradito. O mio
Dio, non sia più forte di me la carne, non sia più forte di me il sangue; non mi
inganni il mondo, con la sua gloria passeggera; non mi vinca il diavolo, con la
sua astuzia. Dammi fortezza a resistere, pazienza a sopportare, costanza a
perseverare. In luogo di tutte le consolazioni del mondo, dammi la dolcissima
unzione del tuo spirito; in luogo dell’attaccamento alle cose della terra, infondi
in me l’amore della tua gloria. Ecco, per uno spirito fervoroso sono ben pesanti
e cibo e bevanda e vestito e tutte le altre cose utili a sostenere il corpo. Di
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queste cose utili fa’ che io usi moderatamente, senza attaccarmi ad esse con
desiderio eccessivo. Abbandonare tutto non si può, perché alla natura si deve
pur dare sostentamento; ma la santa legge di Dio vieta di cercare le cose
superflue e quelle che danno maggiormente piacere. Diversamente la carne si
porrebbe sfacciatamente contro lo spirito. Tra questi due estremi, mi regga la
tua mano, o Signore, te ne prego; e mi guidi, per evitare ogni eccesso.
Capitolo XXVII
PIU’ DI OGNI ALTRA COSA L’AMORE DI SE STESSO RALLENTA IL
NOSTRO PASSO VERSO IL SOMMO BENE
O figlio, per avere tutto, devi dare tutto e non più appartenerti per nulla: sappi
che l’amore di te stesso ti danneggia più di ogni altra cosa di questo mondo.
Ciascuna cosa sta più o meno fortemente a te abbracciata, a seconda dell’amore
e della passione che tu porti per essa. Ma se il tuo sarà un amore puro, libero e
conforme al volere di Dio, sarai affrancato dalla schiavitù delle cose. Non
desiderare ciò che non ti è lecito avere; non volere ciò che ti può essere
d’impaccio, privandoti della libertà interiore. Pare incredibile che tu non ti
rimetta a me, dal profondo del cuore, con tutto te stesso e con tutte le cose che
puoi desiderare ed avere. Perché ti consumi in vana tristezza? Perché ti
opprimi con inutili affanni? Sta’ al mio volere, e non subirai alcun nocumento.
Se tu andrai cercando questo o quest’altro; se vorrai essere qui oppure là, per
conseguire maggiormente il tuo comodo e il tuo piacere, non sarai mai in pace,
libero da angosce; perché in ogni cosa ci sarà qualche difetto e dappertutto ci
sarà uno che ti contrasta. Quello che giova, dunque, non è ciò che possa essere
da noi raggiunto o fatto più grande, fuori di noi; quello che giova è ciò che
viene da noi disprezzato e strappato radicalmente dal nostro cuore. E questo
va inteso non solamente della stima, del denaro o delle ricchezze, ma anche
della bramosia degli onori e del desiderio di vane lodi: tutte cose che passano,
col passare di questo mondo. Non sarà un certo luogo che ti darà sicurezza, se
ti manca il fervore spirituale. Non sarà una pace cercata fuori di te che reggerà
a lungo, se ti manca quello che è il vero fondamento della fermezza del cuore:
vale a dire se tu non sei saldamente in me. Puoi trasferirti altrove, quanto vuoi;
ma non puoi migliorare te stesso. Se, affacciandosi un’occasione, la coglierai,
troverai ancora, e ancora di più, quello che avevi fuggito.
Preghiera per ottenere la purificazione del cuore e la celeste sapienza.
O Dio, dammi vigore, con la grazia dello Spirito Santo; fa’ che il mio cuore si
liberi da ogni vano, angoscioso tormento, senza lasciarsi allettare da vari
desideri di cosa alcuna, di poco prezzo o preziosa; fa’ che io guardi tutte le cose
come passeggere, e me con esse, parimenti passeggero, poiché nulla resta
fermo, sotto il sole, qui dove tutto è “vanità e afflizione di spirito” (Qo 1,14).
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Quanto è saggio chi ragiona così. Dammi, o Signore, la celeste sapienza; così
che io apprenda a cercare e a trovare te, sopra ogni cosa; apprenda a gustare e
ad amare te, sopra ogni cosa; apprenda a considerare tutto il resto per quello
che è, secondo il posto assegnatogli dalla sapienza. Dammi la prudenza, per
saper allontanare chi mi lusinga; dammi la pazienza, per sopportare chi mi
contrasta. Perché qui è grande saggezza, nel non lasciarsi smuovere da ogni
vuota parola e nel non prestare orecchio alla sirena che perfidamente ci invita.
Cominciata in tal modo la strada, si procede in essa con sicurezza.
Capitolo XXVIII
CONTRO LE LINGUACCE DENIGRATRICI
O figlio, non sopportare di mal animo se certuni danno un cattivo giudizio su
di te e dicono, nei tuoi confronti, parole che non ascolti con piacere. Il tuo
giudizio su te stesso deve essere ancora più grave; devi credere che non ci sia
nessuno più debole di te. Se terrai conto massimamente dell’interiorità, non
darai molto peso a parole che volano; giacché, nei momenti avversi, è prudenza,
e non piccola, starsene in silenzio, volgendo l’animo a me, senza lasciarsi
turbare dal giudizio della gente. La tua pace non riposi nella parola degli
uomini. Che questi ti abbiano giudicato bene o male, non per ciò sei diverso.
Dove sta la vera pace, dove sta la vera gloria? Non forse in me? Godrà di
grande pace chi non desidera di piacere agli uomini, né teme di spiacere ad essi.
E’ appunto da un tale desiderio, contrario al volere di Dio, e da un tale vano
timore, che nascono tutti i turbamenti del cuore e tutte le deviazioni degli
affetti.
Capitolo XXIX
INVOCARE E BENEDIRE DIO NELLA TRIBOLAZIONE
“Sia sempre benedetto il tuo nome” (Tb 3,23), o Signore; tu che hai disposto
che venisse su di me questa tormentosa tentazione. Sfuggire ad essa non posso;
devo invece rifugiarmi in te, perché tu mi aiuti, mutandomela in bene.
Signore, ecco io sono nella tribolazione: non ha pace il mio cuore, anzi è assai
tormentato da questa passione. Che dirò, allora, o Padre diletto? Sono stretto
tra queste angustie; “fammi uscire salvo da un tale momento. Ma a tale
momento io giunsi” (Gv 12,27) perché, dopo essere stato fortemente abbattuto
e poi liberato per merito tuo, tu ne fossi glorificato. “Ti piaccia, o Signore, di
salvarmi tu” (Sal 39,14); infatti che cosa posso fare io nella mia miseria; dove
andrò, senza di te? Anche in questo momento di pericolo dammi di saper
sopportare; aiutami tu, o mio Dio: non avrò timore di nulla, per quanto grande
sia il peso che graverà su di me. E frattanto che dirò? O Signore, “che sia fatta
la tua volontà” (Mt 26,42). Bene le ho meritate, la tribolazione e l’oppressione;
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e ora debbo invero saperle sopportare, – e, volesse il cielo, sopportare con
pazienza – finché la tempesta sia passata e torni la bonaccia. La tua mano
onnipotente può fare anche questo, togliere da me questa tentazione o
mitigarne la violenza, affinché io non perisca del tutto: così hai già fatto più
volte con me, “o mio Dio e mia misericordia” (Sal 58,17). Quanto è a me più
difficile, tanto è più facile a te “questo cambiamento della destra dell’Altissimo”
(Sal 76,11).
Capitolo XXX
CHIEDERE L’AIUTO DI DIO, NELLA FIDUCIA DI RICEVERE LA SUA
GRAZIA
O figlio, io sono “il Signore, che consola nel giorno della tribolazione” (Na 1,7).
Vieni a me, quando sei in pena. Quello che pone maggiore ostacolo alla celeste
consolazione è proprio questo, che troppo tardi tu ti volgi alla preghiera.
Infatti, prima di rivolgere a me intense orazioni, tu vai cercando vari sollievi e
ti conforti in cose esteriori. Avviene così che nulla ti è di qualche giovamento,
fino a che tu non comprenda che sono io la salvezza di chi spera in me, e che,
fuori di me, non c’è aiuto efficace, utile consiglio, rimedio durevole. Ora,
dunque, ripreso animo dopo la burrasca, devi trovare nuovo vigore nella luce
della mia misericordia. Giacché ti sono accanto, dice il Signore, per restaurare
ogni cosa, con misura, non solo piena, ma colma. C’è forse qualcosa che per me
sia difficile; oppure somiglierò io ad uno che dice e non fa? Dov’è la tua fede?
Sta saldo nella perseveranza; abbi animo grande e virilmente forte. Verrà a te
la consolazione, al tempo suo. Aspetta me; aspetta: verrò e ti risanerò. E’ una
tentazione quella che ti tormenta; è una vana paura quella che ti atterrisce. A
che serve la preoccupazione di quel che può avvenire in futuro, se non a far sì
che tu aggiunga tristezza a tristezza? “Ad ogni giorno basta la sua pena” (Mt
6,34). Vano e inutile è turbarsi o rallegrarsi per cose future, che forse non
accadranno mai. Tuttavia, è umano lasciarsi ingannare da queste fantasie; ed è
segno della nostra pochezza d’animo lasciarsi attrarre tanto facilmente verso le
suggestioni del nemico. Il quale non bada se ti illuda o ti adeschi con cose vere
o false; non badare se ti abbatta con l’attaccamento alle cose presenti o con il
timore delle cose future. “Non si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia timore”
(Gv 14,27). Credi in me e abbi fiducia nella mia misericordia. Spesso, quando
credi di esserti allontanato da me, io ti sono accanto; spesso, quando credi che
tutto, o quasi, sia perduto, allora è vicina la possibilità di un merito più grande.
Non tutto è perduto quando accade una cosa contraria. Non giudicare secondo
il sentire umano. Non restare così schiacciato da alcuna difficoltà, da qualunque
parte essa venga; non subirla come se ti fosse tolta ogni speranza di
riemergere. Non crederti abbandonato del tutto, anche se io ti ho mandato, a
suo tempo, qualche tribolazione o se ti ho privato della sospirata consolazione.
Così, infatti, si passa nel regno dei cieli. Senza dubbio, per te e per gli altri miei
servi, essere provati dalle avversità è più utile che avere tutto a comando. Io
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conosco i pensieri nascosti; so che, per la tua salvezza, è molto bene che tu sia
lasciato talvolta privo di soddisfazione, perché tu non abbia a gonfiarti del
successo e a compiacerti di ciò che non sei. Quel che ho dato posso riprenderlo
e poi restituirlo, quando mi piacerà. Quando avrò dato, avrò dato cosa mia;
quando avrò tolto, non avrò tolto cosa tua; poiché mio è “tutto il bene che
viene dato”; mio è “ogni dono perfetto” (Gc 1,17). Non indignarti se ti avrò
mandato una gravezza o qualche contrarietà; né si prostri l’animo tuo: io ti
posso subitamente risollevare, mutando tutta la tristezza in gaudio. Io sono
giusto veramente, e degno di molta lode, anche quando opero in tal modo con
te. Se senti rettamente, se guardi alla luce della verità, non devi mai abbatterti
così, e rattristarti, a causa delle avversità, ma devi piuttosto rallegrarti e
rendere grazie; devi anzi considerare gaudio supremo questo, che io non ti
risparmi e che ti affligga delle sofferenze. “Come il padre ha amato me, così
anch’io amo voi” (Gv 15,9), dissi ai miei discepoli diletti. E, per vero, non li ho
mandati alle gioie di questo mondo, ma a grandi lotte; non li ho mandati agli
onori, ma al disprezzo; non all’ozio, ma alla fatica, non a godere tranquillità,
ma a dare molto frutto nella sofferenza. Ricordati, figlio mio, di queste parole.
Capitolo XXXI
ABBANDONARE OGNI CREATURA PER POTER TROVARE DIO
O Signore, davvero mi occorre una grazia sempre più grande, se debbo
giungere là dove nessuno né alcuna cosa creata mi potrà essere di impaccio;
infatti, finché una qualsiasi cosa mi trattenga, non potrò liberamente volare a
te. E liberamente volare a te, era appunto, l’ardente desiderio di colui che
esclamava: “Chi mi darà ali come di colomba, e volerò, e avrò pace?” (Sal 54,7).
Quale pace più grande di quella di un occhio puro? Quale libertà più grande di
quella di chi non desidera nulla di terreno? Occorre dunque passare oltre ad
ogni creatura; occorre tralasciare pienamente se stesso, uscire spiritualmente
da sé; occorre capire che tu, che hai fatto tutte le cose, non hai nulla in comune
con le creature. Chi non è libero da ogni creatura, non potrà attendere
liberamente a ciò che è divino. Proprio per questo sono ben pochi coloro che
sanno giungere alla contemplazione, perché pochi riescono a separarsi appieno
dalle cose create, destinate a perire. Per giungere a ciò, si richiede una grazia
grande, che innalzi l’anima e la rapisca più in alto di se medesima. Ché, se uno
non è elevato nello spirito e libero da ogni creatura; se non è totalmente unito
a Dio, tutto quello che sa e anche tutto quello che possiede non ha grande peso.
Sarà sempre piccolo e giacerà a terra colui che apprezza qualcosa che non sia il
solo, unico, immenso ed eterno bene. In verità ogni cosa, che non sia Dio, è un
nulla, e come un nulla va considerata. Ben differenti sono la virtù della
sapienza, propria dell’uomo illuminato e devoto, e la scienza, propria
dell’erudito e dotto uomo di studio. Giacché la sapienza che emana da Dio, e
fluisce dall’alto in noi, è di gran lunga più sublime di quella che faticosamente
si acquista con il nostro intelletto. Troviamo non poche persone che
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desiderano la contemplazione, ma poi non si preoccupano di mettere in pratica
ciò che si richiede per la contemplazione stessa; e il grande ostacolo consiste in
questo, che ci si accontenta degli indizi esterni e di ciò che cade sotto i sensi,
possedendo ben poco della perfetta mortificazione. Non so come sia, da quale
spirito siamo mossi, a quale meta tendiamo, noi che sembriamo aver fama di
spirituali: ci diamo tanta pena e ci preoccupiamo tanto di queste cose che
passano e non hanno valore alcuno, mentre a stento riusciamo, qualche rara
volta, a pensare al nostre essere interiore, in totale raccoglimento. Un
raccoglimento breve, purtroppo; dopo del quale ben presto ci buttiamo alle
cose esteriori, senza più sottoporre il nostro agire a un vaglio severo. Dove
siano posti e ristagnino i nostri affetti, noi non badiamo; e non ci disgusta che
tutto sia corrotto. Invece il grande diluvio avvenne perché “ciascuno aveva
corrotto la sua vita” (Gn 6,12). Quando, dunque, la nostra interna inclinazione
è profondamente guastata, necessariamente si guasta anche la conseguente
azione esterna, rivelatrice di scarsa forza interiore. E’ dal cuore puro che
discendono frutti di vita virtuosa. Si indaga quanto uno abbia fatto, ma non si
indaga attentamente con quanta virtù egli abbia agito. Si guarda se uno sia
stato uomo forte e ricco e nobile; se sia stato abile e valente scrittore, cantante
eccellente o bravo lavoratore; ma si tace, da parte di molti, su quanto egli sia
stato povero in spirito e paziente e mite e devoto, e quanta spiritualità interiore
egli abbia avuto. La natura bada alle cose esterne dell’uomo; la grazia si rivolge
alle cose interiori. Quella frequentemente si inganna, questa si affida a Dio per
non essere ingannata.
Capitolo XXXII
RINNEGARE SE STESSI E RINUNCIARE AD OGNI DESIDERIO
O figlio, se non avrai rinnegato totalmente te stesso, non potrai avere una
perfetta libertà. Infatti sono come legati, tutti coloro che portano amore alle
cose e a se stessi, pieni di bramosia e di curiosità, svagati, sempre in cerca di
mollezze. Essi vanno spesso immaginando e raffigurando, non ciò che è di
Gesù Cristo, ma ciò che è perituro; infatti ogni cosa che non è nata da Dio
scomparirà. Tieni ben ferma questa massima, breve e perfetta: tralascia ogni
cosa; rinunzia alle brame e troverai la pace. Quando avrai attentamente
meditato nel tuo cuore questa massima, e l’avrai messa in pratica, allora
comprenderai ogni cosa. O Signore, non è, questa, una faccenda che si possa
compiere in un giorno; non è un gioco da ragazzi. Che anzi in queste brevi
parole si racchiude tutta la perfezione dell’uomo di fede. O figlio, non devi
lasciarti piegare, non devi subito abbatterti, ora che hai udito quale è la strada
di chi vuole essere perfetto. Devi piuttosto sentirti spinto a cose più alte;
almeno ad aspirare ad esse col desiderio. Volesse il cielo che così fosse per te;
che tu giungessi a non amare più te stesso, e ad attenerti soltanto alla volontà
mia e di colui che ti ho mostrato quale padre. Allora tu mi saresti assai caro e la
tua vita si tramuterebbe tutta in una pace gioiosa. Ma tu hai ancora molte cose
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da abbandonare; e se non rinunzierai a tutte le cose e del tutto, per me, non
otterrai quello che chiedi. “Il mio invito è che, per farti più ricco, tu acquisti da
me l’oro colato” (Ap 3,18), vale a dire la celeste sapienza, che sovrasta tutto ciò
che è basso; che tu lasci indietro e la sapienza di questo mondo ed ogni
soddisfazione di se stesso ed ogni compiacimento degli uomini. Il mio invito è
che tu, in luogo di ciò che è ritenuto prezioso e importante in questo mondo,
acquisti una cosa disprezzante: la vera sapienza, che viene dal cielo ed appare
qui disprezzata assai, piccola e quasi lasciata in oblio. Sapienza che non
presume molto di sé, non ambisce ad essere magnificata quaggiù e viene lodata
a parole da molti, i quali, con la loro vita, le stanno invece lontani. Eppure essa
è la gemma preziosa, che i più lasciano in disparte.
Capitolo XXXIII
L’INSTABILITA’ DEL NOSTRO CUORE E LA INTENZIONE ULTIMA,
CHE DEVE ESSERE POSTA IN DIO
figlio, non ti fidare della disposizione d’animo nella quale ora ti trovi; ben
presto essa muterà in una disposizione diversa. Per tutta la vita sarai oggetto,
anche se tu non lo vuoi, a tale mutevolezza. Volta a volta, sarai trovato lieto o
triste, tranquillo o turbato, fervente oppure no, voglioso o pigro, pensoso o
spensierato. Ma colui che è ricco di sapienza e di dottrina spirituale si pone
saldamente al di sopra di tali mutevolezze, non badando a quello che senta
dentro di sé, o da che parte spiri il vento della instabilità; badando, invece, che
tutto il proposito dell’animo suo giovi al fine dovuto e desiderato. Così infatti
egli potrà restare sempre se stesso in modo irremovibile, tenendo
costantemente fisso a me, pur attraverso così vari eventi, l’occhio puro della
sua intenzione. E quanto più puro sarà l’occhio dell’intenzione, tanto più sicuro
sarà il cammino in mezzo alle varie tempeste. Ma quest’occhio puro
dell’intenzione, in molta gente, è offuscato, perché lo sguardo si volge presto a
qualcosa di piacevole che balzi dinanzi. E poi raramente si trova uno che sia
esente del tutto da questo neo, di cercare la propria soddisfazione: Come gli
Ebrei, che erano venuti, quella volta, a Betania, da Marta e Maria, “non già per
vedere Gesù, ma per vedere Lazzaro” (Gv 12,9). Occorre, dunque, che l’occhio
dell’intenzione sia purificato, reso semplice e retto; occorre che esso, al di là di
tutte le varie cose che si frappongono, sia indirizzato a me.
Capitolo XXXIV
CHI E’ RICCO D’AMORE GUSTA DIO IN TUTTO E AL DI SOPRA DI
OGNI COSA
Ecco, mio Dio e mio tutto. Che voglio di più; quale altra cosa posso io
desiderare per la mia felicità? O parola piena di dolce sapore, sapore però che
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gusta soltanto colui che ama il Verbo, non colui che ama il mondo e le cose del
mondo! Mio Dio e mio tutto. E’ detto abbastanza per chi ha intelletto; ed è una
gioia, per chi ha amore, ripeterlo spesso. In verità, se tu sei con noi, recano
gioia tutte le cose; se, invece, tu sei lontano, tutto infastidisce. Sei tu che dai
pace al cuore: una grande pace e una gioia festosa. Sei tu che fai gustare
rettamente ogni cosa e fai sì che noi ti lodiamo in tutte le cose. Senza di te
nulla ci può dare diletto durevole. Perché una cosa possa esserci gradita e
rettamente piacevole, occorre che la tua grazia non sia assente; occorre che
questa cosa sia condita del condimento della tua sapienza. C’è forse una cosa
che uno non sappia rettamente gustare, se questi ha gusto di te? E che cosa
mai potrà esserci di gioioso per uno che non ha gusto di te? Dinanzi alla tua
sapienza, scompaiono i sapienti di questo mondo; scompaiono anche coloro che
amano ciò che è carnale: tra quelli si trova una grande vanità, tra questi la
morte. Veri sapienti sono riconosciuti , all’incontro, coloro che seguono te,
disprezzando le cose di questo mondo e mortificando la carne: veri sapienti,
perché passati dalla vanità alla verità, dalla carne allo spirito. Sono questi che
sanno gustare Dio, e riconducono a lode del Creatore tutto ciò che di buono si
trova nelle creature. Diversi, molto diversi per noi, sono il gusto che dà il
Creatore e il gusto che dà la creatura; quello dell’eternità e quello del tempo;
quello della luce increata e quello della luce che viene data. O eterna luce, che
trascendi ogni luce creata, manda dall’alto un lampo splendente, che tutto
penetri nel più profondo del mio cuore! Rendi puro e lieto e limpido e vivo il
mio spirito, in tutte le sue facoltà; che esso sia intimamente unito a te, in un
gioioso abbandono. Quando, dunque, verrà quel momento beato ed atteso, in
cui tu mi appagherai pienamente con la tua presenza e sarai tutto e in tutto per
me? Fino a quando questo non mi sarà concesso, non ci sarà per me una piena
letizia. Ancora, purtroppo, vive in me l’uomo vecchio; ancora non è totalmente
crocefisso, non è morto del tutto; ancora si pone duramente, con le sue brame,
contro lo spirito; muove lotte interiori e non permette che il regno dell’anima
abbia pace. Ma “tu, che comandi alla forza del mare e plachi il moto dei flutti
(Sal 88,10), levati in mio soccorso (Sal 43,25); disperdi le genti che vogliono la
guerra (Sal 67,31)abbattile con la tua potenza” (Sal 58,12). Mostra, te ne
scongiuro, le tue opere grandi, e sarà data gloria alla tua speranza, altro rifugio
non mi è dato se non in te, Signore Dio mio.
Capitolo XXXV
IN QUESTA VITA, NESSUNA CERTEZZA DI ANDARE ESENTI DA
TENTAZIONI
O figlio, giammai, in questa vita, sarai libero dall’inquietudine: finché avrai
vita, avrai bisogno d’essere spiritualmente armato. Ti trovi tra nemici e vieni
assalito da destra e da sinistra. Perciò, se non farai uso, da una parte e
dall’altra, dello scudo della fermezza, non tarderai ad essere ferito. Di più, se
non terrai il tuo animo fisso in me, con l’unico proposito di tutto soffrire per
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amor mio, non potrai reggere l’ardore della lotta e arrivare al premio dei beati.
Tu devi virilmente passare oltre ogni cosa, e avere braccio valido contro ogni
ostacolo: “la manna viene concessa al vittorioso” (Ap 2,17), mentre una miseria
grande è lasciata a chi manca di ardore. Se vai cercando la tua pace in questa
vita, come potrai giungere alla pace eterna? Non a una piena di tranquillità, ma
a una grande sofferenza ti devi preparare. Giacché la pace vera non la devi
cercare in terra, ma nei cieli; non negli uomini, o nelle altre creature, ma
soltanto in Dio. Tutto devi lietamente sopportare, per amore di Dio: fatiche e
dolori; tentazioni e tormenti; angustie, miserie e malanni; ingiurie, biasimi e
rimproveri; umiliazioni e sbigottimenti; ammonizioni e critiche sprezzanti.
Cose, queste, che aiutano nella via della virtù e costituiscono una prova per chi
si è posto al servizio di Cristo; cose, infine, che preparano la corona del cielo.
Ché una eterna ricompensa io darò un travaglio di breve durata; e una gloria
senza fine, per una umiliazione destinata a passare. Forse tu credi di poter
sempre avere le consolazioni spirituali a tuo piacimento? Non ne ebbero
sempre neppure i miei santi; i quali soffrirono, invece, tante difficoltà e
tentazioni di ogni genere e grandi desolazioni. Sennonché, con la virtù della
sopportazione, essi si tennero sempre ritti, confidando più in Dio che in se
stessi; consci che “le sofferenze del momento presente non sono nulla a
confronto della conquista della gloria futura” (Rm 8,18). O vuoi tu avere subito
quello che molti ottennero a stento, dopo tante lacrime e tante fatiche?
“Aspetta il Signore, comportati da uomo” (Sal 26,14), e fatti forza; non
disperare, non disertare. Disponiti, invece, fermamente, anima e corpo, per la
gloria di Dio. Strabocchevole sarà la mia ricompensa. Io sarò con te in ogni
tribolazione.
Capitolo XXXVI
CONTRO I VUOTI GIUDIZI UMANI
O figlio, poni saldamente il tuo cuore nel Signore; e se la coscienza ti proclama
onesto e senza colpa, non temere il giudizio degli uomini. Cosa buona e santa è
sopportare il giudizio umano; cosa non gravosa per chi è umile di cuore e
confida in Dio, più che in se stesso. C’è molta gente che parla tanto: e, perciò,
poco è il credito che le si deve dare. Del resto, fare contenti tutti non è
possibile. Che se Paolo cercò di piacere a tutti nel Signore e si fece “tutto per
tutti” (1Cor 9,22), tuttavia non diede alcuna importanza al fatto d’essere
giudicato da questo tempo”(1Cor 4,3).
Egli operò grandemente, con tutto se stesso e con tutte le sue forze, per
l’edificazione e la salvezza del prossimo; ma non poté impedire che talvolta
fosse giudicato e persino disprezzato dagli altri. Per questo, tutto mise nelle
mani di Dio, a cui tutto è noto. Con la pazienza e con l’umiltà egli si difese
dalla sfrontatezza di quelli che dicevano iniquità o pensavano vuotaggini e
menzogne o buttavano fuori ogni cosa a loro capriccio: pur talvolta
rispondendo, perché dal suo silenzio non nascesse scandalo ai deboli.
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“Chi sei tu mai, per avere paura di un uomo mortale? ” (Is 51,12). L’uomo, oggi
c’è, e domani non lo si vede più. Temi Iddio, e non ti sgomenterai di ciò che
può farti paura da parte degli uomini. Che cosa può un uomo contro di te, con
parole e improperi? Egli nuoce a se stesso, più che a te; né potrà sfuggire al
giudizio di Dio, chiunque egli sia. Per quanto ti riguarda, tu tieni fissi gli occhi
in Dio, e “non voler opporti a lui, con parole di lamento” (“Tm 2,14). Che se, al
momento, sembra che tu soccomba e che tu sia coperto di vergogna
immeritata, non devi, per questo, sdegnarti; né devi fare che sia più piccolo il
tuo premio, per difetto di pazienza. Guarda, invece, a me, cui è dato di
strappare l’uomo da ogni ingiustizia, “rendendo a ciascuno secondo le sue
opere” (Mt 16,27; Rm 2,6).
Capitolo XXXVII
L’ASSOLUTA E TOTALE RINUNCIA A SE STESSO PER OTTENERE
LIBERTA’ DI SPIRITO
O figlio, abbandona te stesso, e mi troverai. Vivi libero da preferenze, libero da
tutto ciò che sia tuo proprio, e ne avrai sempre vantaggio; ché una grazia
sempre più grande sarà riversata sopra di te, non appena avrai rinunciato a te
stesso, senza volerti più riavere. O Signore, quante volte dovrò rinunciare, e in
quali cose dovrò abbandonare me stesso? Sempre, e in ogni momento, sia nelle
piccole come nelle grandi cose. Nulla io escludo: ti voglio trovare spogliato di
tutto. Altrimenti, se tu non fossi interiormente ed esteriormente spogliato di
ogni tua volontà, come potresti essere mio; e come potrei io essere tuo? Più
presto lo farai, più sarai felice; più completamente e sinceramente lo farai, più
mi sarai caro e tanto maggior profitto spirituale ne trarrai. Ci sono alcuni che
rinunciano a se stessi, ma facendo certe eccezioni: essi non confidano
pienamente in Dio, e perciò si affannano a provvedere a se stessi. Ci sono
alcuni che dapprima offrono tutto; ma poi, sotto i colpi della tentazione,
ritornano a ciò che è loro proprio, senza progredire minimamente nella virtù.
Alla vera libertà di un cuore puro e alla grazia della rallegrante mia intimità,
costoro non giungeranno, se non dopo una totale rinuncia e dopo una continua
immolazione; senza di che non si ha e non si avrà una giovevole unione con me.
Te l’ho detto tante volte, ed ora lo ripeto: lascia te stesso, abbandona te stesso
e godrai di grande pace interiore. Da’ il tutto per il tutto; non cercare, non
richiedere nulla; sta’ risolutamente soltanto in me, e mi possederai, avrai
libertà di spirito, e le tenebre non ti schiacceranno. A questo debbono tendere
il tuo sforzo, la tua preghiera, il tuo desiderio: a saperti spogliare di tutto ciò
che è tuo proprio, a metterti nudo al seguito di Cristo nudo, a morire a te
stesso, a vivere sempre in me. Allora i vani pensieri, i perversi turbamenti, le
inutili preoccupazioni, tutto questo scomparirà. Allora scompariranno il timore
dissennato, e ogni amore non conforme al volere di Dio.
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Capitolo XXXVIII
IL BUON GOVERNO DI SE’ NELLE COSE ESTERNE E IL RICORSO A
DIO NEI PERICOLI
O figlio, tu devi attentamente mirare a questo, che dappertutto, e in qualunque
azione ed occupazione esterna, tu rimanga interiormente libero e padrone di te;
che le cose siano tutte sotto di te, e non tu sotto di esse. Cosicché tu abbia a
dominare e governare i tuoi atti, e tu non sia come un servo o mercenario, ma
tu sia libero veramente come l’ebreo, che passa dalla servitù alla condizione di
erede e alla libertà dei figli di Dio. I figli di Dio stanno al di sopra delle cose di
questo mondo, e tengono gli occhi fissi all’eterno; guardano con l’occhio
sinistro le cose che passano, e con il destro le cose del cielo; infine non sono
attratti, così da attaccarvisi, dalle cose di questo tempo, ma traggono le cose a
sé, perché servano al bene, così come sono state disposte da Dio e istituite dal
sommo artefice. Il quale nulla lascia, in alcuna sua creatura, che non abbia il
suo giusto posto. Se, di fronte a qualunque avvenimento, non ti fermerai
all’apparenza esterna e non apprezzerai con occhio carnale tutto ciò che vedi ed
ascolti; se, all’incontro, in ogni questione, entrerai subito, come Mosè, sotto la
tenda, per avere consiglio dal Signore, udrai talvolta la risposta di Dio, e ne
uscirai istruito su molte cose di oggi e del futuro. Era solito Mosè ritornare
alla sua tenda, per dubbi e quesiti da risolvere; era solito rifugiarsi nella
preghiera, per alleviare i pericoli e le perversità degli uomini. Così anche tu
devi rifugiarti nel segreto del tuo cuore, implorando con tanta intensità l’aiuto
divino. Che se – come si legge – Giosuè e i figli di Israele furono raggirati dai
Gabaoniti, fu proprio perché non chiesero prima il responso del Signore; ma,
facendo troppo affidamento su questi allettanti discorsi, furono traditi da una
falsa benevolenza.
Capitolo XXXIX
NESSUN AFFANNO NEL NOSTRO AGIRE
O figlio, ogni tua faccenda affidala a me; al tempo giusto disporrò sempre io
per il meglio. Attieniti al mio comando e ne sentirai vantaggio. O Signore, di
gran cuore affido a te ogni cosa; poco infatti potranno giovare i miei piani.
Volesse il cielo che io non fossi tanto preso da ciò che potrà accadere in futuro,
e mi offrissi, invece, senza esitare alla tua volontà.
O figlio, capita spesso che l’uomo persegua con ardore alcunché di cui sente la
mancanza; e poi, quando l’ha raggiunto, cominci a giudicare diversamente,
perché i nostri amori non restano fermi intorno a uno stesso punto, e ci
spingono invece da una cosa all’altra. Non è una questione da nulla rinunciare
a se stessi, anche in cose di poco conto. Il vero progresso dell’uomo consiste
nell’abnegazione di sé. Pienamente libero e sereno è appunto soltanto chi
rinnega se stesso. Ecco, però, che l’antico avversario, il quale si pone contro
74
tutti coloro che amano il bene, non tralascia la sua opera di tentazione; anzi,
giorno e notte, prepara gravi insidie, se mai gli riesca di far cadere nel laccio
dell’inganno qualcuno che sia poco guardingo. “Vegliate e pregate, dice i
Signore, per non entrare in tentazione” (Mt 26,41).
Capitolo XL
NULLA DI BUONO HA L’UOMO DA SE’ E DI NULLA PUO’ VANTARSI
“O Signore, che cosa è l’uomo, che tu abbia a ricordarti di lui? Che cosa è il
figlio dell’uomo, che tu venga a lui?” (Sal 8,5). Quali meriti ha mai l’uomo,
perché tu gli dia la tua grazia? O Signore, di che posso lamentarmi se mi
abbandoni; che cosa posso, a buon diritto, addurre se tu non mi concedi quello
che chiedo? Soltanto questo, in verità, posso dire, con certezza, in cuor mio:
Signore, nulla io sono, nulla posso, nulla di buono io ho da me stesso; anzi
fallisco in ogni cosa, tendendo sempre al nulla. Se non vengo aiutato da te e
plasmato interiormente, mi infiacchisco totalmente e mi abbandono. “Invece
tu, o Signore, sei sempre te stesso e tale resti in eterno” (Sal 101, 28.31),
immutabilmente buono, giusto, santo, talché fai e disponi ogni cosa con
sapienza. Io, invece, essendo più pronto a regredire che ad avanzare, non mi
mantengo sempre nella stessa condizione; che anzi “sette tempi diversi passano
sopra di me” (Dn 4, 13.20.22); anche se il mio stato può, d’un tratto, mutarsi in
meglio, non appena tu lo vuoi, e mi porgi la mano soccorritrice. Da te solo,
infatti, non già dall’uomo soccorso, mi può venire l’aiuto e il dono della
fermezza, cosicché la mia faccia non muti continuamente, e il mio cuore si
volga solo a te, e in te trovi pace. Dunque, se io fossi capace di disprezzare ogni
consolazione degli uomini – sia per conseguire maggior fervore, sia per
rispondere al bisogno di cercare te, in mancanza di chi mi possa confortare –
allora potrei fondatamente sperare nella tua grazia ed esultare del dono di una
rinnovellata consolazione. Siano rese grazie a te; a te dal quale tutto discende,
se qualcosa di buono mi accade. Ché io non sono altro che vanità, “anzi un
nulla, al tuo cospetto” (Sal 38, 6), un uomo incostante e debole. Di che cosa
posso io vantarmi; come posso pretendere di essere stimato? Forse per quel
nulla che io sono? Sarebbe vanità sempre più grande. O veramente vuota
vanteria, peste infame, massima presunzione, che distoglie dalla vera gloria,
privandoci della grazia del cielo. Giacché mentre si compiace di se stesso,
l’uomo dispiace a te; mentre ambisce ad essere lodato dagli altri, si spoglia
della vera virtù. Vera gloria, invece, e gaudio santo, è gloriarci in te, non in
noi; trovare compiacimento nel tuo nome, non nella nostra virtù; non cercare
diletto in alcuna creatura, se non per te. Sia lodato il tuo nome, non il mio;
siano esaltate le tue opere, non le mie; sia benedetto il tuo nome santo, e a me
non sia data lode alcuna da parte degli uomini. Tu sei la mia gloria e la gioia
del mio cuore; in te esulterò e mi glorierò sempre: “per nulla invece in me, se
non nella mia debolezza” (“Cor 12,5). Lasciando ai Farisei il cercare gloria gli
uni dagli altri, io cercherò quella gloria che viene solo da Dio. A confronto
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della tua gloria eterna, è vanità e stoltezza ogni lode che viene dagli uomini,
ogni onore di quaggiù, ogni mondana grandezza. O mia verità e mia
misericordia, mio Dio, Trinità beata, a te solo sia lode, onore, virtù e gloria,
per gli infiniti secoli dei secoli!
Capitolo XLI
IL DISPREZZO DI OGNI ONORE DI QUESTO MONDO
Figlio, non crucciarti se vedi che altri sono onorati ed innalzati, mentre tu sei
disprezzato ed umiliato. Drizza il tuo animo a me, nel cielo; così non ti
rattristerà il disprezzo degli uomini, su questa terra. O Signore, noi siamo
come ciechi e facilmente ci lasciamo sedurre dall’apparenza. Ma se esamino
seriamente me stesso, non c’è cosa che possa essermi fatta da alcuna creatura
che sia un torto nei miei confronti: dunque non avrei motivo di lamentarmi con
te. E’, appunto, perché spesso e gravemente ho peccato al tuo cospetto, che
qualsiasi creatura si può muovere a ragione contro di me. A me, dunque, è
giusto che si dia vergogna e disprezzo; a te invece, lode, onore e gloria. E se
non mi sarò ben predisposto a desiderare di essere disprezzato da ogni
creatura, ad essere buttato in un canto e ad essere considerato proprio un
nulla, non potrò trovare pace e serenità interiore; non potrò essere
spiritualmente illuminato e pienamente a te unito.
Capitolo XLII
LA NOSTRA PACE NON DOBBIAMO PORLA NEGLI UOMINI
O figlio, se la tua pace l’attendi da qualcuno, secondo il tuo sentimento e il
piacere di stare con lui, avrai sempre incertezza ed impacci. Se, invece, tu
ricorrerai alla verità, sempre viva e stabile, non sarai contristato per
l’abbandono da parte di un amico; neppure per la sua morte. Su di me deve
essere fondato l’amore per l’amico; in me deve essere amato chi ti appare degno
e ti è particolarmente caro in questa vita; senza di me non regge e non dura
l’amicizia; non c’è legame d’amicizia veramente puro, se non sono io ad
annodarlo. Perciò tu devi essere totalmente morto ad ogni attaccamento verso
persone che ti siano care così da preferire, per quanto sta in te, di essere privo
di ogni umana amicizia.
Tanto più ci si avvicina a Dio, quanto più ci si ritira lontano da ogni conforto
terreno. Tanto più si ascende in alto, a Dio, quanto più si entra nel profondo di
noi stessi, persuadendosi di non valere proprio nulla. Che se uno, invece,
attribuisce a sé qualcosa di buono, questi ostacola la venuta della grazia divina
il lui; giacché la grazia dello Spirito Santo cerca sempre un cuore umile. Se tu
sapessi annichilirti e uscire da ogni affetto di quaggiù, liberandoti da ogni
attaccamento di questo mondo, allora, certamente, io verrei a te, con larghezza
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di grazia; infatti, quando guardi alle creature, ti si sottrae la vista del Creatore.
Per amore del Creatore, dunque, vinci te stesso, in tutte le cose; così potrai
giungere a conoscere Dio. Se una cosa, per quanto piccola sia, la si ama e ad
essa si guarda non rettamente, questa ti ostacola la via verso il sommo Dio, e ti
corrompe.
Capitolo XLIII
CONTRO L’INUTILE SCIENZA DI QUESTO MONDO
Figlio, non ti smuovano i ragionamenti umani, per quanto eleganti e profondi;
ché “il regno di Dio non consiste nei discorsi, ma nelle virtù” (1Cor 4,20).
Guarda alle mie parole; esse infiammano i cuori e illuminano le menti;
conducono al pentimento e infondono molteplice consolazione. Che tu non
legga mai neppure una parola al fine di poter apparire più dotto e più sapiente.
Attendi, invece, alla mortificazione dei vizi; cosa che ti gioverà assai più che
essere a conoscenza di molti difficili problemi. Per quanto tu abbia molto
studiato ed appreso, dovrai sempre tornare al principio primo. Sono io “che
insegno all’uomo la sapienza” (Sal 93,10); sono io che concedo ai piccoli una
conoscenza più chiara di quella che possa essere impartita dall’uomo. Colui per
il quale sono io a parlare, avrà d’un tratto la sapienza e progredirà assai nello
spirito. Guai a coloro che vanno ricercando presso gli uomini molte strane
nozioni, e poco si preoccupano di quale sia la strada del servizio a me dovuto.
Verrà il tempo in cui apparirà il maestro dei maestri, Cristo signore degli
angeli, ad ascoltare quel che ciascuno ha da dire, cioè ad esaminare la coscienza
di ognuno. Allora Gerusalemme sarà giudicata in gran luce (Sof 1,12). Allora
ciò che si nascondeva nelle tenebre apparirà in piena chiarezza; allora verrà
meno ogni ragionamento fatto di sole parole.
Sono io che innalzo la mente umile, così da farle comprendere i molti
fondamenti della verità eterna; più che se uno avesse studiato a scuola per dieci
anni. Sono io che insegno, senza parole sonanti, senza complicazione di
opinioni diverse, senza contrapposizione di argomenti; senza solennità di
cattedra. Sono io che insegno a disprezzare le cose terrene, a rifuggire da ciò
che è contingente e a cercare l’eterno; inoltre, a rifuggire dagli onori, a
sopportare le offese, a riporre ogni speranza in me, a non desiderare nulla
all’infuori di me e ad amarmi con ardore, al di sopra di ogni cosa. In verità ci fu
chi, solo con il profondo amore verso di me, apprese le cose di Dio; e le sue
parole erano meravigliose. Abbandonando ogni cosa, egli aveva imparato assai
più che applicandosi a sottili disquisizioni. Ad alcuni rivolgo parole valevoli
per tutti; ad altri rivolgo parole particolari. Ad alcuni appaio con la mite luce di
figurazioni simboliche, ad altri rivelo i misteri con grande fulgore. La voce dei
libri è una sola, e non plasma tutti in egual modo. Io, invece, che sono maestro
interiore, anzi la verità stessa, io che scruto i cuori e comprendo i pensieri e
muovo le azioni degli uomini, vado distribuendo a ciascuno secondo che
ritengo giusto.
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Capitolo XLIV
NON CI SI DEVE ATTACCARE ALLE COSE ESTERIORI
O figlio, molte cose occorre che tu le ignori, considerandoti come morto su
questa terra, come uno per cui il mondo intero è crocifisso; molte altre cose,
occorre che tu vi passi in mezzo, senza prestare ascolto, meditando piuttosto su
ciò che costituisce la tua pace. Giova di più distogliere lo sguardo da ciò che
non approviamo, lasciando che ciascuno si tenga il suo parere, piuttosto che
metterci in accanite discussioni. Se sarai in regola con Dio e terrai conto del
suo giudizio, riporterai più facilmente la vittoria.
Signore, a che punto siamo arrivati? Ecco per una perdita nelle cose di questo
mondo, si piange; per un piccolo guadagno ci si affatica e si corre. Invece un
danno spirituale passa nell’oblio, e a stento, troppo tardi, si ritorna in sé. Ci si
preoccupa di ciò che non serve a nulla o a ben poco; e ciò che è sommamente
necessario lo si lascia da parte con negligenza. Giacché l’uomo inclina tutto
verso le cose esteriori, e beatamente vi si acquieta, se subito non si ravvede.
Capitolo XLV
NON FARE AFFIDAMENTO SU ALCUNO: LE PAROLE FACILMENTE
INGANNANO
“Aiutami, o Signore, nella tribolazione, perché è vana la salvezza che viene
dagli uomini” (Sal 59,13). Quante volte non trovai affatto fedeltà, proprio là
dove avevo creduto di poterla avere; e quante volte, invece, la trovai là dove
meno avevo creduto. Vana è, dunque, la speranza negli uomini, mentre in te, o
Dio, sta la salvezza dei giusti. Sii benedetto, o Signore mio Dio, in tutto quanto
ci accade. Deboli siamo, e malfermi; facilmente ci inganniamo e siamo
mutevoli. Quale uomo è tanto prudente e tanto attento da saper sempre
custodire se stesso, così da non cadere mai in qualche delusione e incertezza?
Ma non cadrà così facilmente colui che confida in te, o Signore, e ti cerca con
semplicità di cuore. Che se incontrerà una tribolazione, in qualunque modo sia
oppresso, subitamente ne sarà strappato da te, o sarà da te consolato, poiché tu
non abbandoni chi spera in te, fino all’ultimo. Cosa rara è un amico sicuro, che
resti tale in tutte le angustie dell’amico. Ma tu, o Signore, tu solo sei sempre
pienamente fedele: non c’è amico siffatto, fuori di te.
Quale profonda saggezza ci fu in quell’anima santa che poté dire: il mio spirito
è saldo, e fondato su Cristo! Se così fosse anche per me, non sarei tanto
facilmente agitato da timori umani, né mi sentirei ferito dalle parole. Chi può
mai prevedere ogni cosa e cautelarsi dai mali futuri? Se, spesso, anche ciò che
era previsto riesce dannoso, con quanta durezza ci colpirà ciò che è imprevisto?
Perché non ho meglio provveduto a me misero?; e perché mi sono affidato
tanto leggermente ad altri? Siamo uomini, nient’altro che fragili uomini, anche
se molti ci ritengono e ci dicono angeli. Oh, Signore, a chi crederò; a chi, se
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non a te? Tu sei la verità che non inganna e non può essere ingannata; mentre
“l’uomo è sempre bugiardo” (Sal 115,11), debole, insicuro e mutevole, specie
nelle parole, tanto che a stento ci si può fidare subito di quello che, in
apparenza, pur ci sembra buono. Con quanta sapienza tu già ci avevi ammonito
che ci dobbiamo guardare dagli uomini; che “nemici dell’uomo sono i suoi più
vicini” (Mt 10,36); che non si deve credere se uno dice: “ecco qua, ecco là!” (Mt
24,23; Mc 13,21)! Ho imparato a mie spese, e voglia il cielo che ciò mi serva per
acquistare maggiore prudenza e non ricadere nella stoltezza. Bada, mi dice
taluno, bada bene, e serba per te quel che ti dico. Ma, mentre io sto zitto zitto,
credendo che la cosa resti segreta, neppure lui riesce a tacere ciò per cui mi
aveva chiesto il silenzio: improvvisamente mi tradisce, tradendo anche se
stesso; e se ne va. Oh, Signore, difendimi da siffatte fandonie e dalla gente
stolta, cosicché io non cada nelle loro mani, e mai non commetta simili cose.
Da’ alla mia bocca una parola vera e sicura, e lontana da me il linguaggio
dell’inganno. Che io mi guardi in ogni modo da ciò che non vorrei dover
sopportare da altri.
Quanta bellezza e quanta pace, fare silenzio intorno agli altri; non credere pari
pari ad ogni cosa, né andare ripetendola; rivelare sé stesso soltanto a pochi;
cercare sempre te, che scruti i cuori, senza lasciarsi portare di qua e di là da
ogni vuoto discorso; volere che ogni cosa interiore ed esterna, si compia
secondo la tua volontà! Quale tranquillità, fuggire le apparenze umane, per
conservare la grazia celeste; non ambire a ciò che sembri assicurare
ammirazione all’esterno, e inseguire invece, con ogni sollecitudine, ciò che
assicura emendazione di vita e fervore! Di quanto danno fu, per molti, una
virtù a tutti nota e troppo presto lodata. Di quanto vantaggio fu, invece, una
grazia conservata nel silenzio, durante questa nostra fragile vita, della quale si
dice a ragione che è tutta una tentazione e una lotta!
Capitolo XLVI
AFFIDARSI A DIO QUANDO SPUNTANO PAROLE CHE FERISCONO
O figlio, sta saldo e fermo, e spera in me. Che altro sono, le parole, se non
parole?: volano al vento, ma non intaccano la pietra. Se sei in colpa, pensa ad
emendarti di buona voglia; se ti senti innocente, considera di doverle
sopportare lietamente per amor di Dio. Non è gran cosa che tu sopporti
talvolta almeno delle parole, tu che non sei capace ancora di sopportare forti
staffilate. E perché mai cose tanto da nulla ti feriscono nell’animo, se non
perché tu ragioni ancora secondo la carne e dai agli uomini più importanza di
quanto sia giusto? Solo per questo, perché hai paura che ti disprezzino, non
vuoi che ti rimproverino dei tuoi falli e cerchi di nasconderti dietro qualche
scusa. Se guardi più a fondo in te stesso, riconoscerai che il mondo e il vano
desiderio di piacere agli uomini sono ancora vivi dentro in te. Se rifuggi
dall’esser poco considerato e dall’esser rimproverato per i tuoi difetti, segno è
che non sei sinceramente umile né veramente morto al mondo, e che il mondo
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è per te crocefisso. Ascolta, invece la mia parola e non farai conto neppure di
diecimila parole umane. Ecco, anche se molte cose si potessero inventare e dire,
con malizia grande, contro di te, che male ti potrebbero fare esse, se tu le
lasciassi del tutto passare, non considerandole più che una pagliuzza? Ti
potrebbero forse strappare anche un solo capello? Chi non ha spirito di
interiorità e non tiene Iddio dinanzi ai suoi occhi, questi si lascia scuotere
facilmente da una parola offensiva. Chi invece, senza ricercare il proprio
giudizio, si affida a me, questi sarà libero dal timore degli uomini. Sono io,
infatti, il giudice, cui sono palesi tutti i segreti; io so come è andata la cosa; io
conosco, sia colui che offende sia colui che patisce l’offesa. Quella parola è
uscita da me; quel che è avvenuto, è avvenuto perché io l’ho permesso, “affinché
fossero rivelati gli intimi pensieri di tutti” (Lc 2,35). Sono io che giudicherò il
colpevole e l’innocente; ma voglio che prima siano saggiati, e l’uno e l’altro, al
mio arcano giudizio.
La testimonianza degli uomini sbaglia frequentemente. Il mio giudizio, invece,
è veritiero; resterà e non muterà. Nascosto, per lo più, o aperto via via a pochi,
esso non sbaglia né può sbagliare, anche se può sembrare ingiusto agli occhi di
chi non ha la sapienza. A me dunque si ricorra per ogni giudizio e non ci si fidi
del proprio criterio. Il giusto, infatti non resterà turbato, “qualunque cosa gli
venga” da Dio (Pro 12,21). Qualunque cosa sia stata ingiustamente portata
contro di lui, non se ne darà molto pensiero; così come non si esalterà
vanamente, se, a buon diritto, sarà scagionato da altri. Il giusto considera,
infatti, che “sono io colui che scruta i cuori e le reni” (Ap 2,23); io, che non
giudico secondo superficiale apparenza umana. Invero, sovente ai miei occhi
apparirà condannabile ciò che, secondo il giudizio umano, passa degno di lode.
O Signore Dio, “giudice giusto, forte e misericordioso” (Sal 7,12), tu che
conosci la fragilità e la cattiveria degli uomini, sii la mia forza e tutta la mia
fiducia, ché non mi basta la mia buona coscienza. Tu sai quello che io non so;
per questo avrei dovuto umiliarmi dinanzi ad ogni rimprovero e sopportarlo
con mansuetudine. Per tutte le volte che mi comportai in tal modo, perdonami,
nella tua benevolenza, e dammi di nuovo la grazia di una più grande
sopportazione. In verità, a conseguire il perdono, la tua grande misericordia mi
giova di più che non mi giovi una mia supposta santità a difesa della mia
segreta coscienza. Ché, “pur quando non sentissi di dovermi nulla
rimproverare”, non potrei per questo ritenermi giusto (1 Cor 4,4); perché, se
non fosse per la tua misericordia, “nessun vivente sarebbe giusto, al tuo
cospetto” (Sal 142,2).
Capitolo XLVII
OGNI COSA GRAVOSA VA SOPPORTATA, PER CONSEGUIRE LA
VITA ETERNA
O figlio, non lasciarti sopraffare dai compiti che ti sei assunto per amor mio;
non lasciarti mai abbattere dalle tribolazioni. In ogni evenienza ti dia, invece,
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forza e consolazione la mia promessa; ché io ben so ripagare al di là di qualsiasi
limite e misura. Non durerà a lungo la tua sofferenza quaggiù; non continuerà
per sempre il peso dei tuoi dolori. Attendi un poco, e li vedrai finire d’un tratto,
questi dolori; verrà il momento in cui fatiche ed agitazioni cesseranno. E’ poca
cosa, e dura poco, tutto ciò che passa con questa vita. Fa quel che devi; lavora
fedelmente nella mia vigna: io stesso sarò la tua ricompensa. Scrivi, leggi,
canta, piangi, taci, prega, sopporta virilmente le avversità: premio a tutto
questo, alle più grandi lotte, è la vita eterna. Sarà pace, in quell’ora che sa il
Signore. E non ci sarà giorno e notte, come adesso, ma perpetua luce, chiarità
infinita, pace ferma e sicura tranquillità. Allora non dirai: “chi mi libererà da
questo corpo di morte?” (Rm 7,24); e non esclamerai “ohimé!, quanto si
prolunga questo mio stare quaggiù” (Sal 119,5). Ché la morte sarà annientata e
vi sarà piena salvezza, senza ombra di angustia; e, intorno a te, una gioia beata,
una soave schiera gloriosa.
Oh!, se tu vedessi il premio eterno che ricevono i santi in cielo; se tu vedessi di
quanta gloria esultano ora, essi che un tempo erano ritenuti spregevoli e quasi
immeritevoli di vivere, per certo, ti getteresti subito a terra, preferendo essere
inferiore a tutti, piuttosto che eccellere anche su di un solo; non desidereresti
giorni lieti in questa vita, godendo piuttosto delle tribolazioni sopportate per
amore di Dio,; infine crederesti che il guadagno più grande consiste nell’essere
considerato un nulla tra gli uomini. Oh!, se queste cose avessero un gusto per
te e ti scendessero nel profondo del cuore, come oseresti fare anche il più
piccolo lamento? Forse che, per la vita eterna, non si deve sopportare ogni
tribolazione? Non è cosa di poco conto, perdere o guadagnare il regno di Dio.
Alza, dunque, il tuo sguardo al cielo: eccomi, insieme a tutti i miei santi, i quali
sopportano grandi lotte, nella vita di quaggiù. Ora essi sono nella gioia,
ricevono consolazione, stanno nella serenità, nella pace e nel riposo. E
resteranno con me nel regno del Padre mio, per sempre.
Capitolo XLVIII
LA VITA ETERNA E LE ANGUSTIE DELLA VITA PRESENTE
O beata dimora della città suprema, o giorno spendente dell’eternità, che la
notte non offusca; giorno perennemente irradiato dalla somma verità; giorno
sempre gioioso e sereno; giorno, per sua essenza, immutabile! Volesse il cielo
che tutte queste cose temporali finissero e che sopra di noi brillasse quel
giorno; il quale già illumina per sempre, di splendida luce, i santi, mentre, per
coloro che sono pellegrini su questa terra, esso splende soltanto da lontano e di
riflesso! Ben sanno i cittadini del cielo quanto sia piena di gioia quell’età;
lamentano gli esuli figli di Eva quanto, invece, sia grave e pesante l’età
presente. Invero, brevi e duri, pieni di dolori e di angustie, sono i giorni di
questo nostro tempo, durante i quali l’uomo è insozzato da molti peccati e
irretito da molte passioni, oppresso da molte paure, schiacciato da molti
affanni, distratto da molte curiosità, impicciato in molte cose vane, circondato
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da molti errori, atterrito da molte fatiche, appesantito dalle tentazioni,
snervato dai piaceri, afflitto dal bisogno. Oh!, quando finiranno questi mali;
quando mi libererò dalla miserevole schiavitù dei vizi; quando, nella mia mente
avrò soltanto te, o Signore, e in te troverò tutta la mia gioia; quando godrò di
libertà vera, senza alcun legame, senza alcun gravame della mente e del corpo;
quando avrò pace stabile e sicura, da nulla turbata, pace interiore ed esteriore,
pace non minacciata da alcuna parte? O buon Gesù, quando ti vedrò faccia a
faccia; quando contemplerò la gloria del tuo regno; quando sarai il tutto per me
(1Cor 15,28); quando sarò con te nel tuo regno, da te preparato dall’eternità
per i tuoi diletti? Sono qui abbandonato, povero ed esule in terra nemica, ove ci
sono continue lotte e immani disgrazie. Consola tu il mio esilio, lenisci il mio
dolore, perché ogni mio desiderio si volge a te con sospiri. Infatti qualunque
cosa il mondo mi offra come sollievo, essa mi è invece di peso. Desidero
l’intimo godimento di te, ma non mi è dato di raggiungerlo; desidero star saldo
alle cose celesti, ma le cose temporali e le passioni non mortificate mi tirano in
basso; nello spirito, voglio pormi al di sopra di tutte le cose, ma, nella carne,
sono costretto a subirle, contro mia voglia. E così, uomo infelice, combatto con
me stesso e divento un peso per me stesso (Gb 7,20), ché lo spirito tende
all’alto e la carne al basso.
Oh!, quale è l’intima mia sofferenza, quando, dentro di me, sto pensando alle
cose del cielo e, mentre prego, di colpo, mi balza davanti la turba delle cose
carnali. Dio mio, “non stare lontano da me” (Sal 70,12) e “non allontanarti in
collera dal tuo servo” (Sal 26,9). “Lancia i tuoi fulmini”, disperdi questa turba;
“lancia le tue saette e saranno sconvolte le macchinazioni del nemico” (Sal
143,6). Fa’ che i miei sentimenti siano concentrati in te; fa’ che io dimentichi
tutto ciò che appartiene al mondo; fa’ che io cacci via e disprezzi le ingannevoli
immagini con le quali ci appare il vizio. Vieni in mio aiuto, o eterna verità,
cosicché nessuna cosa vana abbia potere di smuovermi; vieni, o celeste soavità;
cosicché ogni cosa non pura fugga davanti al tuo volto. Ancora, perdonami e
assolvimi, nella tua misericordia, ogni volta che, nella preghiera, vado
pensando ad altro fuori che a te. In verità, confesso sinceramente di essere
solitamente molto distratto; ché, ben spesso, io non sono là dove
materialmente sto e seggo, ma sono invece là dove vengo portato dalla mente.
Là dove è il mio pensiero, io sono; il mio pensiero solitamente è là dove sta ciò
che io amo; è quello che fa piacere alla nostra natura, o ci è caro per abitudine,
che mi viene d’un tratto alla mente. Per questo tu, che sei la verità, dicesti
chiaramente: “dove è il tuo tesoro là è il tuo cuore” (Mt 6,21). Se amo il cielo,
volentieri penso alle cose del cielo; se amo il mondo, mi rallegro delle gioie e
mi rattristo delle avversità del mondo; se amo le cose carnali, di esse sovente
vado. Fantasticando; se amo ciò che è spirito, trovo diletto nel pensare alle cose
dello spirito. Qualunque siano le cose che io amo, di queste parlo e sento
parlare volentieri; di queste riporto a casa il ricordo. Beato invece colui che, per
te, o Signore, lascia andare tutto ciò che è creato, e che, facendo violenza alla
natura, crocifigge i desideri della carne col fervore dello Spirito: così da poterti
offrire, a coscienza tranquilla, una orazione pura; così da essere degno di
prendere parte ai cori celesti, rifiutando, dentro e fuori di sé, ogni cosa terrena.
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Capitolo XLIX
IL DESIDERIO DELLA VITA ETERNA. I GRANDI BENI PROMESSI A
QUELLI CHE LOTTANO
Figlio, quando senti, infuso dall’alto, un desiderio di eterna beatitudine; quando
aspiri ad uscire dalla povera dimora del tuo corpo, per poter contemplare il mio
splendore, senza ombra di mutamento, allarga il tuo cuore e accogli con
grande sollecitudine questa santa ispirazione. Rendi grazie senza fine alla
superna bontà, che si mostra tanto benigna con te, venendo indulgente presso
di te; ti risolleva con ardore e ti innalza con forza, cosicché, con la tua
pesantezza, tu non abbia a inclinare verso le tue cose terrene. Tutto ciò, infatti,
non lo devi ad una tua iniziativa o ad un tuo sforzo, ma soltanto al favore della
grazia di Dio, che dall’alto guarda a te. Ti sarà dato così di progredire nelle
virtù, in una sempre più grande umiltà, preparandoti alle lotte future attaccato
a me con tutto lo slancio del tuo cuore e intento a servirmi con volonteroso
fervore.
Figlio, il fuoco arde facilmente, ma senza fumo la fiamma non ascende. Così
certuni ardono dal desiderio delle cose celesti, ma non sono liberi dalla
tentazione di restare attaccati alle cose terrene; e perciò, quello che pur
avevano chiesto a Dio con tanto desiderio, non lo compiono esclusivamente per
la gloria di Dio. Tale è sovente il tuo desiderio, giacché vi hai immesso un
fermento così poco confacente: non è puro e perfetto, infatti, quello che è
inquinato dal comodo proprio. Non chiedere ciò che ti piace e ti è utile, ma
piuttosto ciò che è gradito a me e mi rende gloria. A ben vedere, al tuo
desiderio e ad ogni cosa desiderata devi preferire il mio comando, e seguirlo.
Conosco la tua brama, ho ascoltato i frequenti tuoi gemiti: già vorresti essere
nella libertà gloriosa dei figlio di Dio; già ti alletta la dimora eterna, la patria
del cielo, pienamente felice. Ma un tale momento non è ancora venuto; questo è
tuttora un momento diverso: il momento della lotta, della fatica e della prova.
Tu brami di essere ricolmo del sommo bene, ma questo non lo puoi ottenere
adesso. Sono io “aspettami, dice il Signore” (Sof 3,8), finché venga il regno di
Dio. Devi essere ancora provato qui in terra, e travagliato in vario modo.
Qualche consolazione ti sarà data talvolta; ma non ti sarà concessa una piena
sazietà. “Confortati, pertanto e sii gagliardo” (Gs 1,7), nell’agire e nel
sopportare ciò che va contro la natura. Occorre che tu ti rivesta dell’uomo
nuovo; che tu ti trasformi in un altro uomo. Occorre, ben spesso, che tu faccia
quello che non vorresti e che tu tralasci quello che vorresti. Avrà successo
quanto è voluto da altri, e quanto vuoi tu non andrà innanzi. Sarà ascoltato
quanto dicono gli altri, e quanto dici tu sarà preso per un nulla. Altri
chiederanno, e riceveranno; tu chiederai, e non otterrai. Altri saranno grandi al
cospetto degli uomini; sul tuo conto, silenzio. Ad altri sarà affidata questa o
quella faccenda; tu, invece, non sarai ritenuto utile a nulla. Da ciò la natura
uscirà talvolta contristata; e già sarà molto se sopporterai in silenzio.
In questi, e in consimili vari modi, il servo fedele del Signore viene si solito
sottoposto a prova, come sappia rinnegare e vincere del tutto se stesso. Altro,
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forse, non c’è, in cui tu debba essere così morto a te stesso, fuor che constatare
ciò che contrasta con la tua volontà, e doverlo sopportare; specialmente
allorché ti viene imposto di fare cosa che non ti sembra opportuna o utile. Non
osando opporre resistenza a un potere superiore, tu, che sei sottoposto, trovi
duro camminare al comando di altri, e lasciar cadere ogni tua volontà. Ma se
consideri, o figlio, quale sia il frutto di queste sofferenze, cioè il rapido venire
della fine e il premio, allora non troverai più alcun peso in tali sofferenze, ma
un validissimo conforto al tuo soffrire. Giacché, invece di quella scarsa volontà
che ora, da te, non sai coltivare, godrai per sempre nei cieli la pienezza della
tua volontà. Nei cieli, invero, troverai tutto ciò che vorrai, tutto ciò che potrai
desiderare; nei cieli godrai integralmente di ciò che è bene e non temerai che
esso ti venga a mancare. Nei cieli il tuo volere, a me sempre unito, a nulla
aspirerà che venga di fuori, a nulla che sia tuo proprio. Nei cieli nessuno ti farà
resistenza, nessuno si lamenterà di te, nessuno ti sarà di ostacolo e nulla si
porrà contro di te; ma tutti i desideri saranno insieme realizzati e ristoreranno
pienamente il tuo animo, appagandolo del tutto. Nei cieli, per ogni oltraggio
patito, io darò gloria; per la tristezza, un premio di lode; per l’ultimo posto, una
dimora nel regno, nei secoli. Nei cieli si vedrà il frutto dell’obbedienza; avrà
gioia il travaglio della penitenza; sarà coronata di gloria l’umile soggezione.
Ora, dunque, devi chinarti umilmente sotto il potere di ognuno, senza
preoccuparti di sapere chi sia colui che ti ha detto o comandato alcunché; bada
sommamente – sia un superiore, o uno più giovane di te o uno pari a te, a
chiederti o ad importi qualcosa – di accettare tutto come giusto, facendo in
modo di eseguirlo con buona volontà. Altri vada cercando questo, altri quello;
che uno si glori in una cosa, e un altro sia lodato mille volte per un’altra:
quanto a te, invece, non in questa o in quest’altra cosa devi trovare la tua gioia,
ma nel disprezzare te stesso, nel piacere soltanto a me e nel darmi gloria. E’
questo che devi desiderare, che in te sia glorificato sempre Iddio, “per la vita e
per la morte” (Fil 1,20).
Capitolo L
CHI E’ NELLA DESOLAZIONE DEVE METTERSI NELLE MANI DI
DIO
Signore Dio, Padre santo, che tu sia, ora e sempre, benedetto, perché come tu
vuoi così è stato fatto, e quello che fai è buono. Che in te si allieti il tuo servo,
non in se stesso o in alcunché d’altro. Tu solo sei letizia vera; tu la mia
speranza e il mio premio; tu, o Signore, la mia gioia e la mia gloria. Che cosa ha
il tuo servo , se non quello che, pur senza suo merito, ha ricevuto da te? Quello
che hai dato e hai fatto a me, tutto è tuo. “Povero io sono, e tribolato, fin dagli
anni della mia giovinezza” (Sal 87,16); talvolta l’anima mia è triste fino alle
lacrime, talvolta si turba in se stessa sotto l’incombere delle passioni. Desidero
il gaudio della pace; domando la pace dei tuoi figli, da te nutriti nello splendore
della consolazione. Se tu doni questa pace, se tu infondi questa santa letizia,
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l’anima del tuo servo sarà tutta un canto nel dar lode a te, devotamente. Se,
invece, tu ti ritrai, come fai talvolta, il tuo servo non potrà percorrere lesto la
“via dei tuoi comandamenti” (Sal 118,32). Di più, gli si piegheranno le
ginocchia, fino a toccargli il petto; per lui non sarà più come prima, ieri o ier
l’altro, quando il tuo lume gli splendeva sul capo e l’ombra delle tue ali lo
proteggeva dall’irrompere delle tentazioni.
Padre giusto e degno di perpetua lode, giunga l’ora in cui il tuo servo deve
essere provato. Padre degno di amore, è giusto che in questo momento il tuo
servo patisca un poco per te. Padre degno di eterna venerazione, giunge l’ora,
che da sempre sapevi sarebbe venuta, l’ora in cui il tuo servo – pur se
interiormente sempre vivo in te – deve essere sopraffatto da cose esteriori,
vilipeso anche ed umiliato, scomparendo dinanzi agli uomini , afflitto dalle
passioni e dalla tiepidezza; e ciò per risorgere di nuovo con te, in una aurora di
nuova luce, nello splendore dei cieli. Padre santo, così hai disposto, così hai
voluto; e come hai voluto è stato fatto. Giacché questo è il dono che tu fai
all’amico tuo, di patire e di essere tribolato in questo mondo, per amor tuo; e
ciò quante volte e da chiunque permetterai che sia fatto. Nulla accade quaggiù
senza che tu lo abbia provvidenzialmente disposto, e senza una ragione. “Cosa
buona è per me, che tu mi abbia umiliato, per farmi conoscere la tua giustizia”
(Sal 118,71) e per far sì che io abbandoni ogni orgoglio interiore e ogni
temerarietà. Cosa per me vantaggiosa, che la vergogna abbia ricoperto il mio
volto, così che, per essere consolato, io abbia a cercare te, piuttosto che gli
uomini. In tal modo imparo a temere l’imperscrutabile tuo giudizio, con il
quale tu colpisci il giusto insieme con l’empio, ma sempre con imparziale
giustizia. Siano rese grazie a te, che non sei stato indulgente verso i miei
peccati e mi hai invece scorticato con duri colpi, infliggendomi dolori e
dandomi angustie, esterne ed interiori. Nessuno, tra tutti coloro che stanno
sotto il cielo, quaggiù, mi può dare consolazione; tu solo lo puoi, o Signore mio
Dio, celeste medico delle anime, che colpisci e risani, “cacci all’inferno e da esso
ritogli” (Tb 13,2). La rigida tua regola stia sopra di me; essa mi ammaestrerà.
Padre diletto, ecco, io sono nelle tue mani; mi curvo sotto la verga, che mi
corregge. Percuotimi il dorso e il collo, affinché io indirizzi la mia vita tortuosa
secondo la tua volontà. Come tu suoli, e con giustizia, fa’ di me un devoto e
umile discepolo, pronto a camminare a ogni tuo cenno. A te affido me stesso, e
tutto ciò che è mio, per la necessaria correzione. E’ preferibile essere
aspramente rimproverato quaggiù, che nella vita futura. Tu conosci tutte le
cose, nel loro insieme e una per una; nulla rimane a te nascosto dell’animo
umano. Tu conosci le cose che devono venire, prima che esse siano, e non hai
bisogno che alcuno ti indichi o ti rammenti quello che accade su questa terra.
Tu conosci ciò che mi aiuta a progredire, e sai quanto giova la tribolazione per
togliere la ruggine dei vizi. Fa’ di me quello che ti piace, e che io, appunto,
desidero; e non voler giudicare severamente la mia vita di peccato, che nessuno
conosce più perfettamente e chiaramente di te. Fa’ che io comprenda ciò che è
da comprendere; che io ami ciò che è da amare; fa’ che io approvi ciò che
sommamente piace a te; che io apprezzi ciò che a te pare prezioso; fa’ che io
disprezzi ciò che è abietto ai tuoi occhi. Non permettere che io giudichi
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“secondo la veduta degli occhi materiali; che io non mi pronunzi secondo quel
che si sente dire” da gente profana (Is 11,3). Fa’ che io, invece, discerna le cose
esteriori e le cose spirituali in spirito di verità; fa’ che, sopra ogni cosa, io vada
sempre ricercando il tuo volere. Se il giudizio umano, basato sui sensi, sovente
trae in inganno, si ingannano anche coloro che sono attaccati alle cose del
mondo, amando soltanto le cose visibili. Forse che uno è migliore perché è
considerato qualcosa di più, nel giudizio di un altro? Quando questi lo esalta, è
un uomo fallace che inganna un uomo fallace, un essere vano che inganna un
essere vano, un cieco che inganna un cieco, un miserabile che inganna un
miserabile; quando lo elogia a vuoto, realmente lo fa vergognare ancor più.
Invero, secondo il detto dell’umile san Francesco, quanto ciascuno è ai tuoi
occhi, tanto egli è; e nulla di più.
Capitolo LI
DEDICARSI A COSE PIU’ UMILI QUANDO SI VIENE MENO NELLE
PIU’ ALTE
Tu non riesci, o figlio, a persistere in un fervoroso desiderio di virtù e restare
in un alto grado di contemplazione. Talora, a causa della colpa che è all’origine
dell’umanità, devi scendere più in basso e portare il peso di questa vita
corruttibile, pur contro voglia e con disgusto; disgusto e pesantezza di spirito,
che sentirai fino a che vestirai questo corpo mortale. Nella carne, dunque, e
sotto il peso della carne devi spesso patire, poiché non sei capace di stare
interamente e continuamente in occupazioni spirituali e nella contemplazione
di Dio. Allora devi rifugiarti in occupazioni umili e materiali e fortificarti con
azioni degne; devi attendere, con ferma fiducia, che io venga dall’alto e mi
manifesti a te; devi sopportare con pazienza il tuo esilio e la tua aridità di
spirito, fino a che io non venga di nuovo a te, liberandoti da tutte le angosce.
Invero ti farò dimenticare le tue fatiche, nel godimento della pace interiore; ti
aprirò dinanzi il campo delle Scritture, nel quale potrai cominciare a correre
con animo sollevato “la via dei mie comandamenti” (Sal 118,32). Allora dirai: “i
patimenti di questo mondo non sono nulla in confronto alla futura gloria, che
si rivelerà in noi” (R>m 8,18).
Capitolo LII
L’UOMO NON SI CREDA MERITEVOLE DI ESSERE CONSOLATO, MA
PIUTTOSTO DI ESSERE COLPITO
E’ giusto, o Signore, quello che fai con me quando mi lasci abbandonato e
desolato; perché della tua consolazione o di alcuna tua visita spirituale io non
son degno, e non lo sarei neppure se potessi versare tante lacrime quanto un
mare. Altro io non merito che di essere colpito e punito, per averti offeso,
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spesso e in grave modo, e per avere, in molte occasioni peccato grandemente.
Dunque, a conti fatti, in verità, io non sono meritevole del minimo tuo
conforto. Ma tu, Dio clemente e pietoso, per manifestare l’abbondanza della tua
bontà in copiosa misericordia, non vuoi che l’uomo, opera della tue mani,
perisca; inoltre ti degni di consolare il tuo servo, anche al di là di ogni merito,
in modo superiore all’umano: ché non somigliano ai discorsi degli uomini, le
tue parole consolatrici. O Signore, che cosa ho fatto perché tu mi abbia a
concedere qualche celeste conforto? Non rammento di aver fatto nulla di
buono; rammento invece di essere sempre stato facile al vizio e tardo
all’emendamento. Questa è la verità; non posso negarlo. Se dicessi il contrario,
tu ti porresti contro di me, e nessuno verrebbe a difendermi. Che cosa ho
meritato con i mie peccati, se non l’inferno e il fuoco eterno?
Sinceramente lo confesso, io sono meritevole di essere vituperato in tutti i
modi, e disprezzato, non già di essere annoverato tra i tuoi fedeli. Anche se
questo me lo dico con dolore, paleserò chiaramente, contro di me, per amore di
verità, i miei peccati, così da rendermi degno di ottenere più facilmente la tua
misericordia. Che dirò, colpevole quale sono, e pieno di vergogna? Non ho la
sfrontatezza di pronunziare parola; se non questa soltanto: ho peccato, Signore,
ho peccato, abbi pietà di me, dammi il tuo perdono. “Lasciami un poco; lascia
che io pianga tutto il mio dolore, prima di andare nel luogo della tenebra,
coperto dalla caligine della morte” (Gb 10,20s). Che cosa chiedi massimamente
dal colpevole, dal misero peccatore, se non che egli si penta e si umilii per le
sue colpe? Dalla sincera contrizione e dall’umiliazione interiore sboccia la
speranza del perdono, e ritrova se stessa la coscienza sconvolta; l’uomo
riacquista la grazia perduta e trova riparo dall’ira futura. Dio e l’anima
penitente si incontrano in un vicendevole santo bacio. Sacrificio a te gradito, o
Signore – sacrificio che odora, al tuo cospetto, molto più soave del profumo
dell’incenso – è l’umile sincero pentimento dei peccatori. E’ questo pure
l’unguento gradito che hai voluto fosse versato sui tuoi sacri piedi, giacché tu
non hai disprezzato “un cuore contrito ed umiliato” (Sal 50,19). In questo
sincero pentimento si trova rifugio dalla faccia minacciosa del nemico. Con
esso si ripara e si purifica tutto ciò che, da qualche parte, fu deturpato e
inquinato.
Capitolo LIII
LA GRAZIA DI DIO NON SI CONFONDE CON CIO’ CHE HA SAPORE
DI COSE TERRENE
Preziosa, o figlio, è la mia grazia; essa non tollera di essere mescolata a cose
esteriori e a consolazioni terrene. Perciò devi buttar via tutto ciò che ostacola
la grazia, se vuoi che questa sia infusa in te. Procurati un luogo appartato,
compiaciti di stare solo con te stesso, non andare cercando di chiacchierare con
nessuno; effondi, invece, la tua devota preghiera a Dio, per conservare
compunzione d’animo e purezza di coscienza. Il mondo intero, consideralo un
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nulla; alle cose esteriori anteponi l’occuparti di Dio. Ché non potresti attendere
a me, e nello stesso tempo trovare godimento nelle cose passeggere. Occorre
allontanarsi dalle persone che si conoscono e alle quali si vuole bene; occorre
tenere l’animo sgombro da ogni conforto temporale. Ecco ciò che il santo
apostolo Pietro chiede, in nome di Dio: che i seguaci di Cristo si conservino in
questo mondo “come forestieri e pellegrini” (1Pt 2,11). Quanta sicurezza in
colui che muore, senza essere legato alla terra dall’attaccamento per alcuna
cosa. Uno spirito debole, invece, non riesce a mantenere il cuore tanto
distaccato: l’uomo materiale non conosce la libertà dell’uomo interiore. Che se
uno vuole veramente essere uomo spirituale, egli deve rinunciare a tutti, ai
lontani e ai vicini; e guardarsi da se stesso più ancora che dagli altri. Se avrai
vinto pienamente te stesso, facilmente soggiogherai tutto il resto. Trionfare di
se medesimi è vittoria perfetta; giacché colui che domina se stesso – facendo sì
che i sensi obbediscano alla ragione, e la ragione obbedisca in tutto e per tutto
a Dio – questi è, in verità il vincitore di sé e signore del mondo.
Se brami elevarti a questa somma altezza, è necessario che tu cominci con
coraggio, mettendo la scure alla radice, per poter estirpare totalmente la tua
segreta inclinazione, contraria al volere di Dio e volta a te stesso e a tutto ciò
che è tuo utile materiale. Da questo vizio, dall’amore di sé, contrarissimo alla
volontà divina, deriva, si può dire, tutto quanto deve essere stroncato
radicalmente. Domato e superato questo vizio, si farà stabilmente una grande
pace e una grande serenità. Ma sono pochi quelli che si adoprano per morire
del tutto a se stessi, e per uscire pienamente da se stessi. I più restano
avviluppati, né sanno innalzarsi spiritualmente sopra di sé. Coloro che
desiderano camminare con me senza impacci debbono mortificare tutti i loro
affetti perversi e contrari all’ordine voluto da Dio, senza restare attaccati di
cupido amore personale ad alcuna creatura.
Capitolo LIV
GLI OPPOSTI IMPULSI DELLA NATURA E DELLA GRAZIA
Figlio, considera attentamente gli impulsi della natura e quelli della grazia;
come si muovono in modo nettamente contrario, ma così sottilmente che
soltanto, e a fatica, li distingue uno che sia illuminato da interiore spiritualità.
Tutti, invero, desiderano il bene e, con le loro parole e le loro azioni, tendono a
qualcosa di buono; ma, appunto per una falsa apparenza del bene, molti sono
ingannati. La natura è scaltra, trascina molta gente, seduce, inganna e mira
sempre a se stessa. La grazia, invece, cammina schietta, evita il male, sotto
qualunque aspetto esso appaia; non prepara intrighi; tutto fa soltanto per
amore di Dio, nel quale, alla fine, trova la sua quiete. La natura non vuole
morire, non vuole essere soffocata e vinta, non vuole essere schiacciata,
sopraffatta o sottomessa, né mettersi da sé sotto il giogo. La grazia, invece,
tende alla mortificazione di sé e resiste alla sensualità, desidera e cerca di
essere sottomessa e vinta; non vuole avere una sua libertà, preferisce essere
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tenuta sotto disciplina; non vuole prevalere su alcuno, ma vuole sempre vivere
restando sottoposta a Dio; è pronta a cedere umilmente a ogni creatura umana,
per amore di Dio. La natura s’affanna per il suo vantaggio, e bada all’utile che
le possa venire da altri. La grazia, invece, tiene conto di ciò che giova agli altri,
non del profitto e dell’interesse propri. La natura gradisce onori e omaggi. La
grazia, invece, ogni onore e ogni lode li attribuisce a Dio. La natura rifugge
dalla vergogna e dal disprezzo. La grazia, invece, si rallegra “di patire oltraggi
nel nome di Gesù” (At 5,41). La natura inclina all’ozio e alla tranquillità
materiale. La grazia, invece, non può stare oziosa e accetta con piacere la fatica.
La natura mira a possedere cose rare e belle, mentre detesta quelle spregevoli e
grossolane. La grazia, invece, si compiace di ciò che è semplice e modesto; non
disprezza le cose rozze, né rifugge dal vestire logori panni.
La natura guarda alle cose di questo tempo; gioisce dei guadagni e si rattrista
delle perdite di quaggiù; si adira per una piccola parola offensiva. La grazia,
invece, non sta attaccata all’oggi, ma guarda all’eternità; non si agita per la
perdita di cose materiali; non si inasprisce per una parola un po’ brusca, perché
il suo tesoro e la sua gioia li pone nel cielo dove nulla perisce. La natura è
avida, preferisce prendere che donare, ha caro ciò che è proprio e personale. La
grazia, invece, è caritatevole e aperta agli altri; rifugge dalle cose personali, si
contenta del poco, ritiene “più bello dare che ricevere” (At 20,35). La natura
tende alle creature e al proprio corpo, alla vanità e alle chiacchiere. La grazia,
invece, si volge a Dio e alle virtù; rinuncia alle creature, fugge il mondo, ha in
orrore i desideri della carne, frena il desiderio di andare di qua e di là, si
vergogna di comparire in pubblico. La natura gode volentieri di qualche svago
esteriore, nel quale trovino piacere i sensi. La grazia, invece, cerca
consolazione soltanto in Dio, e, al di sopra di ogni cosa di questo mondo, mira
a godere del sommo bene. La natura tutto fa per il proprio guadagno e il
proprio vantaggio; non può fare nulla senza ricevere nulla; per ogni favore
spera di conseguirne uno uguale o più grande, oppure di riceverne lodi e
approvazioni; desidera ardentemente che i suoi gesti e i suoi doni siano molto
apprezzati. La grazia, invece, non cerca nulla che sia passeggero e non chiede,
come ricompensa, altro premio che Dio soltanto; delle cose necessarie in questa
vita non vuole avere più di quanto le possa essere utile a conseguire le cose
eterne.
La natura si compiace di annoverare molte amicizie e parentele; si vanta della
provenienza da un luogo celebre o della discendenza da nobile stirpe; sorride ai
potenti, corteggia i ricchi ed applaude coloro che sono come lei. La grazia,
invece, ama anche i nemici; non si esalta per la quantità degli amici; non dà
importanza al luogo di origine o alla famiglia da cui discende, a meno che in
essa vi sia una virtù superiore; è ben disposta verso il povero, più che verso il
ricco; simpatizza maggiormente con la povera gente che con i potenti; sta
volentieri con le persone sincere, non già con gli ipocriti; esorta sempre le
anime buone ad ambire a “doni spirituali sempre più grandi” (1Cor 12,31), così
da assomigliare, per le loro virtù, al Figlio di Dio. La natura, di qualcosa che
manchi o che dia noia, subito si lamenta. La grazia sopporta con fermezza ogni
privazione. La natura riferisce tutto a sé; lotta per sé, discute per sé. La grazia,
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invece, riconduce tutte le cose a Dio, da cui provengono come dalla loro
origine; nulla di buono attribuisce a se stessa, non presume di sé con superbia;
non contende, non pone l’opinione propria avanti alle altre; anzi si sottomette,
in ogni suo sentimento e in ogni suo pensiero, all’eterna sapienza e al giudizio
di Dio. La natura è avida di conoscere cose segrete e vuol sapere ogni novità;
ama uscir fuori, per fare molte esperienze; desidera distinguersi e darsi da fare
in modo che ad essa possa venirne lode e ammirazione. La grazia, invece, non
si preoccupa di apprendere novità e curiosità, perché tutto il nuovo nasce da
una trasformazione del vecchio, non essendoci mai, su questa terra, nulla che
sia nuovo e duraturo. La grazia insegna, dunque, a tenere a freno i sensi, a
evitare la vana compiacenza e l’ostentazione, a tener umilmente nascosto ciò
che sarebbe degno di lode e di ammirazione, infine a tendere, in tutte le nostre
azioni e i nostri studi, al vero profitto, alla lode e alla gloria di Dio. Non vuol
far parlare di sé e delle cose sue, desiderando, invece, che, in tutti i suoi doni,
sia lodato Iddio, che tutto elargisce per puro amore.
E’, codesta grazia, una luce sovrannaturale, propriamente un dono particolare
di Dio, un segno distintivo degli eletti, una garanzia della salvezza eterna. La
grazia innalza l’uomo dalle cose terrestri all’amore del cielo e lo trasforma da
carnale in spirituale. Adunque, quanto più si tiene in freno e si vince la natura,
tanto maggior grazia viene infusa in noi; così, per mezzo di continue e nuove
manifestazioni divine, l’uomo interiore si trasforma secondo l’immagine di Dio.
Capitolo LV
LA CORRUZIONE DELLA NATURA E LA POTENZA DELLA GRAZIA
DIVINA
o Signore mio Dio, che mi hai creato a tua immagine e somiglianza, concedimi
questa grazia grande, indispensabile per la salvezza, come tu ci hai rivelato;
così che io possa superare la mia natura, tanto malvagia, che mi trae al peccato
e alla perdizione. Ché, nella mia carne, io sento, contraria alla “legge della mia
ragione, la legge del peccato” (Rm 7,23), la quale mi fa schiavo e di frequente
mi spinge ad obbedire ai sensi. E io non posso far fronte alle passioni
peccaminose, provenienti da questa legge del peccato, se non mi assiste la tua
grazia santissima, infusa nel mio cuore, che ne avvampa. Appunto una tua
grazia occorre, una grazia grande, per vincere la natura, sempre proclive al
male, fin dal principio. Infatti, per colpa del primo uomo Adamo, la natura
decadde, corrotta dal peccato; e la triste conseguenza di questa macchia passò
in tutti gli uomini, talché quella “natura”, da te creata buona e retta, ormai è
intesa come “vizio e debolezza della natura corrotta”. Così, per la libertà che le
è lasciata, la natura trascina verso il male e verso il basso. E quel poco di forza
che rimane nella natura è come una scintilla coperta dalla cenere. E’ questa la
ragione naturale, che, pur se circondata da oscurità, è ancora capace di
giudicare il bene ed il male, e di separare il vero dal falso; anche se non riesce a
compiere tutto quello che riconosce come buono, anche se non possiede la
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pienezza del lume della verità e la perfetta purezza dei suoi affetti. E’ per
questo, o mio Dio, che “nello spirito, mi compiaccio della tua legge” (Rm 7,22),
sapendo che il tuo comando è buono, giusto e santo, tale che ci invita a fuggire
ogni male e ogni peccato. Invece, nella carne, io mi sottometto alla legge del
peccato, obbedendo più ai sensi che alla ragione. E’ per questo che “volere il
bene mi è facile, ma a compiere il bene non riesco” (Rm 7,18). E’ per questo che
vado spesso proponendomi molte buone cose; ma mi manca la grazia che mi
aiuti nella mia debolezza, e mi ritiro e vengo meno anche per una piccola
difficoltà. E’ per questo che mi avviene di conoscere la via della perfezione e di
vedere con chiarezza quale debba essere la mia condotta; ma poi, schiacciato
dal peso della corruzione dell’umanità, non riesco a salire a cose più elevate.
La tua grazia, o Signore, mi è davvero massimamente necessaria per
cominciare, portare avanti e condurre a compimento il bene: “senza di essa non
posso far nulla” (Gv 15,5), “mentre tutto posso in te” che mi dai forza, con la
tua grazia (Fil 4,13). Grazia veramente di cielo, questa; mancando la quale i
nostri meriti sono un nulla, e un nulla si devono considerare anche i doni
naturali. Abilità e ricchezza, bellezza e forza, intelligenza ed eloquenza, nulla
valgono presso di te, o Signore, se manca la grazia. Ché i doni di natura li
hanno sia i buoni che i cattivi; mentre dono proprio degli eletti è la grazia, cioè
l’amore di Dio. Rivestiti di tale grazia, gli eletti sono ritenuti degni della vita
eterna. Tutto sovrasta, questa grazia; tanto che né il dono della profezia, né il
potere di operare miracoli, né la più alta contemplazione non valgono nulla,
senza di essa. Neppure la fede, neppure la speranza, né le altre virtù sono a te
accette, senza la carità e la grazia. O grazia beata, che fai ricco di virtù chi è
povero nello spirito e fai ricco di molti beni chi è umile di cuore, vieni, discendi
in me, colmami, fin dal mattino della tua consolazione, cosicché l’anima mia
non venga meno per stanchezza e aridità interiore! Ti scongiuro, o Signore:
che io trovi grazia ai tuoi occhi. La tua gloria mi basta (2Cor 12,9), pur se non
otterrò tutto quello cui tende la natura umana. Anche se sarò tentato e
angustiato da molte tribolazioni, non temerò alcun male, finché la tua grazia
sarà con me. Essa mi dà forza, guida ed aiuto; vince tutti i nemici, è più
sapiente di tutti i sapienti. Essa è maestra di verità e di vita, luce del cuore,
conforto nell’afflizione. Essa mette in fuga la tristezza, toglie il timore,
alimenta la pietà, genera le lacrime. Che cosa sono io mai, senza la grazia, se
non un legno secco, un ramo inutile, da buttare via? “La tua grazia, dunque, o
Signore, mi preceda sempre e mi segua, e mi conceda di essere sempre pronto a
operare, per Gesù Cristo, Figlio tuo. Amen. (Messale Romano, oremus della
XVI domenica dopo Pentecoste).
Capitolo LVI
RINNEGARE SE STESSI E IMITARE CRISTO NELLA CROCE
O figlio, tu potrai trasmutarti in me, a misura che riuscirai ad uscire da te
stesso. Ché l’intimo oblio di se stessi congiunge a Dio, come la mancanza di
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desideri esterni porta la pace interiore. Io voglio che tu apprenda a rinnegare
pienamente te stesso, in adesione alla mia volontà, senza obiezioni, senza
lamentele. “Seguimi” (Mt 9,9). “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Senza la via non si cammina; senza la verità non si conosce; senza la vita non si
vive. Io sono la via che devi seguire; la verità cui devi credere; la vita che devi
sperare. Io sono la via che non si deve lasciare, la verità che non sbaglia, la vita
che non ha termine. Io sono la via diritta, la verità ultima, la vita eterna, beata,
increata. “Se rimarrai nella mia via, conoscerai la verità e la verità ti farà
libero” (Gv 8,32); così raggiungerai la vita eterna. “Vuoi entrare nella vita?
Osserva i comandamenti” (Mt 19,17). Vuoi conoscere la verità? Chiedi a me.
“Vuoi essere perfetto? Vendi ogni tua cosa” (Mt 19,21). Vuoi essere mio
discepolo? Rinnega te stesso (cfr Lc 9,23; 14,27; Mt 16,24). Vuoi avere la vita
eterna? Disprezza la vita presente. Vuoi essere esaltato in cielo? Umiliati in
questo mondo. Vuoi regnare con me? Con me porta la croce. Soltanto quelli
che si fanno servi della croce trovano la via della beatitudine e della vera luce.
O Signore Gesù, dura fu la tua vita, e disprezzata dagli uomini; fa’ che io ti
possa imitare, disprezzato dal mondo, giacché “il servo non è da più del suo
padrone, né il discepolo è da più del maestro” (Mt 10,24). Che il tuo servo si
addestri alla scuola della vita, perché in essa sta la mia salvezza e la vera
santità; qualunque cosa io legga o ascolti, fuori di essa, non mi ristora e non mi
allieta pienamente. Figlio, tutte queste cose le conosci e le hai lette; sarai beato
se le metterai in pratica. “Chi ha dinanzi agli occhi i miei comandamenti, e li
osserva, questi mi ama; e io l’amerò, mi manifesterò a lui” (Gv 24,21) e lo farò
sedere con me nel regno del Padre mio (Ap 3,21). O Signore Gesù, come hai
detto e hai promesso, così sia fatto veramente, e a me sia dato di meritarlo. Ho
ricevuto la croce, l’ho ricevuta dalla tua mano; la porterò, la porterò fino alla
morte, come tu me l’hai posta sulle spalle. In verità la vita di un santo monaco
è la croce; ma la croce è guida al paradiso. Abbiamo cominciato; non ci è lecito
tornare indietro, né lasciare ciò che abbiamo intrapreso. Via, o fratelli,
procediamo insieme: Gesù sarà con noi. Abbiamo preso questa croce per amore
di Gesù; per amore di Gesù perseveriamo nella croce. Colui che ci guida e ci
precede sarà il nostro aiuto. Ecco, il nostro re camminare avanti a noi; “egli
combatterà per noi” (2Esd 4,20). Seguiamolo con animo virile; che nessuno
abbia paura, né si lasci atterrire; che noi siamo pronti a morire
coraggiosamente nella lotta; che non abbiamo a gravare il nostro buon nome
con una delittuosa fuga (1Mac 9,10) dinanzi alla croce.
Capitolo LVII
NON CI SI DEVE ABBATTERE ECCESSIVAMENTE QUANDO SI CADE
IN QUALCHE MANCANZA
O figlio, più mi è cara l’umile sopportazione nelle avversità, che la pienezza di
devota consolazione del tempo favorevole. Perché ti rattrista una piccolezza
che venga detta contro di te? Anche se si trattasse di qualcosa di più, non
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dovresti turbarti. Lascia andare, invece. Non è cosa strana; non è la prima
volta, né sarà l’ultima, se vivrai a lungo. Tu sei molto forte fino a che nulla ti
contraria; sai persino dare buoni consigli e fare forza ad altri con le tue parole.
Ma non appena si presenta alla tua porta un’improvvisa tribolazione, consiglio
e forza ti vengono meno. Guarda alla tua grande fragilità, che hai constatata
molto spesso, di fronte a piccole contraddizioni. Pure, è per il tuo bene che
accadono simili cose; deponile, dunque, dal tuo cuore, come meglio puoi. E se
una cosa ti colpisce, non per questo ti abbatta o ti tenga legato a lungo.
Sopporta almeno con pazienza, se non ti riesce con gioia. Anche se una cosa te
la senti dire malvolentieri e ne provi indignazione, devi dominarti; non devi
permettere che dalla tua bocca esca alcunché di ingiusto, che dia scandalo ai
semplici. Ben presto l’eccitazione emotiva si placherà, e l’eterna sofferenza si
farà più lieve, con il ritorno della grazia.
Ecco, “io vivo – dice il Signore -” (Is 49,18), pronto ad aiutarti più ancora del
solito, se a me ti affiderai, devotamente invocandomi. “Tu sii più rassegnato”
(Bar 4,30); sii pronto a una maggiore sopportazione. Non è del tutto inutile che
tu ti senta tribolato e fortemente tentato: sei un uomo, e non Dio; carne, non
spirito angelico. Come potresti mantenerti sempre nel medesimo stato di virtù,
quando questo venne meno a un angelo, in cielo, e al primo uomo, nel
paradiso? Io sono “colui che solleva e libera quelli che piangono” (Gb 5,11);
colui che innalza alla mia condizione divina quelli che riconoscono la loro
debolezza. O Signore, benedetta sia la tua parola, dolce al mio orecchio “più del
miele di favo” (Sal 18,11). Che farei io mai, in così grandi tribolazioni e nelle
mie angustie, se tu non mi confortassi con le tue sante parole? Purché, alla fine,
io giunga al porto della salvezza, che importa quali e quanto grandi cose dovrò
aver patito? Concedimi un felice concepimento, un felice trapasso da questo
mondo. “Ricordati di me , o mio Dio” (2Esd 13,22) e conducimi nel tuo regno,
per retto cammino. Amen.
Capitolo LVIII
NON DOBBIAMO CERCAR DI CONOSCERE LE SUPERIORI COSE DEL
CIELO E GLI OCCULTI GIUDIZIO DI DIO
O figlio, guardati dal voler disputare delle cose del cielo e degli occulti giudizi
di Dio: perché quello è così derelitto e quell’altro è portato a un così grande
stato di grazia; ancora, perché quello viene tanto colpito e quell’altro viene
tanto innalzato. Tutto ciò va al di là di ogni umana capacità; non v’è alcun
ragionamento, non v’è alcuna disquisizione che valga a comprendere il giudizio
di Dio. Quando, dunque, una spiegazione ti viene suggerita dal nemico, oppure
certuni indiscreti la vanno cercando, rispondi con quel detto del profeta: “tu sei
giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio” (Sal 118,137); o con quest’altro:
“veri sono i giudizi di Dio, santi in se stessi” (Sal 18,10). Tu devi venerare i
miei giudizi, non discuterli, perché essi sono incomprensibili per l’intelletto
umano. Neppure devi indagare e discutere dei meriti dei beati: chi sia più santo
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o chi sia più grande nel regno dei cieli. Sono cose che danno luogo spesso a
dispute e a contese inutili e fomentano la superbia e la vanagloria; onde
nascono invidie e divisioni, giacché uno si sforza, presuntuosamente, di portare
innanzi un santo, un altro, un altro santo. Ma sono cose che, a volerle
conoscere ed indagare, non portano alcun frutto; cose che, invece sono sgradite
ai beati, poiché “io non sono un Dio di discordia ma di pace” (1Cor 14,33). Una
pace che consiste nella vera umiltà, più che nella esaltazione di sé.
Ci sono alcuni che, quasi per un geloso affetto, sono tratti verso questi o questi
altri santi, con maggior sentimento: sentimento umano, però, piuttosto che
divino. Sono io che ho fatto i santi tutti; sono io che ho elargito la grazia; sono
io che ho accordato la gloria; sono io che, conoscendo i meriti di ciascuno, sono
andato loro incontro benedicendoli nella mia bontà (Sal 20,4): io che li sapevo
eletti, prima di tutti i secoli. “Sono stato io a sceglierli dal mondo, non loro a
scegliere me” (Gv 15,16.19); sono stato io a chiamarli con la mia grazia, ad
attirarli con la mia misericordia; sono stato io a condurli attraverso varie
tentazioni, e ad infondere loro stupende consolazioni; sono stato io a dar loro
la perseveranza e a premiare le loro sofferenze. Io conosco chi è primo tra di
essi, e chi è ultimo; ma tutti li abbraccio in un amore che non ha misura. In
tutti i miei santi, a me va data la lode; sopra ogni cosa, a me va data la
benedizione; a me va dato l’onore per ciascuno di quelli che io ho fatto grandi,
con tanta gloria, ed ho predestinati, senza che ne avessero dapprima alcun
merito. Per questo chi disprezza il più piccolo dei miei santi, non onora
neppure quello che sia grande, perché “fui io a fare e il piccolo e il grande” (Sap
6,8). E chi diminuisce uno qualunque dei santi, diminuisce anche me e tutti gli
altri che sono nel regno dei cieli. Una cosa sola costituiscono tutti i beati, a
causa del vincolo dell’amore; uno è il loro sentimento, uno il loro volere, e tutti
unitamente si amano. Di più – cosa molto più eccelsa – amano me più che se
stessi e più che i propri meriti. Giacché, innalzati sopra di sé e strappati
dall’amore di sé, essi, nell’amore, si volgono totalmente verso di me; di me
godono, in me trovano pace. Non c’è nulla che li possa distogliere o tirare al
basso: colmi dell’eterna verità, ardono del fuoco di un inestinguibile amore.
Smettano, dunque, gli uomini carnali e materiali, essi che sanno apprezzare
soltanto il proprio personale piacere, di disquisire della condizione dei santi.
Essi tolgono e accrescono secondo il loro capriccio, non secondo quanto è
disposto dall’eterna verità. Molti non capiscono; soprattutto quelli che, per
scarso lume interiore, a stento sanno amare qualcuno di perfetto amore
spirituale. Molti, per naturale affetto e per umano sentimento , sono attratti
verso questi o quei santi, e concepiscono il loro atteggiamento verso i santi del
cielo come quello verso gli uomini di quaggiù; mentre c’è un divario
incolmabile tra il modo di pensare della gente lontana dalla perfezione e le
intuizioni raggiunte, per superiore rivelazione, da coloro che sono
particolarmente illuminati.
Guardati dunque, o figlio, dall’occuparti avidamente di queste cose, che vanno
al di là della possibile tua conoscenza; preoccupati e sforzati piuttosto di poterti
trovare tu nel regno dei cieli, magari anche ultimo. Ché, pure se uno sapesse
chi sia più santo di un altro o sia considerato più grande nel regno dei cieli, a
94
che cosa ciò gli gioverebbe, se non ne traesse motivo di abbassarsi dinanzi a
me, levandosi poi a lodare ancor più il mio nome? Compie cosa molto più
gradita a Dio colui che pensa alla enormità dei suoi peccati, alla pochezza delle
sue virtù e a quanto egli sia lontano dalla perfezione dei santi; molto più
gradita di quella che fa colui che disputa intorno alla maggiore o minore
grandezza dei santi. E’ cosa migliore implorare i santi, con devote preghiere e
supplicarli umilmente affinché, dalla loro gloria, ci diano aiuto; migliore che
andare indagando, con inutile ricerca, il segreto della loro condizione. Essi
sono paghi, e pienamente. Magari gli uomini riuscissero a limitarsi, frenando i
loro vaniloqui. I santi non si vantano dei loro meriti; non ascrivono a sé nulla
di ciò che è buono, tutto attribuendo a me; poiché sono stato io, nel mio amore
infinito a donare ad essi ogni cosa. Di un così grande amore di Dio e di una
gioia così strabocchevole i santi sono ricolmi; ché ad essi nulla manca di gloria,
nulla può mancare di felicità. I santi, quanto più sono posti in alto nella gloria,
tanto più sono umili in se stessi, e a me più cari. Per questo trovi scritto che
“deponevano le loro corone dinanzi a Dio, cadendo faccia a terra dinanzi
all’Agnello e adorando il Vivente nei secoli dei secoli” (Ap 4,10; 5,14).
Molti cercano di sapere chi sia il maggiore nel regno di Dio, e non sanno
neppure se saranno degni di essere colà annoverati tra i più piccoli. Ed è gran
cosa essere pure il più piccolo, in cielo, dove tutti sono grandi, perché “saranno
detti – e lo saranno – figli di Dio” (Mt 5,9); “il più piccolo diventerà come mille”
(Is 60,22); “il più misero morirà di cento anni” (Is 65,20). Quando infatti i
discepoli andavano chiedendo chi sarebbe stato il maggiore nel regno dei cieli,
si sentirono rispondere così: “se non vi sarete convertiti e non vi sarete fatti
come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli; chi dunque si sarà fatto piccolo
come questo fanciullo, questi è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,3s).
Guai a coloro che non vogliono accettare di buon grado di farsi piccoli come
fanciulli: la piccola porta del regno dei cieli non permetterà loro di entrare.
Guai anche ai ricchi, che hanno quaggiù le loro consolazioni; mentre i poveri
entreranno nel regno di Dio, essi resteranno fuori, in lamenti. Godete, voi
piccoli; esultate, voi “poveri, perché il regno di Dio è vostro” (Lc 6,20); a
condizione però che voi camminiate nella verità.
Capitolo LIX
PORRE OGNI NOSTRA SPERANZA E OGNI FIDUCIA SOLTANTO IN
DIO
O Signore, che cosa è mai la fiducia che ho in questa vita. Quale è il mio più
grande conforto, tra tutte le cose che si vedono sotto il cielo? Non sei forse tu,
o Signore, mio Dio di infinita misericordia? Dove mai ho avuto bene, senza di
te; quando mai ho avuto male con te? Voglio essere povero per te, piuttosto
che ricco senza di te; voglio restare pellegrino su questa terra, con te, piuttosto
che possedere il cielo, senza di te. Giacché dove sei tu, là è cielo; e dove tu non
sei, là è morte ed inferno. Sei tu il mio desiderio ultimo; perciò io ti debbo
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seguire, con gemiti e lacrime ed alte, commosse preghiere. In una parola, non
posso avere piena fiducia in alcuno che mi venga in aiuto nelle varie necessità,
fuori che in te soltanto, mio Dio. “La mia speranza” e la mia fiducia sei tu (Sal
141,6); tu, il mio consolatore, il più fedele in ogni momento. “Ognuno va
cercando ciò che a lui giova” (Fil 2,21); e tu, o Dio, ti prefiggi soltanto la mia
salvezza e tutto volgi in bene per me. Pur quando mi esponi a varie tentazioni
e avversità, tutto questo tu lo vuoi per il mio bene, giacché quelli che tu ami usi
metterli in vario modo alla prova; e in questa prova io debbo amare e
ringraziare, non meno che quando tu mi colmi di celesti consolazioni.
In te, dunque, o Signore Dio, ripongo tutta la mia speranza; in te cerco il mio
rifugio; in te rimetto tutte le mie tribolazioni e le mie difficoltà, ché tutto trovo
debole e insicuro ciò che io vedo fuori di te. Non mi gioveranno, infatti, i molti
amici; non mi saranno di aiuto coloro che vengono a soccorrermi, per quanto
forti; non mi potranno dare un parere utile i prudenti, per quanto saggi; non mi
potranno dare conforto i libri dei sapienti; non ci sarà una preziosa ricchezza
che mi possa dare libertà; non ci sarà un luogo ameno e raccolto che mi possa
dare sicurezza, se non sarai presente tu ad aiutarmi, a confortarmi, a
consolarmi; se non sarai presente tu ad ammaestrarmi e a proteggermi. In
verità, tutte le cose che sembrano fatte per dare pace e felicità non sono nulla e
non danno realmente felicità alcuna, se non ci sei tu. Tu sei, dunque, l’ultimo
termine di ogni bene, il supremo senso della vita, la massima profondità di ogni
parola. Sperare in te sopra ogni cosa è il maggior conforto di chi si è posto al
tuo servizio. “A te sono rivolti i miei occhi (Sal 140,80); in te confido, o mio
Dio (Sal 24,1s), padre di misericordia” (2Cor 1,3). Benedici e santifica, con la
tua celeste benedizione, l’anima mia, affinché essa sia fatta tua santa dimora e
sede della eterna gloria; e nulla si trovi in questo tempio della tua grandezza,
che offenda l’occhio della tua maestà. Guarda a me, nella tua immensa bontà e
nell’abbondanza della tua misericordia; ascolta la preghiera del tuo servo, che
va peregrinando in questa terra oscura di morte. Proteggi e custodisci l’anima
di questo tuo piccolo servo, nei tanti pericoli della vita di quaggiù; dirigila con
la tua grazia per la via della pace, alla patria della eterna luce. Amen.
FINISCE IL LIBRO DELLA CONSOLAZIONE INTERIORE.
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Libro IV
INCOMINCIANO I CONSIGLI DEVOTI PER LA SANTA COMUNIONE
Parola di Cristo
“Venite a me tutti, voi che siete affaticati e oppressi; ed io vi ristorerò”, dice il
Signore (Mt 11,28).
“Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,52). “Prendete
e mangiate, questo è il mio corpo, che sarà dato per voi: fate questo in memoria
di me” (1Cor 11,24).
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me, ed io in lui” (Gv
6,57).
“Le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6,64).
Capitolo I
CON QUANTA VENERAZIONE SI DEBBA ACCOGLIERE CRISTO
Parola del discepolo
O Cristo, verità eterna. Sono queste, parole tue, anche se non pronunciate in
un solo momento, né scritte in un sol punto. E poiché sono parole tue, e
veritiere, esse devono essere accolte tutte da me con gratitudine e con fede.
Sono parole tue, pronunciate da te; ma sono anche mie, giacché le hai proferite
per la mia salvezza. E dalla tua bocca le prendo con gioia, per farle penetrare
più profondamente nel mio cuore. Parole di così grande misericordia, piene di
dolcezza e di amore, mi sollevano; ma mi atterriscono i miei peccati, e la mia
coscienza non pura mi impedisce di ricevere sì grandi misteri. La dolcezza delle
tue parole mi spinge, ma poi mi attarda il cumulo dei miei difetti. Tu mi
comandi di accostarmi a te con fiducia, se voglio stare intimamente in te; tu mi
comandi di ricevere il cibo dell’immortalità, se voglio conquistare la vita eterna
e la gloria. “Venite tutti a me – dici – voi che siete faticati e oppressi, ed io vi
ristorerò” (Mt 11,28). Dolce all’orecchio del peccatore, e piena d’intimità,
questa parola; una parola con la quale tu, o Signore Dio mio, inviti me, misero
e povero, alla comunione del tuo corpo santissimo. Ma chi sono io, o Signore,
per credermi degno di accostarmi a te? Gli immensi cieli non ti contengono, e
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tu dici: “Venite a me tutti”. Che cosa vuol dire una degnazione così
misericordiosa, un invito così pieno di amicizia? Come oserò venire, io che so
bene di non avere nulla di buono, per cui possa credermene degno? Come ti
farò entrare nella mia casa, io che molte volte ho offeso il tuo volto tanto
benigno? Gli angeli e gli arcangeli ti venerano; ti temono i santi e i beati; e tu
dici: “Venite tutti a me”. Se non fossi tu a dirlo, o Signore, chi lo crederebbe; e
se non fossi tu a comandarlo, chi avrebbe il coraggio di avvicinarsi? Ecco, Noè,
uomo giusto, lavorò cent’anni nella costruzione dell’arca, per trovare salvezza
con pochi suoi; e come potrò io, solo in un’ora, prepararmi a ricevere con
religioso timore il costruttore del mondo? Mosè, il servo tuo grande, a te
particolarmente caro, fece un’arca con legni non soggetti a marcire e la rivestì
d’oro purissimo, per riporvi le tavole della legge; ed io, putrida creatura, oserò
ricevere con tanta leggerezza te, autore della legge e datore della vita?
Salomone, il sapientissimo re d’Israele, costruì, con un lavoro di sette anni, un
tempio grandioso a lode del tuo nome; ne celebrò la dedicazione con una festa
di otto giorni e con l’offerta di mille vittime pacifiche; e collocò solennemente,
tra gioiosi suoni di tromba, l’arca dell’alleanza nel luogo per essa predisposto.
E come ti introdurrò nella mia casa, io, infelice, il più miserabile tra gli uomini;
io che, a stento, riesco a passare devotamente una mezz’ora? E fosse almeno,
una volta, una mezz’oretta passata come si deve!
O mio Dio, quanto si sforzarono di fare costoro per piacerti! Ahimé! Come è
poco quello che faccio io. Come è breve il tempo che impiego quando mi
preparo a comunicarmi: raramente tutto raccolto; ancor più raramente libero
da ogni distrazione. Mentre, alla presenza salvatrice della tua essenza divina,
non dovrebbe, di certo, affacciarsi alcun pensiero non degno di te; ed io non
dovrei lasciarmi prendere da alcuna creatura, giacché sto per ricevere nella mia
casa, non un angelo, ma il Signore degli angeli. Eppure c’è un abisso tra l’arca
dell’alleanza, con le cose sante che custodisce, e il corpo tuo purissimo, con la
sua forza indicibile; tra i sacrifici legali di allora, immagine dei sacrifici futuri, e
il tuo corpo, vittima vera, che porta a compimento tutti gli antichi sacrifici.
Perché dunque non mi infiammo di più alla tua adorabile presenza; perché non
mi preparo con cura più grande a nutrirmi della tua santità, quando quei santi
dell’Antico Testamento – patriarchi e profeti, e anche re e principi, in unione
con tutto il popolo – dimostrarono un così grande slancio devoto verso il culto
divino? Danzò il piissimo re Davide, con tutte le sue forze, la danza sacra
dinanzi all’arca di Dio, riandando col pensiero alle prove d’amore date, in
passato, da Dio ai patriarchi; apprestò strumenti vari, compose salmi e li fece
cantare in letizia, e più volte cantò lui stesso sulla cetra, mosso dalla grazia
dello Spirito Santo; istruì il popolo d’Israele a lodare Iddio con tutto il cuore, a
benedire ed esaltare ogni giorno il nome di Dio, d’una sola voce. Se allora si
viveva in così grande devozione; se di quel tempo restò il ricordo delle lodi
date a Dio davanti all’arca dell’alleanza, quanta venerazione e quanta
devozione devono essere ora in me, e in tutto il popolo cristiano, di fronte al
sacramento e nell’atto di nutrirsi del corpo di Cristo, cosa più di ogni altra
sublime? Corrono molti, fino a luoghi lontani, per vedere le reliquie dei santi e
stanno a bocca aperta a sentire le cose straordinarie compiute dai santi stessi;
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ammirano le grandi chiese; osservano e baciano le sacre ossa, avvolte in sete
intessute d’oro. Mentre qui, accanto a me, sull’altare, ci sei tu, mio Dio, santo
dei santi, il creatore degli uomini e il signore degli angeli. Spesso è la curiosità
umana che spinge a quelle visite, un desiderio di cose nuove, non mai viste; ma
se ne riporta scarso frutto di miglioramento interiore, specialmente quando il
peregrinare è così superficiale, privo di una vera contrizione. Mentre qui, nel
sacramento dell’altare, sei interamente presente tu, mio Dio, “uomo Cristo
Gesù” (1Tm 2,5); qui si riceve frutto abbondante di salvezza eterna, ogni volta
che ti accoglie degnamente e con devozione. Non una qualunque superficialità,
né la smania curiosa di vedere con i propri occhi, ci porta a questo sacramento,
ma una fede sicura, una pia speranza, un sincero amore. O Dio, invisibile
creatore del mondo, come è mirabile quello che tu fai con noi; come è soave e
misericordioso quello che concedi ai tuoi eletti, ai quali offri te stesso, come
cibo nel sacramento. Sacramento che oltrepassa ogni nostra comprensione,
trascina in modo del tutto particolare il cuore delle persone devote e infiamma
il loro amore. Anche coloro che ti seguono con pia fedeltà, coloro che regolano
tutta la loro vita al fine del perfezionamento spirituale, ricevono spesso da
questo eccelso sacramento aumento di grazia nella devozione e nell’amore della
virtù. Mirabile e nascosta, questa grazia del sacramento, che soltanto i seguaci
di Cristo conoscono, mentre non la sentono coloro che non hanno la fede e
sono asserviti al peccato. In questo sacramento è data la grazia spirituale, è
restaurata nell’anima la virtù perduta e torna l’innocenza, che era stata
deturpata dal peccato. Tanto grande è talora questa grazia che, per la pienezza
della devozione conferita, non soltanto lo spirito, ma anche il fragile corpo
sente che gli sono state date forze maggiori.
Rammarichiamoci altamente e lamentiamo la nostra tiepidezza e negligenza,
poiché non siamo tratti da un ardore più grande a ricevere Cristo, nel quale
consiste tutta la speranza e il merito della salvezza. E’ lui, infatti, “la nostra
santificazione e la nostra redenzione” (1Cor 1,30); è lui il conforto di noi che
siamo in cammino; è lui l’eterna gioia dei santi. Rammarichiamoci, dunque,
altamente che tanta gente si renda così poco conto di questo mistero di
salvezza, letizia del cielo e fondamento di tutto il mondo. Cecità e durezza del
cuore umano, non curarsi maggiormente di un dono così grande, o, godendone
tutti i giorni, finire persino col non badarvi! Se questo sacramento santissimo
si celebrasse soltanto in un certo luogo, e fosse consacrato da un solo sacerdote
in tutto il mondo, pensa da quale desiderio sarebbero tutti presi di andare in
quel luogo, a quel sacerdote, per veder celebrare i divini misteri. Ma, ecco, i
sacerdoti sono moltissimi, e Cristo viene immolato in molti luoghi; e così
quanto più è diffusa nel mondo la sacra comunione, tanto più è manifesta la
grazia e la carità di Dio verso l’uomo. Che tu sia ringraziato, o Gesù buono,
pastore eterno, che con il tuo corpo prezioso e con il tuo sangue ti sei degnato
di ristorare noi poveri ed esuli, invitandoci a ricevere questi misteri con queste
parole, uscite dalla tua stessa bocca: “venite tutti a me, voi che siete faticati ed
oppressi, ed io vi ristorerò” (Mt 11,28).
99
Capitolo II
NEL SACRAMENTO SI MANIFESTANO ALL’UOMO LA GRANDE
BONTA’ E L’AMORE DI DIO
Parola del discepolo
O Signore, confidando nella tua bontà e nella tua grande misericordia, mi
appresso infermo al Salvatore, affamato e assetato alla fonte della vita, povero
al re del cielo, servo al Signore, creatura al Creatore, desolato al pietoso mio
consolatore. Ma “per qual ragione mi è dato questo, che tu venga a me?” (Lc
1,43). Chi sono io, perché tu ti doni a me; come potrà osare un peccatore di
apparirti dinanzi; come ti degnerai di venire ad un peccatore? Ché tu lo
conosci, il tuo servo; e sai bene che in lui non c’è alcunché di buono, per cui tu
gli dia tutto ciò. Confesso, dunque, la mia pochezza, riconosco la tua bontà,
glorifico la tua misericordia e ti ringrazio per il tuo immenso amore. Infatti
non è per i miei meriti che fai questo, ma per il tuo amore: perché mi si riveli
maggiormente la tua bontà, più grande mi si offra il tuo amore e l’umiltà ne
risulti più perfettamente esaltata. Poiché, dunque, questo ti è caro, e così tu
comandasti che si facesse, anche a me è cara questa tua degnazione. E voglia il
Cielo che a questo non sia di ostacolo la mia iniquità.
Gesù, pieno di dolcezza e di benignità, quanta venerazione ti dobbiamo, e
gratitudine e lode incessante, per il fatto che riceviamo il tuo santo corpo, la
cui grandezza nessuno può comprendere pienamente. Ma quali saranno i miei
pensieri in questa comunione con te, in questo avvicinarmi al mio Signore; al
mio Signore che non riesco a venerare nella misura dovuta e che tuttavia
desidero accogliere devotamente? Quale pensiero più opportuno e più salutare
di quello di abbassarmi totalmente di fronte a te, esaltando, su di me la tua
bontà infinita? Ti glorifico, o mio Dio, e ti esalto in eterno; disprezzo me
stesso, sottoponendomi a te, dal profondo della mia pochezza. Ecco, tu sei il
santo dei santi, ed io una sozzura di peccati. Ecco, tu ti abbassi verso di me, che
non sono degno neppure di rivolgerti lo sguardo. Ecco, tu vieni a me, vuoi
stare con me, mi inviti al tuo banchetto; tu mi vuoi dare il cibo celeste, mi vuoi
dare da mangiare il pane degli angeli: nient’altro, veramente, che te stesso,
“pane vivo, che sei disceso dal cielo e dai la vita al mondo (Gv 6,33.51). Se
consideriamo da dove parte questo amore, quale degnazione ci appare; quanto
profondi ringraziamenti e quante lodi ti si debbono!
Quanto fu utile per la nostra salvezza il tuo disegno, quando hai istituito
questo sacramento; come è soave e lieto questo banchetto, nel quale hai dato in
cibo te stesso! Come è ammirabile questo che tu fai; come è efficace la tua
potenza e infallibile la tua verità. Infatti, hai parlato “e le cose furono” (Sal 148,
5); e fu anche questo sacramento, che tu hai comandato. Mirabile cosa, degna
della nostra fede; cosa che oltrepassa la umana comprensione che tu, o Signore
Dio mio, vero Dio e uomo, sia tutto sotto quella piccola apparenza del pane e
del vino; e che tu sia mangiato senza essere consumato. “Tu, o Signore di
100
tutti”, che, di nessuno avendo bisogno, hai voluto, per mezzo del Sacramento,
abitare fra noi (2 Mac 14,35), conserva immacolato il mio cuore e il mio corpo,
affinché io possa celebrare sovente i tuoi misteri, con lieta e pura coscienza; e
possa ricevere, a mia salvezza eterna, ciò che tu hai stabilito e istituito
massimamente a tua glorificazione e perenne memoria di te.
Rallegrati, anima mia, e rendi grazie a Dio per un dono così sublime, per un
conforto così straordinario, lasciato a te in questa valle di lacrime. In verità,
ogni qualvolta medito questo mistero e ricevi il corpo di Cristo, lavori alla tua
redenzione e ti rendi partecipe di tutti i meriti di Cristo. Mai non viene meno,
infatti, l’amore di Cristo; né si esaurisce la grandezza della sua intercessione. E’
dunque con animo sempre rinnovato che ti devi disporre a questo Sacramento;
è con attenta riflessione che devi meditare il mistero della salvezza. E quando
celebri la Messa, o l’ascolti, ciò deve apparirti un fatto così grande, così
straordinario e così pieno di gioia, come se, in quello stesso giorno, scendendo
nel seno della Vergine, Cristo si facesse uomo, patisse e morisse pendendo
dalla croce.
Capitolo III
UTILITA’ DELLA COMUNIONE FREQUENTE
Parola del discepolo
Ecco, io vengo a te, o Signore, per trarre beneficio dal tuo dono e ricevere
allegrezza al banchetto santo, “che, nella tua bontà, o Dio, hai preparato al
misero” (Sal 67,11). Ecco, quanto io posso e debbo desiderare sta tutto in te; tu
sei la mia salvezza, la redenzione, la speranza, la fortezza, la maestà e la gloria.
“Ricolma dunque oggi di letizia l’anima del tuo servo, perché, o Signore Gesù,
a te ho innalzato l’anima mia” (Sal 85,4). Ardentemente desidero ora riceverti,
con devozione e venerazione; desidero introdurti nella mia casa, per meritare,
come Zaccheo, di essere da te benedetto e di essere annoverato tra i figli
d’Abramo. L’anima mia ha fame del tuo corpo; il mio cuore arde di farsi una
cosa sola con te. Dammi in dono te stesso, e mi basta; poiché non c’è
consolazione che abbia valore, fuori di te. Non posso stare senza di te; non
riesco a vivere senza la tua presenza. E così occorre che io mi accosti
frequentemente a te, ricevendoti come mezzo della mia salvezza. Che non mi
accada di venir meno per strada, se fossi privato di questo cibo celeste. Tu
stesso, o Gesù tanto misericordioso, predicando alle folle e guarendo varie
malattie, dicesti una volta: “non li voglio mandare alle loro case digiuni, perché
non vengano meno per strada” (Mt 15,32). Fa’, dunque, la stessa cosa ora con
me; tu, che, per dare conforto ai fedeli, hai lasciato te stesso in sacramento. Sei
tu, infatti, il soave ristoro dell’anima; e chi ti mangia degnamente sarà
partecipe ed erede della gloria eterna. Poiché, dunque, io cado tanto spesso in
peccato, e intorpidisco e vengo meno tanto facilmente, è veramente necessario
101
che, pregando, confessandomi frequentemente e prendendo il santo cibo del
tuo corpo, io mi rinnovi, mi purifichi e mi infiammi; cosicché non avvenga che,
per una prolungata astinenza, io mi allontani dal mio santo proposito. In
verità, “i sensi dell’uomo, fin dall’adolescenza, sono proclivi al male” (Gn 8,21);
tosto egli cade in mali peggiori, se non lo soccorre la medicina celeste. Ed è
appunto la santa Comunione che distoglie l’uomo dal male e lo rafforza nel
bene. Che se ora sono così spesso svogliato e tiepido nella Comunione o nella
celebrazione della Messa, che cosa sarebbe di me, se non prendessi questo
rimedio e non cercassi un così grande aiuto? Anche se non mi sento sempre
degno e pienamente disposto a celebrare, farò in modo di ricevere, in tempi
opportuni, questi divini misteri e di rendermi partecipe di una grazia così
grande. Giacché la principale, anzi l’unica, consolazione dell’anima fedele –
finché va peregrinando, lontana da te, entro il corpo mortale – consiste proprio
in questo, nel ricordarsi frequentemente del suo Dio e nel ricevere, in spirito di
devozione, il suo diletto.
Oh!, meravigliosa degnazione della tua misericordia verso di noi, che tu,
Signore Dio, creatore e vivificatore di tutti gli spiriti celesti, ti abbassi a venire
in questa anima poveretta, saziando la sua fame con la tua divinità e insieme
con la tua umanità. Felice quello spirito, beata quell’anima che merita di
ricevere devotamente te, Signore e Dio, colmandosi in tal modo di gioia
interiore. Quale grande signore essa accoglie; quale amato ospite, qual
piacevole compagno riceve; quale fedele amico accetta; quale nobile e bello
sposo essa abbraccia, degno di amore più di ogni persona cara e di ogni cosa
che si possa desiderare. Tacciano dinanzi a te, o dolcissimo mio diletto, il cielo
e la terra, con tutte le loro bellezze; giacché dalla degnazione della tua
munificenza cielo e terra ricevono quanto hanno di grande e di nobile, pur non
arrivando essi alla grandezza del tuo nome, “immenso nella sua sapienza” (Sal
146,5).
Capitolo IV
MOLTI SONO I BENEFICI CONCESSI A COLORO CHE SI
COMUNICANO DEVOTAMENTE
Parola del discepolo
Signore Dio mio, “con la dolcezza delle tue benedizioni” (Sal 20,4) vieni in
soccorso a me, tuo servo, affinché io possa accostarmi degnamente e
devotamente al tuo grande sacramento. Muovi il mio cuore verso di te e
scuotimi dal mio grande torpore. “Vieni a me con la tua forza salvatrice” (Sal
105,4), cosicché io possa gustare in ispirito la tua dolcezza, insita tutta in
questo sacramento, quasi sua fonte. Apri i miei occhi, cosicché io possa
intravvedere un così grande mistero; dammi la forza di credere in esso, con
fede sicura. Tutto ciò è infatti opera delle tue mani, non opera dell’uomo; tua
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sacra istituzione, non invenzione umana. Quindi non v’è alcuno che possa da sé
solo comprendere pienamente queste cose, che superano anche l’intelligenza
degli angeli. Ed io, indegno peccatore, polvere e cenere, come potrò mai
sondare e comprendere, un così profondo e santo mistero? O Signore, nella
semplicità del mio cuore, in pienezza e sicurezza di fede e in adesione al tuo
comando, mi accosto a te con sentimenti di speranza e di devozione: credo
veramente che tu sia presente qui nel Sacramento, Dio e uomo. Tu vuoi che io
ti accolga in me, in unione d’amore. Perciò domando alla tua clemenza ed
imploro il dono di questa grazia speciale, di essere totalmente immedesimato in
te, in sovrabbondanza d’amore e di non più ricercare altra consolazione.
Giacché questo Sacramento, così alto e prezioso, è salvezza dell’anima e del
corpo e rimedio ad ogni infermità dello spirito. Per mezzo di questo
Sacramento vengono curati i miei vizi; le passioni sono frenate; le tentazioni
sono sconfitte o almeno diminuite; viene aumentata la grazia, rafforzata la
virtù cui si è posto mano, rinsaldata la fede, rinvigorita la speranza e l’amore
fatto più ardente e più grande.
O mio Dio, “tu che innalzi l’anima mia” (Sal 53,6), e ripari all’umana fragilità
con il dono di ogni consolazione interiore, tu hai concesso e ancora spesso
concedi nel Sacramento grandi benefici ai tuoi diletti che devotamente si
comunicano. Tu infondi in essi grande conforto nelle varie tribolazioni,
innalzandoli dal fondo della loro prostrazione alla speranza del tuo aiuto; tu li
ricrei interiormente e li fai risplendere con una grazia rinnovata. Così, mentre
prima della Comunione si sentivano angosciati e privi d’amore, poi, ristorati
dal cibo e dalla bevanda celeste, si trovano trasformati e migliori. E questo tu
fai generosamente con i tuoi eletti, affinché essi conoscano in verità, ed
esperimentino chiaramente, quanto siano deboli per se stessi e quale bontà e
grazia ottengano da te. Giacché, per se stessi, sono freddi, duri e mancanti di
devozione; invece, per tuo dono, sono fatti degni di essere fervorosi, alacri e
pieni di devozione. Chi mai, essendosi accostato umilmente alla fonte stessa
della soavità, non riporta anche solo un poco di dolcezza; chi mai, stando
accanto a un grande fuoco, non ne risente un po’ di calore? Ora, tu sei la fonte
sempre piena, straboccante; tu sei il fuoco sempre vivo, che mai non si
estingue. Perciò, anche se non posso attingere alla pienezza di questa fonte e
bere a sazietà, metterò ugualmente la bocca all’orlo della celeste cannella, per
prendere almeno una piccola goccia, a saziare la mia sete, onde non inaridire
del tutto. Anche se non posso essere ancora nella pienezza della beatitudine
celeste, né posso essere ardente come un cherubino o un serafino, mi sforzerò
tuttavia di perseverare nella devozione e di predisporre l’anima mia ad
impadronirsi di una, sia pur piccola, fiamma del divino incendio, nutrendosi
umilmente al sacramento della salvezza. A quello che mi manca, supplisci tu,
con benignità e misericordia, o buon Gesù, salvatore santissimo; tu che ti sei
degnato di chiamare tutti a te, dicendo: “venite a me voi tutti che siete affaticati
ed oppressi, ed io vi ristorerò (Mt 11,28). In verità io mi affatico, e suda il mio
volto; il mio cuore è tormentato da sofferenze interiori; sono oppresso dai
peccati, legato e schiacciato da molte passioni perverse. “E non c’è nessuno che
possa aiutarmi” (Sal 21,12), non c’è nessuno “che possa liberarmi e
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soccorrermi” (Sal 7,3), all’infuori di te, “Dio mio salvatore” (Sal 24,5), al quale
affido me stesso e ogni mia cosa, perché tu mi custodisca e mi conduca alla vita
eterna. Accettami a lode e gloria del tuo nome; tu che hai apprestato il tuo
corpo e il tuo sangue quale cibo e bevanda. O “Signore Dio, mia salvezza” (Sal
26,9), fa’ che nella dimestichezza del tuo mistero s’accresca lo slancio della mia
devozione.
Capitolo V
GRANDEZZA DEL SACRAMENTO E CONDIZIONE DEL SACERDOTE
Parola del Diletto
Anche se tu avessi la purezza degli angeli e la santità di San Giovanni Battista,
non saresti degno di ricevere o anche solo di toccare questo sacramento. Non
dipende infatti dai meriti degli uomini che si consacri e si tocchi il sacramento
di Cristo, e ci si nutra del pane degli angeli. Grande è l’ufficio, grande la
dignità dei sacerdoti, ai quali è dato quello che non è concesso agli angeli;
giacché soltanto i sacerdoti, ordinati regolarmente nella Chiesa, hanno il
potere di celebrare e di consacrare il corpo di Cristo. Il sacerdote, invero, è
servo di Dio: si vale della parola di Dio, per comando e istituzione di Dio. Nel
sacramento, attore primo, invisibilmente operante, è Dio, al quale è sottoposta
ogni cosa, secondo il suo volere, in obbedienza al suo comando. In questo
sublime sacramento, devi dunque credere più a Dio onnipotente che ai tuoi
sensi o ad alcun segno visibile; a questa realtà, istituita da Dio, ti devi accostare
con reverenza e con timore. “Rifletti su te stesso” e considera di chi sei stato
fatto ministro, con l’imposizione delle mani da parte del vescovo (1Tm
4,16.14). Ecco, sei stato fatto sacerdote e consacrato per celebrare. Vedi,
dunque, di offrire il sacrificio a Dio con fede, con devozione, e al tempo
conveniente; vedi di offrire te stesso, irreprensibile. Non si è fatto più leggero il
tuo carico; anzi sei ormai legato da un più stretto vincolo di disciplina e sei
tenuto a una maggiore perfezione di santità.
Il sacerdote deve essere ornato di ogni virtù e offrire agli altri l’esempio di una
vita santa; abituale suo rapporto non sia con la gente volgare secondo modi
consueti a questo mondo, ma con gli angeli in cielo o con la gente santa, in
terra. Il sacerdote, rivestito delle sacre vesti, fa le veci di Cristo,
supplichevolmente e umilmente pregando Iddio per sé e per tutto il popolo.
Egli porta, davanti e dietro, il segno della croce del Signore, perché abbia
costante ricordo della passione di Cristo; davanti, sulla casula, porta la croce,
perché guardi attentamente a quelle che sono le orme di Cristo, e abbia cura di
seguirla con fervore; dietro è pure segnato dalla croce, perché sappia
sopportare con dolcezza ogni contrarietà che gli venga da altri. Porta davanti
la croce, perché pianga i propri peccati; e la porta anche dietro, perché pianga
compassionevolmente anche i peccati commessi da altri, e sappia di essere stato
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posto tra Dio e il peccatore, non lasciandosi illanguidire nella preghiera e
nell’offerta, fin che non sia fatto degno di ottenere grazia e misericordia. Con la
celebrazione, il sacerdote rende onore a Dio, fa lieti gli angeli, dà motivo di
edificazione ai fedeli, aiuta i vivi, appresta pace ai defunti e fa di se stesso il
dispensatore di tutti i benefici divini.
Capitolo VI
INVOCAZIONE PER PREPARARSI ALLA COMUNIONE
Parola del discepolo
Quando considero, o Signore, la tua grandezza e la mia miseria, mi metto a
tremare forte e mi confondo. Ché, se non mi accosto al sacramento, fuggo la
vita; e se lo faccio indegnamente, cado nello scandalo. Che farò, o mio Dio,
“mio aiuto” (Is 50,7) e mia guida nella mia miseria? Insegnami tu la strada
sicura; mettimi dinanzi una opportuna, breve istruzione per la santa
Comunione; giacché è buona cosa conoscere con quale devozione e reverenza io
debba preparare il mio cuore a ricevere con profitto il tuo sacramento e a
celebrare un così grande, divino sacrificio.
Capitolo VII
L’ESAME DI COSCIENZA E IL PROPOSITO DI CORREGGERSI
Parola del Diletto
Sopra ogni cosa è necessario che il sacerdote di Dio si appresti a celebrare, a
toccare e a mangiare questo sacramento con somma umiltà di cuore e supplice
reverenza, con piena fede e devota intenzione di dare gloria a Dio. Esamina
attentamente la tua coscienza; rendila, per quanto ti è possibile, pura e
luminosa per mezzo del sincero pentimento e dell’umile confessione dei tuoi
peccati, cosicché nulla di grave tu abbia, o sappia di avere, che ti sia di
rimprovero e ti impedisca di accedere liberamente al Sacramento. Abbi
dispiacere di tutti i tuoi peccati in generale; e maggiormente, in particolare,
abbi dolere e pianto per le tue colpe di ogni giorno. Se poi ne hai il tempo,
confessa a Dio, nel segreto del tuo cuore, tutte le miserie delle tue passioni.
Piangi e ti rincresca di essere ancora così legato alla carne e al mondo; così
poco mortificato di fronte alle passioni e così pieno di impulsi di concupiscenza;
così poco vigilante su ciò che percepiscono di fuori i sensi, così spesso perduto
dietro a vane fantasie; così fortemente inclinato verso le cose esteriori e così
poco attento a ciò che è dentro di noi; così facile al riso e alla dissipazione e così
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restio al pianto e alla compunzione; così pronto alla rilassatezza e alle comodità
materiali, così pigro, invece, al rigore e al fervore; così avido di udire o vedere
cose nuove e belle, e così lento ad abbracciare ciò che è basso e spregevole; così
smanioso di molto possedere e così tenace nel tenere per te; così sconsiderato
nel parlare e così incapace di tacere; così disordinato nella condotta e così
avventato nell’agire; così profuso nel cibo; così sordo alla parola di Dio; così
sollecito al riposo e così tardo al lavoro; così attento alle chiacchiere, così pieno
di sonno nelle sacre veglie, compiute distrattamente affrettandone col
desiderio la fine; così negligente nell’adempiere alle Ore, così tiepido nella
celebrazione della Messa, così arido nella Comunione; così facilmente distratto,
così di rado pienamente raccolto in te stesso; così subitamente mosso all’ira,
così facile a far dispiacere agli altri; così proclive a giudicare, così severo
nell’accusare; così gioioso quando le cose ti vanno bene e così poco forte nelle
avversità; così facile nel proporti di fare molte cose buone, ma capace, invece, di
realizzarne ben poche.
Confessati e deplorati, con dolore e con grande amarezza per la tua fragilità,
questi e gli altri tuoi difetti, fa’ il fermo proponimento di correggere per
sempre la tua vita e di progredire maggiormente. Dopo di che, rimettendo a
me completamente ogni tua volontà, offri te stesso sull’altare del tuo cuore, a
gloria del mio nome, sacrificio perpetuo, affidando a me con fede il tuo corpo e
la tua anima; cosicché tu ottenga di accostarti degnamente ad offrire a Dio la
Messa e a mangiare il sacramento del mio corpo, per la tua salvezza. Non v’è
dono più appropriato; non v’è altro modo per riscattare e cancellare
pienamente i peccati, all’infuori della totale e perfetta offerta di se stessi a Dio,
nella Messa e nella Comunione, insieme con l’offerta del corpo di Cristo. Se
uno farà tutto quanto gli è possibile e si pentirà veramente, ogni volta che
verrà a me per ottenere il perdono e la grazia, “Io vivo, dice il Signore, e non
voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 33,11): “giacché
più non mi ricorderò dei suoi peccati” (Eb 10,17), ma tutti gli saranno rimessi.
Capitolo VIII
L’OFFERTA DI CRISTO SULLA CROCE E LA DONAZIONE DI NOI
STESSI
Parola del Diletto
Con le braccia stese sulla croce, tutto nudo il corpo, io offersi liberamente me
stesso a Dio Padre, per i tuoi peccati, cosicché nulla fosse in me che non si
trasformasse in sacrificio, per placare Iddio. Allo stesso modo anche tu devi
offrire a me volontariamente te stesso, con tutte le tue forze e con tutto il tuo
slancio, dal più profondo del cuore, in oblazione pura e santa. Che cosa posso io
desiderare da te più di questo, che tu cerchi di offrirti a me interamente?
Qualunque cosa tu mi dia, fuor che te stesso, l’ho per un nulla, perché io non
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cerco il tuo dono, ma te. Come non ti basterebbe avere tutto, all’infuori di me,
così neppure a me potrebbe piacere qualunque cosa tu mi dessi, senza l’offerta
di te. Offriti a me; da te stesso totalmente a Dio: così l’oblazione sarà gradita.
Ecco, io mi offersi tutto al Padre, per te; diedi persino tutto il mio corpo e il
mio sangue in cibo, perché io potessi essere tutto tuo e perché tu fossi sempre
con me. Se tu, invece, resterai chiuso in te, senza offrire volontariamente te
stesso secondo la mia volontà, l’offerta non sarebbe piena e la nostra unione
non sarebbe perfetta. Perché, se vuoi giungere alla vera libertà e avere la mia
grazia, ogni tuo atto deve essere preceduto dalla piena offerta di te stesso nelle
mani di Dio. Proprio per questo sono così pochi coloro che raggiungono la luce
e l’interiore libertà, perché non sanno rinnegare totalmente se stessi.
Immutabili sono le mie parole: se uno non avrà rinunciato a “tutto, non potrà
essere mio discepolo” (Lc 14,33). Tu, dunque, se vuoi essere mio discepolo,
offriti a me con tutto il cuore.
Capitolo IX
OFFRIRE NOI STESSI A DIO, CON TUTTO QUELLO CHE E’ IN NOI,
PREGANDO PER TUTTI
Parola del discepolo
Tue sono le cose, o Signore, quelle del cielo e quelle della terra: a te voglio,
liberamente, offrire me stesso e restare tuo per sempre. O Signore, con cuore
sincero, oggi io mi dono a te in perpetuo servizio, in obbedienza e in sacrificio
di lode perenne. Accettami, insieme con questa offerta santa del tuo corpo
prezioso, che io – alla presenza e con l’assistenza invisibile degli angeli – ora ti
faccio, per la mia salvezza e per la salvezza di tutto il popolo, O Signore,
sull’altare della tua espiazione offro a te tutti i miei peccati e le colpe da me
commesse al cospetto tuo e dei tuoi santi angeli, dal giorno in cui fui capace di
peccare fino ad oggi; affinché tutto tu accenda e consumi nel fuoco del tuo
amore, cancellando ogni macchia dei miei peccati; affinché tu purifichi la mia
coscienza da ogni colpa; affinché tu mi ridia la tua grazia, che ho perduta col
peccato, tutto perdonando e misericordiosamente accogliendomi nel bacio della
pace. Che posso io fare per i miei peccati, se non confessarli umilmente nel
pianto e pregare senza posa per avere la tua intercessione? Ti scongiuro,
dammi benevolo ascolto, mentre mi pongo dinanzi a te, o mio Dio. Grande
disgusto io provo per tutti i miei peccati; non voglio più commetterne, anzi di
essi mi dolgo e mi dorrò per tutta la vita, pronto a fare penitenza e, per quanto
io possa, a pagare per essi. Rimetti, o Signore, rimetti i miei peccati, per il tuo
santo nome: salva l’anima mia, che tu hai redenta con il tuo sangue prezioso.
Ecco, io mi affido alla tua misericordia; mi metto nelle tue mani. Opera tu con
me secondo la tua bontà, non secondo la mia perfidia e la mia iniquità. Anche
tutto quello che ho di buono, per quanto sia molto poco e imperfetto, lo offro a
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te, affinché tu lo perfezioni e lo santifichi; affinché ti sia gradito e tu voglia
accettarlo, accrescendone il valore; affinché tu voglia portarmi – inoperoso e
inutile piccolo uomo, qual sono – a un termine beato e glorioso. Offro
parimenti a te tutti i buoni desideri delle persone devote e le necessità dei
parenti e degli amici, dei fratelli e delle sorelle, di tutti i miei cari e di coloro
che, per amor tuo, fecero del bene a me o ad altri; infine di tutte le persone –
quelle ancora in vita e quelle che già hanno lasciato questo mondo – che da me
desiderarono e chiesero preghiere e sante Messe, per loro e per tutti i loro cari.
Che tutti sentano venire sopra di sé l’aiuto della tua grazia, l’abbondanza della
consolazione, la protezione dai pericoli, la liberazione dalle pene! Che tutti,
liberati da ogni male, ti rendano in letizia grazie solenni. Ancora, e in modo
speciale, ti offro preghiere e sacrifici di espiazione per quelli che mi hanno fatto
qualche torto, mi hanno cagionato dolore, mi hanno calunniato o recato danno,
mi hanno messo in difficoltà; e anche per tutti quelli ai quali io ho dato talora
motivo di tristezza e di turbamento, di dolore o di scandalo, con parole o con
fatti, consciamente oppure no, affinché tu perdoni parimenti a tutti noi i nostri
peccati e le offese vicendevoli. O Signore, strappa dai nostri cuori ogni
sospetto, ogni sdegno, ogni collera, ogni contesa e tutto ciò che possa ferire la
carità e affievolire l’amore fraterno. Abbi compassione, o Signore, di noi che
imploriamo la tua misericordia; concedi la tua grazia a noi che ne abbiamo
bisogno; fa che noi siamo fatti degni di godere della tua grazia e che possiamo
avanzare verso la vita eterna.
Capitolo X
LA SANTA COMUNIONE NON VA TRALASCIATA CON
LEGGEREZZA
Voce del Diletto
A questa sorgente della grazia e della misericordia divina, a questa sorgente
della bontà e di ogni purezza devi ricorrere frequentemente, fino a che tu non
riesca a guarire dalle tue passioni e dai tuoi vizi; fino a che tu non ottenga di
essere più forte e più vigilante contro tutte le tentazioni e gli inganni del
diavolo. Questi, il nemico, ben sapendo quale sia il beneficio e il rimedio grande
insito nella santa Comunione, tenta in ogni modo e in ogni momento di
ostacolare, per quanto può, le anime fedeli e devote, distogliendole da essa.
Taluni, infatti, quando vogliono prepararsi alla santa Comunione, subiscono i
più forti assalti del demonio. Lo spirito del male – come è detto nel libro di
Giobbe (1,6; 2,1) – viene in mezzo ai figli di Dio, per turbarli, con la consueta
sua perfidia, e per renderli troppo timorosi e perplessi, finché non abbia
affievolito il loro slancio o abbia loro strappato, di forza, la fede: nella speranza
che essi lascino del tutto la Comunione o vi si accostino con poco fervore. Ma
non ci si deve curare per nulla delle sue astuzie e delle sue suggestioni, per
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quanto turpi e terrorizzanti, Su di lui bisogna ritorcere le immaginazioni che
provengono da lui. Va disprezzato e deriso, quel miserabile. Per quanti assalti
egli compia e per quante agitazioni egli susciti, la santa Comunione non deve
essere tralasciata. Talora avviene che siano di ostacolo alla Comunione persino
una eccessiva preoccupazione di essere sufficientemente devoti e una certa
angustia dubbiosa sul confessarsi. Ma tu agisci secondo il consiglio dei saggi,
tralasciando ansie e scrupoli, che costituiscono impedimento alla grazia divina
e distruggono lo spirito di devozione. Non lasciare la santa Comunione, per
ogni piccola difficoltà o stanchezza. Ma va subito a confessarti e perdona di
cuore agli altri ogni offesa ricevuta; che se tu hai offeso qualcuno e chiedi
umilmente scusa, il Signore prontamente avrà misericordia di te.
Che giova ritardare tanto la confessione o rimandare la santa Comunione?
Purificati al più presto; sputa subito il veleno; corri a prendere il rimedio: ti
sentirai meglio che se tu avessi differito tutto ciò. Se oggi, per una piccola cosa,
rinunci, domani forse accadrà qualcosa di più grave: così ti potrebbe essere
impossibile per lungo tempo, la Comunione e potresti diventare ancora più
indegno. Scuotiti al più presto dalla stanchezza e dall’inerzia, in cui oggi ti
trovi: non serve a nulla restare a lungo nell’ansietà e tirare avanti nel
turbamento, separandoti, in tal modo, per questi quotidiani ostacoli, dalle cose
divine. Anzi è molto dannoso rimandare tanto la Comunione, perché ciò suole
anche ingenerare grave torpore. Avviene persino – cosa ben dolorosa – che
taluni, nella loro tiepidezza e leggerezza, accettino di buon grado questi ritardi
della confessione, e desiderino di ritardare così la santa Comunione, proprio
per non essere obbligati a una più severa custodia di sé. Oh!, come è scarso
l’amore, come è fiacca la devozione di coloro che rimandano tanto facilmente la
Comunione. E come è felice e caro a Dio colui che vive in modo da custodire la
sua coscienza in una tale limpidezza da essere pronto e pieno di desiderio di
comunicarsi anche ogni giorno, se gli fosse consentito e se potesse farlo senza
essere criticato. Se uno qualche volta si astiene dalla Comunione per umiltà, o
per un giusto impedimento, gli va data lode, a causa del suo rispettoso timore.
Se invece fa questo per una sorta di torpore, che si è insinuato in lui, deve
scuotersi e agire, quanto gli è possibile: il Signore aderirà al suo desiderio,
grazie alla buona volontà, alla quale Dio guarda in modo speciale.
Se, invece, uno è trattenuto da ragioni valide, ma avrà la buona volontà e la
devota intenzione di comunicarsi, costui non mancherà dei frutti del
Sacramento. Giacché ognuno che abbia spirito di devozione può, in ogni giorno
e in ogni ora, darsi salutarmente, senza che alcuno glielo impedisca, alla
comunione spirituale con Cristo; pur dovendo, in certi giorni e nel tempo
stabilito, con reverente affetto, prendere sacramentalmente in cibo il corpo del
suo Redentore, mirando più a dare lode e onore a Dio che ad avere
consolazione per sé. Infatti questo invisibile ristoro dell’anima, che è la
comunione spirituale, si ha ogni volta che uno medita con devozione il mistero
dell’incarnazione e della passione di Cristo, accendendosi di amore per lui. Chi
si prepara soltanto perché è imminente il giorno festivo, o perché la
consuetudine lo sospinge, è per lo più tutt’altro che pronto. Beato colui che si
offre a Dio in sacrificio ogni qualvolta celebra la Messa o si comunica.
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Nel celebrare, non essere né troppo prolisso né troppo frettoloso; ma osserva il
ragionevole uso, comune a coloro con i quali ti trovi a vivere. Non devi, infatti,
ingenerare in altri fastidio e noia; devi mantenere invece la via consueta,
secondo la volontà dei superiori, e badare più all’utile degli altri, che alla tua
devozione e al tuo sentimento.
Capitolo XI
IL CORPO DI CRISTO E LA SACRA SCRITTURA MASSIMAMENTE
NECESSARI ALL’ANIMA DEVOTA
Parola del discepolo
O soave Signore Gesù, quanto è dolce all’anima devota sedere alla tua mensa,
al tuo convito, nel quale le viene presentato come cibo nient’altro all’infuori di
te, unico suo amato, desiderabile più di ogni desiderio del suo cuore. Anche per
me sarebbe cosa soave sciogliermi in pianto, con profonda commozione,
dinanzi a te, e, con la Maddalena amorosa, bagnare di lacrime i tuoi piedi. Ma
dove è tanto slancio di devozione; dove è una tale profusione di lacrime sante?
Eppure, alla tua presenza e alla presenza dei tuoi angeli, dovrei ardere tutto
nell’intimo e piangere di gioia; giacché nel Sacramento ti possiedo veramente
presente, per quanto nascosto sotto altra apparenza. Infatti i miei occhi non ti
potrebbero sostenere, nella tua luce divina; anzi neppure il mondo intero
potrebbe sussistere, dinanzi al fulgore della tua maestà. Tu vieni incontro,
dunque, alla mia debolezza, nascondendoti sotto il Sacramento. Possiedo
veramente ed adoro colui che gli angeli adorano in cielo. Io lo adoro per ora
nella fede; gli angeli, invece, faccia a faccia, senza alcun velo. Io devo starmene
nel lume della fede, e camminare in essa, finché appaia il giorno dell’eterna luce
e venga meno il velo delle figure simboliche (cf. Ct 2,17; 4,6). “Quando poi
verrà il compimento di tutte le cose” (1Cor 13,10), cesserà l’uso dei segni
sacramentali. Nella gloria del cielo, i beati non hanno bisogno infatti del
rimedio dei sacramenti: il loro gaudio non ha termine, essendo essi alla
presenza di Dio, vedendo essi, faccia a faccia, la sua gloria. Passano di luce in
luce fino agli abissi della divinità, e gustano appieno il verbo di Dio fatto carne,
quale fu all’inizio e quale rimane in eterno. Conscio di queste cose
meravigliose, trovo molesta persino ogni consolazione spirituale: infatti tutto
ciò che vedo e odo quaggiù lo considero un niente, fino a che non veda
manifestamente il mio Signore, nella sua gloria. Tu mi sei testimone, o Dio,
che non c’è cosa che mi possa dare conforto, non c’è creatura che mi possa dare
contentezza, all’infuori di te, che bramo contemplare in eterno. Ma ciò non è
possibile mentre sono in questa vita mortale; e perciò occorre che mi rassegni a
una grande pazienza e mi sottometta a te in tutti i miei desideri. Anche i tuoi
santi, o Signore, che ora esultano in te nel regno dei cieli, aspettarono l’evento
della tua gloria, mentre erano in questa vita, con fede e con pazienza grande.
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Ciò che essi credettero, credo anch’io; ciò che essi sperarono, spero anch’io;
dove essi giunsero, confido, per la tua grazia, di giungere anch’io. Frattanto,
camminerò nella fede, irrobustito dagli esempi dei santi. Terrò poi, “come
conforto” (1Mac 12,9) e specchio di vita, i libri santi; soprattutto terrò, come
unico rimedio e come rifugio, il tuo Corpo santissimo.
In verità, due cose sento come massimamente necessarie per me, quaggiù;
senza di esse questa vita di miserie mi sarebbe insopportabile. Trattenuto nel
carcere di questo corpo, di due cose riconosco di avere bisogno, cioè di
alimento e di luce. E a me, che sono tanto debole, tu hai dato, appunto come
cibo il tuo santo corpo, e come lume hai posto dinanzi ai miei piedi “la tua
parola” (Sal 118,105). Poiché la parola di Dio è luce dell’anima e il tuo
Sacramento è pane di vita, non potrei vivere santamente se mi mancassero
queste due cose. Le quali potrebbero essere intese come le “due mense” (Ez
40,40) poste da una parte e dall’altra nel prezioso tempio della santa Chiesa;
una, la mensa del sacro altare, con il pane santo, il prezioso corpo di Cristo;
l’altra la mensa della legge di Dio, compendio della santa dottrina, maestra di
vera fede, e sicura guida, al di là del velo del tempio, al sancta sanctorum (Eb
6,19s; 9,3).
Ti siano, dunque, rese grazie, o Signore Gesù, che brilli di eterna luce, per
questa mensa della santa dottrina, che ci hai preparato per mezzo dei tuoi
servi, i profeti, gli apostoli e gli altri dottori. Ti siano rese grazie, Creatore e
Redentore degli uomini, che, per dimostrare al mondo intero il tuo amore, hai
preparato la grande cena, in cui disponesti come cibo, non già il simbolico
agnello, ma il tuo corpo santissimo e il tuo sangue, inebriando tutti i tuoi fedeli
al calice della salvezza e colmandoli di letizia al tuo convito: il convito che
compendia tutte le delizie del paradiso e nel quale banchettano con noi, e con
più dolce soavità, gli angeli santi. Quale grandezza, quale onore, nell’ufficio dei
sacerdoti, ai quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo;
di benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene
con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure
quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il
cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l’autore della purezza. Non una
parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del sacerdote,
che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono essere gli occhi
di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di Cristo; pure ed
elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente toccano il Creatore del
cielo e della terra. E’ proprio per i sacerdoti che è detto nella legge: “siate santi,
perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2). Onnipotente Iddio,
venga in nostro soccorso la tua grazia, affinché noi, che abbiamo assunto
l’ufficio sacerdotale, sappiamo stare intimamente vicini a te, in modo degno,
con devozione, in grande purezza di cuore e con coscienza irreprensibile. Che
se non possiamo mantenerci in così piena innocenza di vita, come dovremmo,
almeno concedi a noi di piangere sinceramente il male che abbiamo compiuto;
concedi a noi di servirti, per l’avvenire, più fervorosamente, in spirito di umiltà
e con proposito di buona volontà.
111
Capitolo XII
COLUI CHE SI APPRESTA A COMUNICARSI CON CRISTO VI SI DEVE
PREPARARE CON SCRUPOLOSA DILIGENZA
Voce del Diletto
Io sono colui che ama la purezza; io sono colui che dona ogni santità. Io cerco
un cuore puro: là è il luogo del mio so. Allestisci e “apparecchia per me
un’ampia sala ove cenare (Mc 14,15; Lc 22,12), e farò la Pasqua presso di te con
i miei discepoli”. Se vuoi che venga a te e rimanga presso di te, espelli “il
vecchio fermento” (1Cor 5,7) e purifica la dimora del tuo cuore. Caccia fuori
tutto il mondo e tutto il disordine delle passioni; sta “come il passero solitario
sul tetto” (Sal 101,8) e ripensa, con amarezza di cuore, ai tuoi peccati. Invero,
colui che ama prepara al suo caro, da cui è amato, il luogo migliore e più bello:
di qui si conosce l’amorosa disposizione di chi riceve il suo diletto. Sappi
tuttavia che, per questa preparazione – anche se essa durasse un intero anno e
tu non avessi altro in mente – non potresti mai fare abbastanza con le tue sole
forze. E’ soltanto per mia benevolenza e per mia grazia, che ti viene concesso di
accostarti alla mensa: come se un poveretto fosse chiamato al banchetto di un
ricco e non avesse altro modo per ripagare quel beneficio che farsi piccolo e
rendere grazie. Fa’ dunque tutto quello che sta in te; fallo con tutta attenzione,
non per abitudine, non per costrizione. Il corpo del tuo Diletto Signore Dio,
che si degna di venire a te, accoglilo con timore, con venerazione, con amore.
Sono io ad averti chiamato; sono io ad aver comandato che così fosse fatto; sarò
io a supplire a quel che ti manca. Vieni ed accoglimi. Se ti concedo la grazia
della devozione, che tu ne sia grato al tuo Dio; te la concedo, non già per il
fatto che tu ne sia degno, ma perché ho avuto misericordia di te. Se non hai
questa devozione, e ti senti piuttosto arido, insisti nella preghiera, piangi e
bussa, senza smettere finché non avrai meritato di ricevere almeno una briciola
o una goccia della grazia di salvezza. Sei tu che hai bisogno di me, non io di te.
Sono io che vengo a santificare te e a farti migliore, non sei tu che vieni a dare
santità a me. Tu vieni per ricevere da me la santità, nell’unione con me; per
ricevere nuova grazia, nel rinnovato, ardente desiderio di purificazione. “Non
disprezzare questa grazia” (1Tm 4,14); prepara invece il tuo cuore con ogni
cura e fa’ entrare in te il tuo diletto. Ancora, occorre, non solo che tu ti
disponga a pietà, avanti la Comunione, ma anche che tu ti conservi in essa, con
ogni cura, dopo aver ricevuto il Sacramento. La vigilanza di poi non deve
essere inferiore alla devota preparazione di prima; ché tale attenta vigilanza è a
sua volta la migliore preparazione per ottenere una grazia più grande. Taluno
diventa assai mal disposto, proprio per essersi subito abbandonato a
consolazioni esteriori. Guardati dal molto parlare; tieniti appartato, a godere
del tuo Dio. E’ lui che tu possiedi; neppure il mondo intero te lo potrà togliere.
Io sono colui al quale devi darti interamente, così che tu non viva più in te, ma
in me, fuori da ogni affanno.
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Capitolo XIII
NEL SACRAMENTO L’ANIMA DEVOTA TENDA CON TUTTO SE
STESSA ALL’UNIONE CON CRISTO
Voce del discepolo
“Chi mi darà, o Signore, di trovare te solo”, di aprirti tutto il mio cuore e di
godere di te, secondo il desiderio dell’anima mia? “Allora nessuno potrebbe
offendermi” (Ct 8,1), nessuna creatura potrebbe scuotermi, e neppure sfiorarmi
con uno sguardo; ma sarai tu solo a parlarmi, ed io a te, come colui che ama
suole parlare con la persona amata, e come l’amico suole stare a mensa con
l’amico. Questo io chiedo, questo io desidero: unirmi tutto a te, distogliere il
mio cuore da tutto ciò che è creato e apprendere a gustare sempre più le cose
celesti ed eterne, grazie alla santa Comunione e alla frequente celebrazione
della Messa. Ah, Signore Dio, quando sarò interamente unito e assunto in te,
dimenticando del tutto me stesso? Tu in me ed io in te. Fa’ che possiamo
rimanere uniti così. Veramente tu sei “il mio diletto scelto tra mille” (Ct 5,10),
con il quale piacque all’anima mia di restare per tutti i giorni della vita.
Veramente tu sei colui che mi dà la pace; colui nel quale consiste la pace
suprema, il riposo vero, e fuori del quale tutto è fatica e dolore e miseria senza
fine. “Veramente tu sei il Dio nascosto” (Is 45,15); la tua conversazione non è
con i malvagi; la tua parola si rivolge agli umili e ai semplici. “Oh, quanto è
soave, o Signore, il tuo Spirito” (Sap 12,1): tu vuoi mostrare la tua benevolenza
ai tuoi figli e ti degni di ristorarli “con il pane sommamente soave che scende
dal cielo” (Sap 16,20s).
Davvero “non c’è altro popolo così grande, a cui i propri dei si siano fatti così
vicini, come sei vicino tu, o Dio nostro” (Dt 4,7), a tutti i tuoi fedeli. A questi,
infatti, tu doni te stesso in salutare nutrimento, quale quotidiano conforto e
quale mezzo per volgere il cuore verso il cielo. C’è un’altra gente così gloriosa,
come il popolo cristiano? C’è, sotto il nostro cielo, una creatura da te così
amata come l’anima devota, nella quale entra Dio stesso, per nutrirla del suo
corpo di Gloria? Oh!, grazia ineffabile, degnazione meravigliosa, oh!, amore
incommensurabile, privilegio concesso agli uomini. Ma che cosa darò io al
Signore in cambio di tale grazia, di un amore così straordinario? Nulla io posso
offrire, che sia più gradito del dono totale del mio cuore al mio Dio e
dell’intima unione con lui. Allora esulterò nel profondo, quando l’anima mia
sarà perfettamente unita a Dio. Allora Dio stesso mi dirà: se tu vuoi essere con
me, io voglio essere con te. Ed io a lui risponderò: degnati, o Signore, di
restare con me; mi piace, e lo voglio, essere con te. Qui è tutto il mio desiderio,
che il mio cuore sia unito al tuo.
113
Capitolo XIV
L’ARDENTE BRAMA DEL CORPO DI CRISTO IN ALCUNI DEVOTI
Parola del discepolo
“Quanto è grande, o Signore, la ricchezza della tua bontà, riservata a coloro
che ti temono” (Sal 30,20). O Signore, quando penso a certe anime devote, che
si accostano al tuo Sacramento con grandissima devozione ed amore, spesso mi
sento in colpa ed arrossisco. Al tuo altare e alla mensa della santa Comunione
io vengo infatti con tanta tiepidezza e freddezza, restando così arido e senza
slancio del cuore, non totalmente infiammato dinanzi a te, o mio Dio, e non
così fortemente attratto d’amore verso di te, come lo furono molte anime
devote. Nel loro grande desiderio della Comunione e nel palpitante loro amore,
queste anime devote non potevano trattenersi dal pianto; con la bocca del
cuore, e insieme con quella del corpo, anelavano dal profondo a te, fonte viva,
non potendo calmare o saziare la propria sete in altro modo che ricevendo il
tuo corpo, con piena letizia e con spirituale avidità. Veramente ardente, la loro
fede; tale da costituire essa stessa motivo di prova della tua presenza. Questi
devoti riconoscono davvero il loro Signore nello spezzare il pane, e il loro
cuore arde tutto per quel Gesù, che sta camminando con loro (Lc 24,30s). Da
me sono spesso ben lontani un tale slancio devoto, un amore così ardente.
Usami misericordia, o buon Gesù, dolce e benigno. Al poveretto tuo, che va
implorando, concedi di sentire, almeno qualche volta, nella santa Comunione,
un poco dell’impeto amoroso del tuo cuore; così si irrobustirà la mia fede, si
dilaterà la speranza nella tua bontà, e in me non verrà mai meno un amore che
già arde pienamente e che ha potuto gustare la manna del cielo. Ben può la tua
misericordia concedermi almeno la grazia del desiderio e venire a me
donandomi ardore di spirito, finché non giunga il giorno da te stabilito. In
verità, benché io non sia acceso da una brama così grande come quella delle
persone particolarmente a te devote, tuttavia sento, per grazia sua, di
desiderare quel desiderio, grande e ardente; prego e sospiro di essere unito a
tutti coloro che ti amano con fervore e di essere considerato della loro santa
schiera.
Capitolo XV
UMILTA’ E RINNEGAMENTO DI SE’, MEZZI PER OTTENERE LA
GRAZIA DELLA DEVOZIONE
Parola del Diletto
La grazia della devozione devi cercarla senza posa, chiederla con gran
desiderio, aspettarla con fiduciosa pazienza; devi riceverla con gratitudine e
114
umilmente conservarla; con essa devi diligentemente operare; devi poi
rimetterti a Dio per il tempo e il modo di questa visita dall’alto. Quando dentro
di te non senti alcuna devozione, o ne senti ben poca, ti devi fare
particolarmente umile, ma senza abbatterti troppo, senza rattristarti oltre
misura. Quello che per lungo tempo non aveva concesso, spesso Dio lo concede
in un breve istante; quello che al principio della preghiera non aveva voluto
dare, talvolta Dio lo dà alla fine. Se questa grazia venisse data sempre
prontamente e si presentasse ogni volta che la si desidera, l’uomo, nella sua
fragilità, non la saprebbe portare. Perciò la grazia della devozione la si deve
attendere con totale fiducia e con umile pazienza. Quando non ti viene data,
oppure ti viene tolta senza che tu ne veda la ragione, danne la colpa a te stesso
e ai tuoi peccati. Talvolta è una piccola cosa che fa ostacolo alla grazia e la
nasconde: se pur piccola, e non grande cosa, possa chiamarsi ciò che impedisce
un bene così eccelso. E se questa piccola, o, meglio, grande cosa riuscirai a
rimuoverla e a vincerla del tutto, ciò che chiedevi si avvererà. In verità, non
appena ti sarai dato a Dio con tutto il tuo cuore; non appena, anziché chiedere
questo o quest’altro, ti sarai rimesso interamente a lui, ti troverai tranquillo e
in pace con te stesso, giacché nulla avrà per te sapore più gradito di ciò che
vuole Iddio.
Perciò colui che, con semplicità di cuore, avrà elevato la sua intenzione a Dio,
liberandosi da qualsiasi attaccamento non retto e da un distorto amore per le
cose di questo mondo, sarà veramente degno di ricevere la grazia e meriterà il
dono della devozione. Giacché dove trova un terreno sgombro, là il Signore
concede la sua benedizione. E tanto più rapida scende la grazia, tanto più
copiosa si riversa, tanto più in alto trasporta un cuore libero, quanto più uno
rinuncia del tutto alle cose di quaggiù, morendo a se stesso e disprezzando se
stesso. Allora, “il cuore di costui vedrà e sarà traboccante, e contemplerà e si
allargherà in Dio” (Is 60,5), poiché “con lui è la potenza del Signore” (Ez 3,14;
Lc 1,66), nelle mani del quale egli si è messo, interamente e per sempre. “Ecco,
così sarà benedetto” (Sal 127,4), colui che cerca il Signore con tutto il cuore, e
“non ha ricevuto invano la sua vita” (Sal 23,4). Della grazia grande di essere
unito a Dio egli si rende degno proprio qui, nel ricevere la santa Eucarestia;
perché non mira alla propria devozione e alla propria consolazione, e mira
invece, di là di ogni devozione o consolazione, a glorificare e ad onorare Iddio.
Capitolo XVI
MANIFESTARE A CRISTO LE NOSTRE MANCHEVOLEZZE E
CHIEDERE LA SUA GRAZIA
Parola del discepolo
O dolcissimo e amorosissimo Signore, che ora desidero devotamente ricevere,
tu conosci la mia debolezza e la miseria che mi affligge; sai quanto siano grandi
115
il male e i vizi in cui giaccio e come io sia frequentemente oppresso, provato,
sconvolto e pieno di corruzione. Io vengo a te per essere aiutato, consolato e
sollevato. Parlo a colui che tutto sa e conosce ogni mio pensiero; a colui che
solo mi può pienamente confortare e soccorrere. Tu ben sai di quali beni io ho
massimamente bisogno e quanto io sono povero di virtù. Ecco che io mi metto
dinanzi a te, povero e nudo, chiedendo grazia e implorando misericordia.
Ristora questo tuo misero affamato; riscalda la mia freddezza con il fuoco del
tuo amore; rischiara la mia cecità con la luce della tua presenza. Muta per me
in amarezza tutto ciò che è terreno; trasforma in occasione di pazienza tutto
ciò che mi pesa e mi ostacola; muta in oggetto di disprezzo e di oblio ciò che è
bassa creatura. Innalza il mio cuore verso il cielo, a te, e non lasciare che mi
perda, vagando su questa terra. Sii tu solo, da questo momento e per sempre, la
mia dolce attrazione, ché tu solo sei mio cibo e mia bevanda, mio amore e mia
gioia, mia dolcezza e sommo mio bene. Potessi io infiammarmi tutto, dinanzi a
te, consumarmi e trasmutare in te, così da diventare un solo spirito con te, per
grazia di intima unione, in struggimento di ardente amore. Non permettere
che io mi allontani da te digiuno e languente, ma usa misericordia verso di me,
come tante volte l’hai usata mirabilmente con i tuoi santi. Qual meraviglia se
da te io prendessi fuoco interamente, venendo meno in me stesso, poiché tu sei
fiamma sempre viva, che mai si spegne, amore che purifica i cuori e illumina le
menti?
Capitolo XVII
L’ARDENTE AMORE E L’INTENSO DESIDERIO DI RICEVERE
CRISTO
Parola del discepolo
Con devozione grandissima e con ardente amore, con tutto lo slancio di un
cuore appassionato, io desidero riceverti, o Signore, come ti desiderarono, nella
Comunione, molti santi e molti devoti, a te massimamente graditi per la santità
della loro vita e per la loro infiammata pietà. O mio Dio, amore eterno che sei
tutto il mio bene, la mia felicità senza fine, io bramo riceverti con intenso
desiderio e con venerazione grandissima, quale mai poté avere o sentire santo
alcuno. Anche se non sono degno di sentire tutta quella devozione, tuttavia ti
offro tutto lo slancio del mio cuore, come se io solo avessi tutti quegli accesi
desideri, che tanto ti sono graditi. Ché anzi, tutto quel che un animo devoto
può concepire e desiderare, tutto questo io lo porgo e lo offro a te, con estrema
venerazione in pio raccoglimento. Nulla voglio tenere per me, ma voglio
immolarti me stesso e tutto quello che ho, con scelta libera e altamente gioiosa.
Signore, mio Dio, mio creatore e redentore, io desidero riceverti oggi con
quella amorosa venerazione, con quei sentimenti di lode e di onore, di giusta
gratitudine e d’amore, con quella fede e speranza e purità di cuore, con i quali ti
116
desiderò e ti ricevette la santissima Madre tua, la gloriosa Vergine Maria,
quando, all’Angelo che le annunciava il mistero dell’Incarnazione, rispose, in
devota umiltà: “Ecco la schiava del Signore; sia fatto a me secondo la tua
parola” (Lc 1,38). E come il tuo precursore Giovanni Battista, il più grande tra
tutti i santi, alla tua presenza, sobbalzò di gioia, nel gaudio dello Spirito Santo,
mentre era ancora nel grembo della madre; e come di poi, scorgendo Gesù
camminare tra la gente, disse con slancio devoto, abbassando grandemente se
stesso: “l’amico dello sposo, che gli sta accanto e lo ascolta, gioisce
profondamente alla sua voce” (Gv 3,29), così anch’io bramo di essere acceso di
santo e grande desiderio e di darmi a te con tutto il mio cuore. Per questo ti
presento e ti offro i sentimenti di giubilo, gli ardenti moti del cuore, gli alti
pensieri, le luci superne e le visioni celesti di tutte le anime devote; e mi unisco
– per me stesso e per coloro che a me si raccomandano nella preghiera – alle
lodi perfette che tutte le creature ti rendono e ti renderanno, in cielo e in terra,
affinché da tutti tu sia giustamente celebrato e glorificato per sempre. Accetta,
o Signore Dio mio, i miei voti e il mio desiderio di darti infinite lodi e copiose
benedizioni, quali giustamente a te si debbono, per la grandezza della tua
ineffabile potenza. Tutto questo io ti dono ora, e voglio donarti ogni giorno e
in ogni tempo, invocando con caloroso preghiera tutti gli spiriti celesti e tutti i
tuoi fedeli a unirsi a me nel renderti grazie e nel darti lode. Tutti i “popoli, le
stirpi e le nazioni” diano lode a te (Dn 7,14), esaltino il nome tuo, santo e
soave, con sommo giubilo ed ardente devozione. E quanti celebrano il tuo
altissimo Sacramento con venerazione e pietà, e lo ricevono con pienezza di
fede, possano trovare grazia e misericordia presso di te. Che essi si degnino di
ricordarsi di questo poveretto, quando, raggiunta la desiderata devozione e
nutriti della salutare unione con te, lasciano la sacra mensa celeste, piene di
consolazione e mirabilmente ristorati.
Capitolo XVIII
L’UOMO NON SI PONGA AD INDAGARE, CON ANIMO CURIOSO,
INTRONO AL SACRAMENTO, MA SI FACCIA UMILE IMITATORE DI
CRISTO E SOTTOMETTA I SUOI SENSI ALLA SANTA FEDE
Parola del Diletto
Se non vuoi essere sommerso nell’abisso del dubbio, devi guardarti
dall’indagare, con inutile curiosità intorno a questo altissimo Sacramento.
“Colui che pretende di conoscere la maestà di Dio, sarà schiacciato dalla
grandezza di lui” (Pro 25,27). Dio può fare cose più grandi di quanto l’uomo
possa capire All’uomo è consentita soltanto una pia ed umile ricerca della
verità, sempre pronta ad essere illuminata, e desiderosa di muoversi entro i
salutari insegnamenti dei Padri. Beata la semplicità, che tralascia le ardue
strade delle disquisizioni e prosegue nel sentiero piano e sicuro dei
117
comandamenti di Dio. Sono molti quelli che, volendo indagare cose troppo
sublimi, perdettero la fede. Da te si esigono fede e schiettezza di vita, non
altezza d’intelletto e capacità di penetrare nei misteri di Dio. Tu, che non riesci
a conoscere e a comprendere ciò che sta più in basso di te, come potresti capire
ciò che sta sopra di te? Sottomettiti a Dio, sottometti i tuoi sensi alla fede, e ti
sarà dato lume di conoscenza, quale e quanto potrà esserti utile e necessario.
Taluni subiscono forti tentazioni circa la fede e il Sacramento; sennonché, non
a loro se ne deve fare carico, bensì al nemico. Non soffermarti su queste cose;
non voler discutere con i tuoi stessi pensieri, né rispondere ai dubbi insinuati
dal diavolo. Credi, invece alle parole di Dio; affidati ai santi e ai profeti (2Cor
20,20), e fuggirà da te l’infame nemico. Che il servo di Dio sopporti tali cose,
talora è utile assai. Il diavolo non sottopone alle tentazioni quelli che non
hanno fede, né i peccatori, che ha già sicuramente in sua mano; egli tenta,
invece, tormenta, in vario modo, le persone credenti e devote.
Procedi, dunque, con schietta e ferma fede; accostati al Sacramento con umile
venerazione. Rimetti tranquillamente a Dio, che tutto può, quanto non riesci a
comprendere: Iddio non ti inganna; mentre si inganna colui che confida troppo
in se stesso. Dio cammina accanto ai semplici, si rivela agli umili, “dà lume
d’intelletto ai piccoli” (Sal 118,130), apre la mente ai puri di cuore; e ritira la
grazia ai curiosi e ai superbi. La ragione umana è debole e può sbagliare,
mentre la fede vera non può ingannarsi. Ogni ragionamento, ogni nostra
ricerca deve andare dietro alla fede; non precederla, né indebolirla. Ecco,
predominano allora la fede e l’amore, misteriosamente operanti in questo
santissimo ed eccellentissimo Sacramento. Il Dio eterno, immenso ed
onnipotente, fa cose grandi e imperscrutabili, in cielo e in terra; e a noi non è
dato investigare le meravigliose sue opere. Ché, se le opere di Dio fossero tali
da poter essere facilmente comprese dalla ragione umana, non si potrebbero
dire meravigliose e ineffabili.
FINISCE IL LIBRO DEI CONSIGLI DEVOTI PER LA SANTA
COMUNIONE.
IKTHYS

L’IMITAZIONE DI CRISTO (TESTO INTEGRALE)ultima modifica: 2009-12-01T20:15:00+01:00da mikeplato
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3 Responses

  1. giò!
    at |

    Grazie, Mike da leggere la sera prima di andare a letto per avere un po’ di conforto;)

  2. antonlogos
    at |

    Su consiglio di Chiara, ho iniziato anch’io a leggere e a meditare L’IMITAZIONE DI CRISTO. L’impatto è stato subito impressionante, sono rimasto folgorato dalla profondità di pensiero di questi monaci medievali che ci esortano a vivere secondo gli insegnamenti di Cristo, trascurando questa realtà materiale fasulla. Lo trovo estremamente utile soprattutto per chi, come me, sta iniziando a fare deserto nella propria vita liberandosi di tutto il superfluo. Ci sono ammonimenti ed esortazioni che bisognerebbe meditare per bene. Pur usando una struttura espressiva diversa, più ortodossa nella forma, questi eremiti hanno reso ben identificabile una chiara impronta gnostica nel nucleo di base del trattato.
    Un abbraccio a tutti
    Antonio

  3. antonlogos
    at |

    E vorrei aggiungere, infine, che non è facile trovare eremiti e mistici che hanno veramente imitato la vita di Cristo, una vita di ascesi, rinunce, umiltà e dedizione totale allo Spirito. E’ facile parlarne, discuterne, fare speculazione, ma per passare dalle parole ai fatti è richiesto un ATTO DI FORZA MOSTRUOSO.
    Una figura che mi ha sempre profondamente affascinato è stata quella di San Francesco, un frate che certamente la sapeva lunga ed ai suoi tempi è stato considerato un eretico per la sua scelta di vita estrema.
    La sua vita andrebbe sicuramente letta ad un livello più profondo, infatti certi episodi racchiudono un notevole significato archetipale. A Gubbio doma il lupo, espressione del dominio della Coscienza Divina sui bassi istinti dell’Ego. Parlava agli uccelli, ossia comunicava usando il Linguaggio degli Iniziati, cosa che poi ci riporta ai Sufi. Si dice, infatti, che San Francesco abbia avuto contatti con i Sufi ed interagito con la loro tradizione. Se pensiamo all’opera di Farid Ad-din ‘Attar IL VERBO DEGLI UCCELLI, il legame senz’altro si rafforza.
    Egli ha realmente abbandonato tutto per imitare la vita di Cristo, cosa che in pochissimi hanno fatto. Questa è la strada da intraprendere. Il nostro scopo nella vita deve essere quello di IMITARE CRISTO, seguire il suo modello, il suo esempio, modellare la nostra esistenza sulla sua, PORTARE LA SUA CROCE, disprezzare e rinnegare noi stessi, perdere la nostra vita, proprio come inizia questo testo:
    “Chi segue me non cammina nelle tenebre” (Gv 8,12), dice il Signore. Sono parole di Cristo, le quali ci esortano ad imitare la sua vita e la sua condotta, se vogliamo essere veramente illuminati e liberati da ogni cecità interiore. Dunque, la nostra massima preoccupazione sia quella di meditare sulla vita di Gesù Cristo.
    Un abbraccio a tutti
    Antonio

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